di Maurilio Riva
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Le cinque ritrose di Lionardo

di Angelo Australi
I SILENZI (Daniele Barni)
Tanti sono i silenzi che udii.
Quello negli occhi del cane morente.
Quello sui palmi di mille e più addii.
E del cipresso quando il vento è assente.
Il silenzio del bosco nell’eclissi.
Del mare stupefatto dalle stelle.
E dei tuoi baci prima che partissi,
gelati dalla notte sulla pelle.
Ma mi tormenta il silenzio mai udito.
Il fiore sconosciuto.
Ciò che non fu vissuto.
Il confine infinito.
Mantenendo abitudini estive, Spartaco iniziava la sua camminata ancora alle otto del mattino. L’anello di strade comprendeva gli argini del fiume, sfiorava la zona del cosiddetto “parco commerciale” toccando il centro storico nel rientro dalla parte opposta a quella da cui aveva iniziato il giro. Completava questo suo percorso circolare più o meno in un’ora e mezzo. Quella mattina aveva allungato il suo tragitto solo di un quarto d’ora, … minuto più, minuto meno. L’appuntamento dal barbiere era fissato per le undici, quindi aveva tutto il tempo per una visita ai defunti, fatta come si deve. Visto fra due settimane sarebbe stata la festa dei morti, su suggerimento di Ambra, prima di recarsi a tagliare i capelli era passato dal camposanto a verificare in quali condizioni fossero le tombe dei loro familiari. Alla metà di ottobre il chiarore del sole abbagliava la vista e disperdeva il ristagno delle nebbie sugli argini del fiume, sicché, senza allungare il giro più di tanto, mantenendo il suo passo standard, alle dieci meno un quarto varcava il cancello nascosto dietro una fila di cipressi.
Alla tomba dei suoi genitori e a quella dei genitori di sua moglie i fiori finti sembravano come comprati da un giorno, il sole e le intemperie dei mesi estivi non li avevano sbiaditi – era sufficiente la pulizia del marmo e l’aggiunta di un vasetto di crisantemi da sistemare nei giorni a ridosso della ricorrenza, però a quella dei nonni Rutilio e Ginetta uno dei due vasi era vuoto. Un po’ infastidito per la sorpresa, Spartaco ha ispezionato in giro sperando di scorgere il gemello del mazzo restante, magari finito nel campo delle inumazioni per un’improvvisa raffica di vento. Niente da fare, lì intorno non c’erano mazzi di fiori orfani di una tomba. Gli costava una certa fatica immaginare qualcuno a rubare un bouquet del valore massimo di quindici euro, eppure stava mettendo in conto anche questa possibilità. Spartaco ha insistito qualche minuto a cercarne traccia con lo sguardo, ma poi era giunto alla conclusione che fosse un’assurdità mettersi a ritrovare dei fiori fra un migliaio di inumazioni e di loculi. Anche perché, se putacaso avesse individuato il bouquet, non avrebbe certo potuto incolpare il defunto. Così, mentre si recava dal barbiere, aveva cercato in tutti i modi di immaginare la fisionomia di chi si metteva a rubare i mazzi di fiori dalle tombe altrui. Forse si trattava di un’assurdità, ma l’idea gli era frullata per la testa nel silenzioso passo spedito della sua camminata.
Nel frattempo, in merito a suo nonno Rutilio, insieme allo sforzo di raffigurarsi la faccia di quel disgraziato ladro di fiori finti, si erano affacciati alla memoria alcuni ricordi. Momenti di una storia comune nascosti chissà dove, per certi aspetti anche divertenti, che non sorgevano nella mente da anni.
«Massimiliano, fammi la cortesia, … quante ritrose ho nei capelli?»
Spartaco si sta fissando allo specchio. Voltandosi ogni tanto a destra e a sinistra finisce per sorridere al suo profilo con un ghigno derisorio. In questa come in altre abitudini è metodico, all’incirca passa dal barbiere a intervalli di un mese e mezzo, sempre nel periodo in cui la luna è nella sua fase calante. Cerca di tener fede alla credenza popolare, ma in realtà taglia i capelli così spesso perché ormai sono del tutto bianchi, quando si allungano appena un po’ ha l’impressione di sentirsi ancora più vecchio.
«E questa novella, … da dove salta fuori?!»
«Non guardarmi in quel modo, ho solo rivissuto nella mente quello che disse una volta mio nonno Rutilio. Si tratta di tanti anni fa, quando ancora frequentavo le scuole elementari».
Per Massimiliano ormai il taglio è fatto, sta fonando i capelli e si ferma un attimo a fissare lo specchio dove lo aspetta la faccia divertita di Spartaco. Sorride e gli accarezza il capo così, tanto per verificare se i capelli sono asciutti.
«Guarda qui… Non ti sembra che stiano un po’ ritti?»
Spartaco si tocca il lato destro, sulla tempia, dove in effetti i capelli formano un leggero rigonfio che gli modifica la rotondità della testa.
«In questo punto hai proprio una ritrosa impazzita».
Massimiliano sorride e con le forbici tenta una leggera spunta per riequilibrare la forma che sul lato sinistro sembra leggermente schiacciata.
«Questo ciuffo mi amplia la chiorba».
«Ti ci spalmo del gel?»
«Niente…»
«Con il gel ti stanno schiacciati. Le ritrose nei capelli ce le abbiamo tutti. Nelle teste più ribelli o li lasci liberi di andare dove li chiama la crescita, altrimenti, per dare l’illusione che siano in ordine, usi dei trucchi».
«Grazie, sono a posto».
I due si conoscono dai tempi delle scuole medie, così quelle otto o nove volte l’anno che Spartaco va a farsi i capelli sembra sempre di recuperare il discorso interrotto alla precedente tosatura. Parlano di politica, delle polemiche più vive che suscitavano stizza e rabbia nei vecchi che ancora insistono a svitare la piazza con le passeggiate mattutine e serali. Di corna, di malattie, disgrazie, e soprattutto di sport. Tranne un commento fugace su quello che riportava il giornale nella cronaca locale tra la clientela in attesa di essere servita, non era mai complicato mettersi a discutere dei soliti argomenti, almeno all’apparenza la vita del paese sembrava fluire con una lentezza oscena, fuori da ogni logica temporale. Certi livelli o piani di discussione si incrociavano in modo frenetico solo in tempo di elezioni, allora tutto si mescolava in una bolgia esasperata alla caccia di voti. Ma molto meno anche questo, rispetto al passato.
«Lo sai no, … mio nonno Rutilio faceva il barbiere…»
«Certo, me lo ricordo eccome, … tuo nonno Rutilio» disse Massimiliano».
«Per la precisione il sarto e il barbiere».
«Ha cucito anche il mio primo abito, quando sono passato a comunione» disse Massimiliano ridendo.
«E poi, a tempo perso, si dilettava a recitare in una compagnia teatrale».
A Spartaco, essendo in vena di ricordi così lontani, era sembrato giusto infilarci anche l’esperienza del Rutilio teatrante.
«Quando sono venuto in casa vostra per la prova del vestito, alla radio c’era una musica così alta che sfondava i timpani. Roba di opera lirica, che Rutilio inseguiva cantando a tutta randa. Era buffo…»
«Non canto perché sono stonato come una capra, ma immagino che fosse questa: Libiam ne’ lieti calici che la bellezza infiora, e la fuggevol ora s’inebri a voluttà. Libiam ne’ dolci fremiti che suscita l’amore, poiché quell’occhio al core onnipotente va. Quest’aria della Traviata la usava sempre per darsi il passo quando camminavamo» disse Spartaco.
– «Non so ricordarmi se era questa, …purtroppo con la lirica ho sempre fatto a botte, … soprattutto da ragazzo».
