Storia. Storie.

di Ennio Abate

Ahi, noi! I finti vivi
respiranti sazi e distratti
intenti alle proprie
- intere (crediamo) -
assorbenti storie!

Parziali racconti, invece.
Come ceneri del lusso
salgono in vecchi e illustri camini.

Fuori nuovi corpi migranti
s’affaticano in crani già più smussati.
Riprendono in lingue ibride
parole comuni
bisogni di sempre.
Guerreggiano in altre forme
sui nostri morti passati.
Prosciugano i riflessi di sole
nelle pozzanghere d’Occidente
dove la nostra finì.

Unici.
Insopportabili.
Inconcepiti.

I partigiani ieri.
I moribondi ieri a Baghdad.
Les banlieues ieri e oggi.

(2006/2023)

P.s.
Leggendo su FB i commenti di Maria G Meriggi e Lanfranco Caminiti sui fatti di Francia.

2 pensieri su “Storia. Storie.

  1. Recupero un mio commento ad un vecchio articolo del 2015 per indicare alcuni legami con l’attuale riflessione sulle rivolte urbane scoppiate in varie città della Francia. Si tratta soltanto di piccoli spunti.

    Ennio Abate 25 Novembre 2015 alle 21:31

    « Le biografie dei terroristi – almeno quelli degli attentati in Europa (d’accordo, sono la minima parte del terrorismo islamico globale) confermano, da Atocha al Metro di Londra, a Charlie Ebdo, al Bataclan, che qui si tratta di noi, che qui siamo noi […]. È lo stesso esercizio che si consuma sui fatti di terrorismo e con lo strumento del terrorismo. Dagli Stati Uniti, alla Turchia, ad Israele, all’Arabia Saudita e quanto d’altri, ognuno fa nascere, finanzia, controlla, scatena, mette in campo, movimenti terroristi – partendo da bisogni reali tuttavia. Traslati ad arte, questi reali bisogni, spostati in metafisica, in religio, in combattenti contro […]. Ci odiano, va detto. Le brigate internazionali mujaheddin (algerini, palestinesi perlopiù) che intervengono in Bosnia – con il permesso degli Usa – nella guerra civile, hanno la bava alla bocca alla sola vista di un occidentale. La loro bava mi sta ancora addosso, il ricordo del loro odio è una ferita aperta.» (Del Giudice)

    Ho stralciato questi tre passi dell’intervento di Del Giudice perché in essi vengono indicati tre aspetti della realtà ( quella socio-culturale, quella militare e quella psicologica) che si sono evoluti in modi talmente negativo da rendere arduo qualsiasi giudizio politico coerente sulla complicata situazione su cui ci stiamo interrogando in questi giorni.
    Spiego schematicamente il perché.
    Le biografie dei terroristi autori della carneficina a Parigi del 13 novembre ci dicono davvero «che qui si tratta di noi, che qui siamo noi»?
    A me pare che lo dicano solo a Del Giudice (e anche a me e forse ad alcuni altri che hanno alle spalle una qualche militanza “sovversiva”, sia pur in anni ormai troppo lontani. Oppure hanno avuto esperienze vere di vicinanza con «esistenze senza motivo, proletariato e sottoproletariato metropolitano, cresciuti negli slums, autobiografie della leggera [per chi non lo sapesse , “Autobiografie della leggera” è il titolo di una bellissima raccolta di voci finite ai margini dovuta a Danilo Montaldi, figura oggi del tutto dimenticata], storie di ladruncoli, lenoni della prostituzione, ruffiani, piccoli spacciatori, pusher». Solo pochi, credo, leggendo notizie sui giovani terroristi hanno ritrovato echi di una memoria diciamo per brevità “pasoliniana”. Che ancora permetterebbero di simpatizzare con questi « giovani europei – figli di padri e madri che la globalizzazione ha espulso ed espelle dalle proprietà rurali comuni d’Africa e dai villaggi del maghreb»; e se non proprio con quelli passati al terrorismo almeno con quanti avevano provato «a livello di massa» a farsi sentire con le loro jacquerie di periferia.
    Come io avevo fatto nel 2005. Permettetemi di riproporre questi versi ( che avevo scritto allora e sono ancora sul vecchio sito di Poliscritture):

