Un Celan da sballo

di Dario Borso

Il 5 luglio 2021 è apparsa sul sito di “Nuovi Argomenti” una poesia di Paul Celan, tradotta dalla redattrice Maria Borio, con tanto di copertina della raccolta in cui originariamente apparve. Trovo la traduzione buona, e ottima sarebbe stata se invece di “sballato” avesse tradotto “ballato” (come feci io nel 2010 traducendo EingedunkeltOscurato per Einaudi).

Il mio rapporto con Borio era iniziato nel nome di Celan il capodanno 2020, con una richiesta sua di un mio contributo sul poeta tedesco per il centenario della nascita e il cinquantenario della morte. Nell’imminenza di quest’ultimo, il 19 aprile 2020 Borio mi sollecitò un pezzo, e la sera stessa glielo spedii. Il giorno dopo uscì, ma dimidiato, in quanto c’erano quattro traduzioni, ma non il resto. Su mia segnalazione e con sue scuse, il post uscì completo (v. qui).

Il nostro rapporto continuò con altri miei sporadici contributi, finché a fine anno le proposi un inedito del poeta Massimo Ferretti (1935-1974). Lo approvò, indicò nel 28 febbraio 2021 il termine ultimo di pubblicazione, passato però il quale mi comunicò che la redazione riteneva inopportuno pubblicarlo, senza poi dare spiegazioni del motivo pur da me sollecitata. Così lo pubblicai qui.

Pensandola rosa da sensi di colpa e premurosa di riabilitarsi, a metà marzo segnalai alla casa editrice Exòrma il suo nome per un’eventuale recensione del mio Ostaggi d’Italia: la sventurata rispose sì, salvo pregarmi il primo aprile di passarle un’anticipazione del libro sostitutiva della sua recensione. Perché no? Gliela mandai, ma dopo una settimana mi comunicò che il litblog non aveva più spazio… e così la pubblicai qui, svelando gli altarini.

Tornando al Vero cicatriziale, il post di ieri contiene un link  (qui). Esso è cioè la replica di un post del 19 luglio 2017: peccato non averlo visto allora – peccato mortale, perché mai allora avrei accettato un rapporto con l’autrice di tale scempio. E non tanto per lo scippo perpetrato, quanto per la torsione discotecara data a una poesia nata in clinica psichiatrica.

19 pensieri su “Un Celan da sballo

  1. Quindi Maria Borio avrebbe pubblicato come sua, già nel 2017, una tua traduzione uscita in volume nel 2010. Unica modifica: trasformare ‘ballato’ in ‘sballato’.
    Ma non è un po’ strano?

  2. forse NA lo fu sempre, ma con altri fagioli.
    invece il mio problema è: le pentole (il cui insieme dà il quadro della critica letteraria e della cultura in genere, di genere e degenere) vanno criticate genericamente insieme, o nel particulare del fagiolo?

    1. E’ possibile dal particulare risalire induttivamente al generale? O il particulare sarà sempre solo un caso particolare, che susciterà nei prossimi una certa, ben graduata partecipazione, e nei distanti un’alzata di spalle?
      Non sarà opportuno – non fosse che per il volgo, i.e. per me – correggere l’induzione e il particulare con qualche dose di deduzione e di generale, con caratteristiche circostanziatamente generali, strutturali, sistemiche?
      Chiedo, eh.

  3. aborro, come dice il compagno Mughini, libri come quello di Siti o quello di Fofi sull’impegno l’industria culturale ecc. in generale. critiche come le succitate, incrementano solo l’industria dell’aria fritta, e lasciano in ombra l’esempio più a portata del lettore, che sarebbe l’autore stesso.

    Galileo sì che merita! e quindi, senza sensate esperienze non c’è generale che tenga, mentre non vale il contrario.

    il volgo per me è la gente, e la gente per me è l’interlocutore forse irraggiungibile, ma sempre presente. e allora: posto che in campo letterario-culturale la gente si restringe al lettore medio acculturato (in campo politico comprende pure gli analfabeti), posto che la gente di un litblog come questo è gente di sinistra, io mi regolo così:

    opinione corrente del volgo di cui sopra è che nella cultura, come nella politica, è tutto un magnamagna (v.exploit m5*). io condivido questa opinione generale, e invece di sublimarla in aria fritta la condenso in casi particolari, se miei tanto meglio, perché almeno so di cosa parlo.

    il volgo alza le spalle e non si cale? chissà, io credo che è piuttosto che incrementare il qualunquismo del generale magnamagna, è più importante e ficcante indicare chi magna, e chi magnamagna, ad es. l’assessore alla cultura del mio comune piuttosto che l’industria culturale sans phrase o passando ad altro genere indicare che quella marca di auto è taroccata, piuttosto che criticare l’industria automobilistica in generale – perché quando un cristiano deve comprare una macchina, con l’aria fritta è al punto di prima: non sa che macchina comprare, mentre io mi sento utile con un bollino.

    forse dovrei cambiare titolo alla mia rubrica: da “zap” a “bollini”, o forse, venendo incontro a Elena, “altroconsumo*.

