Ancora, ancora sulla violenza

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Risposta a Massimo Parizzi

di Ennio Abate

Il 22 novembre scorso su Poliscritture FB  ho condiviso dalla pagina FB di Simona Borioni
l’editoriale di un generale israeliano comparso sul quotidiano Yehidiot Ahronot (qui sopra l’immagine) e l’ho introdotto con un brano di Franco Fortini sulla violenza. Ripropongo qui i due scritti assieme alla lettera di critiche ricevuta da Massimo Parizzi  e alla mia replica.

 1. Da Poliscritture FB  del 22 novembre 2023: il testo di Franco Fortini e  la pagina FB di Simona Borioni da me condivisa

TORNARE A RIFLETTERE SULLA VIOLENZA (STORICA E QUOTIDIANA) CON LE PAROLE DI FRANCO FORTINI

"È come se [...] nessuno avesse più riflettuto seriamente sul luogo che la violenza occupa nella storia e nella vita umana. Quale è stato studiato e teorizzato dai maestri stessi della nostra cultura moderna, conservatori o rivoluzionari che fossero, da Machiavelli a Freud: è come se ormai fosse stata accettata l’idiota e inaccettabile equiparazione, di democrazia e di non violenza.
Ridotti a questo livello puerile di riflessione, incapaci di capire quali processi contraddittori, e perché non dirlo (usiamo una parola demonizzata) dialettici, passino fra comportamento etico, comportamento giuridico e comportamento politico; desiderosi solo di sottrarci alla tragicità dell’azione che sempre, anche quando non è violenta, comporta un rapporto di potere, di subordinazione, di manipolazione, in definitiva un rapporto di forza, noi ci consegniamo altrimenti prigionieri ai sofismi infami di chi il potere lo esercita davvero, di chi non fa violenza perché *è* violenza.
Torno a dire che non saremo capaci di giudizio storico fino a quando non avremo compiute alcune scelte fondamentali che non sono solo di programmi, ma di strumenti per realizzarli.
(Da F. Fortini, in “Democrazia Proletaria”, ottobre 1985; poi in “Non solo oggi. Cinquantanove voci”, pagg. 301- 305, Editori Riuniti, Roma 1991)
Editoriale sul quotidiano Yehidiot Ahronot del Generale Giora Eiland, former Head of the National Security Council, advisor del Ministro della Difesa..
Le parole del consulente del Ministro della Difesa israeliana sulla legittimità di uccidere bambini e donne, che tutto sommato sono altro che madri o mogli di terroristi.
Nessun giornale italiano – ca van sans dire – lo ha voluto pubblicare.
È stato mandato a tutti..
"Secondo la narrazione americana, a Gaza ci sono due gruppi di persone. Uno è quello dei combattenti di Hamas, che sono terroristi brutali e quindi da eliminare. La maggior parte degli abitanti di Gaza appartiene a un secondo gruppo, quello dei civili innocenti che soffrono senza alcuna colpa. Pertanto, Israele deve non solo evitare di danneggiarli il più possibile, ma anche agire per rendere la loro vita più facile.

L'altra narrazione, più corretta, è la seguente: Israele non sta combattendo contro un'organizzazione terroristica, ma contro lo Stato di Gaza. Lo Stato di Gaza è infatti sotto la guida di Hamas, e questa organizzazione è riuscita a mobilitare tutte le risorse del suo Stato, il sostegno della maggioranza dei suoi cittadini e l'assoluta lealtà della sua amministrazione civile, intorno alla leadership di Sinwar, sostenendo pienamente la sua ideologia. In questo senso, Gaza è molto simile alla Germania nazista, dove si è verificato un processo simile. Poiché questa è la descrizione accurata della situazione, è anche corretto gestire la guerra di conseguenza.

Una guerra tra Stati non si vince solo con i combattimenti militari, ma anche con la capacità di una parte di rompere il sistema statale della controparte: la capacità economica, e in primo luogo la capacità di fornire energia, è in questo della massima importanza. Il crollo della Germania all'inizio del 1945 fu dovuto principalmente alla perdita dei giacimenti petroliferi in Romania, e quando la Germania non ebbe più abbastanza carburante per i suoi aerei e carri armati - la guerra fu vinta.

Israele non deve quindi fornire alla controparte alcun mezzo che ne   . Inoltre, diciamo che Sinwar è così malvagio che non gli importerebbe se tutti i residenti di Gaza morissero. Questa presentazione non è accurata, perché, chi sono le "povere" donne di Gaza? Sono  madri, sorelle o mogli di assassini di Hamas. Da un lato, fanno parte dell'infrastruttura che sostiene l'organizzazione e, dall'altro, se subiscono una catastrofe umanitaria, si può presumere che alcuni combattenti di Hamas e i comandanti più giovani cominceranno a capire che la guerra è inutile e che è meglio evitare danni irreversibili alle loro famiglie.

Il modo per vincere la guerra più velocemente e a un costo inferiore per noi, richiede un collasso dell'altra parte e non la semplice uccisione di altri combattenti di Hamas. La comunità internazionale ci avverte di un disastro umanitario a Gaza e di gravi epidemie. Non dobbiamo esimerci da questo, per quanto difficile possa essere. Dopo tutto,   nel sud della Striscia di Gaza avvicineranno la vittoria e ridurranno le vittime tra i soldati dell'IDF. E no, non si tratta di crudeltà per il gusto della crudeltà, poiché non sosteniamo la sofferenza dell'altra parte come un obiettivo, ma come un mezzo.

Alla controparte è data la possibilità di porre fine alle sofferenze se si arrende. Sinwar non si arrenderà, ma non c'è motivo per cui i comandanti delle milizie di Hamas nel sud della Striscia di Gaza non si arrenderanno quando non avranno carburante e acqua, quando le piaghe raggiungeranno anche loro e quando il pericolo per la vita delle loro donne aumenterà. Il gabinetto israeliano deve adottare una linea più dura con gli americani, e avere almeno la capacità di dire quanto segue: finché tutti gli ostaggi non saranno restituiti a Israele, non parlateci delle conseguenze umanitarie.

E sì, crediamo che la pressione umanitaria sia inoltre un mezzo legittimo per aumentare le possibilità di vedere gli ostaggi ancora vivi. Ma non dobbiamo, assolutamente non dobbiamo adottare la narrativa americana che ci "permette" di combattere  contro i combattenti di Hamas invece di fare la cosa giusta: combattere contro l'intero sistema avversario perché è proprio il suo collasso civile che avvicinerà la fine della guerra. Quando alti esponenti israeliani affermano nei media "O noi o loro", dovremmo chiarire la questione di chi siano "loro". "Loro" non sono solo i combattenti di Hamas armati, ma anche  i funzionari "civili", compresi gli amministratori degli ospedali e delle scuole, e anche l'intera popolazione di Gaza che ha sostenuto con entusiasmo Hamas e ha applaudito alle sue atrocità il 7 ottobre."
Grazie Teresa Rasella per la traduzione dall’inglese e Tali Shapira e Hanno Hauenstein per la traduzione dall’originale all’inglese.
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2. La lettera di Massimo Parizzi

Caro Ennio,
nonostante tutta la stima e l’affetto che nutro per Franco Fortini, il suo brano che tu offri come spunto per “riflettere sulla violenza” mi sembra pessimo. Cerco di dirne in poche parole il perché.

