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Sugli anni ’70 a Cologno Monzese: Giulio Facchi (9)

Sugli anni ’70 a Cologno Monzese: Antonio Tagliaferri (8)

di Antonio Tagliaferri

Il mio impegno sociale nasce da: valori cristiani (doposcuola popolare e disponibilità verso gli altri) e da valori rivoluzionari più vicini al marxismo (condizioni di vita nelle periferie, lotte studentesche, situazione internazionale, Vietnam, Cile, Cina di Mao).
C’era un forte legame fra la scuola al Molinari (lotte che contestano l’organizzazione scolastica: caro mensa, le lezioni di officina) e le lotte legate alla condizione sociale delle nostre famiglie. I nostri genitori lavorano alla Magneti Marelli, Alfa Romeo, OM, Breda o nelle piccole fabbriche colognesi) e, anche se con loro esplodono i conflitti generazionali tipici di quegli anni (la libertà di uscire alla sera o di vestirsi in un certo modo con i capelli lunghi), rimane comunque un legame valoriale collegato alla condizione economica e sociale.

1974, anno cruciale. Vince il NO all’abrogazione del divorzio. Rivoluzione dei garofani in Portogallo, Torna la democrazia in Grecia. Sono gli anni della battaglia contro il compromesso storico proposto dal PCI come risposta al golpe in Cile, mentre i gruppi della sinistra extraparlamentare propongono il governo delle sinistre. Noi viviamo questi avvenimenti come segnali importanti e positivi che ci spronano ad organizzare lotte e a intravvedere una vicina svolta “rivoluzionaria” anche in Italia.
Sono anche gli anni che seguono la crisi petrolifera e l’“austerity economica” per il risparmio energetico. Quante discussioni, anche feroci, con i compagni del PCI e della FGCI sul documento di Berlinguer “L’austerità è una via obbligata”.

A Cologno, sempre quell’anno, ci fu una grande manifestazione antifascista. Centinaia di persone bloccano via Quattro Strade dove c’è la sede del MSI e il deputato Franco Servello stava tenendo una riunione. Servello scappa scortato da carabinieri e polizia. L’antifascismo militante era una delle iniziative più importanti, dalla controinformazione su alcuni neofascisti colognesi che frequentavano P.za S. Babila allo “smontaggio” dei tabelloni elettorali assegnati al MSI durante le campagne elettorali.

Ho vissuto in quegli anni la vicenda di Sergio Ramelli che conoscevo perché la sua classe era vicina alla mia e ogni volta che i fascisti compivano azioni violente a Milano lui veniva regolarmente cacciato dalla scuola.
Il tema della violenza è stato uno dei nodi più spinosi di quegli anni. A partire dalla difesa dei cortei e dal ruolo dei servizi d’ordine che in molte occasioni si affrontavano direttamente in nome dell’”agibilità politica” di questo o quel gruppo o movimento.
Nel pomeriggio si andava al “Centro Studi” a stampare volantini e scrivere Tazebao da usare nelle lotte contro il carovita (i mercatini dove vendevamo generi di prima necessità), la mobilitazione contro l’apertura del Supermercato GS in viale Lombardia, l’autoriduzione degli affitti al Quartiere Stella e nelle “Case Bogliardi” in Via Trento, l’autoriduzione delle bollette dell’ENEL, le lotte per un trasporto pubblico decente contro gli autobus “carri bestiame” e gli autisti che deviavano portandoci nella Caserma dei CC per farci identificare dal Maresciallo Mauro Noce che ci chiamava per nome e cognome minacciando denunce.

La nascita del Circolo La Comune per me coincide con la maturità e l’iscrizione all’Università.
A Milano nascono molti Centri sociali come il Leoncavallo. Noi vogliamo uno spazio nostro, autogestito per organizzare spettacoli e il tempo libero. Un luogo di aggregazione giovanile.
L’esperienza del Circolo La Comune è stata dirompente. Nel 1975/76 è stato il più importante luogo di aggregazione giovanile a Cologno. A parte i frequentatori abituali (prevalentemente militanti di Avanguardia Operaia e poi di Democrazia Proletaria), vi transitavano molti altri giovani provenienti dai vari quartieri cittadini e dai vicini paesi dell’Hinterland. E’ stato un punto di riferimento culturale e politico a livello metropolitano. I concerti che organizzavamo con i principali gruppi legati al movimento giovanile (Area, PFM, Yu Kung, Intillimani, Stormy Six, Nuovo Canzoniere Internazionale) richiamavano un pubblico vastissimo così come gli spettacoli teatrali, fra i quali il Teatro dell’Elfo di Elio De Capitani e Gabriele Salvatores.

La nostra vita sociale e politica si divideva fra due spazi: Il Circolo La Comune dove si trascorreva il tempo libero e il Centro Studi di via Lombardia dove si svolgevano le riunioni, si organizzavano le lotte in fabbrica e nei quartieri e si “approfondiva il marxismo-leninismo” in lunghissimi seminari di studio (non a caso i militanti di AO erano chiamati dagli altri gruppi “i professorini”).
Ho iniziato gli anni ’70 da adolescente e li ho conclusi da adulto. Sono stati gli anni di un viaggio immaginario. Quando uno parte è carico di speranze, di progetti, di voglia di vivere, sente dentro sé stesso una grande forza che gli farà superare qualsiasi ostacolo. Così i primi anni di questo decennio sono stati gli anni dell’impegno politico, della militanza, della “rivoluzione dietro l’angolo”.

Il 1976 è stato un anno di grandi cambiamenti. Finisce l’epoca della militanza a tempo pieno demolita dalla crisi dei gruppi politici della sinistra rivoluzionaria. Dopo il festival di Re Nudo al Parco Lambro arrivano i segnali che porteranno alla fine del Circolo La Comune: dallo spinello diventato simbolo della liberazione interiore alla deriva di alcuni che entrano nei gruppi dell’Autonomia Operaia e della lotta armata. Noi militanti di AO, confluiti nel cartello elettorale di Democrazia Proletaria, andiamo avanti con la nostra visione politica, entriamo nelle istituzioni (Parlamento e Consiglio Comunale), resistiamo ma il ‘77 si avvicina e, con il suo Movimento, ci travolgerà.
Io frequento l’Università e vivo l’esperienza del Movimento del 1977 che irrompe nella politica con metodi e parole d’ordine radicalmente diverse da quelle degli anni precedenti. Come sempre quello che accade a Milano arriva al Circolo, dove c’è chi si schiera con gli Indiani metropolitani, espressione dell’ala creativa del Movimento e chi, invece, rimane legato alle posizioni rigorose di Democrazia Proletaria.
Il Movimento del 77 dura meno di un anno. Inizia con l’assalto al comizio del segretario della CGIL Luciano Lama, all’Università di Roma e si chiude con il Convegno di Bologna contro la repressione con 100.000 persone in corteo e lo spettacolo di Dario Fo e Franca Rame. In mezzo ci sono gli assassini da parte della polizia di Francesco Lorusso a Bologna e di Giorgiana Masi a Roma. Il movimento nasce come contestazione dei partiti tradizionali e come critica ai gruppi della sinistra extraparlamentare, entrati in crisi con lo scioglimento di Lotta Continua e l’arroccamento di Democrazia Proletaria, divisa al suo interno e incerta sulle risposte da dare alle nuove esigenze dei movimenti femminista, ecologista e studentesco.
Una differenza sostanziale tra il Movimento del ’68 e quello del ’77 dipende dalla diversa origine sociale dei loro aderenti. Negli anni ’60 le Università erano frequentate prevalentemente dai figli della borghesia. L’Università nel 1977 è molto più di massa ed è diventata, un parcheggio che non offre molti sbocchi lavorativi.
Io ho vissuto il movimento del ’77 alla facoltà d’Agraria. Qui il movimento degli studenti è ben organizzato ed interviene sulla didattica, contestando i contenuti di molti corsi considerati non aderenti alla realtà agricola italiana. Si cercava di coniugare le spinte e le rivendicazioni del Movimento con una visione del mondo agricolo che contestava duramente l’agricoltura chimicizzata e capitalistica.

