di Donato Salzarulo
1.- Il Galateo in bosco fu pubblicato nel dicembre 1978 presso la Mondadori. È il primo volume di una «trilogia» o «pseudo-trilogia», come l’autore stesso la definì, seguito successivamente da Fosfeni (1983) e Idioma (1986).
Il titolo, composto da due sostantivi (“galateo” e “bosco”), ha come referenti il bosco del Montello, non molto lontano da Pieve di Soligo, paese in cui Zanzotto nacque nel 1921, e in cui Giovanni Della Casa elaborò il suo famoso Galateo. Nelle poesie i due termini assumeranno un significato allegorico e staranno ad indicare le norme che presiedono al vivere civile (più, in generale, la cultura in senso antropologico, la civiltà, i codici di comportamento, e così via) connesse e intrecciate con i processi del bosco, che obbediscono ad altre leggi sicuramente diverse da quelle di un galateo.
Uno dei nuclei centrali di questo libro è l’assunzione esplicita da parte di Zanzotto della storia d’Italia come argomento. In particolare, lo fa, riferendosi alla Prima guerra mondiale, al “grande macello” che rappresentò con le sue oltre 650.000 vittime italiane. La retorica statalista e le commemorazioni ufficiali erigono di solito monumenti al sangue versato dai soldati per la Patria. Zanzotto, con il più disperato rispetto, vorrebbe, invece, alimentare nel presente una memoria viva, capace di entrare in comunione con le ossa dei tanti morti, con le loro infinitudini e i loro desideri di vita, stroncati dalla brutalità della guerra.
Quella, che di seguito si può leggere, è una poesia-chiave in questa direzione.
Rivolgersi agli ossari. Non occorre biglietto.
Rivolgersi ai cippi. Con il più disperato rispetto.
Rivolgersi alle osterie. Dove elementi paradisiaci aspettano.
Rivolgersi alle case. Dove l’infinitudine del desio
(vedila ad ogni chiusa finestra) sta in affitto.
E la radura ha accettato più d’un frondoso colloquio
ormai, dove, ahi,
si esibì la più varia mostra dei sangui
il più mistico circo dei sangui. Oh quanti numeri, e rancio speciale. Urrah.
Vorrei bucarmi di ogni chimica rovina
per accogliere tutti, in anteprima,
nello specchio medicato d’infinitudini e desii
di quel circo i fermenti gli enzimi
dentro i succhi più sublimi dell’alba, dell’azione, in piena diana. E si va.
E si va per ossari. Essi attendono
gremiti di mortalità lievi ormai, quai gemme di primavera,
gremiti di bravura e di paura. A ruota libera, e si va.
Buoni, ossari – tante morti fuori del qualitativo divario
onde si sale a sicurezza di cippo,
fuori del gran bidone (e la patria bidonista,
che promette casetta e campicello
e non li diede mai, qui santità mendica, acquista).
Hanno come un fervore di fabbrica gli ossari.
Vi si ricevono ordini, ordinazioni eterne. Vi si smista.
All’asilo, certi pazzi-di-guerra, ancora vivi
allevano maiali; traffici con gli ossari.
Mi avete investito, lordato tutto, eternizzato tutto, un fiotto di sangue.
Arteria aperta il Piave, né calmo né placido
ma soltanto gaiamente sollecito oltre i beni i mali e simili
e tutto solletichio di argenti, nei suoi intenti, a dismisura.
Padre e madre, in quel nume forse uniti
tra quell’incoercibile sanguinare
ed il verde e l’argenteizzare altrettanto incoercibili,
in quel grandore dove tutti i silenzi sono possibili
voi mi combinaste, sotto quelle caterve di
os-ossa, ben catalogate, nemmeno geroglifici, ostie
rivomitate ma come in un più alto, in un aldilà d’erbe e d’enzimi
erbosi assunte,
in un fuori-luogo che su me s’inclina e domina
un poco creandomi, facendomi assurgere a
Così che suono a parlamento
per le balbuzie e le più ardue rime,
quelle si addestrano e rincorrono a vicenda,
io mi avvicendo, vado per ossari, e cari stinchi e teschi
mi trascino dietro dolcissimamente, senza o con flauto magico
Sempre più con essi, dolcissimamente, nella brughiera
io mi avvicendo a me, tra pezzi di guerra sporgenti da terra,
si avvicenda un fiore a un cielo
dentro le primavere delle ossa in sfacelo,
si avvicenda un sì a un no, ma di poco
differenziati, nel fioco
negli steli esili di questa pioggia, da circo, da gioco.
