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Due poesie di Zanzotto da «Il galateo in bosco»

  di Donato Salzarulo

1.- Il Galateo in bosco fu pubblicato nel dicembre 1978 presso la Mondadori. È il primo volume di una «trilogia» o «pseudo-trilogia», come l’autore stesso la definì, seguito successivamente da Fosfeni (1983) e Idioma (1986).

Il titolo, composto da due sostantivi (“galateo” e “bosco”), ha come referenti il bosco del Montello, non molto lontano da Pieve di Soligo, paese in cui Zanzotto nacque nel 1921, e in cui Giovanni Della Casa elaborò il suo famoso Galateo. Nelle poesie i due termini assumeranno un significato allegorico e staranno ad indicare le norme che presiedono al vivere civile (più, in generale, la cultura in senso antropologico, la civiltà, i codici di comportamento, e così via) connesse e intrecciate con i processi del bosco, che obbediscono ad altre leggi sicuramente diverse da quelle di un galateo.

Uno dei nuclei centrali di questo libro è l’assunzione esplicita da parte di Zanzotto della storia d’Italia come argomento. In particolare, lo fa, riferendosi alla Prima guerra mondiale, al “grande macello” che rappresentò con le sue oltre 650.000 vittime italiane. La retorica statalista e le commemorazioni ufficiali erigono di solito monumenti al sangue versato dai soldati per la Patria. Zanzotto, con il più disperato rispetto, vorrebbe, invece, alimentare nel presente una memoria viva, capace di entrare in comunione con le ossa dei tanti morti, con le loro infinitudini e i loro desideri di vita, stroncati dalla brutalità della guerra.

Quella, che di seguito si può leggere, è una poesia-chiave in questa direzione.


Rivolgersi agli ossari. Non occorre biglietto.
Rivolgersi ai cippi. Con il più disperato rispetto.
Rivolgersi alle osterie. Dove elementi paradisiaci aspettano.
Rivolgersi alle case. Dove l’infinitudine del desio
(vedila ad ogni chiusa finestra) sta in affitto.

E la radura ha accettato più d’un frondoso colloquio
ormai, dove, ahi,
si esibì la più varia mostra dei sangui
il più mistico circo dei sangui. Oh quanti numeri, e rancio speciale. Urrah.
Vorrei bucarmi di ogni chimica rovina
per accogliere tutti, in anteprima,
nello specchio medicato d’infinitudini e desii
di quel circo i fermenti gli enzimi
dentro i succhi più sublimi dell’alba, dell’azione, in piena diana. E si va.
E si va per ossari. Essi attendono
gremiti di mortalità lievi ormai, quai gemme di primavera,
gremiti di bravura e di paura. A ruota libera, e si va.
Buoni, ossari – tante morti fuori del qualitativo divario
onde si sale a sicurezza di cippo,
fuori del gran bidone (e la patria bidonista,
che promette casetta e campicello
e non li diede mai, qui santità mendica, acquista).
Hanno come un fervore di fabbrica gli ossari.
Vi si ricevono ordini, ordinazioni eterne. Vi si smista.
All’asilo, certi pazzi-di-guerra, ancora vivi
allevano maiali; traffici con gli ossari.
Mi avete investito, lordato tutto, eternizzato tutto, un fiotto di sangue.
Arteria aperta il Piave, né calmo né placido
ma soltanto gaiamente sollecito oltre i beni i mali e simili
e tutto solletichio di argenti, nei suoi intenti, a dismisura.
Padre e madre, in quel nume forse uniti
tra quell’incoercibile sanguinare
ed il verde e l’argenteizzare altrettanto incoercibili,
in quel grandore dove tutti i silenzi sono possibili
voi mi combinaste, sotto quelle caterve di
os-ossa, ben catalogate, nemmeno geroglifici, ostie
rivomitate ma come in un più alto, in un aldilà d’erbe e d’enzimi
erbosi assunte,
in un fuori-luogo che su me s’inclina e domina
un poco creandomi, facendomi assurgere a
Così che suono a parlamento
per le balbuzie e le più ardue rime,
quelle si addestrano e rincorrono a vicenda,
io mi avvicendo, vado per ossari, e cari stinchi e teschi
mi trascino dietro dolcissimamente, senza o con flauto magico
Sempre più con essi, dolcissimamente, nella brughiera
io mi avvicendo a me, tra pezzi di guerra sporgenti da terra,
si avvicenda un fiore a un cielo
dentro le primavere delle ossa in sfacelo,
si avvicenda un sì a un no, ma di poco
differenziati, nel fioco
negli steli esili di questa pioggia, da circo, da gioco.

NOTA DI LETTURA

Zanzotto, dicevo, è nato a Pieve di Soligo. Non molto lontano si trova Il Montello, col suo bosco, ove passa la «linea degli Ossari» dei caduti nella Grande Guerra. Nella poesia Rivolgersi agli ossari, al verso 28 è espressamente evocato il Piave: «Arteria aperta il Piave, né calmo né placido». Le due negazioni sono in polemica con la canzone piena di retorica sul Piave: «Il Piave mormorava /calmo e placido, al passaggio / dei primi fanti, il ventiquattro maggio.» Secondo il poeta, invece, quel fiume è ancora un’arteria aperta, sanguinante. È chiaramente in polemica con la “santificazione” dei morti. Sul Piave e sul Montello, infatti, secondo lui, «si esibì la più varia mostra dei sangui / il più mistico circo dei sangui. Oh, quanti numeri e rancio speciale. Urrah.» (versi 8-9). L’Urrah finale è ironico e il suo pensiero è semplice: la Prima guerra mondiale fu un grande macello. L’invito dei primi versi a farsi una camminata, gratuita, fra gli ossari del Montello, a fermarsi con disperato rispetto vicino ai cippi dei soldati uccisi è, quindi, volto a verificare quanta tragedia produca la retorica e la mistica della guerra. Contro questa mistica dell’immortalità, il poeta rivendica una diversa coscienza storica, una diversa forma di esperienza e comprensione, che non si limiti al «frondoso colloquio», ma che sia capace di stabilire «una vera comunione, un processo chimico di assunzione nell’io delle sostanze storico-naturali del luogo. […] Sarà un’operazione dolorosa («Vorrei bucarmi…ecc.») ma non impossibile perché la storia personale dell’io è legata da sempre al territorio del Piave.» (Stefano Dal Bianco in Andrea Zanzotto, Le poesie e le prose scelte, Mondadori, 1999, pag. 1584).

«Vorrei bucarmi di ogni chimica rovina
per accogliere tutti, in anteprima,
nello specchio medicato d’infinitudini e desii
di quel circo i fermenti gli enzimi
dentro i succhi più sublimi dell’alba, dell’azione, in piena diana. E si va.»

La diana è il segnale della sveglia militare. Sveglio, il poeta va per ossari. E questi attendono le sue visite e quelle dei turisti. Attendono /gremiti di mortalità (altro che immortalità ed eterna gloria ai caduti!), ormai leggeri come gemme di primavera /gremiti di bravura e di paura. E si va, si va…Si va «fuori del gran bidone (e la patria bidonista, / che promette casetta e campicello / e non li diede mai, qui santità mendica, acquista).» Altra punta polemica del poeta, altra critica, contro la patria bidonista. I governi di allora avevano promesso ai soldati casetta e campicello e non glieli diedero mai.

«Hanno come un fervore di fabbrica gli ossari.
Vi si ricevono ordini, ordinazioni eterne. Vi si smista.
All’asilo, certi pazzi-di-guerra, ancora vivi
allevano maiali; traffici con gli ossari.
Mi avete investito, lordato tutto, eternizzato tutto, un fiotto di sangue.»

Fervore, pazzi-di-guerra, traffici. Gli ossari sono il risultato di tutto ciò. L’Io poetante se ne sente investito, sporcato, eternizzato, sanguinante. E fa del proprio corpo «il tramite della relazione fra il presente e il passato, tra le presenze del bosco e il turista occasionale, tra i vivi e i morti, e in definitiva tra l’affermazione e la negazione, smussandone le differenze “in un rinnovato mito d’Orfeo” (Agosti).» (Stefano Dal Bianco, op. cit., pag. 1584)

«Padre e madre, in quel nume forse uniti
tra quell’incoercibile sanguinare
ed il verde e l’argenteizzare altrettanto incoercibili,
in quel grandore dove tutti i silenzi sono possibili
voi mi combinaste, sotto quelle caterve di
os-ossa, ben catalogate, nemmeno geroglifici, ostie»

Padre e madre, in quel nume forse uniti […] voi mi combinaste, sotto quelle caterve di / os-ossa. Il poeta immagina che i genitori, accoppiati nel nome del Piave, diventato un dio sacro alla Patria, l’abbiano concepito sotto quegli ammassi di ossa. In quel grandore dove tutti i silenzi sono possibili. Grandore è un calco dal francese grandeur. Os-ossa, ben catalogate, nemmeno geroglifici, ostie. “Os-ossa” è un balbettio che sottolinea la radice latina di os (bocca), che genera poi “ostie”.

A proposito di questo passaggio della poesia, Andrea Cortellessa scrive: «Quel surreale sfregarsi d’ossa, degli amanti che si raggiungono dopo la morte e nella morte, è orribile e insieme, perversamente dolcissimo. Davvero Amore e Morte; anzi qualcosa che è le due cose insieme. E che infatti, in quel tripudio di morte, malgrado tutto è riuscito a combinare una nuova vita: quella di chi, ora, ricorda quel momento.» (A. Cortellessa, «Zanzotto. Il canto della terra», Editori Laterza, 2021, pag. 64-65).


«Così che suono a parlamento
per le balbuzie e le più ardue rime,
quelle si addestrano e rincorrono a vicenda,
io mi avvicendo, vado per ossari, e cari stinchi e teschi,
mi trascino dietro dolcissimamente, senza o con flauto magico.»

«Sempre più con essi, dolcissimamente nella brughiera

Il flauto evoca Orfeo. Quindi la poesia (“le più ardue rime”) si addestrano a vicenda, mentre il poeta si avvicenda per ossari e cari stinchi e teschi.

