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I cantieri aperti della scrittura

L’inverno del Sessantuno

 il Pratomagno con la neve,  acquerello di Konrad Dietrich

 di Angelo Australi

Durante l’inverno del ‘Sessantuno il nonno si ammalò con una certa frequenza, e siccome era già molto vecchio la sorella di mio padre veniva spesso a trovarci perché immaginava la sua morte in ogni momento del giorno. Ricordo con lucidità che la voce della zia Gianna era esile e riservata come quella di una suora, spesso e volentieri diventava appena un sospiro che non capivo standole a un passo. Era cuoca all’ospedale, con le sue levatacce sicché si addormentava la sera sul nostro divano stanca morta, russando e scoreggiando senza rimpianti. Certe volte, quando non era in compagnia di suo marito, le fischiavo con forza negli orecchi, così lei sobbalzava e si abbracciava il petto mastodontico.
– Dio mio, per poco non muoio d’infarto – ci diceva ridendo.
Io ero piccolo ma zia Gianna mi restava proprio simpatica. Certe sere lei e il marito facevano un tratto di strada insieme, lo zio Remo ci salutava urlando un olé a tutti noi dalla rampa delle scale per poi precipitarsi al bar, dove lo aspettavano un gruppo di amici per giocare a carte o a biliardo.
Una sera le chiesi il motivo della sua corpulenza. Senza cattiveria, solo per pura curiosità.
– Non ti piaccio, brutto scricciolo maleducato?!
Il tono permaloso alla sua voce non venne bene, così sembrava più comica del solito.
– Sei la donna più bella del mondo!
Sorrisi, inscenando una danza tribale lì davanti a lei.
– … Come Elena la troia.
Mio padre mi diede uno scappellotto, ma cominciò a ridere e sicché non lo presi come un rimprovero.
Quella che all’inizio sembrava una delle tante riunioni di famiglia la zia la occupò a spiegarci che la sua grassezza era frutto di una deformazione professionale. Che quella definizione non fosse la più consona lo capii quando volle spiegarmi che era costretta a fare quattro pasti al giorno, due nella cucina dell’ospedale, e gli altri due a casa, per non lasciare il marito da solo a tavola. A questo ritmo il suo metabolismo era andato seriamente in confusione. Ci spiegò come avrebbe fatto un dottore che il suo fegato lavorava a ciclo continuo, senza mai fermarsi. Era entrata in una sorta di paranoia o stress alimentare, ma lei lo aveva chiamato deformazione professionale perché il cibo era strettamente collegato alla sostanza del suo lavoro.
– Alla tua età ero forse più magra di te. A guardarmi di profilo sembravo trasparente.
Che fossi magro lo dicevano in molti, a cominciare da mia madre, però non riuscivo ad immaginare che in tempi lontani zia Gianna fosse stata sottile come uno stecco.
– Ti stai trasformando in una melanzana, dai fianchi in giù – le disse nonno Rutilio, in preda alle convulsioni di un attacco di tosse.
– Ho anche il colesterolo quasi a trecento – lo informò lei.
– La vita è tua, non lo sai?
– Anche se decido di non mangiare, i cibi che cucino dovrò pure assaggiarli.
– Ma tu ti allargheresti anche solo ad annusarli, quei cibi che prepari per i pazienti dell’ospedale – disse il nonno.
– Sai quanto pesa una scoreggia? – le domandò lei ridendo.
– Che, sei scema!
– No, babbo caro, … è che ragiono in un modo scientifico: il gas che abbiamo in corpo è come l’aria, se lo butto fuori dovrei pesare qualcosa di meno.
– Se trattieni il respiro, però – disse mio padre ridendo. – Altrimenti tanta aria esce, tanta ne entra, … dal naso o dalla bocca.
E la zia Gianna lì a insistere di gusto sulle sue teorie.
– Facciamo l’ipotesi – disse smanacciando con le mani, – … sì, facciamo l’ipotesi di fermare il tempo proprio nel momento in cui l’aria mi esce dal culo. Sì, … così. Tutto fermo, prima di fare l’ennesimo respiro. A quel punto il mio corpo peserà sì o no, qualcosa di meno?
– Certe gente con la lingua taglia e cuce le parole come più gli fa comodo – disse Rutilio.
– Non dico tanto. Un grammo. Mezzo grammo. Un millimetro di grammo. Insomma, … quell’aria gassosa peserà pure qualcosa!
Mentre tutti parlavano di obesità e come difendersi dall’aria gassosa, mi ricordai di alcuni bambini denutriti che avevo visto sfogliando una rivista alla quale il nonno era abbonato, in una fotografia scattata nei sobborghi di Napoli alla fine delle seconda guerra mondiale, così fui assalito dal terrore che anche la zia da piccola fosse stata in quelle condizioni, o che potesse diventarlo nel momento che la costringevamo a mettersi a dieta.
Volevo raccomandarle di restare sempre grassa, ma una voce dalla strada urlò il nome di mia madre e mi trattenni.
– Giulia, ti stanno cercando – disse mio padre.
– A quest’ora?
– Dovrai affacciarti.
Mio padre la fissò.
Fu un assenza a dir poco telegrafata, e al suo ritorno ci disse che la volevano al telefono. Siccome ancora non avevamo la linea, alla bisogna i parenti di mia madre si appoggiavano al numero telefonico di questi nostri vicini.
Mio padre appoggiò alla sedia prima una, poi l’altra scarpa, finì di allacciarsi le stringhe e si grattò la fronte.
– Chi fa l’ambasciata? – le chiese.
– Demetrio.
– Ti preoccupi prima del lecito.
– Vieni con me?
Nel supplicarlo mia madre gli sorrise timidamente.
Quando mi affacciai alla finestra la vidi rivolgersi freneticamente a mio padre. Lui la teneva a braccetto, e la sua testa eretta fissava un punto preciso lì davanti a loro. Non riuscivo a capire quanto fosse distante quel particolare che i suoi occhi avevano preso di mira.
Di solito ci andavo pazzo per i film di fantascienza, quello che trasmettevano in Tv invece era più noioso di quando stavo a letto con la febbre, dove avevo davanti agli occhi solo la parete bianca su cui giganteggiava l’armadio a muro. Da lì immancabilmente uscivano delle blatte nere come il carbone che si nascondevano sotto il tappeto, ai piedi del mio letto, e quello che non mi faceva proprio dormire era il pensiero che potessero salirci sopra, finirmi nello stomaco, se dormivo a bocca aperta. Nella noia di attendere il rientro dei miei genitori avevo coltivato la possibilità di fare paura alla zia Gianna perché sobbalzasse di nuovo, ma lei e il nonno si stavano rinfacciando un mucchio di difetti.
Appena tornati mia madre si precipitò in bagno a lavarsi la faccia, uscì e altrettanto velocemente si nascose in camera. Non ci stavo capendo un fico secco, come colpito da un’amnesia mio padre si avvicinò alla finestra, per osservare nel buio le case rischiarate in uno strano vortice dai bagliori lunari.
– Dobbiamo prendere il treno.
Parlò senza che nessuno, in qualche modo, ce lo avesse costretto, ripiegando su se stesso il tono della voce.
Nonno Rutilio gli andò davanti, lo guardò dal basso in alto e disse: – Si tratta di una disgrazia?
Con il suo silenzio mio padre ci fece capire di sì.
– Era chiaro come il sole che non doveva trattarsi di uno scherzo, chi è quel cretino che viene a cercarci a quest’ora della notte con nulla di serio.
– Perché invece non vai in macchina? – gli chiese zia Gianna, sfiorando con una mano la spalla di mio padre.
– Non mi fido a guidare con il buio… Seneca ha avuto un incidente con la moto, il sangue gli ha invaso il cervello e ancora non sanno se passerà la notte.
– Com’è potuto succedere?!
Zia Gianna si asciugò una lacrima di grasso con la mano.
– Ci mancava il tempo di chiedere e il vecchio sembrava troppo agitato – disse mio padre. – Ha saputo dirci che le speranze restavano attaccate ad un filo.
Nonno Rutilio spense il televisore quando il film di fantascienza stava giungendo nella fase culminante: ormai miliardi di insetti, saliti in superficie grazie alla voragine creata da una tremenda scossa di terremoto, avevano assediato una stazione di ricerca isolata sulle montagne del deserto californiano. Erano insetti simili a degli scarafaggi, nati con l’istinto di uccidere, che non distruggevano né il fuoco né l’acqua. Addirittura sembravano comandati da un’intelligenza superiore, nascosta chissà dove.
– Non posso accettare che un bambino e una donna viaggino da soli a quest’ora di notte – continuò mio padre.
– Porterai via anche Spartaco?
– Sì.
– Lascialo qui con me – disse il nonno.
– È vero, forse non è bene che veda… – disse zia Gianna.
– E allora non vedrà…
– … sono momenti che non si controllano molto bene nella mente di un bambino – lei continuò.
– È febbraio babbo, che ci faccio in campagna?
-Tua madre si trattiene solo pochi giorni, non so quanto, ma vuoi lasciarla sola?
– Resti anche tu?
Glielo chiesi anche se già intuivo quello che mi avrebbe risposto.
– Solo per il viaggio. Però mi raccomando a te, fai il buono… queste non sono vacanze di piacere.