– «E poi lui andava in brodo di giuggiole per quell’aria famosa del Rigoletto che diceva più o meno in questo modo: La donna è mobile, Qual piume al vento, Muta d’accento, E di pensiero… Lui la cantava a istinto, tutta, dall’inizio alla fine, dandosi la spinta grazie al tempo che faceva con la giannetta».
«Conoscendoti, per te doveva essere una bella scocciatura».
«E qui stai sbagliando, perché da bambino il suo canto mi faceva sentire felice. Cantava qualcosa anche quella volta che mi ha detto delle cinque ritrose in testa».
«Mentre ti stava tagliando la frangia ai capelli?»
«No. Ero impegnato a disegnare una nave dei pirati, in mezzo al mare che avevo riempito di piccoli delfini. Lui si è avvicinato a guardare e ha detto ridendo che avevo cinque ritrose come Lionardo».
«Quando parli di musica lirica mi sembra di sentirti bestemmiare, per te così amante del jazz».
«Oh, ma quando ho iniziato ad ascoltare questo genere di musica avevo quindici, sedici anni. Lui allora ne aveva novanta, … non cantava più niente».
«A che età è stato preso dalla testa gialla?»
«Novantadue, finiti appena da un giorno» disse Spartaco.
«Nei primi anni settanta, un’età invidiabile per davvero».
«In effetti, prima di morire, si è fatto una bella cavalcata» disse Spartaco ridendo, «… anche se ormai, negli ultimi tempi, non ci stava più con la testa.
«Non ti ci vedo, sedotto dalla lirica».
«Non ne ero mica innamorato, ho semplicemente detto che sentirlo cantare mi rendeva felice».
«L’ho sempre preso per un tipo strano, il tuo nonno. Anche allora, … da ragazzo.
«Questa cosa delle ritrose mi è tornata in mente adesso, mentre mi guardavo allo specchio».
«Bella faccia da gorilla!» disse Massimiliano ridendo.
«Dai, toglimi questa curiosità».
Una musica rap usciva in sottofondo da un programma radiofonico, se non era disturbata dalle voci e dal traffico provenienti dalla strada sarebbe stata una cantilena sempre uguale a se stessa, canzone dopo canzone. Sullo scaffale incastrato tra gli specchi delle due postazioni di lavoro, in compagnia di alcune bottigliette di sciampo, crema gel, lozioni dopo barba e flaconcini contro la caduta dei capelli, spiccava un libro che raccoglieva tutti i racconti di Ernest Hemingway, scrittore del quale il barbiere non aveva letto nemmeno una pagina, ma lo ammirava in modo spropositato solo perché era stato un grande amico di Fidel Castro.
«In effetti sono proprio cinque» disse Massimiliano ridendo.
«Allora la sua non era una bugia. Guarda te, mi prendo la briga di verificare questa cosa solo a settant’anni. In tutta la vita quante volte mi hai tagliato i capelli? Mille? Diecimila? … Un milione? Eppure, pensandoci da adulto, ho sempre immaginato che il nonno stesse semplicemente scherzando. Ecco qua, lo scopro da vecchio che non era solo una presa per il culo».
«No, no. Sono proprio cinque, e nate in punti dove i tuoi capelli non potranno mai restare sistemati con la riga. Andranno sempre dove gli pare, te lo dico io. Ci sono queste cinque, ma nei hai altrettante di piccole. Corti o lunghi che siano i capelli, la tua testa è piena di vortici spaziali. Chissà se fanno compagnia ai pensieri che hai in testa quando scrivi le tue storie».
«I pensieri sono sempre silenziosi, le ritrose invece fanno una gran confusione, almeno tra i capelli».
«Come ti è venuto in mente di verificare solo adesso?»
«Così, … questo affiorare del ricordo è stato un puro caso. Prima di venire da te sono passato dal cimitero e ho scoperto che avevano rubato un mazzo di fiori dalla sua tomba. Chi si mette a rubare i fiori dalle tombe, dico io?»
«Succede più spesso di quello che puoi immaginare, Spartaco».
«Non ci posso credere».
«Invece è così».
«No, mi rifiuto: rubare i fiori alle tombe altrui. Finti poi, che non valgono un cazzo…»
«È capitato anche ad altri clienti. Due volte anche a noi; cioè, … a mia sorella, perché è lei che segue e cura da vicino le tombe, io con il camposanto ho poca confidenza».
«… te li tirano dietro per pochi euro».
«Ti sei svegliato solo adesso?»
«Non è che vado al cimitero ogni giorno».
«Vedrai se a ridosso della festa dei morti non spariranno anche i mazzi di crisantemi».
«Siamo a questo punto?»
«Tieni conto che a tirare la cinghia con quindici euro una famiglia di tre persone può farci colazione, pranzo e cena. Ma anche di quattro persone, guarda; messi come siamo. Lo vedo dal numero dei negozi che hanno chiuso anche qui, nel centro storico, dove ormai nessuno compra più niente. Io personalmente, non avrei mai immaginato questa resa totale, anche famiglie che erano da più generazioni nel commercio, decidono di abbassare la saracinesca».
«Sì, viene da pensarci anche a me: qualcuno ha rubato il bouquet alla tomba di Rutilio perché non ha soldi neanche per mangiare. Però questa cosa mi ha infastidito. Senza dare un particolare significato alle relazioni affettive che si porta via la morte, questa cosa del furto mi ha proprio disturbato. Quando ci sono di mezzo degli affetti, insieme alla sorpresa si fa luce anche uno strano senso di colpa che poi non è facile togliersi di dosso».
«In effetti fa paura». Massimiliano guarda l’amico attraverso l’immagine riflessa allo specchio. «Ma è diversi anni che funziona così».
«Con lo stipendio di un dipendente oggigiorno non è semplice organizzare una vita dignitosa».
«Per questo motivo ultimamente ho perso anch’io tanti clienti, perché sperano di risparmiare a tagliarsi i capelli in famiglia».
«Questo mi è chiaro, il mondo sta cambiando».
«Fra qualche anno ci saranno dei computer anche alla guida del trattore».
«… che qualcuno manovrerà dallo spazio».
«… e farà crescere il grano anche sulla luna».
«Alla fine tutti mangeremo la stessa insipida farina, puoi giurarci». Spartaco si alza, va verso l’attaccapanni e prende dal suo giubbotto il portafoglio. Lo estrae e poggia sul banco venti euro. – «Sempre i soliti quindici?»
«Sempre così: tre per lo sciampo, dodici per il taglio… Il nostro paese non è una città, ma i cambiamenti sono evidenti anche qui».
«Massimiliano, non vorrai mica andare in pensione?»
«Ancora no, ma ci sto davvero pensando. Lo sai qual è il danno?»
«Qual è?»
Massimiliano si mette a ridere e scuote la testa, poi porge a Spartaco i soldi del resto: «… che con la pensione da artigiano ci fai la fame».
«Ti capisco. Ti capisco davvero».
«Andiamo avanti, … comunque sia» dice Massimiliano ridendo, «quando si arriva alla festa dei morti dal cimitero non spariscono solo i mazzi dei fiori, ma anche i lumini. Dalle tombe tutto può sparire: i vasi, le protezioni in vetro delle luci votive. Noi esseri umani siamo imprevedibili».
«Vero, … in fondo nessuno sa immaginarsi come sia il gheriglio dentro il guscio della noce».
«Mi prendi in giro, … cos’è il gheriglio?»
«Il gheriglio è la parte interna della noce, … quella che si mangia».
«La sua anima?»
«La sua anima, se così vuoi chiamarla».
Ormai Spartaco si è avvicinato alla porta della bottega. Si gira con l’intenzione di uscire, e intanto continua a parlare: «Ciao Massimiliano, … alla prossima».
