
di Angelo Australi
I SILENZI (Daniele Barni)
Tanti sono i silenzi che udii.
Quello negli occhi del cane morente.
Quello sui palmi di mille e più addii.
E del cipresso quando il vento è assente.
Il silenzio del bosco nell’eclissi.
Del mare stupefatto dalle stelle.
E dei tuoi baci prima che partissi,
gelati dalla notte sulla pelle.
Ma mi tormenta il silenzio mai udito.
Il fiore sconosciuto.
Ciò che non fu vissuto.
Il confine infinito.
Mantenendo abitudini estive, Spartaco iniziava la sua camminata ancora alle otto del mattino. L’anello di strade comprendeva gli argini del fiume, sfiorava la zona del cosiddetto “parco commerciale” toccando il centro storico nel rientro dalla parte opposta a quella da cui aveva iniziato il giro. Completava questo suo percorso circolare più o meno in un’ora e mezzo. Quella mattina aveva allungato il suo tragitto solo di un quarto d’ora, … minuto più, minuto meno. L’appuntamento dal barbiere era fissato per le undici, quindi aveva tutto il tempo per una visita ai defunti, fatta come si deve. Visto fra due settimane sarebbe stata la festa dei morti, su suggerimento di Ambra, prima di recarsi a tagliare i capelli era passato dal camposanto a verificare in quali condizioni fossero le tombe dei loro familiari. Alla metà di ottobre il chiarore del sole abbagliava la vista e disperdeva il ristagno delle nebbie sugli argini del fiume, sicché, senza allungare il giro più di tanto, mantenendo il suo passo standard, alle dieci meno un quarto varcava il cancello nascosto dietro una fila di cipressi.
Alla tomba dei suoi genitori e a quella dei genitori di sua moglie i fiori finti sembravano come comprati da un giorno, il sole e le intemperie dei mesi estivi non li avevano sbiaditi – era sufficiente la pulizia del marmo e l’aggiunta di un vasetto di crisantemi da sistemare nei giorni a ridosso della ricorrenza, però a quella dei nonni Rutilio e Ginetta uno dei due vasi era vuoto. Un po’ infastidito per la sorpresa, Spartaco ha ispezionato in giro sperando di scorgere il gemello del mazzo restante, magari finito nel campo delle inumazioni per un’improvvisa raffica di vento. Niente da fare, lì intorno non c’erano mazzi di fiori orfani di una tomba. Gli costava una certa fatica immaginare qualcuno a rubare un bouquet del valore massimo di quindici euro, eppure stava mettendo in conto anche questa possibilità. Spartaco ha insistito qualche minuto a cercarne traccia con lo sguardo, ma poi era giunto alla conclusione che fosse un’assurdità mettersi a ritrovare dei fiori fra un migliaio di inumazioni e di loculi. Anche perché, se putacaso avesse individuato il bouquet, non avrebbe certo potuto incolpare il defunto. Così, mentre si recava dal barbiere, aveva cercato in tutti i modi di immaginare la fisionomia di chi si metteva a rubare i mazzi di fiori dalle tombe altrui. Forse si trattava di un’assurdità, ma l’idea gli era frullata per la testa nel silenzioso passo spedito della sua camminata.
Nel frattempo, in merito a suo nonno Rutilio, insieme allo sforzo di raffigurarsi la faccia di quel disgraziato ladro di fiori finti, si erano affacciati alla memoria alcuni ricordi. Momenti di una storia comune nascosti chissà dove, per certi aspetti anche divertenti, che non sorgevano nella mente da anni.
«Massimiliano, fammi la cortesia, … quante ritrose ho nei capelli?»
Spartaco si sta fissando allo specchio. Voltandosi ogni tanto a destra e a sinistra finisce per sorridere al suo profilo con un ghigno derisorio. In questa come in altre abitudini è metodico, all’incirca passa dal barbiere a intervalli di un mese e mezzo, sempre nel periodo in cui la luna è nella sua fase calante. Cerca di tener fede alla credenza popolare, ma in realtà taglia i capelli così spesso perché ormai sono del tutto bianchi, quando si allungano appena un po’ ha l’impressione di sentirsi ancora più vecchio.