Fare un bilancio della mia esperienza negli anni ’70 significa rileggere le tante cose fatte, le occasioni mancate e collegarle alla vita vissuta negli anni successivi perché si è consolidato un legame tra gli anni giovanili e l’età adulta. Ho iniziato un percorso pieno di speranze, illusioni, sogni che non si realizzeranno ma la passione e la voglia di cambiare il mondo mi hanno dato la forza per superare le delusioni e gli anni del “riflusso”, come è stato chiamato il periodo iniziato negli anni ’80 quando, molti giovani si sono rinchiusi nell’individualismo o hanno inseguito le sirene dell’”edonismo reaganiano” che trasformò la città cupa e spaventata degli anni del terrorismo e della repressione poliziesca nella Milano “da bere”. L’impegno per la politica, motivato spesso dall’illusione di un cambiamento rapido e radicale della società, viene messo in discussione e i destini collettivi e individuali prendono strade diversissime, tragiche in alcuni casi.
La mia formazione universitaria e la mia attività lavorativa non sarebbero state le stesse senza quel filo rosso con l’esperienza giovanile.
Molti di noi hanno intrapreso carriere professionali importanti ricoprendo ruoli di responsabilità. Qualcuno si è perso per strada. Ci sono stati lutti, scomparse precoci, vite smarrite ma anche storie di successo.
Ho portato nel mio lavoro i temi dell’Ambiente, della biodiversità e della natura sviluppati nell’esperienza del Circolo Legambiente fondato negli anni ’80, valori che mi sono serviti anche nell’esperienza di Assessore.

Le testimonianze e le riflessioni di stasera possono essere utili per chi, oggi, continua a credere che l’impegno sociale può tenere insieme idee, valori e sentimenti in un’azione collettiva su temi come l’antifascismo, la difesa della Costituzione, la solidarietà, l’inclusione dei migranti e altri ancora.

 

 

 

Sugli anni ’70 a Cologno Monzese: Ambrogio Manenti (7)

Discorso per l’incontro sugli Anni ‘70

di Ambrogio Manenti

1.⁠ ⁠Provo orgoglio per le cose fatte e per il contributo alle conquiste sociali degli anni ’70. Scusate se ne elenco alcune: Riforma psichiatrica, Statuto dei lavoratori, Riforma sanitaria, Riforma del diritto di famiglia, Legge che abolisce le classi speciali, il divorzio. Il nostro contributo è stato importante e la società italiana è migliorata. Culturalmente in particolare nel rapporto con l’autorità (tutte, dal padre al ministro degli interni, al caporeparto, al professore, potevano essere messe in discussione) e nella promozione del ruolo della donna.

2.⁠ ⁠Successe che nelle elezioni del 1976, i tre gruppi maggiori della sinistra extraparlamentare (Manifesto-PDUP, Avanguardia Operaia e Lotta Continua)  si presentarono uniti come Democrazia Proletaria e presero 1,6% e 6 deputati mentre noi sognavamo un risultato del 10 % e un governo delle sinistre con il PCI. Questa sconfitta portò a uno sgretolamento del movimento. E mentre pochi continuarono l’esperienza, i più si ritirarono dall’impegno politico, con gruppi che si persero nell’uso di droghe, altri, non propriamente dell’area di Democrazia Proletaria ma di settori più radicali, divennero terroristi delle BR o Prima Linea e altri fecero altro. Si dedicarono ad una professione, cominciarono a gestire il tempo libero occupato prima dalla politica andando al cinema, leggendo un romanzo o viaggiando.

3.⁠ ⁠Ma questa foto di Marx esprime bene come quella esperienza storica che stava dietro il nostro impegno, quella del comunismo, mentre ha rappresentato un incredibile scarto nella storia dell’emancipazione dei deboli a livello globale, ha prodotto tragedie nella sua applicazione pratica.

4.⁠ ⁠ La creazione dell’uomo nuovo e il comunismo come sintesi suprema in cui viene rimossa ogni contraddizione sociale e la liberazione concreta dell’individuo umano con la storia che raggiunge il suo compimento dopo la dittatura del proletariato, era un orizzonte impossibile, una cosa irreale come “Ama il tuo nemico o porgi l’altra guancia” del Vangelo, o “Rispondi al male con il bene” del Corano.
L’uomo non è buono. “Il partito ha avuto il sopravvento sui Soviet” e non poteva che andare così.

5.⁠ ⁠Ma “Lo scavare alla ricerca di un tesoro che non esiste dissoda ogni zolla, dispone la terra ad essere fertile” (Passerini). E così è avvenuto l’avanzamento culturale e materiale di cui parlavo prima. È necessaria quindi un’utopia ?
Non lo so…certo che senza un forte movimento sociale nelle società vincono i ricchi.

6.⁠ E lo sappiamo bene nell’epoca attuale zeppa di qualunquismo, pessimismo, cinismo …e qui vorrei leggere un pezzo di Calvino scritto quasi 50 anni fa. Ma ancora attuale.
“Abbiamo detto che un rapporto affettivo con la realtà non ci interessa; non ci interessa la commozione, la nostalgia, l’idillio, schemi pietosi, soluzioni ingannevoli per la difficoltà dell’oggi: meglio la bocca amara e un po’ storta di chi non vuole nascondersi nulla della realtà negativa del mondo. Meglio sì, purché lo sguardo abbia abbastanza umiltà e acume per esser continuamente capace di cogliere il guizzo di ciò che inaspettatamente ti si rivela giusto, bello, vero, in un incontro umano, in un fatto di civiltà, nel modo in cui un’ora trascorre…Non possiamo sopportare la sufficienza, il cinismo freddo, lo sguardo di chi sa tutto e non si brucia, di chi non rispetta e ammira il fare, l’ardire, il durare degli uomini e delle donne. La coscienza acuta del negativo non vogliamo per nulla attenuarla, proprio perché essa ci permette d’avvertire come continuamente sotto di esso qualcosa si muove e travaglia, qualcosa che non possiamo sentire come negativo, perché lo sentiamo come nostro, come ciò che sempre finalmente ci determina.”

