Ricordi

di Annamaria Locatelli

 

LETTERE D’AMORE

Allora, all’incirca sessant’anni fa, Lodi era una cittadina prettamente rurale, percorsa, nelle sue antiche strade, da pochissime e pionieristiche autovetture e da mezzi agricoli, carri e cavalli, da garzoni in bicicletta, arrotini (mulitta), venditori di ghiaccio. Sul corso Vittorio Emanuele II, una via che immetteva in Piazza Vittoria, quella del celebre Duomo, si affacciavano, tra le abitazioni, vari esercizi pubblici: una panetteria, una pasticceria, una drogheria, una rivendita di vino e liquori, erano anche loro tranesi e parenti di mia mamma.Tutto il giorno un via vai di persone indaffarate e bambini monelli. Sulla stessa via, nel lato più prossimo alla piazza del Castello, si affacciavano tre esercizi pubblici che catalizzavano utenze molto diverse e potevano rappresentare in parte uno spaccato della popolazione lodigiana: l’osteria del Pappagallo, la nostra, un bar tabaccheria e una gelateria latteria. Certo se si voleva accedere ad un locale veramente “chic” si doveva arrivare in fondo alla via, all’angolo con la Piazza Vittoria, e si entrava nel bar Tacchinardi, frequentato dai notabili della cittadina: medici, professionisti, ecc. e dove, bisogna riconoscerlo pur essendoci entrata raramente, servivano buonissimi pasticcini e specialità lodigiane. Ma per rimanere nel lato più popolare della via dove si trovava la nostra osteria, c’era da piangere e da ridere per la rivalità tra gli avventori soprattutto del bar (vuoi mettere con osteria?) e quelli del povero locale situato proprio sul lato opposto della strada, la nostra trascuratissima bettola. Nel bar confluivano durante il loro tempo libero, esercenti e modesti impiegati, ma attenti alle apparenze e più seri e ingessati, mentre da noi confluivano i molti emarginati, problematici, ma anche i modesti, i semplici che penso allora fossero i più, spesso dotati di spirito e di orgoglio di classe, di fantasia creativa, buonumore e umorismo. I nomignoli reciprocamente affibbiati mettevano spesso il dito nella piaga e riprendevano impietosamente un aspetto del fisico o del carattere oppure un modo caratteristico di porsi ed erano tragicomici, ma vissuti generalmente con tolleranza perché nessuno vi sfuggiva: Pina “la vuncin”, “Signur piangem”, “Becamort”..Tuttavia qualche volta si eccedeva e le barriere potevano erigersi sempre più alte e sfociare in un odio insensato e insanabile, esteso ai figli e ai figli dei figli. La gelateria latteria, invece, era un mondo a parte: di giorno un via vai di bambini che, d’estate, per 5 o 10 lire, acquistavano coni gelato o latte e miele – una bontà!- e bottiglie di latte fresco, proveniente dal contado, mentre dalla sera sino a tarda notte pullulava di soldati di ogni grado, di stanza nella vicina caserma, di cui era diventata quasi una succursale. I militari, durante le loro serate di congedo, si stipavano nel piccolo locale per consumare gelato e corteggiare le bellissime figlie del gestore. Era anche quella una famiglia chiacchierata, essendo arrivata da pochi anni da Roma; lui, il padre, con la fama di essere stato un fascista e collaboratore dei tedeschi. Feci presto amicizia con Grazia, la figlia minore e mia coetanea.

Come potevano essere impositive le famiglie di allora nelle scelte del futuro delle figlie! Si era a pochi anni dal ’68 dei movimenti ma qui, nel profondo nord, la situazione era per quanto riguarda le donne e non solo, ottocentesca. La mia non faceva eccezione.

