Davide Lazzaretti

Il tentativo di recuperare la storia del mondo dagli estremi confini

di Angelo Australi

La prima volta che ho letto qualcosa sul “profeta” dell’Amiata è stato all’inizio del 1978, ne trattava ampliamente un numero di Salvo Imprevisti, la rivista diretta da Mariella Bettarini. La trovai alla libreria Feltrinelli di Firenze, dove c’era uno scaffale interamente dedicato ai periodici di letteratura. Questo non era il primo numero che acquistavo, perché da quando avevo iniziato a scrivere ero anche interessato al dibattito culturale che si sviluppava sulle riviste di letteratura, e Salvo Imprevisti era una di quelle che a Firenze ritenevo appoggiasse un’idea di cultura che stava spingendo per affermarsi dal basso, che aveva ben chiaro dove andare ad esplorare, fare ricerca, e si preoccupava di dare spazio ai giovani autori. Una rivista militante che, pur confrontandosi con i canoni della letteratura, era attenta a ogni forma di linguaggio espressivo autentico nato fuori da essi.  

Il numero 11 di Salvo Imprevisti veniva interamente dedicato allo spettacolo messo in scena dai componenti della redazione il 17 agosto 1977, al Club ’71 di Abbadia San Salvatore, un centro abitato situato sul versante senese del Monte Amiata. Anziché partecipare alle iniziative estive patrocinate dall’amministrazione comunale esportando dalla città il solito recital di poesie, la redazione aveva deciso di mettere in piedi uno spettacolo teatrale che partendo dagli ultimi anni di vita di Davide Lazzaretti, in una sorta di “teatro politico”, raccontava un secolo di scioperi, di iniziative rivoluzionarie avvenute nei paesi dell’amiatino, la repressione durante il fascismo, la vita degli operai, quella dei minatori, dei contadini, giungendo fino agli anni Settanta, quando fu sciolto l’Ente Gestione Attività Minerarie (l’EGAM era stato istituito nel 1958 allo scopo di gestire tutte le produzioni minerarie italiane, e si sciolse con il voto della Camera dei Deputati del 2 giugno 1977, sulla Legge che prevedeva la sospensione dell’ente minerario con il passaggio delle aziende sane all’ENI e all’IRI, e la liquidazione di quelle non più salvabili). Oltre al testo teatrale, sulla rivista c’era una nota che faceva luce sulla personalità del “santo dell’Amiata”, molto utile per approfondirne la lettura con altri testi.

Santo, profeta, messia, Cristo dell’Amiata, secondo figlio di Dio, predicatore visionario, sono molti i termini che cercano di contraddistinguere questa figura di autodidatta che si affaccia sulla scena politica del giovane stato italiano come un rivoluzionario schierato dalla parte degli ultimi, tenendosi ancorato a una misticità religiosa intrisa di visioni millenaristiche e socialismo utopistico, fino al punto di essere scomunicato come eretico dalla chiesa e i suoi libri messi al bando.

Davide Lazzaretti è morto il 18 agosto 1878. Rimase colpito, insieme ad altre tre persone, in una sparatoria della forza pubblica ordinata per interrompere l’importante processione che avrebbe toccato i santuari mariani di Arcidosso e Castel del Piano. All’alba di quel giorno un corteo eterogeneo scende dal Monte Labbro, in testa c’è Davide Lazzaretti, aveva una camicia rossa, i pantaloni bianchi, una divisa che ricordava quella dei garibaldini, lo seguono delle bambine vestite di bianco, con corone di fiori sui capelli, mentre gli uomini e le donne indossano degli strani abiti colorati di rosso e di azzurro, tutti cuciti nella comunità. Quando scende dal Monte Labbro, dove ha costruito la sede intorno ad una torre in pietra alta trenta piedi chiamata “Torre Giurisdavidica”, ad attenderlo c’è una folla immensa. Vengono da Arcidosso, Castel del Piano, Santa Fiora, Roccalbegna; molti sono i contadini arrivati dalle campagne. Il delegato di Pubblica Sicurezza De Luca, per fermare la colonna di persone, in attesa dei rinforzi che giungeranno a sparatoria avvenuta, intanto ha schierato un drappello di carabinieri armati di fucili, di cui fa parte un bersagliere richiamato in servizio mentre era in licenza. I possidenti e il parroco sollecitano il Delegato ad aprire il fuoco, mentre qualcuno, tra la folla che simpatizza per il “santo dell’Amiata”, inizia a lanciar sassi contro le forze dell’ordine. Quando la tensione sale, il bersagliere si inginocchia, prende la mira e spara centrando in fronte Davide Lazzaretti che cade morente. I medici di Arcidosso si rifiutano di visitare il moribondo, lo fece un medico di Santa Fiora, dopo che i suoi seguaci lo avevano trasportato, già morto, nella frazione delle Bagnore. Il suo cadavere fu sepolto a Santa Fiora, in terra sconsacrata, ma venne quasi subito prelevato da Cesare Lombroso, noto alla storia per essere il fondatore dell’antropologia criminale. Lo studioso riuscì ad avere le sue spoglie nel tentativo di approfondire i propri studi volti a dimostrare in Davide Lazzaretti l’origine organica di una follia criminale. Una buona parte di quello che è sopravvissuto di quel corteo variopinto che era disceso dal Monte Labbro il 18 agosto del 1878, fu conservato per circa un secolo nel lascito destinato dall’antropologo al Museo di antropologia criminale di Torino, e trasferito presso il Centro Studi Davide Lazzaretti di Arcidosso alla sua costituzione, nel 1981.