Mia madre stava facendo le valige con una fretta davvero insolita. Era distratta e finiva per impiegarci il doppio di tempo. E quando si accorse di me sorrise in un modo che costrinse ad esplorare la sua grande agitazione. Sul letto c’erano i miei vestiti invernali, non quelle mitiche magliette a righe che mi portavo appresso in estate per andare in campagna da zio Seneca e zia Oria, i nonni materni e tutta la sfilza di parenti che stava insieme per lavorare la terra.
– Mi vesto così? – le chiesi con una vena di delusione, indicando il completo blu della cresima che aveva i pantaloni lunghi da omino e la giacca a doppio petto, la camicia bianca dai bottoni di madreperla e la cravatta rosso bordò. Roba da indossare solo nelle occasioni speciali. Invece lei mi passò dei pantaloni di velluto e un maglione a collo alto. Era scossa e non volevo che si arrabbiasse, ma proprio non mi andava di partire così all’improvviso, senza averci potuto riflettere nemmeno un istante.
– E il babbo non si cambia? – le chiesi.
– Non ha importanza quello che fa il babbo.
– Lo zio Seneca ha avuto un incidente?
Si ostinava a riordinare gli abiti nella valigia, senza rispondermi.
– Sta male?
– Spartaco, non sappiamo niente di preciso, ma quando arriviamo non fargli troppe domande. Mi raccomando, … lascia parlare me.
Mio padre ci domandò se eravamo pronti. Lei annuì. Disse che avrebbe preso l’indispensabile, soprattutto dei ricambi per me, visto che mi sporcavo facilmente. Li ascoltavo parlare così come si assiste impauriti all’urlo del terremoto. Vedevo tutti i gesti di mia madre entrare in confusione nel fare la valigia, si muoveva nella stanza come se fosse un’estranea, una persona in cerca di una via di fuga.
– A che ora è il treno?
– Mezzanotte, ma sono già le undici e venti.
– E va diretto al paese?
– Aspetteremo circa due ore alla stazione di Arezzo, prima che giunga la coincidenza.
– Così tanto?
– Potrai riposarti in sala d’attesa.
– Mi è passata la voglia, ci credi?
– Ti capisco.
– Se prendiamo la nostra macchina, non è meglio?
– Sono più di cento chilometri da fare di notte, e anch’io sono stanco morto, … dopo una giornata di lavoro.
– Ernesto, non riesco a crederci… mio fratello deve ancora finire quarant’anni.
– Adesso non precipitiamo le cose, ancora nessuno ci ha già dato una sentenza.
– Li conosci, non saprebbero metterci in allarme per una sciocchezza. Quando mio padre si operò di appendicite, lo sapemmo a cose fatte. Non scrissero, e non ci avvisarono in qualche modo. Lo seppi solo quando ci accompagnai Spartaco a passare l’estate.
– Con questo cosa vuoi dire?
– Che non sono persone da recarsi allo spaccio alle undici di notte per raccontarci al telefono che si è solo rotto il braccio.
– Ora come ora, stai solo esprimendo delle inutili supposizioni.
– Che ti ha detto mio padre?
– Niente che non sai. Lo avevano trasportato in ospedale, e in terra non c’era nemmeno una goccia di sangue. Questo però può essere anche un bene. Smetti di pensare al peggio. Tutto perché all’improvviso un maiale gli ha attraversato la strada.
– Temo che mia cognata faccia qualche pazzia.
– Dovrà appigliarsi a tutta la sua forza d’animo.
Salutai nonno Rutilio con un gesto della mano, proprio come tra adulti, mentre zia Gianna prima mi baciò sulla fronte e poi mi avvolse nel suo grasso abbraccio, sistemò il loden e strinse la sciarpa intorno al collo, stendendola in modo da coprirci la bocca e il naso. Mio padre per quella notte consigliò il nonno di far dormire la zia a casa nostra, visto che la febbre gli era abbassata solo nel pomeriggio.
– Non sono ancora da accompagnatrice – reagì nonno Rutilio.
La zia allora fece una smorfia di nascosto, poi li invitò a pranzo e a cena per quei giorni che io e la mamma saremmo mancati.
– Non farne un problema – disse mio padre. – Ci arrangiamo benissimo.
– Mi offendo sennò. Dopotutto sei mio fratello… e tu mio padre.
Nella strada vuota i nostri passi segnavano il ritmo di una marcia astratta al punto da sembrare impazzita. Camminavamo in compagnia delle nostre ombre, che ci sorpassavano o restavano indietro grazie alla posizione che tenevano i corpi rispetto alla luce dei lampioni. Andavamo di fretta, trattenendo ognuno i propri pensieri, come se ci dovessimo fare a piedi i cento chilometri, invece di raggiungere solo la stazione dei treni. Mia madre era davanti a noi, che seguiva chissà quale suo percorso mentale per immaginarsi, in assoluto silenzio, la sorte toccata a zio Seneca.
Alla stazione dei treni si giungeva percorrendo un viale di lecci. Tutto questo paesaggio era ormai fuori dal perimetro del paese antico, ma fino ad una certa distanza erano visibili le luci, che poi si sparpagliavano in un pulviscolo di stelle e di bagliori, prima di restare nascoste dalle chiome degli alberi più prossimi. Ancora non riuscivo a convincermi che lo zio fosse così grave, ma quella mi sembrava una notte strana, adatta soprattutto a lasciarti nel dubbio. Non c’era un alito di vento, e lo spazio intorno a me sembrava popolarsi di spiriti, ogni volta che osservavo quelle nostre ombre in movimento.

 

giugno 2026

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

diversamente o no

di Marcella Corsi

           Sono alte fino alle spalle, si disse mentre ritagliava un sentiero tra le erbe del prato dopo la breve discesa. Quel parco lo frequentava con una certa sistematicità da quando, cinque o sei anni prima, aveva dovuto cercare un luogo dove trapiantare alberi di trent’anni che dal suo terrazzo si erano fatti largo con le radici fino al soffitto dell’appartamento di sotto.
La ricerca di un luogo disponibile ad accogliere liberamente nuovi alberi, non troppo lontano perché non fosse impossibile andarli a innaffiare al bisogno, non era stata brevissima. Nemmeno era stato facile trovare, senza spendere una cifra, chi facesse il lavoro con danni poco rilevanti durante il trasporto: erano alti, in ascensore non entravano e dunque quattro piani di scale, e ci voleva almeno un camioncino, e anche solo per tirarli fuori dalle fioriere di cemento…
Comunque alla fine erano arrivati al parco. Per due anni e quattro estati li aveva innaffiati. Dapprima si sentiva guardata con stupore o sospetto (qualche cane aveva anche promosso abbai e incontri poco amichevoli). Col tempo però altre e altri ne avevano seguito l’esempio, aggiungendosi ai pochissimi che certo l’avevano fatto nel passato di quel parco: non solo piantare ma anche curare che quanto piantato potesse crescere. Anche i rapporti con i “canari” si erano stabilizzati su una piacevole seppur labile collaborazione. In questo sentiva di aver fatto la sua parte.
Ora una chat permetteva a chi volesse di sapere quel che si faceva e di partecipare a recuperi di piante destinate all’abbandono, trapianti, protezioni dagli sfalci disattenti del Comune, innaffiamenti quando la pioggia si faceva troppo attendere.

Liberati dalle molte erbe che li nascondevano, i quattro oleandri potati quasi a zero per cercare di farli riprendere mostravano le prime foglie. Evviva, si disse. Li innaffiò e s’avviò facendosi largo tra le graminacee altissime per verificare se il ligustro che Anna il giorno prima non aveva individuato (e segnato con il nastro azzurro) avesse bisogno di acqua. Poi ne coprì il piede con rametti secchi e ciuffi di erbe che tagliava col seghetto adoperato per liberare i tronchi dall’edera. Tanti i piedi d’albero, tante le erbe da tagliare. Era allergica ai pollini delle graminacee e le braccia nude cominciavano a pizzicare. La mascherina però le risparmiava i sintomi più fastidiosi.
Quanti sono, si diceva, d’altronde come si fa a non fare il possibile per aiutarli: arrivano già sofferenti ognuno con la sua storia di abbandono, li piantiamo appena possibile ma hanno bisogno di tempo per riprendersi, di un po’ di terra buona, di acqua e sole, e sole e acqua, non troppo sole, non troppa acqua almeno per un po’…
La sera prima non era riuscita a mangiare per via di una nausea forte. Forse l’antitarlo dato su un grosso specchio, o forse un lieve attacco virale (sono così frequenti). Quella mattina era uscita presto, per evitare la fase acuta delle impollinazioni. Ora il sole c’era e cominciava a far caldo. Lavorando sudava, ma voleva finire con quelle pacciamature capaci di schermare il sole. Soprattutto dal lato sud, si diceva quando le forze cominciavano a mancare.
Poi fu quasi uno svenimento, subitaneo. Non riusciva a camminare né a reggersi in piedi.
A fatica raggiunse la panchina più vicina. Era al sole. Sedendosi voltò le spalle e abbassò la testa in modo da avere il sole soltanto sulla schiena. Il malessere non passava. Avrei dovuto fare colazione prima di uscire, pensava. Appena torno a casa
Provò a lasciare la panchina. La testa le girava e non … Certe volte è davvero difficile riuscire a stare dritti … Vacillò. Fece tre o quattro passi nella direzione sbagliata e cadde. Svenuta tra le erbe altissime, verdi di un verde allegro, spumeggianti di giovani pollini in libertà. In fondo era solo il 26 di aprile.
Lì rimase, nascosta agli occhi dei pochi passanti che iniziavano a passeggiare per il parco. Solo un vecchio cane da caccia la annusò ma, dimentico delle cacce della giovinezza, passò via senza dar segno di lei a nessuno.
Quando rinvenne, la mascherina era scivolata di lato al naso, le braccia erano piene di bubboni rossi, non riusciva a respirare né a parlare. Il cuore un tamburino impazzito.  Shok anafilattico, pensò. Prima di capire che stava morendo.

«Non dovresti andarci al parco, mamma, in questo periodo. Proprio non dovresti».
«Ma non è stata l’allergia a mettermi in difficoltà: è stato il virus che mi sono presa, e non aver cenato per via della nausea… nemmeno la colazione prima di uscire stamattina… Certo mi sentivo svenire ma … prima mi sono seduta su una panchina e poi – proprio non mi reggevo in piedi – ho chiesto aiuto a una che arrivava con il cane. Era sottile, ma il suo braccio è bastato a farmi superare la salitella. Mi ha accompagnato fin quasi alla macchina. Ho continuato a star male anche a casa per parecchio. Dunque l’allergia ai pollini non c’entrava. Non troppo almeno».
«Insisto: tu in questo periodo no… E comunque ci dovrebbe pensare il Comune».
«Eh, non siamo mica a Medellin![1]».

Sì, poteva andare diversamente…

 

 

 

 

 

 

 

[1] A Medellin (in Columbia) il Sindaco ha appaltato all’Orto botanico un progetto organico per incrementare al massimo e mantenere il verde cittadino: tanti uomini in verde e azzurro al lavoro, tre gradi in meno di temperatura, cittadini sorridenti.

la canzone di Andrea

di Angelo Australi

Per invogliare il suo bambino a svegliarsi, la mattina Marta apriva le persiane della sua cameretta prima di ogni altra incombenza. A dispetto di certe abitudini che si danno per scontate, quel giorno Andrea era rimasto raggomitolato nel suo lettino fino a quando non aveva udito diffondersi dal giardino lo zirlare di un merlo. Tink-tink-tink, cantava quell’avviso sonoro del merlo: tink-tink-tink. L’allarme melodioso proveniva dal grande nespolo giapponese dove il gatto dei vicini, in cerca di una preda, si era fermato a curiosare.

Tink-tink-tink, … tinktink, … tink. Tink-tink-tink.

Anche la loro gatta, che si chiamava Gina, ferma sul termosifone spento, allertata dal segnale lanciato dal merlo, fissava fuori dalla finestra il movimento che prometteva la giornata.