    PS. ovvio che i bollini possono essere sconsigli ma anche consigli per l’acquisto.
    l’importante è non lenzuolare, come ad es. http://www.leparoleelecose.it/?p=39110

    http://www.leparoleelecose.it/?p=39110

  4. Mah. Chiunque è “l’autore stesso” che viene lasciato in ombra. E le ombre dell’autore mi interessano meno delle cose che dice, se le trovo sensate.
    Comunque se è questo il terreno che ti sei scelto da sminare, va bene. Leggeremo e aborriremo.
    Però l’opinione corrente che nella cultura “è tutto un magnamagna” è talmente corrente e informe che è priva di interesse. E anche i singoli fatti che la confermano lasciano abbastanza il tempo che trovano. Non sarebbe più interessante chiedersi se è sempre stato così, se è cambiato negli ultimi tempi, e da quando, in che misura, in che direzione ecc. ? Cioè vedere qual è – se c’è – il disegno generale; dove stanno portando la cultura, quelli che manovrano.
    C’è un qualche tipo di legame, rapporto, analogia, per dire, fra l’abbaglio con mezzo imbroglio di Cases, più di mezzo secolo fa, e la “frode con baglio”, di questi giorni o anni, di Borio?
    Andare oltre la critica alle persone, verso la critica alle cose. Altrimenti diventa un problema di singola (im)moralità.
    Capisco che i discorsi generali ti puzzino di falso, stantio, inautentico ecc.; sono aromi dai quali il discorso generale difficilmente si libera. Ma non si possono cercare modi meno falsi, stantii, inautentici di farli? Se no tutto si perde nei casi singoli – dei quali, come è noto, non c’è scienza.
    (A meno che tu non voglia scrivere un romanzo…! A puntate e a episodi…!)

  5. io critico scritti, testi, cose insomma – di una o più persone umane ovviamente, e che altro sennò?

    io mi ritengo autentico, autenticissimo perché non meno il torrone e soppeso i fatti-cose ecc. col maggior scrupolo possibile. (la mia merce è garantita)

    se altri vorranno fare un quadro generale, spero di aver fornito a loro elementi tendenzialmente incontrovertibili.

    i fatti che tratto io sono più simili ai gravi di Galileo che alle seghe mentali.
    di essi si può fare scienza anche se sono singoli (più in generale, Kierkegaard e Freud hanno falsificato l’asserto aristotelico, ma più in particolare e terra terra: se uno traduce schwarz con bianco, non c’è santi e aristoteli che tenga: la traduzione, singolissima per fortuna, è scientificamente errata).

    la verità poi ha un valore etico da non sottovalutare: tanto basic quanto fondamentale.

    sulla borio: troppo buono con le donne.
    infatti non ho visto (atto mancato che nasconde una mia inconscia vena erotica? il microfono della foto deporrebbe a favorw) un dato non secondario, anzi:
    nel suo post sballato del 2017 non ci sono immagini; nel ripescaggio 2021 invece ci ha aggiunto la copertina… tedesca! come dire: l’ho proprio tradotto dall’originale!
    ecco, questo mia considerazione minima, per me è scienza del particolare, ovvero: non ci piove!

  6. @ db

    1.
    Che Mughini sia stato un compagno l’ho pensato solo agli inizi dei Settanta. Che lo sia rimasto nei decenni successivi dubito assai. ( Riserve non dissimili ho anche per Siti e Fofi, ma qui è secondario parlarne, perché oggi , tra tante cose, il significato stesso di ‘compagno’ va ridefinito; e prima di usarlo ci rifletterei a lungo).

