Piogge


di Ennio Abate 

per le tante piogge che dinanzi a me
in questi giorni
di quieta febbre e tiepide cadenze
sciacquano il foglio di plastica macchiato dal cemento
e – immagino – un bosco lontano
cresciuto senza ch’io  ci abbia mai messo piede

li annoteremo sul calendario
con crocette austere e ben calcate

piogge, dunque
atteniamoci alle piogge

e restino anonimi
i corpi accarezzati
i sudori
le macerazioni delle vene e della pelle

29 aprile 1988/ 1 dicembre 2021

16 pensieri su “Piogge

  1. testo completo: cadenza complessiva musicata, gergo intimo e sicuro, innesto nell’esserci come si è, effettivamente

  2. La vita, l’esperienza, la malinconia in una costruzione perfetta.
    Toccante e commovente.
    Ennio Abate come sempre.

  3. Intimità senza veli. Risolutezza del “dunque” dopo “quieta, tiepide” e fantasie in boschi lontani. Secca evocazione con “crocette”. Opposizione tra “austere e ben calcate” vs “macerazioni delle vene e della pelle”.
    Nel segno dell’equilibrio personale.

  4. le piogge leniscono e lavano la materia indurita, un tempo di quiete e il bosco “immaginato” cresce all’insaputa…Una pausa trasognata da ricordare per sempre, mentre la vita, anonima, continua…Bella!

  5. Le piogge sciacquano residui non biodegradabili di manufatti urbani che si trovano “dinanzi” al poeta: vicinanza immediata, esperienza diretta, oggetto dei sensi; e “un bosco lontano”, mai esperito, del quale, sulla base delle cose che “si sanno” senza averne esperienza, il poeta suppone che esista (“immagino”). Come dire: piove sul mondo, poiché nemmeno del mondo come totalità si avrà mai esperienza diretta.

    L’attenzione del poeta è tutta sul fuori, sull’evento meteorologico nella sua vastità sovraindividuale, che non evoca consonanti stati d’animo ma sta al posto degli stati d’animo: si fanno, sul calendario, “crocette austere e ben calcate” per registrare i giorni di pioggia, come altra volta si sarebbe estesamente registrato, in un diario, un fatto importante dell’io.

    “Attenersi alle piogge” – cioè a un fenomeno esterno minimamente metaforico – sembra offrire un ancoraggio ripiegato ma tranquillo e smorzare nell’ombra il buono, ma più spesso il cattivo, dell’individuazione.

