di Ennio Abate
Leggo e rileggo sulle pagine FB di Andrea Arosio e di Andrea Brunello interventi e commenti sulle «politiche giovanili» e sulle «politiche della sicurezza» a Cologno.
La discussione è bloccata in un braccio di ferro(inevitabile) tra chi sostiene che «le politiche giovanili non possono convivere con una linea securitaria» (Morris) e chi nega che a Cologno vi sia «una stretta securitaria»(Arosio). Tra chi critica gli «sceriffi a Cologno Monzese» (Brunello) o il «divieto di consumare bevande alcoliche nei parchi» (Cambia) e chi giustifica (Arosio). Tra chi ricorda che «non solo i giovani delinquono» (Zemella) e chi è convinto che «i giovani[…] sono cambiati in peggio » (Meroni), mentre – par di capire – gli adulti sarebbero sempre gli stessi o migliori.
Che disperazione.
Chiedo ai promotori della Consulta Giovani: ma quali sono i bisogni dei giovani di Cologno. La Consulta Giovani li conosce, li ha indagati? [1] Nessuna risposta. Figuriamoci se gli chiedessi: e perché pensare ad uno spazio solo per i giovani e senza gli anziani? Se poi proponessi – l’ho fatto da decenni – un’inchiesta sulla condizione sociale a Cologno, perché la città è cambiata e non la conosciamo, la risposta è: “macché, volete fare gli intellettuali?parlare dei “massimi sistemi”? Noi siamo pragmatici!”
E i “pragmatici” vivacchiano a Villa Casati con la loro visione stereotipata dei giovani (“vogliono solo divertirsi e facciamoli divertire ma nei nostri “spazi giovani” ) e degli anziani (“non vogliono essere disturbati di sera da chi fa baldoria e bisogna accontentarli e convincerli che noi pensiamo alla loro sicurezza”). Propaganda e strizzatine d’occhio.
Ma pensiamo al “bubbone” del caso Brasacchio nel centro destra e al “foruncolo” diventato pur esso “bubbone” del caso Morsilli- Cetrullo nel centro sinistra. C’è da mettersi le mani nei capelli: per le reticenze, i silenzi, le “spiegazioni” da arrampicatori sugli specchi.
E ancora. Avete provato a seguire (magari on line) uno solo dei consigli comunali? Soltanto io li trovo smorti, ingessati e a volte pomposamente teatrali? E sbaglio a dire che la pubblicità autoriferita delle iniziative pubbliche del sindaco e dei vari assessori (ovviamente di questa e della precedente giunta Rocchi) è fastidiosa, tronfia e a volte infantile?
Infine, avete provato a ragionare con l’assessora alla Cultura o con il segretario cittadino del PD di storia recente (cioè sugli anni ’70 ridotti con disinvoltura dall’Amministrazione a “anni di piombo”)? Io sì. [2] O non rispondono o, se lo fanno, ad un certo punto non rispondono più.
Dove sono a Cologno le energie per pensare non dico alla costruzione di una nuova polis, ma onestamente e non propagandisticamente? Non si sa. Forse non si uscirà mai dalla colognosità.
Non resta che criticare? E critichiamo.
Note
[1] https://www.facebook.com/groups/colognom/posts/7368253243278618?locale=it_IT
[2]
https://www.facebook.com/loredana.manzi.121/posts/pfbid02VR6ELQk7YBb9weE2DNU2aEp1gu9HBvfBRmC5ZkKzsMvxcq5tt87tsCTAMLuJYQDDl?locale=it_IT
https://www.facebook.com/groups/colognom/posts/26595233816820606?locale=it_IT
APPENDICE
UN GIOVANE DI COLOGNO: D. G.
Riordinadiario
28 aprile 1992
Uno dei milioni di ragazzi di periferia. Viveva il suo periodo di odio e di onnipotenza. Il suo sogno di diventare aviatore dove se l’era costruito? Come aveva fatto a costruirselo? Eppure è dallo squallore della vita in famiglia che vengono concimati i sogni più vaghi. È nei cessi, nelle stanzette di mobili in serie che disteso sul letto, in pomeriggi afosi o in serate nebbiose, senza voglia di fare i compiti di scuola che lui abbozzò il suo sogno. E lo abbelli e se lo tenne a lungo segreto, senza preoccuparsi dell’imminente bocciatura.
Poi un giorno si decise e passò direttamente dal sogno al tentativo di prepararsi – da privatista – per conquistarsi quel diploma di tecnico aeronautico. S’informò presso una scuola privata. Gli diedero i programmi e si costrinse a diventare una macchinetta per superare l’esame.
Mandò a memoria quello che poteva da solo. Si pagò un prof per farsi dare delle lezioni private in italiano e in storia, dove si sentiva impreparato.
Inutilmente il prof cercò di frenarlo, di rallentarlo, di farsi guardare negli occhi, di mostrargli qualcosa del resto del mondo.
D. disprezzava il padre morto, che era stato lui pure prof e che in classe – si diceva – picchiasse i ragazzi senza che qualcuno osasse denunciarlo; il fratello maggiore, studente in ingegneria e – di domenica mattina – solerte testimone di Geova; la madre, che lui accusava di preferirgli il fratello. Disprezzava le ragazze “tutte sceme”. E i coetanei che volevano “solo divertirsi”. E anche i versi della Commedia di Dante, che cercava di inghiottire giù, a memoria, senza capire cosa significassero e a cosa potessero servirgli.
