Archivi categoria: APPUNTI POLITICI

Dialetto, italiano, inglese globisch

di Ennio Abate

Ci sono due vie per capire a che punto siamo: la storia del secolare dibattito sulla questione della lingua,[i] l’esperienza di alcune generazioni di figli delle classi subordinate che si sono acculturate nella scuola italiana del dopoguerra.
Entrambe confermano che:
1. la lingua non è uno strumento neutro, accessibile a tutti in egual misura con un po’ di studio e buona volontà, ma strumento di dominio politico delle classi dominanti, che fanno di tutto per impedire alle classi subordinate di usarlo come strumento di emancipazione e di indipendenza;
2. i tentativi di emancipazione – (alfabetizzazione delle masse promossa a partire dai movimenti socialisti dalla fine dell’Ottocento, acculturazione dei figli delle classi subordinate nella scuola di massa dell’Italia repubblicana) – sono stati frenati, deviati e alla fine bloccati.

Infatti, nel nostro Paese, il passaggio dalla lingua materna (dialetto) a quella nazionale, che sembrava progresso e conquista di libertà, ha portato man mano alla subordinazione, ormai accolta con rassegnazione,[ii] anche dell’italiano alla lingua dei dominatori statunitensi a cui il destino dell’Italia, con la fine del fascismo, è stato legato. E oggi ci aggiriamo confusamente tra il vicolo cieco della sottomissione all’inglese globish sottoposte al Mercato e il vicolo altrettanto cieco del ritorno nostalgico di alcune minoranze intellettuali ai dialetti, intesi illusoriamente come lingua dell’autenticità perduta o della poesia perduta. [iii]
Come uscire da questo cortocircuito paralizzante tra passato irrecuperabile e presente comunque subordinato, è problema tuttora irrisolto. Un compito forse non più nostro ma dei nostri figli e nipoti. Se si sveglieranno da questa condizione, che a loro appare ”naturale” e non servile.

Note

[i] Vedi ad esempio:
https://www.sissco.it/recensione-annale/la-politica-linguistica-in-italia-dallunificazione-nazionale-al-dibattito-sullinternazionalizzazione/
https://www.raco.cat/index.php/QuadernsItalia/article/view/247564

[ii] Vedi: https://accademiadellacrusca.it/it/contenuti/passato-presente-e-futuro-dei-dialetti-e-dellitaliano/45204

[iii] Vedi dibattito del 2011 sul blog Moltinpoesia:
https://moltinpoesia.blogspot.com/2011/12/blog-post.html#more

Ahi Torino, Torino!

di Ennio Abate

*Per chi vuol ragionare sul significato politico dei fatti di Torino (manifestazione contro la chiusura del centro sociale Askatasuna)

Consiglio la lettura dell’ottimo articolo di Ida Dominijanni, che indica bene quattro punti su cui avere chiare le idee:

1. siamo «in un mondo che la violenza la eroga in dosi massicce dall’alto del potere costituito»;

2. non possiamo ridurci a «ribadire l’ovvio di fronte a una scena che si ripete stancamente uguale non so se dagli anni Settanta o da Genova 2001»;

3. è urgente conoscere e imparare a resistere alle nuove «tecnologie di controllo, sorveglianza e spionaggio che da uno scenario di guerra come quello [di Gaza] si [stanno trasferendo] anche agli scenari di pace»;

4. è importante non lasciarsi affascinare dal mito ambiguo dei black bloc, legato ad un passato che non c’è più, perché di fronte a dominatori mutati e alle loro nuove tecniche di dominio «le violazioni da pensare e da praticare» sono altre (e, aggiungerei, in forme tutte da definire).
————————————————————————————————————————-
Ida Dominijanni (PAGINA FB)