Dopo quelle poche informazioni raccolte su Salvo Imprevisti, ho avuto modo di leggere alcuni libri a lui dedicati. Nel 1978, per la ricorrenza del centenario della morte, Arrigo Petacco aveva pubblicato “Il Cristo dell’Amiata” (Mondadori), e Antonio Moscato “Il messia dell’Amiata” (Savelli). Anche nei successivi anni escono dei volumi a lui dedicati: nel 1981 Carlo Pazzagli con “Davide Lazzaretti e il Monte Amiata” (Guaraldi). Essendo originario di Santa Fiora, se ne occuperà anche Padre Ernesto Balducci, con “Il sogno di una cosa”, ECP Firenze 1993.  Il libro esce postumo, visto che Padre Ernesto Balducci muore in un incidente d’auto il 25 aprile del 1992: adesso la sua tomba, nel cimitero di Santa Fiora, si trova nei pressi di quella di Davide Lazzaretti. Ho letto anche il libro di Lucio Niccolai, “Davide Lazzaretti. Il racconto della vita, le parole del profeta” pubblicato da Effegi Edizioni nel 2006, e di recente il romanzo di Simone Cristicchi, “Il secondo figlio di Dio”, uscito per Mondadori nel 2016. Oltre al libro, sullo stesso argomento Cristicchi, con la regia di Antonio Calenda, ha messo in scena uno spettacolo teatrale che ho potuto apprezzare al Teatro Puccini di Firenze.

Nel 2008 ho trascorso una settimana di vacanze in una struttura alberghiera situata nei pressi di Arcidosso, in quell’occasione, nel giorno di ferragosto, io e mia moglie abbiamo fatto un’escursione sul Monte Labbro. L’intenzione era quella di pranzare a sacco sulla cima (a 1.193 metri di altezza), presso le rovine della Torre Giurisdavica, per poi ridiscendere il tardo pomeriggio. Era una giornata caldissima e faceva molta impressione camminare su quel terreno arido, pieno di pietre e di erba secca, alta, del colore del grano maturo. Sudavamo in continuazione, ma arrivati alla meta si entrava in un’atmosfera piena di mistero, che incuteva rispetto. Oltre alle rovine della torre che svettavano per alcuni metri sul punto più alto, c’era una cappella ed un paio di altre costruzioni. Mi guardai intorno pieno di soggezione verso tutto il panorama verdeggiante di alberi che assediava quell’aridità, il Monte Labbro sembrava strappato con violenza da un paesaggio riarso della Sicilia o della savana africana, per essere trasportato in un contesto di rigogliosa vegetazione boschiva. C’era senz’altro una spiegazione scientifica nella conformazione geologica della zona, ma comunque la scena lasciava senza parole, perché il contrasto metteva nella condizione di ammirare qualcosa di bello e di unico. Eravamo soli, prigionieri di un silenzio assoluto, l’aria ferma, non tirava un alito di vento. Per cercare un po’ di sollievo ci sedemmo all’ombra proiettata dal moncone della torre, con negli occhi la visione di un versante del Monte Amiata ammansito nella sua potenza dal verde dei castagneti che brillava con il sole. Soffrivamo un gran caldo, mentre il tempo sembrava essersi fermato per una sorta di magia ancestrale che rendeva la nostra presenza un paradosso. Chi mai avrebbe potuto abitarci, anche un secolo prima?

Sempre in quei giorni di vacanza ho assistito all’inaugurazione della nuova sede del Centro Studi di Davide Lazzaretti presso la rocca aldobrandesca che domina l’antico borgo di Arcidosso.

L’esperienza di questo visionario intriso di misticismo aveva segnato quei luoghi per sempre, perché alla cerimonia erano presenti dei seguaci del pensiero giurisdavidico, ancora professato, nonostante l’ultimo sacerdote fosse morto nel 2002. Così ho avuto la possibilità di ascoltare dalla loro viva voce le spiegazioni relative ai suoi scritti e alla simbologia dei reperti esposti, e di comprendere quanto fosse ancora radicata l’influenza di quest’uomo pieno di carisma sulle persone che abitano nei paesi dell’Amiata. Non sarei mai uscito da quel luogo. Vidi esposti i loro abiti, disegni che illustravano alcune sue visioni, lettere, testimonianze scritte, i suoi libri, altri documenti che facevano intuire il livello di organizzazione immaginato per una comunità di persone semplici, totalmente scollegata dal pensiero dominante a quell’epoca. Comprai in quest’occasione il libro di Lucio Niccolai, che riaccese il mio interesse. Niccolai usa un linguaggio semplice, divulgativo, è scritto quasi in forma di romanzo, pur restando un saggio. Ripercorre la sua storia non tanto giocando sul personaggio Lazzaretti, quanto nel dare rilievo alla contestualizzazione dei luoghi con l’epoca in cui si sono svolti i fatti. Testimonia l’autenticità di un’esperienza che riesce a completare, grazie anche all’inserimento dei suoi scritti per intervallare ogni capitolo del libro, la visione millenaristica del profeta e l’organizzazione di un sistema sociale innovativo per quegli anni, e forse unico in Italia.

