prefazione al romanzo di Giuseppe Giachi Via Isidoro del Lungo
Nell’incipit di questo romanzo Giuseppe Giachi ci ricorda che chi è nato nella prima metà degli anni cinquanta del ‘Novecento si è trovato a vivere l’infanzia con l’immagine di un mondo dove i muri delle case […] portavano ancora le tracce dei colpi di arma da fuoco lasciati dalla guerra… buchi nell’intonaco rimasti lì per anni, anche dopo […]. Com’è vero, tutto questo. Anagraficamente parlando, per chi nasce in quegli anni i buchi nell’intonaco delle case testimoniano gli orrori del fascismo e della guerra, stanno in stretta relazione con ciò che gli adulti raccontavano alla mente sognatrice di un bambino quando ormai, dagli eventi narrati, del tempo è trascorso. Nonostante il non averli vissuti, per la sua mente certi racconti saranno qualcosa di fulminante, che nessuno potrà mai cancellare.
Quei buchi degli spari sulle facciate delle case sono stati un elemento di concretezza grazie al quale incontrare il racconto dei fatti, hanno esteso l’idea di un’immagine universale della guerra con cui fare i conti in buona parte degli anni ‘Sessanta. Diciamo che, almeno fino all’alluvione del 1966, il ricordo della Seconda Guerra mondiale segna ancora il tempo con la sua quotidianità di valori sulla resistenza al fascismo. Era qualcosa di palpabile che si insinuava nel quotidiano, che conviveva realisticamente con l’inizio del benessere consumistico legato al boom economico. Se ne accennava nei bar, nelle botteghe degli artigiani o dove le persone sostavano a chiacchiera per abitudine: negozi di generi alimentari, macellerie, in chiesa, all’uscita dalla messa, all’asilo dalle suore, all’oratorio. Se ne parlava così tanto perché ogni famiglia, in rapporto alla guerra, aveva i suoi lutti e le sue vicende vissute da raccontare in un paese che idealmente era ancora quasi del tutto contenuto all’interno della medioevale cerchia muraria.
In effetti chi come Giuseppe Giachi (ma anch’io, se è per questo) nasce in quel periodo si scopre a vivere l’infanzia in un paesaggio esistenziale dove negli usi e nei costumi delle persone è vivo sì la tragedia della guerra, dove ogni città e/o paese – piccolo o grande che sia – nel suo paesaggio urbano ha ferite non rimarginate, ma per esorcizzarla guarda al passato perché gli effetti del boom economico, anche se ci sono, non stravolgono i costumi e le abitudini, i ritmi del vivere la quotidianità non appaiono materialmente ancora così palpabili. Giocare in questo mondo obbligava l’immaginazione di un bambino a fare i conti con la noia che poteva dilatarsi all’infinito dentro uno spazio circoscritto, senza, con questo, rendere obbligatorio un riferimento concreto nel rapporto con il tempo reale sul quale agiva chi stava giocando. In contrasto con le peculiarità delle case e delle strade di un determinato luogo dove, con lo scorrere degli anni, non cambia mai niente, qualsiasi gioco è organizzato minuziosamente per strada insieme ai coetanei proprio perché, non avendo molte alternative, il bisogno di sconfinare in qualcosa di diverso da una noia che non trova sfogo fiorisce dalla semplice intuizione sbocciata sul momento. Così allora, come la bottega del falegname Ludovico Adriano, […] identico spiccicato ad Aldo Fabrizi[…] poteva diventare l’antro spaventoso di una caverna, colpivano l’immaginazione lo sculettare delle parrucchiere e la camminata strampalata di un pazzo perdigiorno, il mitico negozio del barbiere Pesci, detto Naselli, Ausilio e la sua bottega di generi alimentari, e tutte le facce delle persone che interagivano per strada – più o meno le stesse che uscivano dai portoni dei palazzi o dal piccolo bar , e così allora una piazza o una strada come la Via Isidoro del Lungo che vive oggi nella memoria di Giuseppe Giachi, poteva contenere la centralità di un’esistenza raccontata in larga misura dagli adulti e trasfigurata da lui in un gioco. Nella testa di un bambino, in quel piccolo spazio urbano di una via, finivano per mescolarsi i racconti di un secolo e forse più, tutti tramandati oralmente in una stratificazione di generazioni.
Quello di Giuseppe Giachi allora non è tanto un ricordo vestito con la nostalgia del punto di vista narrativo, ma semmai è un bisogno letterario che produce una cornice a spazi, luoghi e persone che non ci sono più, quindi da immaginare nuovamente sovrapponendoli agli stessi luoghi del presente di via Isidoro del Lungo. È il tentativo di riportare al nodo ombelicale i temi di una generazione che nel ’68 era appena adolescente e che, al contempo, nel ricostruire un suo passato con le esperienze dell’infanzia, considerato che il boom economico e lo sviluppo industriale successivo hanno completamente trasformato il “luogo” dei fatti, quando è stato il momento di raccontare non ha più trovato quegli spazi naturali nei quali aveva ambientato i suoi giochi. Quando gli effetti del benessere cominciavano a condizionare le abitudini dei nostri paesi, per i nati a cavallo della prima metà del decennio era ancora complicato conoscere il significato del ‘Sessantotto. Non so neppure quanto e a che livello in un paese se ne potesse parlare. Se lo ricostruiamo come evento storico, cioè con la mente di poi, i fatti sono chiari e la discussione si articola e arricchisce di contenuti, ma se uno dovesse basarsi sui ricordi personali, era tutto un po’ diverso, la confusione di un’anima in formazione deformava ogni desiderio personale in conflitto permanente contro le aspettative dei genitori. Esistere in un caos mentale è dir poco.
Èper questo motivo, credo, che il tema centrale del romanzo si sviluppa intorno al passaggio generazionale, un contesto nel quale chi ricorda è diventato padre, e cioè quando si fa strada una certa consapevolezza che l’esperienza della propria infanzia non risulta più identificabile con il luogo da dove concretamente nasce il bisogno, la necessità di raccontare. Si può parlarne, perché no, ma appena ti giri intorno con lo sguardo sei cosciente che quando diventi il primo a non saperti più orientare, per un figlio non è facile starti ad ascoltare. Quando cerchi di riesumare volti, luoghi, fatti della tua infanzia che non sei più in grado di trasferire alla sua immaginazione, tutto fa pensare ormai che il passato non esiste più, hai come il presentimento di essere fuori dalla Storia. A questo proposito scrive Giuseppe Giachi nel suo raccontarsi, consapevolmente: […] Non credo che mio figlio Gregorio avrà mai una Via Isidoro del Lungo, un mondo intero e autosufficiente tra due file di case […]. Rispetto a chi è nato nei primi anni ‘Cinquanta il salto spazio/temporale negli interessi di un bambino degli anni ‘Ottanta è spaventoso, raccoglie un’infinità di dettagli che ormai – messi come siamo, alla velocità della navigazione digitale – non è più in grado di distinguere. Soprattutto è complicato calarli in un habitat che nessuno, tranne te e magari qualcuno della tua generazione, può ancora ripescare dal caotico vortice di scene che avvolgono la nostra immaginazione.
Quando il tuo passato non esiste più, forse non resta che trattarlo attraverso attimi che spuntano come schegge di lucida riscoperta, vive nel presente. Lo spirito del libro nasce da un sincero bisogno di trasportare nell’attualità di un dialogo l’insieme di un mondo ormai scomparso. Dialogo fatto al presente, e in questo Giuseppe Giachi è un memorialista dei luoghi e dei fatti ad essi legati dall’infanzia, dove sa muoversi e si orienta senza avere bisogno di collegarsi al navigatore. La memoria sembra assorbire ogni sorta di pensiero volante, è come una spugna che, per assurdo, quando la spremi, libera una quantità di ricordi che sembrano inventati lì per lì. Sono così nuovi da sembrare un’altra storia anche a chi la racconta. Non si tratta solo di evocare un passato da lasciarsi alle spalle, ma serve a dimostrare che esso esiste solo nei ricordi delle persone, è qualcosa di vivo che si ripresenta in forma diversa ogni volta lo si evoca. Solo così tutto diventa “naturale”, liquido, che può sciogliersi in una luce di infinite trasparenze.
Giuseppe è nato il 4 luglio del 1953 nel paese di Montevarchi, al numero 18 di via Isidoro del Lungo. La sua abitazione è su più piani, all’ultimo c’è la camera della nonna vedova, dove dalla finestra si ha un ampio sguardo del paese visto dai tetti. Nel libro sono ricostruiti i suoi primi nove anni di vita grazie a ciò che ha vissuto in prima persona e a quello di cui ha sentito il racconto dai genitori, dal fratello maggiore, dalla nonna. Così c’è l’io narrante dalla cui memoria fioriscono volti, paure, situazioni, ma nel tutto dei ricordi si avverte anche il bisogno di descrivere in un unico flusso il coacervo di dettagli dove è quella via stessa a trasformarsi nel centro del vortice, a divenire il personaggio chioccia che custodisce i suoi pulcini.
Nel ripensare allo scarto di tempo, nel libro ci sono tante situazioni dalle quali il ricordo poteva diventare un racconto compiuto, ma Giuseppe Giachi deve in qualche modo considerare il mondo attraverso un insieme. Ecco perché la storia non ha un vero e proprio sviluppo cronologico, va avanti e torna indietro negli anni seguendo una certa topografia urbana. Case, palazzi, chiese, i tetti di via Isidoro del Lungo sono osservati dalla mitica camera di nonna Maddalena così piena di luce, e in tutto si può celare quello spunto intuitivo che porta a meditare su certi fatti coinvolgendo la propria immaginazione. C’è l’impellente necessità generazionale di far sì che il passato esista attraverso la trasfigurazione letteraria di un luogo che vive come momento nel quale viene incluso senza rimpianti o tracce di forzata nostalgia.
Dopo aver vissuto l’infanzia in una condizione di continua scoperta di via Isidoro del Lungo, con la scrittura tutto sembra rimodellarsi in una realtà dai toni diversi, dove è quasi impossibile trovare un legame con il presente. O meglio, il legame c’è non tanto nei ricordi ma per il fatto di reiventare una storia alla quale il lettore può giungere senza un aiuto. Ecco allora che in questo libro la letteratura sembra esistere come qualcosa di fondamentale, capace di dare un senso all’esperienza vissuta o solo parzialmente tramandata da altri ad altri ancora, di dare l’impressione di entrare nel gioco di un processo creativo inesauribile che parte dalla vita.
il Pratomagno con la neve, acquerello di Konrad Dietrich
di Angelo Australi
Durante l’inverno del ‘Sessantuno il nonno si ammalò con una certa frequenza, e siccome era già molto vecchio la sorella di mio padre veniva spesso a trovarci perché immaginava la sua morte in ogni momento del giorno. Ricordo con lucidità che la voce della zia Gianna era esile e riservata come quella di una suora, spesso e volentieri diventava appena un sospiro che non capivo standole a un passo. Era cuoca all’ospedale, con le sue levatacce sicché si addormentava la sera sul nostro divano stanca morta, russando e scoreggiando senza rimpianti. Certe volte, quando non era in compagnia di suo marito, le fischiavo con forza negli orecchi, così lei sobbalzava e si abbracciava il petto mastodontico.
– Dio mio, per poco non muoio d’infarto – ci diceva ridendo.
Io ero piccolo ma zia Gianna mi restava proprio simpatica. Certe sere lei e il marito facevano un tratto di strada insieme, lo zio Remo ci salutava urlando un olé a tutti noi dalla rampa delle scale per poi precipitarsi al bar, dove lo aspettavano un gruppo di amici per giocare a carte o a biliardo.