    2.
    Perché mai una riflessione sulle strategie generali dell’industria culturale o dell’industria automobilistica (o di quel che ancora chiamiamo ‘capitalismo’, termine da ridefinire quanto ‘compagno’) sarebbe automaticamente «aria fritta» o un «lenzuolare»? Prove?
    Dalle passate e solide critiche all’industria culturale di un Adorno (Minima moralia) o di un Fortini (Verifica dei poteri, Insistenze) ho imparato ad analizzare e a criticare meglio il comportamento dell’assessore alla cultura del mio comune. Perché separare e contrapporre due tipi di critica che potrebbe completarsi a vicenda?

    3.
    Dopo quanto accaduto nella ricerca scientifica tra Otto e Novecento, non mi pare possibile rimanere alle «sensate esperienze». Che a me paiono, tra l’altro, sempre più irraggiungibili o impossibili alla «gente».
    W. Benjamin non ha ragionato invano su una crescente « povertà non solo di esperienze private, ma di esperienze umane in genere» e perciò dell’avvento di «una nuova forma di barbarie». (http://blog.petiteplaisance.it/walter-benjamin-1892-1940-lesperienza-e-in-ribasso-unindigenza-di-nuova-specie-si-e-abbattuta-sugli-uomini-la-nostra-poverta-di-esperienza-e-poverta-non-solo-di-esperi/)

    4.
    Che messaggio puoi o possiamo mandare alla «gente» ( ex popolo,ex classe, ex gruppi sociali)? Che « è tutto un magnamagna»? No, oltre al magnamagna, ci sono questioni attuali e serie da capire e far conoscere. Cfr., ad esempio, l’articolo di Marco Revelli oggi su il manifesto: https://ilmanifesto.it/la-mano-padronale-del-tandem-draghi-bonomi/.

    5.
    Una domanda fuori dai denti: le tue critiche a Italo Testa e a Maria Borio comparse in ‘zap’ rientrano per te nella denuncia del « magnamagna» dell’industria culturale?

  7. 1. quando uno non capisce un’ironia, è “colpa” aut di chi non la capisce, aut di chi la fa. in questo caso non ho dubbi: vale il primo corno.

    2. adorno… fortini… benjamin… chi erano costoro? non conosco, non ricordo…
    che completino, non metto in dubbio. accomodatevi, basta che lasciate un posto a tavola anche a me (è colpa mia senza virgolette se sono uno storico?)

    3. neanche mi ci metto. schwarz tradotto con bianco è un’insensata esperienza, non il nulla di cui si blatera (v. agamben)

    4. il magnamagna è qui, nei litblog, negli influencer che non sono solo i coniugi fedez, nelle manifestazioni culturali, in certa accademia. ed è generale (quando ero piccola vedetta veneta, pensavo che le coop rosse fossero il contrario delle coop bianche…)

    5. a pienissimo titolo.

    aggiungo un 6 politico. con le due mie zappate a borio e cases ho difeso celan e arno scmidt. ecco, questi due non sono /erano magnamagna, e per un’ora che spendo per i due nani, ne spendo cento per i due giganti (e dunque per un’ora di odio, cento d’amore)

  8. il problema del rapporto tra singolo-particolare e/o generale-universale non è stato sollevato da me, ma da chi ha civilmente obiettato sull’opportunità di soffermarsi sul caso singolo.
    temo che ci sia un errore marchiano alla base, o meglio una confusione grossa tra microstoria e argumentum ad personam/hominem.

    ad es. questo 4° round col morto cos’è? https://www.pangea.news/cases-gigante-critica-dario-borso/

    1. Poiché ho un’idea molto vaga di obiettivi e metodi della microstoria, su cosa sia il 4° round col morto non azzardo ipotesi. Ciò non vuol dire che non ne abbia una certa impressione, ma cosciente del fatto che le impressioni sono dati soggettivi me la tengo per me.

      Vorrei però esaminare il titolo: Cesare Cases, un gigante cieco della critica che colpiva impunemente. C’è parecchio da glossare, volendo.

      – ‘un gigante della critica’. In che senso? Che Cases sia un gigante della critica è opinione dell’autore dell’articolo nel senso in cui il medesimo autore parla di nani e di giganti in uno dei commenti qui sopra? Vista la solerzia dell’autore, che di qui in poi chiameremo per brevità db, nell’indicare i pali presi dal gigante, non si direbbe – a meno che db, come si dice del Padreterno, non si compiaccia di più pestare chi più ama. Ma soprattutto l’attributo ‘cieco’, scelto per accompagnare il gigante, ci conferma nell’ipotesi che ‘gigante della critica’ sia qui inteso come ‘persona che, meritatamente o meno (piuttosto meno, per i motivi sopra elencati), occupa o ha occupato un posto di grande rilievo e potere nel mondo della critica’. Procediamo.