1 “È come se […] nessuno avesse più riflettuto seriamente sul luogo che la violenza occupa nella storia e nella vita umana.” Qui Fortini sembra implicare che, avendo la violenza avuto sempre un luogo nella storia e nella vita umana, debba averlo per sempre. Perché? Il comunismo non si proponeva come uscita dalla preistoria dell’umanità? La schiavitù, fino alla sua sostanziale scomparsa, non era sempre esistita?
2. “Noi ci consegniamo altrimenti prigionieri ai sofismi infami di chi il potere lo esercita davvero, di chi non fa violenza perché *è* violenza.” Qui Fortini sembra implicare che, essendo i nostri nemici violenti, dobbiamo necessariamente esserlo anche noi. Perché? Imitando i nostri nemici non finiremmo per riprodurli (come li hanno riprodotti sia la rivoluzione francese sia la rivoluzione russa)?
3. “l’idiota e inaccettabile equiparazione, di democrazia e di non violenza”, “questo livello puerile di riflessione”, “desiderosi solo di sottrarci alla tragicità dell’azione”: qui Fortini sembra equiparare l’idea e la pratica della nonviolenza a una sorta di infantile passività, se non di ignavia. Ma le tecniche della nonviolenza teorizzate, proposte e praticate, in primis da Gandhi, non hanno assolutamente nulla di infantile e passivo, né testimoniano di alcun desiderio di sottrarsi alla tragicità dell’azione, tutt’altro, e dei risultati li hanno dati.
Infine, “riflettere sulla violenza” come tu proponi sulla scia, evidentemente, di quanto è accaduto e sta accadendo in Israele e in Palestina non mi sembra utile. Io penso:
1. Che la speranza che la violenza possa servire a qualcosa quando i nemici dispongono di una forza spropositata (bombe atomiche, per esempio) è una speranza a dir poco vana.
2. Che quando la violenza occupa la ribalta, alla ribalta vengono portati coloro che sanno esercitarla meglio e con maggiore efficacia (Stalin, per esempio), il che non promette nulla di buono
Certo, la nonviolenza ha una debolezza rispetto alla violenza: che non le bastano, come a quest’ultima, un manipolo di militanti, ma ha bisogno di una partecipazione più vasta. Ma che cosa sarebbe successo se all’ingresso delle truppe russe in Ucraina quel deficiente di Zelensky avesse invitato gli ucraini a stendersi in mezzo alle strade sul percorso dei carri armati russi? E che cosa succederebbe se la fantomatica autorità nazionale palestinese invitasse i palestinesi della Cisgiordania e di Gaza a dirigersi in massa e disarmati ai posti di blocco israeliani ed entrare in Israele? Forse i carri armati russi sarebbero passati sui corpi degli ucraini, forse gli israeliani sparerebbero sui cortei palestinesi, ma forse no. E il mondo riceverebbe una grande lezione.
Ciao, Massimo Parizzi
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3. La mia risposta a Parizzi

Caro Massimo,
non capisco come tu possa stimare e ricordare con affetto la figura di Fortini e nello stesso tempo svuotarla del suo pensiero marxista e comunista, presente anche nello scritto da me proposto e  da lui ribadito fino ai suoi ultimi giorni di vita. Ma lascio da parte ogni considerazione su come eravamo e come oggi siamo o le vicinanze e distanze dal suo lascito e  replico punto per punto alle tue obiezioni:

1. «Qui Fortini sembra implicare che, avendo la violenza avuto sempre un luogo nella storia e nella vita umana, debba averlo per sempre».

No, è una tua deduzione. Il comunismo fortiniano (e marxiano), inteso «come uscita dalla preistoria dell’umanità»,  non ha mai  mirato ad  una pacificazione assoluta o alla “pace perpetua” (Kant) né alla impossibile abolizione di ogni violenza  dalla storia o ad un ritorno all’Eden, ben memore, tra l’altro, del realistico e amaro detto manzoniano che in essa «non resta che far torto, o patirlo».  Rileggo: «Il combattimento per il comunismo è già il comunismo. È la possibilità (quindi scelta e rischio, in nome di valori non dimostrabili) che il maggior numero di esseri umani – e, in prospettiva, la loro totalità – pervenga a vivere in una contraddizione diversa da quella oggi dominante.». Per Fortini (e per Marx), dunque, la lotta delle classi tendeva oltanto ad «estinguere la forma presente di quello scontro» per aprire «altro fronte, di altra lotta, rifiutando ogni favola di progresso lineare e senza conflitti» (http://www.poliscritture.it/2017/02/09/appunti-politici-3-comunismo-di-f-fortini/).


2.«Qui Fortini sembra implicare che, essendo i nostri nemici violenti, dobbiamo necessariamente esserlo anche noi».

Non necessariamente o obbligatoriamente, ma senza escludere a priori anche da parte “nostra” l’uso della violenza che i nemici si permettono. Il brano che ho proposto è calibrato sul tipo di violenza verificatosi negli anni ’70 in Italia da parte dello Stato e di quanti vi si opposero in vari modi (anche con la immatura e catastrofica lotta armata delle BR e di altre minoranze).  E sottolinea soprattutto che la fonte della violenza è in «chi il potere lo esercita davvero», perché dispone di eserciti, polizie e servizi segreti. Ed è un potere (di intidimidazione, controllo e repressione) tanto smisurato che – in alcune occasioni – può anche fare a meno di mostrarsi: «non fa violenza perché *è* violenza». La resistenza a questo potere, invece, è pensata da Fortini come possibile sia in forma armata che non armata in base ad una valutazione politica delle condizioni in cui si agisce (e non, dunque, arbitrariamente o per capriccio o vendetta). E, se armata, quindi, dovrebbe avere – in genere, ma senza alcuna garanzia provvidenzialistica –  un certo grado (mai assoluto) di razionalità. La stessa violenza esercitata per abbattere un potere oppressivo preesistente  – nei casi che tu ricordi della Rivoluzione francese e della Rivoluzione russa –  non dovresti travisarla e ridimensionarla psicologisticamente a meschino esempio di imitazione dei «nostri nemici». Quei casi sono stati tentativi pratici (incerti, malsicuri) di cambiare un assetto sociale insoddisfacente in uno migliore. Con le parole di Fortini, che si possono discutere ma non stravolgere: «Unico progresso, ma reale, è e sarà il raggiungimento di un luogo più alto, visibile e veggente, dove sia possibile promuovere i poteri e la qualità di ogni singola esistenza». C’è, perciò, in questa visione della violenza nella storia una netta differenza tra usare politicamente nello scontro l’intelligenza umana per ingannare e sottomettere individui, popoli o classi sociali (e io per il Novecento farei gli esempi del nazismo e dello stalinismo) e usarla per liberare in termini pratici e non solo a parole individui, popoli colonizzati o classi sociali sfruttate (e qui penso all’opera non vana anche se violenta dei rivoluzionari francesi, americani, sovietici, cinesi, ecc.). E parlerei, sì, di imitazione  dei «nostri nemici» quando le rivoluzioni (vere) si sono trasformate in controrivoluzioni (termidoro, stalinismo).