«Nel frattempo speriamo che qualcuno non ci prenda a bastonate».
«Ah, ah…, ah. Ciao bello».
A mezzogiorno insisteva ancora ad essere una giornata soleggiata. In cielo neanche una piccola nuvola. Ma neppure in lontananza, a fare da cappello al profilo dei monti, si scorgeva l’abbozzo di un insignificante sputacchio biancastro. Un celeste così uniforme sembrava trasformarsi nel pavimento del paradiso, dove si era obbligati a camminare senza far chiasso.
Dopo essere uscito dalla bottega di Massimiliano, Spartaco aveva continuato a pensare al nonno. Isolato nei suoi ragionamenti camminava sul marciapiedi che costeggiava un convento di monache di clausura e una fila ininterrotta di auto parcheggiate tra le strisce blu degli spazi a pagamento. Alla fine della strada c’era un panificio dove a quell’ora si affollavano numerose persone, pensando di evitare la possibilità di mettersi a parlare con un conoscente decise di infilarsi in un vicolo buio e stretto che sbucava a ridosso delle mura della cinta medioevale. Dietro le mura c’erano i giardini pubblici, e poi un’irta salita che terminava al vecchio convento dei frati francescani, ora trasformato in una casa di cura. La stessa struttura nella quale da bambino lui accompagnava il nonno a fare i capelli ai seminaristi e dove, a proposito di lirica, dopo aver completato il taglio, si fermava sempre un’ora a cantare le sue arie con l’accompagnamento di un frate che suonava l’organo. La salita per raggiungere il convento era lunga un paio di chilometri, avrebbe tolto il respiro anche al più in forma degli atleti, così Spartaco scelse di attraversare di nuovo il centro del paese facendo una via dove non c’erano negozi e bar. L’improvviso sibilo della sirena dell’ambulanza finì per risvegliare la paura di uno sciame di storni fermo sulla grande chioma di alcuni lecci e adesso si stava muovendo a ritmo come se fossero un branco di sardine o di acciughe, sussultando nell’aria in cento figure diverse. Lui sorrise divertito, stava cercando di ricordare quand’era stato l’ultima volta che aveva ripensato alla scena del nonno e delle ritrose. Impresso nella mente c’era l’immagine del bambino che anziché pensare ai compiti aspettava l’ora della Tv dei Ragazzi facendo dei disegni su quei fogli gialli nei quali il macellaio aveva incartato la carne che comprava sua madre o la nonna Ginetta. Non usava il quaderno da disegno della scuola, ma questa carta rustica dove il risultato dei colori si spengeva in quel giallo quasi terroso, e soprattutto doveva fare attenzione a non premere troppo le matite, altrimenti in quel punto si sarebbe sfilacciata. Quel giorno Rutilio nell’avvicinarsi a Spartaco esprimeva un atteggiamento particolarmente allegro. Era sempre stato un sognatore, anche da vecchio, e nel periodo che Spartaco frequentava le scuole elementari aveva contagiato anche lui.
Aveva sette anni, frequentava la prima elementare. Rutilio si avvicinò a guardare il disegno e gli disse che da adulto sarebbe diventato un famoso pittore.
«Perché, nonno?»
«Di preciso non lo so. É una sensazione che provo, … forse perché in testa hai cinque ritrose come Lionardo».
Rutilio a quel punto gli aveva preso la testa tra le mani e con l’indice iniziava a toccare il punto dove i capelli formavano come un vortice.
«Ecco, vedi? E uno, … eddue, …ettre, e quattro, … eccinque».
Nei giorni successivi Spartaco questa rivelazione di Rutilio l’aveva raccontava alla sua maestra delle prima elementare che, dopo aver precisato che l’artista famoso si chiamava Leonardo, si era messa a ridere. Lo aveva detto anche agli amici e a delle bambine, per farsi bello. Solo che il nonno aveva detto Lionardo, così quando lui si insuperbiva, i suoi ascoltatori iniziavano a ridacchiare. Alla fine, quando fu consapevole che nessuno lo prendeva sul serio, smise proprio di parlarne.
Raccolse da terra un volantino, probabilmente tolto dal tergicristallo di un’auto e gettato con indifferenza dal conducente, come un rifiuto qualsiasi. Era lì, caduto giusto a portata di mano. Spartaco si era piegato a raccoglierlo per soddisfare la sua curiosità. Niente di nuovo, all’orizzonte solo l’apertura di un Bunger King situato nella zona commerciale. Nell’ampio spazio in cui fino a pochi anni prima c’era stato un magazzino all’ingrosso di pellame adesso sorgeva questo ristorante fast food e un sontuoso centro estetico.
L’uomo moderno è un microcosmo dove in certi momenti immaginazione e realtà si sovrappongono, non era stata una semplice illusione, il flash di un’immagine bugiarda. Nel tempo questo particolare delle ritrose era stato interamente rimosso. Riappariva adesso, per una ridicola coincidenza legata al furto di un bouquet di fiori finti rubato dalla tomba dei suoi nonni. Pensandoci ora, a cinquant’anni dalla sua morte, Rutilio era stato davvero un sognatore a piede libero. Non aveva mai avuto importanza sul quanto fosse stato preciso e puntale nel raccontargli un fatto realmente accaduto, perché sarebbe stato afferrato sempre e solo dall’incanto di quella sfrenata fantasia. Punto e basta. Ai suoi occhi Rutilio si era costruito nel cervello una grande cartina geografica. Ma davvero così grande che non finiva mai. Grande come tutto l’universo. Ma forse anche più grande di tutto l’universo, perché in quella testa navigava e navigava in cerca di una meta inesistente, come succede per qualche sogno che si fa ad occhi aperti. Da piccolo Spartaco lo ammirava soprattutto perché spesso e volentieri faceva viaggiare l’immaginazione in luoghi dove non sarebbe mai arrivato da solo, e poi perché le volte si metteva ad immaginare le prospettive del suo futuro, aveva sempre l’impressione di trovarsi incanalato in un successo straordinario che crescendo avrebbe raggiunto. Non è una prerogativa dei nonni, di tutti i nonni, questo fatto di aprire ogni tipo di porta agli occhi di un bambino, però il nonno di Spartaco era così, perché quando lui gli faceva una domanda riusciva sempre ad aggrapparsi a qualche impressione reale per farlo ridere di gusto, e al di là di tutto capiva che l’importanza del gioco stava nel fargli la domanda. Non quello che veniva fuori, ma esprimere solo una domanda per vederlo veleggiare verso un mondo che nessuno aveva mai visitato. Insomma per lui era una specie di attore capace di interpretare sulla scena qualsiasi ruolo, tanto da immaginarlo come una figura mitica sopravvissuta a chissà quale apocalittica catastrofe.
Non sapeva se fosse giusto considerarlo un complimento, ma la sua mania di fantasticare ad occhi aperti lo aveva contagiato per tutta la vita. La prima volta che lo colpì con questo suo arzigogolare nell’immaginazione frequentava la prima elementare e nonostante fossero passati molti anni il gioco lo intendeva ancora come un momento speciale dove realtà e simbolo stanno sullo stesso piano. Anzi, di più: finiscono per stare uniti, … per sciogliersi nello stesso brodo. Il gioco è una cosa seria. “Ci si diverte comunque, ma è sempre una cosa seria, a partire dall’idea e dalla sua organizzazione”, pensava Spartaco in quel momento. Adesso che aveva settant’anni poteva dirlo, doveva ringraziare anche Rutilio se era cresciuto così esigente. In realtà poi la vita è complicata, così piena di confusione, chissà se ha senso andare oltre certi limiti, andare oltre il silenzio che c’è dietro la realtà dei fatti.
ottobre 2025
L’occhio della farfalla
di Rita Simonitto
La quinta B del Liceo Classico G. Leopardi era sempre stata una classe turbolenta. Figurarsi poi quando si trattava di andare in gita scolastica. Tant’è che per quella occasione che aveva per meta Parigi si pensò di aggiungere un docente in più per l’accompagno. La scelta cadde su Maria Di Luigi, insegnante di ginnastica in una sezione staccata. Contrariamente al dinamismo che ci si sarebbe aspettati da una docente di quella disciplina, la donna faceva pensare più ad una pertica attorno alla quale degli abiti venivano addossati alla bell’e meglio. La sua seriosità, se da un lato garantiva una certa fiducia, dall’altro però aveva qualcosa di inquietante, un essere attraversata da un’ombra, come chi è lì ma nello stesso tempo è da un’altra parte.