NOTA DI LETTURA
Zanzotto, dicevo, è nato a Pieve di Soligo. Non molto lontano si trova Il Montello, col suo bosco, ove passa la «linea degli Ossari» dei caduti nella Grande Guerra. Nella poesia Rivolgersi agli ossari, al verso 28 è espressamente evocato il Piave: «Arteria aperta il Piave, né calmo né placido». Le due negazioni sono in polemica con la canzone piena di retorica sul Piave: «Il Piave mormorava /calmo e placido, al passaggio / dei primi fanti, il ventiquattro maggio.» Secondo il poeta, invece, quel fiume è ancora un’arteria aperta, sanguinante. È chiaramente in polemica con la “santificazione” dei morti. Sul Piave e sul Montello, infatti, secondo lui, «si esibì la più varia mostra dei sangui / il più mistico circo dei sangui. Oh, quanti numeri e rancio speciale. Urrah.» (versi 8-9). L’Urrah finale è ironico e il suo pensiero è semplice: la Prima guerra mondiale fu un grande macello. L’invito dei primi versi a farsi una camminata, gratuita, fra gli ossari del Montello, a fermarsi con disperato rispetto vicino ai cippi dei soldati uccisi è, quindi, volto a verificare quanta tragedia produca la retorica e la mistica della guerra. Contro questa mistica dell’immortalità, il poeta rivendica una diversa coscienza storica, una diversa forma di esperienza e comprensione, che non si limiti al «frondoso colloquio», ma che sia capace di stabilire «una vera comunione, un processo chimico di assunzione nell’io delle sostanze storico-naturali del luogo. […] Sarà un’operazione dolorosa («Vorrei bucarmi…ecc.») ma non impossibile perché la storia personale dell’io è legata da sempre al territorio del Piave.» (Stefano Dal Bianco in Andrea Zanzotto, Le poesie e le prose scelte, Mondadori, 1999, pag. 1584).
«Vorrei bucarmi di ogni chimica rovina
per accogliere tutti, in anteprima,
nello specchio medicato d’infinitudini e desii
di quel circo i fermenti gli enzimi
dentro i succhi più sublimi dell’alba, dell’azione, in piena diana. E si va.»
La diana è il segnale della sveglia militare. Sveglio, il poeta va per ossari. E questi attendono le sue visite e quelle dei turisti. Attendono /gremiti di mortalità (altro che immortalità ed eterna gloria ai caduti!), ormai leggeri come gemme di primavera /gremiti di bravura e di paura. E si va, si va…Si va «fuori del gran bidone (e la patria bidonista, / che promette casetta e campicello / e non li diede mai, qui santità mendica, acquista).» Altra punta polemica del poeta, altra critica, contro la patria bidonista. I governi di allora avevano promesso ai soldati casetta e campicello e non glieli diedero mai.
«Hanno come un fervore di fabbrica gli ossari.
Vi si ricevono ordini, ordinazioni eterne. Vi si smista.
All’asilo, certi pazzi-di-guerra, ancora vivi
allevano maiali; traffici con gli ossari.
Mi avete investito, lordato tutto, eternizzato tutto, un fiotto di sangue.»
Fervore, pazzi-di-guerra, traffici. Gli ossari sono il risultato di tutto ciò. L’Io poetante se ne sente investito, sporcato, eternizzato, sanguinante. E fa del proprio corpo «il tramite della relazione fra il presente e il passato, tra le presenze del bosco e il turista occasionale, tra i vivi e i morti, e in definitiva tra l’affermazione e la negazione, smussandone le differenze “in un rinnovato mito d’Orfeo” (Agosti).» (Stefano Dal Bianco, op. cit., pag. 1584)
«Padre e madre, in quel nume forse uniti
tra quell’incoercibile sanguinare
ed il verde e l’argenteizzare altrettanto incoercibili,
in quel grandore dove tutti i silenzi sono possibili
voi mi combinaste, sotto quelle caterve di
os-ossa, ben catalogate, nemmeno geroglifici, ostie»
Padre e madre, in quel nume forse uniti […] voi mi combinaste, sotto quelle caterve di / os-ossa. Il poeta immagina che i genitori, accoppiati nel nome del Piave, diventato un dio sacro alla Patria, l’abbiano concepito sotto quegli ammassi di ossa. In quel grandore dove tutti i silenzi sono possibili. Grandore è un calco dal francese grandeur. Os-ossa, ben catalogate, nemmeno geroglifici, ostie. “Os-ossa” è un balbettio che sottolinea la radice latina di os (bocca), che genera poi “ostie”.