3. «qui Fortini sembra equiparare l’idea e la pratica della nonviolenza a una sorta di infantile passività, se non di ignavia.»

Dove sarebbe questa equiparazione? Al massimo, nel breve brano scelto Fortini parla di violenza e non si occupa della non violenza. Lo fa – ma è  solo un esempio tra i tanti -non separando i due concetti di violenza e non violenza, come fai tu- nel restante testo del 1985,  da me non riportato ma che puoi trovare antologizzato in «Non solo oggi. Cinquantanove voci» (Editori Riuniti 1991, pagg. 301-305).

4. «“riflettere sulla violenza” come tu proponi sulla scia, evidentemente, di quanto è accaduto e sta accadendo in Israele e in Palestina non mi sembra utile».

Perché non vuoi vedere a fondo qual è – normalmente! – la teoria e l’esercizio della violenza da parte degli Stati e dei loro apparati, cioè «di chi il potere lo esercita davvero, di chi non fa violenza perché *è* violenza.».  E ti abbandoni troppo volentieri alle fantasie[1]. Gli ucraini non si sono stesi in mezzo alle strade sul percorso dei carri armati russi. I palestinesi della Cisgiordania e di Gaza non sono stati invitati da nessuno a dirigersi in massa e disarmati ai posti di blocco israeliani. Nulla di tutto ciò si è verificato e mai si  verificherà. Nella storia i miracoli non avvengono. E anche quello di Gandhi non fu un miracolo enon è scelta riproducibile in tutte le situazioni storiche. Nella dura storia anche i sogni o le utopie possono funzionare ma soltanto “in concreto” , cioè facendosi strada  tra le condizioni materiali, culturali, psichiche date, quelle in cui uomini e donne agiscono e che sono solo in parte controllabili razionalmente. (Ricordarsi di  Machiavelli, che all’ingrosso  attribuiva alla fortuna (o al caso) metà delle vicende umane e il resto alla virtù del principe (o di chi fa politica). Anche con la violenza. In questo momento abbiamo la violenza/resistenza dei palestinesi e di Hamas e la violenza (democratica?) di Netanyahu. Oppure quella “sciovinista” di Putin e quella (democratica?) di Zelenzki sostenuto da USA e UE. E abbiamo avuto a iosa in questi decenni ancora quella degli Usa  e dei suoi alleati: nella ex Jugoslavia, in Irak, in Afghanistan, in Libia.  Con queste violenze i “Principi” hanno cambiato (per noi in peggio!) il mondo usando i loro eserciti, la loro propaganda, i loro capitali e riducendo oggi al lumicino o a puro desiderio la “nostra” resistenza alle loro guerre.

Breve conclusione. Nessuno (di sicuro non io) fa l’apologia della violenza  come fosse un un valore o un fine in sé. Né disprezza o rifiuta per principio  le trattative. Ma  esorcizzare la violenza è vano. Distrarsene significa rinunciare a capire la storia e a fare politica. Questo resta per me l’insegnamento di Fortini (e di Marx). Certo, si potrebbe e dovrebbe andare oltre Fortini e oltre Marx, ma non cancellando la sostanza di quel pensiero.
Buona fortuna
Ennio

P.s.
Per quanto mi è stato possibile negli ultimi decenni – diciamo dalla morte di Fortini nel 1994 – ho continuato a riflettere e a invitare alla riflessione sulla  violenza nella storia e nella vita quotidiana. Cfr. gli articoli ai seguenti link:

http://www.poliscritture.it/2022/06/09/saggio-sulla-violenza-leggere-o-rileggere-sofsky/

http://www.poliscritture.it/2019/07/15/sulla-violenza-nella-storia/

http://www.poliscritture.it/2018/08/26/trockij-kronstadt-e-la-violenza-politica/

http://www.poliscritture.it/2021/11/28/violenza-sulle-donne-da-addomesticare-da-eliminare/)

Aggiungo, infine, che  il succo  delle mie risposte a quasi tutte  le tue obiezioni  era già presente in questo mio scritto del 2004 e che in esso, nella parte riguardante Otto motivi contro la guerra, che ho riproposto invano all’inizio della guerra in Ucraina, c’è una visione ben più ampia di quella dello scritto del 1985:

http://www.poliscritture.it/2021/09/27/fortini-la-guerra-la-pace/

Nota

[1] « Ma che cosa sarebbe successo se all’ingresso delle truppe russe in Ucraina quel deficiente di Zelensky avesse invitato gli ucraini a stendersi in mezzo alle strade sul percorso dei carri armati russi? E che cosa succederebbe se la fantomatica autorità nazionale palestinese invitasse i palestinesi della Cisgiordania e di Gaza a dirigersi in massa e disarmati ai posti di blocco israeliani ed entrare in Israele? Forse i carri armati russi sarebbero passati sui corpi degli ucraini, forse gli israeliani sparerebbero sui cortei palestinesi, ma forse no. E il mondo riceverebbe una grande lezione.»

24 pensieri su “Ancora, ancora sulla violenza

  1. Massimo Parizzi,

    credo che il caso della Palestina sia emblematico dell’inefficacia della violenza di fronte a un “nemico” meglio armato e alleato delle massime potenze mondiali.

    Hamas pare raggiungere dei risultati, con la sua violenza, se guardiamo lo sdegno di molti di fronte alla crudeltà israeliana verso i civili di Gaza, uccisi ormai in numero vicino alle 20mila e finiti senza luce e acqua.

    Però in realtà, nel lungo termine, Israele avrà vinto e fatto di questa carneficina un passo fondamentale della sua pulizia etnica.

    La non-violenza, dici, ha lo svantaggio di aver bisogno di grande partecipazione.
    No, non direi sia questo il caso.
    Quando nel 2018 folle oceaniche da Gaza andarono al confine per la Marcia del ritorno, e Israele sparò sulla folla, le reazioni furono minime. Quando fanno sciopero della fame i detenuti amministrativi palestinesi, fino a morire, nessuno ne parla. In realtà siamo ben poco informati delle proteste di massa nonviolente fatte dai palestinesi.

    La nonviolenza di solito ha lo svantaggio di chiedere l’eroismo ai suoi militanti, perché offrirsi al nemico disarmati richiede più coraggio rispetto al farlo armati e con scudi di protezione.
    Ma anche questo non credo sia il caso, dato che i palestinesi sono pronti al martirio.

    Cosa manca dunque?

    Io credo questo:

    1) Una strategia della leadership palestinese. Perché leadership divisa di una terra divisa, frammentata, senza più vita di società. Non si può pretendere una leadership illuminata e democratica da un popolo che ha perso ogni speranza e ogni dignità, costretto a vivere in carceri a cielo aperto. La nonviolenza ha bisogno di una strategia lungimirante e di disciplina maggiore di quella degli eserciti. E bisogna aggiungere: i palestinesi e in generale gli arabi non hanno una grande storia nonviolenta, una cultura in tal senso.

