Otto poesie

di Franca Calcabotta Sirica con una Nota di Donato Salzarulo

SOGNO SOTTO L’ANTICA QUERCIA DI DODONA
 
Sogno sotto l’antica quercia di Dodona…
Respiro nell’assenza di suoni.
Mi avvolgono le essenze d’autunno.
Domani un oracolo prenderà la mia mano.
Trepidante, aspetterò il suo responso,
il suo racconto del mondo.
 
Penso sotto l’antica quercia di Dodona…
Guardo la luna vestita di nubi leggere.
Trasparenze di luce m’incantano,
seducono il mio sguardo silenzioso…
Tracciano le mie dita il percorso delle stelle.
Qui, fra i boschi dell’Epiro,
lascio correre i miei desideri.
 
Piango sotto l’antica quercia di Dodona…
Vorrei che il buio m’inghiottisse,
per proteggermi dal dolore del vero.
Vorrei annullare questo posto a me caro,
cancellare la sua storia e il suo mistero,
per non leggere gli orrori dell’uomo,
per non tradurre le parole amare del vento.
 
Canto sotto l’antica quercia di Dodona…
Aspetto la dipartita della notte.
Sospendo il tempo, abbandono la mia voce,
come una fiamma che non sa più tremare.
Voglio solo ascoltare il fruscio delle fronde.
Nell’aria, che ha l’odore del mattino,
le foglie diffondono melodie presenti.
 
 
 
ATENE, INVERNO 2012
 
Sono scesa fra le vie d’Atene,
svuotate di sorrisi e di tempo.
Ho rubato le laceri vesti di terra greca
per indossare il dolore della gente.
A piazza Syntagma
ho raccolto rabbia e lacrime.
 
«Al mercato di Atene
hanno venduto tutti i colori!»
Così m’ha sussurrato
un anziano dalle mani stanche
porgendomi ciambelle e fichi.
Si spegneva la sua voce
con la luce fredda della sera.
 
Un cielo di pianto
bagnava le colonne
dell’Acropoli silenziosa.
Nel lungo inverno ateniese
attendevo la notte.
Sognavo ancora di riempire le mie tasche
con l’oro delle stelle micenee.
 
 
 
CARNEVALE A PATRASSO
 
Ti ho incontrato a Patrasso,
tra i carri di un freddo Carnevale.
Vendevi insolite maschere,
volevi in cambio parole.
 
Nuvole d’allegri coriandoli
musicavano le tue danze.
I profumi della terra achea
alleggerivano i tuoi passi.
 
Tremavo come una foglia nuda,
ti offrivo gocce di dolore.
Mi ricoprivi di stelle filanti,
custodivi la mia storia fra i tuoi tesori.
 
Dalle tasche mi hai sfilato tutti i ricordi…
Poi ti ho perso, ti ho cercato,
la folla mi strappava il mio abito nuovo.
Ho abbassato lo sguardo stanco.
 
Tra le mani mi avevi lasciato una maschera,
leggevo fra i suoi colori la mia nuova storia,
ridevo tra i carri in festa,
il sole di Patrasso mi scaldava il cuore.
 
 
LA MIA NUOVA ITACA
 
Qui, su questa roccia,
aggrappandomi
ai rami di un fico
cerco la mia nuova Itaca.
Nelle pieghe delle vesti,
nascondo stelle e ricordi.
Serviranno a chi scriverà la mia storia…
ai navigatori sulla mia rotta.
M’illudono le onde in movimento,
sembrano voci di velieri in arrivo.
Poi torno alla compagnia del silenzio…
Stendo il mio corpo
segnato dal tempo impazzito,
dall’orgoglio della solitudine.
Nella metamorfosi della mia esistenza
divento sovrano della mia nuova Itaca.
 
 
SUI SENTIERI BOSCOSI DELL’EUBEA
 
Tornano i miei passi
alle vette dell’Eubea,
dove il vento ha la voce
dei suonatori di flauto.
Ritrovo, sui sentieri boscosi,
le tracce dei miei sogni,
le melodie dei miei desideri.
All’ombra di un platano orientale
la musica di pastori erranti
accompagna le memorie del mio passato.
Lascio tutti i ricordi:
ai mendicanti di storie lontane,
agli aedi narranti il dolore,
ai libri innamorati delle parole.
Poi, d’improvviso, ascolto il silenzio.
Su una foglia si offre,
immobile,
una farfalla…
Con le sue ali spiegate
difende la nudità
del mio nuovo vivere.
 
