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Le cinque ritrose di Lionardo

Konrad Dietrich, MOVIMENTO STATICO, carta e filo di lenza, cm 220×550


di Angelo Australi


I SILENZI (Daniele Barni)

Tanti sono i silenzi che udii.
Quello negli occhi del cane morente.
Quello sui palmi di mille e più addii.
E del cipresso quando il vento è assente.
Il silenzio del bosco nell’eclissi.
Del mare stupefatto dalle stelle.
E dei tuoi baci prima che partissi,
gelati dalla notte sulla pelle.
Ma mi tormenta il silenzio mai udito.
Il fiore sconosciuto.
Ciò che non fu vissuto.
Il confine infinito.


Mantenendo abitudini estive, Spartaco iniziava la sua camminata ancora alle otto del mattino. L’anello di strade comprendeva gli argini del fiume, sfiorava la zona del cosiddetto “parco commerciale” toccando il centro storico nel rientro dalla parte opposta a quella da cui aveva iniziato il giro. Completava questo suo percorso circolare più o meno in un’ora e mezzo. Quella mattina aveva allungato il suo tragitto solo di un quarto d’ora, … minuto più, minuto meno. L’appuntamento dal barbiere era fissato per le undici, quindi aveva tutto il tempo per una visita ai defunti, fatta come si deve. Visto fra due settimane sarebbe stata la festa dei morti, su suggerimento di Ambra, prima di recarsi a tagliare i capelli era passato dal camposanto a verificare in quali condizioni fossero le tombe dei loro familiari. Alla metà di ottobre il chiarore del sole abbagliava la vista e disperdeva il ristagno delle nebbie sugli argini del fiume, sicché, senza allungare il giro più di tanto, mantenendo il suo passo standard, alle dieci meno un quarto varcava il cancello nascosto dietro una fila di cipressi.
Alla tomba dei suoi genitori e a quella dei genitori di sua moglie i fiori finti sembravano come comprati da un giorno, il sole e le intemperie dei mesi estivi non li avevano sbiaditi – era sufficiente la pulizia del marmo e l’aggiunta di un vasetto di crisantemi da sistemare nei giorni a ridosso della ricorrenza, però a quella dei nonni Rutilio e Ginetta uno dei due vasi era vuoto. Un po’ infastidito per la sorpresa, Spartaco ha ispezionato in giro sperando di scorgere il gemello del mazzo restante, magari finito nel campo delle inumazioni per un’improvvisa raffica di vento. Niente da fare, lì intorno non c’erano mazzi di fiori orfani di una tomba. Gli costava una certa fatica immaginare qualcuno a rubare un bouquet del valore massimo di quindici euro, eppure stava mettendo in conto anche questa possibilità. Spartaco ha insistito qualche minuto a cercarne traccia con lo sguardo, ma poi era giunto alla conclusione che fosse un’assurdità mettersi a ritrovare dei fiori fra un migliaio di inumazioni e di loculi. Anche perché, se putacaso avesse individuato il bouquet, non avrebbe certo potuto incolpare il defunto. Così, mentre si recava dal barbiere, aveva cercato in tutti i modi di immaginare la fisionomia di chi si metteva a rubare i mazzi di fiori dalle tombe altrui. Forse si trattava di un’assurdità, ma l’idea gli era frullata per la testa nel silenzioso passo spedito della sua camminata.
Nel frattempo, in merito a suo nonno Rutilio, insieme allo sforzo di raffigurarsi la faccia di quel disgraziato ladro di fiori finti, si erano affacciati alla memoria alcuni ricordi. Momenti di una storia comune nascosti chissà dove, per certi aspetti anche divertenti, che non sorgevano nella mente da anni.

