Freddo, braciere, letture, preghiere, paure (1)

Narratorio 5

di Ennio Abate

L’abitano da pochi giorni l’appartamento al terzo piano della palazzina di Via Sichelgaita. Quattro stanze, un lungo corridoio. La camera da letto di Mìneche e Nannìne con due finestre e un balconcino. Quella accanto, per Chiero e Eggidie, è più piccola e ha solo una finestra. Le finestre si affacciano sul golfo di Salerno. Che sarà interamente visibile, ruotando lo sguardo dal Mazzo ra signora, a sinistra, alla collina del castello degli Arechi a destra. Per una decina d’anni. Fin quando sul terreno antistante – un rettangolo 50 per 250 metri a due livelli – prima coltivato, poi abbandonato e usato per partite di pallone – non verranno costruite tre palazzine popolari a cinque piani che faranno da sipario invalicabile.

Spaesamento e solitudine nei primi giorni dopo l’arrivo. Nell’inverno del ‘45? Del ‘46? L’appartamento non è del tutto ammobiliato. Scatoloni di cartone nelle stanze e nel corridoio. In una, già aperta, spunta lo strano lampadario con sfere di vetro rosa opaco. Penderà fino alla morte di Mineche e alla vendita della casa nella stanza che chiamavano o salotte. La porta tenuta sempre chiusa. Almeno nei primi anni Chiero e Eggidie vi entreranno solo se arrivavano ospiti.

 Fa freddo. E’ quasi sera. Il cielo – gli squarci di cielo – nelle finestre è scuro. Ancora ore da passare nell’angolo della stanza da pranzo accanto al braciere di rame con le carbonelle accese prima di andare a letto. L’aveva usato a Casebbarone  nonna Fortuna. E prima di lei quante altre ignote nonne e donne. Ora asciuga un po’ l’umido dei muri della stanza, che resta freddissima. Ancor più nel ricordo. Di Chiero? Del Narratore? E  madre e figli si scaldano.
Ogni tanto
Chiero o Eggidie mettono sulla brace scorze di mandarino. Bruciano e fanno fumo.  L’odore acre gli piace. Si scaldano loro tre. Sì, c’è Eggidie. Mineche  Mineche no, nun ‘nge. Sta a faticà fin’a tarde addò Salentine. E meglie accussì. Perché  una sola volta s’era improvvisato maestro con Chiero, che s’aveve ‘mparà o sisteme metriche decimale e faticave a capì. Allora Mìneche, ca nu teneve pacienze, n’ge rette nu schiaffone n’faccia. Forte. Da lasciargli i segni delle dita sul volto. E Nannine, ca steve cucinanne, currette p’abbraccià o figlie cha chiagneve. “sì, sì, tienetele sott’e gunnelle!”.
Si scaldano solo loro tre. Nannine lavora coi ferri una maglia di lana grezza. Chiero legge il sussidiario ‘Il mulino’. Una copertina grigio-azzurro con un brutto disegno  scolorito: un casolare di campagna con una grande ruota di mulino.

A Chiero e a Eggidie, e primme anne e l’elementare, Nannine, ca aveva fatte fin’a quarta elementare, ancora nge puteve ra na mane a mparà a legge e cunte scritte rint’o sussidiarie. E Nannìne ogni tanto aiutava Chiero, Gli faceva leggere la pagina a voce alta e se pronunciava con l’accento sbagliato una parola lo correggeva.
Di libri in casa, oltre ai libri di scuola elementare dei ragazzi, c’è soltanto un Codice penale rilegato, che Mineche ha conservato dall’epoca in cui aveva fatto il maresciallo dei carabinieri.  Sta nel ripiano dello scaffale dove poggia la radio Marelli. Molti anni dopo nel comodino di Mineche accanto al letto matrimoniale Chiero troverà  un romanzo di guerra di Mario Mariani [1] Più tardi, alla prima comunione, a Chiero regaleranno un messale.…

Mìneche tarda a rientrare per la cena. Allora Nannìne apre il suo libretto delle preghiere. Poi va a prendere dal suo comodino la  collana del rosario. Recita coi due figli  soltanto tre Avemmaria e un Padrenostre perché si stancherebbero a ripetere tutte le cinque decine del rosario.
Piccolo, con la copertina nera un po’ sgualcita. Tra le pagine varie immaginette. Di sicuro quella di San Rocco con la coscia ferita e il cane che porta un pane in bocca. E poi quella della Madonna di Pompei, l’aureola di stelle argentate attorno alla sua testa un po’ piegata e a quella del bambino.  Più in basso, a sinistra del piedistallo,  un monaco. E a destra una monaca. Il bambino fa cascare nelle mani del monaco un rosario e la madonna ne dà un altro alla monaca piegandosi un po’ verso di lei.

Chiero, le immagini che entrarono nei primi anni dopo la guerra in quella casa di Via Sichelgaita nei primi anni erano pochissime. Queste tra le pagine del libretto di preghiere di Nannìne. Quelle del sussiadiario.  Una illustrazione a colori quasi stinti dei due bravi che aspettano don Abbondio al bivio su uno dei rari quaderni con la copertina illustrata. Gli altri quaderni che ti vendeva  il cartolaio gentile e magro di via Vernieri avevano un’austera copertina fronte-retro nera e i tre bordi laterali di un rosso fuoco.
C’era poi il quadro del Cristo col cuore in mano [2]. Stava   nell’angolo della sala da pranzo tra la cristalliera e la porta della cucina. E il quadro ovale con  Sant’Anna che insegna le preghiere a Maria bambina appeso sul muro in  testa al letto matrimoniale di Mìneche e Nannìne.

Nota

[1] https://it.wikipedia.org/wiki/Mario_Mariani_(scrittore)
[2] https://www.divinarivelazione.org/pompeo-batoni-e-il-sacro-cuore/#:~:text=L’autore%20della%20pi%C3%B9%20famosa,Batoni%20(1708%2D1787).

 

2 pensieri su “Freddo, braciere, letture, preghiere, paure (1)

  1. ricordi austeri. Invece da bambini si soffre molto e si può gioire. Ma questi ricordi, quasi resoconti, sono mediati da una adultita’ contenuta e severa. Veri ricordi o, appunto, resoconti?

  2. Certo il luogo di partenza, e le persone d’origine intorno a noi ci informano necessariamente per sempre, si puo’ dire…Prenderne consapevolezza non sempre basta…Quello di Ennio, tra caserma e monastero, deve aver inciso molto…capisco le future ribellioni. e fughe, ragionate s’intende..Per fortuna, credo, per chi scrive, i primi anni nella campagna di Casebbarone, il mare del golfo di Salerno e il monte con il castello restano immagini vive e in movimento, non rinchiuse nel messale o alle pareti..,anche il braciere…

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