Una sera le chiesi il motivo della sua corpulenza. Senza cattiveria, solo per pura curiosità.
– Non ti piaccio, brutto scricciolo maleducato?!
Il tono permaloso alla sua voce non venne bene, così sembrava più comica del solito.
– Sei la donna più bella del mondo!
Sorrisi, inscenando una danza tribale lì davanti a lei.
– … Come Elena la troia.
Mio padre mi diede uno scappellotto, ma cominciò a ridere e sicché non lo presi come un rimprovero.
Quella che all’inizio sembrava una delle tante riunioni di famiglia la zia la occupò a spiegarci che la sua grassezza era frutto di una deformazione professionale. Che quella definizione non fosse la più consona lo capii quando volle spiegarmi che era costretta a fare quattro pasti al giorno, due nella cucina dell’ospedale, e gli altri due a casa, per non lasciare il marito da solo a tavola. A questo ritmo il suo metabolismo era andato seriamente in confusione. Ci spiegò come avrebbe fatto un dottore che il suo fegato lavorava a ciclo continuo, senza mai fermarsi. Era entrata in una sorta di paranoia o stress alimentare, ma lei lo aveva chiamato deformazione professionale perché il cibo era strettamente collegato alla sostanza del suo lavoro.
– Alla tua età ero forse più magra di te. A guardarmi di profilo sembravo trasparente.
Che fossi magro lo dicevano in molti, a cominciare da mia madre, però non riuscivo ad immaginare che in tempi lontani zia Gianna fosse stata sottile come uno stecco.
– Ti stai trasformando in una melanzana, dai fianchi in giù – le disse nonno Rutilio, in preda alle convulsioni di un attacco di tosse.
– Ho anche il colesterolo quasi a trecento – lo informò lei.
– La vita è tua, non lo sai?
– Anche se decido di non mangiare, i cibi che cucino dovrò pure assaggiarli.
– Ma tu ti allargheresti anche solo ad annusarli, quei cibi che prepari per i pazienti dell’ospedale – disse il nonno.
– Sai quanto pesa una scoreggia? – le domandò lei ridendo.
– Che, sei scema!
– No, babbo caro, … è che ragiono in un modo scientifico: il gas che abbiamo in corpo è come l’aria, se lo butto fuori dovrei pesare qualcosa di meno.
– Se trattieni il respiro, però – disse mio padre ridendo. – Altrimenti tanta aria esce, tanta ne entra, … dal naso o dalla bocca.
E la zia Gianna lì a insistere di gusto sulle sue teorie.
– Facciamo l’ipotesi – disse smanacciando con le mani, – … sì, facciamo l’ipotesi di fermare il tempo proprio nel momento in cui l’aria mi esce dal culo. Sì, … così. Tutto fermo, prima di fare l’ennesimo respiro. A quel punto il mio corpo peserà sì o no, qualcosa di meno?
– Certe gente con la lingua taglia e cuce le parole come più gli fa comodo – disse Rutilio.
– Non dico tanto. Un grammo. Mezzo grammo. Un millimetro di grammo. Insomma, … quell’aria gassosa peserà pure qualcosa!
Mentre tutti parlavano di obesità e come difendersi dall’aria gassosa, mi ricordai di alcuni bambini denutriti che avevo visto sfogliando una rivista alla quale il nonno era abbonato, in una fotografia scattata nei sobborghi di Napoli alla fine delle seconda guerra mondiale, così fui assalito dal terrore che anche la zia da piccola fosse stata in quelle condizioni, o che potesse diventarlo nel momento che la costringevamo a mettersi a dieta.
Volevo raccomandarle di restare sempre grassa, ma una voce dalla strada urlò il nome di mia madre e mi trattenni.
– Giulia, ti stanno cercando – disse mio padre.
– A quest’ora?
– Dovrai affacciarti.
Mio padre la fissò.
Fu un assenza a dir poco telegrafata, e al suo ritorno ci disse che la volevano al telefono. Siccome ancora non avevamo la linea, alla bisogna i parenti di mia madre si appoggiavano al numero telefonico di questi nostri vicini.
Mio padre appoggiò alla sedia prima una, poi l’altra scarpa, finì di allacciarsi le stringhe e si grattò la fronte.
– Chi fa l’ambasciata? – le chiese.
– Demetrio.
– Ti preoccupi prima del lecito.
– Vieni con me?
Nel supplicarlo mia madre gli sorrise timidamente.
Quando mi affacciai alla finestra la vidi rivolgersi freneticamente a mio padre. Lui la teneva a braccetto, e la sua testa eretta fissava un punto preciso lì davanti a loro. Non riuscivo a capire quanto fosse distante quel particolare che i suoi occhi avevano preso di mira.
Di solito ci andavo pazzo per i film di fantascienza, quello che trasmettevano in Tv invece era più noioso di quando stavo a letto con la febbre, dove avevo davanti agli occhi solo la parete bianca su cui giganteggiava l’armadio a muro. Da lì immancabilmente uscivano delle blatte nere come il carbone che si nascondevano sotto il tappeto, ai piedi del mio letto, e quello che non mi faceva proprio dormire era il pensiero che potessero salirci sopra, finirmi nello stomaco, se dormivo a bocca aperta. Nella noia di attendere il rientro dei miei genitori avevo coltivato la possibilità di fare paura alla zia Gianna perché sobbalzasse di nuovo, ma lei e il nonno si stavano rinfacciando un mucchio di difetti.
Appena tornati mia madre si precipitò in bagno a lavarsi la faccia, uscì e altrettanto velocemente si nascose in camera. Non ci stavo capendo un fico secco, come colpito da un’amnesia mio padre si avvicinò alla finestra, per osservare nel buio le case rischiarate in uno strano vortice dai bagliori lunari.
– Dobbiamo prendere il treno.
Parlò senza che nessuno, in qualche modo, ce lo avesse costretto, ripiegando su se stesso il tono della voce.
Nonno Rutilio gli andò davanti, lo guardò dal basso in alto e disse: – Si tratta di una disgrazia?
Con il suo silenzio mio padre ci fece capire di sì.
– Era chiaro come il sole che non doveva trattarsi di uno scherzo, chi è quel cretino che viene a cercarci a quest’ora della notte con nulla di serio.
– Perché invece non vai in macchina? – gli chiese zia Gianna, sfiorando con una mano la spalla di mio padre.
– Non mi fido a guidare con il buio… Seneca ha avuto un incidente con la moto, il sangue gli ha invaso il cervello e ancora non sanno se passerà la notte.
– Com’è potuto succedere?!
Zia Gianna si asciugò una lacrima di grasso con la mano.
– Ci mancava il tempo di chiedere e il vecchio sembrava troppo agitato – disse mio padre. – Ha saputo dirci che le speranze restavano attaccate ad un filo.
Nonno Rutilio spense il televisore quando il film di fantascienza stava giungendo nella fase culminante: ormai miliardi di insetti, saliti in superficie grazie alla voragine creata da una tremenda scossa di terremoto, avevano assediato una stazione di ricerca isolata sulle montagne del deserto californiano. Erano insetti simili a degli scarafaggi, nati con l’istinto di uccidere, che non distruggevano né il fuoco né l’acqua. Addirittura sembravano comandati da un’intelligenza superiore, nascosta chissà dove.
– Non posso accettare che un bambino e una donna viaggino da soli a quest’ora di notte – continuò mio padre.
– Porterai via anche Spartaco?
– Sì.
– Lascialo qui con me – disse il nonno.
– È vero, forse non è bene che veda… – disse zia Gianna.
– E allora non vedrà…
– … sono momenti che non si controllano molto bene nella mente di un bambino – lei continuò.
– È febbraio babbo, che ci faccio in campagna?
-Tua madre si trattiene solo pochi giorni, non so quanto, ma vuoi lasciarla sola?
– Resti anche tu?
Glielo chiesi anche se già intuivo quello che mi avrebbe risposto.
– Solo per il viaggio. Però mi raccomando a te, fai il buono… queste non sono vacanze di piacere.
Mia madre stava facendo le valige con una fretta davvero insolita. Era distratta e finiva per impiegarci il doppio di tempo. E quando si accorse di me sorrise in un modo che costrinse ad esplorare la sua grande agitazione. Sul letto c’erano i miei vestiti invernali, non quelle mitiche magliette a righe che mi portavo appresso in estate per andare in campagna da zio Seneca e zia Oria, i nonni materni e tutta la sfilza di parenti che stava insieme per lavorare la terra.
– Mi vesto così? – le chiesi con una vena di delusione, indicando il completo blu della cresima che aveva i pantaloni lunghi da omino e la giacca a doppio petto, la camicia bianca dai bottoni di madreperla e la cravatta rosso bordò. Roba da indossare solo nelle occasioni speciali. Invece lei mi passò dei pantaloni di velluto e un maglione a collo alto. Era scossa e non volevo che si arrabbiasse, ma proprio non mi andava di partire così all’improvviso, senza averci potuto riflettere nemmeno un istante.
– E il babbo non si cambia? – le chiesi.
– Non ha importanza quello che fa il babbo.
– Lo zio Seneca ha avuto un incidente?
Si ostinava a riordinare gli abiti nella valigia, senza rispondermi.
– Sta male?
– Spartaco, non sappiamo niente di preciso, ma quando arriviamo non fargli troppe domande. Mi raccomando, … lascia parlare me.
Mio padre ci domandò se eravamo pronti. Lei annuì. Disse che avrebbe preso l’indispensabile, soprattutto dei ricambi per me, visto che mi sporcavo facilmente. Li ascoltavo parlare così come si assiste impauriti all’urlo del terremoto. Vedevo tutti i gesti di mia madre entrare in confusione nel fare la valigia, si muoveva nella stanza come se fosse un’estranea, una persona in cerca di una via di fuga.
– A che ora è il treno?
– Mezzanotte, ma sono già le undici e venti.
– E va diretto al paese?
– Aspetteremo circa due ore alla stazione di Arezzo, prima che giunga la coincidenza.
– Così tanto?
– Potrai riposarti in sala d’attesa.
– Mi è passata la voglia, ci credi?
– Ti capisco.
– Se prendiamo la nostra macchina, non è meglio?
– Sono più di cento chilometri da fare di notte, e anch’io sono stanco morto, … dopo una giornata di lavoro.
– Ernesto, non riesco a crederci… mio fratello deve ancora finire quarant’anni.
– Adesso non precipitiamo le cose, ancora nessuno ci ha già dato una sentenza.
– Li conosci, non saprebbero metterci in allarme per una sciocchezza. Quando mio padre si operò di appendicite, lo sapemmo a cose fatte. Non scrissero, e non ci avvisarono in qualche modo. Lo seppi solo quando ci accompagnai Spartaco a passare l’estate.
– Con questo cosa vuoi dire?
– Che non sono persone da recarsi allo spaccio alle undici di notte per raccontarci al telefono che si è solo rotto il braccio.
– Ora come ora, stai solo esprimendo delle inutili supposizioni.
– Che ti ha detto mio padre?
– Niente che non sai. Lo avevano trasportato in ospedale, e in terra non c’era nemmeno una goccia di sangue. Questo però può essere anche un bene. Smetti di pensare al peggio. Tutto perché all’improvviso un maiale gli ha attraversato la strada.
– Temo che mia cognata faccia qualche pazzia.
– Dovrà appigliarsi a tutta la sua forza d’animo.