«Massimiliano, fammi la cortesia, … quante ritrose ho nei capelli?»
Spartaco si sta fissando allo specchio. Voltandosi ogni tanto a destra e a sinistra finisce per sorridere al suo profilo con un ghigno derisorio. In questa come in altre abitudini è metodico, all’incirca passa dal barbiere a intervalli di un mese e mezzo, sempre nel periodo in cui la luna è nella sua fase calante. Cerca di tener fede alla credenza popolare, ma in realtà taglia i capelli così spesso perché ormai sono del tutto bianchi, quando si allungano appena un po’ ha l’impressione di sentirsi ancora più vecchio.
«E questa novella, … da dove salta fuori?!»
«Non guardarmi in quel modo, ho solo rivissuto nella mente quello che disse una volta mio nonno Rutilio. Si tratta di tanti anni fa, quando ancora frequentavo le scuole elementari».
Per Massimiliano ormai il taglio è fatto, sta fonando i capelli e si ferma un attimo a fissare lo specchio dove lo aspetta la faccia divertita di Spartaco. Sorride e gli accarezza il capo così, tanto per verificare se i capelli sono asciutti.
«Guarda qui… Non ti sembra che stiano un po’ ritti?»
Spartaco si tocca il lato destro, sulla tempia, dove in effetti i capelli formano un leggero rigonfio che gli modifica la rotondità della testa.
«In questo punto hai proprio una ritrosa impazzita».
Massimiliano sorride e con le forbici tenta una leggera spunta per riequilibrare la forma che sul lato sinistro sembra leggermente schiacciata.
«Questo ciuffo mi amplia la chiorba».
«Ti ci spalmo del gel?»
«Niente…»
«Con il gel ti stanno schiacciati. Le ritrose nei capelli ce le abbiamo tutti. Nelle teste più ribelli o li lasci liberi di andare dove li chiama la crescita, altrimenti, per dare l’illusione che siano in ordine, usi dei trucchi».
«Grazie, sono a posto».
I due si conoscono dai tempi delle scuole medie, così quelle otto o nove volte l’anno che Spartaco va a farsi i capelli sembra sempre di recuperare il discorso interrotto alla precedente tosatura. Parlano di politica, delle polemiche più vive che suscitavano stizza e rabbia nei vecchi che ancora insistono a svitare la piazza con le passeggiate mattutine e serali. Di corna, di malattie, disgrazie, e soprattutto di sport. Tranne un commento fugace su quello che riportava il giornale nella cronaca locale tra la clientela in attesa di essere servita, non era mai complicato mettersi a discutere dei soliti argomenti, almeno all’apparenza la vita del paese sembrava fluire con una lentezza oscena, fuori da ogni logica temporale. Certi livelli o piani di discussione si incrociavano in modo frenetico solo in tempo di elezioni, allora tutto si mescolava in una bolgia esasperata alla caccia di voti. Ma molto meno anche questo, rispetto al passato.
«Lo sai no, … mio nonno Rutilio faceva il barbiere…»
«Certo, me lo ricordo eccome, … tuo nonno Rutilio» disse Massimiliano».
«Per la precisione il sarto e il barbiere».
«Ha cucito anche il mio primo abito, quando sono passato a comunione» disse Massimiliano ridendo.
«E poi, a tempo perso, si dilettava a recitare in una compagnia teatrale».
A Spartaco, essendo in vena di ricordi così lontani, era sembrato giusto infilarci anche l’esperienza del Rutilio teatrante.
«Quando sono venuto in casa vostra per la prova del vestito, alla radio c’era una musica così alta che sfondava i timpani. Roba di opera lirica, che Rutilio inseguiva cantando a tutta randa. Era buffo…»
«Non canto perché sono stonato come una capra, ma immagino che fosse questa: Libiam ne’ lieti calici che la bellezza infiora, e la fuggevol ora s’inebri a voluttà. Libiam ne’ dolci fremiti che suscita l’amore, poiché quell’occhio al core onnipotente va. Quest’aria della Traviata la usava sempre per darsi il passo quando camminavamo» disse Spartaco.
– «Non so ricordarmi se era questa, …purtroppo con la lirica ho sempre fatto a botte, … soprattutto da ragazzo».
– «E poi lui andava in brodo di giuggiole per quell’aria famosa del Rigoletto che diceva più o meno in questo modo: La donna è mobile, Qual piume al vento, Muta d’accento, E di pensiero… Lui la cantava a istinto, tutta, dall’inizio alla fine, dandosi la spinta grazie al tempo che faceva con la giannetta».
«Conoscendoti, per te doveva essere una bella scocciatura».
«E qui stai sbagliando, perché da bambino il suo canto mi faceva sentire felice. Cantava qualcosa anche quella volta che mi ha detto delle cinque ritrose in testa».
«Mentre ti stava tagliando la frangia ai capelli?»
«No. Ero impegnato a disegnare una nave dei pirati, in mezzo al mare che avevo riempito di piccoli delfini. Lui si è avvicinato a guardare e ha detto ridendo che avevo cinque ritrose come Lionardo».
«Quando parli di musica lirica mi sembra di sentirti bestemmiare, per te così amante del jazz».
«Oh, ma quando ho iniziato ad ascoltare questo genere di musica avevo quindici, sedici anni. Lui allora ne aveva novanta, … non cantava più niente».
«A che età è stato preso dalla testa gialla?»
«Novantadue, finiti appena da un giorno» disse Spartaco.
«Nei primi anni settanta, un’età invidiabile per davvero».
«In effetti, prima di morire, si è fatto una bella cavalcata» disse Spartaco ridendo, «… anche se ormai, negli ultimi tempi, non ci stava più con la testa.
«Non ti ci vedo, sedotto dalla lirica».
«Non ne ero mica innamorato, ho semplicemente detto che sentirlo cantare mi rendeva felice».
«L’ho sempre preso per un tipo strano, il tuo nonno. Anche allora, … da ragazzo.
«Questa cosa delle ritrose mi è tornata in mente adesso, mentre mi guardavo allo specchio».
«Bella faccia da gorilla!» disse Massimiliano ridendo.
«Dai, toglimi questa curiosità».
Una musica rap usciva in sottofondo da un programma radiofonico, se non era disturbata dalle voci e dal traffico provenienti dalla strada sarebbe stata una cantilena sempre uguale a se stessa, canzone dopo canzone. Sullo scaffale incastrato tra gli specchi delle due postazioni di lavoro, in compagnia di alcune bottigliette di sciampo, crema gel, lozioni dopo barba e flaconcini contro la caduta dei capelli, spiccava un libro che raccoglieva tutti i racconti di Ernest Hemingway, scrittore del quale il barbiere non aveva letto nemmeno una pagina, ma lo ammirava in modo spropositato solo perché era stato un grande amico di Fidel Castro.
«In effetti sono proprio cinque» disse Massimiliano ridendo.
«Allora la sua non era una bugia. Guarda te, mi prendo la briga di verificare questa cosa solo a settant’anni. In tutta la vita quante volte mi hai tagliato i capelli? Mille? Diecimila? … Un milione? Eppure, pensandoci da adulto, ho sempre immaginato che il nonno stesse semplicemente scherzando. Ecco qua, lo scopro da vecchio che non era solo una presa per il culo».
«No, no. Sono proprio cinque, e nate in punti dove i tuoi capelli non potranno mai restare sistemati con la riga. Andranno sempre dove gli pare, te lo dico io. Ci sono queste cinque, ma nei hai altrettante di piccole. Corti o lunghi che siano i capelli, la tua testa è piena di vortici spaziali. Chissà se fanno compagnia ai pensieri che hai in testa quando scrivi le tue storie».
«I pensieri sono sempre silenziosi, le ritrose invece fanno una gran confusione, almeno tra i capelli».
«Come ti è venuto in mente di verificare solo adesso?»
«Così, … questo affiorare del ricordo è stato un puro caso. Prima di venire da te sono passato dal cimitero e ho scoperto che avevano rubato un mazzo di fiori dalla sua tomba. Chi si mette a rubare i fiori dalle tombe, dico io?»
«Succede più spesso di quello che puoi immaginare, Spartaco».
«Non ci posso credere».
«Invece è così».
«No, mi rifiuto: rubare i fiori alle tombe altrui. Finti poi, che non valgono un cazzo…»
«È capitato anche ad altri clienti. Due volte anche a noi; cioè, … a mia sorella, perché è lei che segue e cura da vicino le tombe, io con il camposanto ho poca confidenza».
«… te li tirano dietro per pochi euro».
«Ti sei svegliato solo adesso?»
«Non è che vado al cimitero ogni giorno».
«Vedrai se a ridosso della festa dei morti non spariranno anche i mazzi di crisantemi».
«Siamo a questo punto?»
«Tieni conto che a tirare la cinghia con quindici euro una famiglia di tre persone può farci colazione, pranzo e cena. Ma anche di quattro persone, guarda; messi come siamo. Lo vedo dal numero dei negozi che hanno chiuso anche qui, nel centro storico, dove ormai nessuno compra più niente. Io personalmente, non avrei mai immaginato questa resa totale, anche famiglie che erano da più generazioni nel commercio, decidono di abbassare la saracinesca».
«Sì, viene da pensarci anche a me: qualcuno ha rubato il bouquet alla tomba di Rutilio perché non ha soldi neanche per mangiare. Però questa cosa mi ha infastidito. Senza dare un particolare significato alle relazioni affettive che si porta via la morte, questa cosa del furto mi ha proprio disturbato. Quando ci sono di mezzo degli affetti, insieme alla sorpresa si fa luce anche uno strano senso di colpa che poi non è facile togliersi di dosso».
«In effetti fa paura». Massimiliano guarda l’amico attraverso l’immagine riflessa allo specchio. «Ma è diversi anni che funziona così».
«Con lo stipendio di un dipendente oggigiorno non è semplice organizzare una vita dignitosa».
«Per questo motivo ultimamente ho perso anch’io tanti clienti, perché sperano di risparmiare a tagliarsi i capelli in famiglia».
«Questo mi è chiaro, il mondo sta cambiando».
«Fra qualche anno ci saranno dei computer anche alla guida del trattore».
«… che qualcuno manovrerà dallo spazio».
«… e farà crescere il grano anche sulla luna».
«Alla fine tutti mangeremo la stessa insipida farina, puoi giurarci». Spartaco si alza, va verso l’attaccapanni e prende dal suo giubbotto il portafoglio. Lo estrae e poggia sul banco venti euro. – «Sempre i soliti quindici?»
«Sempre così: tre per lo sciampo, dodici per il taglio… Il nostro paese non è una città, ma i cambiamenti sono evidenti anche qui».
«Massimiliano, non vorrai mica andare in pensione?»
«Ancora no, ma ci sto davvero pensando. Lo sai qual è il danno?»
«Qual è?»
Massimiliano si mette a ridere e scuote la testa, poi porge a Spartaco i soldi del resto: «… che con la pensione da artigiano ci fai la fame».
«Ti capisco. Ti capisco davvero».
«Andiamo avanti, … comunque sia» dice Massimiliano ridendo, «quando si arriva alla festa dei morti dal cimitero non spariscono solo i mazzi dei fiori, ma anche i lumini. Dalle tombe tutto può sparire: i vasi, le protezioni in vetro delle luci votive. Noi esseri umani siamo imprevedibili».
«Vero, … in fondo nessuno sa immaginarsi come sia il gheriglio dentro il guscio della noce».
«Mi prendi in giro, … cos’è il gheriglio?»
«Il gheriglio è la parte interna della noce, … quella che si mangia».
«La sua anima?»
«La sua anima, se così vuoi chiamarla».
Ormai Spartaco si è avvicinato alla porta della bottega. Si gira con l’intenzione di uscire, e intanto continua a parlare: «Ciao Massimiliano, … alla prossima».
«Nel frattempo speriamo che qualcuno non ci prenda a bastonate».
«Ah, ah…, ah. Ciao bello».