7.⁠ ⁠Penso che siano due le antropologie che ci caratterizzano come umani.
Quella secondo cui noi non cerchiamo per natura amici, ma ci avviciniamo a persone da cui ci vengano onore e vantaggi. L’essere umano sarebbe infatti mosso soltanto da spinte alla competizione, alla diffidenza e alla gloria, spinte che lo portano a condurre come ‘homo homini lupus’, una vita solitaria, misera, sgradevole.
Tuttavia, c’è un’altra antropologia secondo cui l’essere umano sarebbe dotato di una naturale socievolezza e la sua costituzione morale è considerata una combinazione di ragione e sentimenti. La natura umana sarebbe orientata alla simpatia, sensibile al dolore e all’umiliazione del prossimo, aperta alla libertà, capace di ragionare, argomentare, disapprovare, convenire.
Contento di provare ancora oggi emozione quando ascolto la musica dell’Internazionale, e irritazione per le auto di lusso, mi sento di appartenere più alla seconda antropologia.

8.⁠ ⁠Concludo. L’impegno politico-sociale che ha rappresentato in quel periodo una parte essenziale della mia condizione esistenziale, e ancora lo rappresenta in un altro modo, è solo un pezzo di vita e non so se il più importante. Questa consapevolezza non ce l’avevo. La politica era tutto o quasi.
Ma…vi cito una frase di un romanzo che sto leggendo, si chiama “Ferrovie del Messico”.
“Triste nel profondo, istintivamente, come tutti gli esseri umani consapevoli e sensibili, ma entusiasta. E l’entusiasmo piomba la tristezza, riempie quella cavità che è l’anima umana”.

Sugli anni ’70 a Cologno Monzese: Dana Perziano (6)

Serata sugli anni ’70 a Cologno – 21 aprile 2026

di Dana Perziano

Quando Antonio [Tagliaferri] mi ha chiesto una breve testimonianza sugli anni ‘70 a Cologno, mi sono venute in mente moltissime cose, troppe visto il poco tempo a disposizione, ho quindi deciso di concentrarmi solo sulle tre cose principali che salverei di quel periodo, con particolare riferimento all’esperienza del Circolo la Comune, tre cose che credo possano servire come spunti di riflessione per l’oggi e per il futuro. Ci saranno, o almeno lo spero, altre occasioni per confrontarci sul resto.

La prima cosa è facile da immaginare, ha a che fare con la partecipazione, la voglia di esserci, di contare, di far sentire la propria voce.

Sono arrivata al Circolo la Comune giovanissima, avevo 14 anni, talmente presto che ancora non si chiamava Circolo La Comune ma La Casa, come a sottolineare la dimensione affettiva, intima, di accoglienza, di apertura al mondo, che soprattutto nella fase iniziale ha caratterizzato quello spazio. Per me fu amore a prima vista.

Fu amore a prima vista perché lì ho trovato proprio quello che cercavo: uno spazio di libertà, senza adulti, senza le loro regole e imposizioni, un posto in cui incontrare altri giovani simili a me, fare amicizia, confrontarmi, ma anche ascoltare musica, giocare, innamorarmi… Uno spazio privo di adultità, come direbbero i sociologi di oggi. Il sogno di ogni adolescente che si rispetti! 

Ma volevo anche dell’altro, volevo un posto in cui condividere gli ideali di uguaglianza che già mi frullavano per la testa, la volontà di lottare per una società migliore, la responsabilità del provare a farlo.

D’altra parte, ero figlia dello spirito dei tempi, anni di ribellione, di messa in discussione dello status quo, di grande cambiamento. C’erano già era stati il ‘68 con il movimento studentesco e il suo antiautoritarismo, le grandi lotte operaie, l’autunno caldo, le grandi conquiste sindacali, ecc., ecc.

Quel vento di rivolta spirava per ogni dove, nelle fabbriche, nei quartieri, nelle scuole, nelle università, persino negli oratori.

Con il mio piccolo gruppo di amici, tutti giovanissimi come me, arrivavo al Circolo la Comune proprio da un oratorio, quello di Santa Maria, anche lì la dimensione dell’impegno sociale e politico era presente. Eravamo già fortemente orientati a sinistra: frequentavamo preti operai, leggevamo Don Milani e la sua Lettera a una professoressa, facevamo doposcuola ai ragazzini in difficoltà e molto altro ancora.

Ripenso con tenerezza alle domeniche pomeriggio in cui andavamo a piedi da Cologno a Cascina Gatti per sentire la messa di Don Cesare, un prete operaio che amavamo particolarmente. Lo facevamo con entusiasmo e passione, una sorta di precisa scelta d’appartenenza che ci faceva sembrare dei marziani agli occhi dei molti coetanei che preferivano cinema o festicciole danzanti.

La seconda cosa che terrei stretta è l’importanza che attribuivamo alla cultura, e al sapere. 

Si potrebbe dire che galeotta fu la scuola o meglio alcuni insegnanti che abbiamo incontrato nel nostro percorso scolastico, e che hanno svolto un importante ruolo propulsivo in questo senso. Forse un po’ troppo ideologici e manichei, hanno avuto il merito di spingerci ad aprirci al mondo e alla conoscenza, convinti che la cultura fosse uno strumento formidabile di emancipazione personale e sociale. Ritenevano, e a ragione, che per noi ragazzi di periferia quello e non altro fosse l’essenziale.

Ricordo che capitava che alcuni di quegli insegnati girassero per le case a convincere i genitori a far proseguire gli studi agli studenti meritevoli. Tale era l’autorevolezza e il credito di cui godevano, che il più delle volte ci riuscivano. Incredibile a ripensarci oggi!

Eravamo frutto della scolarizzazione di massa. Per dirla come Guccini Son della razza mia per quanto grande sia la prima che ha studiato” e insieme a me moltissimi altri, compresi i tanti studenti lavoratori che lavoravano di giorno e frequentavano le scuole superiori la sera e il sabato pomeriggio.

Certo, a quei tempi la scuola era tenuta in alta considerazione, l’ascensore sociale funzionava ancora, ma più che l’interesse verso il posizionamento sociale e la carriera, ci muoveva l’idea che la cultura ci arricchisse, ci migliorasse come persone e insieme a noi migliorasse la società.

L’ultima cosa che terrei non stretta, ma strettissima è il femminismo e la sua rivoluzione. Una rivoluzione che arrivò fino alla nostra grigia periferia. 