Grazia si era innamorata di un semplice e bel soldato ed ebbe l’ardire di fissargli un appuntamento nella sua stanza, situata al piano soprastante la latteria. Penso che i genitori avessero seguito tutti i maneggi dei giovani, ma li lasciarono fare per poter cogliere la figlia sul fatto, svergognarla e minacciarla di rendere il fatto di dominio pubblico, con conseguente “disonore”. Così poterono imporre alla ragazza, giovanissima, la frequentazione di un ufficiale medico di Roma che da tempo la corteggiava. Lo stesso procedimento avevano adottato per la figlia maggiore che all’epoca si era già accasata con un uomo benestante, sempre conosciuto tra i militari in latteria, e si era trasferita a vivere in Valle d’Aosta. Per entrambe le figlie, che avevano concluso gli studi con la licenza media, quei genitori dispotici, puntavano esclusivamente su un “buon” matrimonio che le allontanasse da casa senza pretese di dote. Proprio dopo il “fattaccio”, un giorno Grazia, allora solo quindicenne, attraversò la strada e si presentò da me con in mano un foglio stropicciato: era una lettera d’amore che aveva ricevuto dal medico romano, ritornato nel frattempo nella sua città, il quale le ribadiva i suoi sentimenti e la invitava a intrattenere con lui una corrispondenza, onde mantenere viva la promessa di conoscersi meglio. Grazia aveva provato e riprovato a trovare le frasi, le parole più adatte, ma si sentiva incapace, lui scriveva molto bene, persino con ricercatezza poetica. Veniva da me perché l’aiutassi. Allora frequentavo il secondo anno dell’Istituto Magistrale e la prof ci leggeva i poeti del dolce stil novo. In un primo momento rifiutai, le dissi che potevo intervenire solo con delle correzioni sui suoi testi, ma lei piangeva e i suoi genitori erano infuriati se non rispondeva subito e bene. Cominciai così a partecipare ad una corrispondenza d’amore che andò avanti per dei mesi: lei arrivava con una nuova lettera, sempre più appassionata, e insieme tracciavamo una risposta convincente, finché Grazia non mi delegò quasi del tutto ed io non faticai ad entrare nel ruolo, così che qualche volta pensavo che quelle lettere fossero rivolte a me. Mi entusiasmavo, sognavo, forse di riflesso mi innamorai di quel corrispondente così tenero. Lui, dopo qualche tempo, venne a trovare Grazia a Lodi, si fidanzarono ufficialmente e non tardò ad accorgersi che il contenuto di quelle lettere non era del tutto farina del suo sacco. Così interruppi la scrittura e finì la mia esperienza da Cyrano de Bergerac. Per fortuna l’amore dell’uomo per Grazia mi era sembrato sincero e capace di superare ogni ostacolo, riuscendo con quel suo spirito protettivo, quasi paterno, a suscitare in lei un affetto profondo nei suoi confronti. Lei cominciò ad accoglierlo bene, sempre più convinta, anche se non so quanto avesse davvero dimenticato il suo soldatino. Così si sposarono e partirono per Roma e, dopo un anno, nacque una bella bambina. Fu un matrimonio combinatissimo e di lei non seppi quasi più nulla: a volte mi capitava di pensare che, tutto sommato, l’amica fosse finita a stare in un ambiente migliore. Anni dopo, invece, mi trovai a pensare che prima o poi sarebbe esplosa in lei una insoddisfatta Madame Bovary. I suoi pessimi genitori, per completare l’opera devastante sui figli, poco tempo dopo non esitarono a spedire in carcere il terzo fratello a scontare una pena per debiti contratti dal padre. Allora era possibile e mi sembrò criminale. Quel giovane, già molto timido, rinunciò ad ogni sua forma di futuro dignitoso. Una volta uscito dal carcere, non potette aspirare, con la fedina penale sporca, né a una donna, né a un lavoro nella Lodi perbenista, così continuò a servire gelati, mentre aveva già intrapreso studi di medicina, che non ultimò mai. Nonostante tutto amo ricordare quei vicini tanto scombinati come un gruppo piuttosto pittoresco, quando d’estate, dopo aver intrattenuto i militari per tutta la sera, alle due o tre di notte, chiusa la gelateria, con il loro cane lupo, percorrendo le strade quasi del tutto buie e deserte della Lodi notturna, la famigliola al completo, andavano sulle rive dell’Adda per rinfrescarsi, liberare l’animale, forse pure i loro contorti pensieri. Anche per abitudine, visto che a Roma abitavano vicino al Tevere, Grazia così mi aveva confidato.