Salutai nonno Rutilio con un gesto della mano, proprio come tra adulti, mentre zia Gianna prima mi baciò sulla fronte e poi mi avvolse nel suo grasso abbraccio, sistemò il loden e strinse la sciarpa intorno al collo, stendendola in modo da coprirci la bocca e il naso. Mio padre per quella notte consigliò il nonno di far dormire la zia a casa nostra, visto che la febbre gli era abbassata solo nel pomeriggio.
– Non sono ancora da accompagnatrice – reagì nonno Rutilio.
La zia allora fece una smorfia di nascosto, poi li invitò a pranzo e a cena per quei giorni che io e la mamma saremmo mancati.
– Non farne un problema – disse mio padre. – Ci arrangiamo benissimo.
– Mi offendo sennò. Dopotutto sei mio fratello… e tu mio padre.
Nella strada vuota i nostri passi segnavano il ritmo di una marcia astratta al punto da sembrare impazzita. Camminavamo in compagnia delle nostre ombre, che ci sorpassavano o restavano indietro grazie alla posizione che tenevano i corpi rispetto alla luce dei lampioni. Andavamo di fretta, trattenendo ognuno i propri pensieri, come se ci dovessimo fare a piedi i cento chilometri, invece di raggiungere solo la stazione dei treni. Mia madre era davanti a noi, che seguiva chissà quale suo percorso mentale per immaginarsi, in assoluto silenzio, la sorte toccata a zio Seneca.
Alla stazione dei treni si giungeva percorrendo un viale di lecci. Tutto questo paesaggio era ormai fuori dal perimetro del paese antico, ma fino ad una certa distanza erano visibili le luci, che poi si sparpagliavano in un pulviscolo di stelle e di bagliori, prima di restare nascoste dalle chiome degli alberi più prossimi. Ancora non riuscivo a convincermi che lo zio fosse così grave, ma quella mi sembrava una notte strana, adatta soprattutto a lasciarti nel dubbio. Non c’era un alito di vento, e lo spazio intorno a me sembrava popolarsi di spiriti, ogni volta che osservavo quelle nostre ombre in movimento.
Per invogliare il suo bambino a svegliarsi, la mattina Marta apriva le persiane della sua cameretta prima di ogni altra incombenza. A dispetto di certe abitudini che si danno per scontate, quel giorno Andrea era rimasto raggomitolato nel suo lettino fino a quando non aveva udito diffondersi dal giardino lo zirlare di un merlo. Tink-tink-tink, cantava quell’avviso sonoro del merlo: tink-tink-tink. L’allarme melodioso proveniva dal grande nespolo giapponese dove il gatto dei vicini, in cerca di una preda, si era fermato a curiosare.
Anche la loro gatta, che si chiamava Gina, ferma sul termosifone spento, allertata dal segnale lanciato dal merlo, fissava fuori dalla finestra il movimento che prometteva la giornata.
Appena aperto gli occhi, Andrea aveva visto stagliarsi sul davanzale il profilo di Gina confuso in delle macchie che brillavano come quelle che a volte apparivano nei sogni del risveglio. Il sole del mattino creava una certa staticità su quella gatta affascinata dal movimento mattutino che perveniva dal mondo esterno, e la sua coda si alzava determinata verso il desiderio di catturarsi anche lei una piccola preda: lucertola, topo, uccello che fosse. Gina era di una staticità concentrata da sembrare finta. Avvicinandosi per accarezzare la sua amica, Andrea si era stropicciato fortemente gli occhi. Era piccolo, da sopra il davanzale scorgeva solo la parte superiore della chioma del nespolo giapponese, per esplorare in basso le aiuole e i tanti rosi doveva affacciarsi in terrazza, altrimenti salire sulla sedia o farsi prendere in braccio da uno dei genitori. Adesso quel brillio sulle foglie del nespolo bagnate da una sottile guazza sembrava farle ondeggiare come se ci fosse un leggero alito di vento, e il tutto era animato ogni tanto da qualche nuovo ospite che s’intrufolava nella sua folta chioma. L’incanto della luce del sole che si rispecchiava nelle foglie gli fece immaginare che all’improvviso su quell’albero fosse apparsa in volo una marea di pescetti colorati. Gialli. Azzurri. Rossi, arancioni. Alcuni anche argentati, … anzi: argentini.
– Mamma, … corri a vedere, sul nostro albero ci sono volati sopra dei pesciolini colorati. Corri, corri a vedere!!!
Tink-tink-tink… Tink-tink-tink…
Insisteva a cantare il merlo, con Gina sempre lì, a fare da statua sul calorifero.
Chiamò senza indugi sua madre, perché quella, per la sua immaginazione, era una novità assoluta. Ed era anche una bella novità il fatto che si fosse alzato da solo perché solitamente era lei a svegliarlo. Quando andava alla scuola materna Marta lo svegliava sempre all’ultimo momento, per farlo dormire un po’ di più, e a lui piaceva da morire sentire la sua carezza e l’odore buono che mandava, così passava dai sogni alla realtà del giorno che iniziava grazie ad un incanto. Raramente questa incombenza toccava a suo padre, ci voleva la pazienza di un cavallo per costringere il bambino appena alzato a distogliersi dai suoi giochi, cosa di cui si era fatta carico lei in modo quasi automatico. Tranne rari casi, era sempre una corsa a fare le cose in modo frenetico: colazione, andare in bagno, lavare i denti, vestirsi. Prima lei faceva le sue cose con calma, poi pensava ad Andrea, che all’ultimo momento s’inventava sempre un diversivo per mettersi a giocare. Marta doveva correre, Andrea invece ogni mattina, prima di uscire voleva un po’ riprendere il filo del gioco interrotto la sera precedente, quando la stanchezza stava ormai pesando sulla giornata appena trascorsa.
Marta si era avvicinata al bambino e a Gina la gatta, per guardare insieme a loro quella magia che aveva portato il mattino. Strinse il suo bambino al grembo abbracciandolo da dietro, e cercò di guardare nel punto dove fissavano i suoi occhi pieni di meraviglia.
– I pesciolini colorati, mamma! – Urlò Andrea, indicando il muoversi del fogliame illuminato dal sole.
– Si, amore mio?
Lei gli fece il solletico sulla pancia e sul volto con i suoi capelli sciolti che erano lunghissimi e neri.
– Chi li ha mandati, me lo sai dire, … chi li ha mandati qui da noi a farci visita?
– Andrea, non lo so proprio, chi li ha mandati. Forse sono solo qui di passaggio.
– Non sei stata te, allora?
– Non ho questi poteri magici – disse lei sorridendo. -Ti stavo preparando la colazione, prima di portarti dalla nonna, come potevo farli venire.
– C‘è stato un incanto allora, … stanotte?!
– Non lo so, amore mio, ma sono davvero belli.
-Non ci vado dalla nonna oggi, preferisco guardare i pesciolini colorati insieme a Gina.
– Come si fa, io devo andare al lavoro. Non posso lasciarti solo.
– C’è Gina, con me.
– Sì, ma non posso lasciarti solo.
– Io voglio giocarci con questi pesciolini colorati, perché sono venuti a trovarmi.
– La nonna ti porterà ai giardini, dove ci sono i tuoi amici. Forse su quegli alberi sono arrivati dei pesciolini colorati. In questo nostro mondo c’è sempre una festa da dedicare al ricordo di qualcosa, chissà se oggi riguarda un po’ anche i pesci che volano.
– Anche quelli colorati?
– Sì, certo. Sono tutti usciti dal mare, in questo giorno di festa.
– Anche da quel mare dove andiamo noi a fare il bagno?
– Ci divertiamo al mare, non è così?
– Sì, mamma. Quando ci andiamo?
– Fra non molto, Andrea.
– Se ci andiamo adesso, vediamo anche lì i pesciolini colorati che volano!
– Non è ancora arrivato il momento. Mancano poche settimane, ma ancora devi avere pazienza. Intanto adesso andiamo a casa dei nonni, e quando sei lì, puoi sempre disegnarli questi tuoi pescetti. A casa dei nonni hai pennarelli, fogli, le matite a cera: tutto quello che ci vuole per fare dei bellissimi disegni. Poi li regalerai al babbo, … stasera, … quando rientra dal lavoro.
– Ci sono stato anche ieri a giocare con i bambini. Sono montato sull’altalena, sul cavallo a dondolo, sul girello, sul castello di legno. Ho fatto le corse e poi alla guerra.
– E non ti è piaciuto?
– Sì, tanto… mamma cara. Tanto così!!!
Andrea allargò le braccia ridendo e saltando davanti alla finestra illuminata dal sole del mattino.
– Tanto così!!!
– Ora che la scuola materna è finita, con i nuovi amici del giardino puoi giocarci oggi, … e anche domani. Fino a quando non andiamo al mare.
– Ma quando partiamo al mare, mamma?
– Te l’ho spiegato prima: molto presto.
– Molto presto quando?
– Non posso fare il gioco dei perché Andrea, bevi il latte e mangia qualche biscotto. Poi vestiti, … che si sta facendo molto tardi.
– Io però mi sono alzato da solo, e ho visto i pesciolini colorati.
– Si lo so, e sei stato bravissimo. Ti meriti un bacio con lo schiocco.
Marta lo alzò di peso per avvicinarlo al volto. Lui le gettò le braccia al collo e la strinse forte. Lei sorrise, quasi non potendo trattenere la gioia per la dolcezza che sprigionava quel gesto.
– Ti voglio bene, mammona. Tanto, tanto benissimo.
– Anch’io, amore mio – lei disse sorridendo.
Cercava di fuggire da tutta quella tenerezza che suo figlio le trasmetteva, anche per non ritardare troppo l’ora di uscita da casa. Guardando fuori dalla finestra vide tutto quel brillio tra le foglie e si mise a ridere così forte che anche Gina la gatta si riscosse.
– Dio com’è bello! Sembrano dei coriandoli di luce che una magia fa scendere dall’alto.
– Sono belli, questi pesciolini, non è vero? – Chiese Andrea.
– Sei un bambino fortunato, Andrea, te lo posso giurare.
Uscirono di corsa perché ormai si era fatto tardi sul serio. Nel viaggio in auto Andrea sentiva il fastidio del sole di luglio che filtrava dai vetri della macchina e sua madre, nell’intenso traffico della città, non poteva distrarsi dalla guida. Cominciò a lamentarsi lanciando degli strilli, prima piccoli, a intervalli di qualche secondo, poi più brevi e continui, con un tono di voce più alto che a lei sembrava una nenia.
– Andrea smetti, siamo già arrivati a casa dei nonni. Così il sole non ti darà più fastidio.
– Mi brucica gli occhi, mamma. Chiudi. Mi brucica… gli occhi.
– Cosa chiudo, amore mio? … Resisti, che stiamo arrivando dai nonni.
Sua madre la stava aspettando sotto casa e Marta, mentre lo scioglieva dal seggiolino, lo baciò e si fece abbracciare. Una stretta forte e tenera al tempo stesso.
– Passo a prenderti stasera. Mi raccomando, non farli arrabbiare, …i nonni. Obbedisci, se ti dicono di fare qualcosa.
– Il nonno dov’è? – chiese Andrea alla nonna.
– Il nonno ti sta aspettando al giardino. Ha portato con se il tuo triciclo, è lì che ti aspetta.
Marta aveva detto a sua madre che si sarebbero sentiti al cellulare sul programma della giornata di Andrea. Era tardi e doveva andare per forza; più tardi di tutti gli altri giorni perché si era messa a fissare con Andrea una nuvola di pesciolini colorati che aveva invaso la chioma del loro nespolo giapponese. Sua madre ridendo le aveva domandato se per caso non stava impazzendo.