Quel primo giorno destinato alla Grande Galerie de l’Evolution dentro l’imponente Muséum National d’Histoire Naturelle di Parigi andò nel migliore dei modi. Sembrava che il contatto con quei reperti archeologici, quel patrimonio ricco e importante che permetteva di comprendere l’evoluzione della vita nelle sue varie sfaccettature avesse fatto sentire i ragazzi piccoli piccoli calmando la loro esuberanza. Alla fine del giro educativo, dopo aver preso gli appunti necessari per la tesina prevista alla conclusione del viaggio, si soffermarono per un po’ nella sezione museale dell’Entomologia e poi sciamarono fuori, nel flusso multicolore de Le Jardin des Plantes.
In velocità erano passati davanti alle bacheche dei coleotteri – alcuni caratterizzati da una fantastica mostruosità come il cervo volante – e, a seguire, quelle delle farfalle. Pur dopo il rapido sguardo rimaneva il turbamento per la procedura utilizzata nel produrre quei reperti ed era ancor più inquietante quand’essa veniva applicata alle farfalle, quasi fosse un voler paralizzare per sempre il loro sgargiante splendore. O, forse, aveva a che fare con un perverso desiderio di impadronirsi di quella bellezza, anziché osservarla, rispettarla alla giusta distanza, un non accettare quel senso dell’effimero che le contraddistingueva.
La bellezza. Quanto e quanti ne avevano scritto! Quella manifestazione particolare attraverso cui l’essere si rivela, ci affascina e ci invita ad amarlo. Epperò, mentre noi vorremmo appropriarcene, esso si ritira lasciandoci nella frustrazione più cocente!
Una sconfitta all’idea onnipotente del possesso che non sempre viene tollerata! E che in alcuni casi si esplicita nel drammatico: “O mio o di nessun altro!“.
L’idea, dunque, che tutta una serie di spilli avesse fissato tragicamente il destino di quella eterea grazia fece fare una smorfia di raccapriccio a Fiordiligi la quale, anche quando i suoi compagni se ne erano usciti, era rimasta immobile lì, quasi stordita.
La stupefacente tenerezza dei colori, la geometria delle forme dei Lepidotteri e la aggressiva mostruosità dei Coleotteri subivano lì, sotto i suoi occhi, lo stesso trattamento barbaro, essenze morte ma presentate lì come vive: sembrava che da un momento all’altro si potessero contorcere negli spasimi ultimi causati dalle trafitture o, invece, potessero spiccare il volo e liberarsi da quella prigionia.
L’occhio colorato di una farfalla, una Automeris io, l’aveva poi particolarmente impressionata, assorbendola fin nel profondo, quasi fosse una seduzione magica, una specie di attrazione ipnotica. Sentiva formarsi fra lei e quella creatura un gioco di rispecchiamenti favorito anche dai riflessi del vetro della teca: un caleidoscopio di occhi, in particolare uno che sembrava guardarla fissamente dal fondo di quelle immagini sovrapposte. Dalla documentazione in suo possesso sapeva che quella farfalla, quando percepisce il pericolo di qualche predatore mette subito in vista i falsi occhi disegnati sulle ali: così facendo spaventa l’avversario e guadagna secondi di vantaggio per mettersi in salvo. Questo però accadeva con i predatori già catalogati come tali. E con quelli di cui non si era avuto esperienza? Che cosa succedeva? Doveva scriverla nella tesi questa riflessione così inquietante?
La fanciulla ebbe un lieve capogiro, si guardò intorno alla ricerca di una qualche presenza reale che la togliesse da quella malìa, ma oramai attorno a lei non c’era nessuno tranne, poco distante, un signore vestito elegantemente, un abbigliamento improbabile dato il luogo e la stagione che si avvicinava al caldo. Gli sorrise debolmente e poi, facendosi forza, lentamente scivolò fuori. C’era una lieve brezza che la rinfrancò e a passo lesto cercò di raggiungere i suoi compagni.
“Signorina, signorina!”, l’uomo elegante si stava avvicinando a lei con rapido passo sventolando qualche cosa in mano.
“Signorina, ha perso questo braccialetto!”
Per educazione la ragazza si fermò, tranquillizzata anche dall’accento italiano, considerò l’oggetto (due rigidi fili d’oro facevano da margine a un leggero intreccio dorato in filigrana per poi chiudersi a cerchietto con uno scarabeo dorato) e sorridendo, pur con un certo disagio, negò che quel monile le appartenesse. A sostegno del suo rifiuto stava per aggiungere che lei non era solita portare braccialetti ma la vistosa bugia che stava per dire (l’abbronzatura incipiente le aveva lasciato un lieve segno bianco al polso) la fece sentire ancor più in imbarazzo.
“Sembra invece che sia proprio suo! Permette? ” e, senza darle un tempo di reazione, le prese con delicatezza la mano e glielo mise al polso. ”Ecco, vede? Pare fatto su misura” disse accompagnando il click di chiusura. “E poi, anche se così non fosse”, aggiunse con un sorriso complice, “lo tenga come un regalo della Storia, un segno di buon auspicio”. E poi, allontanandosi: “Non se lo tolga. Lo scarabeo è un portafortuna! Adieu” concluse salutandola con un gesto della mano. Era accaduto tutto con una rapidità tale da sembrare un sogno se non fosse stato per il brivido di freddo che Fiordiligi aveva percepito al contatto del metallo sulla pelle e i barbagli di luce che si sprigionavano dallo scarabeo dorato.
Emozioni contrastanti la turbavano e non riusciva a controllarle: sconcerto per l’incontro strano, perplessità sul tenere o meno quell’oggetto prezioso (perché a colpo d’occhio le pareva un monile costoso) e un certo sentimento di lusinga per l’attenzione e la gentilezza con cui l’uomo le si era rivolto. Mettiamo che lui avesse trovato a terra quel gioiello: avrebbe potuto anche tenerselo e invece ne aveva fatto dono a lei.
“Fioreee!”, “Fioreee!”. Non c’era tempo per pensarci perché il gruppetto dei suoi compagni l’aspettava all’uscita del Giardino onde imboccare tutti assieme il percorso verso l’Hotel che si trovava in Rue Buffon. Ma la voce di lui continuava a seguirla. Che cosa poteva voler dire: “Un regalo della Storia?” Ma di quale Storia si trattava? Quella che si ripete o quella che si trasforma?