  6. Bella poesia. È l’Abate che preferisco, quello che mi suscita la voglia (amorosa, ma quanto aggressiva?) di guardare in trasparenza nei suoi versi…Ebbene?
    Quattro “strofe” irregolari. La prima di sei versi pure irregolari.
    La scena sembra chiara: c’è l’Io poetico e “dinanzi a me” le “tante piogge”…E c’è il tempo di quest’Io: “giorni / di quieta febbre e tiepide cadenze” (versi bellissimi: straordinaria la musicalità della vocale E).
    Cosa fanno queste “tante piogge”?…Sciacquano qualcosa che è vicino all’Io: “un foglio di plastica macchiato dal cemento”…E qualcosa che è lontano. L’io immagina un bosco “cresciuto senza ch’io ci abbia mai messo piede”…
    Le contiguità/opposizioni risultano essere: “dinanzi a me” (vicino)/lontano; “il foglio di plastica macchiato dal cemento” (dell’urbanizzazione) e “un bosco lontano” (intatto, incontaminato…).
    In sostanza, le tante piogge sciacquano sia il “macchiato”, il contaminato che l’intatto, l’incontaminato, sia l’urbanizzato di plastica e cemento che il bosco vergine….Funzione salvifica, purificatrice affidata alle tante piogge?…
    Stupisce quel “per” iniziale. Quale funzione ha?… Ho scorso la Treccani e l’unica funzione che mi sembra più plausibile è quella del “per” usato «in formule di preghiera, nelle quali si unisce spesso al valore causale il valore finale: per l’amor di Dio, per l’amor del Cielo; per le anime sante del purgatorio».
    Se fosse così, l’Io osserva da una posizione incerta, ambivalente. Prega “per le tante piogge”? o grazie “per le tante piogge”? o maledette “per le tante piogge” che, sciacquando il corrotto e l’incorrotto, impongono infine ai corpi (in amore, in lavoro, in sofferenza) di restare anonimi?…
    Nel distico decasillabo della seconda strofa l’Io scompare. Il soggetto poetico diventa un Noi sottinteso che tira in ballo il calendario sul quale annotare “con crocette austere e ben calcate” i giorni delle “tante piogge” e insieme “di quieta febbre e tiepide cadenze”. Il valore di questo gesto è ovviamente quello di sottolinearne l’importanza, rendendoli memorabili. Se non fosse sufficiente l’annotare, si aggiunge il calcare. Le crocette austere dicono l’intransigenza, la severità e la solennità del gesto. Ma perché questi giorni dovrebbero interessare tanto il Noi?…
    Nei due versi irregolari della terza strofa il soggetto poetico è ancora il Noi sottinteso. In forma conclusiva ribadisce il valore delle “piogge” e la necessità di conformarsi ad esso, di seguirlo, quasi fosse un giuramento. Il che avvalora la funzione “formulare” di quella preposizione “per” iniziale.
    I quattro versi finali della quarta strofa sono anch’essi irregolari. Il primo comincia con la congiunzione E, a significarne la continuità discorsiva. Come se il quasi giuramento sulle “piogge” portasse con sé l’imperativo di lasciare nell’anomimato “i corpi accarezzati” (amori), i sudori (le fatiche) e le “macerazioni delle vene e della pelle” (sofferenze).
    In conclusione, è una bella poesia. Molto ambivalente. Sbaglio o la Natura delle “tante piogge” dal 29 aprile 1988 all’1 dicembre 2021 si sia ripreso ampiamente il sopravvento sulla Storia dei corpi anonimi, innamorati, sudati e macerati?

  7. Il “per” iniziale io l’avevo inteso molto semplicemente come un “per” causale: annoteremo sul calendario questi giorni a causa delle tante piogge.
    Il terzo verso – molto bello effettivamente – mi rimane invece abbastanza enigmatico; e anche un po’ estraneo al resto: di una bellezza quasi di maniera. (Ma lo collego, meteorologicamente, alla prima data indicata in calce: 29 aprile)

  8. per = in nome di: per Giove, perdio, perdiana. Causa, preghiera e costatazione: dato il fatto delle molte piogge… “Per” equivoco, dunque.
    Ma poi quel “per” le piogge è ripreso da “piogge, dunque/atteniamoci alle piogge”, e i tepori la quiete il bosco sono chiusi, annotati sul calendario calcando bene, così è relegato a un passato come (sentimentale) episodio chiuso.
    E chiuso tutto ciò che si apparenta a quell’episodio febbrile, corpi accarezzati, i sudori che si immagina vengano prodotti dagli atti coinvolti nell’accarezzamento… e poi le macerazioni: che, insomma, non sono proprio un accompagnamento positivo degli accarezzamenti, si macera la forza interna -vene- e l’aspetto esteriore dell’esistenza -pelle-.
    Si parla di una rottura, di un salto e di una chiusura. Tutto molto mediato. Per questo dicevo di “equilibrio personale”.

  9. nella rilettura, la poesia di Ennio mi ha ricordato una tecnica grafica che divertiva i bambini: su un foglio laminato si praticava un’incisione, con una sorta di pennino appuntito(non ricordo bene). Poteva rappresentare una casetta, un lago o, appunto, un bosco…Si stendeva sopra una superficie di carboncino (?) di vari colori poi si procedeva a rimuoverlo parzialmente con una spugnetta bagnata…affiorava il graffito luccicante di bagliori e qualsiasi figura sembrava emergere da un sogno…Forse la poesia ci parla di una storia ricorrente, dove la visione è sfocata da sovrastrutture pesanti, plastica e cemento, e poi l’acqua le restituisce trasparenza, la forma originale immaginata “senza ch’io ci abbia mai messo piede” (o dimenticata?)…Tutto il resto a questo punto sembra sbiadire: “e restino anonimi/ i corpi accarezzati/ i sudori/le macerazioni delle vene e della pelle”