– Mamma, ho fretta, dai, … non dire stupidaggini. Qualcosa c’era sul serio, sul nostro albero. È lì che stava fissando anche Gina.
Marta ridendo le aveva passato lo zainetto di Andrea.
– Allora se li ha fissati anche la gatta, non c’è argomento che tenga: stai entrando nella sfera dei santi.
– Sì, in un volo improvvisato: … andata e ritorno. Per sapere come fare durante il giorno con Andrea, ci sentiamo più tardi su whatsapp… A pranzo però non fargli le patate fritte, mi raccomando. Negli ultimi tempi gli fai mangiare solo porcherie.
– Andrea le mangia volentieri.
– Come no!
– Non è vero Andrea, che le mangi volentieri?
– Sì, nonna, le mangio volentieri insieme alla salsiccia.
– Visto te, che bella dieta, salutifera!
– Almeno da noi mangia tutto quello che c’è nel piatto.
– Ho detto niente patate fritte, va bene?!
– Te lo faresti campare d’aria, invece un bambino deve crescere mangiando di tutto.
– E te oggi di contorno gli salti in padella due zucchine.
– No, la zucchina no. Non la mangio neanche a scuola! – Urla Andrea arrabbiato.
– Allora un’insalata, d’accordo?
– D’accordo, gli condisco due foglie d’insalata.
– Andrea, nello zainetto hai la banana, dei biscotti, … un paio di succhi di frutta alla pera.
– Semmai per merenda preparo una fetta di pane con il pomodoro stropicciato. Non è vero, Andrea, che ti piace il pane con il pomodoro?
– Sì, nonna, … mi piace proprio.
A Marta dava fastidio vivere in modo così frenetico il rapporto con Andrea e con tutti coloro che lo guardavano durante la giornata, fosse sua madre o la figlia di una sua intima amica che chiamava a fare la babysitter se i genitori erano malati o avevano degli impegni. Sembrava che suo figlio fosse diventato tutto a un tratto un oggetto da parcheggiare da un posto all’altro in attesa del suo ritorno, e in tutti questi spostamenti ormai il bambino, a poco più di quattro anni, aveva già preso i ritmi di una persona inserita nel meccanismo produttivo. Pensare in questi termini la intristiva da morire. Tristezza più del solito perché non c’era confronto con la gioia che aveva provato nel farlo nascere, e non c’era confronto con la gioia che provava nel vederlo crescere e giocare con lei. Osservare il cambiamento che avveniva di settimana in settimana, di giorno in giorno, di ora in ora, nei suoi modi di fare, e nelle domande che le faceva, e nella voglia che aveva di restare con lei. Le venne l’impulso di girare la macchina e di tornare a prenderlo, di non andare a lavorare per una volta ma di dedicarsi ad ammirare insieme l’invenzione del branco di pesciolini colorati che nuotavano tra le foglie del nespolo giapponese che faceva ombra in giardino. Dopo tutta quella meraviglia avrebbero giocato con tanta dolcezza a farsi il solletico e a stringersi forte forte e a rotolarsi sull’erba. Poi forse avrebbero dormito, e poi forse avrebbero di nuovo giocato insieme a qualcosa. L’uscita improvvisa di una macchina da un incrocio la fece tornare in se, frenò bruscamente, quel tanto da schivarla, e poi accellerò per recarsi al lavoro.
La giornata in ufficio gli era sembrata più faticosa del solito perché non si era mai staccata dall’idea di avere lì vicino a sé il suo Andrea. Tutte le informazioni che le chiedevano i suoi colleghi di lavoro la innervosivano. Tentava di essere gentile e disponibile come sempre, ma il ritmo convulso in cui le entravano in ufficio per porle dei quesiti la costringeva a continue variazioni nei suoi pensieri più intimi che, purtroppo, quel giorno non riusciva a scrollarsi di dosso.
In pausa pranzo, anziché finire con i colleghi di lavoro nel solito ristorante che accettava i ticket restaurant, aveva deciso di restare da sola e di farsi una passeggiata. Si era presa un bellissimo gelato ai gusti di pistacchio e fragola, e mangiandolo lentamente aveva cominciato a camminare, non allontanandosi troppo dal suo ufficio, ma anche senza porsi nessuna meta. In fondo era una bella giornata e lei stava attraversando un parco pubblico con tanti alberi, proprio come quello in cui il suo Andrea aveva giocato con gli altri bambini tutta la mattina. Nel giardino c’era tanta ombra perché gli alberi erano grandi e folti, e si sentiva spesso il frinire di una cicala che quasi riusciva ad allontanare il frastuono del traffico che lo circondava. Si fermò ad una bancherella dei libri usati, nel reparto dedicato a quelli per l’infanzia. Cominciò a sfogliarne uno con tanti disegni di animali buffi che non esistevano nella realtà, poi ne sfogliò uno che aveva in copertina il disegno di un bambino con la maglietta a righe blu e bianche e i calzoncini corti. Era scritto a parole grandissime, e in ogni pagina c’era il bambino che sul basso osservava la frase. Tutto a un tratto però il suo sguardo fu colpito dalla copertina lucida di un libro nascosto tra gli altri, del quale spuntava poco più che un triangolo. Fu colpita da quel verde così intenso della chioma dell’albero e dall’infinità di puntini colorati che lo accerchiavano come una nuvola. Lo estrasse da sotto gli altri libri e vide che quei puntini erano tanti piccoli uccellini che facevano come un’aureola intorno alla chioma. Il libro non aveva titolo e non aveva il nome di un autore. Era così anonimo, nonostante fosse così vivo e pieno di colore, nonostante le facesse ricordare la scoperta di suo figlio che aveva fatto quella mattina dei pesciolini sull’albero del loro giardino. Nell’attimo stesso in cui lo aprì spuntò fuori dal libro un albero di carta e due o tre piccoli uccellini che svolazzavano legati a un sottile filo di ferro. Il verde delle foglie era smeraldino ed aumentava la confusione con tutti gli altri uccellini dai mille colori. Disponeva proprio a lasciarsi andare a una sensazione di quiete. Così Marta emise un gemito pieno di meraviglia, incantata e sorpresa si lasciò catturare da quella sensazione. Sulla chioma poi apparivano alcune linguette di carta che nel tirarle facevano sbucare fuori altri uccellini nascosti nella chioma colorata. Ogni linguetta aveva all’estremità una freccia e tirandola appariva una sorpresa sempre più bella. Era un bellissimo libro pop up, così decise di acquistarlo e di farlo vedere la sera ad Andrea, prima di metterlo a letto. Il libro non aveva altre pagine se non quelle due che aprendosi formavano l’albero.
La mattina era stata davvero pesante, un po’ per la stanchezza che si era portata dietro dall’uscita frettolosa da casa, un po’ per l’ennesima sfiancante discussione avuta con un paio di colleghi che organizzavano la produzione, con i quali, da quando aveva la responsabilità del reparto rifinitura degli abiti, non riusciva proprio a legare, a trovarsi in sintonia su qualcosa. Il pomeriggio in ufficio invece era trascorso come per incanto. Due o tre telefonate, una riunione, il visto su alcune fatture da inoltrare in ragioneria per autorizzarne il pagamento, la scrittura di almeno tre lettere commerciali e già era ora di uscire. Le restava molto da fare ancora, ma quel pomeriggio non ne aveva voglia. Intanto non sarebbe mai riuscita a mettersi in pari. Sorrise parlando a suo figlio dal cellulare mentre lo andava a prendere al giardino dove i nonni la stavano aspettando. Com’è bella la voce del mio bambino, pensò Marta. Anche da lontano, ti sembra sempre di averlo lì accanto. E’ come se ci fosse una musica dietro a quella voce, la musica di un pianoforte, che ha un ridondo e ti entra dentro. Sospirò, perché in fondo quando riusciva a pensare, a provare qualcosa così intensamente, si sentiva libera e positiva verso la vita. Sospirò perché in fondo era come appagata, nonostante il correre dietro spesso a cose di poca importanza.
Il padre di Andrea sarebbe rientrato molto tardi perché doveva completare il servizio fotografico di un dépliant commerciale, sicché Marta e Andrea mangiarono in fretta. Marta aveva promesso a Paolo che lo avrebbero aspettato entrambi, prima di andare a letto. Così mentre lei riponeva i piatti della cena nella lavastoviglie, Andrea si era messo a guardare un cartone animato di Braccio di Ferro alla Tv. Si era seduto per terra, sul tappeto davanti alla televisione, a aveva incrociato le gambe e mandato il busto all’indietro mantenendosi in equilibrio sulle braccia. Il cartone animato lo faceva ridere come un pazzo perché Braccio di Ferro e Bruto si davano pugni, calci, e urlavano; e poi c’era la voce gracchiante di Braccio di Ferro e lo strillino acuto di Olivia. Marta si sedette sul divano, accanto a suo figlio. Aspettò la fine del cartone animato e poi gli mostrò il pop up comprato alla bancherella il pomeriggio.
– Guarda Andrea cosa ti ho portato?
Lui passò la mano sulla copertina lucida senza dire una parola.
– Non è bello? – gli chiese Marta.
Andrea lo guardava incuriosito, senza fare commenti.
– Come vedi ci sono degli uccellini che girano intorno alla chioma come i tuoi pescetti di stamani.
– Sì – disse di nuovo Andrea, continuando a fissare meravigliato quella copertina.
– E’ stata una sorpresa per me, trovarlo in mezzo a tanti altri libri per bambini.
– E sono brillati – disse Andrea, – gli uccellini… sono brillati.
– Prova però ad aprirlo.
Il bambino sgranò gli occhi quando vide salire l’albero tra le due pagine del libro e muoversi quegli uccellini legati a un sottile filo di ferro.
– Oh!… – esclamò serio. – … Oooh!
Sua madre gli fece notare le linguette di carta, così Andrea restò come di sasso a guardare gli uccellini colorati che spuntavano fuori dai taglietti trasversali che apparivano appena in superficie dalla chioma colorata di verde smeraldo. Fece un sorriso, di quelli estasiati, senza emettere suoni o rumori. Tirò a sé un’altra di quelle linguette di carta, un’altra e poi un’altra ancora. La chioma dell’albero stava entrando in una confusione totale. Uccellini azzurri, rossi, celesti e arancio, viola, giallo splendenti, che lui faceva tremolare carezzando con un dito il sottile filo metallico. E lui rideva aprendo appena appena le labbra, con tutti quei piccoli volatili sospesi ad un sottile filo di ferro che non facevano altro che dondolare ogni volta ne spuntava uno di nuovo.
– E’ buffo vero, cosa sono riuscita a trovare per il mio bambino? – disse Marta.
– Sì – disse Andrea, continuando a restare sospeso in quell’espressione di dormiveglia incantato.
– E’ stata una scoperta che non mi sarei mai immaginata di fare, però sono molto felice di averti trovato questo librino.
Lui le posò una manina sul braccio, senza dire una parola. Marta si era appoggiata sulle ginocchia il libro aperto e gli uccellini sospesi intorno a l’albero oscillavano come in volo. Andrea li toccava con un dito, delicatamente, e restava in silenzio ad osservare il loro movimento. Marta ogni tanto si faceva prendere da un lungo sospiro seguito dallo sbadiglio. Ad un certo punto sul suo cervello, la sera vinceva la stanchezza.