GAZA MINNEAPOLIS TORINO

Ovviamente le cose, a Torino, sono andate in modo diverso da come ce le stanno raccontando: leggere la testimonianza diretta di @Rita Rapisardi sul suo profilo per avere un po’ più chiara la dinamica. Ovviamente le cose che stanno dicendo i vari Crosetto, Salvini, Meloni e sciacalli vari sono irricevibili, dal paragone dei centri sociali con le Br all’accusa di complicità con i violenti di tutta la sinistra e segnatamente dei soliti cattIivi maestri intellettuali di sinistra. Ovviamente le cose che dice la sinistra ufficiale, che dai violenti prende doverosamente le distanze, sono condivisibili, ma solo fino a un certo punto, perché nessuno e nessuna osa prendere il coro per le corna e dire l’unica cosa che andrebbe detta, e cioè che la deriva verso la violenza, in forme varie che vanno dalla violenza politica a quella quotidiana spicciola, è una deriva inarrestabile in un mondo che la violenza la eroga in dosi massicce dall’alto del potere costituito, sotto forma di bombe, deportazioni, esecuzioni per strada, effrazioni della legge di ogni tipo, repressione del dissenso, disuguaglianze inaccettabili (sono violente anche quelle, sì) e via dicendo. Ovviamente da domani staremo peggio di ieri, perché il governo inqualificabile che abbiamo, fatto da gente che a proposito di violenza fa da sponda in parlamento a quei gentiluomini di Casa Pound e a generali pronti a tutto come Vannacci, sta già saltando sui fatti di Torino per innescare un’altra stretta repressiva contro chiunque osi manifestare pacificamente e per dare un’altra patente di impunità a chiunque indossi una divisa.
Lo scopo di questo post però non è quello di ribadire l’ovvio di fronte a una scena che si ripete stancamente uguale non so se dagli anni Settanta o da Genova 2001. Vorrebbe essere piuttosto un invito ad allungare lo sguardo un po’ più in là, e a chiedersi se e quanto ci serva, il ripetersi di questa scena, in un mondo e sotto un potere che stanno cambiando vorticosamente e fuori da ogni nostra possibilità di controllo.
Pochi mesi fa, di fronte al genocidio in corso in Palestina, scrivevo qui e altrove che Gaza ci riguardava direttamente, non solo per ragioni di solidarietà con i Palestinesi ma in quanto laboratorio di tecnologie di controllo, sorveglianza e spionaggio che da uno scenario di guerra come quello si sarebbero presto trasferite anche agli scenari di pace, trasformandoli in scenari di guerra civile più o meno latente. Che è esattamente quello che è accaduto e sta accadendo adesso nel laboratorio di Minneapolis. Dove non ci sono “solo” le esecuzioni sommarie dell’ICI. C’è la sperimentazione, documentata e comprovata dal Washington Post e dal NYT oltre che dal lavoro coraggioso di molti giornalisti indipendenti tra i quali Luca Celada, di tecnologie di profilazione e sorveglianza in parte importate, guarda un po’, da Israele e targate Paragon, in parte approntate negli stessi Usa e targate Palantir. Queste tecnologie servono a individuare uno per uno, attraverso la raccolta e l’aggregazione di dati sensibili, non solo gli immigrati più o meno irregolari ma anche i dissidenti, in atto o potenziali (quelli cioè che magari non hanno mai fatto niente di male o di strano, ma che in base al calcolo predittivo potrebbero diventare dei pericolosi “terroristi interni”). E’ uno scenario da incubo, confermato nella sua valenza programmatica e strategica dalla mossa truffaldina di Trump di offrire al governo a lui ostile del Minnesota un passo indietro dell’ICI in cambio della consegna delle liste elettorali, ovvero di nuovi dati da usare per sorvegliare e punire. Questo è lo stato della democrazia in America, e questo – mettete in fila i puntini per favore, a partire dalla parola d’ordine della “remigrazione” e dal furore repressivo del dissenso che impazzano di qua e di là dall’Atlantico – sarà fra poco lo stato della democrazia anche in Europa se non ci inventiamo degli antidoti potenti.
Quelli e quelle resistono a Trump a Minneapolis, lo ha documentato ieri un’ottima puntata di In mezz’ora su Rai 3 (purtroppo funestata dalla partecipazione di Marco Minniti e dalla sua predicazione dell’equazione “sicurezza=libertà”), non vanno alle manifestazioni per riempire di botte qualche agente. Si stanno invece per l’appunto inventando degli antidoti, cioè delle pratiche in grado di intercettare e depistare le tecnologie della sorveglianza in possesso dell’ICI. Non sono pratiche semplici: richiedono molta dimestichezza dei dispositivi digitali, molta destrezza nel clandestinizzarsi (sissignore) per sfuggire al controllo, molta disciplina e organizzazione, molta conoscenza del territorio e della mappa cittadina eccetera eccetera. Naturalmente siamo ben lontani dal sabotaggio del sistema, ma intanto sono pratiche di resistenza e sottrazioni efficaci su scala urbana.
Io credo che sia la direzione giusta da prendere. Di fronte a un potere che sta cambiando configurazione, anzi l’ha già cambiata, e che è ormai un tecnopotere in grado di controllarci uno per uno e una per una, i blocchi neri non servono a niente. Appartengono a un mondo che non c’è più, quello delle zone rosse da violare di vent’anni fa che sembrano cento. Sono altre, adesso, le violazioni da pensare e da praticare.

 Se la questione dei femminicidi…

                                                       Potrebbe essere un'immagine raffigurante il seguente testo "Femminicidio Federica Torzullo, il marito: "L'ho uccisa in bagno, ho fatto tutto in 50 minuti" di Marco Carta Giuseppe Scarpa"
                                                                   …fosse più complessa di quanto immaginiamo?

È grave che nel 2026 si debba ancora spiegare cos’è un femminicidio. Non è semplicemente l’uccisione di una donna: è l’uccisione di una donna perché donna, perché libera, perché autonoma, perché non più disponibile al dominio, al controllo, al possesso.
Eppure il racconto pubblico continua a tradire questa verità. Titoli e cronache insistono sulle presunte cause: l’aveva lasciato, voleva separarsi, lui non ha retto il dolore, un grande amore finito in tragedia. In questo modo l’assassino scivola sullo sfondo, mentre la vittima viene messa sotto processo. La sua libertà diventa la miccia, la sua scelta una colpa.
Così il femminicidio viene trasformato in una storia privata, emotiva, inevitabile. Ma non c’è nulla di inevitabile. Non è un raptus, non è l’amore che degenera, non è il dolore che esplode. È un atto di potere. È la negazione violenta dell’autonomia femminile, radicata in una cultura che normalizza il controllo e tollera la violenza.
Finché continueremo a raccontare i femminicidi come fatti che “accadono”, come tragedie isolate, non vedremo la struttura che li genera. I femminicidi non succedono per caso: nascono da una cultura. Nominarla correttamente, raccontarla senza attenuanti, è il primo passo per spezzarla.