      – ‘impunemente’. L’avverbio ci dice che, se esistono o sono esistiti critici, più o meno giganti, che colpiscono/colpivano impunemente, in linea di principio almeno dovrebbe essere prevista, per chi sbaglia il colpo, una sanzione. La questione è spinosa. Perché ammesso anche che il sindacato dei critici accetti il principio della sanzionabilità, chi stabilisce in quale caso il colpo è stato portato a torto? la vox populi? Dio scampi. Il giudizio dei posteri? Ma cambia ogni vent’anni, e in ogni caso non si può accusare il critico di non aver visto con gli occhi di venti, trenta, quarant’anni dopo. E’ facile non sbagliare a reputazione fatta (come a guerra vinta), ma finché le armi ancora si incrociano è un’altra faccenda. E comunque è sempre ipotizzabile che anche a reputazione fatta e a guerra vinta ci sia qualcuno – non necessariamente sanzionabile per questo – che sostiene il punto di vista perdente, e magari con ragioni non trascurabili. O comunque, nel caso si sia ricreduto o sia già da tempo defunto, c’è stato un momento in cui le sue ragioni erano ragioni e dunque, seppur giudicate non valide o insufficienti, sarebbero interessanti da indagare, piuttosto che da liquidare con una frecciatina (“Se del PCI anni ’50, tanto meglio”) – che, francamente, ha molto poco di neutrale e molto di strale – ma forse è con gli strali che si fa la microstoria, non so.
      Insomma, se passa il principio della sanzionabilità del critico – su cui si basa tutto l’articolo – addio critica, facciamo tutti i Gianluigi Simonetti: esaustivi repertoriografi dell’esistente, paladini del nobile intrattenimento. D’altra parte perché no, se il reale è razionale.
      Ma se invece si pensa che non tutto il reale sia proprio razionale, allora bisogna scegliere e rischiare di sbagliare. Temo che in questo campo la merce garantita non esista. E i nani e i giganti sono sempre nani e giganti a posteriori.

    2. @ db

      Mi pare che reggano bene le sensate spiegazioni che Michele Sisto diede rispondendo in vari commenti a db nel lontano 2013 in un amichevole scambio che risalendo dall’attuale articolo su Pangea) si legge seguendo questo link indicato da db stesso: http://www.germanistica.net/2013/03/26/arno-schmidt-contro-il-leviatano/ .
      Almeno per la mia mente e il mio occhio non germanista, non microstorico, non ostile per principio a Cases solo perché il suo nome compariva nell’esercito degli intellettualità in prevalenza zdanovista del PCI anni ’50.
      Dichiaro il mio amaro stupore per il fatto che db ritorni con una pervicacia così ostinata e quasi ossessivamente su questo tema. Anche perché, come si vede da un’altra discussione, ben più complicata e a tratti penosa (per me), in cui mi sono imbattuto per caso a questo link: https://rebstein.wordpress.com/2008/12/15/il-pezzullo-di-db-ii-puericultura/, la polemica risale ancora più indietro, al 2008.
      Dichiaro il mio candore da letterato ai margini che non riesce ad appassionarsi a certe “beghe” tra accademici, paraaccademici e antiaccademici. ( Anche per questo non ho replicato alle risposte liquidatorie : http://www.poliscritture.it/2021/07/08/un-celan-da-sballo/#comment-103506
      al mio commento “dialogante”).

  9. minchia, ce n’è di carne (mia) al fuoco (vostro)!
    meglio andare con ordine.

    – titolo, sottotitolo, pancia, sottopancia ecc. non sono assolutamente miei, li ho scoperti oggi (io molto più sobrio e coerente, avevo titolato i 4 pezzi “CASES vs. SCHMIDT” e sottotitolato nell’ordine: 1° round; 2° round; 3° round; 4° referto medico – in quanto il 3° round si era concluso con un ko tecnico)

    – la mia merce è garantita nel senso che il cliente, se trova un frutto marcio, me lo riporti indietro. da voi finora nessun reclamo sulla merce, molte sulla confezione.
    per merce intendo dati, ergo dovete dirmi: qui hai sbagliato data, qui hai sbagliato citazione ecc. ve ne sarei grato, perché in rete è facilissimo correggere.

    1. Oh, ‘nvedi che fregate che ti dà la microstoria. Perché se non c’era ‘st’interventino mio, fra trenta, quarant’anni, uno capitava sull’articolo, vedeva il tuo nome sotto, dava un’occhiata al titolo e pensava: “oh, ma guarda che minchiate che scrive ‘sto Dario Borso”.