A proposito di questo passaggio della poesia, Andrea Cortellessa scrive: «Quel surreale sfregarsi d’ossa, degli amanti che si raggiungono dopo la morte e nella morte, è orribile e insieme, perversamente dolcissimo. Davvero Amore e Morte; anzi qualcosa che è le due cose insieme. E che infatti, in quel tripudio di morte, malgrado tutto è riuscito a combinare una nuova vita: quella di chi, ora, ricorda quel momento.» (A. Cortellessa, «Zanzotto. Il canto della terra», Editori Laterza, 2021, pag. 64-65).
«Così che suono a parlamento
per le balbuzie e le più ardue rime,
quelle si addestrano e rincorrono a vicenda,
io mi avvicendo, vado per ossari, e cari stinchi e teschi,
mi trascino dietro dolcissimamente, senza o con flauto magico.»
«Sempre più con essi, dolcissimamente nella brughiera
Il flauto evoca Orfeo. Quindi la poesia (“le più ardue rime”) si addestrano a vicenda, mentre il poeta si avvicenda per ossari e cari stinchi e teschi.
«Sempre più con essi, dolcissimamente nella brughiera
io mi avvicendo a me, tra pezzi di guerra sporgenti da terra,
si avvicenda un fiore a un cielo
dentro le primavere delle ossa in sfacelo,
si avvicenda un si a un no, ma di poco,
differenziati, nel fioco
negli steli esili di questa pioggia, da circo, da gioco.»
Concludendo, si può dire che quest’invito a visitare gli ossari della Prima guerra mondiale è assai istruttivo ed attuale. La retorica della guerra ha ripreso fiato in Italia, in Europa e nel mondo. Non vogliamo immortalarci ed eternizzarci attraverso la “bella morte” per il sacro suolo patrio. Siamo mortali, corporei, sanguinanti, abbiamo i nostri desideri e i nostri bisogni d’infinitudine. Amiamo un fiore, un cielo, gli steli esili delle nostre piogge. Non vogliamo che le nostre ossa finiscano in ossari da celebrare e glorificare una volta all’anno.
2. Le poesie di Zanzotto sono considerate spesso difficili, oscure. Chi si attiene alla massima di Camus («Quelli che scrivono con chiarezza hanno dei lettori, quelli che scrivono in modo ambiguo hanno dei commentatori»), probabilmente si terrà lontano dalle sue raccolte. Il poeta era cosciente della sua oscurità. Ma la riteneva una «oscurità da eccesso, non da difetto», dovuta, come scrive Andrea Cortellessa al «sovraffollarsi di rinvii sovrapposti (le famose sovrimpressioni), ciascuno dei quali fa capo ad una filiera concettuale, oltre che stilistica, proveniente da luoghi diversissimi» (A. Cortellessa, op. cit., pag. 13).
Scrive Zanzotto in un suo appunto trovato da Sara Bubola fra le carte de La Beltà: «anche nel trasmettere il più bello / chiaro e semplice dei messaggi emozionali c’è sempre un ATTO DI FEDE nella ricezione: importa forse più questo che quella quando si tratta di poesia.» (citato da A. Cortellessa, op. cit., pag. 14). Tra chi parla e chi ascolta, chi scrive e chi legge, c’è una separazione, una frattura insopprimibile. Gli atti di parole e le scritture prefigurano un senso che chi ascolta o chi legge deve realizzare. Il senso, se viene, appartiene al futuro. È in questa direzione che, per certi versi, può leggersi questa seconda poesia.