Ennio Abate

Prima di lapidare (mediaticamente), giustificare, suggerire rimedi più o meno drastici (pena di morte) o vaghi (l’educazione familiare e scolastica, la cultura) sarebbe necessario capire le cause dei femminicidi (e non del femminicidio, che è diventato un feticcio astratto, come il patriarcato e altri concettoni simili).
Come accade per le guerre, che tutti non vorrebbero mai e poi si continuano a fare da parte di paesi “civilissimi”, i femminicidi sono fenomeni di violenza estrema non così facili da capire.
Qual è il “cuore del problema” (Simoncini)? Fosse così semplice indicarlo! Lo si sta cercando, ma la scienza, la psichiatria, la psicanalisi non danno le risposte certe che vorremmo, per placare le nostre ansie e le nostre paure.
”In giro ci sono soggetti instabili e bipolari che non riescono ad accettare una separazione”? E chi lo stabilisce con certezza che Tizio o Caio è bipolare (e per sempre)? E quali Ministeri ben finanziati bisognerebbe creare in ogni Stato per far sì che siano “scoperti i soggetti malati e potenziali killer”.
E poi non sarebbe ora di fare un bilancio dell’efficacia dei rimedi che – automaticamente e in preda allo sdegno – vengono riproposti ad ogni tragico fatto di cronaca?
Le punizioni non è che hanno fermato i femminicidi (come non hanno fermato altri tipi di assassinii) . Non funziona neppure la ricetta del colpirne uno per educarne cento. Anche nei paesi dove si ricorre alla pena di morte, gli assassinii non si fermano.
Siamo proprio sicuri che “educazione, prevenzione e analisi culturale non sono inutili ma servono proprio a scardinare l’idea che una separazione sia intollerabile”(Manzi)?
Io dico di no. Non siamo affatto certi.
L’educazione, anche quando ben condotta e non ridotta a predicozzi o a catechismi spiccioli che scivolano dalla mente dei ragazzi e dei giovani un minuto dopo, ha effetti positivi alla lunga.
La cultura – quale? perché ce ne sono tante, non una sola – non si capisce se possa davvero giovare. E poi molti di questi assassini è gente colta. (I nazisti, che sterminarono milioni di persone, erano gente colta, amavano la musica classica, ecc.).
Concludo. E allora? Bisogna rassegnarsi, non far nulla?
No, ci si deve fermare a pensare e a controllare che le cose – cause e rimedi – siano ben pensate, invece di strepitare, condannare, proporre rimedi che si sono già dimostrati e si dimostrano inefficaci come le famose “grida manzoniane



La posizione “ingenua” o “complice del nemico”

Riordinadiario 10 gennaio 2026 | LOTTE IN IRAN (1)

di Ennio Abate
 Prima riflessione sugli avvenimenti in Iran sulla base di alcune notizie e commenti.

Che a molti oggi non interessi neppure più leggere i fatti e le interpretazioni che di essi si danno alla luce di un’idea di comunismo (che è finita nel buio) è  indubbio. Ma continuo a non capire perché si dovrebbe restare obbligatoriamente sul piano della geopolitica o della complessità. E ragionare esclusivamente con tali strumenti. Che – va detto – non è che  permettano un intervento politico più diretto ed efficace nella “realtà” rispetto alle posizioni accusate di essere irrealistiche, utopistiche o “neneiste” ( nel caso in questione: né  con Trump-Netanyahu né con l’Iran di Khamenei). Né capisco perché – in assenza di quella “terza via” tra “imperialismo” (statunitense) e anti-imperialismo a sfondo religioso (islamico-iraniano) gli epigoni della corrente “fredda”  della tradizione comunista debbano  sbeffeggiare e accusare di complicità col “nemico” (Trump-Netanyahu) gli epigoni della corrente “calda” di quella medesima tradizione, difendendo in una logica che – a voler essere generosi – è prevalentemente nazionalista e ammirata o ben disposta verso una (per me discutibilissima) forma nazional-continentale di comunismo, che sarebbe rappresentata dall’attuale PCC e da Xi Jinping.

Scrivo  questi miei appunti  dopo aver letto la posizione di Luca Casarini (qui)  a sostegno delle  «lotte degli studenti, delle donne e degli uomini iraniani che stanno tentando una rivolta per abbattere i loro oppressori», che ieri ho condiviso sulla mia pagina FB. Nella sua sostanza, al di là di certi suoi accenti retorici («penso si debba essere con il cuore e con tutti noi stessi a fianco di chi lotta in Iran contro quegli orribili sacerdoti della morte nera»)  o spacconi («Poi voglio andare in Groenlandia però. Non sono mai stato su una slitta tirata dai cani sulla neve. E’ un sogno che ho da tempo»).

Quali le obiezioni principali ostili alla sua presa di posizione? Eccole:
1.  In mezzo a quelle proteste ci sono agenti del Mossad istraeliano;
2. Una eventuale caduta dell’Iran permetterebbe la completa egemonia di Israele e dei suoi alleati nell’area medio orientale;
3. Noi – (questo noi eterogeneo, spesso poco informato, diviso,  rissoso, unilaterale, presuntuoso?) – dovremmo limitarci a chiedere ai nostri governi di eliminare le sanzioni contro l’Iran;
4.  La posizione di Casarini ed altri è  scioccamente “nobile”, arrogante,  ammantata di buone ragioni umanitarie  o universali, ma in realtà  è mossa da una  logica suprematista tipicamente occidentale; e  si ingerisce  negli affari interni di una nazione sovrana, si schiera sulla base di informazioni insufficienti o discutibili o unilaterali dei mass media o dei fuoriusciti iraniani o dei difensori dei diritti delle donne iraniane, cioè  a favore della parte “borghese” della società iraniana e contro la parte “popolare”; è, dunque, subordinata o complice dell’imperialismo capitalista e va giudicata nemica;
5.  Queste proteste o rivolte in Iran sono le solite “rivoluzione colorate” manipolate o pilotate dall’esterno dai governi occidentali; e, dunque,  esempi di falsa democratizzazione,  gettano l’Iran o altri Paesi nel caos e portano al comando  i peggiori tagliagole danneggiando le popolazioni.

Ho letto pure posizioni che giudico fantasiose e demagogiche («Bombardiamo chi le [donne iraniane] le affama») o richiami ultrascolastici a Mao («nel mondo contraddizioni principali che vanno affrontate prima di quelle secondarie»).
Solo una voce isolata ha sottolineato che  «la società iraniana è profondamente cambiata. Le richieste di democrazia sono enormi. Donna, vita e libertà, non lunga vita allo Shah. E men che meno viva Israele. Non potrebbero semplicemente ritornare all’antico».