«Sempre più con essi, dolcissimamente nella brughiera
io mi avvicendo a me, tra pezzi di guerra sporgenti da terra,
si avvicenda un fiore a un cielo
dentro le primavere delle ossa in sfacelo,
si avvicenda un si a un no, ma di poco,
differenziati, nel fioco
negli steli esili di questa pioggia, da circo, da gioco.»


Concludendo, si può dire che quest’invito a visitare gli ossari della Prima guerra mondiale è assai istruttivo ed attuale. La retorica della guerra ha ripreso fiato in Italia, in Europa e nel mondo. Non vogliamo immortalarci ed eternizzarci attraverso la “bella morte” per il sacro suolo patrio. Siamo mortali, corporei, sanguinanti, abbiamo i nostri desideri e i nostri bisogni d’infinitudine. Amiamo un fiore, un cielo, gli steli esili delle nostre piogge. Non vogliamo che le nostre ossa finiscano in ossari da celebrare e glorificare una volta all’anno.

2. Le poesie di Zanzotto sono considerate spesso difficili, oscure. Chi si attiene alla massima di Camus («Quelli che scrivono con chiarezza hanno dei lettori, quelli che scrivono in modo ambiguo hanno dei commentatori»), probabilmente si terrà lontano dalle sue raccolte. Il poeta era cosciente della sua oscurità. Ma la riteneva una «oscurità da eccesso, non da difetto», dovuta, come scrive Andrea Cortellessa al «sovraffollarsi di rinvii sovrapposti (le famose sovrimpressioni), ciascuno dei quali fa capo ad una filiera concettuale, oltre che stilistica, proveniente da luoghi diversissimi» (A. Cortellessa, op. cit., pag. 13).

Scrive Zanzotto in un suo appunto trovato da Sara Bubola fra le carte de La Beltà: «anche nel trasmettere il più bello / chiaro e semplice dei messaggi emozionali c’è sempre un ATTO DI FEDE nella ricezione: importa forse più questo che quella quando si tratta di poesia.» (citato da A. Cortellessa, op. cit., pag. 14). Tra chi parla e chi ascolta, chi scrive e chi legge, c’è una separazione, una frattura insopprimibile. Gli atti di parole e le scritture prefigurano un senso che chi ascolta o chi legge deve realizzare. Il senso, se viene, appartiene al futuro. È in questa direzione che, per certi versi,  può leggersi questa seconda poesia.


(PERCHÉ) (CRESCA)

Perché cresca l’oscuro
perché sia giusto l’oscuro
perché, ad uno ad uno, degli alberi
e dei rameggiare e fogliare di scuro
venga più scuro –
perché tutto di noi venga a scuro figliare
così che dare ed avere più scuro
albero ad uniche radici si renda – sorgi
nella morsura scuro – tra gli alberi – sorgi
dal non arborescente per troppa fittezza
notturno incombere, fumo d’incombere:
vieni, chine già salite su chine, l’oscuro,
succhiaci assai nel bene oscuro nel cedere oscuro,
per rifarti nel gioco istante ad istante
di fogliame oscuro in oscuro figliame
Cresci improvviso tu: l’oscuro gli oscuri:
e non ci sia d’altro che bocca
accidentata peggio meglio che voglia di consustanziazione
voglia di salvazione – bocca a bocca – d’oscuro
Lingua saggi aggredisca s’invischi in oscuro
noi e noi lingue-oscuro
Perché cresca, perché s’avveri senza avventarsi
ma placandosi nell’avverarsi, l’oscuro,
Ogni no di alberi no di sentieri
no del torto tubero no delle nocche
no di curve di scivolii lesti d’erbe
Perché cresca e si riabbia, si distolga in spazi
in strazi in paci in armi tese all’oscuro –
mano intesa all’oscuro, mano alla bella oscura,
dita di mano mai stanche
di pervincolarsi intingersi addirsi all’oscuro –
Lingue sempre al troppo, al dolcissimo soverchio
d’oscuro agglutinate, due che bolle di due –
clamore, alberi, intorno all’oscuro
clamore susù fino a disdirsi in oscuro
fino al pacifico, gridato innesto, nel te, nell’io, nell’oscuro
Innesto e ritorni di favore, fòmite oscuro
oh tu, di oscuro in oscuro innestato, tu
protratta detratta di foglia in foglia/oscuro
di felce in felce lodata nel grezzo nel rifinito d’oscuro
Ma vedi e non puoi vedere quanto è d’oscuro qui dentro
hai bevuto lingua e molto più e sentieri e muschi intrusi
ma ti assicuri ti accingi ti disaccorgi
ti stratifichi, lene, benedetta, all’oscuro

Non-memoria, millenni e miglia, stivate nel fornice
sono un dito dell’oscuro, levalo dalla bocca, rendilo nocca
rovina e ripara l’oscuro, così sarà furto e futuro
Troppo dell’inguine, del ventre, di ghiande e glandole
s’inguina in oscuro, genera generi, intride glie
Precipitare fuori bacio, scoagularsi, venire a portata
d’ogni possibile oscuro
Possibili alberi, alberi a se stessi oscuri
mai sazi mai di accedere a frotte
a disorientarsi a orientare, lievito intollerabile
Limo d’oscuro che dolce fòrnica pascola
nei fornici dove s’aggruma di fughe (l’oscuro)

E pluralità innumerabile di modalità
dell’oscuro, secarsi in innumerevoli – non due –
d’oscuro sessi
Qui in feccia, all’oscuro, immanere
Là in volta, all’oscuro, esalarsi
Possibile, alberi – Possibile, oscuri, oscuro.
Oscuro ha sé, sessuata, umiltà,
tracotanza, pietà.

NOTA DI LETTURA

Il titolo ha uno spazio bianco fra i due termini. È uno spazio di silenzio. Serve a togliere ritualità alla preghiera, all’invocazione sottostante. In tal modo si libera l’atto dagli aspetti inerziali e viene sottolineata «la fatica, se non il dolore, del farsi parola, dell’enunciare.» (Stefano Dal Bianco, op.cit., pag. 1591)

Anafora ripetuta all’inizio dei versi Perché …perché …perché…perché. Epifora alla fine: l’oscuro…l’oscuro… scuro…più scuro…più scuro…l’oscuro…l’oscuro…oscuro…

«Nel ritmo accumulatorio delle ripetizioni risuona come un basso continuo, come un’ipnotica “parola-mantra” (Paltrinieri) collocata soprattutto a fine verso, l’oscuro.» (op. cit., pag. 1591). La “parola-mantra” aiuta a pensare, ma anche a liberare e proteggere la mente. Il tema evoca l’opposizione luce-oscurità. Nella prima parte si invoca la crescita dell’oscurità, il suo aumento, la sua intensificazione.

«Perché cresca l’oscuro
perché sia giusto l’oscuro
perché, ad uno ad uno, degli alberi
e dei rameggiare e fogliare di scuro
venga più scuro -»

Nell’opposizione luce-oscurità, di solito, la luce è connotata positivamente, mentre l’oscurità negativamente. In questa invocazione ossessiva avviene il contrario: cresca pure l’oscuro, sia giusto l’oscuro, tra rami e foglie degli alberi aumenti lo scuro…

Quale concezione Zanzotto ha dell’oscuro? Già nel titolo del suo libro, Il Galateo in bosco, come dicevo all’inizio, troviamo due termini, “galateo” e “bosco” chiaramente in opposizione. Il galateo, come spiega Wikipedia «è l’insieme delle buone maniere e delle regole di comportamento che regolano la vita sociale e i rapporti tra le persone». Il bosco è un ecosistema vegetale, fitto e intricato, di alberi, piante, erbe…Simbolicamente il primo termine rappresenta la civiltà umana, il secondo il regno vegetale, la natura. Senza la quale gli esseri umani non esisterebbero.

Inutile dire che il bosco è stato ed è una fonte inesauribile di metafore: luogo selvatico, oscuro, di rifugio, di mistero, di paure, di minacce, di meraviglie, di fiabe…

L’oscuro per Zanzotto è esattamente il bosco, il nucleo di realtà che la lingua prova a nominare, senza però riuscirci del tutto.

«Lingua saggi aggredisca s’invischi in oscuro
noi e noi lingue-oscuro».

Esiste quindi nel bosco una sorta di “bene oscuro”, di giusto, una materia primordiale, caotica, verso cui si può regredire per sfuggire alla storia-macello, al nodo scorsoio del progresso umano:

«succhiaci assai nel bene oscuro nel cedere oscuro,
per rifarti nel gioco istante ad istante
di fogliame oscuro in oscuro figliame».

Tuttavia, il bosco è anche l’ossario. La vegetazione cresce sulle ossa dei soldati morti. La terra “figlia scuro” perché è impregnata di morte e di traumi storici. Infine, il bosco rappresenta l’inconscio, quella parte della nostra psiche che sfugge al “galateo”, alle regole sociali, alla ragione, alla gabbia del linguaggio codificato.

Per sfuggire a questo galateo, per dar voce in qualche modo all’inconscio la poesia è scritta in forma impersonale. Non c’è un io poetante o un noi, che fungono da soggetti dei diversi periodi sintattici. «L’io si è disciolto nell’indistinto, o lo ha accolto in sé, narcisisticamente, fino al punto di rendere indistinguibili, per la mancanza dei punti fermi, anche i periodi sintattici.» (Stefano Dal Bianco, op. cit., pag. 1591). Sebbene in certi punti della trama sintattica i versi comincino con la maiuscola. Ad esempio, dopo il sedicesimo verso:

«Cresci improvviso tu: l’oscuro gli oscuri
e non ci sia d’altro che bocca
accidentata peggio meglio che voglia di consustanziazione
voglia di salvazione – bocca a bocca – d’oscuro».

La bocca assolverà una funzione fondamentale in questa poesia. Oltre che organo di nutrizione e distruzione per la successiva assimilazione, è strumento di fonazione per l’enunciazione, per la lingua.