Quando irruppe, il femminismo scombinò parecchie cose, fece saltare parecchi equilibri. Questo perché cambiò il paradigma di riferimento: anche gli sfruttati sfruttano, non solo gli sfruttatori. E chi sfruttano? Neanche a dirlo, le donne.  La contraddizione principale si spostava così dall’asse capitale/lavoro a quello uomo/donna.

Non era questione di capitalismo ma qualcosa di molto più profondo e trasversale, che arrivava dalla notte dei tempi. 

Nel collettivo femminista che avevamo messo in piedi noi ragazze del Circolo scoprimmo una cosa di grande impatto, destinata a cambiare le nostre vite: molti dei problemi, dei patimenti, delle insicurezze che ci portavamo appresso non dipendevano da noi e da nostre mancanze individuali, ma dalla differente distribuzione di potere tra uomini e donne nostra società.

Il privato è politico, era il nostro slogan d’elezione, la nostra cifra distintiva. Pensavamo che del privato bisognasse parlare e che sul privato si dovesse agire per scardinare il sistema patriarcale che ci opprimeva.

Fu un vero e proprio capovolgimento! Di recente, un amico parlando di quel periodo mi diceva: “Dovevamo chiedere il permesso di fare cose che avevamo sempre fatto senza chiedere niente”. Una sintesi illuminante, che ben descrive il cambiamento che sopraggiunse.

Non era evidentemente solo una questione di conquiste sociali quali il diritto al divorzio, l’aborto legalizzato, i consultori, nuovo diritto di famiglia e così via. Tutte conquiste ovviamente sacrosante, ma di un modo radicalmente diverso di percepire i rapporti uomo donna e di guardare al mondo.

Con il nostro femminismo volevamo cambiare gli stili di vita, le mentalità, i comportamenti e, almeno in parte, ci riuscimmo. Possiamo esserne fiere.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sugli anni ’70 a Cologno Monzese: Marco Cavedon (5)

Serata anni ’70

di Marco Cavedon

Una bella serata, sì. Grazie quindi a chi l’ha voluta organizzare e, in particolare, da parte mia, a chi ha pensato che le canzoni, del gruppo Yu Kung e non solo, potessero essere una rappresentazione dello spirito dei tempi. Eravamo giovani, ingenui e generosi. Oggi siamo vecchi, qualcuno ancora ingenuo e generoso. Io sono sicuramente ingenuo: buonista, pacifista, ecologista, gentile …. consapevolmente ingenuo, perché chi si dice realista e afferma che non si può cambiare il mondo ha torto. In realtà è esattamente il contrario: non si può non cambiare il mondo: ogni decisione che prendiamo, ogni parola detta, o non detta, ogni voto dato, o non dato, ogni acquisto fatto, o non fatto, ogni sorriso, ogni vaffanculo cambiano il mondo; di poco, certamente, siamo 8 miliardi! Ma lo cambiano. Quindi la scelta non è fra cambiare o non cambiare, ma se cambiare in meglio o in peggio, ed è una scelta che facciamo cento volte, ogni giorno.
Io credo che ritrovarsi abbia questo senso qui: guardarsi in faccia e ripromettersi di andare avanti su questa strada di responsabilità consapevole. Oggi più che mai.
Su quegli anni non ho nostalgia, né rimpianti, ma neppure pentimenti: sono stati il nutrimento su cui ho costruito la mia vita, come dice molto meglio di quanto sappia scrivere io, in un articolo di 10 anni fa (che vi condivido) Carlo Rovelli, il più grande fisico italiano, insieme a Giorgio Parisi, oggi entrambi impegnati, non a caso, contro fossili e nucleare.

 

Carlo Rovelli (dal Corriere della sera, 2017)

Il movimento è stato l’espressione di uno dei grandi sogni che hanno spazzato non l’Italia ma il mondo intero per il breve ventennio che va dagli anni Sessanta alla fine degli anni Settanta. Sono stati anni in cui una parte considerevole della gioventù del mondo intero ha sognato e sperato intensamente di poter cambiare la realtà sociale in modo radicale. Non è stato certo un movimento di pensiero strutturato e coerente, anzi, era disperso in rivoli. Ma nonostante le grandi diversità, tutti questi rivoli sentivano di appartenere allo stesso fiume, dalle piazze di Praga alle università di Città del Messico, dal campus di Berkeley a piazza Verdi a Bologna, dalle comuni hippie rurali e urbane della California ai guerriglieri sudamericani, dalle marce cattoliche per il terzo mondo agli esperimenti dell’antipsichiatria inglese, da Taizé a Johannesburg, nella strepitosa differenza di atteggiamenti specifici, c’era il riconoscimento di appartenere allo stesso grande fiume, di lottare per un mondo molto diverso.
Era il sogno di costruire un mondo dove non ci fossero forti disparità sociali, non ci fosse dominio dell’uomo sulla donna, non ci fossero confini, non ci fossero eserciti, non ci fosse miseria. Era il sogno di sostituire la collaborazione alla lotta per il potere, di lasciarsi alle spalle i bigottismi, i fascismi, i nazionalismi, gli identitarismi, che avevano portato le generazioni precedenti a sterminare cento milioni di esseri umani durante le due guerre mondiali.
Solo a nominare oggi queste idee sembra di parlare di deliri. Eppure eravamo in tanti a crederci, in tutto il mondo. Di questo parlavamo i miei amici e io in quegli anni. Non certo della paura del precariato. Se vogliamo ricordare qualcosa di quelli anni, è questo che io ricordo.
È stato inutile sognare? Non credo. Per due motivi. Il primo è che per molti di noi quei sogni hanno rappresentato il nutrimento fertile su cui costruire la vita. Alcuni di quei valori sono rimasti radicati dentro di noi e ci hanno portato. La libertà di pensiero estrema di quegli anni, in cui tutto sembrava possibile ed esplorabile e qualunque idea sembrava modificabile, è stata la sorgente per cui molti di noi hanno fatto quello che poi hanno fatto nella vita Il secondo motivo non so se sia credibile o no. Ma esiste lo stesso. Spesso nella storia i sogni di costruire un mondo migliore sono stati sconfitti. Ma hanno continuato a lavorare sotterraneamente. E alla fine hanno contribuito a cambiare davvero. Io continuo a credere che questo mondo sempre più pieno di guerra, di violenza, di estreme disparità sociali, di bigottismo, di gruppi nazionali, razziali, locali, che si chiudono nella propria identità gli uni contro gli altri, non sia l’unico mondo possibile. E forse non sono il solo.