Paolo al rientro si mise subito a giocare con loro. Aveva già mangiato e quindi partecipò felicemente al loro gioco. Fece una carezza sui riccioli neri di Andrea, poi gli appoggiò protettivamente la mano sulla spalla. Marta gli spiegò quello che era accaduto al mattino sul loro nespolo giapponese, e come aveva trovato quel librettino anonimo alla bancarella dei libri nel parco. L’albero era davvero bello, i colori acquerellati accentuavano la sensazione di movimento dell’intera scena, e la lucentezza della plastificazione faceva risaltare le luci e le ombre creando una vivacità incredibile.
– Visto che non ha un nome, l’autore può essere anche un artista famoso…
– Perché no un bambino? – chiese Marta ridendo, per rispondere a Paolo.
Andrea però non riusciva a distogliere gli occhi dal libro.
– E’ ora di andare a letto – disse Marta.
– Fammi restare ancora un po’, mamma.
– Porta con te il libro se vuoi, ma dobbiamo andare, altrimenti la mattina non riesci ad alzarti.
Gli fece un bagnetto veloce e lo cambiò per la notte, poi si adagiò sul letto insieme a lui.
– Ci saranno anche domani i pesciolini, quando mi sveglio?
– Non lo so Andrea. Ogni giorno è diverso, dipende da come si sveglierà il sole.
– Ma ci saranno?
– A volte c’è una nuvola che l’oscura, a volte piove o sta per piovere. Altre volte tira vento. Non si sa mai, non si sa, … cosa ci risponda il sole al risveglio.
– Ma io li voglio, mamma, i pesciolini che volano sull’albero.
– Ma sì, ci saranno anche domani. Quasi certamente – disse Paolo.
– Non dire così – lo rimproverò Marta.
– Che ho detto di male?
– Niente. Non hai detto niente di male. Fai solo in modo di semplificare le cose, tutto qui.
– E tu cerchi di complicarle.
– Non è assolutamente vero!
– Sì, invece…
– Ci parlo e ci gioco, con Andrea, … mentre tu non vedi che il momento di verificare al computer le foto che hai fatto in giornata.
– Ecco, … la tua canzone. Lo sai, non basta scattare le foto, devo scaricarle sul pc e poi scegliere quelle da passare al grafico.
– Lascia stare, non è il momento.
– Prima o poi ne dovremo parlare – disse Paolo.
– Sì, ma non adesso.
– Io ho questo rapporto con il lavoro.
Era così stanca che finì per appisolarsi prima di suo figlio. Si era lasciata vincere dalla stanchezza, liberando la mente da ogni sorta di pensiero. Quando Andrea aveva iniziato a saltellare sul letto lei si era messa in un primo momento a ridere nel sonno. Aveva sentito una canzoncina che veniva dalla sua dolce voce, ma sinceramente credeva di star sognando e si lasciò trasportare da quella musica.
– A letto, tesorino mio… Ora devi dormire.
Anche Paolo lo incoraggio: – Sì, è vero. Andrea, adesso si va a letto.
Lui non disse niente, chiuse gli occhi e si addormentò all’istante, come obbedendo a un comando. Nel riordinare la stanza Marta raccolse dal tappeto verde una minuscola piuma uscita dopo che avevano strapazzato per gioco qualche cuscino che si trovava nella stanza. La sollevò per mostrarla anche a suo marito. Entrambi si misero a ridere e a scuotere la testa. Con un soffio divertito Marta la fece volteggiare, poi la riprese al volo, alzò delicatamente la copertina del pop up e ve la fece scivolare dentro.
– Prima di guardare le foto mi faccio un caffè, per tenermi sveglio – disse Paolo. – Lo vuoi anche te?
– No, è meglio se vado a dormire. Sono stanchissima.
Chiuse la finestra e spense la luce.
Andrea dormiva di un sonno profondo. Così come dormiva il loro giardino, e sotto il chiarore della luna si era assopita anche la coppia di merli che aveva nidificato sopra il nespolo giapponese.
Konrad Dietrich, MOVIMENTO STATICO, carta e filo di lenza, cm 220×550
di Angelo Australi
I SILENZI (Daniele Barni)
Tanti sono i silenzi che udii. Quello negli occhi del cane morente. Quello sui palmi di mille e più addii. E del cipresso quando il vento è assente. Il silenzio del bosco nell’eclissi. Del mare stupefatto dalle stelle. E dei tuoi baci prima che partissi, gelati dalla notte sulla pelle. Ma mi tormenta il silenzio mai udito. Il fiore sconosciuto. Ciò che non fu vissuto. Il confine infinito.
Mantenendo abitudini estive, Spartaco iniziava la sua camminata ancora alle otto del mattino. L’anello di strade comprendeva gli argini del fiume, sfiorava la zona del cosiddetto “parco commerciale” toccando il centro storico nel rientro dalla parte opposta a quella da cui aveva iniziato il giro. Completava questo suo percorso circolare più o meno in un’ora e mezzo. Quella mattina aveva allungato il suo tragitto solo di un quarto d’ora, … minuto più, minuto meno. L’appuntamento dal barbiere era fissato per le undici, quindi aveva tutto il tempo per una visita ai defunti, fatta come si deve. Visto fra due settimane sarebbe stata la festa dei morti, su suggerimento di Ambra, prima di recarsi a tagliare i capelli era passato dal camposanto a verificare in quali condizioni fossero le tombe dei loro familiari. Alla metà di ottobre il chiarore del sole abbagliava la vista e disperdeva il ristagno delle nebbie sugli argini del fiume, sicché, senza allungare il giro più di tanto, mantenendo il suo passo standard, alle dieci meno un quarto varcava il cancello nascosto dietro una fila di cipressi. Alla tomba dei suoi genitori e a quella dei genitori di sua moglie i fiori finti sembravano come comprati da un giorno, il sole e le intemperie dei mesi estivi non li avevano sbiaditi – era sufficiente la pulizia del marmo e l’aggiunta di un vasetto di crisantemi da sistemare nei giorni a ridosso della ricorrenza, però a quella dei nonni Rutilio e Ginetta uno dei due vasi era vuoto. Un po’ infastidito per la sorpresa, Spartaco ha ispezionato in giro sperando di scorgere il gemello del mazzo restante, magari finito nel campo delle inumazioni per un’improvvisa raffica di vento. Niente da fare, lì intorno non c’erano mazzi di fiori orfani di una tomba. Gli costava una certa fatica immaginare qualcuno a rubare un bouquet del valore massimo di quindici euro, eppure stava mettendo in conto anche questa possibilità. Spartaco ha insistito qualche minuto a cercarne traccia con lo sguardo, ma poi era giunto alla conclusione che fosse un’assurdità mettersi a ritrovare dei fiori fra un migliaio di inumazioni e di loculi. Anche perché, se putacaso avesse individuato il bouquet, non avrebbe certo potuto incolpare il defunto. Così, mentre si recava dal barbiere, aveva cercato in tutti i modi di immaginare la fisionomia di chi si metteva a rubare i mazzi di fiori dalle tombe altrui. Forse si trattava di un’assurdità, ma l’idea gli era frullata per la testa nel silenzioso passo spedito della sua camminata. Nel frattempo, in merito a suo nonno Rutilio, insieme allo sforzo di raffigurarsi la faccia di quel disgraziato ladro di fiori finti, si erano affacciati alla memoria alcuni ricordi. Momenti di una storia comune nascosti chissà dove, per certi aspetti anche divertenti, che non sorgevano nella mente da anni.
«Massimiliano, fammi la cortesia, … quante ritrose ho nei capelli?» Spartaco si sta fissando allo specchio. Voltandosi ogni tanto a destra e a sinistra finisce per sorridere al suo profilo con un ghigno derisorio. In questa come in altre abitudini è metodico, all’incirca passa dal barbiere a intervalli di un mese e mezzo, sempre nel periodo in cui la luna è nella sua fase calante. Cerca di tener fede alla credenza popolare, ma in realtà taglia i capelli così spesso perché ormai sono del tutto bianchi, quando si allungano appena un po’ ha l’impressione di sentirsi ancora più vecchio. «E questa novella, … da dove salta fuori?!» «Non guardarmi in quel modo, ho solo rivissuto nella mente quello che disse una volta mio nonno Rutilio. Si tratta di tanti anni fa, quando ancora frequentavo le scuole elementari». Per Massimiliano ormai il taglio è fatto, sta fonando i capelli e si ferma un attimo a fissare lo specchio dove lo aspetta la faccia divertita di Spartaco. Sorride e gli accarezza il capo così, tanto per verificare se i capelli sono asciutti. «Guarda qui… Non ti sembra che stiano un po’ ritti?» Spartaco si tocca il lato destro, sulla tempia, dove in effetti i capelli formano un leggero rigonfio che gli modifica la rotondità della testa. «In questo punto hai proprio una ritrosa impazzita». Massimiliano sorride e con le forbici tenta una leggera spunta per riequilibrare la forma che sul lato sinistro sembra leggermente schiacciata. «Questo ciuffo mi amplia la chiorba». «Ti ci spalmo del gel?» «Niente…» «Con il gel ti stanno schiacciati. Le ritrose nei capelli ce le abbiamo tutti. Nelle teste più ribelli o li lasci liberi di andare dove li chiama la crescita, altrimenti, per dare l’illusione che siano in ordine, usi dei trucchi». «Grazie, sono a posto». I due si conoscono dai tempi delle scuole medie, così quelle otto o nove volte l’anno che Spartaco va a farsi i capelli sembra sempre di recuperare il discorso interrotto alla precedente tosatura. Parlano di politica, delle polemiche più vive che suscitavano stizza e rabbia nei vecchi che ancora insistono a svitare la piazza con le passeggiate mattutine e serali. Di corna, di malattie, disgrazie, e soprattutto di sport. Tranne un commento fugace su quello che riportava il giornale nella cronaca locale tra la clientela in attesa di essere servita, non era mai complicato mettersi a discutere dei soliti argomenti, almeno all’apparenza la vita del paese sembrava fluire con una lentezza oscena, fuori da ogni logica temporale. Certi livelli o piani di discussione si incrociavano in modo frenetico solo in tempo di elezioni, allora tutto si mescolava in una bolgia esasperata alla caccia di voti. Ma molto meno anche questo, rispetto al passato. «Lo sai no, … mio nonno Rutilio faceva il barbiere…» «Certo, me lo ricordo eccome, … tuo nonno Rutilio» disse Massimiliano». «Per la precisione il sarto e il barbiere». «Ha cucito anche il mio primo abito, quando sono passato a comunione» disse Massimiliano ridendo. «E poi, a tempo perso, si dilettava a recitare in una compagnia teatrale». A Spartaco, essendo in vena di ricordi così lontani, era sembrato giusto infilarci anche l’esperienza del Rutilio teatrante. «Quando sono venuto in casa vostra per la prova del vestito, alla radio c’era una musica così alta che sfondava i timpani. Roba di opera lirica, che Rutilio inseguiva cantando a tutta randa. Era buffo…» «Non canto perché sono stonato come una capra, ma immagino che fosse questa: Libiam ne’ lieti calici che la bellezza infiora, e la fuggevol ora s’inebri a voluttà. Libiam ne’ dolci fremiti che suscita l’amore, poiché quell’occhio al core onnipotente va. Quest’aria della Traviata la usava sempre per darsi il passo quando camminavamo» disse Spartaco. – «Non so ricordarmi se era questa, …purtroppo con la lirica ho sempre fatto a botte, … soprattutto da ragazzo». – «E poi lui andava in brodo di giuggiole per quell’aria famosa del Rigoletto che diceva più o meno in questo modo: La donna è mobile, Qual piume al vento, Muta d’accento, E di pensiero… Lui la cantava a istinto, tutta, dall’inizio alla fine, dandosi la spinta grazie al tempo che faceva con la giannetta». «Conoscendoti, per te doveva essere una bella scocciatura». «E qui stai sbagliando, perché da bambino il suo canto mi faceva sentire felice. Cantava qualcosa anche quella volta che mi ha detto delle cinque ritrose in testa». «Mentre ti stava tagliando la frangia ai capelli?» «No. Ero impegnato a disegnare una nave dei pirati, in mezzo al mare che avevo riempito di piccoli delfini. Lui si è avvicinato a guardare e ha detto ridendo che avevo cinque ritrose come Lionardo». «Quando parli di musica lirica mi sembra di sentirti bestemmiare, per te così amante del jazz». «Oh, ma quando ho iniziato ad ascoltare questo genere di musica avevo quindici, sedici anni. Lui allora ne aveva novanta, … non cantava più niente». «A che età è stato preso dalla testa gialla?» «Novantadue, finiti appena da un giorno» disse Spartaco. «Nei primi anni settanta, un’età invidiabile per davvero». «In effetti, prima di morire, si è fatto una bella cavalcata» disse Spartaco ridendo, «… anche se ormai, negli ultimi tempi, non ci stava più con la testa. «Non ti ci vedo, sedotto dalla lirica». «Non ne ero mica innamorato, ho semplicemente detto che sentirlo cantare mi rendeva felice». «L’ho sempre preso per un tipo strano, il tuo nonno. Anche allora, … da ragazzo. «Questa cosa delle ritrose mi è tornata in mente adesso, mentre mi guardavo allo specchio». «Bella faccia da gorilla!» disse Massimiliano ridendo. «Dai, toglimi questa curiosità». Una musica rap usciva in sottofondo da un programma