«Ma vedi e non puoi vedere quanto è d’oscuro qui dentro
hai bevuto lingua e molto più e sentieri e muschi intrusi
ma ti assicuri ti accingi ti disaccorgi
ti stratifichi, lene, benedetta, all’oscuro»

Tutti nell’infanzia abbiamo bevuto lingua. E continuiamo a berla. E ci illudiamo. E tante volte non riusciamo a vedere, non possiamo vedere quanto è d’oscuro qui dentro. Dentro di noi.

Disciogliersi nell’indistinto come l’Io fa, significa ritrovarsi privo di riferimenti spazio-temporali, perdere lo spessore di una storia e della Storia, significa accettare momentaneamente una forma di regressione «che ha i tratti dell’alvo materno, del buio primordiale e autistico.» (op. cit., pag. 1591).

In questa situazione «prevale la logica dell’innesto, il corrispettivo vegetale di una copulazione di tutto con tutto. E il figliare dell’oscuro sarà dunque un “incremento” di realtà. “La vita, la realtà “crescono” nella lode”.» (Dal Bianco, pag. 1591)

«Lingue sempre al troppo, al dolcissimo soverchio
d’oscuro agglutinate, due che bolle di due –
clamore susù fino a disdirsi in oscuro
fino al pacifico, gridato innesto, nel te, nell’io, nell’oscuro
Innesto e ritorni di favore, fòmite oscuro
oh tu, di oscuro in oscuro innestato, tu
protratta detratta di foglia in foglia / oscuro
di felce in felce lodata nel grezzo nel rifinito d’oscuro»

Questi versi si trovano verso la fine della prima lunga strofa. Il fòmite è un termine medico. Indica oggetti inanimati che possono ospitare batteri, funghi, agenti infettivi. In questo caso, è «prima di tutto la materia secca utilizzata per comunicare la fiamma.» (amorosa): due che bolle di due.  È importante notare che, a questo punto, l’invocazione ha come destinatario una figura femminile: oh tu …tu / protratta detratta.

«Non memoria, millenni e miglia, stivate nel fornice
sotto un dito dell’oscuro, levalo dalla bocca, rendilo nocca
rovina e ripara l’oscuro, così sarà furto e futuro.»

Così commenta questi versi Stefano Dal Bianco: «È il problema del rendere temporale ciò che non lo è, di farsi memoria “rovinando” e al tempo stesso “riparando” l’oscuro. Rovina va con furto, perché si tratta di sottrarre l’oscuro al suo luogo proprio, mentre ripara va forse con futuro, perché gli si garantisce la trasmissione sul piano della storia. “Rendilo nocca”: “rendilo attivo nel mondo come un pugno, sii il braccio nel mondo di una mente che sta nell’oscuro.”» (pag. 1591-92)

In parole povere, la nostra mente, se non sempre, resterà spesso nell’oscuro. Potremo regredire nell’indistinto, nel buio originario del grembo materno, potremo certo ritrovarci a vivere situazioni di “narcisismo autistico” o di “collasso fra Io ed Es”, però, anche nell’oscuro, dobbiamo renderci attivi nel mondo. Dobbiamo rovinarlo l’oscuro, rubarlo e ripararlo. Soltanto così forse andiamo verso il futuro.

«Precipitare fuori bacio, scoagularsi, venire a portata
d’ogni possibile oscuro
Possibili alberi, alberi a se stessi oscuri
mai sazi di accedere a frotte
a disorientarsi a orientare lievito intollerabile»

Il modo di scrivere e di esprimersi del poeta improvvisamente accelera. La trama sintattica sembra effettivamente scoagularsi e «passa dai toni evocativi alla constatazione di un imperativo poetico. Non si tratta di operare un distacco […] ma di passare dal dominio del “due” a “una pluralità innumerabile di modalità”» (Dal Bianco, pag. 1592)

«E pluralità innumerabile di modalità
dell’oscuro, scarsi in innumerevoli – non due –
d’oscuro sessi
Qui in feccia, all’oscuro, immanere
Là in volta, all’oscuro, esalarsi
Possibile, alberi – Possibile, oscuri, oscuro
Oscuro ha sé, sessuata, umiltà
tracotanza, pietà.»L

L’uscire fuori dal galateo, andare verso l’oscuro e farlo crescere fino all’impersonalità, alla perdita dell’io lirico, può permettere forse alla poesia di colloquiare con l’oscuro (inconscio, rimosso storico, caos primordiale) e interiorizzare quel sentimento di pietà (parola finale) capace di riscattare la storia. Scrive Zanzotto: «Di fronte al groviglio per così dire bestialistico (ma si sa che è termine improprio) della storia, sta col no della poesia, una nuova, “oscura” proposta di umano che potrà avere esplicitazione, lasciato da parte il groviglio astrale della poesia stessa, in eventuale storia “di ritorno”, “autre”» (citato in Stefano Dal Bianco, pag.1591).

In ogni caso, «Immanere in feccia, con umiltà, ed esalarsi in volta (donarsi al mondo) con tracotanza, è il compito Possibile della poesia» (pag. 1592)

Restare con umiltà dentro ai residui, ai sedimenti organici e inorganici del processo naturale, rivolgersi agli ossari, ai cippi con disperato rispetto, ai resti, agli scarti, al pattume rappresenta certamente per Zanzotto la continuazione dell’eredità montaliana definita negli Ossi di seppia. Questo è un corno del lavoro possibile della poesia. L’altro è l’emanarsi, il diffondersi, il donarsi al mondo oltre il consentito, con prepotenza e sfrontatezza, con superbia, andando oltre il galateo, oltre le norme del vivere civile, oltre il giusto, verso un “bene oscuro” che la poesia forse aiuta a conquistare.

17-18 settembre 2026

Il primo nipote

Composizione astratta con forme organiche sovrapposte in diversi colori su sfondo verde chiaro.

di Donato Salzarulo

Per tutti il primo teatro in cui si distribuiscono i ruoli che poi giocheremo nella vita è la scena parentale. (Nadia Fusini)

1. Ho ereditato il nome del nonno paterno. Non sono il solo. Il fatto rilevante è che sono il primo della serie. Figlio del primo figlio, Domenico, nacqui verso l’alba del 28 maggio del 1949. Era un sabato e, a quell’ora, i paesani andavano in campagna. Nonna Concetta, così raccontava mia madre, seduta sui gradini della loggia, diede l’annuncio della buona novella a tutti i passanti. Nella famiglia originaria di mio padre (tre fratelli e tre sorelle) ero per tutti il primo nipote. Zia Francesca, la prima sorella di mio padre, lo ribadiva ogni volta che voleva sottolineare la mia importanza per il ceppo parentale. Quasi mai l’ho sentita aggiungere “maschio”. In realtà, il titolo di “primo nipote”, spettava di diritto a Rosetta, figlia di zia Antonietta.

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Franco Arminio: «L’incredibile non si può dire a tutti. Poesie d’amore»

di Donato Salzarulo

1.- La poesia d’apertura dell’ultimo libro di Franco Arminio (L’incredibile non si può dire a tutti. Poesie d’amore, Rizzoli, 2026) è senza titolo, come tutte le altre novantacinque sorelle. Composta da venticinque versi liberi, con un’escursione metrica che va dal senario iniziale («Ci sarà un giorno») a due versi di dodici sillabe (v. 16 «e stropicciato da ogni parola storta», v. 24 «sulla lavagna del buio, disegnava»), con una netta prevalenza di decasillabi (sette), endecasillabi (cinque) e novenari (sei), contiene una sorta di profezia che l’Io poetico rivolge a un Tu femminile: «Ci sarà un giorno / in cui penserai meravigliata.»
E cosa penserà questo Tu? Penserà alla stranezza di quel «tempo iroso / in cui nessuno stava calmo / e ognuno pensando al giorno dopo / perdeva le sue ore liete / e fiorivano non viste le rose / della vita.»
Il “tempo iroso” può essere quello vissuto da una coppia, ma può anche essere un tempo sociale caratterizzato dall’ira, sentimento per lo più improvviso e violento e, secondo la religione cristiana, uno dei sette peccati capitali. Il risultato di questo “tempo iroso” è di sprecare o di vedersi sottratte le eventuali ore liete che si potrebbero vivere e, diventati prigionieri di una simile passione triste e impulsiva, non accorgersi neanche delle “rose della vita”, cioè delle sue bellezze. A cos’altro penserà quel Tu femminile? Riconoscerà che «Era la stagione / in cui il re del nero / ogni mattina inventava una guerra / e chi aveva uno spirito gigante / si sentiva in esilio, faticava / a camminare tra le macerie / di quegli anni.» Il tono è un po’ fiabesco, ma a cosa allude la fiaba mi sembra chiaro: la stagione è quella dei nostri anni, in cui “il re del nero” – veramente i re del nero sono parecchi – ogni mattina trova le ragioni per fare una guerra. E, se non le trova, come nella favola del lupo e dell’agnello, le inventa e fa piovere missili e bombe su palazzi e popoli inermi.
Il poeta (e i poeti) un po’ “spiriti giganti”, come gli albatri della famosa poesia baudelairiana, si sentono espulsi dal mondo e faticano a camminare tra rovine e macerie, tra questa «pestilenza delle anime», come Arminio scrive in un’altra poesia.
«Quanto ci stanca / questo tempo che si arma. / Appena ti vedo / mi getto nelle tue mani, / sono una via di mezzo / tra un rudere e un fantasma.» (p. 108)
In una situazione simile anche il corpo di quel Tu – non solo il suo si capisce – risulta «Infiammato dai dolori / e stropicciato da ogni parola storta». E le parole storte, non portatrici di verità, che si dicono nel tempo delle guerre e dei re del nero sono tante.
«Il cuore dei ricchi era leggero / come una foglia morta.» La leggerezza, in questo caso, è un sentimento deresponsabilizzante, complice e mortuario. «L’orrore partoriva altri orrori.» Fino ai genocidi e agli stermini consumati nell’indifferenza e complicità delle democrazie occidentali.
Come può essere vissuto un amore nella stagione degli orrori e delle guerre? L’amore non può non essere «pieno di paure». Ma, per quanto impaurito, è ostinato, è luogo e relazione di speranza, è abbraccio contro il buio della storia: «ma quando chiudevi / le braccia intorno a me / veniva a trovarci una luce / sulla lavagna del buio, disegnava / il luogo esatto della gioia.»
«Un vero abbraccio fonda l’avvenire», si intitola una delle undici sezioni del libro in cui tutte le poesie vengono distribuite, ad eccezione della quinta, quasi centrale e in prosa, interamente dedicata al Canto del corpo.
Con questa composizione di apertura e con altri testi che si possono leggere all’interno, mi pare che Arminio raffiguri le coordinate storiche in cui queste poesie d’amore germogliano, evidenziando «la profonda inimicizia / di quest’epoca / verso i nostri sogni», che non sono solo sogni o storie d’amore, ma dinamiche di relazioni interpersonali più o meno riuscite, gioie, paure, tremori e tormenti, intensità emotive ed allarmi del corpo-mente che cerca di traslocare sulle pagine il pieno o il vuoto di realtà in cui è immerso.
«Ricordati che la scrittura arriva da sotto,
attraversa qualcosa che è morto.
La scrittura ti raggiunge
quando sei un ombrello
rotto dal vento.
Sei tu la pioggia
che sbatte sulla terra.» (p.105)