Sugli anni ’70 a Cologno Monzese: Ornella Garbin (4)

di Ornella Garbin

Ciao a tutti,

Per chi non mi conosce, mi chiamo Ornella Garbin e ho fatto parte del gruppo On the road again che ha pubblicato il libro sulla nostra storia colognese di quegli anni e in quanto ideatrice e grafica l’ho anche costruito. Dopo di che, non soddisfatta, perché il mio baule dei ricordi era strapieno di materiali, e perché amo costruire libri e riviste, ne ho fatto uno tutto mio, più personale, che regalerò questa sera ad alcuni amici presenti e a CSD.  L’ho fatto solo per regalarlo ad amici, figli di amici che sapevo interessati e nipoti, due dei quali, ventenni, italo francesi, mi avevano confessato che erano molto dispiaciuti di non aver vissuto in quei tempi. Non sapevo quanto ne sapessero, oltre alla musica e ai viaggi in autostop, (è difficile farli parlare a lungo) e quindi ho provveduto.

Ho da poco compiuto 70 anni e sono stata e sono ancora, dentro, una ragazza degli anni settanta.                 Noi, all’epoca, abbiamo còlto un vento che veniva da lontano. Credo che una delle mie prime manifestazioni da studentessa sia stata contro la guerra in Vietnam, finita nell’aprile del 1975.                     Mi ricordo che ho molto sentito nell’animo quella guerra, perché pure io, classe 1956, mi sentivo nata nel dopoguerra essendo cresciuta con i paurosi racconti dei miei genitori e nonni. Meglio, di mia madre e di mia nonna, perché gli uomini erano più restii a parlare della loro guerra. Racconti di esplosioni e pezzi di corpi sugli alberi. E la gente che si rifugiava come topi e il rumore degli aerei di guerra sulla testa.

Poi c’è stato tutto il resto, lotte operaie, lotte studentesche, lotte sociali e femministe. Perché vi parlo soprattutto di guerra, perché credo, mentre scrivo questo testo si è votato per il referendum e ha vinto il nostro NO, credo, che questa affluenza al voto, soprattutto da parte delle nuove generazioni, sia anche grazie ad una spinta fortemente pacifista. I giovani oggi hanno mille problemi, molti più di noi, ma la paura più grande, io penso, sia immaginare, su di noi, la distruzione totale vista a Gaza e in Ucraina e ovunque nel mondo dove si combatte. Oggi, molti rischi li stiamo correndo anche per il clima, ma la stupidità e la violenza della guerra è veramente insopportabile.

Quindi sono molto felice quando leggo i reporter di NUOVA GENERAZIONE, per esempio, che io seguo in rete malgrado la mia età. E credo che in loro ci sia quella scintilla. La stessa che ci ha permesso di cambiare la società, con la consapevolezza di voler aderire ad un’idea diversa di mondo. Non certo in quel “Dio, Patria e Famiglia” che hanno tentato e tentano sempre di farci ingoiare. All’epoca non ci fu Democrazia cristiana che tenne, né prediche nel dì di messa.  Si votò in larga maggioranza per il divorzio e poi per l’aborto libero e sicuro e poi più avanti contro il nucleare e per l’acqua come bene comune.

Allora, come oggi, si percepiva una condizione di crisi, di estrema difficoltà. L’essere umano, soprattutto quello occidentale, industriale, si era eretto un muro tra sé e la realtà, tra sé e la Natura.

Noi invece eravamo naturisti e comunitari, perché spesso vivevamo in famiglie dove mancava l’aria e cercavamo altri luoghi dove sentirci a casa, più liberi. Infatti quello spazio, quel vecchio cinema all’aperto abbandonato, che fu poi chiamato Il Circolo la Comune, all’inizio lo chiamavamo semplicemente La Casa.

Come per il jazz, l’assolo esiste perché un INSIEME reagisce, sostiene, rilancia. Noi non ci sentivamo soli, eravamo appunto un NOI, che riuniva molte, infinite personalità, malgrado usassimo spesso gli stessi slogan e io penso e spero che questo miracolo si ripeta ancora e ancora…magari questi vitali, coraggiosi giovani che lottano oggi, anche in modo diverso dal nostro, non sono tantissimi, ma pure noi non eravamo tantissimi, però ci siamo fatti sentire. Eccome se ci hanno sentito.

Finisco con una frase che ho inserito nel mio libro MEMORY su quegli anni:

Far dialogare passato e presente fa sì che si possano reinventare sia l’uno che l’altro e da questa invenzione si produce il futuro.

 

Sugli anni ’70 a Cologno Monzese: Roberto Galofaro (3)

di Roberto Galofaro

Non volevamo morire democristiani.

Ci rivediamo con qualche ruga in più e qualche certezza in meno, ma con quella memoria ostinata che non ha mai voluto farsi archiviare. Noi veniamo da un tempo in cui pensavamo davvero che il mondo fosse malleabile, che bastasse organizzarsi, studiare, lottare — e sì, anche sbagliare — per piegarlo verso la giustizia.

Il ’68, in realtà da noi tutto cominciò nel 1969,  non è stato una fotografia in bianco e nero buona per i documentari. È stato un laboratorio vivo: culturale, sociale, economico. E se oggi vogliamo essere onesti fino in fondo — con noi stessi prima ancora che con la storia — dobbiamo anche dire cosa ha lasciato di positivo, cosa ha cambiato davvero, cosa resiste ancora sotto le macerie di questi decenni.

Prima di tutto, abbiamo rotto il silenzio. Può sembrare poco, ma non lo è stato. Abbiamo gridato. In un’epoca di conformismo,  anche alle future generazioni che l’autorità non è sacra, che può essere contestata, criticata, persino sfidata. Nelle università, nelle scuole, nelle fabbriche: abbiamo aperto spazi di parola dove prima c’era solo obbedienza.  Dopo è diventato normale discutere un professore, contestare un capo, chiedere conto a chi governa. Prima non lo era

Devo anche riconoscere che molte cose stanno tornando. È un segno della nostra sconfitta, non essere riusciti a far diventare “normale” la contestazione del potere.

Abbiamo allargato i diritti. Non solo sulla carta, ma nella vita concreta. Il lavoro è diventato — almeno per un periodo — meno arbitrario, più contrattato. Le condizioni nelle fabbriche sono cambiate anche grazie a quella spinta. La scuola e l’università hanno iniziato a essere meno elitarie, più accessibili. Non era la rivoluzione, certo, ma era una trasformazione reale.

Dubbio: a volte mi viene il dubbio che siamo stati delle mosche cocchiere. Come una mosca posata sulla spalla del cocchiere e pensa che sai lei a guidare la carrozza.  L’episodi che più mi fa venire questo dubbio è la storia di Franca Viola.  Franca Viola fu rapita e violentata nel 1966 in Sicilia (io avevo 13 anni) e, cosa inaudita all’epoca, rifiutò di sposare il violentatore e lo denunciò.  Ricordo una discussione a casa mia, che era frequentata solo da operai ex contadini e pochissimi avevano la licenza media. Eppure la discussione era limpida e unanime : “La ragazza  havi raggione”. Lo dicevano tutti.   I tempi erano maturi, le persone erano mature per il cambiamento.