    2) La presenza dei media sul campo. E la presenza dei media in Occidente che riportino i crimini subiti dai palestinesi con pari enfasi dei crimini subiti dagli israeliani. Non siamo onesti, noi occidentali. Tifiamo. Gli israeliani sono dei nostri, i palestinesi no. Tutta l’Europa è così, e ancor di più l’America. Faceva più notizia Gandhi, riportato da reporter inglesi sui giornali d’epoca, senza la tv, che i palestinesi oggi con tv e internet. Sappiamo bene che i giornalisti sono il primo target di Israele, che infatti vieta ai suoi di andare a Gaza, e ben pochi vanno nella West Bank. Gli israeliani, che noi lodiamo come grande democrazia (poveri noi), in realtà non hanno nemmeno una politica per i Territori occupati, sanno ben poco cosa succede – e noi ne sappiamo poco di più, a meno che Hamas faccia terrorismo.

    3) Senza una politica mirata nonviolenta, senza una informazione decente, anche se i capi di Hamas digiunassero in diretta streaming, probabilmente ne saremmo poco toccati. Di certo però avrebbero più peso dello sdegno per i crimini di Israele. Non ho dubbi in proposito. Il digiuno prolungato per il rilascio dei prigionieri amministrativi da parte dei leader palestinesi farebbe un certo colpo (al momento per rilasciarli Hamas uccide e rapisce). Ma poi arriva lo scoglio principale: la volontà nostra, occidentale, di scindere i legami con Israele e arrivare al boicottaggio, come successo per il sud Africa (e pure Gandhi lo fece contro i vestiti inglesi, causando non pochi problemi alle fabbriche tessili inglesi, e non si curava del fatto che gli operai inglesi furono licenziati). Questa sarebbe l’arma nonviolenta più efficace verso Israele: l’abbiamo in pugno noi. La fine dei rapporti diplomatici e il boicottaggio sarebbe un deterrente forte. Israele si troverebbe isolato, e valuterebbe bene il da farsi. D’accordo, è irrealistico, ma non perché impossibile, solo per mancanza di volontà politica, sarebbe una misura alla nostra portata, che ci costerebbe di certo molto meno del boicottaggio verso la Russia. Peraltro, pure i palestinesi israeliani, partecipando alle elezioni pur sapendo di essere sempre minoranza ininfluente dovrebbero chiedersi se non sarebbe meglio boicottarle: Israele avrebbe meno strumenti per proclamarsi democrazia dove i palestinesi hanno (avrebbero) stessi diritti e possibilità. Aprirebbero una insanabile contraddizione nella società israeliana, dividendo ancora di più musulmani da ebrei, e questa è regola ferrea della nonviolenza: provocare il conflitto, farlo emergere. Ma anche qui, purché fatto con una strategia, che dovrebbe essere quella di avere uno stato laico binazionale, non ebraico. Sotto questo aspetto, possono di più i palestinesi israeliani che quelli dei Territori occupati, che, come avrai capito, considero i meno responsabili della incapacità di risolvere la questione con metodi nonviolenti.

  2. È possibile tracciare, almeno all’incirca, quale sarebbe la struttura di questo “stato laico binazionale”?

    1. Ovviamente nessuno l’ha mai teorizzato compiutamente.

      Quello che esce, se si vuole (ancora) parlare di soluzione (personalmente credo che la soluzione sia già presente: i palestinesi ridotti in riserve indiane) è che c’è ormai una unità tra Israele e West Bank per via degli 800mila coloni e dell’accerchiamento della Grande Gerusalemme, per cui l’ipotesi di uno stato palestinese è del tutto inverosimile per i cosiddetti “fatti sul campo”. Insomma, i palestinesi sono ridotti a vivere nei buchi di un gruviera, come potrebbero mai gli israeliani decidere di togliere così tante colonie da permettere uno stato vero, che non sia uno stato fantoccio, per i palestinesi? Impossibile.

      Nella West Bank ormai c’è di fatto uno stato di apartheid, su cui c’è ampia letteratura dell’Onu e dei vari esperti del diritto, con coloni da una parte, in espansione costante, e colonizzati espropriati sempre più.

      Se si volesse una soluzione dignitosa, l’unica sarebbe l’inglobamento della West Bank e di Gaza in un Israele che si dia una Costituzione, che ora non c’è, e che sia laico, a meno che si pensi di imporre uno stato ebraico con metà di popolazione musulmana (in crescita).

      A pensarci ci sono molti intellettuali (storici, attivisti, giornalisti) israeliani, ma solo loro.

      1. Israele non ha una costituzione come non l’ha l’Inghilterra, per fare un esempio, ma un insieme di leggi fondamentali che svolgono, grosso modo, la stessa funzione. Ma a parte questo.
        Se venisse creato uno stato unico binazionale, la popolazione arabo-palestinese, con l’esercizio del “diritto al ritorno” dei discendenti dei dislocati, sarebbe la maggioranza del paese. A quel punto quale sarebbe la sorte delle principali strutture dello stato, istruzione, economia, sanità, esercito, giustizia e così via? E perché mai un israeliano, magari ebreo, dovrebbe trovare questa prospettiva attraente o almeno utile?

        1. Sul fatto del non aver una Costituzione, il paragone con l’Inghilterra, tipico della propaganda sionista, lo ritengo da sempre senza alcun senso.

          Israele non ha una Costituzione perché è sempre stato in guerra e senza confini certi, e ha fatto una dichiarazione di indipendenza oltre i confini che aveva previsto l’Onu. Se se la fosse data, avrebbe dovuto formalizzare la discriminazione contro i palestinesi che di fatto c’è a ogni livello, oppure avrebbe favorito uno stato davvero democratico, e in quel caso sarebbe uscita la contraddizione evidente tra l’essere una democrazia liberale, in stile occidentale, che Israele NON è nemmeno lontanamente, e l’essere uno stato ebraico. Non dimentichiamoci che se io mi convertissi all’ebraismo o sposassi una donna ebrea otterrei il diritto al ritorno in Israele. E tutte le polemiche sulla riforma della giustizia che voleva fare Netanhyau dipendono anche dal non avere una costituzione.

          Se si desse una costituzione, dovrebbe fare questa scelta, e come ho scritto nel commento sotto in risposta ad altri citati da Ennio, non ci sarebbe a mio parere nessun grande problema per i profughi.

          (Copio: La prospettiva oggi più sostenibile per i palestinesi è uno stato unico, il problema dei profughi sanno tutti che è irrisolvibile, e per quel che capisco io i palestinesi non farebbero un grande discrimine su quella questione, ciò che vogliono è Gerusalemme est. I profughi dovrebbero essere distribuiti in tutta la zona, se vogliono tornare, cioè si dovrebbe coinvolgere Libano, Siria, Giordania, Egitto. Nessuno chiede a Israele di sobbarcarseli tutti, o meglio se lo si chiede è sempre per mediare.

          Per quanto riguarda la futura predominanza araba di uno stato binazionale: basterebbe mettere nella costituzione la laicità dello stato, e una percentuale alta, tipo 75%, per cambiarla.)