(PERCHÉ) (CRESCA)
Perché cresca l’oscuro
perché sia giusto l’oscuro
perché, ad uno ad uno, degli alberi
e dei rameggiare e fogliare di scuro
venga più scuro –
perché tutto di noi venga a scuro figliare
così che dare ed avere più scuro
albero ad uniche radici si renda – sorgi
nella morsura scuro – tra gli alberi – sorgi
dal non arborescente per troppa fittezza
notturno incombere, fumo d’incombere:
vieni, chine già salite su chine, l’oscuro,
succhiaci assai nel bene oscuro nel cedere oscuro,
per rifarti nel gioco istante ad istante
di fogliame oscuro in oscuro figliame
Cresci improvviso tu: l’oscuro gli oscuri:
e non ci sia d’altro che bocca
accidentata peggio meglio che voglia di consustanziazione
voglia di salvazione – bocca a bocca – d’oscuro
Lingua saggi aggredisca s’invischi in oscuro
noi e noi lingue-oscuro
Perché cresca, perché s’avveri senza avventarsi
ma placandosi nell’avverarsi, l’oscuro,
Ogni no di alberi no di sentieri
no del torto tubero no delle nocche
no di curve di scivolii lesti d’erbe
Perché cresca e si riabbia, si distolga in spazi
in strazi in paci in armi tese all’oscuro –
mano intesa all’oscuro, mano alla bella oscura,
dita di mano mai stanche
di pervincolarsi intingersi addirsi all’oscuro –
Lingue sempre al troppo, al dolcissimo soverchio
d’oscuro agglutinate, due che bolle di due –
clamore, alberi, intorno all’oscuro
clamore susù fino a disdirsi in oscuro
fino al pacifico, gridato innesto, nel te, nell’io, nell’oscuro
Innesto e ritorni di favore, fòmite oscuro
oh tu, di oscuro in oscuro innestato, tu
protratta detratta di foglia in foglia/oscuro
di felce in felce lodata nel grezzo nel rifinito d’oscuro
Ma vedi e non puoi vedere quanto è d’oscuro qui dentro
hai bevuto lingua e molto più e sentieri e muschi intrusi
ma ti assicuri ti accingi ti disaccorgi
ti stratifichi, lene, benedetta, all’oscuro
Non-memoria, millenni e miglia, stivate nel fornice
sono un dito dell’oscuro, levalo dalla bocca, rendilo nocca
rovina e ripara l’oscuro, così sarà furto e futuro
Troppo dell’inguine, del ventre, di ghiande e glandole
s’inguina in oscuro, genera generi, intride glie
Precipitare fuori bacio, scoagularsi, venire a portata
d’ogni possibile oscuro
Possibili alberi, alberi a se stessi oscuri
mai sazi mai di accedere a frotte
a disorientarsi a orientare, lievito intollerabile
Limo d’oscuro che dolce fòrnica pascola
nei fornici dove s’aggruma di fughe (l’oscuro)
E pluralità innumerabile di modalità
dell’oscuro, secarsi in innumerevoli – non due –
d’oscuro sessi
Qui in feccia, all’oscuro, immanere
Là in volta, all’oscuro, esalarsi
Possibile, alberi – Possibile, oscuri, oscuro.
Oscuro ha sé, sessuata, umiltà,
tracotanza, pietà.
NOTA DI LETTURA
Il titolo ha uno spazio bianco fra i due termini. È uno spazio di silenzio. Serve a togliere ritualità alla preghiera, all’invocazione sottostante. In tal modo si libera l’atto dagli aspetti inerziali e viene sottolineata «la fatica, se non il dolore, del farsi parola, dell’enunciare.» (Stefano Dal Bianco, op.cit., pag. 1591)
Anafora ripetuta all’inizio dei versi Perché …perché …perché…perché. Epifora alla fine: l’oscuro…l’oscuro… scuro…più scuro…più scuro…l’oscuro…l’oscuro…oscuro…
«Nel ritmo accumulatorio delle ripetizioni risuona come un basso continuo, come un’ipnotica “parola-mantra” (Paltrinieri) collocata soprattutto a fine verso, l’oscuro.» (op. cit., pag. 1591). La “parola-mantra” aiuta a pensare, ma anche a liberare e proteggere la mente. Il tema evoca l’opposizione luce-oscurità. Nella prima parte si invoca la crescita dell’oscurità, il suo aumento, la sua intensificazione.