Arrivata in camera, il primo impulso fu quello di sfilarsi il braccialetto per guardare meglio quel raffinato gioiello ma per quanto insistesse con il gancio rappresentato dallo scarabeo non riusciva ad aprirlo. Nello stesso tempo aveva alcune cose da sistemare prima di scendere in sala pranzo e fra queste doveva riordinare gli appunti che aveva raccolto nella visita di quella mattinata e così rimandò a più tardi. Magari si sarebbe fatta aiutare da qualcuno anche se era un po’ restia nel dover raccontare i fatti che l’avevano portata ad entrare in possesso di quell’oggetto. Ma, nonostante gli sforzi per accantonare l’episodio sentiva l’urgenza di mostrarlo a qualcuno e ciò la spinse ad uscire dalla camera. Aperta la porta si trovò davanti la docente di Storia. Ebbe un sussulto: l’accompagnatrice non sembrava più essere quella persona che aveva conosciuto in mesi di scuola. Le assomigliava moltissimo ma aveva colto in quella donna uno sguardo sfuggevole e ambiguo inedito per quella docente che, anzi, era aperta e cordiale. Rapido un pensiero le attraversò la mente: e se fosse invece lei, Fiordiligi, ad avere le allucinazioni? Rientrò subito in stanza. Si sentiva molto stanca e anche provata dalla strana vicenda del braccialetto anche perché era inusuale per lei dare confidenza alle persone. Ad esempio anche a scuola, pur trovandosi bene con il suo gruppo, aveva comunque la percezione di sentirsi altra, diversa. Da dove le venisse quel sentire non ne aveva cognizione, sapeva che era così e basta. Forse era anche questo aspetto che, pur desiderandolo, le faceva paura mostrare il monile alle sue compagne. Avrebbero potuto, oltre che invidiarla, sollecitarla a stare al gioco di seduzione “Perché no? In fondo si fa così, così fan tutte. Il tuo ragazzo adesso non è qui, magari se la sta spassando con qualche altra e anche tu puoi prenderti le tue libertà”. E lei non avrebbe saputo come scegliere. Anche perché non era nel suo stile seguire pedissequamente ciò che facevano gli altri.
Sfinita si buttò sul letto e cadde in un sonno profondo.
Il mattino dopo il tempo era cambiato. Non più il sole accecante e caldo del giorno precedente ma neri nuvoloni correvano veloci, portati dal vento dell’Atlantico. Un po’ per questo motivo e un po’ perché la spossatezza permaneva, Fiordiligi, invece di associarsi al gruppo che sarebbe andato alla Grande Arche, opto per una meta più vicina. Non se la sentiva proprio di scarpinare. Così pensó di aggregarsi al gruppo che con il Prof. di madrelingua francese, Pierre Roudinet (soprannominato dai compagni Ro-bes-Pierre perché tanto era severo in classe quanto era ridanciano fuori ), si sarebbe recato alla Aréne de Lutéce, antico anfiteatro romano testimonianza di una Parigi antica, luogo poco noto ai turisti.
Seduta su un rudere, Fiordiligi aveva ascoltato affascinata quanto il Prof. stava illustrando nella lezione anche se nella mente si infiltrava una certa inquietudine, la stessa che, durante la notte, l’aveva fatta girare e rigirare nel letto.
Fra un appunto e un altro, buttava lo sguardo sulla lontana Tour Montparnasse. Tour Montparnasse, il più importante belvedere panoramico su Parigi. Qualcuno si suicidò da quella torre ma non ricordava chi avesse cercato di fronteggiare Il vuoto interiore precipitandosi nel vuoto esterno. Il vuoto che avvolge tutto nelle sue spire. Rovine del passato, rovine del presente. Ma che strani pensieri le passavano per la mente!
Alla fine della lezione il gruppo dei compagni si stava divertendo a mimare una rappresentazione teatrale: c’era anche chi aveva portato una armonica a bocca e cercava di dare un accompagnamento musicale a quel divertimento che coinvolgeva anche il Prof. I passanti guardavano incuriositi e gettavano qualche monetina tra il divertimento generale. Ma lei era presa da uno strano sopore.
Percepì una presenza alle sue spalle e si stupì quando quella presenza si fece palese alla sua vista.
Lui vestiva in modo più casual anche se ciò non contribuiva a dare ‘leggerezza’ al suo personaggio che rimaneva carico di enigma non sufficientemente mascherato dalla sua sollecitudine.
“Eccola qui la nostra signorina!”. “No non si alzi, la prego”, disse quando lei voleva alzarsi dal gradino “No, piuttosto, se permette, mi siedo io. Poi continuó. “Vedo che il braccialetto lo ha tenuto.”.
”Sí, ma non riesco ad aprirlo “ disse lei.
“Ecco qua “.
Delicatamente le prese il polso, aveva le dita lunghe, affusolate, con un click premette sullo scarabeo, aprí il gioiello e poi, con un altro click lo richiuse.
Non ci fu tempo per lo sconcerto della ragazza perché lui chiese: “Possiamo presentarci?”. Lui tese la mano pallida nonostante l ’incipiente stagione estiva e disse di chiamarsi Rodolfo, di essere italiano e di aver insegnato al DAMS di Genova. Infine si era trasferito a Parigi dove vivevano alcuni suoi parenti. Poi chiese quello della ragazza.
“Fiordiligi“ rispose lei quasi sottovoce. E aggiunse : “Fiore”, per gli amici.
“Sarò importuno” iniziò Rodolfo “ma ho osservato un suo particolare interesse durante l’osservazione dei lepidotteri. Che cosa la prendeva di più? Fa parte del suo piano di studi?”. Ma non le permise di interloquire perché si lanció a disquisire sulla particolare sensibilitá che aveva notato in lei, dai suoi gesti, dal suo interloquire. Gli sembrava che davvero lei fosse una ragazza eccezionale e chissá se gliene veniva riconosciuto il merito. Indubbiamente Fiordiligi non poteva che sentirsi lusingata da quegli apprezzamenti anche se un vago senso di allarme continuava a serpeggiare dentro di lei. Poi le chiese se aveva un ragazzo e da quanto e se lei si sentiva soddisfatta di quel rapporto o avrebbe desiderato di meglio. Quasi senza accorgersene Fiordiligi inizió a parlare di sé, raccontando cose che non aveva detto mai ad alcuno nemmeno al suo fidanzatino. Dei suoi sogni, delle sue paure, di aspetti intimi che mai le erano usciti di bocca e di cui lui sembrava quietamente abbeverarsi permettendole di dare libero sfogo al suo intimo più profondo.
Il fischietto del Prof Roudinet chiamó tutti all’ordine e il gruppo si raccolse e si diresse per una passeggiata in direzione di un mercato rionale lí vicino prima di rientrare.
Cosí terminó lo strano colloquio tra Rodolfo e Fiordiligi.
Ovviamente anche quella notte fu insonne. Con il pensiero, rivoltandosi nel letto, riandava all’incontro di quella mattina all’Aréne: a un certo punto lui, quasi a sottolineare il profondo senso di vicinanza con lei, le aveva preso il polso dove brillava il braccialetto e in quel punto lei sentì una fitta dolorosa che rapidamente sparí.
Come in un lampo, l’attraversó un pensiero sconvolgente: quello relativo ai ladri di emozioni altrui in quanto incapaci di averne di proprie, genuine. Ma come era venuto, altrettanto rapidamente quel pensiero sparí.
Il penultimo giorno della loro permanenza a Parigi era dedicato all’incontro fra culture per cui gli allievi si stavano dirigendo verso l’Institute du Monde Arabe.