2.- La seconda poesia ha per protagonista l’Io poetico. In undici versi liberi – escursione metrica da sette a dodici sillabe, con prevalenza di endecasillabi e dodecasillabi – evoca il suo lungo e costante processo di preparazione fisica e spirituale per riconoscere il Tu femminile e, soprattutto, per riconoscere in lei «la grazia umanissima di chi è tutta / e per niente in questo mondo.» Questi due versi vanno sottolineati. Chi legge deve comprendere che la donna con cui l’Io entra in relazione non ha soltanto una «grazia umanissima», quindi una condizione di eleganza, fascino, bellezza superlativa; ha, in un certo senso, una marcia in più, perché ha qualità e virtù tipiche di chi è un essere mondano o terrestre e appartiene del tutto a questo nostro mondo, ma anche di chi è così eccezionale da non appartenervi per niente. Essere trascendente, perciò; essere umano al di là di questo mondo, di un altro mondo forse.
Come non cogliere in questa definizione un’eco del celebre sonetto dantesco, «Tanto gentile e tanto onesta pare»? Come non pensare al miracolo capitato a questo Io, che si era allenato da anni per questo riconoscimento?
Qualche pagina più avanti, nella sesta poesia, l’Io confessa di aver visto il Tu femminile camminare «nella pioggia / di una piccola città abruzzese.» Crede di non aver mai visto «una bellezza più ripida / e profonda» e, in clausola, aforisticamente scrive: «La tua bellezza è la passeggiata / di Dio nel mondo.» (p. 20). In un certo senso, siamo anche al di là di Dante. Non abbiamo a che fare con la donna angelicata che guida il poeta nelle sfere celesti del Paradiso. Qui si a che fare direttamente con l’incarnazione del Dio-infinito.
Gli effetti che un tale incontro producono sono a malapena immaginabili.
«Mi hai portato la grande commozione / di svegliarmi, di sentire / la tua voce che saluta le mie / e le tue labbra.»
Chi non vorrebbe vivere questa grande commozione? Chi non vorrebbe svegliarsi la mattina e udire la voce di una tale figura femminile che con un bacio saluta le mie e le tue labbra?…
Dopo questo riconoscimento, il presente emotivo e sentimentale dell’Io diventa un canto di gioia, un canto per questa donna eccezionale, piena di grazia, un canto al quale partecipa «anche il buio che c’è / nel bagno». Trasformandosi probabilmente in luce.
In chiusura si leggono i versi finali che danno il titolo al libro: «L’incredibile / non si può dire a tutti.» No, di dire, lo si può dire. Il problema è la credibilità, la verosimiglianza, il prestare fede o meno ad un evento così straordinario e stupefacente che si chiama innamoramento.
«Raramente la gioia è tersa. / Credimi, sono colpevole, / ma non ho mai avuto colpe / migliori di questa.» (pag. 93).

3.- Nella poesia a pagina 97, se ho contato bene, la numero 63, la voce poetante nei primi due versi sostiene che «Il ritorno al romanticismo / è urgente.» Dai versi successivi non è molto chiaro cosa intenda per romanticismo: sembra si tratti di un atteggiamento che un uomo debba avere nei confronti di una donna, cioè non pensare immediatamente a spogliarsi e a spogliarla. Il suggerimento (romantico?) è, invece, quello di aprire la finestra, di parlare, di guardare «cosa è scritto / nel bianco dei suoi occhi / prima di toccarla.» Galateo sentimentale, insomma. Buona educazione, acquisizione del consenso. Ma che c’entra il romanticismo? Forse qui si teme un suo smascheramento, una sua demistificazione: che vi possa essere, come canta Antonello Venditti, sesso senza amore. In fondo, fra adulti consenzienti, il sesso può essere esperienza piacevole e soddisfacente. Non so. Temo che il poeta non voglia andare a fondo, non voglia dirsi delle verità su questa nostra era post-romantica.
Personalmente il romanticismo lo vedo molto di più nella poesia numero 67, riprodotta in quarta di copertina: «Un amore è un uragano, / una fitta nebbia, / un cedimento, / un luogo incustodito / in mezzo al cuore, / è la vana pretesa di dare / un’ossatura all’infinito, / una perfezione all’errore.» Tempesta e assalto. Intimamente contraddittori questi versi segnalano da un lato la situazione turbolenta, passionale, d’ignoranza conoscitiva, di crollo della resistenza e della forza di volontà in cui finisce l’Io innamorato o in amore; dall’altro la molla, la posta in gioco che lo spinge: la pretesa vuota e priva di consistenza di dare “un’ossatura all’infinito”, cioè di vedere il Dio incarnarsi e, infine, la presunzione di dare “una perfezione all’errore”. Gli esseri umani, anche quando sono pazzamente innamorati, non possono essere perfetti. Questi versi “romantici” mi pare che rappresentino bene un’altra faccia di questo libro di poesie d’amore. Qui si depotenzia sia il romanticismo, sia il dolce stilnovismo di marca dantesca.
«Noi siamo creature dolenti,
ma ancora disponibili al fervore.» (p.54)

4.- Sarebbe vano inseguire, poesia dopo poesia, le tante definizioni di amore che il poeta regala a chi legge e sarebbe altrettanto vano indicare gli effetti benefici e malefici, i desideri e le frustrazioni che l’amarsi genera. Ancora più inutile indicare le caratteristiche ideali e reali dell’amata e dell’amato e le crepe che inevitabilmente si aprono nella loro storia («In certi momenti / ci amiamo allo stesso modo, / sono i momenti / in cui non ci capiamo», p. 83), la fenomenologia dell’amore è per sua natura viva e complessa. Queste poesie, in fondo, non fanno che ribadirlo con sensibilità, intelligenza e creatività.
Del resto, Arminio ha al suo attivo altri libri specificatamente dedicati al tema come Studi sull’amore (Einaudi, 2022) e l’argomento attraversa tutta la sua opera. Sotto questo profilo la sua è un’esperienza poetica che meriterebbe maggiore attenzione critica sia per contestualizzarla rispetto ad altre esperienze di poeti e poetesse che scrivono d’amore, sia per rilevarne i tratti originali ed esemplari. Mi sembra interessante, ad esempio, questo recupero da un lato della tradizione dolce stilnovistica e del mito romantico dell’amore per i loro aspetti di sacralità, poeticità, sogno chimerico e dall’altro il contemporaneo depotenziamento. Un amore intenso e per sempre sarebbe bello, ma si sa già che è impossibile perché tutto è provvisorio. Sarebbe bello un amore che ci permettesse di autorealizzarci, ma si sa «l’amore è il posto giusto per farsi male.» (p.100). La contraddizione, il paradosso, l’ossimoro, la spirale, la ripetizione e la variazione, il labirinto, il circolo, il ritorno continuo sui punti mi sembrano elementi caratteristici di queste poesie corporee, perché è il corpo, come canta e vuole il poeta, a svolgere il ruolo di primo motore.
In chiusura mi interessa accennare all’attenzione che, in questa occasione, Arminio riserva alle istituzioni metriche e ai suoi tentativi di diversificare il formato delle sue composizioni: un flusso di settenari, un sonetto, un’enumerazione per asindeto, delle poesie di tre versi («A turno uno di noi / sia cielo / e l’altro muto arcobaleno») e altre più lunghe, se non lunghissime fino ad apparire dei poemetti. Mi riferisco all’ultima sezione, intitolata L’euforia, composta da una sola poesia di 131 versi liberi, una sorta di confessione in cui l’Io poetico espone le sue credenze e il suo modo di essere, le sue conoscenze e le sue scelte, i suoi dissensi e i suoi rifiuti, le sue accettazioni e i suoi piaceri: «Io credo veramente a una forma dell’umano / che sia una breve ma intensa / passeggiata nell’impensato. […] C’è questo amatissimo stare qui / e mi piace, mi piace scrivere, / immaginare, scaraventarmi / fuori dalla trama; / fuori dalle mie rughe, / fuori dalla vena senza sangue / in cui fanno le leggi e le guerre / e i commerci e anche gli amori.»
Il piacere di scrivere è così intenso che viene sicuramente prima di tutto. Anche forse prima, durante e dopo gli orgasmi. Arriva nel cuore e nella mente come un “tamburo di spine”, come un amore dolcissimo, con la consapevolezza che se veramente la bellezza eccezionale della donna amata potesse renderlo felice, l’Io del poeta se ne andrebbe a soffrire altrove.