          Sul perché un ebreo israeliano dovrebbe trovare questa prospettiva attraente?

          Beh, prima dovremmo far capire agli ebrei israeliani come hanno vissuto dal 1967 a oggi i palestinesi nella West Bank e a Gaza (cosa che sanno ben poco stando agli intellettuali progressisti favorevoli allo stato unico), poi loro potrebbero scegliere tra il continuare il crimine che il loro stato sta compiendo per motivi essenzialmente razzistici o scegliere per principi di etica e giustizia di dare pari dignità anche alle persone non-ebree. Il vantaggio sarebbe la fine del terrorismo (anche se non subito, ma del resto nemmeno in sud Africa è finito subito dopo l’apartheid) e un diverso rapporto con gli stati della regione, gli ebrei non sarebbero più (auto)ghettizzati e allora sì Israele rappresenterebbe lo stato più democratico e progressista della regione – un modello, insomma.

          Oggi al massimo è il più “democratico” tra le non-democrazie dell’area.

          1. Non considero “sionista” un insulto.
            Abbiamo conoscenze storiche quantomeno diverse, speravo di avere delle spiegazioni, evidentemente mi sono sbagliato.
            Un saluto.

          2. Ezio Partesana,

            non esiste gruppo politico che abbia presentato una proposta chiara di stato unico binazionale, per cui non so quali spiegazioni si aspettava.

            La parola sionista non ho scritto che è un insulto. Ritengo però un modo propagandistico quello di giustificare l’assenza di Costituzione in Israele paragonandola con il caso inglese: cause e vantaggi/svantaggi e contingenze storiche determinanti quella assenza sono del tutto diversi.

        2. “…quale sarebbe la sorte delle principali strutture dello stato (di Israele),istruzione, economia, esercito, giustizia e cosi’ via?” Ezio Partesana riferendosi all’eventuale riconoscimento del “diritto al ritorno” per i discendenti dei palestinesi dislocati…Come se il passare del tempo potesse trasformare uno stato di sopruso, cioe’ nato da espropriazioni indebite, in uno Stato di diritto…Si puo’ lucidare fin che vuoi un sopruso ma non si trasforma in democrazia…So che molti Ebrei di Israele riconoscono questo fatto e la necessità del risarcimentio, ma per altri si è sviluppata una sorta di anestesia della coscienza al sopruso, sino ai fatti odierni in cui la certezza del “diritto a tutti i costi” diventa di portata criminale

  3. SEGNALAZIONE DA FB

    Renzo Cozzani
    …ma c’è un ulteriore interrogativo cui non trovo risposta: se anche la politica ritrovasse nuova linfa, quali potrebbero mai essere le condizioni materiali e geo-politiche di qualsiasi scenario? quando l’ONU deliberava i “due popoli due stati” le popolazioni che insistevano su quei territori erano circa due milioni di persone, tra ebrei e arabi; oggi ne possiamo contare circa quattordici milioni (più o meno al 50%), che diventerebbero diciotto se considerassimo anche i palestinesi tuttora aventi lo status di “profughi”. Sia i due stati che un unico stato arabo-israeliano (a quel punto a predominanza araba, se non nell’immediato in prospettiva) quale sostenibilità geo-politica ma anche materiale potrebbero avere?

    Lanfranco Caminiti
    Renzo Cozzani non so dare neanch’io una risposta. forse la risposta sta nella crescita di uno sviluppo economico e di una cooperazione fra i due territori (di un unico stato a me sembra improponibile la prospettiva, in questo momento e in questa generazione). anche per non cedere a una idea malthusiana di sovrappopopolazione

    1. A Renzo Cozzani direi,

      quando quella mini Onu deliberava due popoli due stati, lo faceva su insistenza dell’Agenzia ebraica, che rivendicava il patto di Balfour e poi la Shoah, anche perché quella era una Onu europeocentrica (in totale erano una cinquantina di stati). Gli stati arabi erano del tutto contrari, e purtroppo in questo modo, dando agli ebrei appena arrivati, tutti o quasi coloni da una o due generazioni, che erano un terzo degli abitanti, il 56% della terra, l’Onu ha legittimato una colonizzazione infierendo sui colonizzati.
      Sempre nel suo libro dei sogni, l’Onu, per dare agli ebrei la terra dove erano in (minima) prevalenza, ha elaborato uno schema a zig-zag, con tre segmenti separati per ciascuno stato, insomma erano fin da subito due stati non sostenibili, e infatti l’Onu si immaginava, favoleggiando, una specie di confederazione, di stato unico diviso in due, come se dividendo ebrei coloni da arabi colonizzati poi queste due comunità avrebbero allegramente cooperato. Il risultato fu chiaro fin da subito: la pulizia etnica dei palestinesi sul territorio attribuito allo stato ebraico (ma anche in varie altre parti, tra cui Gerusalemme).

      La prospettiva oggi più sostenibile per i palestinesi è uno stato unico, il problema dei profughi sanno tutti che è irrisolvibile, e per quel che capisco io i palestinesi non farebbero un grande discrimine su quella questione, ciò che vogliono è Gerusalemme est. I profughi dovrebbero essere distribuiti in tutta la zona, se vogliono tornare, cioè si dovrebbe coinvolgere Libano, Siria, Giordania, Egitto. Nessuno chiede a Israele di sobbarcarseli tutti, o meglio se lo si chiede è sempre per mediare.

      Per quanto riguarda la futura predominanza araba di uno stato binazionale: basterebbe mettere nella costituzione la laicità dello stato, e una percentuale alta, tipo 75%, per cambiarla.

      A Lanfranco Caminiti direi: se un territorio è economicamente dipendente dall’altro, ma anche per risorse come l’acqua, e non ha uno stato, si chiama sfruttamento, umiliazione, non cooperazione.

  4. SPIEGAZIONI

    Lo storico Andrea Graziosi ci spiega cos’è un genocidio: “E’ un genocidio!”, la voce che ritorna dall’Ucraina a Gaza. Ma cos’è un genocidio? (Il Foglio, 27 novembre 2023). D’accordo. Non dubito dell’utilità scientifica di distinguere genocidio da altri tipi di stragi o massacri. E di fare la storia del concetto. Ma spiegatemi cosa stiamo diventando noi e i nostri governi democratici – italiani, europei, occidentali – approvando o tacendo sulla *cosa* che sta continuando a fare a Gaza Israele, l’unico stato democratico del Medio Oriente. Spiegatemi pure qual è il numero di vittime civili per così dire “necessare” o “inevitabili” e, dunque, accettabili in un conflitto. Così, in base a una bella aritmetica dei morti possiamo più facilmente stabilire quale Stato sia democratico e quale no.

  5. DALLA PAGINA FB DI LANFRANCO CAMINITI

    Ennio Abate
    SEGNALAZIONE
    https://www.facebook.com/groups/1632439070340925/posts/3716927161892095/

    Lanfranco Caminiti
    maneggiare i concetti ci evita fare che tutte le vacche sono nere al buio. come si è detto, se tutto è mafia, niente è mafia. dresda è un crimine di guerra, non un genocidio. non mi pare che manchino le voci e gli alti lai per la “cosa” che succede a Gaza. Sarebbe stato bene l’uguale per il 7 ottobre

    Ennio Abate
    Non sono i lai il problema. Ma la “mutazione democratica”: cosa stiamo diventando noi “paesi democratici”? stiamo davvero difendendo la “democrazia” o la tiamo stravolgendo?

