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Le poesie in prosa di Franco Arminio

di Donato Salzarulo

L’ultimo libro di Franco Arminio si intitola «La grazia della fragilità» (Chiarelettere, 2025). È composto da 81 prose che occupano per lo più una pagina, distribuite in otto capitoli intitolati: 1) Biografia di un’inquietudine 2) Guarire è uscire fuori 3) L’agonia ciarliera 4) Se arriva una guerra 5) Ci salverà la poesia 6) Per un ritorno della teologia 7) Desiderio e rivoluzione 8) Il mistero di questi anni. Lessico di tutto rispetto, tra psicologia e filosofia, polemologia e storia, estetica e teologia, indicativo dei campi tematici in cui l’autore coraggiosamente si avventura, con esiti più o meno condivisibili.
A queste prose va aggiunta quella contenuta in una sorta di appendice finale, intitolata È tutto un fiorire. È l’unica a sé stante, stampata in corsivo, ad indicare il particolare rilievo che Arminio le attribuisce. Il quarto capitolo, in posizione centrale, ha soltanto tre pezzi in prosa, il resto è rappresentato da diciotto composizioni in versi.
Si tratta in definitiva di un’opera mista in cui prosa e poesia dialogano, si contagiano e si cimentano nel difficile compito di trovare delle risposte provvisorie, fragili, precarie a quella domanda sull’umano che accompagna il poeta fin dai suoi primi lavori:
«In fondo io faccio sempre la stessa cosa: faccio una domanda sull’umano, ma non la faccio alle figure presenti, la faccio alla radice comune, alla radice lontanissima da cui veniamo, la faccio alla radice della radice, all’ombra che si assottiglia nella luce assoluta e svanisce per sempre, come svanisce la vita e non la ritrovi più.» (pag. 18).
Questa domanda sull’umano viene formulata a partire dal proprio corpo e dal proprio paesaggio, dalla storia del Sé di un Io esposto ai colpi dei suoi simili, del caso e del tempo che passa, di un Io nato da una madre ansiosa e da un padre furioso, avaro di approvazione nei confronti del figlio, attento quasi esclusivamente alla clientela dell’osteria; un Io che fuori di casa fa «la scoperta amara di un paese dall’umore storto: nemico di tutti, dolce neppure nel sonno.» (pag. 11). Quest’Io scrive poesie da mezzo secolo e ha sviluppato una sorta di antropologia sulle relazioni interpersonali all’interno delle tribù dei visi pallidi occidentali, sia che vivano nei paesi appenninici, svuotati dalle emigrazioni, che nei luoghi affollati delle metropoli, intossicate e inquinate, ambedue votati alla religione del consumo e del denaro, denunciata da Pasolini nei primi anni Settanta, dal quale, per certi versi, l’Io mutua posture e stilemi.
L’autore traccia la biografia dell’inquietudine di quest’Io nel primo capitolo e sin dalla prima pagina ce lo presenta nel gesto che gli è più connaturato: scrivere ad oltranza. Delle prose ovviamente. Ma quali prose? Di che qualità?…
Ecco, se devo indicare un motivo per leggere questo libro, la mia risposta è: perché rappresenta uno degli esempi più virtuosi di una prosa che non ha nulla da invidiare alla poesia. Anzi, per certi versi, è migliore. L’autore ne è consapevole. Infatti, concludendo il suo primo pezzo («Scrivere a oltranza») e indicando un motivo comune con l’opera di Robert Walser, scrive «che, nel suo caso come nel mio, non conta l’oggetto della prosa, ma solo la prosa stessa» (pag. 4). Ciò significa che Arminio presta più attenzione alla qualità della scrittura, alla costruzione della frase, del periodo, che al contenuto o all’argomento affrontato nel testo. Esattamente questa era la definizione di “funzione poetica” della lingua da parte di Roman Jakobson. Non solo. Ma si capisce che per l’autore scrivere in versi, andare, a un certo punto, a capo, consuetudine ritenuta per la stragrande maggioranza il principale marcatore della poesia, è scelta che gli crea un qualche impaccio, tant’è che scrive: «Con la poesia è come se dovessi tradurre e mettere in forma un contenuto, con la prosa è tutto più naturale, non c’è modo di mettermi in mezzo, anche quando sembra che l’oggetto della scrittura sia io e invece è la scrittura che mi usa per venire al mondo e sa farlo meglio di quanto sappia farlo io.» (pag. 4). Perfetto.
Prosa”, “poesia” sono astrazioni. Ciò che conta è il funzionamento concreto di un testo. Arminio nasce poeta e, a mio parere, resterà tale per sempre. La sua prosa è poetica e, se scrivendo così, gli viene tutto più naturale, lo faccia senza porsi ulteriori problemi.
Perché sostengo che la sua prosa è poetica? Semplice, perché basta esaminare uno qualsiasi dei testi raccolti in questo libro per rendersi conto di avere a che fare con un linguaggio tutt’altro che descrittivo o argomentativo o narrativo. Si tratta per lo più di una scrittura evocativa, espressiva, emotiva concentrata sull’esperienza soggettiva dell’autore, una scrittura musicale, ricca di immagini, di metafore, di figure retoriche:
«Ieri sera quando sono andato a dormire sapevo benissimo che avrei avuto bisogno di prendermi delle gocce per spegnermi, per non stare dentro un sonno di carta velina, subito rotto dalle piccole, dalle infime spine che contiene il buio: nessuna ora del giorno è inerte, nessun silenzio.» (pag. 3).
Questo è il primo periodo del primo capoverso della prima pagina. L’Io che va a letto non si addormenta, ma si spegne come una lampada o una candela. Il sonno è di carta velina. Qualificarlo leggero sarebbe stato banale. Il buio contiene infime spine.
Un linguaggio così è chiaramente metaforico, poetico, evocativo. Inoltre la sua musicalità è assicurata dalla selva di figure di suono: assonanze, consonanze, allitterazioni («quanDO» «DOrmire»; «andaTO» «avuTO»; «velINa» «INfime» «spINe»), da rime interne («prendermi» / «spegnermi») e dalla ripetizione di parole: «Nessuna», «Nessun».
Potrei fare tanti altri esempi, ma basta quest’ultimo relativo alla scrittura:
«Scrivere è un gesto più antico, c’entra poco col comunicare, viene dalla muscolatura involontaria, viene dalle ossa, dal punto in cui le ossa dei vivi s’incrociano con le ossa dei morti, un punto in cui visibile e invisibile si corteggiano senza capirsi.» (pag. 3-4)
Qui si nuota fra allitterazioni, rime e ripetizioni di parole: tre volte le «ossa», due il «punto», due il verbo «viene». Ora, però, non è su questo che desidero attirare l’attenzione, ma su quello scrivere che «c’entra poco col comunicare». Poco, poco, ma c’entra. Ed Arminio ci tiene molto a questo comunicare. I suoi testi, infatti, sono sempre molto chiari. La sintassi è preferibilmente paratattica e scivola nei neuroni come d’estate in gola un bicchiere d’acqua fresca. «Le ossa dei vivi s’incrociano con le ossa dei morti», «il visibile e l’invisibile si corteggiano senza capirsi», ma noi capiamo cosa vogliono dire queste suggestioni, capiamo che tra il regno dei vivi e quello dei morti c’è intreccio e scambio.
Criticare il mondo del comunicare, nelle sue varie forme e nei suoi molteplici aspetti, mettere sotto esame «l’agonia ciarliera» in cui siamo immersi, non significa ritirarsi in un eremo o in una torre d’avorio. Arminio scrive ad oltranza, comunica abbondantemente, mentre passeggia per le strade svuotate e desolate di uno dei suoi tanti paesi amati, se necessario, consulta lo smartphone o scatta una foto. Come tutti noi è in parte traslocato nel mondo digitale. Questo per dire che i temi con cui l’autore si confronta sono quelli quotidiani, quelli con cui tutti abbiamo a che fare: la condizione di solitudine, le guerre che i potenti decidono per noi, l’amore che c’è e non c’è, la malattia, la fragilità, la morte.
Sotto questo profilo il libro è un’ottima rappresentazione di questa sorta di «società dell’inconsistenza» in cui viviamo, del nostro «isolamento corale».
Una delle parole chiavi del suo vocabolario è «intensità»:
«Non mi interessa sopravvivere, mi interessa tentare la vita, cercare il massimo di intensità. Voglio sentire la scapola sepolta, l’affanno della formica, il respiro del moribondo. Voglio sentire nel mio corpo un altro corpo, voglio sentire il respiro di tutto il mondo, non accontentarmi del rancio che passa la galera in cui ci siamo preclusi.» (pag. 14).
Tutti forse vorremmo qualcosa di simile, vorremmo il massimo di intensità nella vita, ma non tutti possiamo votarci interamente alla poesia e utilizzarla, come fa Arminio, «per provare a intensificare la realtà» (pag. 6). Non tutti possiamo usare «la scrittura per sovvertire il piano inclinato in cui scivolano le giornate» (pag. 9). Può capitarci di diventare come un’immagine fotografica, «definiti, schiacciati in una forma a cui possiamo solo opporre qualche brivido che vediamo solo noi.» (pag. 8). L’alienazione esiste. L’oppressione non è soltanto una parola. Anche lo sfruttamento esiste. Davvero le nostre coscienze possono essiccarsi e i nostri cuori rinsecchirsi. Può salvarci la poesia? Può salvarci la riflessione sulla grazia della fragilità? Sostanzialmente no. «La poesia / non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi.» Quasi certamente Arminio condivide questi versi di Fortini. Ciò non toglie che leggere quest’opera può aiutare a dare la sveglia alle nostre coscienze e può essere, per certi versi, sorgente di passione per i nostri cuori e di conoscenza per le nostre menti. Se oltre al famoso piacere della lettura, stimola la messa a fuoco di alcune domande radicali sulla nostra esistenza e sul nostro modo di viverla, il bersaglio può ritenersi sufficientemente raggiunto.

25 Novembre 2025

 

 

 

 

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Metamorfosi di un dente di leone

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