A mezzogiorno insisteva ancora ad essere una giornata soleggiata. In cielo neanche una piccola nuvola. Ma neppure in lontananza, a fare da cappello al profilo dei monti, si scorgeva l’abbozzo di un insignificante sputacchio biancastro. Un celeste così uniforme sembrava trasformarsi nel pavimento del paradiso, dove si era obbligati a camminare senza far chiasso.
Dopo essere uscito dalla bottega di Massimiliano, Spartaco aveva continuato a pensare al nonno. Isolato nei suoi ragionamenti camminava sul marciapiedi che costeggiava un convento di monache di clausura e una fila ininterrotta di auto parcheggiate tra le strisce blu degli spazi a pagamento. Alla fine della strada c’era un panificio dove a quell’ora si affollavano numerose persone, pensando di evitare la possibilità di mettersi a parlare con un conoscente decise di infilarsi in un vicolo buio e stretto che sbucava a ridosso delle mura della cinta medioevale. Dietro le mura c’erano i giardini pubblici, e poi un’irta salita che terminava al vecchio convento dei frati francescani, ora trasformato in una casa di cura. La stessa struttura nella quale da bambino lui accompagnava il nonno a fare i capelli ai seminaristi e dove, a proposito di lirica, dopo aver completato il taglio, si fermava sempre un’ora a cantare le sue arie con l’accompagnamento di un frate che suonava l’organo. La salita per raggiungere il convento era lunga un paio di chilometri, avrebbe tolto il respiro anche al più in forma degli atleti, così Spartaco scelse di attraversare di nuovo il centro del paese facendo una via dove non c’erano negozi e bar. L’improvviso sibilo della sirena dell’ambulanza finì per risvegliare la paura di uno sciame di storni fermo sulla grande chioma di alcuni lecci e adesso si stava muovendo a ritmo come se fossero un branco di sardine o di acciughe, sussultando nell’aria in cento figure diverse. Lui sorrise divertito, stava cercando di ricordare quand’era stato l’ultima volta che aveva ripensato alla scena del nonno e delle ritrose. Impresso nella mente c’era l’immagine del bambino che anziché pensare ai compiti aspettava l’ora della Tv dei Ragazzi facendo dei disegni su quei fogli gialli nei quali il macellaio aveva incartato la carne che comprava sua madre o la nonna Ginetta. Non usava il quaderno da disegno della scuola, ma questa carta rustica dove il risultato dei colori si spengeva in quel giallo quasi terroso, e soprattutto doveva fare attenzione a non premere troppo le matite, altrimenti in quel punto si sarebbe sfilacciata. Quel giorno Rutilio nell’avvicinarsi a Spartaco esprimeva un atteggiamento particolarmente allegro. Era sempre stato un sognatore, anche da vecchio, e nel periodo che Spartaco frequentava le scuole elementari aveva contagiato anche lui.
Aveva sette anni, frequentava la prima elementare. Rutilio si avvicinò a guardare il disegno e gli disse che da adulto sarebbe diventato un famoso pittore.
«Perché, nonno?»
«Di preciso non lo so. É una sensazione che provo, … forse perché in testa hai cinque ritrose come Lionardo».
Rutilio a quel punto gli aveva preso la testa tra le mani e con l’indice iniziava a toccare il punto dove i capelli formavano come un vortice.
«Ecco, vedi? E uno, … eddue, …ettre, e quattro, … eccinque».
Nei giorni successivi Spartaco questa rivelazione di Rutilio l’aveva raccontava alla sua maestra delle prima elementare che, dopo aver precisato che l’artista famoso si chiamava Leonardo, si era messa a ridere. Lo aveva detto anche agli amici e a delle bambine, per farsi bello. Solo che il nonno aveva detto Lionardo, così quando lui si insuperbiva, i suoi ascoltatori iniziavano a ridacchiare. Alla fine, quando fu consapevole che nessuno lo prendeva sul serio, smise proprio di parlarne.
Raccolse da terra un volantino, probabilmente tolto dal tergicristallo di un’auto e gettato con indifferenza dal conducente, come un rifiuto qualsiasi. Era lì, caduto giusto a portata di mano. Spartaco si era piegato a raccoglierlo per soddisfare la sua curiosità. Niente di nuovo, all’orizzonte solo l’apertura di un Bunger King situato nella zona commerciale. Nell’ampio spazio in cui fino a pochi anni prima c’era stato un magazzino all’ingrosso di pellame adesso sorgeva questo ristorante fast food e un sontuoso centro estetico.
L’uomo moderno è un microcosmo dove in certi momenti immaginazione e realtà si sovrappongono, non era stata una semplice illusione, il flash di un’immagine bugiarda. Nel tempo questo particolare delle ritrose era stato interamente rimosso. Riappariva adesso, per una ridicola coincidenza legata al furto di un bouquet di fiori finti rubato dalla tomba dei suoi nonni. Pensandoci ora, a cinquant’anni dalla sua morte, Rutilio era stato davvero un sognatore a piede libero. Non aveva mai avuto importanza sul quanto fosse stato preciso e puntale nel raccontargli un fatto realmente accaduto, perché sarebbe stato afferrato sempre e solo dall’incanto di quella sfrenata fantasia. Punto e basta. Ai suoi occhi Rutilio si era costruito nel cervello una grande cartina geografica. Ma davvero così grande che non finiva mai. Grande come tutto l’universo. Ma forse anche più grande di tutto l’universo, perché in quella testa navigava e navigava in cerca di una meta inesistente, come succede per qualche sogno che si fa ad occhi aperti. Da piccolo Spartaco lo ammirava soprattutto perché spesso e volentieri faceva viaggiare l’immaginazione in luoghi dove non sarebbe mai arrivato da solo, e poi perché le volte si metteva ad immaginare le prospettive del suo futuro, aveva sempre l’impressione di trovarsi incanalato in un successo straordinario che crescendo avrebbe raggiunto. Non è una prerogativa dei nonni, di tutti i nonni, questo fatto di aprire ogni tipo di porta agli occhi di un bambino, però il nonno di Spartaco era così, perché quando lui gli faceva una domanda riusciva sempre ad aggrapparsi a qualche impressione reale per farlo ridere di gusto, e al di là di tutto capiva che l’importanza del gioco stava nel fargli la domanda. Non quello che veniva fuori, ma esprimere solo una domanda per vederlo veleggiare verso un mondo che nessuno aveva mai visitato. Insomma per lui era una specie di attore capace di interpretare sulla scena qualsiasi ruolo, tanto da immaginarlo come una figura mitica sopravvissuta a chissà quale apocalittica catastrofe.
Non sapeva se fosse giusto considerarlo un complimento, ma la sua mania di fantasticare ad occhi aperti lo aveva contagiato per tutta la vita. La prima volta che lo colpì con questo suo arzigogolare nell’immaginazione frequentava la prima elementare e nonostante fossero passati molti anni il gioco lo intendeva ancora come un momento speciale dove realtà e simbolo stanno sullo stesso piano. Anzi, di più: finiscono per stare uniti, … per sciogliersi nello stesso brodo. Il gioco è una cosa seria. “Ci si diverte comunque, ma è sempre una cosa seria, a partire dall’idea e dalla sua organizzazione”, pensava Spartaco in quel momento. Adesso che aveva settant’anni poteva dirlo, doveva ringraziare anche Rutilio se era cresciuto così esigente. In realtà poi la vita è complicata, così piena di confusione, chissà se ha senso andare oltre certi limiti, andare oltre il silenzio che c’è dietro la realtà dei fatti.