«Perché cresca l’oscuro
perché sia giusto l’oscuro
perché, ad uno ad uno, degli alberi
e dei rameggiare e fogliare di scuro
venga più scuro -»
Nell’opposizione luce-oscurità, di solito, la luce è connotata positivamente, mentre l’oscurità negativamente. In questa invocazione ossessiva avviene il contrario: cresca pure l’oscuro, sia giusto l’oscuro, tra rami e foglie degli alberi aumenti lo scuro…
Quale concezione Zanzotto ha dell’oscuro? Già nel titolo del suo libro, Il Galateo in bosco, come dicevo all’inizio, troviamo due termini, “galateo” e “bosco” chiaramente in opposizione. Il galateo, come spiega Wikipedia «è l’insieme delle buone maniere e delle regole di comportamento che regolano la vita sociale e i rapporti tra le persone». Il bosco è un ecosistema vegetale, fitto e intricato, di alberi, piante, erbe…Simbolicamente il primo termine rappresenta la civiltà umana, il secondo il regno vegetale, la natura. Senza la quale gli esseri umani non esisterebbero.
Inutile dire che il bosco è stato ed è una fonte inesauribile di metafore: luogo selvatico, oscuro, di rifugio, di mistero, di paure, di minacce, di meraviglie, di fiabe…
L’oscuro per Zanzotto è esattamente il bosco, il nucleo di realtà che la lingua prova a nominare, senza però riuscirci del tutto.
«Lingua saggi aggredisca s’invischi in oscuro
noi e noi lingue-oscuro».
Esiste quindi nel bosco una sorta di “bene oscuro”, di giusto, una materia primordiale, caotica, verso cui si può regredire per sfuggire alla storia-macello, al nodo scorsoio del progresso umano:
«succhiaci assai nel bene oscuro nel cedere oscuro,
per rifarti nel gioco istante ad istante
di fogliame oscuro in oscuro figliame».
Tuttavia, il bosco è anche l’ossario. La vegetazione cresce sulle ossa dei soldati morti. La terra “figlia scuro” perché è impregnata di morte e di traumi storici. Infine, il bosco rappresenta l’inconscio, quella parte della nostra psiche che sfugge al “galateo”, alle regole sociali, alla ragione, alla gabbia del linguaggio codificato.
Per sfuggire a questo galateo, per dar voce in qualche modo all’inconscio la poesia è scritta in forma impersonale. Non c’è un io poetante o un noi, che fungono da soggetti dei diversi periodi sintattici. «L’io si è disciolto nell’indistinto, o lo ha accolto in sé, narcisisticamente, fino al punto di rendere indistinguibili, per la mancanza dei punti fermi, anche i periodi sintattici.» (Stefano Dal Bianco, op. cit., pag. 1591). Sebbene in certi punti della trama sintattica i versi comincino con la maiuscola. Ad esempio, dopo il sedicesimo verso:
«Cresci improvviso tu: l’oscuro gli oscuri
e non ci sia d’altro che bocca
accidentata peggio meglio che voglia di consustanziazione
voglia di salvazione – bocca a bocca – d’oscuro».
La bocca assolverà una funzione fondamentale in questa poesia. Oltre che organo di nutrizione e distruzione per la successiva assimilazione, è strumento di fonazione per l’enunciazione, per la lingua.
«Ma vedi e non puoi vedere quanto è d’oscuro qui dentro
hai bevuto lingua e molto più e sentieri e muschi intrusi
ma ti assicuri ti accingi ti disaccorgi
ti stratifichi, lene, benedetta, all’oscuro»
Tutti nell’infanzia abbiamo bevuto lingua. E continuiamo a berla. E ci illudiamo. E tante volte non riusciamo a vedere, non possiamo vedere quanto è d’oscuro qui dentro. Dentro di noi.
Disciogliersi nell’indistinto come l’Io fa, significa ritrovarsi privo di riferimenti spazio-temporali, perdere lo spessore di una storia e della Storia, significa accettare momentaneamente una forma di regressione «che ha i tratti dell’alvo materno, del buio primordiale e autistico.» (op. cit., pag. 1591).
In questa situazione «prevale la logica dell’innesto, il corrispettivo vegetale di una copulazione di tutto con tutto. E il figliare dell’oscuro sarà dunque un “incremento” di realtà. “La vita, la realtà “crescono” nella lode”.» (Dal Bianco, pag. 1591)
«Lingue sempre al troppo, al dolcissimo soverchio
d’oscuro agglutinate, due che bolle di due –
clamore susù fino a disdirsi in oscuro
fino al pacifico, gridato innesto, nel te, nell’io, nell’oscuro
Innesto e ritorni di favore, fòmite oscuro
oh tu, di oscuro in oscuro innestato, tu
protratta detratta di foglia in foglia / oscuro
di felce in felce lodata nel grezzo nel rifinito d’oscuro»
Questi versi si trovano verso la fine della prima lunga strofa. Il fòmite è un termine medico. Indica oggetti inanimati che possono ospitare batteri, funghi, agenti infettivi. In questo caso, è «prima di tutto la materia secca utilizzata per comunicare la fiamma.» (amorosa): due che bolle di due. È importante notare che, a questo punto, l’invocazione ha come destinatario una figura femminile: oh tu …tu / protratta detratta.