 

25 giugno 2026

 

Joan Didion: «L’anno del pensiero magico»

di Donato Salzarulo

Domenica 17 febbraio 2019, verso l’una di notte, si era, quindi, già nel lunedì, squilla il cellulare sul comodino al mio fianco. Riconosco la voce di Elisa, mia nipote.
«Zio, è morto mio papà…»
«Come è morto tuo papà?!…Ma stai scherzando?…»
«Ha telefonato mia madre da Pietra…È caduto, mentre pescava.»
Il papà di Elisa è Ledo, mio cognato, marito di Tina, mia sorella. Domenica a mezzogiorno abbiamo pranzato insieme. Con me c’era mia moglie e mia nipote Laura. C’era anche Claudio, un amico di Ledo e pescatore come lui. Un pranzo festoso, con calamari ripieni. Nel pomeriggio saluto tutti e torno a Cologno in treno. Il giorno dopo ho una visita medica.
Il giorno dopo tutto è cambiato. 

«La vita cambia in fretta.
La vita cambia in un istante.
Una sera ti metti a tavola e la vita che conoscevi è finita.
Il problema dell’autocommiserazione.»

Con queste parole comincia L’anno del pensiero magico, l’opera più famosa di Joan Didion, un memoir sulla morte per infarto del marito John Gregory Dunne, avvenuta verso le nove di sera del 30 dicembre 2003, mentre erano seduti per cenare al tavolo del soggiorno del loro appartamento di New York.
Erano appena tornati dal reparto di terapia intensiva della Singer Division del Beth Israel Medical Center, dove la loro unica figlia Quintana era stata ricoverata la mattina di Natale per una forma influenzale sfociata in polmonite e shock settico.
Il libro, iniziato nove mesi e cinque giorni dopo, il pomeriggio del 4 ottobre 2004, è il tentativo che la scrittrice compie per raccapezzarsi nel periodo che seguì:
«Settimane e poi mesi che cambiarono ogni idea preconcetta che io avessi mai avuto sulla morte, sulla malattia, sul calcolo delle probabilità, sulla fortuna e sulla sfortuna, sul matrimonio e sui figli e sulla memoria, sul dolore, sui modi in cui la gente affronta o non affronta il fatto che la vita finisce, sulla fragilità dell’equilibrio mentale, sulla vita stessa.» (pag. 11).
Praticamente un cambiamento quasi radicale, relativo al suo stesso modo di scrivere. Joan Didion, una tra le esponenti più famose del “New Journalism”, che univa giornalismo e narrazione, ha fatto la scrittrice per tutta la vita e si era formata l’idea che «il significato stesso fosse insito nel ritmo delle parole, delle frasi e dei paragrafi, una tecnica per nascondere quello che pensavo o che credevo, qualunque cosa fosse, sotto una vernice sempre impenetrabile. Io sono, o sono diventata, il mio modo di scrivere.»
Nel caso specifico, le parole e i loro ritmi non sono sufficienti. Occorrerebbe una sala di montaggio, attrezzata con un sistema Avid di editing digitale «sul quale potrei toccare un tasto e distruggere la sequenza temporale, mostrarvi simultaneamente tutte le inquadrature della memoria che ora mi vengono in mente, lasciarvi scegliere le riprese, le espressioni leggermente diverse, le varie letture delle stesse battute. Questo è un caso in cui per trovare il significato mi serve qualcosa di più delle parole. Questo è un caso in cui mi serve tutto ciò che io credo e ritengo penetrabile, se non altro per me stessa.» (pag. 11) 

La vita cambia in un istante
Un normale istante.

È questa normalità di tutte le cose che precedono il fatto che lo rendono quasi incredibile, non incorporabile, non assimilabile. Forse non è successo niente, continua a pensare per un po’ la mente.
Poi comincia l’ossessione sui particolari che si fa fatica ad affrontare: come è successo? Si poteva salvare? C’era qualcuno vicino? Chissà che dolore ha provato! Come ha fatto Ledo ad appoggiarsi con le spalle sulla roccia?…
E poi la stanchezza, il pianto e la stanchezza, la stanchezza e il pianto…
«Non c’era nulla di cui non parlassi con John.
Poiché facevamo gli scrittori e lavoravamo in casa tutt’e due, le nostre giornate erano piene del suono delle nostre voci.
Non sempre pensavo che avesse ragione lui, e non sempre lui pensava che avessi ragione io, ma ciascuno di noi era la persona di cui l’altro si fidava.» (pag. 20)
L’autopsia? Facciamo l’autopsia? Domanda delicata, spinosa. Nel formulare la richiesta gli stessi medici diventano ansiosi. Lo confermano molti studi, sostiene Joan Didion, che in questo modo slarga sempre il campo e commenta col pensiero scientifico, razionale il pensiero magico con cui lutto e sogno sovrascrivono la vita. Non c’è, è ancora qui, non può essere morto così…Sì, l’autopsia sì, risponde Didion. Ha bisogno di sapere il come, il perché e il momento del decesso.
No, l’autopsia no, rispondemmo noi. A che serve aprirgli il torace come un pollo, scuoiargli il viso, pesare gli organi interni su una bilancia.
«Dovevo credere che fosse morto subito.
Se non credevo che fosse morto subito, avrei pensato che dovevo essere in grado di salvarlo.
Finché non vidi il referto dell’autopsia, continuai comunque a pensarlo, tipico esempio di pensiero delirante, di tipo onnipotente.» (p. 26)
Chi si vede cambiare la vita in fretta, chi se la vede cambiare in un istante, non è pronto al colloquio con la morte, all’angoscioso dolore della perdita. Morire è sempre un trauma. Ma pietrificarsi dopo una lunga malattia, non è lo stesso che subire un infarto o spezzarsi la nuca scivolando malamente su una roccia. Tre settimane prima che morisse mio cognato Ledo, morì mio fratello Peppino. Più giovane di lui. L’abbiamo pianto. Ma ce l’aspettavamo. Il dolore smuove sempre cose dentro di noi e libera ricordi e sentimenti sepolti nel nostro corpo-mente. Ma quando ti colpisce in un istante il dolore è diverso. Arriva a ondate con «parossismi, ansie improvvise che ti tagliano le gambe e ti accecano e cancellano la quotidianità della vita.»
Dopo la descrizione soggettiva, anche questa volta, Joan Didion ricorre al pensiero scientifico, al famoso studio del 1944 di Eric Lindemann, direttore del reparto psichiatrico del Massachusets General Hospital:
«Sensazioni di malessere somatico che si susseguono a ondate che durano da venti minuti a un’ora per volta, l’impressione di avere la gola chiusa, di soffocare perché manca il respiro, un bisogno di sospirare e un senso di vuoto nell’addome, mancanza di forza muscolare e una forte sofferenza soggettiva descritta come tensione o angoscia mentale.» (p.31)
Il dolore ha il potere di sconvolgere la mente. Lo sostiene Freud nel suo Lutto e melanconia del 1917. Si tratta di uno stato patologico, scrive. Lo sostiene Melanie Klein nel suo Il lutto e la sua connessione con gli stati maniaco-depressivi del 1940: «La persona in lutto è effettivamente malata.»
Joan Didion, quando mesi dopo riesce a scrivere, riconosce che durante l’inverno e la primavera non sempre si era affidata al pensiero razionale. «Pensavo come pensano i bambini piccoli, come se i miei pensieri o i miei desideri avessero il potere di rovesciare la storia, di cambiarne l’esito.» Ricorda almeno tre occasioni: quella dei necrologi che la turbarono (aveva lasciato che gli altri lo credessero morto); quella della sua opposizione al doversi liberare dei vestiti di John: lo fece gradualmente, diede alla fine le scarpe (poteva sempre ritornare). L’autopsia stessa le apparve il primo esempio di questo modo magico di pensare: forse quello che era andato storto era qualcosa di semplice, congetturava.
Chi è immerso in un dolore simile all’apparenza appare razionale, ma sul punto di riconoscere che il marito è effettivamente morto, il modo di ragionare rimane fluido.
Alla scrittrice non rimane, nei momenti difficili, che ricorrere a ciò che le era stato insegnato sin dall’infanzia: leggere, imparare, darsi da fare, rivolgersi alla letteratura…Tutto per non perdere il controllo.
Ma la letteratura sull’argomento le sembra modesta: c’è il Diario di un dolore, tenuto da C.S.Lewis dopo la morte della moglie; si può leggere la descrizione di Thomas Mann nella Montagna incantata riguardante l’effetto che la morte, ancora della moglie, ha su Herman Castorp; oppure ci sono, nei balletti classici, i momenti in cui questo o quell’innamorato abbandonato cerca di far rivivere questa o quell’amata; ci sono certe poesie: di Matthew
Arnold (Il tritone abbandonato) o di W. H. Auden (i versi di «Funeral Blues» tratti dall’Ascesa dell’F6); ci sono, infine, delle “guide” per affrontare la situazione, secondo la scrittrice, abbastanza inutili.
Non rimane che la letteratura professionale, gli studi di psichiatri, psicologi, assistenti sociali, venuti dopo Freud e Klein. È a questi che Joan Didion fondamentalmente si rivolge. E cita Lutto: reazioni, conseguenze e cura redatto nel 1984 dall’Istituto di medicina della National Accademy of Sciences:
«Soggettivamente, i superstiti possono sentirsi come se fossero dentro un bozzolo o avvolti in una coperta; agli altri, possono dare l’impressione di reggere bene. Poiché la realtà della morte non è ancora penetrata nella coscienza, può sembrare che i superstiti stiano rassegnandosi alla perdita.» (p. 49)
Sottolineo: la realtà della morte non è ancora penetrata nella coscienza. E questo tante volte anche dopo i funerali, dopo la cremazione o il seppellimento, dopo i ringraziamenti funebri, dopo aver dato via scarpe e vestiti, dopo aver ricostruito mille volte l’evento. Sempre nello studio citato si legge:
«Le ricerche hanno finora dimostrato che, come molti altri fattori stressanti, il dolore per la perdita di una persona cara porta spesso a cambiamenti nel sistema endocrino, immunitario, nervoso, autonomo e cardiovascolare; tutti questi sistemi sono fortemente influenzati dal funzionamento del cervello e dei neurotrasmettitori.» (p. 51)
Da questa letteratura scientifica la scrittrice apprende che ci sono due tipi di lutto: quello non complicato e quello complicato. Il primo porta con sé ansia, nottate insonni, agitazione e iperattività del sistema nervoso, senza causare, di solito, depressione clinica; il secondo è patologico e si presenta soprattutto quando tra il sopravvissuto e il deceduto vi è «dipendenza reciproca» per «motivi legati al piacere, al sostegno e all’autostima». Criterio diagnostico presente nella relazione tra la scrittrice e il marito John.
La dipendenza non è l’unica situazione in cui può determinarsi un lutto complicato o patologico. Un’altra è quella di «una malattia o seconda morte in famiglia». Per Joan Didion la malattia è quella dell’unica figlia Quintana, ricoverata in ospedale, tra la vita e la morte, mentre il padre muore.
«Era tornando indietro che incassavi il colpo», pensa la scrittrice e, oltre a ricordare il matrimonio della figlia con Gerry del 26 luglio 2003, ricorda il suo del 30 gennaio 1964. Due matrimoni semplici. Due matrimoni di cui rimangono le foto. L’espressione di Didion ora non è più quella. «È un’espressione di estrema vulnerabilità, nudità, trasparenza.» Ha le pupille dilatate come quando si esce dall’ambulatorio dell’oculista, ha gli occhiali da sole, si sente invisibile ed incorporea, le sembra di aver attraversato lo Stige e il Lete. Nella mente ripete l’elegia del 1806 di Walter Savage Landor alla memoria di una figlia di Lord Aylmer, morta a Calcutta a vent’anni: 