«E questa novella, … da dove salta fuori?!»
«Non guardarmi in quel modo, ho solo rivissuto nella mente quello che disse una volta mio nonno Rutilio. Si tratta di tanti anni fa, quando ancora frequentavo le scuole elementari».
Per Massimiliano ormai il taglio è fatto, sta fonando i capelli e si ferma un attimo a fissare lo specchio dove lo aspetta la faccia divertita di Spartaco. Sorride e gli accarezza il capo così, tanto per verificare se i capelli sono asciutti.
«Guarda qui… Non ti sembra che stiano un po’ ritti?»
Spartaco si tocca il lato destro, sulla tempia, dove in effetti i capelli formano un leggero rigonfio che gli modifica la rotondità della testa.
«In questo punto hai proprio una ritrosa impazzita».
Massimiliano sorride e con le forbici tenta una leggera spunta per riequilibrare la forma che sul lato sinistro sembra leggermente schiacciata.
«Questo ciuffo mi amplia la chiorba».
«Ti ci spalmo del gel?»
«Niente…»
«Con il gel ti stanno schiacciati. Le ritrose nei capelli ce le abbiamo tutti. Nelle teste più ribelli o li lasci liberi di andare dove li chiama la crescita, altrimenti, per dare l’illusione che siano in ordine, usi dei trucchi».
«Grazie, sono a posto».
I due si conoscono dai tempi delle scuole medie, così quelle otto o nove volte l’anno che Spartaco va a farsi i capelli sembra sempre di recuperare il discorso interrotto alla precedente tosatura. Parlano di politica, delle polemiche più vive che suscitavano stizza e rabbia nei vecchi che ancora insistono a svitare la piazza con le passeggiate mattutine e serali. Di corna, di malattie, disgrazie, e soprattutto di sport. Tranne un commento fugace su quello che riportava il giornale nella cronaca locale tra la clientela in attesa di essere servita, non era mai complicato mettersi a discutere dei soliti argomenti, almeno all’apparenza la vita del paese sembrava fluire con una lentezza oscena, fuori da ogni logica temporale. Certi livelli o piani di discussione si incrociavano in modo frenetico solo in tempo di elezioni, allora tutto si mescolava in una bolgia esasperata alla caccia di voti. Ma molto meno anche questo, rispetto al passato.
«Lo sai no, … mio nonno Rutilio faceva il barbiere…»
«Certo, me lo ricordo eccome, … tuo nonno Rutilio» disse Massimiliano».
«Per la precisione il sarto e il barbiere».
«Ha cucito anche il mio primo abito, quando sono passato a comunione» disse Massimiliano ridendo.
«E poi, a tempo perso, si dilettava a recitare in una compagnia teatrale».
A Spartaco, essendo in vena di ricordi così lontani, era sembrato giusto infilarci anche l’esperienza del Rutilio teatrante.
«Quando sono venuto in casa vostra per la prova del vestito, alla radio c’era una musica così alta che sfondava i timpani. Roba di opera lirica, che Rutilio inseguiva cantando a tutta randa. Era buffo…»
«Non canto perché sono stonato come una capra, ma immagino che fosse questa: Libiam ne’ lieti calici che la bellezza infiora, e la fuggevol ora s’inebri a voluttà. Libiam ne’ dolci fremiti che suscita l’amore, poiché quell’occhio al core onnipotente va. Quest’aria della Traviata la usava sempre per darsi il passo quando camminavamo» disse Spartaco.
– «Non so ricordarmi se era questa, …purtroppo con la lirica ho sempre fatto a botte, … soprattutto da ragazzo».