E poi c’è stata una rivoluzione culturale, forse la più profonda. Abbiamo messo in discussione i ruoli, le gerarchie familiari, i rapporti tra uomini e donne. Abbiamo aperto la strada a battaglie che altri hanno portato avanti con più lucidità e continuità — penso al movimento femminista, per esempio — ma senza quella scossa iniziale, senza quella crepa, molte di quelle conquiste sarebbero arrivate molto più tardi, o in forme più deboli.

Abbiamo anche cambiato il linguaggio. Può sembrare una cosa da intellettuali, ma il linguaggio è potere. Abbiamo introdotto parole nuove, modi nuovi di raccontare il mondo: sfruttamento, alienazione, partecipazione, autonomia. Parole che oggi magari suonano logore, ma che allora erano strumenti per leggere la realtà, per non subirla passivamente.

E soprattutto, abbiamo restituito dignità all’idea che la politica non fosse solo delega, ma partecipazione diretta. Che non bastasse votare ogni tanto, ma che bisognasse esserci, nei luoghi in cui la vita accade. Questa è una lezione che è stata tradita, svuotata, trasformata in rituale — ma resta una delle eredità più importanti.

Certo, non voglio raccontarla come una stagione senza ombre. Non lo è stata. Ci sono stati errori, rigidità ideologiche, illusioni di purezza. E qualcuno ha imboccato strade che hanno fatto male, molto male. Sarebbe disonesto non dirlo. Ma sarebbe altrettanto disonesto lasciare che siano solo quelle ombre a raccontare tutto.  Noi, intendo il nostro gruppo di Cologno non siamo stati toccati dal terrorismo. Nessuno di noi ha ucciso, nessuno ha usato violenza. Non è poco per chi ha attraversato quei tempi.

Io, come molti di voi, dicevo che non sarei mai morto democristiano. Poi abbiamo visto il riflusso, l’ascesa dell’individualismo, il berlusconismo che ha trasformato la politica in spettacolo e il cittadino in spettatore. E oggi, diciamolo senza giri di parole, vediamo riaffiorare fantasmi che pensavamo sepolti, con una leggerezza che fa impressione.  Se all’epoca ci avessero detto che Quelli del Movimento Sociale avrebbero guidato il governo   ci saremmo messi a ridere. Eppure  siamo qui.

E allora viene facile il disincanto. Viene facile pensare che sia stato tutto inutile. Ma non è così. Perché, ripeto,  molte delle libertà che oggi diamo per scontate sono figlie anche di quella stagione. Il problema è che le conquiste non sono eterne: se non vengono difese, si svuotano, si normalizzano, si perdono.

Forse il nostro errore è stato credere che la storia avesse una direzione garantita. Non ce l’ha. Ogni generazione deve ricominciare da capo. Noi abbiamo fatto la nostra parte, nel bene e nel male. Non perfetta, ma necessaria.

Oggi non siamo più quelli dell’assalto. Siamo quelli che possono ancora raccontare cosa significa non accettare il mondo così com’è. Non per nostalgia, ma per responsabilità. Perché se c’è una cosa che il ’68 ci ha insegnato davvero è che nulla è immutabile — nemmeno ciò che oggi sembra inevitabile.

Non rinnego nulla di quegli anni. Ma non li mitizzo più. Erano pieni di contraddizioni, come noi. Ed è proprio per questo che erano vivi.

Certo eravamo spesso irragionevoli, impazienti ed arrabbiati. Ora siamo pazienti, ragionevoli e calmi. In un parola: peggiori o, forse, solo più vecchi.

Alziamo pure i bicchieri, allora — non alla giovinezza perduta, ma a ciò che abbiamo mosso e che, in qualche forma, continua ancora a muoversi. Perché finché resta anche solo una traccia di quella inquietudine, vuol dire che la storia non è finita.

E che, forse, non abbiamo ancora detto l’ultima parola.

 

Sugli anni ’70 a Cologno Monzese: Donato Salzarulo (2)

di Donato Salzarulo

CHE COSA CI SERVE RICORDARE PER AFFRONTARE I PROBLEMI DEL NOSTRO PRESENTE? PER UNA POLITICA DELLA MEMORIA.

Su come ho vissuto gli anni Settanta ho scritto tre lunghi articoli leggibili in Rete: il primo «In mare aperto: tra revisioni e revisionismo» (qui), del settembre 2011, fa il punto sul mio “romanzo di formazione” teorica e sui miei orientamenti a quella data; il secondo «Il mio Sessantotto: il respiro della libertà» (qui), del gennaio 2018, è una testimonianza sulla mia partecipazione al movimento studentesco dell’Università di Torino, dove studiavo; il terzo «I miei anni Settanta a Cologno» (qui e qui), del giugno 2019, racconta la mia esperienza nel Gruppo operai-studenti e in Avanguardia Operaia…
Li ho riletti per questa occasione e li trovo ancora validi. Se vi capita, potete leggerli.
Dico subito che, scrivendo quei testi, non rispondevo ad un’esigenza di ricostruzione storica complessiva di quel periodo. Sono interessato a una “politica della memoria” o, se preferite, a “un uso pubblico della storia”. A questo fine ritengo proficuo il concetto di “passato utile”. La domanda centrale, in questo caso, diventa: che cosa ci serve ricordare per affrontare i problemi del nostro presente? Nel caso specifico, credo che gli storici dovrebbero darsi da fare per combattere o, almeno, ridimensionare quella sorta di equivalenza per cui gli anni Settanta sarebbero stati prevalentemente “anni di piombo” e/o di “terrorismo rosso”. Su quello “nero” si sorvola e sullo “stragismo” ancora di più.Già lo facevo nella mia ricostruzione. In questa occasione lo ribadisco con maggiore decisione: questa etichetta va respinta. Gli anni Settanta non furono “anni di piombo”. A Cologno, come in tutta Italia. Per quanto mi riguarda furono anni:

a) Caratterizzati dal fenomeno delle migrazioni interne, in particolare dal Sud verso il Nord. Una città come Cologno passò in vent’anni, dal 1960 al 1980, da 6.664 abitanti a 47.428. Più di 40.000 in più ad un ritmo di oltre 20.000 a decennio. Questa sì che fu un’invasione! Oggi Cologno Monzese ha gli stessi abitanti del 1980.

b) Di protagonismo dei giovani (in particolar modo degli studenti, fino a vagheggiare in un primo momento una sorta di “potere studentesco”), degli operai (l’autunno caldo del ’69 si prolungò abbastanza per tutto il decennio fino alla sconfitta della Fiat) e delle donne (dall’emancipazione alla liberazione, alla nascita e affermazione del pensiero femminile e femminista della “differenza”)

c) Di conquiste sociali: dall’abolizione delle “gabbie salariali” al Contratto nazionale, allo Statuto dei lavoratori, alle 150 ore, alle lotte contro la nocività sul lavoro e nell’ambiente; l’affermazione di diritti civili come il divorzio e l’aborto; la riforma del diritto di famiglia, l’inserimento dei disabili nelle scuole, la chiusura dei manicomi, l’istituzione degli Organi collegiali e lo Statuto giuridico dei lavoratori della scuola, l’istituzione del tempo pieno nella scuola dell’obbligo, l’abolizione del Patronato scolastico, la riforma della sanità, ecc. La parola riforma significò in quegli anni davvero riforma e non “schiforma” o controriforma come è capitato negli anni successivi.