Fiordiligi giá lo conosceva in quanto lo aveva visitato alcuni anni prima con i suoi genitori e ne parlava con il Prof. Roudinet dicendo quanto la avesse colpita la facciata dell’Istituto costituita da minuscoli diaframmi che, azionati da un sensore centrale si aprivano e chiudevano lasciando4 filtrare all’interno la luce a seconda delle necessitá. Come se fossero tanti piccoli occhi in grado di filtrare gli eventi esterni per trasmetterli poi all’interno. “Se anche l’essere umano fosse provvisto di questa capacitá….“ disse ridendo Fiordiligi e anche il Prof rise aggiungendo un altro tassello di apprezzamento per quella allieva particolarmente dotata. In quel mentre, in senso contrario al loro andare incrociarono Rodolfo che ad alta voce gridó “Fiordiligiii! “ sbracciandosi in un saluto che si concluse con un bacio spedito dalla punta delle dita. A fronte di quella platealitá e al vistoso rossore apparso sul viso della fanciulla, Roudinet chiese informazioni ma la ragazza fu evasiva dicendo che si trattava di un conoscente. Lui alzó le spalle come a dire che a lui non si raccontavano frottole. Nel contempo lei giá immaginava le sue compagne a complimentarsi per la conquista….
Non poteva continuare cosí, in quella ambiguitá. Aveva bisogno di parlare con un adulto, ma come spiegare? Sentiva che ogni sua parola avrebbe potuto essere equivocata se non anche rivoltarlesi contro e allora…. L’angoscia di poter essere accusata di connivenza, di complicitá (sapeva bene quello che succedeva in casi similari) fu piú devastante del problema stesso.
E finalmente arrivó il giorno della partenza prevista con il primo volo della sera. Era di nuovo scoppiato un caldo afoso per cui si decise di dedicare la mattinata a ristorarsi a Le Jardin des Plantes poco lontano dall’Albergo mentre il pomeriggio sarebbe stato dedicato ai bagagli. Quel giardino costituiva sempre un godimento per la vista, per i profumi, l’ammirazione per la cura con cui era tenuto… un piacere passeggiarvi. Come contrappunto a tanta leggerezza In fondo si stagliava con la sua imponenza il Muséum National d’Histoire Naturelle.
Uno strano turbamento assalì Fiordiligi, un turbamento che cresceva spingendola verso il luogo dove era incominciata la sua strana avventura. Una specie di forza la portava a rivedere per l’ultima volta quella farfalla il cui occhio l’aveva così ipnotizzata. Come se là si celasse un segreto che doveva scoprire prima della partenza. A rapidi passi guadagno l’ingresso, mostrò il biglietto di accesso ancora valido e si diresse verso la bacheca. Là sembrava che l’Automeris io la stesse aspettando, come se là si sarebbe potuto svelare un arcano.
Era avida di sapere ma una singolare stanchezza la prese. Affaticata da qualche cosa che sembrava avvolgerla come un sudario gelido. Gli occhi le si stavano appannando. Con un ultimo sforzo cercó di interrogare la farfalla ma poi lentamente scivoló dalla bacheca cui stava aggrappata non prima di aver alzato le braccia al cielo in un ultimo grido dopo aver tentato per una volta ancora di trovare una risposta: ma le arrivavano soltanto le immagini delle “Automeris io” infilzate che stavano osservando con occhi ormai inutili la sua fine.
Fiordiligi si accasciò su se stessa, come una corolla senza piú linfa vitale, senza stelo.
Prima che arrivasse qualcuno e dileguandosi poi nel nulla così come dal nulla sembrava essere apparso, lui le sfilò il braccialetto: rimasero sul polso, sopra e sotto come una morsa su quell’esilità ormai inerme, due macchie purpuree. Due occhi rossi sgranati dentro un alone livido.
Terminato il 14.09.25
Lince 3
Dentro di noi
Grottesche (3)
Genova per noi
Ma l’anima non muore!
di Angelo Australi
In fondo al vialetto di cipressi era apparso il cancello del cimitero, dove sul muro di cemento stava scritto:
MA L’ANIMA NON MUORE!
Bello grande. Scritto con della vernice nera, a caratteri cubitali.
Rutilio parlò di uno scherzo di pessimo gusto, opera di qualche giovane scalmanato che certo non sapeva come impiegare il tempo.
I sassi che selciavano la strada gli entravano nei sandali, Spartaco si fermò a toglierli e suo nonno, per mettergli fretta batté il manico della giannetta sul palmo della mano. Oltrepassato il cancello del cimitero intravide il becchino e gli andò incontro, lasciando il nipote a combattere con quei sassolini bianchi e taglienti come frantumi di vetro.
L’uomo stava scavando presso una fila di tombe, quando Rutilio lo salutò.
«Ho appena finito di scalzare i marmi». Sputò la cicca che si era spenta al filtro. «Prima di scavare la terra preferivo attendere il suo arrivo… So che ci teneva»
La faccia del becchino era accaldata e tremava ogni volta che faceva uno sforzo fisico. Spartaco, solo osservando le smorfie di quell’uomo, estraneo ad ogni forma di sofferenza, ricordò che il nonno spesso aveva parlato della riesumazione dei resti dello zio. Le sue ossa avrebbero dimorato in un loculo che Rutilio, per accontentare i morti e i vivi, ai quali non avrebbe lasciato nessun debito, aveva comprato doppio per starci un giorno anche lui e la moglie.
In quella parte di cimitero le tombe avevano i marmi rotti o divelti e le croci, che fossero di marmo, di pietra o di legno, erano tutte fuori asse, per alcune addirittura sembrava che la terra fosse stata risucchiata nel vuoto di una voragine di cui restava visibile solo una ferita cicatrizzata dalle erbacce seccate dal caldo di stagione. Molti nomi dei defunti non erano più leggibili e forse solo il becchino, ormai vaccinato contro ogni forma di paura, sembrava sapersi orientare.
«É tanto che siamo usciti dalla guerra, eppure mi sembra ieri. Quanti disgraziati ci hanno perso la buccia! Io sono il primo a reputarmi fortunato, se lo racconto oggi è perché l’ho scampata per miracolo.»
Il becchino si passò le mani sulla fronte stempiata, per aggiustare i due ciuffi di capelli che gli crescevano proprio sopra le orecchie.
«Non si sputa sulla fortuna, io dico… Pensi che mi scoppiò una granata a pochi passi. Le schegge fischiavano dappertutto quel giorno, disorientato com’ero mi gettai a terra e chiusi gli occhi. Piangevo come un bambino, e in quella confusione di spari e di scoppi che non sembrava finire mi sono pisciato anche nei calzoni. In quei momenti pensavo solo di morire. Sì, sentivo la morte nell’aria come un odore che portava il silenzio dentro la mia testa. Ero lì, immobile, gli occhi chiusi, aspettavo in preda alla paura più profonda che giungesse la scheggia giusta a farmi a pezzi. Quando ho capito di averla scampata, la gioia era ancora più forte dell’odio che provavo contro chi mi aveva costretto a stare in quel posto di merda, e più forte anche dell’umiliazione di scoprirmi fradicio di piscio al cavallo dei calzoni. Per questo oggi mi arrangio anche a fare il becchino, pur non essendo il massimo che si possa aspettarci dalla vita. Non si sputa più sulla fortuna, quando si è passati da queste situazioni».
«Lei di che classe è?», gli chiese Rutilio.
Il becchino era nato nel 1922. A gennaio del 1922.
«Oggi mio figlio avrebbe avuto un anno meno di lei»
«Sono nato il giorno della Befana, di quarantacinque anni fa», precisò il becchino.
«Lui era nato di settembre… Settembre del ventitré».
«Faccio questo mestiere da almeno dieci anni. I primi tempi proprio non sapevo ambientarmi, alla fine però ci ho fatto lo stomaco. Prendo la vita come quei direttissimi che sfrecciano sulla ferrovia, ai quali non si riesce mai a contare il numero dei vagoni. Dentro a quella velocità sono incuranti di tutto».
Si soffermò a guardare la punta della pala, sputò sulle mani e tolse un po’ di terra dal bordo dello scavo. Aveva alzato la testa per guardare oltre il muro del cimitero, e perso nello sguardo sospeso sul paesaggio collinare, riprese a conversare con aria stralunata.