«Non memoria, millenni e miglia, stivate nel fornice
sotto un dito dell’oscuro, levalo dalla bocca, rendilo nocca
rovina e ripara l’oscuro, così sarà furto e futuro.»
Così commenta questi versi Stefano Dal Bianco: «È il problema del rendere temporale ciò che non lo è, di farsi memoria “rovinando” e al tempo stesso “riparando” l’oscuro. Rovina va con furto, perché si tratta di sottrarre l’oscuro al suo luogo proprio, mentre ripara va forse con futuro, perché gli si garantisce la trasmissione sul piano della storia. “Rendilo nocca”: “rendilo attivo nel mondo come un pugno, sii il braccio nel mondo di una mente che sta nell’oscuro.”» (pag. 1591-92)
In parole povere, la nostra mente, se non sempre, resterà spesso nell’oscuro. Potremo regredire nell’indistinto, nel buio originario del grembo materno, potremo certo ritrovarci a vivere situazioni di “narcisismo autistico” o di “collasso fra Io ed Es”, però, anche nell’oscuro, dobbiamo renderci attivi nel mondo. Dobbiamo rovinarlo l’oscuro, rubarlo e ripararlo. Soltanto così forse andiamo verso il futuro.
«Precipitare fuori bacio, scoagularsi, venire a portata
d’ogni possibile oscuro
Possibili alberi, alberi a se stessi oscuri
mai sazi di accedere a frotte
a disorientarsi a orientare lievito intollerabile»
Il modo di scrivere e di esprimersi del poeta improvvisamente accelera. La trama sintattica sembra effettivamente scoagularsi e «passa dai toni evocativi alla constatazione di un imperativo poetico. Non si tratta di operare un distacco […] ma di passare dal dominio del “due” a “una pluralità innumerabile di modalità”» (Dal Bianco, pag. 1592)
«E pluralità innumerabile di modalità
dell’oscuro, scarsi in innumerevoli – non due –
d’oscuro sessi
Qui in feccia, all’oscuro, immanere
Là in volta, all’oscuro, esalarsi
Possibile, alberi – Possibile, oscuri, oscuro
Oscuro ha sé, sessuata, umiltà
tracotanza, pietà.»L
L’uscire fuori dal galateo, andare verso l’oscuro e farlo crescere fino all’impersonalità, alla perdita dell’io lirico, può permettere forse alla poesia di colloquiare con l’oscuro (inconscio, rimosso storico, caos primordiale) e interiorizzare quel sentimento di pietà (parola finale) capace di riscattare la storia. Scrive Zanzotto: «Di fronte al groviglio per così dire bestialistico (ma si sa che è termine improprio) della storia, sta col no della poesia, una nuova, “oscura” proposta di umano che potrà avere esplicitazione, lasciato da parte il groviglio astrale della poesia stessa, in eventuale storia “di ritorno”, “autre”» (citato in Stefano Dal Bianco, pag.1591).
In ogni caso, «Immanere in feccia, con umiltà, ed esalarsi in volta (donarsi al mondo) con tracotanza, è il compito Possibile della poesia» (pag. 1592)
Restare con umiltà dentro ai residui, ai sedimenti organici e inorganici del processo naturale, rivolgersi agli ossari, ai cippi con disperato rispetto, ai resti, agli scarti, al pattume rappresenta certamente per Zanzotto la continuazione dell’eredità montaliana definita negli Ossi di seppia. Questo è un corno del lavoro possibile della poesia. L’altro è l’emanarsi, il diffondersi, il donarsi al mondo oltre il consentito, con prepotenza e sfrontatezza, con superbia, andando oltre il galateo, oltre le norme del vivere civile, oltre il giusto, verso un “bene oscuro” che la poesia forse aiuta a conquistare.
17-18 settembre 2026