Oh, a che giova la stirpe regale!
A cosa la forma divina!
A cosa ogni grazia ogni virtù!
Erano, Rose Aylmer, tutte tue.

Rose Aylmer, per la quale questi occhi svegli
Possono piangere, ma non vedere mai,
Una notte di ricordi e di sospiri
Consacro a te

E si sofferma a meditare sugli ultimi due versi.
Vorrebbe consacrare al suo John una notte di ricordi e di sospiri. Ma è impossibile.
«Io volevo qualcosa di più di una notte di ricordi e di sospiri.
Io volevo urlare.
Io volevo che tornasse.»

Parecchi anni fa, racconta Joan Didion, camminando vidi una cascata luminosa. Pensai fosse un’ansia di morte. E qualche anno prima in California sognai l’immagine di un’isola glaciale. Anche questa era la morte. Se le mie immagini di morte erano così belle, come mai, si domanda la scrittrice, ero così incapace di accettare il fatto che John era morto? Forse perché non riuscivo a vederla come una cosa capitata a lui e non a me. Ecco il problema: il morto va, scompare, si rende invisibile per sempre. Sono i vivi che devono affrontare la crisi di presenza, la fine di un mondo, l’apocalissi familiare che la sua perdita rappresenta.

«La vita cambia in fretta.
La vita cambia in un istante.
Una sera ti metti a tavola e la vita che conoscevi è finita.
Il problema dell’autocommiserazione.»

I gemiti di autocommiserazione si ascoltano fin dai primi momenti. Di solito accompagnano il pianto: perché a me questa tragedia? Perché questo disastro?… Rimuginare sulle proprie sventure è inevitabile, ma ci spaventa. Vorremmo rimuoverlo, vorremmo apparire come persone capaci di controllare sempre la situazione. E poi il morto è lui, non noi. La nostra disgrazia sembra inferiore rispetto alla tragedia della sua irreversibile scomparsa. L’autocommiserazione sembra sprofondarci nell’abisso dell’egocentrismo. E ci ripugna:
«Autocommiserarsi significa provare pietà per se stessi, autocommiserarsi significa succhiarsi il pollice, autocommiserarsi significa piangersi addosso, e l’autocommiserazione è la condizione in cui quelli che provano pietà per se stessi si crogiolano, o addirittura sguazzano.» (p. 200) A Didion appare incredibile questa riprovazione verso l’autocommiserazione; assolutamente non condivisibile la sua ripugnanza, la condanna, la rimozione. Se una persona con cui hai vissuto insieme quarant’anni muore, si avrà pure il diritto di stare malissimo e dirlo ad alta voce. I delfini, dopo la morte del compagno, si rifiutano di mangiare e le oche cercano il compagno che non c’è più fino a perdersi e morire. L’homo sapiens, un animale, per sua natura, dotato di linguaggi simbolici, dovrebbe non rimuovere la morte dal suo orizzonte. È davvero sbalorditivo che lo faccia. Una morte che non arriva soltanto per infarti, cadute accidentali, incidenti stradali, aerei che si schiantano al suolo o terremoti, ma anche per guerre neocoloniali, genocidi, stermini di bambini e popolazioni civili. Più la si rimuove dall’orizzonte, più la morte ci agguanta e attanaglia.
Una donna sposata, che ha vissuto per quarant’anni col marito, col quale ha condiviso tempo, lavoro, abitudini, decisioni, passioni, viaggi, letture e mille altre cose ed azioni, ha tutto il diritto di autocommiserarsi, se si ritrova da sola, con una casa e un mondo che le appaiono improvvisamente vuoti.
John muore il 30 dicembre 2003, il 26 agosto 2005 muore anche Quintana. Oltre a questo libro, per riuscire a orientarsi nel dramma, Didion ne scrive un altro: Blue Nights. Non l’ho letto. Appena possibile, lo farò. Immagino, però, che lo stile di scrittura non sia molto diverso da L’anno del pensiero magico: pagine tra giornalismo e narrazione, una scrittura tra indagine e domanda che dà il meglio di sé stessa, riflettendo sulla propria esperienza personale. Una sorta di “personal essay”.
Mia sorella, invece, ha scritto poesie che tiene per sé, ha cambiato casa e da qualche mese prende lezioni di pianoforte.

12 giugno 2026

 

NOTA AGGIUNTIVA

Prima di pubblicarla, ho fatto leggere la recensione a mia sorella. Le ho chiesto di autorizzarmi a citare episodi così diretti della sua vita. Le ho chiesto anche, nel caso lo volesse, di dirmi le sue considerazioni e di inviarmi qualcuna delle sue poesie scritte per Ledo. Un po’ ho rinnovato il suo dolore. Dopo sette anni, il trauma è ancora vivo.
Mi scrive: «Sono pensieri che mi rimandano indietro, ma che mi fanno tremare, come mi capita ogni volta che penso alla morte di Ledo. Sono pagine che sembrano scritte per me. Rivivo passo passo il mio dolore, se pur anestetizzato, ma è sempre un pensiero che preme sul mio cuore e sul mio respiro. […]
Ho scritto della mia paura in Via Toscanini dalla prima notte dopo il funerale, sola nella sala per sei mesi, sono impazzita soffocando per l’assenza del respiro. […]
Nel testo “Hai scelto una delle più belle spiagge” soffrivo per il dolore che Ledo sicuramente provò anche solo per stendersi e morire. E nutrivo la speranza che qualcosa avesse alleviato quel trapasso. E pensavo al mio dolore che non sapevo come dominare con la ragione. Ero egoista nel chiedermi se avesse pensato a me nella casa estranea e sola?…
Mark Strand, poeta e critico canadese, scriveva:

 Quella notte un sogno perse vita
D’allora non mi abbandona
L’alito del dolore
Ogni notte dorme al mio fianco.»

Il rapporto che Tina aveva con Ledo è in parte espresso in una composizione del 18 marzo 2017, scritta due anni prima che il marito morisse, mentre facevano colazione a Pietra Ligure in un bar sul lungomare. Per Tina il marito è colui che “legge il cielo” e costituisce il suo punto di orientamento, vicino al mare e in montagna. Infatti, verseggia: «Sa indicarmi i punti cardinali / le provenienze dei venti / piogge schiarite / […] Guardo il mio orizzonte / Perduta gli chiedo cosa promette questo tempo».

Ecco una scelta di poesie che Tina mi ha mandato e che sono autorizzato a pubblicare.
Sono state scritte, mi dice, «con l’urgenza di svuotarmi del peso che opprimeva il mio petto.» 

Anche il kiwi
piantato da Ledo
scosso dal vento turbinoso
ieri ha lasciato cadere le sue
ultime e scheletriche foglie
che ora riposano vinte
nel cortile della nostra casa.

Il mio sguardo compassionevole
si fissa su questo mucchietto
e sembra dire
Verrà ancora la primavera
per gemme e nidi di merli,
ancora gli steli porteranno ombra
e luce a questo piccolo porto.

Amore sei andato via

Come di consueto mi hai dato un bacio
Ero distratta quella domenica
Però troppo breve era stato il tuo riposo
Mi sono meravigliata
Ti ho chiesto perché mai così presto
Ti recavi a pescare.
Tina oggi ne approfitto
Tanto non riesco a dormire
Mi hai dato un abbraccio
Tutto avvolto nella giacca a ventoCo
l cappello e il secchio in mano
Con le canne sei scomparso via

Hai scelto una delle più belle spiagge

Hai scelto una delle più belle spiagge
Della Liguria
Per arrenderti alla vita
Chi sa se il rumore delle onde
Il profumo del mare
Il bagliore della luna piena
Hanno alleviato il dolore
Del tuo trapasso
Chi sa se nel buio della notte
Hai pensato a me
Sola nella casa estranea.

13/6/2020 h 12,42


Ho indossato uno scudo

Questa volta le lacrime
non dovevano essere
padrone del mio viso
mi sentivo più forte.

Ho urlato nel buio della notte
Ho paura ho paura ho paura
Ti ho chiamato a gran voce
E il pianto è arrivato a dirotto

Anche i rami imbianchiti
Sottostanno al peso
Della neve caduta

C’è silenzio nel mio vicolo

 

Il tuo silenzio 

Urlato al mare al fiume
Al vento al buio alla luce
M’è tornato indietro
Rimbalzando tra le ossa.
C’è solitudine
Le parole s’infrangono
Nel petto.
Ancora ferisce il mio scrigno
Rosso vivo.