ottobre 2025






La scrittura al servizio del sociale, un modo diverso di narrare

Presentazione del libro Sto provando a camminare sui trampoli, di Angelo Australi

di Teresa Paladin

Sto provando a camminare sui trampoli (Società Editrice Fiorentina, marzo 2025), scritto da Angelo Australi ha un’impostazione singolare. Continua la lettura di La scrittura al servizio del sociale, un modo diverso di narrare

Ma l’anima non muore!

di Angelo Australi

In fondo al vialetto di cipressi era apparso il cancello del cimitero, dove sul muro di cemento stava scritto:

MA L’ANIMA NON MUORE!

Bello grande. Scritto con della vernice nera, a caratteri cubitali.

Rutilio parlò di uno scherzo di pessimo gusto, opera di qualche giovane scalmanato che certo non sapeva come impiegare il tempo.
I sassi che selciavano la strada gli entravano nei sandali, Spartaco si fermò a toglierli e suo nonno, per mettergli fretta batté il manico della giannetta sul palmo della mano. Oltrepassato il cancello del cimitero intravide il becchino e gli andò incontro, lasciando il nipote a combattere con quei sassolini bianchi e taglienti come frantumi di vetro.
L’uomo stava scavando presso una fila di tombe, quando Rutilio lo salutò.
«Ho appena finito di scalzare i marmi». Sputò la cicca che si era spenta al filtro. «Prima di scavare la terra preferivo attendere il suo arrivo… So che ci teneva»
La faccia del becchino era accaldata e tremava ogni volta che faceva uno sforzo fisico. Spartaco, solo osservando le smorfie di quell’uomo, estraneo ad ogni forma di sofferenza, ricordò che il nonno spesso aveva parlato della riesumazione dei resti dello zio. Le sue ossa avrebbero dimorato in un loculo che Rutilio, per accontentare i morti e i vivi, ai quali non avrebbe lasciato nessun debito, aveva comprato doppio per starci un giorno anche lui e la moglie.
In quella parte di cimitero le tombe avevano i marmi rotti o divelti e le croci, che fossero di marmo, di pietra o di legno, erano tutte fuori asse, per alcune addirittura sembrava che la terra fosse stata risucchiata nel vuoto di una voragine di cui restava visibile solo una ferita cicatrizzata dalle erbacce seccate dal caldo di stagione. Molti nomi dei defunti non erano più leggibili e forse solo il becchino, ormai vaccinato contro ogni forma di paura, sembrava sapersi orientare.
«É tanto che siamo usciti dalla guerra, eppure mi sembra ieri. Quanti disgraziati ci hanno perso la buccia! Io sono il primo a reputarmi fortunato, se lo racconto oggi è perché l’ho scampata per miracolo.»
Il becchino si passò le mani sulla fronte stempiata, per aggiustare i due ciuffi di capelli che gli crescevano proprio sopra le orecchie.
«Non si sputa sulla fortuna, io dico… Pensi che mi scoppiò una granata a pochi passi. Le schegge fischiavano dappertutto quel giorno, disorientato com’ero mi gettai a terra e chiusi gli occhi. Piangevo come un bambino, e in quella confusione di spari e di scoppi che non sembrava finire mi sono pisciato anche nei calzoni. In quei momenti pensavo solo di morire. Sì, sentivo la morte nell’aria come un odore che portava il silenzio dentro la mia testa. Ero lì, immobile, gli occhi chiusi, aspettavo in preda alla paura più profonda che giungesse la scheggia giusta a farmi a pezzi. Quando ho capito di averla scampata, la gioia era ancora più forte dell’odio che provavo contro chi mi aveva costretto a stare in quel posto di merda, e più forte anche dell’umiliazione di scoprirmi fradicio di piscio al cavallo dei calzoni. Per questo oggi mi arrangio anche a fare il becchino, pur non essendo il massimo che si possa aspettarci dalla vita. Non si sputa più sulla fortuna, quando si è passati da queste situazioni».
«Lei di che classe è?», gli chiese Rutilio.
Il becchino era nato nel 1922. A gennaio del 1922.
«Oggi mio figlio avrebbe avuto un anno meno di lei»
«Sono nato il giorno della Befana, di quarantacinque anni fa», precisò il becchino.
«Lui era nato di settembre… Settembre del ventitré».
«Faccio questo mestiere da almeno dieci anni. I primi tempi proprio non sapevo ambientarmi, alla fine però ci ho fatto lo stomaco. Prendo la vita come quei direttissimi che sfrecciano sulla ferrovia, ai quali non si riesce mai a contare il numero dei vagoni. Dentro a quella velocità sono incuranti di tutto».
Si soffermò a guardare la punta della pala, sputò sulle mani e tolse un po’ di terra dal bordo dello scavo. Aveva alzato la testa per guardare oltre il muro del cimitero, e perso nello sguardo sospeso sul paesaggio collinare, riprese a conversare con aria stralunata.
«I pianti che sono inzuppati in questa terra! Forse qua sotto, a qualche decina di metri, in tanti anni si è formato un lago… Mi dia retta Rutilio: guerra o malattia, gli diamo un valore solo noi perché si continua a vivere. La scalogna è quando ci coprono con due metri di terra troppo presto. Le madri si strappano i capelli, le vedove baciano questa terra così scura che sembra merda, in fondo in fondo però il sole sorge e tramonta ogni giorno. Ieri ho seppellito uno della mia età che era morto di tumore. I medici all’ospedale gli avevano aperto e ricucito lo stomaco senza neppure dargli l’illusione di aggrapparsi a un filo di speranza».
Rutilio supplicò il becchino di sbrigarsi. Dal cancello era entrata una donna con in mano un mazzo di fiori.
«Non stia a preoccuparsi, mi basta un quarto d’ora. Massimo venti minuti. Nei giorni scorsi è piovuto, così la terra non è soda come i mattoni».
Intanto Spartaco si era soffermato a guardare il marmo che stava sulla tomba dello zio, provando una certa impressione a vedere inciso il nome e cognome che lui stesso portava. In quel momento non riusciva ad immaginare cosa avrebbe potuto augurarsi per il futuro, di fronte a quella vita spezzata a causa della guerra. Lui ce l’avrebbe fatta a crescere, a realizzare un’esistenza? Solo sua madre riusciva a tranquillizzarlo contro queste paure. All’esile ombra della croce di marmo di un’altra tomba, il becchino aveva messo il fiasco del vino con il collo chiuso da un bicchiere sporco di ditate. Spartaco intravide tra la terra smossa qualcosa di colorato e spostò due o tre zolle più compatte per capire che si trattava di un fiore di plastica, di una rosa rossa per la precisione, ormai senza più gambo.