  10. In questi giorni
    di quieta febbre e tiepide cadenze..
    Sono due versi stupendi. Un quinario e un endecasillabo in cui mi ritrovo quasi totalmente. Sono versi che indicano un sintomo patologico in atto nell’organismo individuale e sociale, un sintomo muto, silenzioso che non si riesce ad interpretare (quindi, va bene dire che è enigmatico); e insieme a questa “quieta febbre” ci sono le “tiepide cadenze”. Cadenza è clausola ritmica, modulazione della voce…Questa poesia dice qualcosa di sé stessa. Diciamo che la modulazione della voce poetica è “moderatamente e gradevolmente calda”…Non ha accensioni, zelo, passione…
    Questi due versi rappresentano, quindi, una “finestra” per entrare anche nella forma di questa poesia. Rappresentano, in un certo senso, una “micropoetica”
    I suoi movimenti sono quattro. Nel primo la sintassi ha una “quiete febbre”. Non è che sia particolarmente scorrevole. Non scorgo nessuna proposizione principale e non mi pare che si possa legare, come suggerisce Elena, la “strofa” o, se si preferisce, il primo blocco verbale col secondo. Anche perché nel secondo c’è un cambio di scena: si passa dall’Io poetante al Noi sottinteso e da tempi verbali al presente (“sciacquano”, “immagino”, ecc.) ad un tempo verbale al futuro (“annoteremo”)
    Comunque, la prima “strofa” è caratterizzata da due subordinate: la prima relativa: “per le tante piogge CHE …sciacquano”, la seconda esclusiva “SENZA CH’IO..”. “Immagino” è un’incidentale.
    La seconda “strofa” è composta da due decasillabi ed è sintatticamente composta da un’unica proposizione principale: il soggetto sottinteso è Noi che annoteremo LI…Cioè “i giorni”. Ma chi ci dice che saranno annotati i giorni di pioggia?…Potrebbe non esserci nessuna corrispondenza biunivoca tra l’insieme dei giorni “di questa febbre e tiepide cadenze” e quello delle “tante piogge”. Ci potrebbe essere soltanto un’intersezione. Ciò che il complemento di specificazione dice è che questi giorni sono caratterizzati da “quieta febbre e tiepide cadenze”. Il tempo verbale, come ho già detto, è al futuro
    Chi parla nella terza strofa non è così chiaro: potrebbe essere un Io incluso in un noi di cui fa parte, potrebbe essere anche Noi e potrebbe essere anche una voce impersonale che, ripetendo la parola chiave “piogge”, invita ad attenersi ad essa. La modulazione della voce qui diventa un po’ tiepida. È un invito che ha il sapore di un richiamo, del rispetto di un obbligo…
    Anche nell’ultima strofa non è chiara quale sia la voce che parla. Probabilmente la stessa della terza strofa: quella che lancia l’invito ad attenersi alla parola chiave e, a questo punto, altro cambiamento della modulazione: l’imperativo del “restino anonimi” ecc.
    La cadenza di questi versi offre quel tanto di caldo necessario alla messa in forma, ma non è sempre la stessa.
    Il tema della poesia è quello indicato nel titolo: “Piogge”, parola-chiave ripetuta nel testo ben tre volte. Ma quale funzione viene attribuita alle “tante piogge”? Una funzione, per così dire, di lavaggio sia di ciò che è macchiato dalla presenza umana, sia di ciò che è immaginato vergine, intatto. Deduco, quindi, che questa funzione sia vissuta dall’Io in modo positivo. Attenersi alle “piogge” è necessario. Sul significato simbolico della pioggia non spendo neanche una parola. Credo che sia universalmente noto: rinascita e rinnovamento, manifestazione del ciclo naturale, ecc.
    La valorizzazione di questo elemento del ciclo naturale lascia inevitabilmente in ombra, nell’anonimato i corpi in amore, sudati e macerati (per varie ragioni).
    Tutto ciò è detto in questi giorni di “quieta febbre e tiepide cadenze” che mi pare anche un modo interessante per caratterizzare la crisi epidemica in corso.