 
 
SFIORIRE D’UNA CHIOMA
 
Lembi di nuvola, nelle mani del vento.
Brandelli di velo, sulla nudità dei rami.
Profumo d’essenza tra melodie d’api.
Impalpabili, vagano i tuoi petali
come stelle cadenti.
Mi riporti ai tempi dell’età imprudente,
del tutto o niente, del dolore assente.
Ali d’Icaro dissolte,
una fuga di bianco,
un attimo in volo, un alito di vita.
Brevità dei giorni in caduta rapida.
Non piangerò, come Dedalo,
la morte del figlio.
Lascerò al sole
il potere di scioglierti,
come neve che nutre la terra.
Non abbraccerò, come Apollo,
Dafne che muta.
Lascerò al tempo
la forza di strappare
il mio passato,
come un fiore che lacera le vesti
per divenire frutto.
 
 
A TIRINTO
 
Tirinto, vecchio gigante,
dormi fra gli aranci in fiore.
Si alternano silenzio e vento
guidandomi alle tue porte.
Sfioro queste antiche mura
che non hanno l’assenza di tempo.
Una schiera di papaveri,
armati di sola bellezza,
ferma il mio sguardo.
Piccoli fiori viola,
in un puzzle perfetto,
s’affacciano dalle tue feritoie
come timide guardie,
dagli occhi socchiusi.
Una cascata di campanelle
precipita fra i miei pensieri
per dissolvere ogni tristezza.
Percorro passaggi coperti
raccogliendo pezzi di vita
di chi da qui è già passato.
Il tuffo di una rana,
nel buio di un pozzo,
mi riporta al desiderio dell’età adulta
quando si vende l’infanzia
alla paura della metamorfosi.
Tornano i miei pensieri alle zagare,
ricoprendo col profumo di Tirinto
le nuove strade del mio futuro.
 
 
 
 
NEI PROFUMI DI CITERA
 
 
Nei profumi di Citera
s’è rivelata Afrodite.
La veste d’azzurro mare,
s’è impigliata agli scogli;
la chioma d’alghe sospese
s’è sparsa nei soffi di vento.
Un faro illumina le onde,
come una stella di luce
inonda il buio d’acqua.
Lo sguardo di madre
cerca la nave di Enea,
il figlio esule e stanco.
Lì, silente con passo lento,
l’Egeo tramuta nello Ionio.
Nessun’ombra di veliero,
nessun canto di migranti.
Nei profumi di Citera
s’è nascosta Afrodite.
Ricorda il volere di Zeus,
quando sposa d’Anchise,
tra i boschi del monte Ida,
respirò l’amore terreno.
Ora tra le greggi erranti,
il padre d’Enea piange.
Partirà per terre ignote,
nei pugni stringe i Lari.
​
La nostalgia sussurra parole
e il sapore del passato torna.
Tra i pensieri s’alzano
i campi di battaglia
i duelli senza timore,
la strenua difesa di Ilio.
Nei profumi di Citera
s’è dissolta Afrodite,
Un’ombra nella nebbia
ne traccia la bellezza.
 

L’AMORE PER LA GRECIA NELLE POESIE DI FRANCA CALCABOTTA SIRICA

                                                                                     di Donato Salzarulo

Le poesie di Franca Calcabotta Sirica hanno un centro: è la Grecia, la sua storia, la sua geografia, la sua cultura, la sua religione, i suoi miti.

Quando la conobbi, nell’autunno del 2019, mi regalò un libretto che la casa editrice Montedit le aveva stampato nella collana “le schegge d’oro”, «un simbolico scrigno letterario – così leggo in quarta di copertina – nel quale vengono custodite le opere degli Autori che hanno meritato riconoscimento e affermazioni nei nostri concorsi letterari.»  Calcabotta Sirica affermazioni e riconoscimenti ne ha ricevuti in vari concorsi.