FRANCO

Tra tutti i compagni di viaggio della Vecchia Osteria, quello più caro e maggiormente rimasto stampato nella memoria è Franco, un avventore saltuario, ma fedelissimo ai rientri periodici dal sanatorio o dal carcere.

Era un uomo molto malato che per via della tubercolosi non poté mai lavorare stabilmente e, quando dimesso dal sanatorio, sopravviveva di piccoli furti che gli assicuravano altri periodi di permanenza in carcere. “Alloggiato e nutrito, tra ospedale e galera, cosa voglio di più?”, diceva. Se avesse goduto di un sussidio di invalidità, sarebbe stato diverso, avrebbe potuto coltivare il suo ingegno che era davvero notevole: un artista, tutto nella dimensione orale, che componeva e recitava testi di canzoni e poesie. Sul tema della propria vita era sempre in formazione, mai conclusa, una lunga interminabile ballata che cantava malinconicamente: era la narrazione delle numerose disgrazie capitategli sin dalla prima infanzia, ma infarcita da battute ironiche, farsesche. Un vero e straordinario cabarettista! Purtroppo ricordo solo l’inizio della ballata, sempre replicata e sempre variata davanti ad un pubblico diverso e plaudente: “Nel 1927 nasceva senza famiglia quel furfante di nome Franco, spirito libero e felice…” Non ci stancavamo mai di ascoltarlo perché da lui sopraggiungevano sempre sorprese, dato che, penso, intrecciasse la storia della sua vita con quella dei tanti sventurati conosciuti nei vari ambienti frequentati. Il quadro complessivo sull’esistenza era tragico, ma caratterizzato da una forza consapevole, che usciva come lamentazione individuale per diventare una manifestazione di coraggio e di ironia corale. Il volto di Franco era magro e asciutto e, nel ricordo, ho sempre ravvisato in lui una somiglianza con Giorgio Gaber, ma non divenne altrettanto famoso. Certo non ebbe il tam tam dei media, ma come ora faccio io, molti, tra i sopravvissuti, lo ricorderanno. Sempre nel ricordo, Franco quando cantava, e qui entra nei colori della leggenda, si illuminava nel volto fino a diventare una maschera d’argento; e nella penombra della locanda anche noi, un pubblico pezzente, ne eravamo illuminati. Nessuno trascriveva i testi o registrava allora, era un puro momento di intrattenimento che stringeva i presenti in un cerchio di amicizia. Franco aveva a disposizione tutto il tempo che voleva e la sua stessa voce, profonda e modulata nel canto, gli ispirava sempre nuovi sviluppi. In realtà il suo tempo a disposizione non fu così lungo: ci lasciò prima dei quarant’anni. Ma conobbe l’amore, questo sì, di un ragazza dolcissima anche lei malata, di nome Tina, figlia di Gina e sorella di Zina,  nostre vecchie conoscenze, che era rimasta miracolosamente lontano “dal giro”, come allora si diceva.

Ma ho anche dei ricordi personali legati a Franco, che sapeva di avere in me una grande ammiratrice. Una volta mi disse: “Inventi poesie? Alla tua età io già lo facevo” Ricordo che da allora mi capitava, forse durante le vacanze scolastiche, di alzarmi un po’ tardi, scrivere qualche riga su un foglio volante – la mia idea di poesia era molto primitiva, ma non conservo nessun esemplare- e di scendere di corsa le scale, che separavano il nostro piccolo appartamento dall’osteria, per farle leggere a Franco. Mi capitava spesso di fare la pipì a letto, una debolezza che portai avanti sino alla scuola media, e scendessi senza essermi debitamente cambiata e di non profumare di violetta, ma Franco e anche gli altri presenti si limitavano a sorrisini più che comprensivi, se mai trovavano il modo di scherzarci sopra. Adagio, adagio da sola capii che era sconveniente, ma la mia spontaneità dimostrava come io ritenessi quelle persone di famiglia. Così ho avuto un vero Maestro già da bambina che mi ha incoraggiato sulla strada della poesia, così non so se possibile chiamarla “di strada”. Da un solco lunghissimo e tracciato dalla notte dei tempi: quello ereditato, in un certo senso, dai Moltinpoesia?