    Lanfranco Caminiti
    la democrazia è tale se conflitti sociali e idee di trasformazione la attraversano, se movimenti di giustizia prendono la parola e si fanno protagonisti della storia. altrimenti è octroyée, e come ogni cosa donata può essere “ritirata” anche per un capriccio

    Ennio Abate
    Fuori da ogni scolastica o politologia: diamo pure per assodato che Hamas non ha a che fare con la democrazia, ma quello che sta facendo Israele a Gaza oggi e nei Territori occupati ieri e l’altro ieri rientra nel concetto comune di democrazia? E l’appoggio che “noi democratici” diamo a Netanyahu/Israele rientra in quello di “solidarietà democratica”?
    Non ti chiedo neppure più risposte. Propongo che ciacuno ci pensi da sé o con la sua cerchia di amici. Perché le cose sono già precipitate e a me pare che in Medio Oriente non accade se non la ripetizione della stessa tragedia degli inizi.

    P.s.
    «Gli undici membri dell’Unscop [“l’United Nations Special Committee on Palestine, composto da undici membri, scelti, in una difficile composizione, tra i paesi che potevano garantire una sufficiente neutralità rispetto alle fazioni in lotta”] non arrivarono ad una posizione unitaria, pubblicando, nel settembre del 1947, due relazioni, una di maggioranza e una di minoranza. La premessa era data dall’improcrastinabilità di una scelta sul futuro delle terre contese ma anche dall’impossibilità di soddisfare le due parti nella interezza delle loro richieste o, ancor peggio, una sola di esse. Affermava infatti la relazione finale di maggioranza che «finché entrambi i gruppi mantengono costanti le loro richieste è manifestamente impossibile in queste circostanze soddisfare interamente le richieste di entrambi i gruppi, mentre è indifendibile una scelta che accetti la totalità delle richieste di un gruppo a spese dell’altro»

    (da C. Vercelli, Storia del conflitto israelo-palestinese, Laterza 2020, 2023)

  6. Non ci capisco più molto di questi dotti dibattiti che disquisiscono di democrazia: io sono rimasto a quei pensatori vecchio stile che dicevano che la ‘democrazia’ è una cosa che ha sempre un aggettivo, tipo ‘borghese’, e che la sostanza e maggioranza delle scelte possibili ce le hanno portate via. Quindi dando per scontato che in uno stato che funge da bastione degli USA in Medio Oriente la questione se sia più o meno democratico sia per lo meno superflua ma sicuramente fuorviante; anche perchè è la premessa al noi democratici contro voi non democratici; che quindi possiamo bombardare in quanto umani di specie inferiore. Al che poi qualcuno aggiunge anche ‘occidentale’, in tutto il suo fulgore, e ha compiuto il percorso dell’autoassoluzione..nonchè di perdita totale del ben dell’intelletto

  7. “anche perchè è la premessa al noi democratici contro voi non democratici; che quindi possiamo bombardare in quanto umani di specie inferiore” ( Di Marco)

    Per quel che mi riguarda mi pare di aver rifiutato proprio questa prospettiva. Certo senza etichettarla (borghese o non borghese) ma mostrandone la miseria (etica e politica). Infatti, ho scritto (e spero si sia colto almeno un po’ il sarcasmo amaro e disperato): “. Ma spiegatemi cosa stiamo diventando noi e i nostri governi democratici – italiani, europei, occidentali – approvando o tacendo sulla *cosa* che sta continuando a fare a Gaza Israele, l’unico stato democratico del Medio Oriente. Spiegatemi pure qual è il numero di vittime civili per così dire “necessarie” o “inevitabili” e, dunque, accettabili in un conflitto. Così, in base a una bella aritmetica dei morti possiamo più facilmente stabilire quale Stato sia democratico e quale no.”

    1. Paolo Di Marco,

      la questione Cosa sia Israele, è ancora più grave a mio parere.

      Cioè, non è soltanto legata all’essere o non essere democrazia (occidentale).

      Quando tu scrivi:

      “cosa stiamo diventando noi e i nostri governi democratici – italiani, europei, occidentali – approvando o tacendo sulla *cosa* che sta continuando a fare a Gaza Israele”,

      penso che noi, Europa e America, siamo diventati (non stiamo diventando) uno stato dove la sovranità viene esercitata soprattutto dal blocco americano-sionista.

      Voglio dire: è ormai venuta meno, in Italia, e in gran parte dell’Europa (mentre paradossalmente esiste ancora negli Usa, dove la lobby ebraica potentissima è di fatto lobby israeliana) la distinzione tra ebraismo e Israele.

      Come scriveva Fortini nella sua famosa lettera,

      “La distinzione fra ebraismo e stato d’Israele, che fino a ieri ci era potuta parere una preziosa acquisizione contro i fanatismi, è stata rimessa in forse proprio dall’assenso o dal silenzio della Diaspora. ”

      In realtà, oggi c’è molto più assenso che silenzio, verso i crimini di Israele da parte delle comunità ebraiche della diaspora. E questo porta a identificare gli ebrei come “agenti dello stato di Israele”: da qui il “nuovo antisemitismo”. Tutte parole di Fortini.

      (Che poi, se è antisemitismo per vendetta verso i crimini di Israele, non è vero antisemitismo, nel senso originario del termine, come sostengo da anni).

      Insomma, gli ebrei della diaspora si sono appiattiti su Israele. L’ebraismo si è appiattito sul sionismo. Israele è stato ebraico, stato degli ebrei, e gli ebrei hanno il diritto, per legge di tornarci. Molti ebrei italiani hanno doppio passaporto. Quando sentiamo Riccardo Pacifici esprimere preoccupazione per i suoi figli (o nipoti, non ricordo) che vivono in Israele, quando lo sentiamo chiedere in modo accusatorio a Moni Ovadia: da quando manchi in Israele? Come se fosse motivo di vergogna non vivere là o non andarci ogni anno, noi non stiamo ascoltando solo un ebreo italiano, ma un ebreo che vive una doppia fedeltà, quella all’Italia e quella a Israele.

      Il tema della doppia cittadinanza degli ebrei e della doppia fedeltà veniva preconizzato nel 1938 già da Gandhi:

      “La cosa corretta è pretendere un trattamento corretto per gli ebrei, dovunque siano nati o si trovino. Gli ebrei nati in Francia sono francesi esattamente come sono francesi i cristiani nati in Francia. Se gli ebrei sostengono di non avere altra patria che la Palestina, sono disposti ad essere cacciati dalle altre parti del mondo in cui risiedono? Oppure vogliono una doppia patria in cui stabilirsi a loro piacimento? La loro rivendicazione di un territorio nazionale offre una attendibile giustificazione alla loro espulsione dalla Germania”.