      Scherzi a parte – avevo considerato l’ipotesi (plausibile) che il titolo non fosse tuo. Ma non cambia niente. Perché il nome sotto è il tuo, e se non ti andava bene il titolo dovevi farlo cambiare (“in rete è facilissimo correggere”). Però non c’era motivo, se non, come accenni, stilistico: di sobrietà. Non c’era motivo dal momento che il titolo rispecchia lo spirito e l’intenzione dell’articolo, che gira tutto intorno alla punizione a cui si sottrae (viene abilmente sottratto) il critico, che resta impunito e avrà così colpito impunemente.

      Le mie osservazioni (non parlerei di reclami, non ho comprato niente) non riguardano né la merce né la confezione. Riguardano la postura del venditore.

    2. “la mia merce è garantita nel senso che il cliente, se trova un frutto marcio, me lo riporti indietro. da voi finora nessun reclamo sulla merce, molte sulla confezione” (db)

      Azz, che brutta metafora. Ridotti a clienti noi e a venditore tu? No grazie, restiamo lettori (umani…).

      P.s.
      Oltre ai dati o alle date sbagliati/e, che potrebbero essere corretti/e grazie a competenze specialistiche che un lettore comune non è obbligato ad avere, ci sono la cornice teorica ( dichiarata o supposta), il senso dello scritto, l’intenzione che lo muove.
      Un buon lettore guarda anche in queste direzioni. E fa un buon servizio anche all’autore se gli ricorda che i dati possono essere persino precisi ma la cornice in cui li iscrive è dubbia. Come in questo caso il titolo: “Cesare Cases, un gigante cieco della critica che colpiva impunemente” e l’immagine dissacrante che l’accompagna.

  10. ahia, mi gira la testa. prima si dice che bisogna guardare gli scritti e non l’autore, ora guardate me invece di cases. mi sa che siete doppiamente ad personam: contro me e con cases. ma scripta manent, e carta canta. (e le minchiate casesiane su schmidt hanno radice sì negli anni 50, ma fronde espanse negli anni 80 – v. suo articolo in francese da me parzialmente tradotto al 2° round, credo. certo che se invecescrivevo una lenzuolata ci mettevo molto, ma molto meno tempo…)
    sulla postura, fui criticato anche sul giovane cacciari 27 anni fa, e negli stessi termini vostri (vendicativo, ossessivo ecc.). solo che allora l’obiezione venne da pierluigi battista sul corriere, mentre i compagni di cuore gioirono (ecco, forse qui ci starebbe bene una considerazione epocale, del tipo richiesto da elena). anche fortini fu soddisfatto del libello, però non fa testo, in quanto fu letteralmente il mandante (anche se io non ne avevo bisogno: aborro i preti).

  11. “ora guardate me invece di cases. mi sa che siete doppiamente ad personam: contro me e con cases.” (db)

    No, io guardo i tuoi scritti e commenti su Cases (con la ‘C’ maiuscola) e trovo quelle che tu, secondo una logica dissacratoria dadaista, definisci “minchiate casesiane su schmidt” non decisive per l’abbattimento della sua figura di critico. E, da non specialista, considero sensati ed equilibrati i giudizi di Michele Sisto. Ha ragione: Cases ha comunque riconosciuto la forza della scrittura di Schmidt e l’ha introdotto per quel che poteva e sapeva fare in Italia. Da parte di un intellettuale comunista, iscritto allora al PCI togliattiano, cosa ti aspettavi? Che diventasse anarchico e sputasse su Stalin o Lukàcs?

    P.s.
    Mi pare scorretto e ambiguo insinuare che il tipo di critiche che ti stiamo facendo significhino stare con Cases in toto o, in automatico, contro Schmidt. O che abbiano a che fare con quelle di « pierluigi battista sul corriere».

    [Aggiunta]

    “aborro i preti”. Cioè il potere (o uno dei poteri). Ma aborrire (avere in orrore, in avversione, detestare) non è ‘abolire’. I preti (i poteri) restano, anche dopo che hai chiuso gli occhi; e, quando li riapri, stanno lì. Che fare?

  12. “umane ovvoamente” che significa?
    Cpmunque avrei risposto come la Grammann
    ma piu’ radicalmente e poi quelle uscite volgarucce non si confanno ai versi di Celan che merita alta critica e non fandonie

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