Appena aperto gli occhi, Andrea aveva visto stagliarsi sul davanzale il profilo di Gina confuso in delle macchie che brillavano come quelle che a volte apparivano nei sogni del risveglio. Il sole del mattino creava una certa staticità su quella gatta affascinata dal movimento mattutino che perveniva dal mondo esterno, e la sua coda si alzava determinata verso il desiderio di catturarsi anche lei una piccola preda: lucertola, topo, uccello che fosse. Gina era di una staticità concentrata da sembrare finta. Avvicinandosi per accarezzare la sua amica, Andrea si era stropicciato fortemente gli occhi. Era piccolo, da sopra il davanzale scorgeva solo la parte superiore della chioma del nespolo giapponese, per esplorare in basso le aiuole e i tanti rosi doveva affacciarsi in terrazza, altrimenti salire sulla sedia o farsi prendere in braccio da uno dei genitori. Adesso quel brillio sulle foglie del nespolo bagnate da una sottile guazza sembrava farle ondeggiare come se ci fosse un leggero alito di vento, e il tutto era animato ogni tanto da qualche nuovo ospite che s’intrufolava nella sua folta chioma. L’incanto della luce del sole che si rispecchiava nelle foglie gli fece immaginare che all’improvviso su quell’albero fosse apparsa in volo una marea di pescetti colorati. Gialli. Azzurri. Rossi, arancioni. Alcuni anche argentati, … anzi: argentini.

– Mamma, … corri a vedere, sul nostro albero ci sono volati sopra dei pesciolini colorati. Corri, corri a vedere!!!

Tink-tink-tinkTink-tink-tink

Insisteva a cantare il merlo, con Gina sempre lì, a fare da statua sul calorifero.

Tink-tink-tink…, tink, tink, … tink. Tink-tink-tink

Chiamò senza indugi sua madre, perché quella, per la sua immaginazione, era una novità assoluta. Ed era anche una bella novità il fatto che si fosse alzato da solo perché solitamente era lei a svegliarlo. Quando andava alla scuola materna Marta lo svegliava sempre all’ultimo momento, per farlo dormire un po’ di più, e a lui piaceva da morire sentire la sua carezza e l’odore buono che mandava, così passava dai sogni alla realtà del giorno che iniziava grazie ad un incanto. Raramente questa incombenza toccava a suo padre, ci voleva la pazienza di un cavallo per costringere il bambino appena alzato a distogliersi dai suoi giochi, cosa di cui si era fatta carico lei in modo quasi automatico. Tranne rari casi, era sempre una corsa a fare le cose in modo frenetico: colazione, andare in bagno, lavare i denti, vestirsi. Prima lei faceva le sue cose con calma, poi pensava ad Andrea, che all’ultimo momento s’inventava sempre un diversivo per mettersi a giocare. Marta doveva correre, Andrea invece ogni mattina, prima di uscire voleva un po’ riprendere il filo del gioco interrotto la sera precedente, quando la stanchezza stava ormai pesando sulla giornata appena trascorsa.

Marta si era avvicinata al bambino e a Gina la gatta, per guardare insieme a loro quella magia che aveva portato il mattino. Strinse il suo bambino al grembo abbracciandolo da dietro, e cercò di guardare nel punto dove fissavano i suoi occhi pieni di meraviglia.

– I pesciolini colorati, mamma! – Urlò Andrea, indicando il muoversi del fogliame illuminato dal sole.

– Si, amore mio? 

Lei gli fece il solletico sulla pancia e sul volto con i suoi capelli sciolti che erano lunghissimi e neri.

– Chi li ha mandati, me lo sai dire, … chi li ha mandati qui da noi a farci visita?

– Andrea, non lo so proprio, chi li ha mandati. Forse sono solo qui di passaggio.

– Non sei stata te, allora?

– Non ho questi poteri magici – disse lei sorridendo. -Ti stavo preparando la colazione, prima di portarti dalla nonna, come potevo farli venire.

– C‘è stato un incanto allora, … stanotte?!

– Non lo so, amore mio, ma sono davvero belli.

-Non ci vado dalla nonna oggi, preferisco guardare i pesciolini colorati insieme a Gina.

– Come si fa, io devo andare al lavoro. Non posso lasciarti solo.

– C’è Gina, con me.

– Sì, ma non posso lasciarti solo.

– Io voglio giocarci con questi pesciolini colorati, perché sono venuti a trovarmi.

– La nonna ti porterà ai giardini, dove ci sono i tuoi amici. Forse su quegli alberi sono arrivati dei pesciolini colorati. In questo nostro mondo c’è sempre una festa da dedicare al ricordo di qualcosa, chissà se oggi riguarda un po’ anche i pesci che volano.

– Anche quelli colorati?

– Sì, certo. Sono tutti usciti dal mare, in questo giorno di festa.

– Anche da quel mare dove andiamo noi a fare il bagno?

– Ci divertiamo al mare, non è così?

– Sì, mamma. Quando ci andiamo? 

– Fra non molto, Andrea.

– Se ci andiamo adesso, vediamo anche lì i pesciolini colorati che volano!

– Non è ancora arrivato il momento. Mancano poche settimane, ma ancora devi avere pazienza. Intanto adesso andiamo a casa dei nonni, e quando sei lì, puoi sempre disegnarli questi tuoi pescetti. A casa dei nonni hai pennarelli, fogli, le matite a cera: tutto quello che ci vuole per fare dei bellissimi disegni. Poi li regalerai al babbo, … stasera, … quando rientra dal lavoro.

– Ci sono stato anche ieri a giocare con i bambini. Sono montato sull’altalena, sul cavallo a dondolo, sul girello, sul castello di legno. Ho fatto le corse e poi alla guerra.

– E non ti è piaciuto?

– Sì, tanto… mamma cara. Tanto così!!!

Andrea allargò le braccia ridendo e saltando davanti alla finestra illuminata dal sole del mattino.

– Tanto così!!!

– Ora che la scuola materna è finita, con i nuovi amici del giardino puoi giocarci oggi, … e anche domani. Fino a quando non andiamo al mare.

– Ma quando partiamo al mare, mamma?

– Te l’ho spiegato prima: molto presto.

– Molto presto quando?

– Non posso fare il gioco dei perché Andrea, bevi il latte e mangia qualche biscotto. Poi vestiti, … che si sta facendo molto tardi.

– Io però mi sono alzato da solo, e ho visto i pesciolini colorati.

– Si lo so, e sei stato bravissimo. Ti meriti un bacio con lo schiocco.

Marta lo alzò di peso per avvicinarlo al volto. Lui le gettò le braccia al collo e la strinse forte. Lei sorrise, quasi non potendo trattenere la gioia per la dolcezza che sprigionava quel gesto.

– Ti voglio bene, mammona. Tanto, tanto benissimo.

– Anch’io, amore mio – lei disse sorridendo.

Cercava di fuggire da tutta quella tenerezza che suo figlio le trasmetteva, anche per non ritardare troppo l’ora di uscita da casa. Guardando fuori dalla finestra vide tutto quel brillio tra le foglie e si mise a ridere così forte che anche Gina la gatta si riscosse.

– Dio com’è bello! Sembrano dei coriandoli di luce che una magia fa scendere dall’alto.

– Sono belli, questi pesciolini, non è vero? – Chiese Andrea.

– Sei un bambino fortunato, Andrea, te lo posso giurare.

Uscirono di corsa perché ormai si era fatto tardi sul serio. Nel viaggio in auto Andrea sentiva il fastidio del sole di luglio che filtrava dai vetri della macchina e sua madre, nell’intenso traffico della città, non poteva distrarsi dalla guida. Cominciò a lamentarsi lanciando degli strilli, prima piccoli, a intervalli di qualche secondo, poi più brevi e continui, con un tono di voce più alto che a lei sembrava una nenia.

– Andrea smetti, siamo già arrivati a casa dei nonni. Così il sole non ti darà più fastidio.

– Mi brucica gli occhi, mamma. Chiudi. Mi brucica… gli occhi.

– Cosa chiudo, amore mio? … Resisti, che stiamo arrivando dai nonni.

Sua madre la stava aspettando sotto casa e Marta, mentre lo scioglieva dal seggiolino, lo baciò e si fece abbracciare. Una stretta forte e tenera al tempo stesso.

– Passo a prenderti stasera. Mi raccomando, non farli arrabbiare, …i nonni. Obbedisci, se ti dicono di fare qualcosa.

– Il nonno dov’è? – chiese Andrea alla nonna.

– Il nonno ti sta aspettando al giardino. Ha portato con se il tuo triciclo, è lì che ti aspetta.

Marta aveva detto a sua madre che si sarebbero sentiti al cellulare sul programma della giornata di Andrea. Era tardi e doveva andare per forza; più tardi di tutti gli altri giorni perché si era messa a fissare con Andrea una nuvola di pesciolini colorati che aveva invaso la chioma del loro nespolo giapponese. Sua madre ridendo le aveva domandato se per caso non stava impazzendo.

– Mamma, ho fretta, dai, … non dire stupidaggini. Qualcosa c’era sul serio, sul nostro albero. È lì che stava fissando anche Gina.

Marta ridendo le aveva passato lo zainetto di Andrea.

– Allora se li ha fissati anche la gatta, non c’è argomento che tenga: stai entrando nella sfera dei santi.

– Sì, in un volo improvvisato: … andata e ritorno. Per sapere come fare durante il giorno con Andrea, ci sentiamo più tardi su whatsapp… A pranzo però non fargli le patate fritte, mi raccomando. Negli ultimi tempi gli fai mangiare solo porcherie.

– Andrea le mangia volentieri.

– Come no!

– Non è vero Andrea, che le mangi volentieri?

– Sì, nonna, le mangio volentieri insieme alla salsiccia.

– Visto te, che bella dieta, salutifera!

– Almeno da noi mangia tutto quello che c’è nel piatto.

– Ho detto niente patate fritte, va bene?!

– Te lo faresti campare d’aria, invece un bambino deve crescere mangiando di tutto.

– E te oggi di contorno gli salti in padella due zucchine.

– No, la zucchina no. Non la mangio neanche a scuola! – Urla Andrea arrabbiato.

– Allora un’insalata, d’accordo?

– D’accordo, gli condisco due foglie d’insalata.

– Andrea, nello zainetto hai la banana, dei biscotti, … un paio di succhi di frutta alla pera.

– Semmai per merenda preparo una fetta di pane con il pomodoro stropicciato. Non è vero, Andrea, che ti piace il pane con il pomodoro?

– Sì, nonna, … mi piace proprio.