radiofonico, se non era disturbata dalle voci e dal traffico provenienti dalla strada sarebbe stata una cantilena sempre uguale a se stessa, canzone dopo canzone. Sullo scaffale incastrato tra gli specchi delle due postazioni di lavoro, in compagnia di alcune bottigliette di sciampo, crema gel, lozioni dopo barba e flaconcini contro la caduta dei capelli, spiccava un libro che raccoglieva tutti i racconti di Ernest Hemingway, scrittore del quale il barbiere non aveva letto nemmeno una pagina, ma lo ammirava in modo spropositato solo perché era stato un grande amico di Fidel Castro. «In effetti sono proprio cinque» disse Massimiliano ridendo. «Allora la sua non era una bugia. Guarda te, mi prendo la briga di verificare questa cosa solo a settant’anni. In tutta la vita quante volte mi hai tagliato i capelli? Mille? Diecimila? … Un milione? Eppure, pensandoci da adulto, ho sempre immaginato che il nonno stesse semplicemente scherzando. Ecco qua, lo scopro da vecchio che non era solo una presa per il culo». «No, no. Sono proprio cinque, e nate in punti dove i tuoi capelli non potranno mai restare sistemati con la riga. Andranno sempre dove gli pare, te lo dico io. Ci sono queste cinque, ma nei hai altrettante di piccole. Corti o lunghi che siano i capelli, la tua testa è piena di vortici spaziali. Chissà se fanno compagnia ai pensieri che hai in testa quando scrivi le tue storie». «I pensieri sono sempre silenziosi, le ritrose invece fanno una gran confusione, almeno tra i capelli». «Come ti è venuto in mente di verificare solo adesso?» «Così, … questo affiorare del ricordo è stato un puro caso. Prima di venire da te sono passato dal cimitero e ho scoperto che avevano rubato un mazzo di fiori dalla sua tomba. Chi si mette a rubare i fiori dalle tombe, dico io?» «Succede più spesso di quello che puoi immaginare, Spartaco». «Non ci posso credere». «Invece è così». «No, mi rifiuto: rubare i fiori alle tombe altrui. Finti poi, che non valgono un cazzo…» «È capitato anche ad altri clienti. Due volte anche a noi; cioè, … a mia sorella, perché è lei che segue e cura da vicino le tombe, io con il camposanto ho poca confidenza». «… te li tirano dietro per pochi euro». «Ti sei svegliato solo adesso?» «Non è che vado al cimitero ogni giorno». «Vedrai se a ridosso della festa dei morti non spariranno anche i mazzi di crisantemi». «Siamo a questo punto?» «Tieni conto che a tirare la cinghia con quindici euro una famiglia di tre persone può farci colazione, pranzo e cena. Ma anche di quattro persone, guarda; messi come siamo. Lo vedo dal numero dei negozi che hanno chiuso anche qui, nel centro storico, dove ormai nessuno compra più niente. Io personalmente, non avrei mai immaginato questa resa totale, anche famiglie che erano da più generazioni nel commercio, decidono di abbassare la saracinesca». «Sì, viene da pensarci anche a me: qualcuno ha rubato il bouquet alla tomba di Rutilio perché non ha soldi neanche per mangiare. Però questa cosa mi ha infastidito. Senza dare un particolare significato alle relazioni affettive che si porta via la morte, questa cosa del furto mi ha proprio disturbato. Quando ci sono di mezzo degli affetti, insieme alla sorpresa si fa luce anche uno strano senso di colpa che poi non è facile togliersi di dosso». «In effetti fa paura». Massimiliano guarda l’amico attraverso l’immagine riflessa allo specchio. «Ma è diversi anni che funziona così». «Con lo stipendio di un dipendente oggigiorno non è semplice organizzare una vita dignitosa». «Per questo motivo ultimamente ho perso anch’io tanti clienti, perché sperano di risparmiare a tagliarsi i capelli in famiglia». «Questo mi è chiaro, il mondo sta cambiando». «Fra qualche anno ci saranno dei computer anche alla guida del trattore». «… che qualcuno manovrerà dallo spazio». «… e farà crescere il grano anche sulla luna». «Alla fine tutti mangeremo la stessa insipida farina, puoi giurarci». Spartaco si alza, va verso l’attaccapanni e prende dal suo giubbotto il portafoglio. Lo estrae e poggia sul banco venti euro. – «Sempre i soliti quindici?» «Sempre così: tre per lo sciampo, dodici per il taglio… Il nostro paese non è una città, ma i cambiamenti sono evidenti anche qui». «Massimiliano, non vorrai mica andare in pensione?» «Ancora no, ma ci sto davvero pensando. Lo sai qual è il danno?» «Qual è?» Massimiliano si mette a ridere e scuote la testa, poi porge a Spartaco i soldi del resto: «… che con la pensione da artigiano ci fai la fame». «Ti capisco. Ti capisco davvero». «Andiamo avanti, … comunque sia» dice Massimiliano ridendo, «quando si arriva alla festa dei morti dal cimitero non spariscono solo i mazzi dei fiori, ma anche i lumini. Dalle tombe tutto può sparire: i vasi, le protezioni in vetro delle luci votive. Noi esseri umani siamo imprevedibili». «Vero, … in fondo nessuno sa immaginarsi come sia il gheriglio dentro il guscio della noce». «Mi prendi in giro, … cos’è il gheriglio?» «Il gheriglio è la parte interna della noce, … quella che si mangia». «La sua anima?» «La sua anima, se così vuoi chiamarla». Ormai Spartaco si è avvicinato alla porta della bottega. Si gira con l’intenzione di uscire, e intanto continua a parlare: «Ciao Massimiliano, … alla prossima». «Nel frattempo speriamo che qualcuno non ci prenda a bastonate». «Ah, ah…, ah. Ciao bello».
A mezzogiorno insisteva ancora ad essere una giornata soleggiata. In cielo neanche una piccola nuvola. Ma neppure in lontananza, a fare da cappello al profilo dei monti, si scorgeva l’abbozzo di un insignificante sputacchio biancastro. Un celeste così uniforme sembrava trasformarsi nel pavimento del paradiso, dove si era obbligati a camminare senza far chiasso. Dopo essere uscito dalla bottega di Massimiliano, Spartaco aveva continuato a pensare al nonno. Isolato nei suoi ragionamenti camminava sul marciapiedi che costeggiava un convento di monache di clausura e una fila ininterrotta di auto parcheggiate tra le strisce blu degli spazi a pagamento. Alla fine della strada c’era un panificio dove a quell’ora si affollavano numerose persone, pensando di evitare la possibilità di mettersi a parlare con un conoscente decise di infilarsi in un vicolo buio e stretto che sbucava a ridosso delle mura della cinta medioevale. Dietro le mura c’erano i giardini pubblici, e poi un’irta salita che terminava al vecchio convento dei frati francescani, ora trasformato in una casa di cura. La stessa struttura nella quale da bambino lui accompagnava il nonno a fare i capelli ai seminaristi e dove, a proposito di lirica, dopo aver completato il taglio, si fermava sempre un’ora a cantare le sue arie con l’accompagnamento di un frate che suonava l’organo. La salita per raggiungere il convento era lunga un paio di chilometri, avrebbe tolto il respiro anche al più in forma degli atleti, così Spartaco scelse di attraversare di nuovo il centro del paese facendo una via dove non c’erano negozi e bar. L’improvviso sibilo della sirena dell’ambulanza finì per risvegliare la paura di uno sciame di storni fermo sulla grande chioma di alcuni lecci e adesso si stava muovendo a ritmo come se fossero un branco di sardine o di acciughe, sussultando nell’aria in cento figure diverse. Lui sorrise divertito, stava cercando di ricordare quand’era stato l’ultima volta che aveva ripensato alla scena del nonno e delle ritrose. Impresso nella mente c’era l’immagine del bambino che anziché pensare ai compiti aspettava l’ora della Tv dei Ragazzi facendo dei disegni su quei fogli gialli nei quali il macellaio aveva incartato la carne che comprava sua madre o la nonna Ginetta. Non usava il quaderno da disegno della scuola, ma questa carta rustica dove il risultato dei colori si spengeva in quel giallo quasi terroso, e soprattutto doveva fare attenzione a non premere troppo le matite, altrimenti in quel punto si sarebbe sfilacciata. Quel giorno Rutilio nell’avvicinarsi a Spartaco esprimeva un atteggiamento particolarmente allegro. Era sempre stato un sognatore, anche da vecchio, e nel periodo che Spartaco frequentava le scuole elementari aveva contagiato anche lui. Aveva sette anni, frequentava la prima elementare. Rutilio si avvicinò a guardare il disegno e gli disse che da adulto sarebbe diventato un famoso pittore. «Perché, nonno?» «Di preciso non lo so. É una sensazione che provo, … forse perché in testa hai cinque ritrose come Lionardo». Rutilio a quel punto gli aveva preso la testa tra le mani e con l’indice iniziava a toccare il punto dove i capelli formavano come un vortice. «Ecco, vedi? E uno, … eddue, …ettre, e quattro, … eccinque». Nei giorni successivi Spartaco questa rivelazione di Rutilio l’aveva raccontava alla sua maestra delle prima elementare che, dopo aver precisato che l’artista famoso si chiamava Leonardo, si era messa a ridere. Lo aveva detto anche agli amici e a delle bambine, per farsi bello. Solo che il nonno aveva detto Lionardo, così quando lui si insuperbiva, i suoi ascoltatori iniziavano a ridacchiare. Alla fine, quando fu consapevole che nessuno lo prendeva sul serio, smise proprio di parlarne. Raccolse da terra un volantino, probabilmente tolto dal tergicristallo di un’auto e gettato con indifferenza dal conducente, come un rifiuto qualsiasi. Era lì, caduto giusto a portata di mano. Spartaco si era piegato a raccoglierlo per soddisfare la sua curiosità. Niente di nuovo, all’orizzonte solo l’apertura di un Bunger King situato nella zona commerciale. Nell’ampio spazio in cui fino a pochi anni prima c’era stato un magazzino all’ingrosso di pellame adesso sorgeva questo ristorante fast food e un sontuoso centro estetico. L’uomo moderno è un microcosmo dove in certi momenti immaginazione e realtà si sovrappongono, non era stata una semplice illusione, il flash di un’immagine bugiarda. Nel tempo questo particolare delle ritrose era stato interamente rimosso. Riappariva adesso, per una ridicola coincidenza legata al furto di un bouquet di fiori finti rubato dalla tomba dei suoi nonni. Pensandoci ora, a cinquant’anni dalla sua morte, Rutilio era stato davvero un sognatore a piede libero. Non aveva mai avuto importanza sul quanto fosse stato preciso e puntale nel raccontargli un fatto realmente accaduto, perché sarebbe stato afferrato sempre e solo dall’incanto di quella sfrenata fantasia. Punto e basta. Ai suoi occhi Rutilio si era costruito nel cervello una grande cartina geografica. Ma davvero così grande che non finiva mai. Grande come tutto l’universo. Ma forse anche più grande di tutto l’universo, perché in quella testa navigava e navigava in cerca di una meta inesistente, come succede per qualche sogno che si fa ad occhi aperti. Da piccolo Spartaco lo ammirava soprattutto perché spesso e volentieri faceva viaggiare l’immaginazione in luoghi dove non sarebbe mai arrivato da solo, e poi perché le volte si metteva ad immaginare le prospettive del suo futuro, aveva sempre l’impressione di trovarsi incanalato in un successo straordinario che crescendo avrebbe raggiunto. Non è una prerogativa dei nonni, di tutti i nonni, questo fatto di aprire ogni tipo di porta agli occhi di un bambino, però il nonno di Spartaco era così, perché quando lui gli faceva una domanda riusciva sempre ad aggrapparsi a qualche impressione reale per farlo ridere di gusto, e al di là di tutto capiva che l’importanza del gioco stava nel fargli la domanda. Non quello che veniva fuori, ma esprimere solo una domanda per vederlo veleggiare verso un mondo che nessuno aveva mai visitato. Insomma per lui era una specie di attore capace di interpretare sulla scena qualsiasi ruolo, tanto da immaginarlo come una figura mitica sopravvissuta a chissà quale apocalittica catastrofe. Non sapeva se fosse giusto considerarlo un complimento, ma la sua mania di fantasticare ad occhi aperti lo aveva contagiato per tutta la vita. La prima volta che lo colpì con questo suo arzigogolare nell’immaginazione frequentava la prima elementare e nonostante fossero passati molti anni il gioco lo intendeva ancora come un momento speciale dove realtà e simbolo stanno sullo stesso piano. Anzi, di più: finiscono per stare uniti, … per sciogliersi nello stesso brodo. Il gioco è una cosa seria. “Ci si diverte comunque, ma è sempre una cosa seria, a partire dall’idea e dalla sua organizzazione”, pensava Spartaco in quel momento. Adesso che aveva settant’anni poteva dirlo, doveva ringraziare anche Rutilio se era cresciuto così esigente. In realtà poi la vita è complicata, così piena di confusione, chissà se ha senso andare oltre certi limiti, andare oltre il silenzio che c’è dietro la realtà dei fatti.