– «E poi lui andava in brodo di giuggiole per quell’aria famosa del Rigoletto che diceva più o meno in questo modo: La donna è mobile, Qual piume al vento, Muta d’accento, E di pensiero… Lui la cantava a istinto, tutta, dall’inizio alla fine, dandosi la spinta grazie al tempo che faceva con la giannetta».
«Conoscendoti, per te doveva essere una bella scocciatura».
«E qui stai sbagliando, perché da bambino il suo canto mi faceva sentire felice. Cantava qualcosa anche quella volta che mi ha detto delle cinque ritrose in testa».
«Mentre ti stava tagliando la frangia ai capelli?»
«No. Ero impegnato a disegnare una nave dei pirati, in mezzo al mare che avevo riempito di piccoli delfini. Lui si è avvicinato a guardare e ha detto ridendo che avevo cinque ritrose come Lionardo».
«Quando parli di musica lirica mi sembra di sentirti bestemmiare, per te così amante del jazz».
«Oh, ma quando ho iniziato ad ascoltare questo genere di musica avevo quindici, sedici anni. Lui allora ne aveva novanta, … non cantava più niente».
«A che età è stato preso dalla testa gialla?»
«Novantadue, finiti appena da un giorno» disse Spartaco.
«Nei primi anni settanta, un’età invidiabile per davvero».
«In effetti, prima di morire, si è fatto una bella cavalcata» disse Spartaco ridendo, «… anche se ormai, negli ultimi tempi, non ci stava più con la testa.
«Non ti ci vedo, sedotto dalla lirica».
«Non ne ero mica innamorato, ho semplicemente detto che sentirlo cantare mi rendeva felice».
«L’ho sempre preso per un tipo strano, il tuo nonno. Anche allora, … da ragazzo.
«Questa cosa delle ritrose mi è tornata in mente adesso, mentre mi guardavo allo specchio».
«Bella faccia da gorilla!» disse Massimiliano ridendo.
«Dai, toglimi questa curiosità».
Una musica rap usciva in sottofondo da un programma radiofonico, se non era disturbata dalle voci e dal traffico provenienti dalla strada sarebbe stata una cantilena sempre uguale a se stessa, canzone dopo canzone. Sullo scaffale incastrato tra gli specchi delle due postazioni di lavoro, in compagnia di alcune bottigliette di sciampo, crema gel, lozioni dopo barba e flaconcini contro la caduta dei capelli, spiccava un libro che raccoglieva tutti i racconti di Ernest Hemingway, scrittore del quale il barbiere non aveva letto nemmeno una pagina, ma lo ammirava in modo spropositato solo perché era stato un grande amico di Fidel Castro.
«In effetti sono proprio cinque» disse Massimiliano ridendo.
«Allora la sua non era una bugia. Guarda te, mi prendo la briga di verificare questa cosa solo a settant’anni. In tutta la vita quante volte mi hai tagliato i capelli? Mille? Diecimila? … Un milione? Eppure, pensandoci da adulto, ho sempre immaginato che il nonno stesse semplicemente scherzando. Ecco qua, lo scopro da vecchio che non era solo una presa per il culo».
«No, no. Sono proprio cinque, e nate in punti dove i tuoi capelli non potranno mai restare sistemati con la riga. Andranno sempre dove gli pare, te lo dico io. Ci sono queste cinque, ma nei hai altrettante di piccole. Corti o lunghi che siano i capelli, la tua testa è piena di vortici spaziali. Chissà se fanno compagnia ai pensieri che hai in testa quando scrivi le tue storie».
«I pensieri sono sempre silenziosi, le ritrose invece fanno una gran confusione, almeno tra i capelli».
«Come ti è venuto in mente di verificare solo adesso?»
«Così, … questo affiorare del ricordo è stato un puro caso. Prima di venire da te sono passato dal cimitero e ho scoperto che avevano rubato un mazzo di fiori dalla sua tomba. Chi si mette a rubare i fiori dalle tombe, dico io?»