«I pianti che sono inzuppati in questa terra! Forse qua sotto, a qualche decina di metri, in tanti anni si è formato un lago… Mi dia retta Rutilio: guerra o malattia, gli diamo un valore solo noi perché si continua a vivere. La scalogna è quando ci coprono con due metri di terra troppo presto. Le madri si strappano i capelli, le vedove baciano questa terra così scura che sembra merda, in fondo in fondo però il sole sorge e tramonta ogni giorno. Ieri ho seppellito uno della mia età che era morto di tumore. I medici all’ospedale gli avevano aperto e ricucito lo stomaco senza neppure dargli l’illusione di aggrapparsi a un filo di speranza».
Rutilio supplicò il becchino di sbrigarsi. Dal cancello era entrata una donna con in mano un mazzo di fiori.
«Non stia a preoccuparsi, mi basta un quarto d’ora. Massimo venti minuti. Nei giorni scorsi è piovuto, così la terra non è soda come i mattoni».
Intanto Spartaco si era soffermato a guardare il marmo che stava sulla tomba dello zio, provando una certa impressione a vedere inciso il nome e cognome che lui stesso portava. In quel momento non riusciva ad immaginare cosa avrebbe potuto augurarsi per il futuro, di fronte a quella vita spezzata a causa della guerra. Lui ce l’avrebbe fatta a crescere, a realizzare un’esistenza? Solo sua madre riusciva a tranquillizzarlo contro queste paure. All’esile ombra della croce di marmo di un’altra tomba, il becchino aveva messo il fiasco del vino con il collo chiuso da un bicchiere sporco di ditate. Spartaco intravide tra la terra smossa qualcosa di colorato e spostò due o tre zolle più compatte per capire che si trattava di un fiore di plastica, di una rosa rossa per la precisione, ormai senza più gambo.
«Lo vuole un goccetto di vino?».
Rutilio accennò di no con la testa.
«Lo fa mio cognato e non è poi malvagio».
Il becchino bevve e prima di rimettersi a lavorare fece uno schiocco con la lingua.
«E tu che ci fai? Perché circoli da queste parti?».
«Mi chiamo Spartaco, proprio come lui» disse indicando la lapide.
«Sicché io a questo punto dovrei scavare?»
«È mio nipote, sa tutto di suo zio», disse Rutilio.
«Nisba… madonna vergine! Non funziona così».
Si riempì un altro bicchiere di vino, tenendo il fiasco sottobraccio come una fidanzata. Nel piegarsi in avanti ebbe un attimo di esitazione e il vino finì per traboccare dal bicchiere. Bestemmiò di nuovo, a denti stretti, dicendo che non voleva dei ragazzini tra i piedi.
Spartaco arretrò di uno o due passi, perché lui non gli toglieva gli occhi di dosso.
«Ma è mio nipote! Dio santo, non si tratta di un estraneo».
«Mi ascolti Rutilio… per me è sempre un bambino».
«Non può fare uno strappo?».
«Non è questione», disse il becchino, «sono proprio io che non me la sento di continuare se il ragazzo non si allontana».
Bevve d’un fiato dal bicchiere che parlando con Rutilio aveva finito per coccolarsi in mano.
«Mi dispiace, ma è così. Vado già male io a braccetto con la testa gialla, figuriamoci quello che può provare un ragazzino. Una paura improvvisa poi non si scrolla più di dosso. Ci creda Rutilio, lo faccio nel suo interesse».
«Mio nipote deve restare!».
«Questa è la pala, … e questo il piccone. Se pensa di fare a modo suo, prende e si mette a scavare. Ho così tanto lavoro che mi fa un piacere».
«Avanti, si brighi allora!».
«Perdinci! Mi ci metto con i denti, mi ci metto, … appena il ragazzo se ne sarà andato. Lavoro più tranquillo senza averlo tra i piedi. Me lo sognerei la notte sennò, con quel suo sguardo impaurito. All’ospedale così giovani non li fanno neanche entrare a visitare un malato».
«Pensare che sono stato io a costringerlo a studiare in seminario». Rutilio si era tolto il cappello e lo cincischiava tra le mani, fissando il mucchio di terra appena rimossa. «Lo obbligai quasi, perché era l’unico modo per dargli una posizione senza stare coi fascisti. A lui piaceva dipingere, ma non aveva poi molto le idee chiare. Se mi avesse detto che nella vita voleva fare quello, non so, forse gli sarei andato dietro. Però lui accettava tutto quello che gli proponevo. Era un ragazzo intelligente, solare. Per mandarlo a studiare in seminario abbiamo fatto molti sacrifici, a cominciare da me per finire all’altro mio figlio, il padre di questo ragazzo che vede qui adesso. E quando scoppiò la guerra si capì al volo che prima o poi avrebbero richiamato anche quelli nati nel ventitré. È partito per il fronte quando mancava solo un mese a cantar messa. Questo mi racconta l’assurdità della vita. Meglio prete che essere spediti al fronte. Ma poi non è andata così».
«Su, ragazzo, … allontanati. Ti chiameremo quando non c’è più niente da vedere».
Il becchino aveva già sbarbato la croce di marmo.
Spartaco fissò il nonno, ma Rutilio ormai si era perso a parlare di suo figlio. Si allontanò camminando distrattamente, seguendo con lo sguardo la sua ombra piatta stampata sui sassi, lunga a sottile. Non sapeva in quale parte di mondo mettersi ad aspettare il nonno, e quei sassetti bianchi e taglienti del vialetto ricominciavano ad entrargli nei sandali e a pungerlo come se ci fossero degli spilli.
«Spartaco! …».
«Sì, nonno?».
«Mi raccomando, resta nei paraggi. Al momento che me ne vado vorrei trovarti subito».
«Va bene».
Il suo sguardo era stato nuovamente conquistato dai ricordi che si impastavano a quella terra asportata con cautela.
Nell’attesa di sentirsi chiamare Spartaco pensò di intrattenersi con un gioco, ma quale, in un cimitero? Dentro la sua mente era uno sciabordio di fatti liquidi che vorticavano intorno al nodo di tristezza aveva finito per assalirlo. Solo questo. Nessuna energia. Le acque si rifrangevano portando i ricordi del nonno alla deriva, mentre la quiete che c’era nel cimitero diventava sempre più angosciante. Sentiva di non poter fare niente per aiutarlo e sinceramente, adesso, a mente fredda, lo impauriva anche solo l’idea di aver rischiato di assistere all’esumazione. Alla fine anche la possibilità che lo zio non avrebbe fatto il prete se le cose fossero andate in modo diverso, detta dal nonno adesso gli sembrava una menzogna, perché lui si era sempre vantato con orgoglio di questa sua vocazione religiosa. La scalogna di quest’uomo fregato dalla guerra appena un mese prima di cantar messa era in sintesi il nocciolo magico dell’unica figura eroica della sua famiglia, uno che avrebbe potuto fare perfino il prete o l’artista e alleviare la sofferenza dell’umanità. La coincidenza del suo nome con quello dello zio mise doppiamente in crisi Spartaco, perché nonostante la sua morte prematura i giudizi nel paese finora avevano sempre confermato la credibilità dei racconti del nonno. Spartaco aveva visto solo un paio di foto, ma i lineamenti dei loro volti se li avesse sovrapposti avrebbero coinciso in tutto e per tutto. La fronte alta, lo zigomo un po’ marcato, la protuberanza del naso e la fossetta sul mento, tranne il colore dei capelli tutto sembrava coincidere: lui del colore del grano maturo, lo zio sul biondo chiaro, che però dalla foto in bianco e nero appena si percepiva. Il confronto con questo personaggio del quale portava il nome gli aveva sempre pesato e fatto paura, perché non sembrava possibile che a una vita così ricca di talento non fosse stata concessa almeno una possibilità di costruire qualcosa di importante. C’era stato un momento in cui addirittura Spartaco aveva cominciato a pensare che sarebbe morto anche lui a ventidue anni, disperato chiedeva certezze a sua madre: ora non c’è più la guerra, ma si può morire ugualmente a vent’anni?, le chiedeva. Sua madre allora tentava di distoglierlo da quei pensieri affermando che la natura ha sempre un suo punto di equilibrio per controbilanciare sfortuna e fortuna. Altre volte lo rassicurava dicendo che come per gli individui ci sono dei periodi tristi e dei periodi felici, così accade anche per le famiglie, Spartaco sicché poteva stare tranquillo, visto che la loro quota di disgrazie era già stata pagata da un pezzo. Lei rideva e Spartaco finiva per tranquillizzarsi, anche se poi immaginare cosa avrebbe fatto da grande era difficile come pensare alla morte dello zio, del quale aveva ereditato il nome.