d) Di redistribuzione del reddito a favore dei ceti più deboli e delle classi lavoratrici. Furono anni di inflazione a due cifre. Per fortuna c’era la “scala mobile”, cioè l’adeguamento automatico di salari e stipendi rispetto all’aumento del costo della vita. La Confindustria e le altre associazioni padronali, dopo la marcia dei 40 mila alla Fiat nel mese di ottobre del 1980, fecero pressioni sui Governi per abolire questo strumento di difesa e Craxi col “decreto San Valentino” nel 1984, tagliò tre punti. L’anno successivo ci fu il referendum abrogativo. Vinsero i No. Questa vittoria rappresentò una grave sconfitta politica della sinistra e dei lavoratori.
A luglio del 1992 la scala mobile fu definitivamente abolita. Questa è una vicenda storica che merita di essere ricordata proprio in periodi come questi in cui, a causa della guerra in Ucraina prima e in Iran adesso, i prezzi del petrolio sono schizzati in alto e l’inflazione in pochi anni ha tagliato il potere d’acquisto di salari e pensioni intorno al 20%

e) Della crisi energetica del 1973 dovuta all’aumento del prezzo del petrolio, a causa alle guerre arabo-israeliane del 1967 e del 1973, le petroliere furono costrette a circumnavigare l’Africa e i Paesi mediorientali aumentarono le royalty.
Quelli della mia età ricordano ancora piacevolmente le domeniche a piedi o in bicicletta per il divieto dell’uso delle automobili (in quel tempo io neanche ce l’avevo!); al di là del piano di austerità preparata dal governo Rumor dell’epoca, in quei giorni cominciò a circolare la parola “ecologia”; parola che, soprattutto per noi cittadini lombardi, si impose ancora più col “disastro di Seveso” nel 1976, quando la diossina si disperse in un vasto territorio per un guasto alla fabbrica ICMESA. Laura Conti (Udine,1921 – Milano,1993), nel ruolo di consigliera regionale del PCI condusse un’efficace campagna d’informazione e di denuncia dell’eccezionale gravità della situazione. Da qui l’origine nella normativa europea della “Direttiva Seveso”. Al suo notevole impegno si deve nel 1980 la formazione della “Lega per l’ambiente”, divenuta poi Legambiente. Il famoso disastro di Ĉernobyl avvenne nel 1986; forse molti non ricordano che nel marzo del 1979, in Pennsylvania (USA) nella centrale nucleare Three Mile Island si verificò una parziale fusione del nocciolo nel reattore N. 2 con il rilascio nell’ambiente di piccole quantità di gas radioattivi e iodio.

f) Fra pochi giorni ricorre il 25 aprile. In questa occasione, negli anni Settanta, il nostro slogan più ripetuto era: «La Resistenza è rossa non è democristiana». Lo slogan indubbiamente non corrispondeva alla realtà storica del CLN al quale partecipavano non soltanto i comunisti. Ma il senso di quella precisazione era chiaro. Una componente assai importante della Resistenza aveva connesso in un’unica battaglia antifascismo e anticapitalismo. In breve, lottava per una nuova società in cui il rapporto di produzione capitalistico non la facesse più da padrone. Di questa volontà sono rimaste tracce, ad esempio, nell’art. 42 Costituzione. Tant’è che Berlusconi ogni tanto la bollava come “sovietica” e “dirigista”. Nel recente referendum molti giovani probabilmente hanno difeso la Costituzione anche per questo. La democrazia è un progetto più ampio ed inclusivo di quello liberale e di quello populistico sbandierato dalla premier Meloni.

È chiaro che dagli anni Settanta ad oggi è cambiato quasi tutto. È cambiato il mondo in tante parti e per molti aspetti. Ritengo, però, che gli elementi ricordati siano utili per un nuovo protagonismo nel presente: è necessario lottare, riconoscerci, esprimerci solidarietà reciproca come avveniva negli anni Settanta. Abbiamo bisogno di lottare contro le guerre, gli stermini, i genocidi; contro le nuove schiavitù e per migliorare le nostre condizioni materiali, sociali e culturali. Abbiamo bisogno di un reddito di cittadinanza e di vedere aumentati i nostri salari, i nostri stipendi, le nostre pensioni: istituire una nuova “scala mobile” non sarebbe una cattiva idea. Occorre lottare contro la nocività degli ambienti e contro le tante morti per infortuni sul lavoro. Dobbiamo assolutamente dire addio al petrolio e ai fossili per città meno inquinate e salvaguardare il nostro pianeta. Abbiamo bisogno di eguaglianze sostanziali, di libertà non egoistiche, di fraternità nelle differenze. È necessario unirsi, fraternizzare, al di là delle generazioni, delle provenienze, delle etnie, delle religioni, delle culture. Abbiamo bisogno di una democrazia sostanziale, più ricca ed inclusiva e di una società non dominata dalla religione del denaro e del capitale.

 

21 aprile 2026

 

Sugli anni ’70 a Cologno Monzese: Ennio Abate (1)


di Ennio Abate

Quello che avevo da dire sugli anni 70 a Cologno Monzese l’ho scritto in “Storie di Periferie” del 2020:

Ricordiamo pure  il 68 o gli anni 70 a Cologno:
 la lotta per la scuola materna del Quartiere Stella, il lavoro di organizzazione del «Gruppo Operai e studenti» tra gli operai delle piccole fabbriche (Bravetti, Panigalli, Siae microelettronica, Trapani Rosa, Intergrafica ed altre), la sede del Centro Studi e poi di Avanguardia Operaia in Viale Lombardia 49, la rete di contatti politici che costruimmo tra Milano, Cologno, Brugherio, Sesto San Giovanni e Cinisello, il Comitato scuola che si batté contro i doppi turni e occupò le scuole di Via Boccaccio e Via Liguria, il Comitato quartieri che organizzò l’occupazione delle case di via Papa Giovanni XXII, la contestazione di un comizio di Almirante in Piazza Italia.

MA è onesto e d’obbligo ricordare e ragionare sui vari ‘68 E seguire i rivoli successivi e separati.
 Non mi va chi si sceglie o si ritaglia un ’68 «innocente» e solo «libertario» rovinato dalla “strumentalizzazione” dei gruppi extraparlamentari (AO, Pdup, LC).
 Non mi va chi si sceglie o coltiva nella memoria un ’68 tutto «democratico» e «costituzionale», «non violento» e immagina che sarebbe continuato a scorrere –, senza conflitto – come un placido fiume verso un futuro di democrazia progressiva e poi socialista,

Quel movimento e quegli anni Settanta furono compositi e pieni do contrasti. come oggi..   e una rilettura delle testimonianze raccolte nel 2020 in storie di periferia. cologno monzese negli anni ’70 lo dimostra.