Adesso torniamo indietro, riavvolgendo il nastro.

Davide Lazzaretti è nato ad Arcidosso il 6 novembre del 1834. I suoi genitori, Giuseppe e Faustina, sono contadini, poverissimi. E’ ancora giovane quando si mette a raccontare i suoi sogni, le prime visioni. Di mestiere faceva il barrocciaio, trasportava una particolare tipologia di terra da Arcidosso a Siena e Grosseto. Nel 1859 si arruola nella cavalleria piemontese e partecipa alla battaglia di Castelfidardo, contro le truppe pontificie. Fino a qui Davide Lazzaretti è solo quello che ci si può aspettare da un povero barrocciaio dell’Amiata imbarbarito dalla fatica del lavoro: beve, bestemmia, è quello che si dice “un mangiapreti”; la gente per bene, anche i semplici, preferiscono mantenere un po’ le distanze da un simile personaggio. Si è sposato nel 1856, da questo matrimonio nascono cinque figli.

La svolta decisiva della sua vita è conseguente alle visioni che ha nel 1868, quando gli fu annunciata la missione che avrebbe dovuto esporre al Papa, per essere autorizzato a condurre un’esistenza da eremita e di predicatore. Anche se la sua missione verso il Papa risultò un fallimento totale, lui decise comunque di ritirarsi in un eremo abbandonato, situato dalle parti di Montorio San Romano. Qui traccia quella che sarà la sua simbologia mistica: il segno delle due C contrapposte e di una croce al centro, che diventeranno l’emblema della sua futura chiesa.

Tornato ad Arcidosso, in appena due anni, dal 1870 al 1872, riesce a raccogliere numerosi seguaci tra la popolazione. Fondò tre istituti religiosi che ebbero il consenso di un paio di sacerdoti del luogo, perché comunque vedevano in lui lo strumento di una resistenza popolare al nuovo stato italiano. LA SANTA LEGA, che aveva finalità assistenziali; LA SOCIETA’ DELLE FAMIGLIE CRISTIANE, che prevedeva che i suoi iscritti lavorassero per mettere in comune i loro beni secondo lo spirito delle prime comunità cristiane (pensate, riuscì a coinvolgere in questo progetto circa ottocento presone); mentre IL PIO ISTITUTO DEGLI EREMITI PENITENZIARI E PENITENTI era un’organizzazione più prettamente religiosa, impregnata di un certo medioevalismo messianico che attendeva l’avvento del prossimo regno dello Spirito Santo.

Con le sue prediche Davide Lazzaretti stava trovando sostenitori in tutta la Toscana, addirittura si reca in Germania e, grazie al ricco Léon Juvanon Du Vachat, soggiorna in Francia. Lo scopo del francese è quello di usarlo per alimentare un movimento reazionario, rivelazionista e messianico, che addirittura si auspicava la restaurazione della monarchia capetingia. Idee legate peculiarmente a correnti simboliste, pregne di un esoterismo tanto di moda tra i benestanti nell’ultimo quarto di secolo. La comunità Giurisdavidica stava assumendo sempre di più i caratteri di un socialismo utopistico, e la sua attività allarmò sia la chiesa cattolica che il nuovo stato italiano, fino al punto che nel marzo del 1878 il santo Uffizio lo condannò come eretico, lo scomunicò e mise all’indice i suoi scritti. Per screditare l’opera e le idee di Davide Lazzaretti, dagli anni successivi alla sua morte fino al primo Novecento, la cultura dominante in Italia attinse a piene mani dalle tesi di Cesare Lombroso, che ipotizzavano per il “delinquente” o il “paranoico”, l’esistenza di anomalie mentali addirittura nelle dimensioni del cranio. L’impianto ideologico in cui si muovevano gli studi di Lombroso era quello positivista di fine Ottocento, inizio Novecento, dove la “normalità” era senza dubbio un codice incontestabile, chi lo rifiutava rischiava il marchio di “alienato mentale”.