«Lo vuole un goccetto di vino?».
Rutilio accennò di no con la testa.
«Lo fa mio cognato e non è poi malvagio».
Il becchino bevve e prima di rimettersi a lavorare fece uno schiocco con la lingua.
«E tu che ci fai? Perché circoli da queste parti?».
«Mi chiamo Spartaco, proprio come lui» disse indicando la lapide.
«Sicché io a questo punto dovrei scavare?»
«È mio nipote, sa tutto di suo zio», disse Rutilio.
«Nisba… madonna vergine! Non funziona così».
Si riempì un altro bicchiere di vino, tenendo il fiasco sottobraccio come una fidanzata. Nel piegarsi in avanti ebbe un attimo di esitazione e il vino finì per traboccare dal bicchiere. Bestemmiò di nuovo, a denti stretti, dicendo che non voleva dei ragazzini tra i piedi.
Spartaco arretrò di uno o due passi, perché lui non gli toglieva gli occhi di dosso.
«Ma è mio nipote! Dio santo, non si tratta di un estraneo».
«Mi ascolti Rutilio… per me è sempre un bambino».
«Non può fare uno strappo?».
«Non è questione», disse il becchino, «sono proprio io che non me la sento di continuare se il ragazzo non si allontana».
Bevve d’un fiato dal bicchiere che parlando con Rutilio aveva finito per coccolarsi in mano.
«Mi dispiace, ma è così. Vado già male io a braccetto con la testa gialla, figuriamoci quello che può provare un ragazzino. Una paura improvvisa poi non si scrolla più di dosso. Ci creda Rutilio, lo faccio nel suo interesse».
«Mio nipote deve restare!».
«Questa è la pala, … e questo il piccone. Se pensa di fare a modo suo, prende e si mette a scavare. Ho così tanto lavoro che mi fa un piacere».
«Avanti, si brighi allora!».
«Perdinci! Mi ci metto con i denti, mi ci metto, … appena il ragazzo se ne sarà andato. Lavoro più tranquillo senza averlo tra i piedi. Me lo sognerei la notte sennò, con quel suo sguardo impaurito. All’ospedale così giovani non li fanno neanche entrare a visitare un malato».
«Pensare che sono stato io a costringerlo a studiare in seminario». Rutilio si era tolto il cappello e lo cincischiava tra le mani, fissando il mucchio di terra appena rimossa. «Lo obbligai quasi, perché era l’unico modo per dargli una posizione senza stare coi fascisti. A lui piaceva dipingere, ma non aveva poi molto le idee chiare. Se mi avesse detto che nella vita voleva fare quello, non so, forse gli sarei andato dietro. Però lui accettava tutto quello che gli proponevo. Era un ragazzo intelligente, solare. Per mandarlo a studiare in seminario abbiamo fatto molti sacrifici, a cominciare da me per finire all’altro mio figlio, il padre di questo ragazzo che vede qui adesso. E quando scoppiò la guerra si capì al volo che prima o poi avrebbero richiamato anche quelli nati nel ventitré. È partito per il fronte quando mancava solo un mese a cantar messa. Questo mi racconta l’assurdità della vita. Meglio prete che essere spediti al fronte. Ma poi non è andata così».
«Su, ragazzo, … allontanati. Ti chiameremo quando non c’è più niente da vedere».
Il becchino aveva già sbarbato la croce di marmo.
Spartaco fissò il nonno, ma Rutilio ormai si era perso a parlare di suo figlio. Si allontanò camminando distrattamente, seguendo con lo sguardo la sua ombra piatta stampata sui sassi, lunga a sottile. Non sapeva in quale parte di mondo mettersi ad aspettare il nonno, e quei sassetti bianchi e taglienti del vialetto ricominciavano ad entrargli nei sandali e a pungerlo come se ci fossero degli spilli.
«Spartaco! …».
«Sì, nonno?».
«Mi raccomando, resta nei paraggi. Al momento che me ne vado vorrei trovarti subito».
«Va bene».
Il suo sguardo era stato nuovamente conquistato dai ricordi che si impastavano a quella terra asportata con cautela.
Nell’attesa di sentirsi chiamare Spartaco pensò di intrattenersi con un gioco, ma quale, in un cimitero? Dentro la sua mente era uno sciabordio di fatti liquidi che vorticavano intorno al nodo di tristezza aveva finito per assalirlo. Solo questo. Nessuna energia. Le acque si rifrangevano portando i ricordi del nonno alla deriva, mentre la quiete che c’era nel cimitero diventava sempre più angosciante. Sentiva di non poter fare niente per aiutarlo e sinceramente, adesso, a mente fredda, lo impauriva anche solo l’idea di aver rischiato di assistere all’esumazione. Alla fine anche la possibilità che lo zio non avrebbe fatto il prete se le cose fossero andate in modo diverso, detta dal nonno adesso gli sembrava una menzogna, perché lui si era sempre vantato con orgoglio di questa sua vocazione religiosa. La scalogna di quest’uomo fregato dalla guerra appena un mese prima di cantar messa era in sintesi il nocciolo magico dell’unica figura eroica della sua famiglia, uno che avrebbe potuto fare perfino il prete o l’artista e alleviare la sofferenza dell’umanità. La coincidenza del suo nome con quello dello zio mise doppiamente in crisi Spartaco, perché nonostante la sua morte prematura i giudizi nel paese finora avevano sempre confermato la credibilità dei racconti del nonno. Spartaco aveva visto solo un paio di foto, ma i lineamenti dei loro volti se li avesse sovrapposti avrebbero coinciso in tutto e per tutto. La fronte alta, lo zigomo un po’ marcato, la protuberanza del naso e la fossetta sul mento, tranne il colore dei capelli tutto sembrava coincidere: lui del colore del grano maturo, lo zio sul biondo chiaro, che però dalla foto in bianco e nero appena si percepiva. Il confronto con questo personaggio del quale portava il nome gli aveva sempre pesato e fatto paura, perché non sembrava possibile che a una vita così ricca di talento non fosse stata concessa almeno una possibilità di costruire qualcosa di importante. C’era stato un momento in cui addirittura Spartaco aveva cominciato a pensare che sarebbe morto anche lui a ventidue anni, disperato chiedeva certezze a sua madre: ora non c’è più la guerra, ma si può morire ugualmente a vent’anni?, le chiedeva. Sua madre allora tentava di distoglierlo da quei pensieri affermando che la natura ha sempre un suo punto di equilibrio per controbilanciare sfortuna e fortuna. Altre volte lo rassicurava dicendo che come per gli individui ci sono dei periodi tristi e dei periodi felici, così accade anche per le famiglie, Spartaco sicché poteva stare tranquillo, visto che la loro quota di disgrazie era già stata pagata da un pezzo. Lei rideva e Spartaco finiva per tranquillizzarsi, anche se poi immaginare cosa avrebbe fatto da grande era difficile come pensare alla morte dello zio, del quale aveva ereditato il nome.