In fondo al vialetto di cipressi era apparso il cancello del cimitero, dove sul muro di cemento stava scritto:
MA L’ANIMA NON MUORE!
Bello grande. Scritto con della vernice nera, a caratteri cubitali.
Rutilio parlò di uno scherzo di pessimo gusto, opera di qualche giovane scalmanato che certo non sapeva come impiegare il tempo. I sassi che selciavano la strada gli entravano nei sandali, Spartaco si fermò a toglierli e suo nonno, per mettergli fretta batté il manico della giannetta sul palmo della mano. Oltrepassato il cancello del cimitero intravide il becchino e gli andò incontro, lasciando il nipote a combattere con quei sassolini bianchi e taglienti come frantumi di vetro. L’uomo stava scavando presso una fila di tombe, quando Rutilio lo salutò. «Ho appena finito di scalzare i marmi». Sputò la cicca che si era spenta al filtro. «Prima di scavare la terra preferivo attendere il suo arrivo… So che ci teneva» La faccia del becchino era accaldata e tremava ogni volta che faceva uno sforzo fisico. Spartaco, solo osservando le smorfie di quell’uomo, estraneo ad ogni forma di sofferenza, ricordò che il nonno spesso aveva parlato della riesumazione dei resti dello zio. Le sue ossa avrebbero dimorato in un loculo che Rutilio, per accontentare i morti e i vivi, ai quali non avrebbe lasciato nessun debito, aveva comprato doppio per starci un giorno anche lui e la moglie. In quella parte di cimitero le tombe avevano i marmi rotti o divelti e le croci, che fossero di marmo, di pietra o di legno, erano tutte fuori asse, per alcune addirittura sembrava che la terra fosse stata risucchiata nel vuoto di una voragine di cui restava visibile solo una ferita cicatrizzata dalle erbacce seccate dal caldo di stagione. Molti nomi dei defunti non erano più leggibili e forse solo il becchino, ormai vaccinato contro ogni forma di paura, sembrava sapersi orientare. «É tanto che siamo usciti dalla guerra, eppure mi sembra ieri. Quanti disgraziati ci hanno perso la buccia! Io sono il primo a reputarmi fortunato, se lo racconto oggi è perché l’ho scampata per miracolo.» Il becchino si passò le mani sulla fronte stempiata, per aggiustare i due ciuffi di capelli che gli crescevano proprio sopra le orecchie. «Non si sputa sulla fortuna, io dico… Pensi che mi scoppiò una granata a pochi passi. Le schegge fischiavano dappertutto quel giorno, disorientato com’ero mi gettai a terra e chiusi gli occhi. Piangevo come un bambino, e in quella confusione di spari e di scoppi che non sembrava finire mi sono pisciato anche nei calzoni. In quei momenti pensavo solo di morire. Sì, sentivo la morte nell’aria come un odore che portava il silenzio dentro la mia testa. Ero lì, immobile, gli occhi chiusi, aspettavo in preda alla paura più profonda che giungesse la scheggia giusta a farmi a pezzi. Quando ho capito di averla scampata, la gioia era ancora più forte dell’odio che provavo contro chi mi aveva costretto a stare in quel posto di merda, e più forte anche dell’umiliazione di scoprirmi fradicio di piscio al cavallo dei calzoni. Per questo oggi mi arrangio anche a fare il becchino, pur non essendo il massimo che si possa aspettarci dalla vita. Non si sputa più sulla fortuna, quando si è passati da queste situazioni». «Lei di che classe è?», gli chiese Rutilio. Il becchino era nato nel 1922. A gennaio del 1922. «Oggi mio figlio avrebbe avuto un anno meno di lei» «Sono nato il giorno della Befana, di quarantacinque anni fa», precisò il becchino. «Lui era nato di settembre… Settembre del ventitré». «Faccio questo mestiere da almeno dieci anni. I primi tempi proprio non sapevo ambientarmi, alla fine però ci ho fatto lo stomaco. Prendo la vita come quei direttissimi che sfrecciano sulla ferrovia, ai quali non si riesce mai a contare il numero dei vagoni. Dentro a quella velocità sono incuranti di tutto». Si soffermò a guardare la punta della pala, sputò sulle mani e tolse un po’ di terra dal bordo dello scavo. Aveva alzato la testa per guardare oltre il muro del cimitero, e perso nello sguardo sospeso sul paesaggio collinare, riprese a conversare con aria stralunata. «I pianti che sono inzuppati in questa terra! Forse qua sotto, a qualche decina di metri, in tanti anni si è formato un lago… Mi dia retta Rutilio: guerra o malattia, gli diamo un valore solo noi perché si continua a vivere. La scalogna è quando ci coprono con due metri di terra troppo presto. Le madri si strappano i capelli, le vedove baciano questa terra così scura che sembra merda, in fondo in fondo però il sole sorge e tramonta ogni giorno. Ieri ho seppellito uno della mia età che era morto di tumore. I medici all’ospedale gli avevano aperto e ricucito lo stomaco senza neppure dargli l’illusione di aggrapparsi a un filo di speranza». Rutilio supplicò il becchino di sbrigarsi. Dal cancello era entrata una donna con in mano un mazzo di fiori. «Non stia a preoccuparsi, mi basta un quarto d’ora. Massimo venti minuti. Nei giorni scorsi è piovuto, così la terra non è soda come i mattoni». Intanto Spartaco si era soffermato a guardare il marmo che stava sulla tomba dello zio, provando una certa impressione a vedere inciso il nome e cognome che lui stesso portava. In quel momento non riusciva ad immaginare cosa avrebbe potuto augurarsi per il futuro, di fronte a quella vita spezzata a causa della guerra. Lui ce l’avrebbe fatta a crescere, a realizzare un’esistenza? Solo sua madre riusciva a tranquillizzarlo contro queste paure. All’esile ombra della croce di marmo di un’altra tomba, il becchino aveva messo il fiasco del vino con il collo chiuso da un bicchiere sporco di ditate. Spartaco intravide tra la terra smossa qualcosa di colorato e spostò due o tre zolle più compatte per capire che si trattava di un fiore di plastica, di una rosa rossa per la precisione, ormai senza più gambo. «Lo vuole un goccetto di vino?». Rutilio accennò di no con la testa. «Lo fa mio cognato e non è poi malvagio». Il becchino bevve e prima di rimettersi a lavorare fece uno schiocco con la lingua. «E tu che ci fai? Perché circoli da queste parti?». «Mi chiamo Spartaco, proprio come lui» disse indicando la lapide. «Sicché io a questo punto dovrei scavare?» «È mio nipote, sa tutto di suo zio», disse Rutilio. «Nisba… madonna vergine! Non funziona così». Si riempì un altro bicchiere di vino, tenendo il fiasco sottobraccio come una fidanzata. Nel piegarsi in avanti ebbe un attimo di esitazione e il vino finì per traboccare dal bicchiere. Bestemmiò di nuovo, a denti stretti, dicendo che non voleva dei ragazzini tra i piedi. Spartaco arretrò di uno o due passi, perché lui non gli toglieva gli occhi di dosso. «Ma è mio nipote! Dio santo, non si tratta di un estraneo». «Mi ascolti Rutilio… per me è sempre un bambino». «Non può fare uno strappo?». «Non è questione», disse il becchino, «sono proprio io che non me la sento di continuare se il ragazzo non si allontana». Bevve d’un fiato dal bicchiere che parlando con Rutilio aveva finito per coccolarsi in mano. «Mi dispiace, ma è così. Vado già male io a braccetto con la testa gialla, figuriamoci quello che può provare un ragazzino. Una paura improvvisa poi non si scrolla più di dosso. Ci creda Rutilio, lo faccio nel suo interesse». «Mio nipote deve restare!». «Questa è la pala, … e questo il piccone. Se pensa di fare a modo suo, prende e si mette a scavare. Ho così tanto lavoro che mi fa un piacere». «Avanti, si brighi allora!». «Perdinci! Mi ci metto con i denti, mi ci metto, … appena il ragazzo se ne sarà andato. Lavoro più tranquillo senza averlo tra i piedi. Me lo sognerei la notte sennò, con quel suo sguardo impaurito. All’ospedale così giovani non li fanno neanche entrare a visitare un malato». «Pensare che sono stato io a costringerlo a studiare in seminario». Rutilio si era tolto il cappello e lo cincischiava tra le mani, fissando il mucchio di terra appena rimossa. «Lo obbligai quasi, perché era l’unico modo per dargli una posizione senza stare coi fascisti. A lui piaceva dipingere, ma non aveva poi molto le idee chiare. Se mi avesse detto che nella vita voleva fare quello, non so, forse gli sarei andato dietro. Però lui accettava tutto quello che gli proponevo. Era un ragazzo intelligente, solare. Per mandarlo a studiare in seminario abbiamo fatto molti sacrifici, a cominciare da me per finire all’altro mio figlio, il padre di questo ragazzo che vede qui adesso. E quando scoppiò la guerra si capì al volo che prima o poi avrebbero richiamato anche quelli nati nel ventitré. È partito per il fronte quando mancava solo un mese a cantar messa. Questo mi racconta l’assurdità della vita. Meglio prete che essere spediti al fronte. Ma poi non è andata così». «Su, ragazzo, … allontanati. Ti chiameremo quando non c’è più niente da vedere». Il becchino aveva già sbarbato la croce di marmo. Spartaco fissò il nonno, ma Rutilio ormai si era perso a parlare di suo figlio. Si allontanò camminando distrattamente, seguendo con lo sguardo la sua ombra piatta stampata sui sassi, lunga a sottile. Non sapeva in quale parte di mondo mettersi ad aspettare il nonno, e quei sassetti bianchi e taglienti del vialetto ricominciavano ad entrargli nei sandali e a pungerlo come se ci fossero degli spilli. «Spartaco! …». «Sì, nonno?». «Mi raccomando, resta nei paraggi. Al momento che me ne vado vorrei trovarti subito». «Va bene». Il suo sguardo era stato nuovamente conquistato dai ricordi che si impastavano a quella terra asportata con cautela. Nell’attesa