Sei comparso nelle mie notti lunghe
Quando le mie luci si offuscavano
La mente allontanava il ricordo
La pioggia cantava il suo inno
Il vento bussava alla vetrata colorata

Il corpo migrava impaurito
SILENZIO
Ospite al mio fianco ti ho accolto
Ancora ti svelo pensieri e confido emozioni.

 

LA CALMA INQUIETUDINE

 Bianchi sassi di acque
opache allentano il passo
in fiore il biancospino.

Ombreggiano le luci e tu
Da quale vicolo verrai?

In tempi di chiarori
di luci promettenti
di freschi mattini
bacche di rosa selvatica.

Rosso linguaggio del cuore

 

Seduta sulle scale

anche il mio corpo vacilla
I pezzi amati saltellano e sfuggono
ai colpi
violentemente assestati
da insistenti e energiche mani.
È una processione di lacrime e
silenziose urla.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In treno per Pietra Ligure e i robot

di Donato Salzarulo

Chissà come fa Lucia a viaggiare in treno e ad arrivare a Pietra sempre con una nuova persona conosciuta, con cui ha parlato per tutto il viaggio. Un viaggio lungo.
Il treno è un diretto, il 3029. Lo stesso che prende spesso lei. Parte da Milano Centrale alle 14,25 e dovrebbe arrivare a Pietra Ligure alle 17,58. Ferma in tutte le stazioni incontrate sulla tratta: un lungo elenco. E il ritardo, almeno di un quarto d’ora, è assicurato.
In alternativa, c’è l’Intercity, ma ferma a Finale e nei fine-settimana, soprattutto in questo periodo, è sempre pieno e non si riesce a prenotare un posto. Io preferisco la macchina. Questa volta, però, devo prenderlo per forza e mi sono detto: «Disponi l’animo come quello di tua figlia e cogli l’occasione per una bella conversazione.»
Arrivo in stazione col treno già fermo sul binario 22 e le persone già in fila per entrare. É un treno che consente ai viaggiatori di portare anche le biciclette ed ha una carrozza attrezzata per il trasporto di passeggeri su sedie a rotelle. Per questo vi è pure l’idonea toilette nel vagone centrale: il terzo o il quarto. Sinceramente cammino senza contare le carrozze, in cerca soltanto della seconda classe.
Non vedo nulla e, ad un certo punto, entro. Chiedo e un signore mi risponde che la seconda è classe unica. Così trovo un posto nel quinto vagone forse. In questo treno si può prenotare il viaggio, ma non il posto. Allora mi sistemo in una sorta di “isola” di quattro posti, messi di fronte a due a due. Così, volendolo, possiamo conversare. Sulla sinistra ho il corridoio e, dopo il corridoio, un’altra “isola” all’aperto.
I miei compagni di viaggio mi rimarranno anonimi per tutto il percorso e, quando scenderanno, mi saluteranno. Tutti lo faranno prima di me. La mia fermata è la diciassettesima.
Sulla destra ho il marito con la moglie seduta di fronte; di fronte a me, invece, siede una signorina con capelli castani e un visino carino, indossa jeans, maglietta bianca e sopra un cardigan rosa.
Siccome, l’aria condizionata è a manetta, le prime frasi che ci rivolgiamo esprimono il nostro prevedibile disappunto. Quasi tutti prendiamo qualche precauzione: per quanto mi riguarda, avendo dato per scontato che avremmo avuto questo problema e avendo portato con me un golfino di cotone, lo indosso; il marito, piuttosto robusto, se ne sta al mio fianco a maniche sbracciate, mentre la sua signora chiede di prenderle un golf nel borsone. Cosa che il signore fa. E come se non bastasse, subito dopo si copre anche con un suo giubbino. Da parte sua, la signorina si sente già adeguatamente coperta.
Partito il treno, marito e moglie si rifocillano. Il primo mangia un bel tramezzino, la seconda una focaccina.
È, a questo punto, probabilmente che sarebbe stato utile una persona come mia figlia. Lei, per carattere, sembra conoscere il segreto per cominciare una conversazione: magari, avrebbe chiesto il loro nome, o avrebbe buttato giù qualcosa come: «Io vengo da Cologno, la città di Mediaset e della comunicazione, voi?…»
Non dubito che ci sia bisogno di curiosità, empatia, leggerezza. Io sono un orso ammodo. A domanda, rispondo. Se nessuno mi chiede niente, vado avanti coi miei monologhi interiori. Ne ho sempre qualcuno a disposizione. Fatto sta che nessuno dice niente e, un quarto d’ora dopo, i coniugi si abbandonano a un sonnellino ristoratore.
La signorina di fronte – sui trentacinque anni forse – continua a ricevere e a fare telefonate per tutto il percorso. Ha due cellulari. Anche se parla educatamente sottovoce, capisco che le comunicazioni sono tutte indirizzate a collaboratori per preparare adeguatamente un atto immobiliare da firmare. Il linguaggio della signorina è spedito e ben articolato, ma non rifugge da cadute del tipo: “non rompere il cazzo”, “è uno stronzo, non so cosa voglia”, ecc.
Il treno è pienissimo. Ci sono persone che continuano a telefonare ad alta voce in inglese e sul lato sinistro ci sono due ragazze che la parlano fluentemente e utilizzano il computer. La signorina di fronte, all’inizio, tira fuori anche lei il computer. Infila la spina nelle prese, ma non c’è corrente.
«Potrebbero dare meno aria condizionata e un po’ di corrente! Questo è proprio un treno di merda…»
La signorina, che non sembra disdegnare le posizioni di centro-destra, sostiene chiaramente che Salvini in quattro anni «non ha fatto niente per migliorare i trasporti».
Lo dice rivolta ai coniugi in un momento di risveglio.
Ecco su questo argomento potrei agganciarmi brillantemente e potrei sfoggiare la mia lettura della situazione politica e sociale del nostro Paese, dando prova di autentica socievolezza. Ma perdo il treno, mi limito a confermare l’imprecazione e rimango immerso in brusii, in rumori, nel vociare che sta invadendo tutto il treno.
Dopo un’ora passata così, senza far niente, sperando soltanto che qualcuno o qualcuna domandasse qualcosa o andasse al di là del fallimento di Salvini come ministro dei trasporti, mi metto a leggere prima L’INDICE del mese di giugno, poi LA REPUBBLICA e infine il CORRIERE DELLA SERA.
Mettersi a leggere in treno è come erigere una barriera nei confronti degli altri passeggeri. Ad un certo punto mi stanco. Dietro la mia spalla sinistra, c’è una signora dai capelli biondi e un po’ mesciati che sta in piedi dall’inizio del viaggio. Le offro di riposarsi un po’ le gambe sedendosi al mio posto. Io ho bisogno di sgranchirle.
Inizialmente si schermisce, poi si siede: «Dieci minuti…», continua a dirmi, «dieci minuti…».
Mentre lei sta seduta, vado alla toilette. Acqua dappertutto. Quando ritorno, la signora ha trovato un posto a sinistra, due “isole” più avanti. Sorridendomi, continua a ringraziarmi. Anche marito e moglie si spostano. A Genova Principe scendono diversi passeggeri e si mettono alla ricerca di una fila in cui soffi meno aria condizionata.
Da Genova a Pietra leggo Sette, il magazine del Corriere. Assai interessante l’intervista di Fiamma Tinelli al neuroscienziato Vittorio Gallese, autore di un libro intitolato «Il sé digitale». Si tratta di confrontare il “funzionamento” di un robot con quello di noi esseri umani.
Ecco alcune risposte:
«L’intelligenza umana non è un calcolo, si alimenta dell’effetto emotivo che l’incontro con il mondo ha su di noi. È il concetto di “simulazione incarnata”.»
«L’uomo accede al vissuto dell’altro attraverso un processo intuitivo: quando vediamo un amico che mentre pianta un chiodo nella parete si dà una martellata sul dito, intuiamo immediatamente il suo dolore, probabilmente proveremo anche un brivido. E questo non accade per un processo cognitivo, ovvero il semplice sapere che pestarsi un dito col martello fa male, ma perché i nostri circuiti cerebrali del dolore si attivano vedendo soffrire il nostro amico. La simulazione incarnata è una risonanza distintamente corporea, un “sentire l’altro”. E questo i robot non ce l’hanno.»
«Il robot può riconoscere un’espressione corrucciata su base computazionale. Quello che gli manca sono la soggettività e l’agentività, cioè la capacità di spiazzare l’altro con un comportamento creativo e originale. Ti vedo triste e mi metto a fare le bolle di sapone, ecco.»
«La soggettività è il riassunto della nostra vita, delle nostre memorie. La storia della macchina è solo ciò che è stato immagazzinato dall’esterno, organizzato da un algoritmo. Non è sua, non è personale.»
« (Il robot non può avere un “sé”), se intendiamo il “sé” come il nostro vissuto, costituito dall’incontro del corpo col mondo e con gli altri. L’uomo, per apprendere, ha bisogno di relazioni. Se qualcuno non ci insegna a parlare, siamo come il Kaspar Hauser di Werner Herzog, privi di parola. Il robot, no. Apprende anche da solo, chiuso in una stanza.»
Simulazione incarnata come modalità per accedere al vissuto dell’altro/a; soggettività come riassunto della nostra vita e delle nostre memorie; agentività come capacità di spiazzare l’altro/a; il Sé come prodotto del nostro vissuto e dell’incontro del nostro corpo-mente col mondo e con gli altri…Insomma, quattro importanti concetti per individuare la differenza fra noi e i robot.
Ho con me una bottiglietta d’acqua naturale. Ogni tanto la bevo. Ho anche un pacchetto di caramelle golia. La prima volta che lo tiro fuori, ne offro qualcuna alla signorina. Mi ringrazia e mi dice di no.
Tra una pagina e l’altra, rilettura e sottolineatura, verso le sei e venti, arrivo a Pietra. La signorina è scesa a Noli, augurandomi buon weekend.
Prendo il mio trolley e la mia borsa rossa a tracolla e metto i piedi a terra. Do un’occhiata in giro. Non c’è nessuno ad attendermi. A passo spedito mi avvio verso casa.