Concludendo. A me non pare che Casarini e tanti altri sottovalutino  le ingerenze “occidentali” in Iran. Né  siano queste opinioni  o semplici testimonianze di solidarietà con chi viene ammazzato possano essere accusate di “ingeririsi” negli affari interno di uno Stato sovrano. Semplicemente non pensano in un’ottica nazionalista e non  intendono separare nettamente  rivendicazioni economiche e rivendicazioni di libertà civili.

P.s.
Sempre oggi leggo sulla pagina FB di Pierluigi Fagan (QUI):

“L’atteggiamento realista, secondo gli idealisti, è invece un appiattirsi alla realtà accettata per come è, senza alcuna possibilità e conseguente volontà di cambiarla. In effetti c’è anche chi commette questo errore logico, dedurre dal come le cose sono la legge per cui non possono essere diversamente (Hume). Tuttavia, l’atteggiamento realista non deviato è più semplicemente cercare di percepire la realtà il più vicino possibile al come in effetti è per poi calcolare quanto lontano è dal come vorremmo fosse. L’esercizio serve anche a limitare questa realtà immaginata e auspicata, ma non per negarla, per renderla anch’essa realista ovvero realizzabile.”

Mi pare una buona posizione di principio contro certi schematismi  che puntano alla contrapposizione rigida. Anche se è difficile capire quando  l’atteggiamento realista finisce per appiattirsi sul realismo dei potenti e l’atteggiamento idealista finisce per svuotarsi in puro sogno.

 

Il mondo alla rovescia

Iran, lo sguardo di una ragazza di Isfahan.
(Foto Michele Santoro, 2016)

Riordinadiario  12 gennaio 2026 | LOTTE IN IRAN (2)

di Ennio Abate

Un breve appunto dopo la lettura di vari commenti sugli eventi di questi giorni in Iran.

Dunque, il comunismo è finito nel buio. E, allora, ok Trump, ok Netanyahu, ok Putin e – perché no – ok Hamas, ok ayatollah Ali Khamenei, ok Maduro, ecc. A turno – per governare, eh! – io ammazzo, tu ammazzi, egli ammazza, ma noi – privilegiati perché ancora non ammazzati – non possiamo neppure solidarizzare con le vittime e dovremmo appoggiare il brigante più piccolo angariato dal brigante più grosso?

 

Lupi USA

a cura di Filippo Nibbi

a cura di Luca Celada

Alla fine è arrivato il morto. Una donna di 37 anni freddata da un agente dalle squadre di deportazione mentre tentava di fuggire in auto da un altro sgherro mascherato che voleva estrarla   a forza dal veicolo. Tutto durante la “spedizione punitiva” di 2000 agenti federali nel “territorio nemico” di Minneapolis A POCHI ISOLATI DA DOVE VENNE ASSASSINATO GEORGE FLOYD. Conseguenza inevitabile cercata diremmo da un regime che da mesi cerca di elevare scontro e generalizzare criminalizzazione e repressione del dissenso. E DHS ha già dichiarato che si è trattato di un caso di “terrorismo interno” e “tentato omicidio” ai danni degli agenti. Ad ottobre c’era stato un incidente (e accuse) virtualmente identiche a LA, con proiettili che sfiorarono un uomo che documentava i rastrellamenti e tentava poi di allontanarsi in auto. Arrestato. (Denuncia da poco archiviata dal giudice perché la versione ICE non è supportata dai video). A Novembre un comunicato DHS denunciava una presunta “epidemia di attacchi con auto ad agenti ”. Poi oggi con donna terrorizzata da agente che tenta di estrarla dall’auto e tenta di fuggire….citiamo dalla dichiarazione del sindaco di Minneapolis stamane sulla versione del governo: “Bullshit!” – stronzate.

https://www.facebook.com/reel/769447685465103

 

RIORDINADIARIO 2008 Lettera a Luigi Vinci

 

di Ennio Abate

 5 febbraio 2008

Caro Luigi [Vinci],
ho letto attentamente il tuo “Quale soggetto”.
Avrei voluto inviarti a caldo i miei commenti, ma per il sovrapporsi di impegni, tra cui quello, qui a Cologno, di denunciare la nuova cementificazione che il sindaco diessino Soldano imporrà sull’area della ex-Torriani, una storica legatoria chiusa con il licenziamento dei residui operai che vi lavoravano, solo ora riesco a riprendere il filo degli appunti di lettura che avevo steso e  che sono pieni di dubbi e di perplessità.
Ma a che scopo inviarteli?
 Non mi va di indossare l’abito del dottrinario pignolo (non lo sono mai stato) e imbarcarmi in una disanima delle divergenze. E’ un’operazione che, da comunista isolato e periferico quale mi sento, non ha senso fare.
Mi limito a dirti che, ad esempio, non condivido la tua rivalutazione dell’etica kantiana (78), ho molte riserve verso la «democrazia partecipativa»  nata nel Brasile di Lula (62), non trovo del tutto superata la critica alla democrazia abbozzata da Marx,  mi pare che le critiche di Hanna Arendt alle società post-rivoluzionarie (63) fondate sulla categoria del totalitarismo restino in superficie  e sono scettico sulla  possibilità (tu parli di «necessità») di un passaggio culturale e antropologico “mite”(pacifista e non violento) ad un assetto del mondo più civile.

