di Ennio Abate
mi sfiorassero ancora
l’anatra colorata
con pastello d’infanzia
e le anguille nella pentola
tranquille
e in rimorso
la coda del gatto impiccato
(1963 circa)
* Tabea Nineo, Anatra, disegno 19 feb. 1992
poesie su Cologno Monzese (3)
di Ennio Abate
I
la ragnatela di storia che ho sognato
era un rettangolo
fitto di contorti filamenti
un archivio di poveri eventi
e di rozzi o amari commenti
l’avevo stesa
tra uno scaffale ed un altro
nella civica di colognom
e pregavo un pubblico
deambulante e sovrappensiero
che di certo passando l’avrebbe disfatta
di abbassarsi un poco | cautamente
come si faceva da bambini
fra le lenzuola stese sul terrazzo
mettetevi qui | controluce
ammiratene la tessitura
da lì | al buio | mai vedreste | poi insistevo
questo invisibile lavoro
che compare solo ad una certa | amichevole
disposizione di luce
ed ecco | aggiungevo | ora viene | dal rettangolo
gemello della finestra
un bel sole di primavera
e ve lo svela
(4 aprile 1996)
II
erano già ex immigrati in villette accomodati
o cetomedisti panzuti e clientele ossequiose
era già lavoro intellettuale a tempo perso
troppo carbonizzate quelle esistenze
di vite spossate e dalla fatica storpiate
muti i tormenti degli antenati defunti
indecenti da riferire i loro commenti
nulla più vedevano della città futura
e se il puzzo dell’antica miseria trapelava
lo coprivano di retorica per loro falsa gloria
(6 luglio 2026)
Nota
Dal 1995 al 1998 fui coordinatore del «gruppo di lavoro per la storia di Cologno Monzese». Dagli appunti e documenti stralcio un passo del Bilancio di un anno di lavoro (ottobre ‘95-giugno ‘96):
Il Gruppo di lavoro si è riunito quasi mensilmente […] e ha visto la partecipazione di una ventina di persone in gran parte operanti nella rete dell’associazionismo locale.
In vari incontri assembleari e individuali col coordinatore si è proceduto a:
– delimitare il compito della ricerca: non scrivere la storia di Cologno, ma predisporre le condizioni minime per farlo;
– introdurre i partecipanti alla complessità della ricerca storiografica;
– mettere a fuoco la centralità (per Cologno) del problema dell’immigrazione nel trentennio ‘50-’80;
– fornire le prime indicazioni per procedere ad una raccolta di storie di vita (prima traccia d’intervista per temi-chiave, vademecum per la raccolta di storie di vita; vademecum per la raccolta di informazioni utili alla ricerca);
– sperimentare una raccolta di dati per settore (quella sulla scuola, per es., ha avuto risultati incoraggianti).
di Ennio Abate
a Danilo Montaldi
all’improvviso restringersi del mondo
in sterpaglia e cantieri nuovi prigionieri occhi cuori
voleri spenti corpi sfibrati di fatica
stemmo
ohi le sopracoperte a fiorami sulle brande
ohi le collezioni di tiepide bamboline nelle credenze a vetri
prigionieri poi nuotatori
trattennemmo nella muscolatura serrata
l’azzurro respirato dai nostri padri
(9 agosto 1993 | 3 luglio 2026)
Nota
Il titolo della poesia è il sottotitolo del libro Milano, Corea di Franco Alasia e Danilo Montaldi. La copertina ha l’immagine di Giuseppe Guerreschi, Donna di Milano, Corea, (part.) Olio su tela Galleria d’arte moderna, Milano.