«Succede più spesso di quello che puoi immaginare, Spartaco».
«Non ci posso credere».
«Invece è così».
«No, mi rifiuto: rubare i fiori alle tombe altrui. Finti poi, che non valgono un cazzo…»
«È capitato anche ad altri clienti. Due volte anche a noi; cioè, … a mia sorella, perché è lei che segue e cura da vicino le tombe, io con il camposanto ho poca confidenza».
«… te li tirano dietro per pochi euro».
«Ti sei svegliato solo adesso?»
«Non è che vado al cimitero ogni giorno».
«Vedrai se a ridosso della festa dei morti non spariranno anche i mazzi di crisantemi».
«Siamo a questo punto?»
«Tieni conto che a tirare la cinghia con quindici euro una famiglia di tre persone può farci colazione, pranzo e cena. Ma anche di quattro persone, guarda; messi come siamo. Lo vedo dal numero dei negozi che hanno chiuso anche qui, nel centro storico, dove ormai nessuno compra più niente. Io personalmente, non avrei mai immaginato questa resa totale, anche famiglie che erano da più generazioni nel commercio, decidono di abbassare la saracinesca».
«Sì, viene da pensarci anche a me: qualcuno ha rubato il bouquet alla tomba di Rutilio perché non ha soldi neanche per mangiare. Però questa cosa mi ha infastidito. Senza dare un particolare significato alle relazioni affettive che si porta via la morte, questa cosa del furto mi ha proprio disturbato. Quando ci sono di mezzo degli affetti, insieme alla sorpresa si fa luce anche uno strano senso di colpa che poi non è facile togliersi di dosso».
«In effetti fa paura». Massimiliano guarda l’amico attraverso l’immagine riflessa allo specchio. «Ma è diversi anni che funziona così».
«Con lo stipendio di un dipendente oggigiorno non è semplice organizzare una vita dignitosa».
«Per questo motivo ultimamente ho perso anch’io tanti clienti, perché sperano di risparmiare a tagliarsi i capelli in famiglia».
«Questo mi è chiaro, il mondo sta cambiando».
«Fra qualche anno ci saranno dei computer anche alla guida del trattore».
«… che qualcuno manovrerà dallo spazio».
«… e farà crescere il grano anche sulla luna».
«Alla fine tutti mangeremo la stessa insipida farina, puoi giurarci». Spartaco si alza, va verso l’attaccapanni e prende dal suo giubbotto il portafoglio. Lo estrae e poggia sul banco venti euro. – «Sempre i soliti quindici?»
«Sempre così: tre per lo sciampo, dodici per il taglio… Il nostro paese non è una città, ma i cambiamenti sono evidenti anche qui».
«Massimiliano, non vorrai mica andare in pensione?»
«Ancora no, ma ci sto davvero pensando. Lo sai qual è il danno?»
«Qual è?»
Massimiliano si mette a ridere e scuote la testa, poi porge a Spartaco i soldi del resto: «… che con la pensione da artigiano ci fai la fame».
«Ti capisco. Ti capisco davvero».
«Andiamo avanti, … comunque sia» dice Massimiliano ridendo, «quando si arriva alla festa dei morti dal cimitero non spariscono solo i mazzi dei fiori, ma anche i lumini. Dalle tombe tutto può sparire: i vasi, le protezioni in vetro delle luci votive. Noi esseri umani siamo imprevedibili».
«Vero, … in fondo nessuno sa immaginarsi come sia il gheriglio dentro il guscio della noce».
«Mi prendi in giro, … cos’è il gheriglio?»
«Il gheriglio è la parte interna della noce, … quella che si mangia».
«La sua anima?»
«La sua anima, se così vuoi chiamarla».
Ormai Spartaco si è avvicinato alla porta della bottega. Si gira con l’intenzione di uscire, e intanto continua a parlare: «Ciao Massimiliano, … alla prossima».