A Marta dava fastidio vivere in modo così frenetico il rapporto con Andrea e con tutti coloro che lo guardavano durante la giornata, fosse sua madre o la figlia di una sua intima amica che chiamava a fare la babysitter se i genitori erano malati o avevano degli impegni.  Sembrava che suo figlio fosse diventato tutto a un tratto un oggetto da parcheggiare da un posto all’altro in attesa del suo ritorno, e in tutti questi spostamenti ormai il bambino, a poco più di quattro anni, aveva già preso i ritmi di una persona inserita nel meccanismo produttivo. Pensare in questi termini la intristiva da morire. Tristezza più del solito perché non c’era confronto con la gioia che aveva provato nel farlo nascere, e non c’era confronto con la gioia che provava nel vederlo crescere e giocare con lei. Osservare il cambiamento che avveniva di settimana in settimana, di giorno in giorno, di ora in ora, nei suoi modi di fare, e nelle domande che le faceva, e nella voglia che aveva di restare con lei. Le venne l’impulso di girare la macchina e di tornare a prenderlo, di non andare a lavorare per una volta ma di dedicarsi ad ammirare insieme l’invenzione del branco di pesciolini colorati che nuotavano tra le foglie del nespolo giapponese che faceva ombra in giardino. Dopo tutta quella meraviglia avrebbero giocato con tanta dolcezza a farsi il solletico e a stringersi forte forte e a rotolarsi sull’erba. Poi forse avrebbero dormito, e poi forse avrebbero di nuovo giocato insieme a qualcosa. L’uscita improvvisa di una macchina da un incrocio la fece tornare in se, frenò bruscamente, quel tanto da schivarla, e poi accellerò per recarsi al lavoro.

La giornata in ufficio gli era sembrata più faticosa del solito perché non si era mai staccata dall’idea di avere lì vicino a sé il suo Andrea. Tutte le informazioni che le chiedevano i suoi colleghi di lavoro la innervosivano. Tentava di essere gentile e disponibile come sempre, ma il ritmo convulso in cui le entravano in ufficio per porle dei quesiti la costringeva a continue variazioni nei suoi pensieri più intimi che, purtroppo, quel giorno non riusciva a scrollarsi di dosso.

In pausa pranzo, anziché finire con i colleghi di lavoro nel solito ristorante che accettava i ticket restaurant, aveva deciso di restare da sola e di farsi una passeggiata. Si era presa un bellissimo gelato ai gusti di pistacchio e fragola, e mangiandolo lentamente aveva cominciato a camminare, non allontanandosi troppo dal suo ufficio, ma anche senza porsi nessuna meta. In fondo era una bella giornata e lei stava attraversando un parco pubblico con tanti alberi, proprio come quello in cui il suo Andrea aveva giocato con gli altri bambini tutta la mattina. Nel giardino c’era tanta ombra perché gli alberi erano grandi e folti, e si sentiva spesso il frinire di una cicala che quasi riusciva ad allontanare il frastuono del traffico che lo circondava. Si fermò ad una bancherella dei libri usati, nel reparto dedicato a quelli per l’infanzia. Cominciò a sfogliarne uno con tanti disegni di animali buffi che non esistevano nella realtà, poi ne sfogliò uno che aveva in copertina il disegno di un bambino con la maglietta a righe blu e bianche e i calzoncini corti. Era scritto a parole grandissime, e in ogni pagina c’era il bambino che sul basso osservava la frase. Tutto a un tratto però il suo sguardo fu colpito dalla copertina lucida di un libro nascosto tra gli altri, del quale spuntava poco più che un triangolo. Fu colpita da quel verde così intenso della chioma dell’albero e dall’infinità di puntini colorati che lo accerchiavano come una nuvola. Lo estrasse da sotto gli altri libri e vide che quei puntini erano tanti piccoli uccellini che facevano come un’aureola intorno alla chioma. Il libro non aveva titolo e non aveva il nome di un autore. Era così anonimo, nonostante fosse così vivo e pieno di colore, nonostante le facesse ricordare la scoperta di suo figlio che aveva fatto quella mattina dei pesciolini sull’albero del loro giardino. Nell’attimo stesso in cui lo aprì spuntò fuori dal libro un albero di carta e due o tre piccoli uccellini che svolazzavano legati a un sottile filo di ferro. Il verde delle foglie era smeraldino ed aumentava la confusione con tutti gli altri uccellini dai mille colori. Disponeva proprio a lasciarsi andare a una sensazione di quiete. Così Marta emise un gemito pieno di meraviglia, incantata e sorpresa si lasciò catturare da quella sensazione. Sulla chioma poi apparivano alcune linguette di carta che nel tirarle facevano sbucare fuori altri uccellini nascosti nella chioma colorata. Ogni linguetta aveva all’estremità una freccia e tirandola appariva una sorpresa sempre più bella. Era un bellissimo libro pop up, così decise di acquistarlo e di farlo vedere la sera ad Andrea, prima di metterlo a letto. Il libro non aveva altre pagine se non quelle due che aprendosi formavano l’albero.

La mattina era stata davvero pesante, un po’ per la stanchezza che si era portata dietro dall’uscita frettolosa da casa, un po’ per l’ennesima sfiancante discussione avuta con un paio di colleghi che organizzavano la produzione, con i quali, da quando aveva la responsabilità del reparto rifinitura degli abiti, non riusciva proprio a legare, a trovarsi in sintonia su qualcosa. Il pomeriggio in ufficio invece era trascorso come per incanto. Due o tre telefonate, una riunione, il visto su alcune fatture da inoltrare in ragioneria per autorizzarne il pagamento, la scrittura di almeno tre lettere commerciali e già era ora di uscire. Le restava molto da fare ancora, ma quel pomeriggio non ne aveva voglia. Intanto non sarebbe mai riuscita a mettersi in pari. Sorrise parlando a suo figlio dal cellulare mentre lo andava a prendere al giardino dove i nonni la stavano aspettando. Com’è bella la voce del mio bambino, pensò Marta. Anche da lontano, ti sembra sempre di averlo lì accanto. E’ come se ci fosse una musica dietro a quella voce, la musica di un pianoforte, che ha un ridondo e ti entra dentro. Sospirò, perché in fondo quando riusciva a pensare, a provare qualcosa così intensamente, si sentiva libera e positiva verso la vita. Sospirò perché in fondo era come appagata, nonostante il correre dietro spesso a cose di poca importanza.

Il padre di Andrea sarebbe rientrato molto tardi perché doveva completare il servizio fotografico di un dépliant commerciale, sicché Marta e Andrea mangiarono in fretta. Marta aveva promesso a Paolo che lo avrebbero aspettato entrambi, prima di andare a letto. Così mentre lei riponeva i piatti della cena nella lavastoviglie, Andrea si era messo a guardare un cartone animato di Braccio di Ferro alla Tv. Si era seduto per terra, sul tappeto davanti alla televisione, a aveva incrociato le gambe e mandato il busto all’indietro mantenendosi in equilibrio sulle braccia. Il cartone animato lo faceva ridere come un pazzo perché Braccio di Ferro e Bruto si davano pugni, calci, e urlavano; e poi c’era la voce gracchiante di Braccio di Ferro e lo strillino acuto di Olivia. Marta si sedette sul divano, accanto a suo figlio. Aspettò la fine del cartone animato e poi gli mostrò il pop up comprato alla bancherella il pomeriggio.

– Guarda Andrea cosa ti ho portato?

Lui passò la mano sulla copertina lucida senza dire una parola.

– Non è bello? – gli chiese Marta.

Andrea lo guardava incuriosito, senza fare commenti.

– Come vedi ci sono degli uccellini che girano intorno alla chioma come i tuoi pescetti di stamani.

– Sì – disse di nuovo Andrea, continuando a fissare meravigliato quella copertina.

– E’ stata una sorpresa per me, trovarlo in mezzo a tanti altri libri per bambini.

– E sono brillati – disse Andrea, – gli uccellini… sono brillati.

– Prova però ad aprirlo.

Il bambino sgranò gli occhi quando vide salire l’albero tra le due pagine del libro e muoversi quegli uccellini legati a un sottile filo di ferro.

– Oh!… – esclamò serio. – … Oooh!

Sua madre gli fece notare le linguette di carta, così Andrea restò come di sasso a guardare gli uccellini colorati che spuntavano fuori dai taglietti trasversali che apparivano appena in superficie dalla chioma colorata di verde smeraldo. Fece un sorriso, di quelli estasiati, senza emettere suoni o rumori. Tirò a sé un’altra di quelle linguette di carta, un’altra e poi un’altra ancora. La chioma dell’albero stava entrando in una confusione totale. Uccellini azzurri, rossi, celesti e arancio, viola, giallo splendenti, che lui faceva tremolare carezzando con un dito il sottile filo metallico. E lui rideva aprendo appena appena le labbra, con tutti quei piccoli volatili sospesi ad un sottile filo di ferro che non facevano altro che dondolare ogni volta ne spuntava uno di nuovo.

– E’ buffo vero, cosa sono riuscita a trovare per il mio bambino? – disse Marta.

– Sì – disse Andrea, continuando a restare sospeso in quell’espressione di dormiveglia incantato.

– E’ stata una scoperta che non mi sarei mai immaginata di fare, però sono molto felice di averti trovato questo librino.

Lui le posò una manina sul braccio, senza dire una parola. Marta si era appoggiata sulle ginocchia il libro aperto e gli uccellini sospesi intorno a l’albero oscillavano come in volo. Andrea li toccava con un dito, delicatamente, e restava in silenzio ad osservare il loro movimento. Marta ogni tanto si faceva prendere da un lungo sospiro seguito dallo sbadiglio. Ad un certo punto sul suo cervello, la sera vinceva la stanchezza.

Paolo al rientro si mise subito a giocare con loro. Aveva già mangiato e quindi partecipò felicemente al loro gioco. Fece una carezza sui riccioli neri di Andrea, poi gli appoggiò protettivamente la mano sulla spalla. Marta gli spiegò quello che era accaduto al mattino sul loro nespolo giapponese, e come aveva trovato quel librettino anonimo alla bancarella dei libri nel parco. L’albero era davvero bello, i colori acquerellati accentuavano la sensazione di movimento dell’intera scena, e la lucentezza della plastificazione faceva risaltare le luci e le ombre creando una vivacità incredibile.

– Visto che non ha un nome, l’autore può essere anche un artista famoso…

– Perché no un bambino? – chiese Marta ridendo, per rispondere a Paolo.

Andrea però non riusciva a distogliere gli occhi dal libro.

– E’ ora di andare a letto – disse Marta.

– Fammi restare ancora un po’, mamma.

– Porta con te il libro se vuoi, ma dobbiamo andare, altrimenti la mattina non riesci ad alzarti.

Gli fece un bagnetto veloce e lo cambiò per la notte, poi si adagiò sul letto insieme a lui.

– Ci saranno anche domani i pesciolini, quando mi sveglio?

– Non lo so Andrea. Ogni giorno è diverso, dipende da come si sveglierà il sole.

– Ma ci saranno?

– A volte c’è una nuvola che l’oscura, a volte piove o sta per piovere. Altre volte tira vento. Non si sa mai, non si sa, … cosa ci risponda il sole al risveglio.

– Ma io li voglio, mamma, i pesciolini che volano sull’albero.

– Ma sì, ci saranno anche domani. Quasi certamente – disse Paolo.

– Non dire così – lo rimproverò Marta.

– Che ho detto di male?

– Niente. Non hai detto niente di male. Fai solo in modo di semplificare le cose, tutto qui.

– E tu cerchi di complicarle.

– Non è assolutamente vero!

– Sì, invece…

– Ci parlo e ci gioco, con Andrea, … mentre tu non vedi che il momento di verificare al computer le foto che hai fatto in giornata.