Inoltre, pur accogliendo positivamente l’eclettismo quasi inevitabile, che mi pare caratterizzi oggi la tua ricerca, non so quanto la netta preferenza che dai alla tradizione empirista possa conciliarsi col mantenimento di alcuni capisaldi teorici del marxismo del Novecento che tu citi (Gramsci, Scuola di Francoforte, Lukács, Bloch).
Non trovo poi riferimenti, agli studi postcoloniali, che a me paiono davvero importanti (anche se la mia documentazione è insufficiente) e  mi pare che la tua polemica pur pacata con “Impero” di Hardt e Negri (mi piacerebbe sapere come consideri  le risposte che essi hanno dato in “Moltitudine” alle tante critiche, che in parte collimano con le tue), eluda quella  tensione “comunista” residuata nella riflessione di Negri, che a me pare ancora  di cogliere in questi scritti. Anche se – lo ammetto – facendo un confronto, la concretezza dei soggetti potenziali motori di una trasformazione è più evidente nel tuo discorso che in quello di Hard e Negri.
In conclusione, il tuo libro mi ha presentato un’immagine completamente diversa da quella che di te m’era rimasta dai tempi di Avanguardia Operaia; e mi offre, invece, quella di un dirigente politico provvisto di grandi capacità teoriche e impegnato in uno sforzo generoso, faticoso, ma tardivo, credo – di ”salvare il salvabile” della sinistra, che a me pare quasi esaurito.
La generosità del tentativo l’apprezzo in pieno; e sul piano etico la sento vicina. Ma il punto sul quale più si concentra la mia sfiducia è proprio quello del “partito largo” (Porcaro), che è – mi pare – il culmine politico della tua analisi, anche se a volte – permettimi di dirtelo – ho avuto l’impressione che il partito resti per te la premessa implicita (e indiscutibile) della tua analisi.
Le regole equilibratrici, che indichi per ri-costruirlo, mi appaiono sempre più disperate e mi hanno fatto pensare a quelle che gli illuministi indirizzavano ai vari prìncipi settecenteschi, con l’aggravante che i moderni principi o principotti sono ancora meno propensi a perdere qualcosa dei loro poteri . (Ho letto tra l’altro – 22 feb. 2008 – l’intervista di Marco Revelli sul «manifesto»: qui il senso di un tracollo completo della sinistra mi pare dichiarato fino in fondo).

Dalla mia collocazione attuale io non pretendo di poter dare suggerimenti e, come dicevo, non me la sento neppure di impegnarmi in una critica a fondo perché mi pare che anche riflessioni dense come le tue non arrivino neppure all’area militante a te più vicina. Posso solo segnalare a te, che hai conoscenze puntuali delle dinamiche politiche ben più ampie delle mie, l’insofferenza profonda di una “intellettualità periferica” come quella in cui opero per le forme partitiche davvero degenerate della politica.
Con stima e simpatia
 Ennio

APPENDICE

Dopo elezioni
Lettera a Luca Ferrieri e alla redazione di Poliscritture

Caro Luca [Ferrieri] e cari tutte e tutti,

non vorrei sembrare cinico se dico in questo momento: a ciascuno i suoi lutti.
Personalmente quello (politico) che sento mio risale a tanto tempo fa, direi attorno al ‘76-’77, quando presi atto che le speranze balenate nel ’68-’69 e che avevo accettato di congelare nella militanza ingessata e frustante di Avanguardia Operaia come in una sorta di braciere che ancora potesse conservarne qualcosa (concedetemi quest’immagine da meridione povero della mia infanzia), erano morte nella rissa schifosa tra AO-Pdup-Lotta Continua dopo il fallimento elettorale dell’”Arcobaleno” della “nuova sinistra” d’allora.
Da allora isolato coi miei samizdat ciclostilati e le mie letture da solitario ho navigato a vista confrontandomi come potevo con eventi pesantissimi (lottarmatismo, uccisione di Moro,  persecuzione del 7 aprile, eccetera) e tessendo, quando mi era possibile, qualche rete di discussione e d’intervento, guardato con commiserazione o diffidenza da quanti (PCI prima, DP dopo, Rifondazione ancora più avanti) “godevano” dello “strumento partito” e della presenza nelle istituzioni “che contano”.

Ho criticato cercando di non essere astioso e rancoroso. Ho “predicato” l’esodo dalla CASA DELLA SINISTRA, che praticavo da singolo e da isolato, misurando come potevo il mio passo, qui in periferia, con le riflessioni  significative ( per me) che cercavo di captare da intellettuali mai veramente raggiungibili ( Fortini, Negri, Virno, Ranchetti, Luperini, ecc). E ho continuato sempre da solo ad elaborare quel mio lutto.

Non ho ritenuto giusto – perché non lo sento – caricarmi del lutto di altri, che hanno fatto altre scelte.
Non ho ritenuto giusto – perché non lo sentivo – caricarmi del lutto per il crollo dell’URSS, perché ero cresciuto nell’alveo antistalinista della nuova sinistra.
Non ho ritenuto giusto – perché non lo sentivo – caricarmi del lutto per il crollo del PCI, per ragioni quasi simili.
Non ritengo giusto – perché non lo sento – caricarmi del lutto per la scomparsa della “sinistra radicale parlamentare” o Arcobaleno, perché [...] il MENO PEGGIO non è per me politica che m’appassiona.
Sarò presuntuoso o utopista, ma credo che, poiché pago di persona  e non implico altri se non a livello di confronto e di discussione,  questo piccolo “lusso” posso concedermelo.
Nelle tiepidissime discussioni pre-elettorali che mi hanno raggiunto (su stimolo di Antonio Tagliaferri, di Franco Romanò e di Atilio Mangano) ho semplicemente sostenuto che IL PEGGIO  già c’era (con Luca [Ferrieri]: “la sinistra era già stata sconfitta decenni fa nella società”), che  votare o non votare era una “scelta privata”, quasi irrilevante politicamente, perché il gioco era falsato in partenza.
E l’intervista sul libro di Sergio Bologna (e poi l’ulteriore riflessione su CETI MEDI QUALE FUTURO?) tentavano di segnalare anche a voi che, se si vuole, un po’ di pensiero critico serio, onesto, pulito da discutere, invece di aspettarsi qualcosa di buono o di decente dalle manovre elettorali e dai giochi degli arcobalenisti per salvare le loro poltrone, lo si trova in giro.
Anzi ho fatto anche di più. Ho letto, passato anche a Donato [Salzarulo] e recensito criticamente con una lettera privata personale all’interessato un libro di Luigi Vinci, membro deluso della direzione di Rifondazione e ex-parlamentare europeo della medesima, che cercava di salvare il salvabile teorizzando un “partito largo” ( Vedi sotto la lettera spedita il 5 febbraio 2008).
Quindi da parte mia nessun “scaricabarile”, nessun disprezzo, nessuna recriminazione.
Ma mi pare il minimo che quanti hanno perseguito una politica risultata fallimentare facciano i conti senza coinvolgermi nei loro presenti guai.
Tu sostieni che è accaduto “qualcosa di molto grave e profondo che modificherà molte cose in noi e intorno  a noi”.
Dipende dal punto di vista.
Io – ti dico la verità – non mi sentivo salvaguardato né credo di aver ricevuto stimoli o mi sono visto aprire qualche occasione di cooperazione in più in tutti questi anni da DS o Rifondazione; né ho visto cose significative fatte da questi partiti a favore o con i settori di società  che dicono di “rappresentare”. E la stessa esperienza del Forum è stata più ostacolata che sostenuta dai loro militanti.
Il governo Prodi ci copriva la vista del marcio che avanzava. Adesso lo abbiamo di fronte, addosso.  È ora di rimboccarsi le maniche e di “sporcarsi le mani”.
Apriamo un’ampia e più meditata discussione(magari vi possiamo dedicare – perché no – il n. 5 di Poliscritture), ma tenendo - come dicevo - i lutti ben distinti.
Un abbraccio a tutti/tutte