Ma non fu questo che mi attrasse. Fu il titolo del libretto. Lungo, inusuale e, di primo acchito, vagamente misterioso: «Sogno sotto l’antica quercia di Dodona». Dodona?!…Avesse evocato Delfi, avrei richiamato subito alla mente il suo oracolo, ma che Dodona, si trovasse in una valle dell’Epiro e fosse sede di un antichissimo e importantissimo centro religioso dei popoli pre-ellenici, si perdoni la mia colpevole dimenticanza, proprio non lo ricordavo. Eppure il santuario è menzionato nell’Iliade e nell’Odissea; il culto della “quercia alta chiomata”, secondo la leggenda accolta da Erodoto, si instaurò, dopo che una “colomba nera”, partita da Tebe, si posò sui suoi rami.

Insomma, Calcabotta Sirica ha un vero e appassionato amore per la Grecia, per la sua “mediterranea luce”.

Le sue poesie, in generale, mi sembrano molto evocative e ben architettate. Spesso affrontano, se leggo bene, un tema decisivo della nostra esistenza: quella del tempo e del rapporto passato-presente-futuro.

«Nello sfiorire d’una chioma», infatti, nel momento in cui si avverte la «brevità dei giorni in caduta rapida», non ci si limita ripiegarsi, a volte nostalgicamente, sul passato, ma lo si guarda nell’atto di consegnarsi al tempo, alla sua forza di strapparlo «come un fiore che lacera le vesti / per divenire frutto». L’amore per il passato (greco), quindi, come un semenzaio da far germogliare, fiorire e fruttificare. Mi sembra un’idea del tutto condivisibile. L’io poetante la sviluppa ricorrendo a una corolla d’immagini incantate e attraenti: “mani del vento”, “melodie d’api”, ecc.

Il tempo ritorna nella poesia a Tirinto, “vecchio gigante” della civiltà micenea, che dorme «tra gli aranci in fiore» e, al posto, di soldati, ormai schiera papaveri, piccoli fiori viola, «una cascata di campanelle». Fiorisce, per così dire.

Mentre raccoglie «pezzi di vita / di chi da qui è già passato», l’io assiste al «tuffo di una rana / nel buio di un pozzo». Animale per antonomasia della metamorfosi, il suo tuffo riporta la voce poetante «al desiderio dell’età adulta / quando si vende l’infanzia / alla paura della metamorfosi». Versi un po’ sibillini, degni dell’attività divinatoria di Dodona. Comunque, par di capire, che la metamorfosi vada, comunque, accettata e, allora, i pensieri dell’io tornano alle zagare, agli aranci in fiore che ricoprono «col profumo di Tirinto / le nuove strade del mio futuro».

Dodona, Patrasso, Tirinto, Atene, i sentieri boscosi dell’Eubea, i profumi di Citera, ecc. per Calcabotta Sirica non sono soltanto luoghi dell’anima, visitati e rivisitati, ma teatro, fondali in cui in cui l’io compie, con mente incantata ed amorosa, le sue imprese e le sue avventure conoscitive e sentimentali alla ricerca di una sua “nuova Itaca”. Ossia, di una nuova casa-identità. L’amore per la Grecia-poesia, quindi, come apertura all’altro/a, come forza capace di indurre e regalare metamorfosi.

Difficile dire qualcosa di definitivo su un sentimento che ravviva e fa sognare, respirare, cantare e incantare, desiderare, piangere e ascoltare il fruscio delle fronde, magari immedesimandosi nello sguardo di madre di Afrodite che «cerca la nave di Enea, / il figlio esule e stanco.»

Forse questa luce mediterranea regala alla poetessa “insolite maschere”, in cambio di parole, di stelle e ricordi. «Tremavo come una foglia nuda, / ti offrivo gocce di dolore. / Mi ricoprivi di stelle filanti, / custodivi la mia storia fra i tuoi tesori.»