Dietro al cancello trovò la fontana e si avvicinò per bere. Aprì il rubinetto, ma l’acqua che uscì era calda come il piscio. Nell’attesa di far scorrere tutta quella ristagnante dai tubi, posò lo sguardo sulla bottiglia adagiata sotto la cannella. Dentro vide una forma che annaspava a pelo d’acqua e si ritrasse di scatto, come impaurito. Gli uscì appena un gemito di sorpresa, mentre indietreggiava continuando a guardare l’essere che si muoveva freneticamente dentro la bottiglia. Spartaco si guardò intorno in cerca di aiuto, anche se un po’ si vergognava di distogliere Rutilio mentre si confessava con il becchino. Il sudore si stava ghiacciando, mentre intirizzito continuava a fissare la bottiglia. Il sole era ancora alto in cielo, così chiuse le palpebre. All’improvviso vide come un bagliore che si restrinse sulla visuale del cielo senza nuvole. Era solo un mondo non più grande di un chicco di grano, quello con il quale doveva confrontare il proprio futuro, dove ci sarebbero state seminate dagli uomini tante menzogne per modellare la realtà con la proiezione dei desideri. America, Russia, Inghilterra, i due poli, l’equatore, tutto stata racchiuso in un piccolo gesto scosso da un’improvvisa paura, un rimorso che aveva velato anche gli occhi di Rutilio nel tentativo di convivere con le proprie bugie. Il brillio fastidioso della luce del sole aveva finito per mangiarsi tutti i colori.
Spartaco avrebbe urlato, se solo la paura non si fosse impadronita dei suoi stati d’animo. Si azzardò a fare un passo avanti, ma era un gesto incompiuto, gli tremavano le gambe e le braccia, il cuore batteva all’impazzata e un dolore saliva dal petto fino a chiudergli la gola, quasi a togliere il respiro. Tutto a un tratto aveva una gran sete, sentiva la lingua riarsa e la gola prigioniera di un costante pizzicore. I cipressi erano un’antica muraglia dove una moltitudine di passerotti faceva il nido e la luce non disturbava il sonno dei morti.
Poi una mano lo afferrò da dietro le spalle e urlò tutto il suo malessere interiore.
«Che c’è, … vedi gli spiriti in pieno giorno?».
Una donna spostandolo aveva tolto i fiori e lavato il vaso di cristallo con l’acqua che scorreva dal rubinetto. Spartaco aspirò tutta l’aria che gli era possibile accogliere nei polmoni, poi cominciò a balbettare qualcosa rivolgendosi a lei.
«Lì-lì… de-dentro, che-che ci-ci sta, lì-lì de-dentro la-la bo-bottiglia?»
«Ma niente, benedetto ragazzo!»
«Tu, tu gua-guardaci allora, faffai pre-presto!»
La donna prese in mano la bottiglia e ci guardò dentro attraverso la trasparenza del vetro. Si picchiettò la fronte con due dita e rovesciò in terra il contenuto, poi con le mani bagnate si massaggiò il collo grasso e tozzo.
«Hai visto? Era solo una lucertola»
«Una lucertola?!»
«Esatto, … proprio lei»
Allora vinse la paura e prese quella povera bestia dalla coda per depositarla in un luogo più asciutto. La lucertola, piccola e indifesa, scodinzolava con dei movimenti lenti e impacciati, con il corpo ancora gonfio di acqua.
«E ora, morirà?»
Il tremito adesso si era calmato, ma sentiva bruciore alla faccia.
«È una lucertola, … mica un essere umano» disse la donna. «Chissà quante ne avrai uccise o tagliato la coda per divertimento, perché fai codesta faccia da funerale? Ve’ là, è già tutta arzilla»
«Com’è buffa, sembra ubriaca»
«Voi ragazzi oggi vi impaurite quando schizza un moscerino nell’occhio. Ecco il guadagno a farvi crescere così in fretta»
Mentre la donna aveva finito per parlare a se stessa, la lucertola era sparita tra i ciuffi d’erba che crescevano lungo il muro. Dopo un profondo respiro Spartaco si sentì leggero, leggerissimo, e senza salutare la donna cominciò a correre verso l’uscita del cimitero. Negli ultimo tempi Rutilio gli aveva detto svariate volte che la morte va presa come un sentimento di paura che arricchisce la vita, e forse solo per questa sua idea voleva farlo assistere all’esumazione della salma di quello zio che non aveva mai conosciuto. Anche se lo aveva mistificato in tutte le salse, per nascondere la necessità di evitargli prima il fascismo e poi la guerra, Spartaco poteva perdonare perché glielo faceva sentire più umano. In fondo il nonno, con la sua falsa versione dei fatti, non aveva che accentuato la mostruosità del destino capitato a quel figlio. Gli aveva detto spesso, senza riuscire a comprenderne il significato, che la vita è una strada dove si cammina con dei pesi legati ai piedi, Spartaco però non aveva mai immaginato fosse anche una battaglia serrata contro le proprie illusioni.
Arabeschi di luce filtravano dai cipressi battendo sulla nuda terra. Uscito dal viale di accesso si ritrovò sotto la cappa di un cielo azzurro che si stava squagliando su tutta la terra. Incontrò un fosso e lo saltò a piè pari, e là dove terminava il campo di granturco non ancora maturo, una quercia gigantesca aveva finito per colpire il suo sguardo. Cominciò a fischiettare una canzone di Lucio Battisti che andava di moda nell’estate del ’67, colpendo le zolle di terra e immaginando di star giocando una partita di calcio. Pensò per un momento anche a Rutilio, il suo grande nonno, che non trovandolo si sarebbe di colpo impensierito. Poi chiuse gli occhi, immaginando di volare verso quella quercia come un fringuello. Decise di non tornare indietro, verso il cimitero, ma di aspettarlo lì. Vista in televisione o al cinema la morte non era mai banale come in bocca al becchino, e neanche nei fumetti che leggeva la fine di un’esistenza scadeva mai al puro calcolo dei vivi. Rutilio invece era entrato in una fase che ci pensava in ogni momento della giornata. In ogni frase, ogni ricordo, quella dannata parola ci finiva dentro, così qualche volta se ne usciva con delle versioni completamente discordanti da quelle tante storie raccontate in passato. Ma su tutto ultimamente cambiava la versione dei fatti, come se non gli restasse quasi più tempo per fare pulizia.