Ennio

In morte di Paolo Virno

di  Ennio Abate

Apprendo la notizia della morte di Paolo Virno. Ricordo che lo ascoltai una prima volta – ma non ricordo la data – a Cologno Monzese per una conferenza, quando la Biblioteca Civica era diretta sapientemente da Luca Ferrieri. Ricordo pure le sue battaglie con Franco Fortini ai tempi in cui facevano insieme ”La talpa”, inserto del “manifesto” e poi alla Casa della cultura di Milano su ”Sentimenti dell’aldiqua. Opportunismo, paura, cinismo nell’età del disincanto” (Theoria, 1990), un libro-manifesto delle generazioni, che Fortini chiamava dei “Fratelli amorevoli”, in fondo già adattatesi al clima a-comunista o inconsapevolmente anticomunista e Virno, invece, considerava in dinamiche e comunque positive metamorfosi. Continua la lettura di In morte di Paolo Virno

Dialettica senza speranza?

Il comunismo nel buio (14)

di Ennio Abate

Il tarlo di La Grassa: Ripensare Marx per abbandonarlo? Contrapporgli Comunismo del 1989 di Fortini. (Lotta per il comunismo e non domande sulla sua realizzabilità). Inutile ripetergli ancora le stesse obiezioni. Gli ho, però, mandato “Filtrando e rifiltrando il manifesto di Marx” con dedica. Paura elementare: lasciando da parte Marx (e i dominati), con chi ci ritroviamo? 

(E. A. Riordinadiario, 9 gennaio 2010)


Nel quasi dibattito su “Il comunismo nel buio” è sottinteso questo dilemma: il socialismo/comunismo, che da ottocentesco sol dell’avvenire è finito – appunto – al buio (non ne vediamo neppure più un raggio) -, è morto definitivamente? Anche nella versione che Fortini delineò nella voce ‘Comunismo’ del 1989? E, dunque, ogni sua idea o ipotesi (di ripresa, rifondazione, rinnovamento) va abbandonata? Oppure, in forme oscurate e per ora indecifrabili, è ancora da ricercare?
Se si risponde sì, non resta che adattarsi alla “realtà com’è” – (come ce la raccontano, come ciascuno la vede o l’immagina) – e dimenticare la “Cosa”, la “Grande Illusione”, la “Rivoluzione”. Se si risponde no, ci si pone – mai dimenticando la “realtà com’è” – il compito di ridefinirla meglio quell’idea, di ricercarne ancora alcuni segni nella cronaca, nelle ricerche scientifiche, nella storia e nel pensiero (antico, moderno, postmoderno), ripartendo – ma non necessariamente – dalle rovine (buone e cattive) che le esperienze socialiste otto-novecentesche (di vario tipo) ci hanno lasciato.

In Dialettica e speranza di Partesana una risposta chiara al dilemma appena ricordato non la trovo. Trovo, invece, due affermazioni chiave: «La lotta per il comunismo non è già il comunismo»; «Finora abbiamo solo interpretato Fortini, è venuto il momento di cambiarlo». E una (vaga) indicazione o un invito a studiare Hegel (in particolare la sua Scienza della logica) e Adorno. Mi pare, perciò, di trovarmi di fronte ad una sostituzione di Fortini come riferimento principale (ma non per questo unico o indiscutibile), che viene articolata attraverso quattro passaggi:

1. Enfatizzando la religiosità di Fortini rispetto alla sua scelta marxista (come già fece a suo tempo Sebastiano Timpanaro e come fanno oggi studiosi fortiniani come Lenzini, Daino, Dalmas). Un esempio? Si rifletta su questo brano di Partesana: «La “infermità radicale”, il riconoscimento della quale viene invocato come parte del Comunismo, è però un ritorno, contro tutte le premesse, a una dimensione di “sapienza etico-religiosa” che funziona come lo stupore di Sir Isaac Newton di fronte alle Leggi della Gravitazione universale: So che è così, ma cosa sia è un mistero».

2. Sminuendo la qualità del pensiero dialettico che sorregge la voce ‘Comunismo’. Ancora un esempio: «La dialettica di questo articolo è un’allegoria della dialettica, un affresco del Prinzip Hoffnung che non trova, nonostante tutte le precauzioni, il duro oggetto che gli si dovrebbe contrapporre, ovvero la produzione dell’individuo a opera della società».

3. Ribaltando lo slogan-pilastro dello scritto fortiniano del 1989, non a caso posto all’inizio di ‘Comunismo’: «La lotta per il comunismo non è già il comunismo».