  11. *Ma chi ci dice che saranno annotati i giorni di pioggia?…Potrebbe non esserci nessuna corrispondenza biunivoca tra l’insieme dei giorni “di questa febbre e tiepide cadenze” e quello delle “tante piogge”. Ci potrebbe essere soltanto un’intersezione. Ciò che il complemento di specificazione dice è che questi giorni sono caratterizzati da “quieta febbre e tiepide cadenze”.* (Donato)
    Non vorrei essere pedante, ma “in questi giorni / di quieta febbre e tiepide cadenze” è un complemento di tempo, specificato dal suo complemento di specificazione. Indica il tempo in cui si svolge l’azione delle “piogge che (…)sciacquano il foglio di plastica” ecc. Le piogge fanno questa cosa in questo tempo. Se “li”, come verosimile, si riferisce ai giorni, non si vede perché la connessione temporale con le piogge debba essere solo “intersecante”, tanto più che la lirica, nella terza strofa, torna icasticamente alle piogge, che sono anche il titolo (?) e il tema.
    Del resto, ammetto volentieri il mio attaccamento alla sintassi e il dispiacere quando la vedo abbandonare. Più che scardinare, mi piace, dove è possibile, collegare. E dove non è possibile ci resto male. La lirica di Ennio è, secondo me, ben collegata – e nel collegamento incastona un enigma che apre a inverificabili possibilità.

  12. Grazie per i commenti. Aggiungo alle vostre le mie osservazioni:

    1. Mi considero un poeta a “produzione intermittente” [1]. Dopo alcune raccolte pubblicate, non riesco più a mettere insieme e in modi meditati il resto delle “poeterie” buttate giù in tanti anni. E più passa il tempo, meno ho il quadro di quel che ho scritto. Ad esempio, di questi versi del 1988 non mi ricordavo affatto. E li ho ritrovati, riletti e riaggiustati (in minimi punti) in questi giorni, mentre esploravo il diario di quell’anno per altri motivi.

    2. Nell’interpretare una poesia il testo deve rimanere centrale. Conta però riferire che il 1988 fu per me anno di crisi esistenziale, di amputazione di affetti. E in quel mese d’aprile dovetti far ristrutturare da un muratore un monolocale a pianoterra di una casa a corte, dove andai ad abitare da solo. Da qui il riferimento al « foglio di plastica macchiato dal cemento» che provvisoriamente sostituì i vetri di una finestra.

    3. Nella mia enciclopedia simbolica la pioggia ha avuto sempre il significato di stacco, di cesura tra un prima e un poi; e, al contempo di pulizia. In questo caso, le piogge sciacquano il vicino e il lontano: le attività umane (il foglio di plastica che rimanda al lavoro dei muratori, i quali, ristrutturano, riparano, costruiscono qualcosa che si è consumato o è invecchiato e va sostituito; e quelle naturali che avvengono nel bosco, organismo vivente per conto suo. E da me solo vagamente immaginabile più che «immaginato vergine, intatto» (Salzarulo). Ma la pulizia – la « funzione, per così dire, di lavaggio» (Salzarulo) – che l’immagine della pioggia fa venire in mente, è in poesia soprattutto mentale ed emotiva. E perciò la raccomandazione/autoraccomandazione («atteniamoci alle piogge») equivale per me a: atteniamoci alla pulizia (mentale ed emotiva). E, per estensione: atteniamoci ai fatti. Che anch’essi – come le piogge – accadono indipendenti dai nostri desideri o volontà, separano un prima e un poi, portano via (“sciacquano”) illusioni; e possono però indurre a una riflessione meno superficiale sul tempo (oggettivo o vissuto, pensato).