La poesia dei molti

Il linguaggio saltellante
combattente, danzante
di un cuore bendato,
l’esigenza di dire
che mira all’essenza
quando i sensi
s’arrendono,
quando la ragione sa
ma non può,
quando tace
ogni altro strumento

17 pensieri su “Ricordi

  1. La sincerità e l’acutezza con cui delinei le situazioni in cui ti sei trovata a crescere e maturare è un modello di autoanalisi. Ma ciò che hai scelto di dire è significativo della tua intenzione di accogliere un reale non trionfante, non diretto a imporsi e far parte dei vincenti, credo che tale prospettiva -umile e testardamente partecipe di una forse immaginaria maggioranza- la abbiamo condivisa in tantissimi.
    Fai bene a ricordare che tutti eravamo così, sbalestrati e incerti, e intanto la direzione la avevano in mano altri che a noi ci avrebbero trascurati, e anche lasciati affondare come pesi inutili. Fai bene a ricordare, facciamo tutti bene a ricordare: vite inutili, e superflue per uno schema dominante che di quelli che ricordiamo (come noi?) può fare a meno.
    Oppure hai rappresentato una umanità che non aveva le mete dell’oggi, se non per cascami, come la ambizione dei genitori della tua amica Grazia.
    Mi hai fatto venire in mente l’Albero degli zoccoli: un mondo antico, un mondo moderno che lo sfruttava, e lo molla quando non serve.
    Che sia così, che l’umanità avanza distruggendo se stessa? Be’, le donne si oppongono, mi pare.

  2. Resto sempre sorpresa ogni volta che leggo storie di giovani donne degli anni sessanta e ancora oggi mi domando cosa abbia reso così diverso il mio mondo. Con genitori che avevano solo la licenza elementare e nonni quasi analfabeti, ho goduto fin dai primi anni sessanta, quando avevo quindici anni, ma anche prima, di una libertà di movimento, di scelta, di autodeterminazione che spesso neanche oggi vedo nelle famiglie con cui il mio lavoro mi porta a contatto. Anche il matrimonio mi veniva presentato come una delle possibili opzioni, ma solo se si fosse incontrata la persona giusta per sé. Non era la “sistemazione” di cui allora molti parlavano. Forse il mio precoce amore per i libri, per la cultura, ha attivato nella mia famiglia, in mia madre in particolare, frustrata da questo punto di vista, un senso di rispetto per me, per le possibilità e le speranze di un’affermazione autonoma, che mi era prospettata come obiettivo primario di ogni individuo, maschio o femmina che fosse. (Solo per la cronaca, mi sono sposata a 25 anni … !) E mi si dava credito e fiducia, anche perché, grazie alla presenza di un fratello, di poco più grande, avevo acquisito tante abilità “tipicamente maschili” che contribuivano al senso di indipendenza. Sì, quello che viene raccontato mi pare proprio un altro mondo, che pure sapevo esistente intorno a me, per alcune compagne di scuola per esempio, vittime di scelte altrui e oggetto costante di controllo da parte di famiglie oppressive. A me dicevano: “lo sai tu quello che devi fare della tua vita, perché la vita è tua”. Non posso che esprimere la mia gratitudine a genitori che hanno favorito e incoraggiato la mia libertà di pensiero.