4. Usando un linguaggio filosoficamente elaborato e rigoroso, ma in vari punti non facile da capire.1

Una tendenza degli ultimi decenni, ma in realtà attiva già Fortini vivente, ha prodotto un mutamento complesso degli orientamenti culturali, che si è ripercosso anche – chiamiamola così – nell’area fortiniana (studiosi o semplici e mai numerosi lettori di Fortini) e ha allontanato – nolenti, volenti – anche noi da Fortini e dall’idea stessa di comunismo in tutte le forme che ha avuto da Marx alla fine del Novecento.2
Che l’allontanamento effettivo e spesso banalmente ricondotto alla voglia di staccarsi da Padri reali o ideali vissuti come ingombranti abbia investito più generazioni e sia stato particolarmente evidente tra i più giovani è questione non trascurabile, ma tutto sommato secondaria.
Dunque, non mi scandalizzo che Partesana, ben più giovane di me, non voglia più interpretare Fortini (il suo lascito, ecc.) ma proponga di cambiarlo. Mi pare legittimo chiedersi, però, se tale cambiamento, che – mi pare d’intendere – dovrebbe rivedere Fortini alla luce della Scienza della logica di Hegel e dell’opera di Adorno, comporti anche la revisione-correzione-critica-abbandono del comunismo fortiniano o del comunismo in generale. E se Partesana pensa che sia possibile delineare o lottare per un altro comunismo, ripartendo da Hegel e Adorno. O, invece, se si debba proprio pensare ad “altro”. (Che è il dilemma posto all’inizio di questa mia replica al suo scritto).

Sui quattro passaggi, che sostengono la proposta di Partesana, aggiungo le seguenti osservazioni/obiezioni:

1. Religiosità di Fortini.
In fondo questa bistrattata religiosità fortiniana consisteva nel riconoscimento che il comunismo da costruire non è logicamente, matematicamente, serenamente dimostrabile davanti a un consesso di scienziati o di filosofi o di un immaginario popolo convocato in assemblea che decida se convenga farlo o meno (esigenza che, nelle nostre passate discussioni, mi è parso d’intendere in alcuni interventi di Luciano Aguzzi e Giulio Toffoli). Nel caso di Fortini si è trattato di una religiosità “lavorata” da una buona conoscenza di Marx e capace sempre di tenere in debito conto sia i bisogni sociali materiali o concreti e sia il rapporto di potere squilibrato e fortemente diseguale tra dominatori ben organizzati e dominati in condizioni di bisognosità spesso laceranti e impediti nei loro tentativi di ribellarsi e organizzarsi. E, più precisamente, tra classi subordinate e classi dominanti. Quella di Fortini non è mai stata, insomma, la religiosità controllata dalle Chiese e dalle loro gerarchie, che convivono benissimo coi potenti operanti ai livelli nazionali o mondiali.
E poi, per quante ne so, tra le alternative, che si potrebbero prendere in considerazione per confrontare se siano migliori dell’atteggiamento religioso-marxiano (e umanistico) di Fortini, abbiamo il materialismo illuministico alla Timpanaro, quello scientifico alla Althusser (o del La Grassa prima fase), il geopoliticismo più o meno complessificato (alla Fagan, alla Caracciolo), il multitudinarismo di Negri. E forse i rivoli ancora sotterranei di vari ricercatori (Fineschi, Finelli, Graeber, Bologna, alcune teoriche del femminismo come Butler, Melandri, Muraro, Federici).
Per me, dunque, meglio ancora oggi scegliere, come punto di resistenza e di possibile ripartenza, questo comunismo di Fortini, perché le altre posizioni sembrano essersi disfatte del conflitto capitale-lavoro e pongono come decisivo il conflitto tra superpotenza imperiale USA declinante e potenze emergenti. (Si vedano i discorsi riguardanti l’unipolarismo e il multipolarismo). E sono convinto che anche la critica alla religiosità fortiniana comporti in fondo un abbandono – per sempre o chissà per quanto tempo – di qualsiasi ipotesi sul comunismo, che viene ridotto a volgare superstizione e abbandonato alle sette dei nostalgici.

2. Insufficienza dialettica di ‘Comunismo’.
Che Fortini non abbia assimilato la “vera dialettica”, avendo trascurato un’opera fondamentale di Hegel («non immagino Fortini leggere e glossare la Scienza della logica, non era il suo mestiere né, direi, la sua vocazione», scrive Partesana ), non mi scandalizza. Mi viene da dire: e con questo? Perché sottoporre l’esperienza di comunista di Fortini o la valutazione di questo suo scritto, soprattutto a un esame della sua competenza in dialettica da parte dei professori di filosofia? Per ripensare il comunismo o ritentarne la costruzione, può servire ma non bastare un’ottima conoscenza della dialettica. E lo dico senza svalutare la filosofia o le scienze.

lo apprezzai e ancora apprezzo questo scritto fortiniano, niente affatto secondario anche se apparso su un supplemento satirico de L’Unità, come un prezioso riassunto di una tradizione scolastica secolare elaborata da intellettuali ma non solo da loro. E nel realizzarlo Fortini non dovette affrontare soltanto «una sfida, come una scommessa metrica», ma dovette districarsi tra trabocchetti intellettualistici e spinte ora elitarie ora populistiche. E fare i conti sia con l’egemonia del PCI del suo tempo (anche nei suoi aspetti nefasti) e sia con l’esigenza, mai da lui sottovalutata, di tenere aperto il dialogo – come diceva – tra il filosofo e il tonto (che è poi il vecchio problema del rapporto avanguardia/masse o partito/ classe).
Inoltre in quel 1989, anno simbolico del tracollo dell’Urss, quando scrisse, forse presentiva che quella cultura stava venendo meno e dovette decidere di riassumerla “in poche parole” anche per i lettori digiuni di dialettica e di filosofia. Stavano già scomparendo i lettori che s’erano sforzati di capire cosa è il comunismo e cosa aveva detto Marx leggendo dei libri. E scrisse ‘Comunismo’ per non abbandonare la questione, per non farla finire al buio, come purtroppo è accaduto.
Da qui anche la sua insistenza sulla protezione delle nostre verità, protezione che non si sognava di affidare ai filosofi di professione o soltanto a loro. In un periodo, tra l’altro, che già vedeva nelle università l’abbandono degli studi su Marx per quelli su Heidegger.
Credo, dunque, che Partesana, staccando la figura di Fortini dai “veri filosofi” (Hegel e Adorno) o facendosi scudo di Hegel e di Adorno per mettere in ombra Fortini, faccia un errore di specialismo; e abbandoni qualcosa che in Fortini sicuramente c’è ma che in Hegel e Adorno non è detto che ci sia.3

