di Angelo Australi
prefazione al romanzo di Giuseppe Giachi Via Isidoro del Lungo
Nell’incipit di questo romanzo Giuseppe Giachi ci ricorda che chi è nato nella prima metà degli anni cinquanta del ‘Novecento si è trovato a vivere l’infanzia con l’immagine di un mondo dove i muri delle case […] portavano ancora le tracce dei colpi di arma da fuoco lasciati dalla guerra… buchi nell’intonaco rimasti lì per anni, anche dopo […]. Com’è vero, tutto questo. Anagraficamente parlando, per chi nasce in quegli anni i buchi nell’intonaco delle case testimoniano gli orrori del fascismo e della guerra, stanno in stretta relazione con ciò che gli adulti raccontavano alla mente sognatrice di un bambino quando ormai, dagli eventi narrati, del tempo è trascorso. Nonostante il non averli vissuti, per la sua mente certi racconti saranno qualcosa di fulminante, che nessuno potrà mai cancellare.
Quei buchi degli spari sulle facciate delle case sono stati un elemento di concretezza grazie al quale incontrare il racconto dei fatti, hanno esteso l’idea di un’immagine universale della guerra con cui fare i conti in buona parte degli anni ‘Sessanta. Diciamo che, almeno fino all’alluvione del 1966, il ricordo della Seconda Guerra mondiale segna ancora il tempo con la sua quotidianità di valori sulla resistenza al fascismo. Era qualcosa di palpabile che si insinuava nel quotidiano, che conviveva realisticamente con l’inizio del benessere consumistico legato al boom economico. Se ne accennava nei bar, nelle botteghe degli artigiani o dove le persone sostavano a chiacchiera per abitudine: negozi di generi alimentari, macellerie, in chiesa, all’uscita dalla messa, all’asilo dalle suore, all’oratorio. Se ne parlava così tanto perché ogni famiglia, in rapporto alla guerra, aveva i suoi lutti e le sue vicende vissute da raccontare in un paese che idealmente era ancora quasi del tutto contenuto all’interno della medioevale cerchia muraria.
In effetti chi come Giuseppe Giachi (ma anch’io, se è per questo) nasce in quel periodo si scopre a vivere l’infanzia in un paesaggio esistenziale dove negli usi e nei costumi delle persone è vivo sì la tragedia della guerra, dove ogni città e/o paese – piccolo o grande che sia – nel suo paesaggio urbano ha ferite non rimarginate, ma per esorcizzarla guarda al passato perché gli effetti del boom economico, anche se ci sono, non stravolgono i costumi e le abitudini, i ritmi del vivere la quotidianità non appaiono materialmente ancora così palpabili. Giocare in questo mondo obbligava l’immaginazione di un bambino a fare i conti con la noia che poteva dilatarsi all’infinito dentro uno spazio circoscritto, senza, con questo, rendere obbligatorio un riferimento concreto nel rapporto con il tempo reale sul quale agiva chi stava giocando. In contrasto con le peculiarità delle case e delle strade di un determinato luogo dove, con lo scorrere degli anni, non cambia mai niente, qualsiasi gioco è organizzato minuziosamente per strada insieme ai coetanei proprio perché, non avendo molte alternative, il bisogno di sconfinare in qualcosa di diverso da una noia che non trova sfogo fiorisce dalla semplice intuizione sbocciata sul momento. Così allora, come la bottega del falegname Ludovico Adriano, […] identico spiccicato ad Aldo Fabrizi[…] poteva diventare l’antro spaventoso di una caverna, colpivano l’immaginazione lo sculettare delle parrucchiere e la camminata strampalata di un pazzo perdigiorno, il mitico negozio del barbiere Pesci, detto Naselli, Ausilio e la sua bottega di generi alimentari, e tutte le facce delle persone che interagivano per strada – più o meno le stesse che uscivano dai portoni dei palazzi o dal piccolo bar , e così allora una piazza o una strada come la Via Isidoro del Lungo che vive oggi nella memoria di Giuseppe Giachi, poteva contenere la centralità di un’esistenza raccontata in larga misura dagli adulti e trasfigurata da lui in un gioco. Nella testa di un bambino, in quel piccolo spazio urbano di una via, finivano per mescolarsi i racconti di un secolo e forse più, tutti tramandati oralmente in una stratificazione di generazioni.
Quello di Giuseppe Giachi allora non è tanto un ricordo vestito con la nostalgia del punto di vista narrativo, ma semmai è un bisogno letterario che produce una cornice a spazi, luoghi e persone che non ci sono più, quindi da immaginare nuovamente sovrapponendoli agli stessi luoghi del presente di via Isidoro del Lungo. È il tentativo di riportare al nodo ombelicale i temi di una generazione che nel ’68 era appena adolescente e che, al contempo, nel ricostruire un suo passato con le esperienze dell’infanzia, considerato che il boom economico e lo sviluppo industriale successivo hanno completamente trasformato il “luogo” dei fatti, quando è stato il momento di raccontare non ha più trovato quegli spazi naturali nei quali aveva ambientato i suoi giochi. Quando gli effetti del benessere cominciavano a condizionare le abitudini dei nostri paesi, per i nati a cavallo della prima metà del decennio era ancora complicato conoscere il significato del ‘Sessantotto. Non so neppure quanto e a che livello in un paese se ne potesse parlare. Se lo ricostruiamo come evento storico, cioè con la mente di poi, i fatti sono chiari e la discussione si articola e arricchisce di contenuti, ma se uno dovesse basarsi sui ricordi personali, era tutto un po’ diverso, la confusione di un’anima in formazione deformava ogni desiderio personale in conflitto permanente contro le aspettative dei genitori. Esistere in un caos mentale è dir poco.