Contro questa corrente di pensiero sono tanti ad essersi interessati di lui, Antonio Gramsci individuava proprio nella miscela di principi religioso profetici con quelli sociali e di lotta l’originalità della sua esperienza; insomma, l’elemento sociale non poteva essere scisso da quello religioso. E poi Tolstoj, Maupassant. Raccolse dei consensi anche da figure come Don Bosco, che aveva una sensibilità particolare verso i ceti più poveri della società. In realtà le iniziative nate dalla sua comunità per quegli anni sono risultate innovative, perché evidenziavano il bisogno di un’organizzazione sociale nuova. I terreni e le proprietà messi in comune. Il voto esteso alle donne, quando addirittura il suffragio universale in Italia era sconosciuto. La divisione dei prodotti della terra e l’obbligo scolastico. Argomenti che facevano rizzare i capelli a chi gestiva il potere amministrativo e quello religioso, perché tendevano a destabilizzare un ordine, a bloccare gli ingranaggi della Storia così come la conosciamo. Il clero, i liberali più moderati, i possidenti, i gruppi più conservatori nella scena italiana, erano preoccupati per le conseguenze politiche che l’esperienza nata sul Monte Labbro avrebbe potuto avere, se presa ad esempio da altre parti. C’è una lettera di Massimiliano Romei, Sindaco di Santa Fiora, scritta poco prima dei fatti del 18 agosto al prefetto di Grosseto, che già dice tutto: “provvedimenti atti a tutelare la sicurezza di quelle popolazioni; assicurando che le questioni di religione non altro nascondevano che un fine politico; cantasi al Monte Labbro inni rivoluzionari; gridasi evviva alla repubblica, l’annientamento dei troni e dell’attuale ordine di cose in Italia; stimolasi a scuotere il giogo, e infine accendensi gli animi di una massa di gente riscaldata al fuoco di una religione, fomentatrice di passioni e rapine, di puro socialismo”. (fonte: Lucio Niccolai, Davide Lazzaretti. Il racconto della vita, le parole del “profeta”)

Il nome del bersagliere che lo colpì alla fronte è Antonio Pellegrini, e il romanzo di Simone Cristicchi, “Il secondo figlio di Dio”, ha come personaggio principale proprio questo militare. Sconvolto da quanto è accaduto, nel bisogno di capire chi fosse Lazzaretti, attraverso le testimonianze dei suoi seguaci inizia a prendere coscienza sulla situazione politico sociale di quei primi anni dell’unità d’Italia, avversa alla gente di quella zona depressa e dimenticata, più vicina al medioevo che all’entusiasmo post risorgimentale. Insomma, ci troverete sviluppato in chiave fiction, tutto quello a cui io ho appena accennato.

Il libro si trova facilmente in libreria, vista la recente pubblicazione. Leggerlo può aiutare a vedere sotto un’altra luce anche il nostro presente, perché nella cornice delle vicende locali, anche se avvenute nel passato, è possibile trovare il seme di alcune contraddizioni nazionali che ancora oggi persistono. Sono dell’opinione che un’idea di società globalizzata, in democrazia può vivere solo se accetta al suo interno le diversità in un progetto che integri, per riproporre quel concetto universale basato sulla curiosità verso l’altro, anche se proviene da un misero villaggio africano. Ci vuole una buona dose di modestia per riuscire a confrontarsi in un mondo così articolato e complesso com’è nel presente, e per come si prospetta all’orizzonte, probabilmente per buona parte di questo XXI secolo. E ci vuole una buona dose di modestia anche per riuscire a comprendere gli errori fatti in passato, perché la realtà è piena di luci e di ombre, per entrarci in confidenza non bisogna avere paura, non basta alzare dei muri.

Se poi a qualcuno capita di fare una gita di piacere in Toscana, consiglierei di giungere dalle parti dell’Amiata, di visitare il Museo del Centro Studi Davide Lazzaretti ad Arcidosso, e di fare una sana camminata fino alla vetta del Monte Labbro. Magari non di agosto.

                                                            Angelo Australi

                                                  Figline Valdarno, gennaio 2019

10 pensieri su “Davide Lazzaretti

  1. Caro Ennio,

    mi sono immerso nella lettura de “il ritorno del Tonto e il dissenso di Samizdat”, così calata in una discussione sull’attuale situazione della sinistra. Rispondo da qui, visto che hai suggerito un collegamento.

    Il presente è piatto perché spesso la memoria non riesce a raggiungerlo, soprattutto la memoria collettiva, di uno stato, di una società.

    Premetto che di Marx ho letto solo gli scritti giovanili, che sono diventato comunista più per frequentazioni (sul modello di compagni) che per letture, là dove l’esempio era legato ad un’azione concreta, realizzata in qualcosa per cui combattere (in senso metaforico, chiaramente, non imbracciando il fucile). Questo mi ha portato a fare politica attiva in un paese poi neanche tanto piccolo, e a subire uno sdoppiamento doloroso tra il bisogno di scrivere e questa necessità che portava in qualche modo a limitare certe aspirazioni personali, pensando ad obiettivi generali per cui sacrificarsi. Una gran fatica, anche se qualche volta i due segmenti della vita avevano una specie di moto sussultorio e s’intersecavano.

    Ho fatto questo pezzo su Davide Lazzaretti proprio perché trovo nella sua esperienza uno di quei momenti in cui, almeno per quanto mi riguarda, le linee si sono incrociate, hanno creato un corto circuito interessante. E’ un esperimento di 140 anni fa, ma stranamente, anche se lui non pensava per niente a fare letteratura, mi ha permesso d’incontrare uno dei luoghi vivi dove invece andare a cercarla.

    Cosa dire dell’oggi? Sì, è vero fa paura, anche se ultimamente ci scorgo sempre più spesso un ripetersi degli stessi errori, nella politica, ma anche nella cultura, nella letteratura. E’ come se il mondo contemporaneo viva un tempo di perenne adolescenza, dove le novità si susseguono ad una velocità raccapricciante, senza che resti niente, nella sostanza. A volte sono preoccupato perché ritengo questo un fenomeno che annuncia la vicina vecchiaia, ma poi mi rendo conto che molto spesso è quello che si dice in giro ad essere lo stesso piatto di minestra, dove non è stato aggiunto neanche un ingrediente, per abituare il palato a un nuovo sapore.