    4. Molte precisazioni devo fare sulle accuratissime ipotesi interpretative di Donato, in cui però non mi ritrovo. Non attribuisco alle piogge (di questa poesia) una «funzione salvifica» ma solo – appunto – di pulizia. Che non è detto sia riuscita o riesca. Certi termini usati da Donato («purificatrice», «corrotto», «incorrotto», « macchiato dalla presenza umana») mi rimandano troppo alla mia formazione cattolica giovanile, al peccaminoso, al senso di colpa, di cui – appunto – da decenni ho tentato di ripulirmi. Escluderei che il grammaticalmente «equivoco»(Fischer) «per» del verso iniziale («per le tante piogge che dinanzi a me») vada inteso come formula di preghiera. L’azione di pulizia suggerita (all’Io e al Noi) dalle piogge non è per me un pregare. E neppure un ringraziare o un maledire (Salzarulo: «Prega “per le tante piogge”? o grazie “per le tante piogge”? o maledette[maledire?] “per le tante piogge” »). Né ho immaginato che le piogge impongano alcunché «ai corpi (in amore, in lavoro, in sofferenza)». Anzi, in proposito, quel «restino anonimi» è un auspicio, visto che in questa nostra epoca l’anonimato è per me condizione preferibile all’orgia alienante di visibilità o di esibizionismo che ci tempesta. Dunque, non vedo nessuna «posizione incerta, ambivalente» nell’io lirico. E lo stesso passaggio dall’Io al Noi plurale, lo intenderei nel modo convenzionale ma molto generico del plurale maiestatis. Non mi pare che in tale passaggio «l’Io scompare». Quello che viene invitato a fare l’Io può essere esteso agli altri, i Noi. L’annotare i giorni con crocette sia pur «austere e ben calcate» lo penso come un semplice accorgimento mnemonico. Sì, è importante ricordare, segnarsi quei giorni, ma non c’è alcuna pretesa di renderli «memorabili» per sé o per una comunità, un noi. Non c’è, dunque, «solennità» (tantomeno da «giuramento» o « quasi giuramento sulle “piogge”»).

    Più cautamente risponderei al problema che Donato così pone: « Sbaglio o la Natura delle “tante piogge” dal 29 aprile 1988 all’1 dicembre 2021 si sia ripreso ampiamente il sopravvento sulla Storia dei corpi anonimi, innamorati, sudati e macerati?». Che la Natura avesse preso il sopravvento e che «il tempo presente sia ridotto a caos o a natura indecifrabile» lo sostenne Guido Mazzoni nel primo convegno senese dedicato a Fortini nel 2004 (http://www.poliscritture.it/2012/09/04/ripensando-al-convegno-dieci-anni-senza-fortini-1994-2004/). Ci possiamo riflettere, ma ancora non credo di poter sottoscrive quella tesi di Mazzoni che sosteneva « senza remore e senza nostalgie un mutamento epocale, che cancella l’intera tradizione marxista e comunista».

    5. Note sparse. Irregolarità dei versi? Ma allora perché la poesia trasmette un senso d’equilibrio anche se «personale» (Fischer)? Lo fa o no attraverso la forma, e l’uso dei linguaggio poetico? Ad Elena Grammann direi che di sicuro «del mondo come totalità [non]si avrà mai esperienza diretta». Ancora sul «per» d’inizio verso: non lo intenderei come «in nome di: per Giove, perdio, perdiana» (Fischer). Forse propenderei per «un “per” causale» nel senso di «annoteremo sul calendario questi giorni a causa delle tante piogge». Precisando però che quell’aprile 1988 non fu un mese particolarmente piovoso e da ricordare per questo; semmai contava e conta di più per me che quello fosse esistenzialmente un periodo più che tempestoso. Non saprei sciogliere l’enigma del verso «di quieta febbre e tiepide cadenze», che a Elena risulta «un po’ estraneo al resto: di una bellezza quasi di maniera». Secondo me, la meteorologia e l’aprile – ripeto – non c’entrano molto. La «quieta febbre» e riferibile allo stato di febbrile agitazione del mio animo in quel periodo che però aveva anche momenti di quiete (visto che riuscivo a scrivere almeno bozze di poesie). Posso solo aggiungere che in un appunto di diario di qualche giorno prima (27 aprile) avevo scritto: «tutte le tiepide cadenze della pioggia (di marzo) annotavo». Infine non so se questi versi possono essere riferibili alla crisi epidemica in corso (Salzarulo). Sono – è bene tenerlo presente – del 1988. E non mi sento profeta.