    Nunn’è n’atu millesettecientottantanove.
    Hann’a scritte sulamente
    e’ cahiersdedoléances!

    di Ennio Abate

    Le pallottole di carta non fanno male»
    (cardinale Camillo Ruini)

    Ah ‘sti-ntellettuali ex sessantottine
    cumm’a mme pensionate, ma accussì stunate
    addurmute, ca capa cionna
    ncoppa a vrasera re rivvoluzione astutate!
    Che d’improvviso ti sobbalzano
    al crepitio scintillante delle faville
    sgomenti de la violence:
    Uuuh mamma mie, les banlieus, le casseurs !
    Chiste songhe les neveux
    de l’homme del la serpe
    (Fanon docebat!) e allore
    attacchamme subbite che litanie:
    Ah, come son belle le democrazie
    che pur ci donano un FUTURO
    «per quanto esso possa essere
    di merda» (e di guerra)!
    ah, quel Santa Maria Goretti
    come noi pensionato
    che s’è fatto uccidere
    per la “sua” vergine automobile!
    Ah quel ma-Scalzone
    che confonde il nostro Blair-Cofferati
    con gli sbirri più efferati!
    Ah, Walter Benjamin, che cazzata
    contro gli orologi sparare
    e nel Jetzeit sperare!

    [Ah, questi intellettuali ex sessantottini | come me pensionati, ma così stonati | addormentati, con la testa coindoloni | sul braciere delle rivoluzioni spente! || Che d’improvviso ti sobbalzano | al crepitio scintillante delle faville| sgomenti della violenza: | Uuh mamma mia, le periferie, i vandali! || Questi sono i nipotini dell’uomo della roncola | (Fanon lo diceva!) e allora | attacchiamo subito le litanie: | Ah come sono belle etc….]

    (novembre 2005)

    Ma proprio perché tant’acqua è passata sotto i ponti e « nessuno ha mai fatto qualcosa per levarli da lì: non sindacati, non partiti, non ideali di lotta e cambiamento» (anzi sindacati e partiti si sono liquefatti e gli ideali di lotta e cambiamento hanno ceduto allo scetticismo e al disincanto postmoderno) il muro, già spesso tra “noi” e “loro”, non ha fatto che rafforzarsi. E non solo ha reso poco udibili le isolate voci di quanti tra noi invitavano a «restare umani», ma ha permesso che altri “illuminassero” quei cuori e li spingessero fino ad « uccidere gli odiati altri abitanti della città» e a suicidarsi (ma ricordiamoci che quello che per noi è suicidio per loro è *martirio*).
    E ora che si è giunti alla militarizzazione del conflitto, che poteva essere solo socio-culturale o riguardare le differenti condizioni materiali di vita ma anche al continuo rinfocolarsi di una diffidenza reciproca ( soprattutto di un odio reciproco almeno nelle frange più fondamentaliste – nostre e loro) come si fa a tornare ad una gestione dei «bisogni reali» – nostri e loro – appunto «traslati ad arte… spostati in religio, in combattenti contro»?
    Del Giudice suggerisce una via d’uscita « dal cul de sac della jacquerie e del terrorismo, verso una lotta di classe aperta».
    Io temo che tale prospettiva abbia subito anch’essa un tracollo tale che, per riuscire di nuovo a « “pensare il mondo e guardare alla realtà” nell’ interesse anche dei marginali», si dovrà compiere una vera e propria “discesa all’Ade”. E spero solo che si trovi il coraggio per tentarla.

    (da http://www.poliscritture.it/2015/11/24/isis-nazisti/)

  2. prospettiva troppo corta! Ricordo i mujahiddin del popolo in Iran, giovani e comunisti, che vedevano in Komeini il grimaldello per una rottura dell’oppressivo ordine dello scià..e poi si sono ritrovati a fare da carne da macello contro i giovani iracheni…
    come la speranza va, mal riposta, in quella direzione, altrettanto può voltar pagina..purchè ci siano altre pagine..

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