    Se ci pensiamo bene, neanche la tanto osannata o maledetta, a seconda dei punti di vista, epoca del computer è farina di oggi, visto che l’idea di una macchina in grado di sostituire l’uomo è una discussione filosofica già fatta negli anni Cinquanta. Il resto è sviluppo tecnologico derivato dalla ricerca scientifica applicata all’espansione economica del sistema mondiale, che non siamo in grado neanche di immaginare quali livelli di crescita possa prospettarci in un prossimo futuro. Credo che per le scienze umanistiche, a un certo punto, sia stato un errore rifiutare il confronto con la scienza a livello empirico, mancando questo si sono creati dei presupposti strani, dove nella cultura umanistica tutto diventa oggetto di consumo, prodotto da acquistare, fino al paradosso che anche lo scrittore e l’intellettuale è qualcosa di confezionato in un pacchetto allettante, nel quale riconoscersi, mentre la scienza, senza una sponda con la quale confrontarsi, ha finito per scivolare dalla ricerca teorica verso quelle novità tecnologiche sempre più sofisticate ma riproducibili in oggetti di uso quotidiano, arrivando al paradosso di costringere l’uomo in un luogo marginale, anche se da una posizione di benessere acquisito.

    Vista in questa logica, la diversità è diventata una rivendicazione sociale che purtroppo si annulla su se stessa, non arriva ad elaborare un punto di vista da cui incidere sulla società. L’informatizzazione ha condizionato il nostro quotidiano, ma nessuno si è mai sforzato di immaginare dei termini teorici con cui pensare una nuova organizzazione del sistema. In un profilo di internet possiamo presentarci a dire di tutto, ma poi nel quotidiano manteniamo regole e valori che sono forse agli antipodi e per questo si svuotano di contenuti. Mi si dice che in Inghilterra stanno addirittura pensando di istituire un ministero per la solitudine, ma se questi sono i livelli più avanzati del nostro pensiero contemporaneo, la prima cosa che mi viene da fare, istintivamente, invece che seguire la corrente è toccarmi nelle parti basse in senso scaramantico, vecchio gesto che si fa automaticamente, dai tempi della preistoria, o della pre-Storia.

    E la solitudine dove nasce, dalla nostra necessità di avere un profilo Facebook perché durante la giornata affoghiamo in cose in cui non crediamo, che riteniamo non possano rappresentare le nostre aspettative, o da qualcos’altro, da qualcosa di più profondo, che non incontriamo più nei valori di una comunità? Sono solo domande quelle che mi pongo, consapevole di gettare dei sassi nel laghetto, per smuovere appena le acque stagnanti.

    Veniamo a noi, in concreto: credo che la crisi della sinistra si percepisse già negli anni Ottanta, perché l’impegno politico era per molti diventato un sacrificio troppo grosso, rispetto a una società incanalata nell’edonismo. Se perdi qualche generazione, la frittata è fatta, il legame con la memoria diventa qualcosa da ripetere come uno stereotipo, ma spappolato in cento, mille altre piccole frazioni di realtà dove acquista valore il gruppo, non più la classe sociale di appartenenza. Siamo operai, siamo disoccupati, pensionati, ma anche qualcosa di altro. Siamo studenti, ma anche qualcosa di altro. Siamo dipendenti pubblici, mogli e mariti, ma anche qualcosa di altro. Attore, scrittore, gruppo dirigente, ingegnere, politico, medico, tecnico informatico, ma anche qualcosa di altro. Siamo di sinistra, ma anche qualcosa di altro. E così via.

    Ti dico la verità, ritengo la nostra cultura provinciale proprio perché non riesce a esplorare ai margini uscendo dalla cronaca. Esplorare ai margini significa entrare dentro quella vita, è come imparare una nuova lingua. Poche generazioni hanno attraversato un momento così partecipativo come quello degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, mentre nell’insieme la storia dell’umanità è costituita principalmente da periodi come questo, se non peggio, da disastrose guerre. Oggi ci facciamo un’opinione di tutto a stretto giro di slogan, di battute, senza più trovare un nesso, un collegamento che motivi la partecipazione democratica.