«Nel frattempo speriamo che qualcuno non ci prenda a bastonate».
«Ah, ah…, ah. Ciao bello».
A mezzogiorno insisteva ancora ad essere una giornata soleggiata. In cielo neanche una piccola nuvola. Ma neppure in lontananza, a fare da cappello al profilo dei monti, si scorgeva l’abbozzo di un insignificante sputacchio biancastro. Un celeste così uniforme sembrava trasformarsi nel pavimento del paradiso, dove si era obbligati a camminare senza far chiasso.
Dopo essere uscito dalla bottega di Massimiliano, Spartaco aveva continuato a pensare al nonno. Isolato nei suoi ragionamenti camminava sul marciapiedi che costeggiava un convento di monache di clausura e una fila ininterrotta di auto parcheggiate tra le strisce blu degli spazi a pagamento. Alla fine della strada c’era un panificio dove a quell’ora si affollavano numerose persone, pensando di evitare la possibilità di mettersi a parlare con un conoscente decise di infilarsi in un vicolo buio e stretto che sbucava a ridosso delle mura della cinta medioevale. Dietro le mura c’erano i giardini pubblici, e poi un’irta salita che terminava al vecchio convento dei frati francescani, ora trasformato in una casa di cura. La stessa struttura nella quale da bambino lui accompagnava il nonno a fare i capelli ai seminaristi e dove, a proposito di lirica, dopo aver completato il taglio, si fermava sempre un’ora a cantare le sue arie con l’accompagnamento di un frate che suonava l’organo. La salita per raggiungere il convento era lunga un paio di chilometri, avrebbe tolto il respiro anche al più in forma degli atleti, così Spartaco scelse di attraversare di nuovo il centro del paese facendo una via dove non c’erano negozi e bar. L’improvviso sibilo della sirena dell’ambulanza finì per risvegliare la paura di uno sciame di storni fermo sulla grande chioma di alcuni lecci e adesso si stava muovendo a ritmo come se fossero un branco di sardine o di acciughe, sussultando nell’aria in cento figure diverse. Lui sorrise divertito, stava cercando di ricordare quand’era stato l’ultima volta che aveva ripensato alla scena del nonno e delle ritrose. Impresso nella mente c’era l’immagine del bambino che anziché pensare ai compiti aspettava l’ora della Tv dei Ragazzi facendo dei disegni su quei fogli gialli nei quali il macellaio aveva incartato la carne che comprava sua madre o la nonna Ginetta. Non usava il quaderno da disegno della scuola, ma questa carta rustica dove il risultato dei colori si spengeva in quel giallo quasi terroso, e soprattutto doveva fare attenzione a non premere troppo le matite, altrimenti in quel punto si sarebbe sfilacciata. Quel giorno Rutilio nell’avvicinarsi a Spartaco esprimeva un atteggiamento particolarmente allegro. Era sempre stato un sognatore, anche da vecchio, e nel periodo che Spartaco frequentava le scuole elementari aveva contagiato anche lui.
Aveva sette anni, frequentava la prima elementare. Rutilio si avvicinò a guardare il disegno e gli disse che da adulto sarebbe diventato un famoso pittore.
«Perché, nonno?»
«Di preciso non lo so. É una sensazione che provo, … forse perché in testa hai cinque ritrose come Lionardo».
Rutilio a quel punto gli aveva preso la testa tra le mani e con l’indice iniziava a toccare il punto dove i capelli formavano come un vortice.
«Ecco, vedi? E uno, … eddue, …ettre, e quattro, … eccinque».
Nei giorni successivi Spartaco questa rivelazione di Rutilio l’aveva raccontava alla sua maestra delle prima elementare che, dopo aver precisato che l’artista famoso si chiamava Leonardo, si era messa a ridere. Lo aveva detto anche agli amici e a delle bambine, per farsi bello. Solo che il nonno aveva detto Lionardo, così quando lui si insuperbiva, i suoi ascoltatori iniziavano a ridacchiare. Alla fine, quando fu consapevole che nessuno lo prendeva sul serio, smise proprio di parlarne.