5 giugno 2026

 

 

Il linguaggio come organo biologico della prassi pubblica

Orpello grafico 2 (dettaglio di copertina)

di Donato Salzarulo

Concentrarsi sul fatto-che-si-parla, non su ciò-che-si-dice

LANGUE, PAROLE E LANGAGE

Il linguaggio ha un lato individuale e uno sociale, senza che sia possibile concepire l’uno senza l’altro. Il lato sociale è ciò che Ferdinand de Saussure chiama langue, “lingua”. Ogni parlante, alla nascita, ha a disposizione una langue: francese, italiana, tedesca, e così via. L’utilizzazione fatta dai singoli parlanti di questo dizionario è detta parole, equivalente a “parola”, come nelle locuzioni italiane “prendere la parola”, “dare la parola”, e locuzioni simili. Agli inizi del Corso di linguistica generale, si parla anche dilangage, inteso come facoltà del linguaggio articolato posseduta da ogni individuo. Saussure preferisce, però, non farlo rientrare nel suo progetto di ricerca, considerandolo un groviglio di elementi fisiologici, biologici e psicologici. Tuttavia, se si desidera comprendere cosa significhi “prendere la parola”, occorre necessariamente concentrarsi sul fatto-che-si-parla, non su ciò-che-si-dice, bisogna mettere a fuoco l’azione di enunciare. Paolo Virno discute accuratamente proprio di questo nella Parte prima del suo importante libro Quando il verbo si fa carne. Linguaggio e natura umana (Bollati Boringhieri, 2003).

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Sugli anni ’70 a Cologno Monzese: Donato Salzarulo (2)

di Donato Salzarulo

CHE COSA CI SERVE RICORDARE PER AFFRONTARE I PROBLEMI DEL NOSTRO PRESENTE? PER UNA POLITICA DELLA MEMORIA.

Su come ho vissuto gli anni Settanta ho scritto tre lunghi articoli leggibili in Rete: il primo «In mare aperto: tra revisioni e revisionismo» (qui), del settembre 2011, fa il punto sul mio “romanzo di formazione” teorica e sui miei orientamenti a quella data; il secondo «Il mio Sessantotto: il respiro della libertà» (qui), del gennaio 2018, è una testimonianza sulla mia partecipazione al movimento studentesco dell’Università di Torino, dove studiavo; il terzo «I miei anni Settanta a Cologno» (qui e qui), del giugno 2019, racconta la mia esperienza nel Gruppo operai-studenti e in Avanguardia Operaia…
Li ho riletti per questa occasione e li trovo ancora validi. Se vi capita, potete leggerli.
Dico subito che, scrivendo quei testi, non rispondevo ad un’esigenza di ricostruzione storica complessiva di quel periodo. Sono interessato a una “politica della memoria” o, se preferite, a “un uso pubblico della storia”. A questo fine ritengo proficuo il concetto di “passato utile”. La domanda centrale, in questo caso, diventa: che cosa ci serve ricordare per affrontare i problemi del nostro presente? Nel caso specifico, credo che gli storici dovrebbero darsi da fare per combattere o, almeno, ridimensionare quella sorta di equivalenza per cui gli anni Settanta sarebbero stati prevalentemente “anni di piombo” e/o di “terrorismo rosso”. Su quello “nero” si sorvola e sullo “stragismo” ancora di più.Già lo facevo nella mia ricostruzione. In questa occasione lo ribadisco con maggiore decisione: questa etichetta va respinta. Gli anni Settanta non furono “anni di piombo”. A Cologno, come in tutta Italia. Per quanto mi riguarda furono anni:

a) Caratterizzati dal fenomeno delle migrazioni interne, in particolare dal Sud verso il Nord. Una città come Cologno passò in vent’anni, dal 1960 al 1980, da 6.664 abitanti a 47.428. Più di 40.000 in più ad un ritmo di oltre 20.000 a decennio. Questa sì che fu un’invasione! Oggi Cologno Monzese ha gli stessi abitanti del 1980.

b) Di protagonismo dei giovani (in particolar modo degli studenti, fino a vagheggiare in un primo momento una sorta di “potere studentesco”), degli operai (l’autunno caldo del ’69 si prolungò abbastanza per tutto il decennio fino alla sconfitta della Fiat) e delle donne (dall’emancipazione alla liberazione, alla nascita e affermazione del pensiero femminile e femminista della “differenza”)

c) Di conquiste sociali: dall’abolizione delle “gabbie salariali” al Contratto nazionale, allo Statuto dei lavoratori, alle 150 ore, alle lotte contro la nocività sul lavoro e nell’ambiente; l’affermazione di diritti civili come il divorzio e l’aborto; la riforma del diritto di famiglia, l’inserimento dei disabili nelle scuole, la chiusura dei manicomi, l’istituzione degli Organi collegiali e lo Statuto giuridico dei lavoratori della scuola, l’istituzione del tempo pieno nella scuola dell’obbligo, l’abolizione del Patronato scolastico, la riforma della sanità, ecc. La parola riforma significò in quegli anni davvero riforma e non “schiforma” o controriforma come è capitato negli anni successivi.

d) Di redistribuzione del reddito a favore dei ceti più deboli e delle classi lavoratrici. Furono anni di inflazione a due cifre. Per fortuna c’era la “scala mobile”, cioè l’adeguamento automatico di salari e stipendi rispetto all’aumento del costo della vita. La Confindustria e le altre associazioni padronali, dopo la marcia dei 40 mila alla Fiat nel mese di ottobre del 1980, fecero pressioni sui Governi per abolire questo strumento di difesa e Craxi col “decreto San Valentino” nel 1984, tagliò tre punti. L’anno successivo ci fu il referendum abrogativo. Vinsero i No. Questa vittoria rappresentò una grave sconfitta politica della sinistra e dei lavoratori.
A luglio del 1992 la scala mobile fu definitivamente abolita. Questa è una vicenda storica che merita di essere ricordata proprio in periodi come questi in cui, a causa della guerra in Ucraina prima e in Iran adesso, i prezzi del petrolio sono schizzati in alto e l’inflazione in pochi anni ha tagliato il potere d’acquisto di salari e pensioni intorno al 20%

e) Della crisi energetica del 1973 dovuta all’aumento del prezzo del petrolio, a causa alle guerre arabo-israeliane del 1967 e del 1973, le petroliere furono costrette a circumnavigare l’Africa e i Paesi mediorientali aumentarono le royalty.
Quelli della mia età ricordano ancora piacevolmente le domeniche a piedi o in bicicletta per il divieto dell’uso delle automobili (in quel tempo io neanche ce l’avevo!); al di là del piano di austerità preparata dal governo Rumor dell’epoca, in quei giorni cominciò a circolare la parola “ecologia”; parola che, soprattutto per noi cittadini lombardi, si impose ancora più col “disastro di Seveso” nel 1976, quando la diossina si disperse in un vasto territorio per un guasto alla fabbrica ICMESA. Laura Conti (Udine,1921 – Milano,1993), nel ruolo di consigliera regionale del PCI condusse un’efficace campagna d’informazione e di denuncia dell’eccezionale gravità della situazione. Da qui l’origine nella normativa europea della “Direttiva Seveso”. Al suo notevole impegno si deve nel 1980 la formazione della “Lega per l’ambiente”, divenuta poi Legambiente. Il famoso disastro di Ĉernobyl avvenne nel 1986; forse molti non ricordano che nel marzo del 1979, in Pennsylvania (USA) nella centrale nucleare Three Mile Island si verificò una parziale fusione del nocciolo nel reattore N. 2 con il rilascio nell’ambiente di piccole quantità di gas radioattivi e iodio.

f) Fra pochi giorni ricorre il 25 aprile. In questa occasione, negli anni Settanta, il nostro slogan più ripetuto era: «La Resistenza è rossa non è democristiana». Lo slogan indubbiamente non corrispondeva alla realtà storica del CLN al quale partecipavano non soltanto i comunisti. Ma il senso di quella precisazione era chiaro. Una componente assai importante della Resistenza aveva connesso in un’unica battaglia antifascismo e anticapitalismo. In breve, lottava per una nuova società in cui il rapporto di produzione capitalistico non la facesse più da padrone. Di questa volontà sono rimaste tracce, ad esempio, nell’art. 42 Costituzione. Tant’è che Berlusconi ogni tanto la bollava come “sovietica” e “dirigista”. Nel recente referendum molti giovani probabilmente hanno difeso la Costituzione anche per questo. La democrazia è un progetto più ampio ed inclusivo di quello liberale e di quello populistico sbandierato dalla premier Meloni.

È chiaro che dagli anni Settanta ad oggi è cambiato quasi tutto. È cambiato il mondo in tante parti e per molti aspetti. Ritengo, però, che gli elementi ricordati siano utili per un nuovo protagonismo nel presente: è necessario lottare, riconoscerci, esprimerci solidarietà reciproca come avveniva negli anni Settanta. Abbiamo bisogno di lottare contro le guerre, gli stermini, i genocidi; contro le nuove schiavitù e per migliorare le nostre condizioni materiali, sociali e culturali. Abbiamo bisogno di un reddito di cittadinanza e di vedere aumentati i nostri salari, i nostri stipendi, le nostre pensioni: istituire una nuova “scala mobile” non sarebbe una cattiva idea. Occorre lottare contro la nocività degli ambienti e contro le tante morti per infortuni sul lavoro. Dobbiamo assolutamente dire addio al petrolio e ai fossili per città meno inquinate e salvaguardare il nostro pianeta. Abbiamo bisogno di eguaglianze sostanziali, di libertà non egoistiche, di fraternità nelle differenze. È necessario unirsi, fraternizzare, al di là delle generazioni, delle provenienze, delle etnie, delle religioni, delle culture. Abbiamo bisogno di una democrazia sostanziale, più ricca ed inclusiva e di una società non dominata dalla religione del denaro e del capitale.

 

21 aprile 2026

 

Salzarulo su Antonia Pozzi

Donato Salzarulo. Conferenza sulla scuola italiana

Dove va la scuola italiana?