“Di Cologno Monzese Montaldi si era occupato assieme a Gianni Alasia scrivendo Milano, Corea, un’inchiesta sugli immigrati pubblicata nel 1960. Preparava una riedizione del libro e mi scrisse per conoscerci e farsi mandare volantini e documenti. C’incontrammo nel novembre ’74. Mi donò poi Autobiografie della leggera e Militanti politici di base, mi mise in contatto con Alasia e mi consigliò di leggere Sara Lindman, Rapporto dal sottosuolo svedese, appena pubblicato da Einaudi”
(da Montaldi riletto nel 2006 https://www.poliscritture.it/2021/04/12/montaldi-riletto-nel-2006/)
Piero del Giudice (1940 – 2018). Allievo di Francesco Arcangeli al liceo Romagnosi di Parma, è stato insegnante, militante politico e sindacale, giornalista e scrittore. Profondo conoscitore del mondo dell’arte, aveva esordito come poeta con “L’evidente povertà dei mezzi” (Guanda, 1979). Aveva poi scritto “I bergamini” (Edizioni E, 1994) sulla vita nelle campagne cremonesi-mantovane, curato la biografia del pittore Edmondo Dobrzanski “Europa wo das Licht” (Edizioni E, 1988) e il catalogo generale dell’artista per il Museo di Casa Rusca di Locarno. Da inviato nella Jugoslavia in guerra (1991-1999) firmò decine di reportages, documentari e docu-film televisivi, come “Scomparso. Storia del comandante Palic” (insieme a Michael Beltrami). Aveva poi scritto “Sarajevo. Il libro sull’assedio della città” (Saraj, Milano 2005), curato le edizioni italiane dell’opera di Abdulah Sidran, Filip David e Marko Vesovic e collaborato con Galatea, rivista europea di informazione con sede nel Canton Ticino.
Nota di Ennio Abate
Agli inizi degli anni Settanta avevo incontrato Piero Del Giudice come collega di Lettere all’ITIS di Sesto San Giovanni e contemporaneamente davanti alle fabbriche di Sesto San Giovanni e Cinisello, dove – militante di «Avanguardia Operaia» io, di «Lotta Continua» lui – andavamo a distribuire volantini o a discutere con gli operai. Dal 1980, anno in cui fu incarcerato con l’accusa di “partecipazione a banda armata”, fino al 1985, anno della sua scarcerazione, scambiai con lui numerose lettere e andai più volte a trovarlo in vari carceri, pur avendo traiettorie di vita e passioni culturali e politiche contigue e diverse in una comune partecipazione alla storia sociale e politica degli anni Settanta a Milano e nel suo hinterland.
di Velio Abati
Com’è nella ragione intima della poesia di Marina Massenz, anche nell’ultima raccolta, La ragazza dei macelli (prefazione di Maurizio Cucchi, Stampa, Azzate 2026), i testi si dispongono come quadri, scene di una biografia femminile. Dico “biografia” e subito ne avverto l’eccesso. Sono frammenti, schegge che l’elaborazione poetica cerca di ricomporre e acquetare.
L’agile plaquette si divide in tre sezioni: dopo la prima, eponima, segue Incorporata e, infine, una Appendice che la nota informa essere poesie “rielaborate” dalla pubblicazione “Nomadi, viandanti, filanti (1995)”. La novità rispetto, per esempio, all’ultima pubblicazione (Ossa e cielo) è subito avvertibile dalla medesima veste grafica delle pagine. Nella prima sezione, dove più insistita ed esplicita è la presenza della Ragazza dei macelli, lo snodarsi dei testi poetici è intervallato da inserzioni di brevi prose, dove ora la predominanza nominale, ora l’estenuazione paratattica, ora il ricorso alla ripetizione onomatopeica sono solo i materiali linguistici più evidenti che assecondano una sorta di fuga dalla determinazione concreta di fatti, persone, situazioni.
Ecco, è proprio a partire da questa zona più esposta che meglio si comprende la nota propria di quest’ultima raccolta, collocata, per certi aspetti, sul versante opposto su cui a suo tempo abbiamo trovato Ossa e cielo. L’asprezza che lì a mio parere costituiva la forza delle fratture rievocative è qui invece sostituita dall’evasività delle immagini, dalle torniture con cui vengono estenuate le testure linguistiche.