L’esame gli andò male. Allora l’odio si concentrò sul fratello e sulla madre. Restava fuori casa più che poteva. Trovò per alcuni mesi un lavoro di pony-express. Andava in moto per le strade trafficate di Milano ubriacandosi di smog e scarichi di benzina.
Di tanto in tanto, inaspettatamente, si ripresentava a casa del prof che gli aveva dato lezioni di italiano e storia.
Parlava sempre in modo meccanico. Raccontava alcune delle sue ultime disavventure. La voce gli si strozzava. Il corpo s’irrigidiva appena il discorso sfiorava fratello e madre: “con quelli là io non ci parlo e non ne voglio parlare”. Si convinse a riscriversi al serale. Non voleva, però, che madre e fratello sapessero che, prima di deciderlo, si era consultato col prof.
20 maggio 1993
Cologno. D. G.
E. F., mio vicino, ieri sera mi ha dato la notizia attendibile che D. è morto. In strada, mentre faceva acrobazie sul motorino incitato da altri giovani. È caduto a testa indietro e un camion che sopravveniva l’ha travolto. La sua autodistruttività. Ricordo l’ultima visita. Se n’era andato, infastidito dai miei richiami alla realtà e dalla bruschezza con cui avevo cercato di fargli intendere la gravità del suo stato psichico. Mi aveva detto che non si sarebbe più fatto vedere.










“Bisogna essere disposti a cambiare opinione e a fare scelte conseguenti. Questo è il punto; ognuno alla sua maniera, ognuno con le sue conclusioni, l’importante è non farsi ingabbiare troppo dalla ideologia e dalla organizzazione entro cui si opera. Vale per la politica, vale per il lavoro, vale per la cultura.” (Cereda)
Secondo me, sbagli a ridurre il problema dell’abbandono dell’ ”idea forza” del comunismo, a cui hai aderito in gioventù militando, come me ed altri, in Avanguardia Operaia, a un semplice o sano cambio di opinione. Non è così semplice e “logico”. Si tratta del cambio di una visione del mondo e andrebbe spiegata. Innanzitutto alla propria coscienza.
Non è il cambiare idee che mi scandalizza ma il modo approssimativo con cui lo motivi.
Faccio un esempio di un ex comunista approdato alla convinzione del fallimento del comunismo: Gianfranco La Grassa, di cui ho seguito il laborioso ripensamento. Ha abbandonato quell’idea ma ha scritto per decenni numerose opere in cui ha motivato le ragioni del suo passaggio dal PCI ad un marxismo-leninismo althusseriano, poi ad una revisione del pensiero di Marx (“Ripensare Marx”) e poi alla dichiarazione dell’insufficienza di Marx (e non solo del marxismo) per cercare un’altra via, che sostituirebbe la lotta di classe borghesia-proletariato con un conflitto tra visioni strategiche, secondo me con coloriture nicciane e geopolitiche.
Ha cioè motivato a fondo il suo “cambio di opinione”. Ha dichiarato la fine di ogni prospettiva comunista, Tu invece con troppa disinvoltura scrivi: “Dice qualcuno: ma le ingiustizie esistono ancora, le contraddizioni esistono ancora, i paesi sviluppati drenano risorse da quelli più poveri, ma ricchi di materie prime. Tutto vero. Ne discende l’importanza di una democrazia solidale.”
E non t’accorgi di dirlo in un momento in cui essa è davvero agonizzante! Esalti la tua “’opzione antidogmatica”, che ti verrebbe dalla “consuetudine allo studio critico della scienza e in particolare della fisica e della matematica”. E non t’accorgi che la storia non pare più seguire una logica e non è leggibile con la logica razionale.
Proprio oggi è morto Habermas e leggo su LPLC parole di una sua allieva italiana che danno un quadro tragico e “illogico” della storia umana:
“ [La notizia della morte di Habermas è arrivata]mentre il cielo sopra Teheran fiammeggia e le colonne di fumo si allargano sempre più nere, Trump minaccia attacchi non solo alle infrastrutture militari ma anche a quelle petrolifere, Israele pianifica l’operazione di terra in Libano. Jürgen Habermas, uno dei più grandi filosofi del Ventesimo e Ventunesimo secolo, lascia questo mondo sull’orlo della catastrofe inaudita di una terza guerra mondiale. Aveva 96 anni. Certo una buona età per andarsene, al termine di una vita vissuta, e esaminata, in un modo che non possiamo che invidiare. La tentazione è di raffiguracelo, oggi, come un Titano della ragione, sconfitto infine dopo una lunghissima battaglia dagli dei dell’irrazionalità più violenta e distruttrice, quella del profitto del Capitale e della sovranità nazionalistica più imperialistica e retrograda. Se ne va, con lui, potrebbe sembrarci, l’ultimo luccichio di Illuminismo, la speranza che i conflitti possano essere risolti se non proprio con la forza dell’argomento migliore, almeno con gli sforzi della diplomazia e di una ragione strumentale che non ha reciso completamente la sua radice di umanità.”
( https://www.leparoleelecose.it/ach-habermas/ )