È per questo motivo, credo, che il tema centrale del romanzo si sviluppa intorno al passaggio generazionale, un contesto nel quale chi ricorda è diventato padre, e cioè quando si fa strada una certa consapevolezza che l’esperienza della propria infanzia non risulta più identificabile con il luogo da dove concretamente nasce il bisogno, la necessità di raccontare. Si può parlarne, perché no, ma appena ti giri intorno con lo sguardo sei cosciente che quando diventi il primo a non saperti più orientare, per un figlio non è facile starti ad ascoltare. Quando cerchi di riesumare volti, luoghi, fatti della tua infanzia che non sei più in grado di trasferire alla sua immaginazione, tutto fa pensare ormai che il passato non esiste più, hai come il presentimento di essere fuori dalla Storia. A questo proposito scrive Giuseppe Giachi nel suo raccontarsi, consapevolmente: […] Non credo che mio figlio Gregorio avrà mai una Via Isidoro del Lungo, un mondo intero e autosufficiente tra due file di case […]. Rispetto a chi è nato nei primi anni ‘Cinquanta il salto spazio/temporale negli interessi di un bambino degli anni ‘Ottanta è spaventoso, raccoglie un’infinità di dettagli che ormai – messi come siamo, alla velocità della navigazione digitale – non è più in grado di distinguere. Soprattutto è complicato calarli in un habitat che nessuno, tranne te e magari qualcuno della tua generazione, può ancora ripescare dal caotico vortice di scene che avvolgono la nostra immaginazione.
Quando il tuo passato non esiste più, forse non resta che trattarlo attraverso attimi che spuntano come schegge di lucida riscoperta, vive nel presente. Lo spirito del libro nasce da un sincero bisogno di trasportare nell’attualità di un dialogo l’insieme di un mondo ormai scomparso. Dialogo fatto al presente, e in questo Giuseppe Giachi è un memorialista dei luoghi e dei fatti ad essi legati dall’infanzia, dove sa muoversi e si orienta senza avere bisogno di collegarsi al navigatore. La memoria sembra assorbire ogni sorta di pensiero volante, è come una spugna che, per assurdo, quando la spremi, libera una quantità di ricordi che sembrano inventati lì per lì. Sono così nuovi da sembrare un’altra storia anche a chi la racconta. Non si tratta solo di evocare un passato da lasciarsi alle spalle, ma serve a dimostrare che esso esiste solo nei ricordi delle persone, è qualcosa di vivo che si ripresenta in forma diversa ogni volta lo si evoca. Solo così tutto diventa “naturale”, liquido, che può sciogliersi in una luce di infinite trasparenze.
Giuseppe è nato il 4 luglio del 1953 nel paese di Montevarchi, al numero 18 di via Isidoro del Lungo. La sua abitazione è su più piani, all’ultimo c’è la camera della nonna vedova, dove dalla finestra si ha un ampio sguardo del paese visto dai tetti. Nel libro sono ricostruiti i suoi primi nove anni di vita grazie a ciò che ha vissuto in prima persona e a quello di cui ha sentito il racconto dai genitori, dal fratello maggiore, dalla nonna. Così c’è l’io narrante dalla cui memoria fioriscono volti, paure, situazioni, ma nel tutto dei ricordi si avverte anche il bisogno di descrivere in un unico flusso il coacervo di dettagli dove è quella via stessa a trasformarsi nel centro del vortice, a divenire il personaggio chioccia che custodisce i suoi pulcini.
Nel ripensare allo scarto di tempo, nel libro ci sono tante situazioni dalle quali il ricordo poteva diventare un racconto compiuto, ma Giuseppe Giachi deve in qualche modo considerare il mondo attraverso un insieme. Ecco perché la storia non ha un vero e proprio sviluppo cronologico, va avanti e torna indietro negli anni seguendo una certa topografia urbana. Case, palazzi, chiese, i tetti di via Isidoro del Lungo sono osservati dalla mitica camera di nonna Maddalena così piena di luce, e in tutto si può celare quello spunto intuitivo che porta a meditare su certi fatti coinvolgendo la propria immaginazione. C’è l’impellente necessità generazionale di far sì che il passato esista attraverso la trasfigurazione letteraria di un luogo che vive come momento nel quale viene incluso senza rimpianti o tracce di forzata nostalgia.
Dopo aver vissuto l’infanzia in una condizione di continua scoperta di via Isidoro del Lungo, con la scrittura tutto sembra rimodellarsi in una realtà dai toni diversi, dove è quasi impossibile trovare un legame con il presente. O meglio, il legame c’è non tanto nei ricordi ma per il fatto di reiventare una storia alla quale il lettore può giungere senza un aiuto. Ecco allora che in questo libro la letteratura sembra esistere come qualcosa di fondamentale, capace di dare un senso all’esperienza vissuta o solo parzialmente tramandata da altri ad altri ancora, di dare l’impressione di entrare nel gioco di un processo creativo inesauribile che parte dalla vita.
Angelo Australi