Giorgio Linguaglossa è mancato a Roma il 20 aprile 2026. Il rapporto burrascoso che ho avuto con lui tra il 2010 e il 2013 e la successiva rottura non impediscono un mio omaggio sincero alla sua combattiva figura di poeta e di critico. Rifletterò sul suo lascito e forse ne parlerò ancora pubblicamente. Per ora ospito volentieri su Poliscritture i versi a lui dedicati da chi gli è stato fraterno amico e interlocutore puntiglioso per lunghi anni. [E. A.]
di Antonio Sagredo
14 aprile 2026
E si muoveva nella notte come in un bagno d’ombre e di luci
e, fermo, mirò tutti gli universi osservabili e pianse per gli spazi ignoti.
Una musica da nessun luogo mi sommerse, più profonda era la meraviglia
di non poter cantare tutto quel ch’era restato senza note e senza voce.
Nessuna soglia sotto di me e tutto era sospeso con la materia che mi sosteneva,
il canto e il cammino ovunque eguali erano la sostanza del mio esistere.
Non era possibile cadere, e ogni vuoto era una pienezza da amare senza requie,
la materia che vedevo era la stessa del suo contrario, e il mio corpo, ovunque.
Come se lontano dai capestri e dai patiboli non scorgessi più il carnefice
farsi strada vittorioso per i delitti consumati, e incolpevole e senza pietà
avanzava lui coi suoi strumenti per nuovi ordini in altri luoghi consacrati
dal diritto alle esecuzioni e al trasporto dei corpi una volta trionfali voci.
Perché oltre la tomba se non c’è uno spazio eguale in altri universi
siamo paralleli ai rumori delle tragedie che noi registriamo da secoli
e oggi non esiste alcuna soglia reale da calpestare e vivere –
non ci è data se il delitto rifiutiamo prima della nostra presenza in-attuale.
Roma, 15 aprile 2026
eresia critica
Come mi trascina l’anima verso la sua fine di future ossa,
la tortura che ballerina avanza come una milonga circolare.
Non voleva morire con la sua carne devastata dalla critica luce
e non supplicava alcuna preghiera farsi avanti pietosa e dolente.
I ricordi degli amici sono genuflessi fino alla polvere per essere
ricoperti di mirti e girasoli. L’antica usanza tradita dalle parole
in contumacia senza le suppliche delle divine misericordie sugli altari
dove gli epitaffi non concedono più una concordia per cantare una presenza.
Se ne è andato, se n’è volato via e non vi sono più praterie
con l’azzurro incollato al cielo come un rattoppo miserevole
e non abbiamo più il disincanto, la finta finzione delle parole
che se cantate da Cassandra predicono invano la loro fine.
Non fioriscono più i limoni.
Roma, 23 aprile 2026

di Fabio Strinati
(A Bruce Hunter)
Prime nevicate d’ottobre;
cantastorie in una tempesta
attraversando lo spettro
del mio cuore lungo il fiume
della strada appariscente…
La musica del menestrello
canta di un poeta con in mano
una chitarra nella scrematura
nel bicchiere della pietra;
una foglia di cedro rosso,
al calar della notte, sulla baia
dei sogni azzurri…,
con un faro di speranza
del balsamo l’abete.
Scioglie la neve sotto ai ponti
la sua storia al diamante, d’acqua
nitida, la chiarezza del Canada
nel silenzio immobile.
*
Trans.by Bruce Hunter
CANADA IS A DREAM
(To Bruce Hunter)
First snowfalls of October;
storytellers in a storm
crossing the ghost
of my heart along the river
of the flashy road…
The minstrel’s music
sings of a poet holding
a guitar in the skimmings
in the glass of stone;
a red cedar leaf,
at nightfall, on the bay
of blue dreams…,
with a beacon of hope
of balsam, the fir.
The snow melts under the bridges
its diamond story, of clear
water, the clarity of Canada
in the still silence.