BREVE NOTA.
MA L’ANIMA NON MUORE! è uscito in BUGIE (Avagliano Editore, 2004) una raccolta che conteneva dieci racconti di narratori italiani, a cura di Idolina Landolfi.
L’acquerello con le canne di bambù è di Konrad Dietrich, realizzato appositamente per questo racconto.





















 

BUYERS di Aldemaro Toni

di Angelo Australi

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“Il mio viaggiare è stato un restare qua”

di Edoardo Chiti


Angelo Australi, Passeggiare dove sono di casa, Firenze, Editrice Fiorentina, 2024

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Un ricordo di Walter Nesti

di Angelo Australi

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Non è solo un modo come un altro per ricordarsi del Natale

di Angelo Australi

Quel pomeriggio Rutilio aveva faticato come un matto a strascicare fuori dal sottoscala un rotolo di carta enorme, spesso, carico di piegature incartapecorite nascoste da uno strato di polvere. Lo fece cadere dal piano più alto di uno scaffale ma alla fine, visto che non ci stava riuscendo, per poterlo trasportare fu costretto a chiedere l’aiuto di Spartaco. Continua la lettura di Non è solo un modo come un altro per ricordarsi del Natale

Più pericoloso del cannone tedesco

Pescine, una località che si trova nel comune di Figline e Incisa Valdarno – disegno di Konrad Dietrich, febbraio 2017.

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La bottega di Rutilio

di Angelo Australi

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… la guida turistica del bar Brio …

di Angelo Australi

Ogni domenica mattina in quella casa si consumava una scena che sconfinava nella forzatura di un film della commedia all’italiana, alla fine del quale, davanti alla banalità di ciò che verrà raccontato, non sappiamo se conviene ridere o piangere per disperazione. Nel nostro caso Virginia spolverava la mobilia fischiettando all’infinito una delle sue canzoni preferite mentre Simone fantasticava nel suo letto, disteso come un ciocco di legno. Lasciava indietro la stanza del figlio, fino a quando non lo avvisava iniziando quell’ossessiva cantilena che spazientiva tutto il vicinato. Virginia era costretta a fare la pulizia a fondo della casa ogni domenica mattina, per sentirsi libera il pomeriggio di incontrare le sue amiche al Circolo Arci, dove avrebbero giocato a tombola per soldi fino all’ora di cena. Lavorando in una fabbrica di confezioni dalle otto del mattino alle sei di pomeriggio, con pausa pranzo di due ore, per fare le pulizie di casa non le restava che il fine settimana. Il sabato mattina faceva la spesa e dedicava le ore del pomeriggio a stare in compagnia degli anziani genitori. Essendo figlia unica nessuno le dava un aiuto, così per dedicarsi alle pulizie non restava che la mattina dei giorni di festa. Per Simone invece la vita di un giorno festivo iniziava all’ora di pranzo, sempre ammesso che sua madre avesse cucinato qualcosa di buono e non fosse andata in rosticceria a prendere alcune porzioni di untuose lasagne al ragù o un pollo cotto alla griglia, o dei pezzi di arrosto girato. Omero, l’uomo di casa, marito e padre, non era di nessun aiuto perché la domenica per lui aveva un significato solo se usciva per andare a caccia con la squadra degli amici. Erano un gruppo così affiatato che quando si chiudeva la stagione venatoria, per non perdere il vizio di andare nei boschi insistevano con la raccolta dei funghi porcini in quel tesoro di fungaie disseminate sulle catene montuose che recintavano la valle, dove anche l’intensità dell’aria che arrivava dal mare dava ai frutti del terreno un diverso sapore. Fungaie rimaste nel mistero per decenni, anche se in molti si riempivano la bocca giurando di averle individuate. Non tutte, ma solo alcune. Da quando il figlio lavorava negli uffici delle Poste Italiane presso la stazione ferroviaria della città, dove smistava la corrispondenza in partenza e in arrivo, le aspettative sul suo oggi e del suo domani si esaudivano parlando di selvaggina e di boschi. Prima o poi si sarebbe aspettato il matrimonio del figlio, di diventare anche lui nonno, ma per il resto non c’erano altri passatempi. Per esempio, di politica, pur avendo sempre votato PCI, si appassionava solo a ridosso delle elezioni, quando anche lui andava al circolo ARCI per capire il clima che si respirava tra i compagni, eventualmente chiedere informazioni sulle persone che componevano la lista elettorale del suo partito. Omero lavorava in una fonderia, mestiere faticoso e pieno di rischi, dove bisognava stare sempre con gli occhi bene aperti perché una banale svista o distrazione potevano costargli molto care, ma nonostante tutto la domenica si organizzava per andare a caccia con gli amici, alzandosi almeno due ore prima di quando si recava al lavoro; proprio in piena notte. Il luogo dove la squadra dei cacciatori si dava appuntamento la domenica mattina era il bar Brio, lo stesso che in altri orari del giorno e della notte frequentava Simone.

I pomeriggi domenicali di suo figlio iniziavano sempre da questo ritrovo abituale per tanti gruppi di persone più o meno giovani. Non a caso il bar era situato in un punto della circonvallazione che stava al centro di un triangolo composto da una sala cinematografica, dalla discoteca, dall’incrocio che immetteva sul viale della stazione dei treni. E poi il bar Brio era il primo che apriva al mattino per servire i numerosi turnisti che prendevano servizio alle sei in due grandi fabbriche dell’area industriale: la vetreria, lo stabilimento che produceva le corde metalliche dei pneumatici. Il proprietario si chiamava Leandro, garantiva la sua presenza dalle cinque del mattino fino mezzogiorno, poi faceva un riposo che gli avrebbe consentito di coprire in serata gli arrivi al cinema, lasciando gestire alla moglie e una commessa quel poco movimento che ci sarebbe stato nelle ore pomeridiane. A detta del proprietario, criterio grazie al quale valutava in un prossimo futuro di vendere locale e licenza, nel suo bar si facevano ogni giorno dai sei ai settecento caffè. Cifre stratosferiche, se è vero che per ogni caffè c’è sopra un margine di guadagno davvero esagerato.

Senza considerare i più saltuari perché avevano la fidanzata, gli amici di Simone che si davano appuntamento al bar Brio saranno stati una dozzina. Dopo il diploma alle superiori la maggior parte di loro si era subito trovato un lavoro. In pochi avevano scelto di iscriversi all’università, Filippo a medicina, Enzo scienze politiche, Graziella architettura. In quel gruppo solo Spartaco e Ivano – che tutti chiamavano Salamandra – lavoravano ormai da diversi anni, essendosi fermati all’esame di terza media; ma Ivano era morto facendosi asfaltare da un camion mentre azzardava il sorpasso di un’auto in curva, e Spartaco in quel periodo della vita stava facendo il servizio militare. Nel gruppo degli amici la morte di Salamandra rappresentò un trauma spaventoso, anche se guidava la sua moto come un forsennato nessuno si sarebbe mai aspettato facesse quella fine. Si erano salutati sul tardi quel venerdì di fine luglio del 1974, davanti al bar Brio, e il giorno dopo la notizia del suo incidente mortale. Spartaco, classe 1954, era partito militare con il terzo scaglione, verso la metà di giugno, con addosso lo spirito costruttivo di chi si sente condannato ingiustamente aveva cercato in tutti i modi di scansare l’anno di naia, ma poi si era rassegnato. Non gli fu consentito di partecipare al funerale di uno dei suoi migliori amici neppure con un breve permesso giornaliero. Il loro gruppo di adesso si era formato intorno al bar Brio da pochi anni, più o meno quando avevano iniziato a frequentarlo nell’attesa di entrare al cinema, ma con Ivano la cosa veniva da molto più lontano, lui e Spartaco erano legati fin dai giochi dell’infanzia.