Dietro al cancello trovò la fontana e si avvicinò per bere. Aprì il rubinetto, ma l’acqua che uscì era calda come il piscio. Nell’attesa di far scorrere tutta quella ristagnante dai tubi, posò lo sguardo sulla bottiglia adagiata sotto la cannella. Dentro vide una forma che annaspava a pelo d’acqua e si ritrasse di scatto, come impaurito. Gli uscì appena un gemito di sorpresa, mentre indietreggiava continuando a guardare l’essere che si muoveva freneticamente dentro la bottiglia. Spartaco si guardò intorno in cerca di aiuto, anche se un po’ si vergognava di distogliere Rutilio mentre si confessava con il becchino. Il sudore si stava ghiacciando, mentre intirizzito continuava a fissare la bottiglia. Il sole era ancora alto in cielo, così chiuse le palpebre. All’improvviso vide come un bagliore che si restrinse sulla visuale del cielo senza nuvole. Era solo un mondo non più grande di un chicco di grano, quello con il quale doveva confrontare il proprio futuro, dove ci sarebbero state seminate dagli uomini tante menzogne per modellare la realtà con la proiezione dei desideri. America, Russia, Inghilterra, i due poli, l’equatore, tutto stata racchiuso in un piccolo gesto scosso da un’improvvisa paura, un rimorso che aveva velato anche gli occhi di Rutilio nel tentativo di convivere con le proprie bugie. Il brillio fastidioso della luce del sole aveva finito per mangiarsi tutti i colori.
Spartaco avrebbe urlato, se solo la paura non si fosse impadronita dei suoi stati d’animo. Si azzardò a fare un passo avanti, ma era un gesto incompiuto, gli tremavano le gambe e le braccia, il cuore batteva all’impazzata e un dolore saliva dal petto fino a chiudergli la gola, quasi a togliere il respiro. Tutto a un tratto aveva una gran sete, sentiva la lingua riarsa e la gola prigioniera di un costante pizzicore. I cipressi erano un’antica muraglia dove una moltitudine di passerotti faceva il nido e la luce non disturbava il sonno dei morti.
Poi una mano lo afferrò da dietro le spalle e urlò tutto il suo malessere interiore.
«Che c’è, … vedi gli spiriti in pieno giorno?».
Una donna spostandolo aveva tolto i fiori e lavato il vaso di cristallo con l’acqua che scorreva dal rubinetto. Spartaco aspirò tutta l’aria che gli era possibile accogliere nei polmoni, poi cominciò a balbettare qualcosa rivolgendosi a lei.
«Lì-lì… de-dentro, che-che ci-ci sta, lì-lì de-dentro la-la bo-bottiglia?»
«Ma niente, benedetto ragazzo!»
«Tu, tu gua-guardaci allora, faffai pre-presto!»
La donna prese in mano la bottiglia e ci guardò dentro attraverso la trasparenza del vetro. Si picchiettò la fronte con due dita e rovesciò in terra il contenuto, poi con le mani bagnate si massaggiò il collo grasso e tozzo.
«Hai visto? Era solo una lucertola»
«Una lucertola?!»
«Esatto, … proprio lei»
Allora vinse la paura e prese quella povera bestia dalla coda per depositarla in un luogo più asciutto. La lucertola, piccola e indifesa, scodinzolava con dei movimenti lenti e impacciati, con il corpo ancora gonfio di acqua.
«E ora, morirà?»
Il tremito adesso si era calmato, ma sentiva bruciore alla faccia.
«È una lucertola, … mica un essere umano» disse la donna. «Chissà quante ne avrai uccise o tagliato la coda per divertimento, perché fai codesta faccia da funerale? Ve’ là, è già tutta arzilla»
«Com’è buffa, sembra ubriaca»
«Voi ragazzi oggi vi impaurite quando schizza un moscerino nell’occhio. Ecco il guadagno a farvi crescere così in fretta»
Mentre la donna aveva finito per parlare a se stessa, la lucertola era sparita tra i ciuffi d’erba che crescevano lungo il muro. Dopo un profondo respiro Spartaco si sentì leggero, leggerissimo, e senza salutare la donna cominciò a correre verso l’uscita del cimitero. Negli ultimo tempi Rutilio gli aveva detto svariate volte che la morte va presa come un sentimento di paura che arricchisce la vita, e forse solo per questa sua idea voleva farlo assistere all’esumazione della salma di quello zio che non aveva mai conosciuto. Anche se lo aveva mistificato in tutte le salse, per nascondere la necessità di evitargli prima il fascismo e poi la guerra, Spartaco poteva perdonare perché glielo faceva sentire più umano. In fondo il nonno, con la sua falsa versione dei fatti, non aveva che accentuato la mostruosità del destino capitato a quel figlio. Gli aveva detto spesso, senza riuscire a comprenderne il significato, che la vita è una strada dove si cammina con dei pesi legati ai piedi, Spartaco però non aveva mai immaginato fosse anche una battaglia serrata contro le proprie illusioni.
Arabeschi di luce filtravano dai cipressi battendo sulla nuda terra. Uscito dal viale di accesso si ritrovò sotto la cappa di un cielo azzurro che si stava squagliando su tutta la terra. Incontrò un fosso e lo saltò a piè pari, e là dove terminava il campo di granturco non ancora maturo, una quercia gigantesca aveva finito per colpire il suo sguardo. Cominciò a fischiettare una canzone di Lucio Battisti che andava di moda nell’estate del ’67, colpendo le zolle di terra e immaginando di star giocando una partita di calcio. Pensò per un momento anche a Rutilio, il suo grande nonno, che non trovandolo si sarebbe di colpo impensierito. Poi chiuse gli occhi, immaginando di volare verso quella quercia come un fringuello. Decise di non tornare indietro, verso il cimitero, ma di aspettarlo lì. Vista in televisione o al cinema la morte non era mai banale come in bocca al becchino, e neanche nei fumetti che leggeva la fine di un’esistenza scadeva mai al puro calcolo dei vivi. Rutilio invece era entrato in una fase che ci pensava in ogni momento della giornata. In ogni frase, ogni ricordo, quella dannata parola ci finiva dentro, così qualche volta se ne usciva con delle versioni completamente discordanti da quelle tante storie raccontate in passato. Ma su tutto ultimamente cambiava la versione dei fatti, come se non gli restasse quasi più tempo per fare pulizia.
BREVE NOTA.
MA L’ANIMA NON MUORE! è uscito in BUGIE (Avagliano Editore, 2004) una raccolta che conteneva dieci racconti di narratori italiani, a cura di Idolina Landolfi.
L’acquerello con le canne di bambù è di Konrad Dietrich, realizzato appositamente per questo racconto.