    [1]
    Scriptura

    La mia scrittura scriptura
    non è progettabile.
    Interrompibile è pienamente
    da voi, dal freddo,
    da familiari e amici.

    Neppure riesce – vorrebbe lei!
    – a inseguire il contesto,
    orari, treni, bisogni corporali
    il poetare clus
    e più oltre, non menare.

    Trattasi di scrittura sghemba.
    a polluzione improvvisa
    a molla
    fingendo d’intenderci
    avvitabile ed espandibile
    un abuso
    reprimibile da cattive notizie
    strapazzabile per amicizia
    all’etica suscettibile
    ai movimenti
    audacemente timida
    liscia porosamente
    ferrea e fragile
    lanciata, sì
    sulla neve
    all’inseguimento
    del trenino pendolarino.
    Ciao.

    (2003)

  13. In questa poesia molto bella e prendente non solo ci vengono trasmesse emozioni vissute (non quelle propagandate in modo dozzinale), ma anche ci viene narrato un per-corso, un ‘andare’ incessante dalla ‘rutilanza’ delle piogge (e che cosa è più mutevole della pioggia, dalla ‘pioggerellina di marzo’ agli scrosci temporaleschi; dalla pioggia che pulisce alla pioggia che inzacchera), alla rigidità del cemento apparentemente mitigata dalla plastica; interessante, per rappresentare questo ‘movimento istantaneo’ è l’uso dell’ossimoro “quieta febbre”.
    Detto processo è introdotto da un incipit significativo, quel ‘per’ che indica un andare (“Per le antiche scale”, “per aspera”) e che si evince anche dalla chiusa, che segnala un arco di tempo, dall’aprile del 1988 al dicembre 2021. Ma qui il poeta non ci parla solo della sua esperienza personale ma anche di quella collettiva, quando ci racconta del passaggio dal sogno (“- immagino –“) di un bosco con le sue marezzature cromatiche e con i suoi misteri (“cresciuto senza ch’io ci abbia mai messo piede”) e che rappresenta la nostra parte profonda interiore, i nostri desideri, i nostri sogni, al momento in cui rimaniamo prigionieri della cruda esperienza reale per cui, come relegati in una prigione, segniamo con rabbia (“con crocette austere e ben calcate”) i giorni che passano, gli uni simili agli altri.
    Allora “atteniamoci alle piogge”, non perdiamo la nostra parte sognante (e poetica, perché quella attinge da lì). Solo che per far questo, dobbiamo operare una specie di “epochè”, astrarre partendo dalla nostra esperienza individuale verso quella che tutti ci coinvolge, per poi ritornare dal generale al particolare: “e restino anonimi/i corpi accarezzati/i sudori/le macerazioni delle vene e della pelle”.

    1. Non mi aspettavo da te, Rita, scivolare così sul corpo, le sue secrezioni, e le “passioni” che consumano.

  14. Capisco le tue perplessità, Cristiana. Con me sfondi una porta aperta visto che ho pagato duramente e con esiti irreversibili e inesorabili nel loro esito finale il rovesciamento sul corpo delle “passioni” che consumano. Quindi conosco la differenza tra ‘fare letteratura’ e ‘vivere una esperienza’. Volevo solo sottolineare, visto che la poesia di Ennio me ne dava gli spunti, l’importanza della dialettica tra il mondo interno (il bosco, la ‘selva oscura’ dove è importante “metterci piede”) e la crudezza ‘cementizia’ del mondo esterno, di cui anche il nostro corpo fa parte in quanto è la nostra realtà più prossimale e su cui possiamo ‘agire’ più velocemente. Ma con ogni probabilità il mio commento ha forzato un po’ i confini.

    1. Perdonami, non intendevo scavare! Probabilmente sono rimasta perplessa di come hai potuto saltare dai versi del primo blocco ai corpi- come fossero banali le macerazioni!- della fine del componimento.

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