di sentirsi chiamare Spartaco pensò di intrattenersi con un gioco, ma quale, in un cimitero? Dentro la sua mente era uno sciabordio di fatti liquidi che vorticavano intorno al nodo di tristezza aveva finito per assalirlo. Solo questo. Nessuna energia. Le acque si rifrangevano portando i ricordi del nonno alla deriva, mentre la quiete che c’era nel cimitero diventava sempre più angosciante. Sentiva di non poter fare niente per aiutarlo e sinceramente, adesso, a mente fredda, lo impauriva anche solo l’idea di aver rischiato di assistere all’esumazione. Alla fine anche la possibilità che lo zio non avrebbe fatto il prete se le cose fossero andate in modo diverso, detta dal nonno adesso gli sembrava una menzogna, perché lui si era sempre vantato con orgoglio di questa sua vocazione religiosa. La scalogna di quest’uomo fregato dalla guerra appena un mese prima di cantar messa era in sintesi il nocciolo magico dell’unica figura eroica della sua famiglia, uno che avrebbe potuto fare perfino il prete o l’artista e alleviare la sofferenza dell’umanità. La coincidenza del suo nome con quello dello zio mise doppiamente in crisi Spartaco, perché nonostante la sua morte prematura i giudizi nel paese finora avevano sempre confermato la credibilità dei racconti del nonno. Spartaco aveva visto solo un paio di foto, ma i lineamenti dei loro volti se li avesse sovrapposti avrebbero coinciso in tutto e per tutto. La fronte alta, lo zigomo un po’ marcato, la protuberanza del naso e la fossetta sul mento, tranne il colore dei capelli tutto sembrava coincidere: lui del colore del grano maturo, lo zio sul biondo chiaro, che però dalla foto in bianco e nero appena si percepiva. Il confronto con questo personaggio del quale portava il nome gli aveva sempre pesato e fatto paura, perché non sembrava possibile che a una vita così ricca di talento non fosse stata concessa almeno una possibilità di costruire qualcosa di importante. C’era stato un momento in cui addirittura Spartaco aveva cominciato a pensare che sarebbe morto anche lui a ventidue anni, disperato chiedeva certezze a sua madre: ora non c’è più la guerra, ma si può morire ugualmente a vent’anni?, le chiedeva. Sua madre allora tentava di distoglierlo da quei pensieri affermando che la natura ha sempre un suo punto di equilibrio per controbilanciare sfortuna e fortuna. Altre volte lo rassicurava dicendo che come per gli individui ci sono dei periodi tristi e dei periodi felici, così accade anche per le famiglie, Spartaco sicché poteva stare tranquillo, visto che la loro quota di disgrazie era già stata pagata da un pezzo. Lei rideva e Spartaco finiva per tranquillizzarsi, anche se poi immaginare cosa avrebbe fatto da grande era difficile come pensare alla morte dello zio, del quale aveva ereditato il nome. Dietro al cancello trovò la fontana e si avvicinò per bere. Aprì il rubinetto, ma l’acqua che uscì era calda come il piscio. Nell’attesa di far scorrere tutta quella ristagnante dai tubi, posò lo sguardo sulla bottiglia adagiata sotto la cannella. Dentro vide una forma che annaspava a pelo d’acqua e si ritrasse di scatto, come impaurito. Gli uscì appena un gemito di sorpresa, mentre indietreggiava continuando a guardare l’essere che si muoveva freneticamente dentro la bottiglia. Spartaco si guardò intorno in cerca di aiuto, anche se un po’ si vergognava di distogliere Rutilio mentre si confessava con il becchino. Il sudore si stava ghiacciando, mentre intirizzito continuava a fissare la bottiglia. Il sole era ancora alto in cielo, così chiuse le palpebre. All’improvviso vide come un bagliore che si restrinse sulla visuale del cielo senza nuvole. Era solo un mondo non più grande di un chicco di grano, quello con il quale doveva confrontare il proprio futuro, dove ci sarebbero state seminate dagli uomini tante menzogne per modellare la realtà con la proiezione dei desideri. America, Russia, Inghilterra, i due poli, l’equatore, tutto stata racchiuso in un piccolo gesto scosso da un’improvvisa paura, un rimorso che aveva velato anche gli occhi di Rutilio nel tentativo di convivere con le proprie bugie. Il brillio fastidioso della luce del sole aveva finito per mangiarsi tutti i colori. Spartaco avrebbe urlato, se solo la paura non si fosse impadronita dei suoi stati d’animo. Si azzardò a fare un passo avanti, ma era un gesto incompiuto, gli tremavano le gambe e le braccia, il cuore batteva all’impazzata e un dolore saliva dal petto fino a chiudergli la gola, quasi a togliere il respiro. Tutto a un tratto aveva una gran sete, sentiva la lingua riarsa e la gola prigioniera di un costante pizzicore. I cipressi erano un’antica muraglia dove una moltitudine di passerotti faceva il nido e la luce non disturbava il sonno dei morti. Poi una mano lo afferrò da dietro le spalle e urlò tutto il suo malessere interiore. «Che c’è, … vedi gli spiriti in pieno giorno?». Una donna spostandolo aveva tolto i fiori e lavato il vaso di cristallo con l’acqua che scorreva dal rubinetto. Spartaco aspirò tutta l’aria che gli era possibile accogliere nei polmoni, poi cominciò a balbettare qualcosa rivolgendosi a lei. «Lì-lì… de-dentro, che-che ci-ci sta, lì-lì de-dentro la-la bo-bottiglia?» «Ma niente, benedetto ragazzo!» «Tu, tu gua-guardaci allora, faffai pre-presto!» La donna prese in mano la bottiglia e ci guardò dentro attraverso la trasparenza del vetro. Si picchiettò la fronte con due dita e rovesciò in terra il contenuto, poi con le mani bagnate si massaggiò il collo grasso e tozzo. «Hai visto? Era solo una lucertola» «Una lucertola?!» «Esatto, … proprio lei» Allora vinse la paura e prese quella povera bestia dalla coda per depositarla in un luogo più asciutto. La lucertola, piccola e indifesa, scodinzolava con dei movimenti lenti e impacciati, con il corpo ancora gonfio di acqua. «E ora, morirà?» Il tremito adesso si era calmato, ma sentiva bruciore alla faccia. «È una lucertola, … mica un essere umano» disse la donna. «Chissà quante ne avrai uccise o tagliato la coda per divertimento, perché fai codesta faccia da funerale? Ve’ là, è già tutta arzilla» «Com’è buffa, sembra ubriaca» «Voi ragazzi oggi vi impaurite quando schizza un moscerino nell’occhio. Ecco il guadagno a farvi crescere così in fretta» Mentre la donna aveva finito per parlare a se stessa, la lucertola era sparita tra i ciuffi d’erba che crescevano lungo il muro. Dopo un profondo respiro Spartaco si sentì leggero, leggerissimo, e senza salutare la donna cominciò a correre verso l’uscita del cimitero. Negli ultimo tempi Rutilio gli aveva detto svariate volte che la morte va presa come un sentimento di paura che arricchisce la vita, e forse solo per questa sua idea voleva farlo assistere all’esumazione della salma di quello zio che non aveva mai conosciuto. Anche se lo aveva mistificato in tutte le salse, per nascondere la necessità di evitargli prima il fascismo e poi la guerra, Spartaco poteva perdonare perché glielo faceva sentire più umano. In fondo il nonno, con la sua falsa versione dei fatti, non aveva che accentuato la mostruosità del destino capitato a quel figlio. Gli aveva detto spesso, senza riuscire a comprenderne il significato, che la vita è una strada dove si cammina con dei pesi legati ai piedi, Spartaco però non aveva mai immaginato fosse anche una battaglia serrata contro le proprie illusioni. Arabeschi di luce filtravano dai cipressi battendo sulla nuda terra. Uscito dal viale di accesso si ritrovò sotto la cappa di un cielo azzurro che si stava squagliando su tutta la terra. Incontrò un fosso e lo saltò a piè pari, e là dove terminava il campo di granturco non ancora maturo, una quercia gigantesca aveva finito per colpire il suo sguardo. Cominciò a fischiettare una canzone di Lucio Battisti che andava di moda nell’estate del ’67, colpendo le zolle di terra e immaginando di star giocando una partita di calcio. Pensò per un momento anche a Rutilio, il suo grande nonno, che non trovandolo si sarebbe di colpo impensierito. Poi chiuse gli occhi, immaginando di volare verso quella quercia come un fringuello. Decise di non tornare indietro, verso il cimitero, ma di aspettarlo lì. Vista in televisione o al cinema la morte non era mai banale come in bocca al becchino, e neanche nei fumetti che leggeva la fine di un’esistenza scadeva mai al puro calcolo dei vivi. Rutilio invece era entrato in una fase che ci pensava in ogni momento della giornata. In ogni frase, ogni ricordo, quella dannata parola ci finiva dentro, così qualche volta se ne usciva con delle versioni completamente discordanti da quelle tante storie raccontate in passato. Ma su tutto ultimamente cambiava la versione dei fatti, come se non gli restasse quasi più tempo per fare pulizia.
BREVE NOTA. MA L’ANIMA NON MUORE! è uscito in BUGIE (Avagliano Editore, 2004) una raccolta che conteneva dieci racconti di narratori italiani, a cura di Idolina Landolfi. L’acquerello con le canne di bambù è di Konrad Dietrich, realizzato appositamente per questo racconto.
Quel pomeriggio Rutilio aveva faticato come un matto a strascicare fuori dal sottoscala un rotolo di carta enorme, spesso, carico di piegature incartapecorite nascoste da uno strato di polvere. Lo fece cadere dal piano più alto di uno scaffale ma alla fine, visto che non ci stava riuscendo, per poterlo trasportare fu costretto a chiedere l’aiuto di Spartaco. Continua la lettura di Non è solo un modo come un altro per ricordarsi del Natale→