    Per avvalorare quanto giudichi il sistema attuale incapace di analizzare la realtà vorrei portare come esempio un problema di cui oggi tanto si discute, anche da punti di vista distanti anni luce, parlo degli extracomunitari che sono sfruttati in agricoltura al sud, ma non solo al sud. E’ vero, c’è da insorgere contro questa forma moderna di caporalato che si insinua nelle maglie di un percorso solidale, ma nel trovare delle soluzioni una democrazia che abbracci questi valori deve anche avere la possibilità di capire là dove si origina il problema: se agli agricoltori vengono riconosciuti solo 20/25 centesimi a chilogrammo di arance raccolte, rispetto all’euro e mezzo (forse qualcosa di più) che il prodotto costa a chi lo acquista al negozio, forse c’è da intervenire anche qui con una moderazione politica in grado di tenere legato il problema tra cause ed effetti. Eppure nessuno lega il problema di quella miseria che spetta agli agricoltori rispetto a come s’ingrassano le figure coinvolte nei vari passaggi, ma dentro a questo prezzo finale ci sono anche gli stipendi regolari degli operai che lavorano nel settore della cernita, confezionamento, trasporto, vendita al dettaglio. Capisci che oltre all’indignazione per gli ultimi della catena, come sia tutto da rivedere? Chi ha la forza oggi di affrontare il problema in questi termini da sinistra, senza mettere in conflitto gli uni con gli altri, come fanno questi nuovi governanti che cercano di esorcizzare la paura individuando sempre un nemico sul quale scaricare le colpe? Messa in questi termini, ad ogni giro la memoria (la Storia), non diventa sempre più debole?

    E’ vero, forse potevamo pensarci prima noi, visto che qualcosa che si definisce sinistra ha governato negli ultimi anni, ma quando non ti sei più posto il problema nella sua complessità per lungo tempo, diventa disastroso intervenire senza un’idea di società da contrapporre all’attuale. Questa riflessione non vorrei fosse presa per una giustificazione dell’esistente, ma piuttosto come un esempio per ribadire che fino a quando non ci caliamo nel pozzo più buio della realtà, è improbabile riuscire a comprendere le cause di un problema, per poi affrontarle con la consapevolezza di non ripetere gli stessi errori. La ricerca non necessariamente deve mirare ad un risultato immediato, anzi. Ho l’impressione invece che tutto si avviti su se stesso, facendo il gioco del quell’1% che oggi detiene il 90% della ricchezza mondiale. Non la chiamerei neanche più borghesia per ricondurla a una classe sociale, ma piuttosto una consorteria di individui senza scrupoli che sfrutta economicamente a suo vantaggio i meccanismi di competizione tra popoli, giocando in borsa su ogni economia nazionale nata con la globalizzazione. A me fa paura tutto questo e lo abiuro, però quando si parla di una democrazia solidale, dobbiamo subito pensare ad una forma di integrazione, altrimenti alimentiamo il meccanismo di lasciare ai poveri, agli ultimi, la facoltà di scriversi il proprio destino scannandosi a vicenda oppure abbracciarsi, e si vede la piega che ha preso il voto alle ultime elezioni.

    Ti confesso il motivo per cui a un certo punto mi è venuto la voglia di scrivere qualcosa su Davide Lazzaretti. Alcune settimana fa, prima delle festività natalizie, facendo zapping sui canali Tv ho incontrato un noto scrittore di gialli, ospite ad una trasmissione per promuovere il suo ultimo libro. Nel parlare ha ribadito più volte che era orgoglioso di considerarsi uno scrittore di evasione, io a quel punto sono scoppiato in una fragorosa risata, tanto che anche mia moglie si è affacciata pensando chissà cosa di divertente stessi guardando. Evasione? mi sono detto, quando mai la letteratura non è stata un’evasione!!! Almeno a me, quando sto leggendo, mi capita di evadere da un mio stato d’animo per tentare di entrare nella vita di un altro personaggio grazie all’immaginazione di colui che l’ha inventato. Allora mi sono detto, si dovrebbe parlare un po’ di più anche di letteratura, e smetterla di accettare anche il personaggio scrittore come un prodotto. Lui può accettare i meccanismi dell’editoria tendenti oggi ad uniformare il linguaggio, il tono e la forma nei libri che si scrivono, io però come forma di evasione ho tutto il diritto di non riconoscermi nelle storie che si raccontano e di cercare altro, sempre sui libri. Anche per mantenere un punto di vista sul mondo, cosa che mi ha insegnato a fare proprio la letteratura.

    Ero tentato di concludere questa lunga riflessione/risposta con una breve poesia di Valerio Magrelli, dalla sua ultima raccolta uscita per Einaudi nello scorso ottobre, ma poi mi sono trattenuto per paura del copyright. Il titolo è “Il commissario Magrelli”, nella copertina gialla, sotto un paio di occhiali da vista neri, c’è scritto, parodiando con ironia l’inflazione di giallistica del mercato editoriale:
    “Visto che tutti i libri
    hanno ormai un commissario,
    mi faccio commissario
    della poesia
    e parto sulle tracce dei misfatti
    che restano impuniti a questo mondo.”

    Sperando che almeno quello riportato in copertina non sia soggetto al copyright, aggiungerei solo il consiglio di leggerlo.
    Chiedo scusa per essermi dilungato in questo intervento forse anche un po’ disarticolato, ma non sono avvezzo ad usare le finestrelle di un sito per argomentare delle opinioni. Questo è il terzo tentativo in due giorni, e mi sono imposto di arrivare a concluderlo.

    1. Grazie, Angelo, di questo intervento. Spezza positivamente lo stile-commento “internettaro”, che in qualche maniera ci imponiamo o subiamo in questo spazio detto virtuale. Hai posto in modi chiari e semplici, mi pare, la questione del comunicare in altri modi. E cioè, passando ancora attraverso la letteratura: quella almeno che cerca risposte in profondità e non cede all’altro modello negativo, quello “commerciale”.
      Ci rifletto e ti dirò . E spero che altri/e ci pensino e si misurino con questo tuo scritto, che ho interpretato come un manifesto-invito a svegliarsi dal torpore indotto dal Web e dalla TV.