  3. …Cristiana, grazie per il tuo positivo commento, ma non sono d’accordo su alcune tue considerazioni. Per esempio quando scrivi: “…ciò che hai scelto di dire è significativo della tua intenzione di accogliere un reale non trionfante…” o più avanti: ” ..facciamo tutti bene a ricordare vite inutili, e superflue per uno schema dominante…”
    Per me questi ricordi vogliono solo testimoniare vite non inutili o superflue, vite di persone costrette da situazioni inenarrabilmente difficili a soccombere nel breve tempo…Grazia oggetto di maneggi perversi, ma anche Annamaria, che scriveva lettere per un sogno d’amore che non poteva per sé concretizzare per un veto familiare assurdo ed era l’altra faccia della medaglia, all’età di quindici anni e senza un appoggio esterno almeno materno (o femminista, se vuoi) come potevano difendersi? Ma questo non toglie a nessuna persona ( o quasi) la possibilità, attraverso un percorso protratto nel tempo e complesso (magari spostato su più generazioni) di arrivare a certe consapevolezze, spiegazioni, rivendicazioni e soluzioni condivise con altri esseri umani dai diritti negati…Scopri affinità di percorso con molte altre persone, ma i tempi sono più lunghi. Ho poi voluto ricordare Franco come esempio luminoso di chi non si arrende neanche al destino…

    1. Forse tu dici che quella che io già ragazzina sentivo come una necessaria frattura tra la me di prima (venivo da un paesotto rural-turistico veneto finendo la scuola media e mi ero trovata nel migliore liceo classico in città con compagne colte altoborghesi) e l’aggiornamento a cui adattarmi per sopravvivere, forse quella frattura tra prima e dopo per me necessaria, per te invece è stata una maturazione lenta e evolutiva. Comunque la rottura tra un mondo pre-guerra che ancora continuava fino quasi agli anni 60, e la modernità del miracolo economico e del superamento dello stra-paese, quella rottura era nelle cose, e tutto cambiò comunque, ognuno con i suoi tempi. E con il suo atteggiamento psicologico: pietas, nostalgia, risorsa, fastidio… ecc. Oggi forse accade di nuovo, chissà come lo vivono gli adolescenti, oltre alle guerre incarognite degli adulti. (Per dire che il futuro è loro e proprio: mio nipote per la maturità ha preparato una tesina su Unabomber…)

      1. “…per te invece è stata una maturazione lenta e evolutiva”. In quegli anni sicuramente, Cristiana, ma con molti ritorni e smarrimenti. Tentativi di strappi li avevo messi in atto sin dalla prima infanzia: fuggivo di casa ma senza uno scopo o progetto preciso se non per un desiderio di evasione e poi non ero in grado di ritornarvi, così mi trovavano piangente in qualche via o piazza dopo ore di vagabondaggio…Ho smesso di fuggire proprio quando molte adolescenti incominciano e cioè quando presi a frequentare l’Istituto Magistrale di Lodi perchè in quella scuola sono rinata: ero a mio agio con le compagne, quasi tutte provenienti dal contado -era l’unico Ist. Magistrale della provincia sud di Milano- e i prof. erano in gamba davvero-. Il riscatto della scuola in un certo qual senso, il sentirmi in un consesso più ampio, l’aprirmi a una consapevolezza di dignità universale…Sembra poco? Un po’, solo un po’ “Ciaula scopre la luna”! Ma ci furono anche i ritorni, le ricadute, le nuove ribellioni…e qui incominciava a ribollire il ’68 e gli anni a venire, con me fuori e idealmente dentro al movimento, come un cane randagio…Beh, per me tirare fuori dal pozzo dei ricordi una Grazia, un Franco vuol dire anche riciclarli nella storia, come ho cercato di fare con me..

        1. Ti vedo in piazza sperduta che speri ti stiano cercando… L’infanzia e la preadolescenza, su cui Ennio sta facendo una ricerca, sono forse più importanti di quanto si dica rispetto ai “primi tre anni”. In quella scatola si stendono le esperienze individuali che in seguito bisognerà aggiustare. Tu hai poi trovato un livello superiore nella scuola, che ha incoraggiato e disteso realisticamente i tuoi desideri. Luciana si riferisce, per sua fortuna, ai genitori che le rimandavano un incoraggiamento alla sua autonomia. La adolescenza e la pre- sono importanti per autorizzare adulti creativi e consapevoli. Lo sappiamo, o una educazione protratta fin oltre l’età adulta procura una classe educata al pensiero normativo?