– Ecco, … la tua canzone. Lo sai, non basta scattare le foto, devo scaricarle sul pc e poi scegliere quelle da passare al grafico.

– Lascia stare, non è il momento.

– Prima o poi ne dovremo parlare – disse Paolo.

– Sì, ma non adesso.

– Io ho questo rapporto con il lavoro.

Era così stanca che finì per appisolarsi prima di suo figlio. Si era lasciata vincere dalla stanchezza, liberando la mente da ogni sorta di pensiero. Quando Andrea aveva iniziato a saltellare sul letto lei si era messa in un primo momento a ridere nel sonno. Aveva sentito una canzoncina che veniva dalla sua dolce voce, ma sinceramente credeva di star sognando e si lasciò trasportare da quella musica.

– A letto, tesorino mio… Ora devi dormire.

Anche Paolo lo incoraggio: – Sì, è vero. Andrea, adesso si va a letto.

Lui non disse niente, chiuse gli occhi e si addormentò all’istante, come obbedendo a un comando. Nel riordinare la stanza Marta raccolse dal tappeto verde una minuscola piuma uscita dopo che avevano strapazzato per gioco qualche cuscino che si trovava nella stanza. La sollevò per mostrarla anche a suo marito. Entrambi si misero a ridere e a scuotere la testa. Con un soffio divertito Marta la fece volteggiare, poi la riprese al volo, alzò delicatamente la copertina del pop up e ve la fece scivolare dentro.

– Prima di guardare le foto mi faccio un caffè, per tenermi sveglio – disse Paolo. – Lo vuoi anche te?

– No, è meglio se vado a dormire. Sono stanchissima.

Chiuse la finestra e spense la luce.

Andrea dormiva di un sonno profondo. Così come dormiva il loro giardino, e sotto il chiarore della luna si era assopita anche la coppia di merli che aveva nidificato sopra il nespolo giapponese.

                                                           Angelo Australi maggio 2026

il tricheco è un disegno di Yuri Pellari

Quattro racconti da “Remiade”

di Maurilio Riva

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Le cinque ritrose di Lionardo

Konrad Dietrich, MOVIMENTO STATICO, carta e filo di lenza, cm 220×550


di Angelo Australi


I SILENZI (Daniele Barni)

Tanti sono i silenzi che udii.
Quello negli occhi del cane morente.
Quello sui palmi di mille e più addii.
E del cipresso quando il vento è assente.
Il silenzio del bosco nell’eclissi.
Del mare stupefatto dalle stelle.
E dei tuoi baci prima che partissi,
gelati dalla notte sulla pelle.
Ma mi tormenta il silenzio mai udito.
Il fiore sconosciuto.
Ciò che non fu vissuto.
Il confine infinito.


Mantenendo abitudini estive, Spartaco iniziava la sua camminata ancora alle otto del mattino. L’anello di strade comprendeva gli argini del fiume, sfiorava la zona del cosiddetto “parco commerciale” toccando il centro storico nel rientro dalla parte opposta a quella da cui aveva iniziato il giro. Completava questo suo percorso circolare più o meno in un’ora e mezzo. Quella mattina aveva allungato il suo tragitto solo di un quarto d’ora, … minuto più, minuto meno. L’appuntamento dal barbiere era fissato per le undici, quindi aveva tutto il tempo per una visita ai defunti, fatta come si deve. Visto fra due settimane sarebbe stata la festa dei morti, su suggerimento di Ambra, prima di recarsi a tagliare i capelli era passato dal camposanto a verificare in quali condizioni fossero le tombe dei loro familiari. Alla metà di ottobre il chiarore del sole abbagliava la vista e disperdeva il ristagno delle nebbie sugli argini del fiume, sicché, senza allungare il giro più di tanto, mantenendo il suo passo standard, alle dieci meno un quarto varcava il cancello nascosto dietro una fila di cipressi.
Alla tomba dei suoi genitori e a quella dei genitori di sua moglie i fiori finti sembravano come comprati da un giorno, il sole e le intemperie dei mesi estivi non li avevano sbiaditi – era sufficiente la pulizia del marmo e l’aggiunta di un vasetto di crisantemi da sistemare nei giorni a ridosso della ricorrenza, però a quella dei nonni Rutilio e Ginetta uno dei due vasi era vuoto. Un po’ infastidito per la sorpresa, Spartaco ha ispezionato in giro sperando di scorgere il gemello del mazzo restante, magari finito nel campo delle inumazioni per un’improvvisa raffica di vento. Niente da fare, lì intorno non c’erano mazzi di fiori orfani di una tomba. Gli costava una certa fatica immaginare qualcuno a rubare un bouquet del valore massimo di quindici euro, eppure stava mettendo in conto anche questa possibilità. Spartaco ha insistito qualche minuto a cercarne traccia con lo sguardo, ma poi era giunto alla conclusione che fosse un’assurdità mettersi a ritrovare dei fiori fra un migliaio di inumazioni e di loculi. Anche perché, se putacaso avesse individuato il bouquet, non avrebbe certo potuto incolpare il defunto. Così, mentre si recava dal barbiere, aveva cercato in tutti i modi di immaginare la fisionomia di chi si metteva a rubare i mazzi di fiori dalle tombe altrui. Forse si trattava di un’assurdità, ma l’idea gli era frullata per la testa nel silenzioso passo spedito della sua camminata.
Nel frattempo, in merito a suo nonno Rutilio, insieme allo sforzo di raffigurarsi la faccia di quel disgraziato ladro di fiori finti, si erano affacciati alla memoria alcuni ricordi. Momenti di una storia comune nascosti chissà dove, per certi aspetti anche divertenti, che non sorgevano nella mente da anni.