      1. E’ così Ennio,
        oggi penso che vada fatto lo sforzo di ritrovare un legame con le esperienze del passato, ricostruire una memoria collettiva, non dare per scontato che stiamo attraversando un epoca in cui il solo presente possa esistere.

  2. …di recente ho letto un articolo di Paolo Cacciari che parla della diffusione di un movimento, Solidarius, partito dal Brasile, fondatore Euclides Mance, e arrivato anche in italia che mi ha richiamato in qualche modo l’esperienza di Davide Lazzaretti sul Monte Amiata, se si esclude l’aspetto mistico-religioso. Si parla di pratiche di agroecologia in piccole comunità dove si attua una forma di economia solidale che si candida a “…a superare e a sostituire l’economia capitalistica”. Nell’ambiente urbano sembra un progetto difficile da realizzare, ma in alcune frange del territorio periferico si prova a ridare vita a cascine abbandonate e a terreni incolti, trasformandoli in centri di aggregazione, alloggi e attuando nuovi sistemi di coltivazione…Sono piccoli esempi che vanno controcorrente. Spesso sono i giovani a rimboccarsi le maniche e così si ritagliano anche un lavoro. anche associazioni come le Banche del Tempo promuovono un’idea di scambi di varia natura che escludono la moneta come valore

    1. Sì, sono esperienze interessanti, di cui si dovrebbe parlare molto di più proprio perché molto spesso nascono dai giovani che provano a ritagliarsi uno spazio d’azione, in un luogo in cui vivere distanti dalla cronaca. Che non è fuggire, ma tracciare nuove strade di convivenza. E poi si parlerebbe di qualcosa di positivo.