Anche qui a Cologno. Ci furono in una prima fase quelli che vennero calamitati dal «Gruppo Operai e studenti» e poi scelsero di stare – più o meno convinti – con la sezione di «Avanguardia Operaia».
 E, più tardi spuntarono quelli del «Circolo La Comune» di Via don Giudici, che volevano “cambiare la vita”, interessati soprattutto alla rivolta antiautoritaria, alla rivoluzione sessuale, alla nuova musica. 
Poi arrivò la sconfitta. Certi nodi contraddittori, presenti nel dibattito  già nel ’68 – non furono mai del tutto chiariti o sciolti. Nodi che si complicarono con il femminismo. E poi con il lottarmatismo. 

In tutti questi decenni ho cercato di capire il perché della sconfitta, ma sempre considerando insieme tutte queste varie  “anime” venute fuori da quel grande movimento.  Che a tratti si fusero, altre volte si sfiorarono, altre si divisero e alla fine si combatterono anche mortalmente.

Il ’68 entusiasmante e irripetibile è stato – ripeto – un lampo, una effimera e giovanile “età dell’oro”,un granello  di una grande tempesta di sabbia  arrivò anche a Cologno,
ma il ’68 «democratico» e «costituzionale» già con le bombe a piazza Fontana rimase inchiodato dalla strategia della tensione in una terra di mezzo che  non poteva durare. 
E, infatti, quando si andò verso la “soluzione” – in apparenza moderata e sensata, in realtà fallimentare e rinunciataria – del «compromesso storico», provocò il colpo di coda cieco e disperato delle BR. 
E si arrivò, diluita nel tempo, alla sconfitta di tutti gli attori politici: della sinistra storica. della nuova sinistra e poi anche dei lottarmatisti. 
Si imposero scelte niente affatto felici né innocenti.  Per alcuni furono drastiche, distruttive, autodistruttive (il terrorismo, l’eroina). Per altri furono di “ritorno all’ordine” o di solitudine. Per altri ancora (tra cui molte «sorelle») furono di adesione disincantata alla “modernizzazione” della «Milano da bere».

Non posso non vedere, dunque, che, come nel ritratto di Dorian Gray,  il ’68 si presenta oggi col volto di una sirena invecchiata e che l’«adesso» ne è di fatto la completa negazione.

Ho preso atto nel tempo della dispersione di quel «noi» che pur avevamo costruito e che in questa città aveva smosso qualcosa. 
Molti ex compagni di allora si dovettero sparpagliare nel PCI e poi nei DS e poi nel PD e poi in CSD. Altri andarono coi Verdi o  con Berlusconi. Altri si isolarono. 
La libreria Celes resistette e poi chiuse. L’Associazione culturale Ipsilon fu un cenacolo catacombale di “intellettuali” ignorati o malvisti. Le mie rivistine o i miei «samizdat» hanno avuto, nel migliore dei casi, circolazione amicale.

 Posso riconoscere che i tanti «io», venuti fuori da quel «noi» abbiano fatto, a Cologno o altrove, cose anche buone o ottime. E che semi di quel ’68 ribelle, aperto al mondo e ai bisogni dei proletari o dei poveri, abbiano continuato a germogliare: nel privato, nelle professioni intraprese, negli stessi partiti a cui gli ex sessantottini hanno aderito.

Ma oggi?
Mi sento di chiedere bruscamente: qual  è lo  scopo di questa serata?
Ricostruire un noi che somigli a quello di allora?
Ricordare gli anni Settanta per nostalgia? Vedere in essi le nostre radici?
O constatare  le differenze e stop?
Niente di quel passato ci accomuna più. Niente di ciò che esistette allora è rimasto.
Non una delle sedi in cui facevamo politica. Lo scantinato di viale Lombardia 49 : chiuso.  Lo spazio all’aperto del circolo La comune:  cancellato.
Della sinistra di allora cosa resta?
Vi pare che DP continuasse AO?
Vi sembra che  il PD  o AVS  abbiano a che fare con la sinistra di quegli anni?
O che CSD venga da quella sinistra?
O che la Casa in movimento avesse delle somiglianze con il  Circolo La Comune ?
O che il nucleo  attorno a Cesare Sommariva del Quartiere Stella sia riuscito  mai a dialogare con l’intera città di Cologno  uscendo dal suo quartierocentrismo?
Vi sembra che  i due mandati della giunta Rocchi siano spuntati per caso e non per una sconfitta totale della sinistra d’allora?

No retorica. No amarcord. Restano  rispettabili memorie individualI. Ma sono trasmissibili? Secondo me negli ultimi anni l’unica cosa degna di attenzione è stata  la mobilitazione per la difesa della scuola d’italiano ai tempi del predominio leghista e del sindaco Rocchi.

Stasera ci ritroviamo a parlare ognuno per  conto proprio. Non siamo solo invecchiati.
Alcuni di noi –  attivi allora – sono finiti ai margini. Poliscritture  che come rivista  esiste dal 2005, è stata ignorata e  boicottata. Manco i due libri su Fortini  – il mio e quello di Salzarulo –  hanno potuto essere presentati a Cologno. E cosa ha a che fare la giunta Zanelli con il ’68 e gli anni ‘70? Cosa hanno a che fare i giovani della Consulta giovan i con quelli di allora?

Temo che ancora oggi non si sia capito quale fu  la posta in gioco negli anni ’70. Lo dico in una frase che avrebbe bisogno di essere sviluppata in un libro: arrivammo sotto il muro del rischio, cioè  dello scontro tra capitalismo occidentale  e una nuova possibile forma di socialismo che si era affacciata a livello mondiale soprattutto nella Cina maoista.
Temo che molti non se ne accorsero  o se la svignarono  inorriditi  dal male  che avremmo dovuto anche noi fare (come lo fecero i partigiani). E che quel male l’ abbiamo lasciato fare ai capitalisti, allo Stato e ai loro funzionari.  Che colpirono non solo le punte estreme  che scelsero una lotta armata (suicida in assenza di una strategia adeguata al nuovo potere capitalistico mondiale  che si andava formando), ma colpirono noi,  gli operai, gli studenti, e continuano a colpire i popoli  che oggi vengono massacrati.
Non siamo stati  in grado, come diceva Fortini in una poesia del 1958, di:

……………………tornare ad un’altra pazienza
alla feroce scienza degli oggetti alla coerenza
nei dilemmi che abbiamo creduto oltrepassare.
Al partito che bisogna prendere e fare.
Cercare i nostri eguali osare riconoscerli
lasciare che ci giudichino guidarli esser guidati
con loro volere il bene fare con loro il male
e il bene la realtà servire negare mutare.

Donato Salzarulo. Conferenza sulla scuola italiana