«Massimiliano, fammi la cortesia, … quante ritrose ho nei capelli?»
Spartaco si sta fissando allo specchio. Voltandosi ogni tanto a destra e a sinistra finisce per sorridere al suo profilo con un ghigno derisorio. In questa come in altre abitudini è metodico, all’incirca passa dal barbiere a intervalli di un mese e mezzo, sempre nel periodo in cui la luna è nella sua fase calante. Cerca di tener fede alla credenza popolare, ma in realtà taglia i capelli così spesso perché ormai sono del tutto bianchi, quando si allungano appena un po’ ha l’impressione di sentirsi ancora più vecchio.
«E questa novella, … da dove salta fuori?!»
«Non guardarmi in quel modo, ho solo rivissuto nella mente quello che disse una volta mio nonno Rutilio. Si tratta di tanti anni fa, quando ancora frequentavo le scuole elementari».
Per Massimiliano ormai il taglio è fatto, sta fonando i capelli e si ferma un attimo a fissare lo specchio dove lo aspetta la faccia divertita di Spartaco. Sorride e gli accarezza il capo così, tanto per verificare se i capelli sono asciutti.
«Guarda qui… Non ti sembra che stiano un po’ ritti?»
Spartaco si tocca il lato destro, sulla tempia, dove in effetti i capelli formano un leggero rigonfio che gli modifica la rotondità della testa.
«In questo punto hai proprio una ritrosa impazzita».
Massimiliano sorride e con le forbici tenta una leggera spunta per riequilibrare la forma che sul lato sinistro sembra leggermente schiacciata.
«Questo ciuffo mi amplia la chiorba».
«Ti ci spalmo del gel?»
«Niente…»
«Con il gel ti stanno schiacciati. Le ritrose nei capelli ce le abbiamo tutti. Nelle teste più ribelli o li lasci liberi di andare dove li chiama la crescita, altrimenti, per dare l’illusione che siano in ordine, usi dei trucchi».
«Grazie, sono a posto».
I due si conoscono dai tempi delle scuole medie, così quelle otto o nove volte l’anno che Spartaco va a farsi i capelli sembra sempre di recuperare il discorso interrotto alla precedente tosatura. Parlano di politica, delle polemiche più vive che suscitavano stizza e rabbia nei vecchi che ancora insistono a svitare la piazza con le passeggiate mattutine e serali. Di corna, di malattie, disgrazie, e soprattutto di sport. Tranne un commento fugace su quello che riportava il giornale nella cronaca locale tra la clientela in attesa di essere servita, non era mai complicato mettersi a discutere dei soliti argomenti, almeno all’apparenza la vita del paese sembrava fluire con una lentezza oscena, fuori da ogni logica temporale. Certi livelli o piani di discussione si incrociavano in modo frenetico solo in tempo di elezioni, allora tutto si mescolava in una bolgia esasperata alla caccia di voti. Ma molto meno anche questo, rispetto al passato.
«Lo sai no, … mio nonno Rutilio faceva il barbiere…»
«Certo, me lo ricordo eccome, … tuo nonno Rutilio» disse Massimiliano».
«Per la precisione il sarto e il barbiere».
«Ha cucito anche il mio primo abito, quando sono passato a comunione» disse Massimiliano ridendo.
«E poi, a tempo perso, si dilettava a recitare in una compagnia teatrale».
A Spartaco, essendo in vena di ricordi così lontani, era sembrato giusto infilarci anche l’esperienza del Rutilio teatrante.
«Quando sono venuto in casa vostra per la prova del vestito, alla radio c’era una musica così alta che sfondava i timpani. Roba di opera lirica, che Rutilio inseguiva cantando a tutta randa. Era buffo…»
«Non canto perché sono stonato come una capra, ma immagino che fosse questa: Libiam ne’ lieti calici che la bellezza infiora, e la fuggevol ora s’inebri a voluttà. Libiam ne’ dolci fremiti che suscita l’amore, poiché quell’occhio al core onnipotente va. Quest’aria della Traviata la usava sempre per darsi il passo quando camminavamo» disse Spartaco.
– «Non so ricordarmi se era questa, …purtroppo con la lirica ho sempre fatto a botte, … soprattutto da ragazzo».
– «E poi lui andava in brodo di giuggiole per quell’aria famosa del Rigoletto che diceva più o meno in questo modo: La donna è mobile, Qual piume al vento, Muta d’accento, E di pensiero… Lui la cantava a istinto, tutta, dall’inizio alla fine, dandosi la spinta grazie al tempo che faceva con la giannetta».
«Conoscendoti, per te doveva essere una bella scocciatura».
«E qui stai sbagliando, perché da bambino il suo canto mi faceva sentire felice. Cantava qualcosa anche quella volta che mi ha detto delle cinque ritrose in testa».
«Mentre ti stava tagliando la frangia ai capelli?»
«No. Ero impegnato a disegnare una nave dei pirati, in mezzo al mare che avevo riempito di piccoli delfini. Lui si è avvicinato a guardare e ha detto ridendo che avevo cinque ritrose come Lionardo».
«Quando parli di musica lirica mi sembra di sentirti bestemmiare, per te così amante del jazz».
«Oh, ma quando ho iniziato ad ascoltare questo genere di musica avevo quindici, sedici anni. Lui allora ne aveva novanta, … non cantava più niente».
«A che età è stato preso dalla testa gialla?»
«Novantadue, finiti appena da un giorno» disse Spartaco.
«Nei primi anni settanta, un’età invidiabile per davvero».
«In effetti, prima di morire, si è fatto una bella cavalcata» disse Spartaco ridendo, «… anche se ormai, negli ultimi tempi, non ci stava più con la testa.
«Non ti ci vedo, sedotto dalla lirica».
«Non ne ero mica innamorato, ho semplicemente detto che sentirlo cantare mi rendeva felice».
«L’ho sempre preso per un tipo strano, il tuo nonno. Anche allora, … da ragazzo.
«Questa cosa delle ritrose mi è tornata in mente adesso, mentre mi guardavo allo specchio».
«Bella faccia da gorilla!» disse Massimiliano ridendo.
«Dai, toglimi questa curiosità».
Una musica rap usciva in sottofondo da un programma radiofonico, se non era disturbata dalle voci e dal traffico provenienti dalla strada sarebbe stata una cantilena sempre uguale a se stessa, canzone dopo canzone. Sullo scaffale incastrato tra gli specchi delle due postazioni di lavoro, in compagnia di alcune bottigliette di sciampo, crema gel, lozioni dopo barba e flaconcini contro la caduta dei capelli, spiccava un libro che raccoglieva tutti i racconti di Ernest Hemingway, scrittore del quale il barbiere non aveva letto nemmeno una pagina, ma lo ammirava in modo spropositato solo perché era stato un grande amico di Fidel Castro.
«In effetti sono proprio cinque» disse Massimiliano ridendo.
«Allora la sua non era una bugia. Guarda te, mi prendo la briga di verificare questa cosa solo a settant’anni. In tutta la vita quante volte mi hai tagliato i capelli? Mille? Diecimila? … Un milione? Eppure, pensandoci da adulto, ho sempre immaginato che il nonno stesse semplicemente scherzando. Ecco qua, lo scopro da vecchio che non era solo una presa per il culo».
«No, no. Sono proprio cinque, e nate in punti dove i tuoi capelli non potranno mai restare sistemati con la riga. Andranno sempre dove gli pare, te lo dico io. Ci sono queste cinque, ma nei hai altrettante di piccole. Corti o lunghi che siano i capelli, la tua testa è piena di vortici spaziali. Chissà se fanno compagnia ai pensieri che hai in testa quando scrivi le tue storie».
«I pensieri sono sempre silenziosi, le ritrose invece fanno una gran confusione, almeno tra i capelli».
«Come ti è venuto in mente di verificare solo adesso?»
«Così, … questo affiorare del ricordo è stato un puro caso. Prima di venire da te sono passato dal cimitero e ho scoperto che avevano rubato un mazzo di fiori dalla sua tomba. Chi si mette a rubare i fiori dalle tombe, dico io?»
«Succede più spesso di quello che puoi immaginare, Spartaco».
«Non ci posso credere».
«Invece è così».
«No, mi rifiuto: rubare i fiori alle tombe altrui. Finti poi, che non valgono un cazzo…»
«È capitato anche ad altri clienti. Due volte anche a noi; cioè, … a mia sorella, perché è lei che segue e cura da vicino le tombe, io con il camposanto ho poca confidenza».
«… te li tirano dietro per pochi euro».
«Ti sei svegliato solo adesso?»
«Non è che vado al cimitero ogni giorno».
«Vedrai se a ridosso della festa dei morti non spariranno anche i mazzi di crisantemi».
«Siamo a questo punto?»
«Tieni conto che a tirare la cinghia con quindici euro una famiglia di tre persone può farci colazione, pranzo e cena. Ma anche di quattro persone, guarda; messi come siamo. Lo vedo dal numero dei negozi che hanno chiuso anche qui, nel centro storico, dove ormai nessuno compra più niente. Io personalmente, non avrei mai immaginato questa resa totale, anche famiglie che erano da più generazioni nel commercio, decidono di abbassare la saracinesca».
«Sì, viene da pensarci anche a me: qualcuno ha rubato il bouquet alla tomba di Rutilio perché non ha soldi neanche per mangiare. Però questa cosa mi ha infastidito. Senza dare un particolare significato alle relazioni affettive che si porta via la morte, questa cosa del furto mi ha proprio disturbato. Quando ci sono di mezzo degli affetti, insieme alla sorpresa si fa luce anche uno strano senso di colpa che poi non è facile togliersi di dosso».
«In effetti fa paura». Massimiliano guarda l’amico attraverso l’immagine riflessa allo specchio. «Ma è diversi anni che funziona così».
«Con lo stipendio di un dipendente oggigiorno non è semplice organizzare una vita dignitosa».
«Per questo motivo ultimamente ho perso anch’io tanti clienti, perché sperano di risparmiare a tagliarsi i capelli in famiglia».
«Questo mi è chiaro, il mondo sta cambiando».
«Fra qualche anno ci saranno dei computer anche alla guida del trattore».
«… che qualcuno manovrerà dallo spazio».
«… e farà crescere il grano anche sulla luna».
«Alla fine tutti mangeremo la stessa insipida farina, puoi giurarci». Spartaco si alza, va verso l’attaccapanni e prende dal suo giubbotto il portafoglio. Lo estrae e poggia sul banco venti euro. – «Sempre i soliti quindici?»
«Sempre così: tre per lo sciampo, dodici per il taglio… Il nostro paese non è una città, ma i cambiamenti sono evidenti anche qui».
«Massimiliano, non vorrai mica andare in pensione?»
«Ancora no, ma ci sto davvero pensando. Lo sai qual è il danno?»
«Qual è?»
Massimiliano si mette a ridere e scuote la testa, poi porge a Spartaco i soldi del resto: «… che con la pensione da artigiano ci fai la fame».
«Ti capisco. Ti capisco davvero».
«Andiamo avanti, … comunque sia» dice Massimiliano ridendo, «quando si arriva alla festa dei morti dal cimitero non spariscono solo i mazzi dei fiori, ma anche i lumini. Dalle tombe tutto può sparire: i vasi, le protezioni in vetro delle luci votive. Noi esseri umani siamo imprevedibili».
«Vero, … in fondo nessuno sa immaginarsi come sia il gheriglio dentro il guscio della noce».
«Mi prendi in giro, … cos’è il gheriglio?»
«Il gheriglio è la parte interna della noce, … quella che si mangia».
«La sua anima?»
«La sua anima, se così vuoi chiamarla».
Ormai Spartaco si è avvicinato alla porta della bottega. Si gira con l’intenzione di uscire, e intanto continua a parlare: «Ciao Massimiliano, … alla prossima».
«Nel frattempo speriamo che qualcuno non ci prenda a bastonate».
«Ah, ah…, ah. Ciao bello».

A mezzogiorno insisteva ancora ad essere una giornata soleggiata. In cielo neanche una piccola nuvola. Ma neppure in lontananza, a fare da cappello al profilo dei monti, si scorgeva l’abbozzo di un insignificante sputacchio biancastro. Un celeste così uniforme sembrava trasformarsi nel pavimento del paradiso, dove si era obbligati a camminare senza far chiasso.
Dopo essere uscito dalla bottega di Massimiliano, Spartaco aveva continuato a pensare al nonno. Isolato nei suoi ragionamenti camminava sul marciapiedi che costeggiava un convento di monache di clausura e una fila ininterrotta di auto parcheggiate tra le strisce blu degli spazi a pagamento. Alla fine della strada c’era un panificio dove a quell’ora si affollavano numerose persone, pensando di evitare la possibilità di mettersi a parlare con un conoscente decise di infilarsi in un vicolo buio e stretto che sbucava a ridosso delle mura della cinta medioevale. Dietro le mura c’erano i giardini pubblici, e poi un’irta salita che terminava al vecchio convento dei frati francescani, ora trasformato in una casa di cura. La stessa struttura nella quale da bambino lui accompagnava il nonno a fare i capelli ai seminaristi e dove, a proposito di lirica, dopo aver completato il taglio, si fermava sempre un’ora a cantare le sue arie con l’accompagnamento di un frate che suonava l’organo. La salita per raggiungere il convento era lunga un paio di chilometri, avrebbe tolto il respiro anche al più in forma degli atleti, così Spartaco scelse di attraversare di nuovo il centro del paese facendo una via dove non c’erano negozi e bar. L’improvviso sibilo della sirena dell’ambulanza finì per risvegliare la paura di uno sciame di storni fermo sulla grande chioma di alcuni lecci e adesso si stava muovendo a ritmo come se fossero un branco di sardine o di acciughe, sussultando nell’aria in cento figure diverse. Lui sorrise divertito, stava cercando di ricordare quand’era stato l’ultima volta che aveva ripensato alla scena del nonno e delle ritrose. Impresso nella mente c’era l’immagine del bambino che anziché pensare ai compiti aspettava l’ora della Tv dei Ragazzi facendo dei disegni su quei fogli gialli nei quali il macellaio aveva incartato la carne che comprava sua madre o la nonna Ginetta. Non usava il quaderno da disegno della scuola, ma questa carta rustica dove il risultato dei colori si spengeva in quel giallo quasi terroso, e soprattutto doveva fare attenzione a non premere troppo le matite, altrimenti in quel punto si sarebbe sfilacciata. Quel giorno Rutilio nell’avvicinarsi a Spartaco esprimeva un atteggiamento particolarmente allegro. Era sempre stato un sognatore, anche da vecchio, e nel periodo che Spartaco frequentava le scuole elementari aveva contagiato anche lui.
Aveva sette anni, frequentava la prima elementare. Rutilio si avvicinò a guardare il disegno e gli disse che da adulto sarebbe diventato un famoso pittore.
«Perché, nonno?»
«Di preciso non lo so. É una sensazione che provo, … forse perché in testa hai cinque ritrose come Lionardo».
Rutilio a quel punto gli aveva preso la testa tra le mani e con l’indice iniziava a toccare il punto dove i capelli formavano come un vortice.
«Ecco, vedi? E uno, … eddue, …ettre, e quattro, … eccinque».
Nei giorni successivi Spartaco questa rivelazione di Rutilio l’aveva raccontava alla sua maestra delle prima elementare che, dopo aver precisato che l’artista famoso si chiamava Leonardo, si era messa a ridere. Lo aveva detto anche agli amici e a delle bambine, per farsi bello. Solo che il nonno aveva detto Lionardo, così quando lui si insuperbiva, i suoi ascoltatori iniziavano a ridacchiare. Alla fine, quando fu consapevole che nessuno lo prendeva sul serio, smise proprio di parlarne.
Raccolse da terra un volantino, probabilmente tolto dal tergicristallo di un’auto e gettato con indifferenza dal conducente, come un rifiuto qualsiasi. Era lì, caduto giusto a portata di mano. Spartaco si era piegato a raccoglierlo per soddisfare la sua curiosità. Niente di nuovo, all’orizzonte solo l’apertura di un Bunger King situato nella zona commerciale. Nell’ampio spazio in cui fino a pochi anni prima c’era stato un magazzino all’ingrosso di pellame adesso sorgeva questo ristorante fast food e un sontuoso centro estetico.
L’uomo moderno è un microcosmo dove in certi momenti immaginazione e realtà si sovrappongono, non era stata una semplice illusione, il flash di un’immagine bugiarda. Nel tempo questo particolare delle ritrose era stato interamente rimosso. Riappariva adesso, per una ridicola coincidenza legata al furto di un bouquet di fiori finti rubato dalla tomba dei suoi nonni. Pensandoci ora, a cinquant’anni dalla sua morte, Rutilio era stato davvero un sognatore a piede libero. Non aveva mai avuto importanza sul quanto fosse stato preciso e puntale nel raccontargli un fatto realmente accaduto, perché sarebbe stato afferrato sempre e solo dall’incanto di quella sfrenata fantasia. Punto e basta. Ai suoi occhi Rutilio si era costruito nel cervello una grande cartina geografica. Ma davvero così grande che non finiva mai. Grande come tutto l’universo. Ma forse anche più grande di tutto l’universo, perché in quella testa navigava e navigava in cerca di una meta inesistente, come succede per qualche sogno che si fa ad occhi aperti. Da piccolo Spartaco lo ammirava soprattutto perché spesso e volentieri faceva viaggiare l’immaginazione in luoghi dove non sarebbe mai arrivato da solo, e poi perché le volte si metteva ad immaginare le prospettive del suo futuro, aveva sempre l’impressione di trovarsi incanalato in un successo straordinario che crescendo avrebbe raggiunto. Non è una prerogativa dei nonni, di tutti i nonni, questo fatto di aprire ogni tipo di porta agli occhi di un bambino, però il nonno di Spartaco era così, perché quando lui gli faceva una domanda riusciva sempre ad aggrapparsi a qualche impressione reale per farlo ridere di gusto, e al di là di tutto capiva che l’importanza del gioco stava nel fargli la domanda. Non quello che veniva fuori, ma esprimere solo una domanda per vederlo veleggiare verso un mondo che nessuno aveva mai visitato. Insomma per lui era una specie di attore capace di interpretare sulla scena qualsiasi ruolo, tanto da immaginarlo come una figura mitica sopravvissuta a chissà quale apocalittica catastrofe.
Non sapeva se fosse giusto considerarlo un complimento, ma la sua mania di fantasticare ad occhi aperti lo aveva contagiato per tutta la vita. La prima volta che lo colpì con questo suo arzigogolare nell’immaginazione frequentava la prima elementare e nonostante fossero passati molti anni il gioco lo intendeva ancora come un momento speciale dove realtà e simbolo stanno sullo stesso piano. Anzi, di più: finiscono per stare uniti, … per sciogliersi nello stesso brodo. Il gioco è una cosa seria. “Ci si diverte comunque, ma è sempre una cosa seria, a partire dall’idea e dalla sua organizzazione”, pensava Spartaco in quel momento. Adesso che aveva settant’anni poteva dirlo, doveva ringraziare anche Rutilio se era cresciuto così esigente. In realtà poi la vita è complicata, così piena di confusione, chissà se ha senso andare oltre certi limiti, andare oltre il silenzio che c’è dietro la realtà dei fatti.