      E di recente solo Sergio Romano ha messo in luce questo aspetto, che io sappia, chiedendosi: cosa faranno le comunità della diaspora quando gli interessi europei o americani divergeranno dagli interessi di Israele? A chi presteranno fedeltà?

      Tiro le conclusioni:
      Il sionismo sta cambiando la natura dell’ebraismo, lo sta egemonizzando. Gli ebrei della diaspora europei e americani, che contano su comunità molto influenti a livello di media, politica, economia nei loro stati di origine, se si guarda all’esiguità del loro numero, sono in gran parte legati a doppio filo con Israele, per motivi ideologici e a volte religiosi e anche familiari. Ma fanno parte della nostra società occidentale. Ne consegue che la nostra democrazia è ormai sempre più compromessa con Israele e anche con i suoi crimini. Prendere le distanze da quei crimini e da Israele, rompendo per esempio le nostre alleanze militari, commerciali, accademiche, pensando a delle sanzioni, sarebbe a tutt’oggi impossibile senza scatenare una rottura totale con le comunità ebraiche nostrane. Quindi la nostra democrazia risente eccome di quello che è e fa la “democrazia” israeliana.

      Il nodo della doppia cittadinanza/fedeltà evidenziato da Gandhi già nel 1938, ora che è venuta meno quasi del tutto la differenza tra ebraismo e sionismo (o Israele) – come già denunciato 30 anni da Fortini, e oggi più che allora – è oggi venuto al pettine.

      1. È con riluttanza che scrivo qualcosa a proposito dell’intervento di Lorenzo Galbiati, personale e politica. Personale è il rifiuto, esausto, alla catena di parole che inizia sempre con “ebrei” e finisce con “infedeli”, allo stato che li ospita (ingrato ospite), con due volti, due passaporti e una fedeltà (valore emancipatorio, vero?) che non può essere data per certa con certa gente. Galbiati va a pesca in acque territoriali, ma avrebbe anche potuto andar oltre confine e trovare le stesse critiche tra i ministri del culto e della cultura di una mezza dozzina di stati europei, la pesca sarebbe stata ugualmente copiosa. Se è vero che la coscienza è il prodotto dello sbattere la testa contro la realtà (Freud, Prima topica), noi siamo ancora incoscienti, affaccendati patriarchi intenti a trovare qualche appiglio per la parte di noi che dovrebbe essere “cogitans” e che si estende, invece, “dal fiume al mare”. E poi, naturalmente, c’è il complotto giudaico-massonico, ammorbidito (si fa per dire) nell’antimperialista “blocco americano-sionista”, che, come è noto, può entrare da dove vuole ma è obbligato a uscire dalla stessa parte (Goehte).
        In teatro le quinte servono per far uscire di scena i personaggi, in politica non ci sono ingressi o uscite dal nulla. Giuseppe Flavio era un ebreo che parteggiava per i romani contro la rivolta dei giudei: era sionista o ebreo? Lo sa Galbiati che da buon conoscitore della storia degli ebrei scova un altro serpente nell’autodeterminazione di TUTTI i popoli; suvvia, non vogliamo certo farci prendere da quel che è accaduto nel passato! Che si guardi al presente con occhio spalancato in modo che si veda bene di che pasta siam fatti!
        Tutta politica è l’idiozia di un mondo manovrato da occulti maestri contro i quali noi dobbiamo opporci levando alta la nostra voce – lo dice anche il gallo ogni mattina del resto. Di quel che avevamo imparato – e a usare il “noi” sono ottimista – circa l’ideologia e la propaganda, la critica e persino (ma tu guarda cosa mi tocca tirare fuori) il dubbio, non rimane che l’alzata di spalle con la quale il medico da sempre mostra la sua segreta intesa con la morte (Adorno, Minima moralia).
        Questo mio è n attacco, lo so, e non sono contento. Ma se non i sassolini almeno le foglie si dovrebbe provare a spazzare quando arriva autunno.

        1. Ezio, io mi prendo dell’antisemita in rete da 25 anni, non c’è problema se mi attribuisce “il complotto giudaico-massonico” o “il mondo manovrato da occulti maestri”: poteva citare i Protocolli di Sion che faceva prima. Il prossimo passo sarà il Gran Mufti.

          Io, sarò che ho una formazione tecnico-scientifica e non umanistica, fatico con i discorsi filosofici e tendo a partire dagli esempi pratici.

          Da quando sono piccolo, ho sempre pensato che l’Italia fosse una sorta di colonia americana, ed ero in buona compagnia, tra i sinistrorsi. Col passare degli anni, ho cominciato a pensare che fosse anche una colonia israeliana, specie di recente, a essere sincero, dopo aver visto la bandiera israeliana sul comune di Milano, mentre Israele dava inizio ai bombardamenti di Gaza. Se parlo di blocco americano-sionista diventa un pregiudizio antisemita? E questo pregiudizio antisemita in che modo preserverà la possibilità di dare giudizi politici su Israele che non siano lodi?

          Secondo esempio. Tanti anni fa, movimento dei forconi, uno dei loro capi se la prende con i banchieri di Wall Street (c’era la rivolta a New York) ed en passant dice che tra l’altro son quasi tutti ebrei. Tutti i giornalisti, i politici, gli esponenti della comunità ebraica deplorano, parlano di pregiudizio antisemita e complotto giudaico-massonico. Leggo gli articoli e mi aspetto una smentita, che si dica che i banchieri di Wall Street sono solo in minima parte ebrei. Nessuna smentita da nessuna parte. Eppure si parla di pre-giudizio. Trovo in rete un sito che fa una classifica, nei primi dieci, 6 sarebbero ebrei. Lo metto in rete, mi danno dell’antisemita, mi dicono che è un sito di antisemiti ecc. Chiedo: quindi è falsa quella classifica? Nessuno lo sa. Nessuno smentisce. Ho il sospetto che fossero stati cattolici dell’Opus Dei o musulmani l’avremmo saputo subito, e nessuno avrebbe ventilato il pregiudizio anticattolico o antislamico. Se fosse stata vera, come avrebbe potuto difendersi il forcone dell’accusa di pre-giudizio antisemita? Arriveremo a dire che è un pregiudizio la verità, se si rivolge al potere che detengono Israele e le lobby sioniste nel mondo?

          Di recente un giornalista di lungo corso che conosco personalmente, Mauro Suttore, braccio destro di Mattia Feltri all’Huffington Post, scrive un post su facebook dove dichiara che gli ebrei sono dei geni, basta vedere quanti tra i premi Nobel sono ebrei: scienziati, letterati, artisti di ogni genere, ma anche afferma candidamente occupano gran parte del sistema editoriale-televisivo occidentale (e molti sono in politica, al potere a New Yok e Hollywood aggiungo io), secondo lui per merito: son più colti, più intelligenti, hanno coltivato l’arte della dialettica con la cultura talmudica, noi invece veniamo dall’oscurantismo cattolico, poi hanno affinato l’intelligenza nel dover sopravvivere alle persecuzioni ecc. I commentatori non lo accusano di nessun complotto, e confermano quasi tutti le sue tesi. In Italia afferma che occupano gran parte dei giornali e delle news televisive, del resto ha molti amici tra loro, è un radicale.
          Si può dire questo o no? E se facessimo un po’ di conti, e si dimostrasse vero, come farebbe a essere un pre-giudizio?