          1. …sì, penso che l’infanzia e la preadolescenza siano uno snodo importante, da dove prende orientamento la nostra vita. Non senza possibilità di ripensamento, peraltro, ma lasciando come un’impronta che ci accompagna. Ritornarci, come anche Ennio nella sua “A voccazione”, che trova un suo luogo di osservazione amplissimo sulla realtà, a cui dedica estrema e imparziale attenzione o Luciana che si congratula con i genitori per l’incoraggiamento a un’autonomia precoce o tu stessa che ti ricordi di una “frattura” necessaria all’epoca che segnò un passaggio obbligato…Sì penso anche ai nipoti, a cui adesso tocca e vedi il loro travaglio…E dispiace per i tanti minori che non potranno mai avere questa opportunità di crescita e di ripensamento…Riguardo alla tua ultima domanda, non so dare una risposta perchè comunque ci sono anche forme di rigetto successive

  4. …grazie Luciana per le tue riflessioni e confidenze. No certo, non è una questione di livello di istruzione l’essere o meno dei genitori consapevoli e rispettosi…tuttavia avere avuto genitori problematici- e i miei lo erano a buon diritto per storie personali loro piuttosto pesanti- tra assolute imposizioni e assolute trascuratezze noi bambine riuscivamo a trovare varchi di “libertà”, vuoi nel gioco, nelle fughe, negli incontri. Il mio ambiente ne offriva di possibilità. Alla fine ci facciamo raggiungere da chi vogliamo, ma magari il percorso è più complesso; inoltre niente è immutabile, neanche i genitori, così i rapporti cambiano nelle varie età della vita…

    1. non mettevo in dubbio la possibilità di percorsi personali verso la consapevolezza e la “libertà”, né che i rapporti nel tempo possano cambiare. Esprimevo solo la mia sorpresa di fronte a storie di coetanee tanto diverse dalla mia esperienza da apparirmi per un attimo appartenenti a un altro spazio e un altro tempo, che tu peraltro hai descritto così bene.

  5. …certo, Luciana, avevo capito il tuo intento, volevo solo agganciarmi alla tua motivata “sorpresa” per chiarire e chiarirmi…Sono proprio gli interventi come il tuo che stimolano all’approfondimento, perchè le nostre vite sono sempre un materiale incandescente e il fabbro non riesce mai a darne una forma definitiva…perciò grazie

  6. Ah, come aveva ragione Brecht, che non posso non citare anche in questa occasione: Anders als die Kämpfe der Höne sine die Kämpfe der Tiefe! (Diverse dalle lotte sulle cime sono le lotte sul fondo![1]). E come s’è persa la sensibilità di un Montaldi [2], che aiutava a trascrivere le autobiografie degli emarginati della “leggera” [3).
    Non aggiungo altro sul significato politico e culturale di queste nostre cecità.

    [1] Dal frammento La bottega del fornaio

    [2]http://www.autprol.org/public/documenti/rileggere_montaldi.htm

    [3] http://www.kommunismus.narod.ru/knigi/pdf/Danilo_Montaldi_-_Autobiografie_della_Leggera_Teil_1.pdf

    Spiegazione minima: La “leggera” in linguaggio gergale è un mondo ai margini della legalità e della produttività, ma incapace di azioni violente e di veri crimini. Nelle autobiografie di Montaldi troviamo il pescatore e il cacciatore di frodo, che negli anni sessanta viveva in una baracca sul Po decorata con la falce e martello; troviamo Cicci, prima piccola prostituta e poi moglie di un contadino; e poi ne troviamo tanti altri ancora che si raccontano con spavaldo pudore e con orgogliosa dignità. Resistendo alla travolgente avanzata della criminalità moderna fatta di droga e kalashnikov, dove candore e sincerità appaiono come una bestemmia. (https://www.ibs.it/autobiografie-della-leggera-emarginati-balordi-libro-danilo-montaldi/e/9788845269042)