ottobre 2025






L’occhio della farfalla

di Rita Simonitto

La quinta B del Liceo Classico G. Leopardi era sempre stata una classe turbolenta. Figurarsi poi quando si trattava di andare in gita scolastica. Tant’è che per quella occasione che aveva per meta Parigi si pensò di aggiungere un docente in più per l’accompagno. La scelta cadde su Maria Di Luigi, insegnante di ginnastica in una sezione staccata. Contrariamente al dinamismo che ci si sarebbe aspettati da una docente di quella disciplina, la donna faceva pensare più ad una pertica attorno alla quale degli abiti venivano addossati alla bell’e meglio. La sua seriosità, se da un lato garantiva una certa fiducia, dall’altro però aveva qualcosa di inquietante, un essere attraversata da un’ombra, come chi è lì ma nello stesso tempo è da un’altra parte.
Quel primo giorno destinato alla Grande Galerie de l’Evolution dentro l’imponente Muséum National d’Histoire Naturelle di Parigi andò nel migliore dei modi. Sembrava che il contatto con quei reperti archeologici, quel patrimonio ricco e importante che permetteva di comprendere l’evoluzione della vita nelle sue varie sfaccettature avesse fatto sentire i ragazzi piccoli piccoli calmando la loro esuberanza. Alla fine del giro educativo, dopo aver preso gli appunti necessari per la tesina prevista alla conclusione del viaggio, si soffermarono per un po’ nella sezione museale dell’Entomologia e poi sciamarono fuori, nel flusso multicolore de Le Jardin des Plantes.
In velocità erano passati davanti alle bacheche dei coleotteri – alcuni caratterizzati da una fantastica mostruosità come il cervo volante – e, a seguire, quelle delle farfalle. Pur dopo il rapido sguardo rimaneva il turbamento per la procedura utilizzata nel produrre quei reperti ed era ancor più inquietante quand’essa veniva applicata alle farfalle, quasi fosse un voler paralizzare per sempre il loro sgargiante splendore. O, forse, aveva a che fare con un perverso desiderio di impadronirsi di quella bellezza, anziché osservarla, rispettarla alla giusta distanza, un non accettare quel senso dell’effimero che le contraddistingueva.

La bellezza. Quanto e quanti ne avevano scritto! Quella manifestazione particolare attraverso cui l’essere si rivela, ci affascina e ci invita ad amarlo. Epperò, mentre noi vorremmo appropriarcene, esso si ritira lasciandoci nella frustrazione più cocente!
Una sconfitta all’idea onnipotente del possesso che non sempre viene tollerata! E che in alcuni casi si esplicita nel drammatico: “O mio o di nessun altro!“.
L’idea, dunque, che tutta una serie di spilli avesse fissato tragicamente il destino di quella eterea grazia fece fare una smorfia di raccapriccio a Fiordiligi la quale, anche quando i suoi compagni se ne erano usciti, era rimasta immobile lì, quasi stordita.
La stupefacente tenerezza dei colori, la geometria delle forme dei Lepidotteri e la aggressiva mostruosità dei Coleotteri subivano lì, sotto i suoi occhi, lo stesso trattamento barbaro, essenze morte ma presentate lì come vive: sembrava che da un momento all’altro si potessero contorcere negli spasimi ultimi causati dalle trafitture o, invece, potessero spiccare il volo e liberarsi da quella prigionia.
L’occhio colorato di una farfalla, una Automeris io, l’aveva poi particolarmente impressionata, assorbendola fin nel profondo, quasi fosse una seduzione magica, una specie di attrazione ipnotica. Sentiva formarsi fra lei e quella creatura un gioco di rispecchiamenti favorito anche dai riflessi del vetro della teca: un caleidoscopio di occhi, in particolare uno che sembrava guardarla fissamente dal fondo di quelle immagini sovrapposte. Dalla documentazione in suo possesso sapeva che quella farfalla, quando percepisce il pericolo di qualche predatore mette subito in vista i falsi occhi disegnati sulle ali: così facendo spaventa l’avversario e guadagna secondi di vantaggio per mettersi in salvo. Questo però accadeva con i predatori già catalogati come tali. E con quelli di cui non si era avuto esperienza? Che cosa succedeva? Doveva scriverla nella tesi questa riflessione così inquietante?

La fanciulla ebbe un lieve capogiro, si guardò intorno alla ricerca di una qualche presenza reale che la togliesse da quella malìa, ma oramai attorno a lei non c’era nessuno tranne, poco distante, un signore vestito elegantemente, un abbigliamento improbabile dato il luogo e la stagione che si avvicinava al caldo. Gli sorrise debolmente e poi, facendosi forza, lentamente scivolò fuori. C’era una lieve brezza che la rinfrancò e a passo lesto cercò di raggiungere i suoi compagni.
“Signorina, signorina!”, l’uomo elegante si stava avvicinando a lei con rapido passo sventolando qualche cosa in mano.
“Signorina, ha perso questo braccialetto!”
Per educazione la ragazza si fermò, tranquillizzata anche dall’accento italiano, considerò l’oggetto (due rigidi fili d’oro facevano da margine a un leggero intreccio dorato in filigrana per poi chiudersi a cerchietto con uno scarabeo dorato) e sorridendo, pur con un certo disagio, negò che quel monile le appartenesse. A sostegno del suo rifiuto stava per aggiungere che lei non era solita portare braccialetti ma la vistosa bugia che stava per dire (l’abbronzatura incipiente le aveva lasciato un lieve segno bianco al polso) la fece sentire ancor più in imbarazzo.
“Sembra invece che sia proprio suo! Permette? ” e, senza darle un tempo di reazione, le prese con delicatezza la mano e glielo mise al polso. ”Ecco, vede? Pare fatto su misura” disse accompagnando il click di chiusura. “E poi, anche se così non fosse”, aggiunse con un sorriso complice, “lo tenga come un regalo della Storia, un segno di buon auspicio”. E poi, allontanandosi: “Non se lo tolga. Lo scarabeo è un portafortuna! Adieu” concluse salutandola con un gesto della mano. Era accaduto tutto con una rapidità tale da sembrare un sogno se non fosse stato per il brivido di freddo che Fiordiligi aveva percepito al contatto del metallo sulla pelle e i barbagli di luce che si sprigionavano dallo scarabeo dorato.