«Su una foglia si offre,
immobile,
una farfalla…
Con le sue ali spiegate
difende la nudità
del mio nuovo vivere»

Un nuovo vivere che non consente di sfuggire alle contraddizioni del presente. Così, quando nell’inverno del 2012, il parlamento greco è costretto a votare l’ennesimo piano di austerità, voluto dalla famigerata Troika, il cuore di Calcabotta Sirica è lì, ad Atene:

«Ho rubato le laceri vesti di terra greca
per indossare il dolore della gente.
A piazza Syntagma
ho raccolto rabbia e lacrime.»

Anche noi eravamo lì, accanto al popolo greco. Col nostro cuore e la nostra mente.

Febbraio 2021

3 pensieri su “Otto poesie

  1. Un’espressiva trasposizione poetica della percezione di una natura trasfigurata e di un’antica cultura, con qualche scampolo di vita reale, in un rapporto equilibrato.

  2. I versi di Franca Calcabotta Sirica richiamano alla mente la “Elládos Periégesis” di Pausania, un viaggio nella Grecia coi suoi miti classici, i luoghi storici e i centri di culto. E, proprio come nello stile di Pausania, spesso dalla descrizione o dalla suggestione dei luoghi, per connessioni brachilogiche, la parola si espande a altri contesti e, in questo caso, a un respiro poetico ben modulato. Le frequentazioni dell’autrice con la poesia melica monodica classica sono candidamente esposte: “Così m’ha sussurrato/ un anziano dalle mani stanche/ porgendomi ciambelle e fichi.” e, ancora, “Qui, su questa roccia/ aggrappandomi / ai rami di un Fico…” mi rimandano ai fichi di Archiloco: “Lascia Paro e quei fichi e la vita marinara”. La metonimia di “Tirinto, vecchio gigante…” con la Tirinto costruita dai Ciclopi, come Pausania descrive, viene naturale. I versi “Ritrovo, sui sentieri boscosi,/ le tracce dei miei sogni,/ le melodie dei miei desideri.” riecheggiano: “…Un leggiadro boschetto di meli, e altari che fumano d’incenso” di Saffo, sempre col sottofondo musicale dell’Aulos, uno dei due strumenti che
    accompagnavano la poesia melica (l’altro era la Lira)
    “ …dove il vento ha la voce/ dei suonatori di flauto”
    E tutto, ancora, scorre per il volere di Zeus, spesso persecutorio o malevolo quando i suoi desideri non vengono assecondati; volere che prende forma nello sguardo preoccupato di Afrodite per la sorte dello sposo Anchise e del figlio Enea, profughi sul mare Egeo in una nave che non è all’orizzonte:”Un faro illumina le onde,/ come una stella di luce/ inonda il buio d’acqua./ Lo sguardo di madre/ cerca la nave di Enea,/ il figlio esule e stanco.” E’ un temuto naufragio che riporta alla mente un altro abbandono in mare, sempre per volere di Zeus, quello di Danae col figlio Perseo rievocato nei versi di Simonide, poeta del V secolo A.C., noti come “Lamento di Danae” che mi piace riportare per intero nella traduzione di Gennaro
    Perrotta.
    “Quando nella dedalea arca il soffio del vento e l’impeto del mare l’impaurì e la vinse, le gote bagnate di pianto, Perseo con le braccia cinse ella, e disse “Figlio,
    quale pena io soffro! Ma tu dormi, nella triste arca dormi col tuo cuore di bimbo. Nell’arca dai chiodi di bronzo, nella tenebra fosca disteso, risplendi. E sulle tue chiome
    non senti l’acqua profonda passare dell’onda, non senti
    lo strepito del vento; nella veste di porpora giace il tuo bel viso. Se quello ch’è orrendo per te fosse orrendo, udirebbe il tuo piccolo orecchio il mio pianto Suvvia, dormi, dormi bimbo; dorma il mare; l’immensa Sventura dorma. Oh, in te un mutamento,
    Zeus padre, avvenga! e se un voto troppo ardito o non giusto io pronunzio, tu perdona.”
    E’ un pianto che il Mediterraneo dei nostri giorni conosce bene. Non è il volere di Zeus, ma di potenti, improbabili governanti. Grazie a Franca per avermelo fatto ricordare.

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