Raccolse da terra un volantino, probabilmente tolto dal tergicristallo di un’auto e gettato con indifferenza dal conducente, come un rifiuto qualsiasi. Era lì, caduto giusto a portata di mano. Spartaco si era piegato a raccoglierlo per soddisfare la sua curiosità. Niente di nuovo, all’orizzonte solo l’apertura di un Bunger King situato nella zona commerciale. Nell’ampio spazio in cui fino a pochi anni prima c’era stato un magazzino all’ingrosso di pellame adesso sorgeva questo ristorante fast food e un sontuoso centro estetico.
L’uomo moderno è un microcosmo dove in certi momenti immaginazione e realtà si sovrappongono, non era stata una semplice illusione, il flash di un’immagine bugiarda. Nel tempo questo particolare delle ritrose era stato interamente rimosso. Riappariva adesso, per una ridicola coincidenza legata al furto di un bouquet di fiori finti rubato dalla tomba dei suoi nonni. Pensandoci ora, a cinquant’anni dalla sua morte, Rutilio era stato davvero un sognatore a piede libero. Non aveva mai avuto importanza sul quanto fosse stato preciso e puntale nel raccontargli un fatto realmente accaduto, perché sarebbe stato afferrato sempre e solo dall’incanto di quella sfrenata fantasia. Punto e basta. Ai suoi occhi Rutilio si era costruito nel cervello una grande cartina geografica. Ma davvero così grande che non finiva mai. Grande come tutto l’universo. Ma forse anche più grande di tutto l’universo, perché in quella testa navigava e navigava in cerca di una meta inesistente, come succede per qualche sogno che si fa ad occhi aperti. Da piccolo Spartaco lo ammirava soprattutto perché spesso e volentieri faceva viaggiare l’immaginazione in luoghi dove non sarebbe mai arrivato da solo, e poi perché le volte si metteva ad immaginare le prospettive del suo futuro, aveva sempre l’impressione di trovarsi incanalato in un successo straordinario che crescendo avrebbe raggiunto. Non è una prerogativa dei nonni, di tutti i nonni, questo fatto di aprire ogni tipo di porta agli occhi di un bambino, però il nonno di Spartaco era così, perché quando lui gli faceva una domanda riusciva sempre ad aggrapparsi a qualche impressione reale per farlo ridere di gusto, e al di là di tutto capiva che l’importanza del gioco stava nel fargli la domanda. Non quello che veniva fuori, ma esprimere solo una domanda per vederlo veleggiare verso un mondo che nessuno aveva mai visitato. Insomma per lui era una specie di attore capace di interpretare sulla scena qualsiasi ruolo, tanto da immaginarlo come una figura mitica sopravvissuta a chissà quale apocalittica catastrofe.
Non sapeva se fosse giusto considerarlo un complimento, ma la sua mania di fantasticare ad occhi aperti lo aveva contagiato per tutta la vita. La prima volta che lo colpì con questo suo arzigogolare nell’immaginazione frequentava la prima elementare e nonostante fossero passati molti anni il gioco lo intendeva ancora come un momento speciale dove realtà e simbolo stanno sullo stesso piano. Anzi, di più: finiscono per stare uniti, … per sciogliersi nello stesso brodo. Il gioco è una cosa seria. “Ci si diverte comunque, ma è sempre una cosa seria, a partire dall’idea e dalla sua organizzazione”, pensava Spartaco in quel momento. Adesso che aveva settant’anni poteva dirlo, doveva ringraziare anche Rutilio se era cresciuto così esigente. In realtà poi la vita è complicata, così piena di confusione, chissà se ha senso andare oltre certi limiti, andare oltre il silenzio che c’è dietro la realtà dei fatti.
ottobre 2025