Emozioni contrastanti la turbavano e non riusciva a controllarle: sconcerto per l’incontro strano, perplessità sul tenere o meno quell’oggetto prezioso (perché a colpo d’occhio le pareva un monile costoso) e un certo sentimento di lusinga per l’attenzione e la gentilezza con cui l’uomo le si era rivolto. Mettiamo che lui avesse trovato a terra quel gioiello: avrebbe potuto anche tenerselo e invece ne aveva fatto dono a lei.
“Fioreee!”, “Fioreee!”. Non c’era tempo per pensarci perché il gruppetto dei suoi compagni l’aspettava all’uscita del Giardino onde imboccare tutti assieme il percorso verso l’Hotel che si trovava in Rue Buffon. Ma la voce di lui continuava a seguirla. Che cosa poteva voler dire: “Un regalo della Storia?” Ma di quale Storia si trattava? Quella che si ripete o quella che si trasforma?
Arrivata in camera, il primo impulso fu quello di sfilarsi il braccialetto per guardare meglio quel raffinato gioiello ma per quanto insistesse con il gancio rappresentato dallo scarabeo non riusciva ad aprirlo. Nello stesso tempo aveva alcune cose da sistemare prima di scendere in sala pranzo e fra queste doveva riordinare gli appunti che aveva raccolto nella visita di quella mattinata e così rimandò a più tardi. Magari si sarebbe fatta aiutare da qualcuno anche se era un po’ restia nel dover raccontare i fatti che l’avevano portata ad entrare in possesso di quell’oggetto. Ma, nonostante gli sforzi per accantonare l’episodio sentiva l’urgenza di mostrarlo a qualcuno e ciò la spinse ad uscire dalla camera. Aperta la porta si trovò davanti la docente di Storia. Ebbe un sussulto: l’accompagnatrice non sembrava più essere quella persona che aveva conosciuto in mesi di scuola. Le assomigliava moltissimo ma aveva colto in quella donna uno sguardo sfuggevole e ambiguo inedito per quella docente che, anzi, era aperta e cordiale. Rapido un pensiero le attraversò la mente: e se fosse invece lei, Fiordiligi, ad avere le allucinazioni? Rientrò subito in stanza. Si sentiva molto stanca e anche provata dalla strana vicenda del braccialetto anche perché era inusuale per lei dare confidenza alle persone. Ad esempio anche a scuola, pur trovandosi bene con il suo gruppo, aveva comunque la percezione di sentirsi altra, diversa. Da dove le venisse quel sentire non ne aveva cognizione, sapeva che era così e basta. Forse era anche questo aspetto che, pur desiderandolo, le faceva paura mostrare il monile alle sue compagne. Avrebbero potuto, oltre che invidiarla, sollecitarla a stare al gioco di seduzione “Perché no? In fondo si fa così, così fan tutte. Il tuo ragazzo adesso non è qui, magari se la sta spassando con qualche altra e anche tu puoi prenderti le tue libertà”. E lei non avrebbe saputo come scegliere. Anche perché non era nel suo stile seguire pedissequamente ciò che facevano gli altri.
Sfinita si buttò sul letto e cadde in un sonno profondo.

Il mattino dopo il tempo era cambiato. Non più il sole accecante e caldo del giorno precedente ma neri nuvoloni correvano veloci, portati dal vento dell’Atlantico. Un po’ per questo motivo e un po’ perché la spossatezza permaneva, Fiordiligi, invece di associarsi al gruppo che sarebbe andato alla Grande Arche, opto per una meta più vicina. Non se la sentiva proprio di scarpinare. Così pensó di aggregarsi al gruppo che con il Prof. di madrelingua francese, Pierre Roudinet (soprannominato dai compagni Ro-bes-Pierre perché tanto era severo in classe quanto era ridanciano fuori ), si sarebbe recato alla Aréne de Lutéce, antico anfiteatro romano testimonianza di una Parigi antica, luogo poco noto ai turisti.
Seduta su un rudere, Fiordiligi aveva ascoltato affascinata quanto il Prof. stava illustrando nella lezione anche se nella mente si infiltrava una certa inquietudine, la stessa che, durante la notte, l’aveva fatta girare e rigirare nel letto.
Fra un appunto e un altro, buttava lo sguardo sulla lontana Tour Montparnasse. Tour Montparnasse, il più importante belvedere panoramico su Parigi. Qualcuno si suicidò da quella torre ma non ricordava chi avesse cercato di fronteggiare Il vuoto interiore precipitandosi nel vuoto esterno. Il vuoto che avvolge tutto nelle sue spire. Rovine del passato, rovine del presente. Ma che strani pensieri le passavano per la mente!
Alla fine della lezione il gruppo dei compagni si stava divertendo a mimare una rappresentazione teatrale: c’era anche chi aveva portato una armonica a bocca e cercava di dare un accompagnamento musicale a quel divertimento che coinvolgeva anche il Prof. I passanti guardavano incuriositi e gettavano qualche monetina tra il divertimento generale. Ma lei era presa da uno strano sopore.
Percepì una presenza alle sue spalle e si stupì quando quella presenza si fece palese alla sua vista.
Lui vestiva in modo più casual anche se ciò non contribuiva a dare ‘leggerezza’ al suo personaggio che rimaneva carico di enigma non sufficientemente mascherato dalla sua sollecitudine.
“Eccola qui la nostra signorina!”. “No non si alzi, la prego”, disse quando lei voleva alzarsi dal gradino “No, piuttosto, se permette, mi siedo io. Poi continuó. “Vedo che il braccialetto lo ha tenuto.”.
”Sí, ma non riesco ad aprirlo “ disse lei.
“Ecco qua “.
Delicatamente le prese il polso, aveva le dita lunghe, affusolate, con un click premette sullo scarabeo, aprí il gioiello e poi, con un altro click lo richiuse.
Non ci fu tempo per lo sconcerto della ragazza perché lui chiese: “Possiamo presentarci?”. Lui tese la mano pallida nonostante l ’incipiente stagione estiva e disse di chiamarsi Rodolfo, di essere italiano e di aver insegnato al DAMS di Genova. Infine si era trasferito a Parigi dove vivevano alcuni suoi parenti. Poi chiese quello della ragazza.
“Fiordiligi“ rispose lei quasi sottovoce. E aggiunse : “Fiore”, per gli amici.
“Sarò importuno” iniziò Rodolfo “ma ho osservato un suo particolare interesse durante l’osservazione dei lepidotteri. Che cosa la prendeva di più? Fa parte del suo piano di studi?”. Ma non le permise di interloquire perché si lanció a disquisire sulla particolare sensibilitá che aveva notato in lei, dai suoi gesti, dal suo interloquire. Gli sembrava che davvero lei fosse una ragazza eccezionale e chissá se gliene veniva riconosciuto il merito. Indubbiamente Fiordiligi non poteva che sentirsi lusingata da quegli apprezzamenti anche se un vago senso di allarme continuava a serpeggiare dentro di lei. Poi le chiese se aveva un ragazzo e da quanto e se lei si sentiva soddisfatta di quel rapporto o avrebbe desiderato di meglio. Quasi senza accorgersene Fiordiligi inizió a parlare di sé, raccontando cose che non aveva detto mai ad alcuno nemmeno al suo fidanzatino. Dei suoi sogni, delle sue paure, di aspetti intimi che mai le erano usciti di bocca e di cui lui sembrava quietamente abbeverarsi permettendole di dare libero sfogo al suo intimo più profondo.

Il fischietto del Prof Roudinet chiamó tutti all’ordine e il gruppo si raccolse e si diresse per una passeggiata in direzione di un mercato rionale lí vicino prima di rientrare.
Cosí terminó lo strano colloquio tra Rodolfo e Fiordiligi.
Ovviamente anche quella notte fu insonne. Con il pensiero, rivoltandosi nel letto, riandava all’incontro di quella mattina all’Aréne: a un certo punto lui, quasi a sottolineare il profondo senso di vicinanza con lei, le aveva preso il polso dove brillava il braccialetto e in quel punto lei sentì una fitta dolorosa che rapidamente sparí.
Come in un lampo, l’attraversó un pensiero sconvolgente: quello relativo ai ladri di emozioni altrui in quanto incapaci di averne di proprie, genuine. Ma come era venuto, altrettanto rapidamente quel pensiero sparí.
Il penultimo giorno della loro permanenza a Parigi era dedicato all’incontro fra culture per cui gli allievi si stavano dirigendo verso l’Institute du Monde Arabe.
Fiordiligi giá lo conosceva in quanto lo aveva visitato alcuni anni prima con i suoi genitori e ne parlava con il Prof. Roudinet dicendo quanto la avesse colpita la facciata dell’Istituto costituita da minuscoli diaframmi che, azionati da un sensore centrale si aprivano e chiudevano lasciando4 filtrare all’interno la luce a seconda delle necessitá. Come se fossero tanti piccoli occhi in grado di filtrare gli eventi esterni per trasmetterli poi all’interno. “Se anche l’essere umano fosse provvisto di questa capacitá….“ disse ridendo Fiordiligi e anche il Prof rise aggiungendo un altro tassello di apprezzamento per quella allieva particolarmente dotata. In quel mentre, in senso contrario al loro andare incrociarono Rodolfo che ad alta voce gridó “Fiordiligiii! “ sbracciandosi in un saluto che si concluse con un bacio spedito dalla punta delle dita. A fronte di quella platealitá e al vistoso rossore apparso sul viso della fanciulla, Roudinet chiese informazioni ma la ragazza fu evasiva dicendo che si trattava di un conoscente. Lui alzó le spalle come a dire che a lui non si raccontavano frottole. Nel contempo lei giá immaginava le sue compagne a complimentarsi per la conquista….

Non poteva continuare cosí, in quella ambiguitá. Aveva bisogno di parlare con un adulto, ma come spiegare? Sentiva che ogni sua parola avrebbe potuto essere equivocata se non anche rivoltarlesi contro e allora…. L’angoscia di poter essere accusata di connivenza, di complicitá (sapeva bene quello che succedeva in casi similari) fu piú devastante del problema stesso.
E finalmente arrivó il giorno della partenza prevista con il primo volo della sera. Era di nuovo scoppiato un caldo afoso per cui si decise di dedicare la mattinata a ristorarsi a Le Jardin des Plantes poco lontano dall’Albergo mentre il pomeriggio sarebbe stato dedicato ai bagagli. Quel giardino costituiva sempre un godimento per la vista, per i profumi, l’ammirazione per la cura con cui era tenuto… un piacere passeggiarvi. Come contrappunto a tanta leggerezza In fondo si stagliava con la sua imponenza il Muséum National d’Histoire Naturelle.
Uno strano turbamento assalì Fiordiligi, un turbamento che cresceva spingendola verso il luogo dove era incominciata la sua strana avventura. Una specie di forza la portava a rivedere per l’ultima volta quella farfalla il cui occhio l’aveva così ipnotizzata. Come se là si celasse un segreto che doveva scoprire prima della partenza. A rapidi passi guadagno l’ingresso, mostrò il biglietto di accesso ancora valido e si diresse verso la bacheca. Là sembrava che l’Automeris io la stesse aspettando, come se là si sarebbe potuto svelare un arcano.
Era avida di sapere ma una singolare stanchezza la prese. Affaticata da qualche cosa che sembrava avvolgerla come un sudario gelido. Gli occhi le si stavano appannando. Con un ultimo sforzo cercó di interrogare la farfalla ma poi lentamente scivoló dalla bacheca cui stava aggrappata non prima di aver alzato le braccia al cielo in un ultimo grido dopo aver tentato per una volta ancora di trovare una risposta: ma le arrivavano soltanto le immagini delle “Automeris io” infilzate che stavano osservando con occhi ormai inutili la sua fine.
Fiordiligi si accasciò su se stessa, come una corolla senza piú linfa vitale, senza stelo.
Prima che arrivasse qualcuno e dileguandosi poi nel nulla così come dal nulla sembrava essere apparso, lui le sfilò il braccialetto: rimasero sul polso, sopra e sotto come una morsa su quell’esilità ormai inerme, due macchie purpuree. Due occhi rossi sgranati dentro un alone livido.

Terminato il 14.09.25

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