Visto faceva angolo con il cinematografo e la stretta strada che conduceva alla discoteca, il bar Brio si trovava in una posizione strategica anche per osservare il movimento. Non solo la domenica pomeriggio e il fine settimana, quando apriva il locale da ballo, il bar era frequentato ogni sera perché, qualsiasi pellicola fosse in programmazione, in molti andavano al cinema. Era insomma uno dei luoghi favoriti dai giovani per passare il tempo libero dallo studio e/o dal lavoro. Un punto cruciale, in chi aspirava a fare degli incontri interessanti. Nel gruppo degli amici di Simone erano tutti appassionati di cinema, prima di entrare a vedere un film nasceva naturale darsi appuntamento al bar. Prendevano il caffè alla spicciolata e nell’attesa parlavano un po’ dei fatti del giorno, e appena uscivano, dopo il film, per consentire al tempo di dilatarsi nella notte si fermavano a bere una birra, illudendosi che il momento di farsi sopraffare dal sonno e dalla stanchezza non dovesse mai arrivare. Avevano un’età che non sentivano mai il bisogno di tornare a casa. Era Leandro, il barista, che verso l’una di notte cominciava a brontolare perché liberassero i tavoli. Visto già alle cinque del mattino ci sarebbe stato da gestire in solitaria un fitto via vai di persone, prima di andare a letto voleva pulire il locale. Anche la stazione dei treni era nei pressi del bar Brio, per chi la raggiungeva a piedi bastava arrivare al semaforo e svoltare a sinistra, cinquanta metri, non di più, e subito appariva davanti con tutta la sua ampia facciata. Leandro a quell’ora tarda della notte, tra una bestemmia e l’altra confessava a quel gruppo di ragazzi che aveva calcolato di farsi un culo della madonna per dieci anni, però alla fine avrebbe venduto locale e licenza a condizioni così vantaggiose che nessun altro bar del paese poteva illudersi di ottenere.

E comunque, nelle rare occasioni che decideva di andare in discoteca nel pomeriggio dei festivi, Simone cercava sempre di evitare la calca dell’apertura, gli dava fastidio fare la fila davanti alla biglietteria, in quell’attesa mescolarsi a chi non voleva perdersi neanche un giro di canzoni per scatenarsi sulla pista da ballo, tra tutte quelle sedicenni che si muovevano in branco intorno ai “bellocci” in una competizione per attrarre l’attenzione e appartarsi a pomiciare nei separé del locale, una concorrenza fatta di invidie e cattiverie che nel tempo di una danza poteva distruggere amicizie consolidate e formare nuove alleanze strategiche nella frenesia schizofrenica della luci psichedeliche che inseguivano il ritmo del brano dal centro della pista da ballo fino agli angoli più distanti, rendendo quei movimenti della danza una fibrillazione meccanica di luci bianche e azzurre. Ma quando la domenica pomeriggio non sapeva dove sbattere la testa, verso le sei, visto che a quell’ora non facevano pagare il biglietto, anche lui entrava a curiosare un po’ sul movimento.

Di norma quelli nati dopo il 1950 bazzicavano la discoteca il venerdì, giorno che chiudeva la settimana di lavoro. Arrivavano passata mezzanotte, tutti alla spicciolata, dopo essere stati al cinematografo o a mangiarsi una pizza, per ritrovarsi a parlare come dei nottambuli incalliti, bere della buona birra, fumare qualche spinello. Quella che passava il disc jockey per Simone era della buona musica, stimolante per conoscere meglio se stessi, ma anche per fare dei nuovi incontri; non era fatta solo per ballare, nonostante il volume altissimo creava un’atmosfera che potevi abbozzare ogni forma di pensiero senza sentirti fuori posto. A gente come lui, che aveva superato i vent’anni, quello sembrava l’ambiente ideale per ritardare il momento di tornare a casa perché a quell’ora si poteva parlare di tutto, anche di uccidere un’idea di paese che si costruivano i propri genitori, e se entravi in questo giro di pensieri ossessivo potevi tirare avanti fino allo sfinimento. Il gruppo dei suoi amici appariva alle ore più strane, spuntavano tra la folla come fantasmi, alle due, alle tre di notte, quando Leandro aveva già spento l’insegna del bar Brio.
Il sabato neanche a parlarne perché, a parte la necessità di smaltire i postumi della sbronza che lo avrebbero assillato fino al tardo pomeriggio, ormai da alcuni anni la discoteca era diventata il ritrovo di tardone e di tardoni allupati, un superaffollamento anacronistico di ormoni che volteggiava nelle danze con l’unico scopo di sfruttare ogni occasione per costruire una relazione duratura. Mariti frustrati, affamati di sesso, donne ormai rassegnate ad accettare quello che avrebbe passato il convento, pur di creare una famiglia. Il sabato notte c’era tutto un mondo nascosto che finiva per svelare le sue modeste aspettative esistenziali, che sognava di essere ancora in tempo a stravolgere le proprie abitudini, e contemporaneamente si assisteva ad un ciondolare ingiusto di Simone e degli altri ragazzi intorno al bar Brio, che finito il film si sedevano a ridosso della vetrata e guardavano il tratto di mura medioevali restaurato di recente, esaltato dalle luci di una nuova illuminazione. Mura alte dieci metri e forse più, dove erano state ricreate le antiche merlature della fazione dei guelfi. La cinta muraria misurava un paio di chilometri abbondanti. La fortificazione che chiudeva l’abitato anticamente aveva un fossato bello largo, diciannove torri, il cassero, quattro porte di accesso. Di tutte le alte torri ne restavano in piedi ancora tredici, alcune inglobate nelle abitazioni, due o tre ben visibili dal bar Brio, mentre l’interno del Cassero era stato trasformato in un teatro a palchetti con la capienza di seicento posti. Del fossato e dei ponti levatoi invece si era persa ogni traccia. Quella di Oriale era una cinta muraria realizzata per custodire le aspettative di una comunità che grazie al suo commercio immaginava di moltiplicare velocemente il numero dei suoi abitanti, ma quel progetto ambizioso dal medioevo non si era mai realizzato, visto che, nonostante lo sviluppo urbanistico, tra il perimetro delle mura, la viabilità interna e le abitazioni, rimaneva ancora tanto terreno coltivato con gli orti del convento delle monache, dei frati francescani, con i tanti che mantenevano in vita i privati.

 maggio 2024