          Le faccio un ultimo esempio, di oggi. Sempre da Mauro Suttora apprendo che Radio radicale, che come sappiamo è sovvenzionata dallo Stato, fa parlare ogni giorno Fiamma Nirenstein della situazione in Israele-Territori occupati. La Nirenstein è stata parlamentare di Forza Italia, ed è dichiaratamente sostenitrice dei coloni, è noto che spesso viveva nella colonia di Gilo. Sempre lei, dopo essere stata parlamentare italiana, è stata nominata ambasciatrice israeliana in Italia da Netanhyau. Per chi lavora la Nirenstein, per l’Italia o per Israele? Posso porre la questione della doppia fedeltà della Nirenstein? O questo si traduce in discorsi sugli “infedeli”?

          Vede, ci ho messo molto a scrivere: fare esempi, andare sul concreto, come faccio io, richiede molto più tempo rispetto al fare discorsi vaghi basati su invettive e circonlocuzioni usando parole non calate nella realtà concreta – discorsi che in fin dei conti servono solo a confermare principi astratti, quelli sì pre-giudizi.

          1. PS “Israele è il luogo della sperimentazione di una battaglia contro la civiltà a cui noi apparteniamo. Quando dite Israele siamo noi pensate sia il popolo ebraico che merita finalmente di vivere in questa terra. Noi siamo qui per consentire al popolo ebraico di vivere in questa terra e non soltanto di combattere come ci tocca per difendere le nostre vite sin dal 1948. Voi state difendendo voi stessi.”

            Questa è Fiamma Nirenstein, da due mesi più o meno ripete che Israele siamo noi, lanciata dal Foglio e da Radio radicale, e rilanciata da vari altri giornali o tivù.

            Questo ritengo sia il risultato più palese del mio discorso: se viene meno la differenza tra ebraismo e sionismo, si arriva a questo, a giustificare l’attuale carneficina di Gaza (genocidio per il diritto internazionale) perché siamo tutti israeliani, stiamo difendendo la nostra civiltà. E se siamo tutti israeliani, dato che gli israeliani se lo sognano di dire che son tutti italiani, io dico che siamo diventati una colonia di Israele.

  8. tre piccoli puntini sulle i:
    – è vero che il sionismo è la radice dell’antiebraismo, oggi più che mai. Ma rischiamo, ancora una volta, di scambiare lucciole per lanterne; di imputare ai finanzieri l’ebraismo e non semplicemente il loro mestiere di rapinatori di massa; di dare ai sionisti le colpe dei piani scellerati di Biden e delle loro conseguenze locali; di cui loro si approfittano ma di cui sono anche l’effetto. E poi sulla fedeltà a due paesi non mi sembra un gran problema: io non sono fedele a nessun paese e mi ci trovo bene.
    – il piano di attacco di Hamas che Israele conosceva da un anno, e di cui aveva anche visto le esercitazioni era un piano militare, con obiettivi prevalentemente militari, i cui modi e tempi non davano spazio al terrorismo spicciolo sulla popolazione. Ed è questo che mi convince di più, pur dando spazio a possibili frange o squadre estranee successive per le violenze e gli stupri che ci vengono ammaniti ogni giorno come ‘giustificazione’ del massacro
    — a proposito del quale, a Gaza: le vittime non sono i 15000+x morti ufficiali, ma molti di più, 4 milioni; chè a quelli che non sono morti hanno distrutto casa, scuola, ospedale, negozio; hanno tolto il lavoro; cioè li hanno ridotti a peggio di bestiame, chè gli umani non brucano, e per vivere devono mangiare cibo che comprano, e per comprarlo devono lavorare e avere un posto dove sedersi. Quindi han tolto la vita a 4 milioni di persone. E tanto più sono chiamati ‘civili’ e ‘democratici’ dai loro amici e complici tanto più questo crimine urla orrore

    1. vado in ordine:
      1) cosa intendi con “rischiamo di dare ai sionisti le colpe dei piani scellerati di Biden”?
      2) Io non invoco la fedeltà a uno stato (non mi interessano discorsi sovranisti), io dico che anche tu, come italiano (volente o nolente) non potrai chiedere di cambiare politica verso Israele (per esempio rompere le alleanze militari o commerciali ecc.) senza scontrarti direttamente con la comunità ebraica. Quindi, nel concreto, nel vivere la tua cittadinanza, tu sei costretto ad avere anche una fedeltà verso Israele. Poi per carità, puoi sempre praticare individualmente il boicottaggio e scrivere quel che scrivi, ma se dal personale vai nel sociale e nel politico, ti scontri con quel che ti dico.
      3) Che il piano di Hamas avesse inizialmente obiettivi solo militari può essere, ma non lo sapremo mai con certezza. A ogni modo dobbiamo confrontarci con quanto accaduto realmente – e peraltro nemmeno questo sapremo precisamente e con certezza.
      4) Sulle vittime di Gaza, certo, son d’accordo, ma è sempre così, per questo ci sono gli aiuti occidentali ai palestinesi, e da qui nasce la propaganda israeliana del tipo: ricevono moltissimi soldi, ma li spendono in armi ecc.

  9. sono d’accordo…radicalizzare a volte è per la verità, a volte puo’ falsarla…
    Mai, secondo me, fare la conta di popoli e “razze” che detengono centri di potere o addirittura criminali: se italiani, irlandesi, polacchi, ebrei, russi, cinesi…si rischia grosso. Odierni Simone Weil o Primo Levi nel novero di sionisti feroci non posso immaginarlo…come qualsiasi semplice persona che abbia a cuore la realtà dei fatti e oggi non puo’ non denunciare i massacri, la distruzione totale di un territorio e la trasformazione di un popolo in mandrie da macello…costrette per la terza volta a spostarsi e trovando l’unico varco di fuga sbarrato!!! …e con questo nessun antisemitismo

  10. Per stare attenti a come parlano del tema altri qui a Milano e sentire voci, guardare volti…

    SEGNALAZIONE

    ISRAELE PALESTINA, PACE UTOPIA NECESSARIA

    CBC Costituzionebeni comuni
    Trasmesso in live streaming il giorno 4 dic 2023
    Lunedì 4 dicembre alle 20,30 c/o il Centro PIME via Mosè Bianchi 94, Milano
    CostituzioneBeniComuni, insieme a Salaam Ragazzi dell’Olivo e ad Altreconomia organizza l’incontro: Israele Palestina PACE UTOPIA NECESSARIA
    Perché fermare la guerra, cessare il fuoco, comprendere il dolore dell’altro, riprendere la strada del dialogo internazionale per fare tacere le armi, sembrano richieste senza speranza. L’incubo che stanno vivendo uomini, donne e bambini a Gaza è molto più di una crisi umanitaria. È la crisi stessa dell’umanità. Pensare l’utopia della pace come realmente possibile perché in fondo sono le scelte degli uomini che generano l’ingiustizia e il conflitto È così impossibile restare umani?https://youtu.be/Do_29sL4EPA

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