  3. Ciò che non è riuscito a Davide Lazzaretti, è riuscito a don Zeno Saltini settanta anni dopo. Riprendendo il comunismo evangelico Saltini ha fondato la comunità di Nomadelfia, che oggi conta circa 1200 persone, esempio di piccola comunità in cui tutto è in comune, secondo lo spirito delle comunità cristiane dei primi secoli. Certo, Saltini ha attraversato periodi difficili e ha affrontato molti contrasti, persino una condanna da parte della Chiesa e la proibizione ad esercitare il sacerdozio, ma poi la stessa Chiesa lo ha reinserito nelle sue attività, lo ha incoraggiato e oggi è in corso il processo di beatificazione. È una storia che si è ripetuta diverse volte. I tempi cambiano e cambiano i comportamenti delle istituzioni. Questo è un esempio particolare di autorganizzazione e autogoverno, sia pure all’interno e nel rispetto delle leggi dello Stato e, in questo caso, anche della Chiesa, trattandosi di una comunità a impronta religiosa, come una specie di convento, però non di frati o di suore, ma di famiglie intere.
    Nel mondo ci sono molte esperienze, anche se, per il momento, tutte assai piccole, di forme di autogoverno.
    Annamaria Locatelli cita l’esperienza brasiliana di Euclides André Mance, che in sostanza consiste nella proposta di una società autogestita a base cooperativa. Sul suo carattere, e sul suo rapporto con il capitalismo, le opinioni sono diverse fra gli stessi esponenti della «economia solidaria» a cui Mance fa riferimento. Alcuni parlano di alternativa al capitalismo, altri di riforma del capitalismo, altri ancora di umanizzazione del capitalismo. In effetti gli aspetti economici sono accompagnati, sostenuti e motivati da quelli “umanistici”, di solidarietà e di cooperazione. In un suo testo Mance scrive: «practicando la producción y el consumo solidários en lazos de realimentación, cualquier unidad productiva puede vender toda su producción, generando un excedente de valor económico que permite crear nuevas unidades productivas solidarias que, conectadas en red, pueden atender a una diversidad todavía mayor de elementos demandada por el consumo final y productivo de nuevas células, incorporando un número progresivamente mayor de consumidores y productores en un
    movimiento auto-sustentable de expansión» («praticando la produzione e il consumo in una rete di autoalimentazione [e circolazione], qualunque unità produttiva può vendere tutta la sua produzione, generando un eccedente di valore economico che permette di creare nuove unità produttive solidali le quali, collegate in rete, possono dedicarsi a una sempre maggiore diversificazione di elementi richiesti per il consumo finale e produttivo di nuove cellule, incorporando un numero progressivamente maggiore di consumatori e produttori in un movimento auto-sostenibile di espansione»).
    In questo brano non si descrive un’alternativa all’economia capitalistica, come Mance sostiene in altre parti dei suoi scritti teorici, bensì una economia capitalistica a auto-gestione cooperativa. Restano aperte tutte le domande su come l’autogestione si realizzerebbe se l’esperimento si allargasse a centinaia di migliaia di persone e come le garanzie di libertà e indipendenza dei singoli soci, che Mance assicura, possono essere davvero rispettate senza che ci siano anche dei movimenti di differenziazione e di uscita dalla rete solidale. E come, in caso che questi movimenti ci siano, verrebbero giuridicamente e politicamente trattati. In sostanza l’esperimento di Mance richiede un forte spirito di solidarietà, di rigore etico e di unità di intenti fra i soci.
    Comunità autogestite di tipo tutto diverso sono invece le “città private” sorte in diversi Stati degli Stati Uniti e da altre parti. Ce ne sono ormai qualche decina e alcune superano i 50mila abitanti. Sono città completamente private, alcune (come quella fondata da Walt Disney) sono di proprietà privata individuale o giuridica e gestite dagli abitanti in affitto, altre sono di proprietà collettiva degli abitanti-soci. La legislazione statunitense permette il costituirsi di queste comunità che sono tenute a rispettare la legislazione dello Stato federato e dello Stato federale, ma non fanno parte del territorio di un comune e quindi si autogovernano in proprio relativamente a tutte le competenze pubbliche municipali. In sostanza funzionano come una specie di super-condominio che gestisce in proprio anche le scuole, la manutenzione delle strade, dei servizi pubblici come acquedotto, energia elettrica, raccolta e smaltimento rifiuti, polizia locale, tribunali ecc. I risultati più vistosi di queste realtà sono gli abbattimenti dei costi, di oltre il 30/40% a parità di servizi assicurati ai cittadini-soci, e la formazione di uno spirito comunitario che ha praticamente azzerato la delinquenza comune entro i confini delle comunità. Dal punto di vista ideologico, secondo i parametri italiani, alcune di queste comunità potrebbero essere definite di sinistra, altre di destra, ma nella pratica si rassomigliano molto.
    In quanto poi alle esperienze innovative di produzione agroalimentare, proprio ieri il Tg2 ha mandato in onda un servizio su un’industria alimentare statunitense che coltiva ortaggi “fuori terra”, col sistema della coltivazione idroponica, anzi, “aereosolponica”, poiché l’acqua è sostituita dal vapore. Non si tratta di campi orizzontali – e qui sta il carattere innovativo e interessante – ma di serre verticali. Un grattacielo di serre una sopra l’altra. I risultati sembrano buoni: gli ortaggi crescono in metà del tempo normale, costano la metà del costo normale e presentano le stesse, o migliori, qualità alimentari.
    Diverse esperienze di autogestione e di innovazione che hanno due aspetti in comune: uno, è che prefigurano in qualche modo il futuro, se si pensa a un futuro alternativo alle catastrofi distopiche che lo statalismo prospetta. Due, sono tutte sorte in Paesi capitalisti dove la morsa dello statalismo è minore, o dove, con l’appoggia della Chiesa (come per Nomadelfia in Italia) o con la contrattazione privata e il pagamento di costi di “acquisto” (come in certi Paesi dell’ex Terzo o Quarto Mondo), il morso dello statalismo si riesce a tenerlo a bada, magari in via eccezionale. Ma nessuna di queste esperienze è sorta dal seno della sinistra tradizionale che è sempre stata lontana (salvo in qualche fase ottocentesca della sua storia) dallo spirito di un creativo statunitense come Richard Buckminster Fuller (1895–1983), inventore, grande architetto, designer, filosofo, scrittore, docente universitario e conduttore televisivo. Fuller affermava: «Non cambierai mai le cose combattendo la realtà esistente. Per cambiare qualcosa, costruisci un modello nuovo che renda la realtà obsoleta». Costruisci un modello nuovo, non limitarti a predicarlo e a prometterlo agli elettori.

  4. …non conosco un testo di Euclide André Mance da contrapporre a quello pubblicato da Luciano Aguzzi, ma negli articoli da me letti, a proposito delle comunità del “buon vivere” ispirate al pensiero del pensatore argentino, l’obiettivo inseguito è quello di superare l’economia di tipo capitalistico…Gradualmente, magari. L'”eccedente di valore economico” o accumulo si potrebbe sostituire con lo scambio e il dono -dove lo scambio è basato su un valore immateriale senza scadenza di tempo- Utopia? Può essere, ma finora cosa si è combinato?…La nostra storia sembra tutta un fare e un disfare

  5. L’esperienza di Davide Lazzaretti, rispetto a comunità come “Nomadelfia” o altre che ci sono anche in Italia, quasi tutte vicine alla chiesa, (la comunità dei Focolarini di Loppiano per esempio, una località che si trova nel mio comune – Figline e Incisa Valdarno – e che di recente è stata visitata dal Papa, proprio insieme a quella di Nomadelfia), credo abbia la particolarità di aver coinvolto la popolazione del posto, costituendo un’esperienza partecipativa dal basso, contadini, minatori, pastori, gente lasciata ai margini dallo stato. E’ un’esperienza tipicamente ottocentesca, destinata al fallimento non solo per l’incapacità dello stato a comprendere i bisogni di queste persone, ma anche per dinamiche interne.
    Due osservazioni mi sembrano interessanti, perché lanciano domande per il futuro:
    La prima è che la maggior parte oggi sono esperienze nate in seno a movimenti religiosi, dai quali la sinistra sembra esclusa.
    L’altra è come queste forme di autogestione possono realizzarsi in un esperimento allargato alle moltitudini?

    Belle domande!

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