  7. sì, il libro di Danilo Montaldi che ho letto qualche anno fa, grazie Ennio della segnalazione. Vite che si raccontano, senza aver bisogno di alcuna giustificazione. Alla fine vedi il filo che le compatta e non puoi che toglierti il cappello…Un filo che comprende molta sofferenza, ma anche guizzi di ribellione, una visione scanzonata e antisistema…

  8. Ulteriore lamentazione.
    E con questo azzeramento di un cultura attenta alle “classi basse” che oggi gli Italiani ciechi e incarogniti all’arrivo di migranti e abbaiano in coro contro di loro e contro i Rom con Salvini che dirige il coro. Che schifo!

  9. che belli, Annamaria, i tuoi fotogrammi di quel mondo perduto alla realtà, ma vivo sottopelle… Nata e vissuta tra la campagna e l’estrema periferia di una cittadina di provincia, anch’io conservo dentro di me immagini di osterie con tavoloni pesanti per bere gomito a gomito, rivendite di tabacchi piene di vasi di vetro cui attingere per acquistare merci varie a peso, latterie dalle piastrelle gelide e strade dai marciapiedi scalcinati su cui sedersi per giocare coi bambini dei vicini… Non è nostalgia di un pezzo dell’infanzia, è cognizione che quei brandelli di storia, storia dimenticata dai libri, ci hanno nutrito in tanti. Contribuiscono alla nostra appartenenza e, nella reciproca differenza, ci fanno sentire meno soli e più vivi. E’ vero, il cammino, l’evoluzione, i cambiamenti sono stati lunghi e diversificati, ma almeno hanno conservato lo spessore di vissuti intensi e, oggi, sanno impregnarsi di nuove consapevolezze condivise.

  10. …grazie Giulia. Condivido quello che dici: come la distanza nel tempo dalle situazioni vissute riesca, nel ricordo, a sviluppare la consapevolezza del cammino percorso e a rinforzare il senso della identità personale, di gruppo e universale. Come siamo fortunate a poter rielaborare tante storie, sempre intrecciate…Purtroppo appare anche quello che abbiamo perso in umanità nonostante le apparenze del progresso. Se penso solo a come oggi, essendo le nostre conoscenze di persone e di cose estesissime ma prevalentemente sul piano virtuale, come ci stiamo deprivando di alcuni sensi come il tatto e l’odorato…

  11. Cara Annamaria,
    senza entrare nel merito delle cose che hai narrato – lo hanno già fatto con garbo e amicizia altri lettori, e io condivido – trovo però che la tua scrittura sia, per i miei gusti, troppo diligente, al punto che viene a mancare lo stile. Anche se, devo dire, nel modo di esprimerti ti mantieni coerente, perfino nei commenti. E forse è proprio questo lo stile; che poi è un riflesso della personalità. Però un pensierino me lo farei.
    Detto questo, però, siccome il mondo straripa di scrittori che hanno stile (e quasi sempre solo quello), e siccome ogni tanto penso a Manzoni non senza nostalgia delle sue puntigliose descrizioni, allora mi dico anche Be’, chissà mai che si cambi registro…

  12. Ciao Mayoor,
    ecco, non mi è ben chiaro cosa significhi la parola “stile” nella scrittura, ma certo se porti come esempio A. Manzoni, dato che lui era tutto e di più umanamente e letterariamente, certamente aveva anche lo stile…Devi avere ragione per quanto mi riguarda, non ho uno stile ( certezza, sicurezza, abilità?) ed è troppo tardi per costruirmelo ( o impossibile)…Ma riflettendo, dato che non sono una scrittrice di professione, quando lo faccio è solo per una esigenza di uscire dall’ombra, una possibilità che offro a me e ad altre presenze assenze di esistere, come quelle fugaci di una foglia, di un fiore, di una coccinella…Non meno molte persone, i molti o i tutti, che furono o ora vivono il loro momento breve, ma significativo, di vita possono rivendicare tale diritto… Grazie, il pensierino continua

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