3. Il comunismo è già o non è già nel combattimento.
Se vogliamo restare nell’area problematica del “comunismo nel buio”, questo punto è centrale. Dovremmo aver chiaro che, se non c’è combattimento (o lotta) per il comunismo, non c’è neppure possibilità di comunismo. Né come assaggio («un’anticipazione del futuro») né come
possibilità di «vivere in una contraddizione diversa da quella oggi dominante». Altrimenti, si rischia di ridurre il comunismo a credenza o a oggetto esclusivo di un pensiero contemplativo.
A differenza di posizioni che respingevano il termine stesso di ‘combattimento’ – (vedi su Poliscritture del 2017 le obiezioni di Giulio Toffoli o di Massimo Parizzi, che lo ritenevano cruento e fuori luogo per la situazione odierna, a loro avviso pacificata o di torpore insuperabile delle masse, Partesana riconosce che in certe lotte degli anni ‘60-’70 «un’anticipazione del futuro è entrata nell’esistenza dei compagni» nonostante il «furore» (e direi gli errori che le accompagnarono). Ma perché, oltre ad avvertire dei limiti, della finitezza umana e che in quelle esperienze «non sono scorsi latte e miele e il deserto non è fiorito», ridurre lo scritto di Fortini a preghiera o vederci una volontà di «mettere il futuro nelle mani degli uomini come se fossero Dio»?

Oggi tutto attorno a noi congiura contro una riflessione su Fortini, la sua opera e sulla prospettiva/ipotesi/speranza del comunismo in cui la volle iscrivere. Tante cose sono cambiate in peggio. Guerre, massacri, impoverimento, smarrimento politico e morale, impotenza degli individui ridotti a spettatori hanno reso più arduo e – diciamolo pure – forse quasi impossibile il «combattimento per il comunismo» auspicato da lui e da una parte dei movimenti del ‘68 e del ‘77. Non esito a sottolineare che lo stesso Fortini da ‘Comunismo’ del 1989 era arrivato a Composita solvantur, che non è la stessa cosa. E che testimonianze di una posizione più disperata ho ritrovato anche in persone a lui care e vicine come Edoarda Masi e Ruth Leiser, ma nei suoi dintorni si deve restare perché in lui la difesa delle nostre verità trova nutrimento e non si separa mai dalla consapevolezza della tragedia.


P.s.
Metto in nota alcune osservazioni/obiezioni sul quarto passo, di cui ho detto (linguaggio con punti oscuri o poco comprensibili), perché richiederebbero un esame meticoloso, necessario ma anche noioso, da parte di lettori che vogliono seguire il senso generale dello scritto di Partesana e non addentrarsi nei particolari.4

Note

1 Non dico che Partesana non si vuol far capire – altrimenti non scriverebbe -, ma che esaspera l’indubbia difficoltà e a volte l’impossibilità di capirsi attraverso il linguaggio “comune”, per una sfiducia nella discussione, nel dialogo, nel confronto tra il filosofo e il tonto. Sfiducia solo in parte riscontrabile in Fortini. (Rimando a «Non parlo a tutti. Franco Fortini intellettuale politico» di Daniele Balicco e alla recensione che gli dedicai).

2 Sempre a titolo d’esempio, ricordo: «Sentimenti dell’aldiqua. Opportunismo paura cinismo nell’età del disincanto » di AA.VV. (1990); il nostro progetto (interrotto) di scrivere un «Manuale per Franco Fortini» (2014); «Come ci siamo allontanati». Ragionamenti su Franco Fortini» (2016).

3 Lo prova l’affermazione: «La lotta per il comunismo non è già il comunismo.» – (per la precisione Fortini scrisse: «Il combattimento per il comunismo è già il comunismo») -. che ribalta completamente quella basilare nello scritto: «La lotta per il comunismo è già il comunismo.». la collegherei ad una obiezione scettica che Partesana mi fece durante la presentazione del mio Nei dintorni di Franco Fortini (aprile 2025, vedi: https://www.poliscritture.it/2025/04/05/22229/): «Che cavolo è una verità che ha bisogno di protezione?». Ma tutto il lavoro di Fortini è consistito in una protezione delle verità di Marx, Lenin Mao, Dante, Manzoni, Noventa, Panzieri. Perché non esiste una verità che si imponga da sé, da sola, senza organizzarsi con altri per affermarla o, in tempi bui, difenderla.

4 Ecco i punti per me semioscuri o oscuri di Dialettica e speranza:

a- Non saprei valutare la correttezza dell’affermazione : «la dialettica mal sopporta il sublime». Non ho trovato troppo sublime in ‘Comunismo’, se non forse in quel passo in cui parla di luogo più alto, visibile e veggente.

b – Non intendo bene cosa Partesana vuol dire qui: « l’impazienza di Fortini è una lezione da apprendere letteralmente come Prinzip Bewusstsein, e rassomiglia in questo alla confessione, dove nulla cambia se non avere visto e avere detto. La contraddizione però così scompare in una disciplina che può anche mettersi al servizio della futura umanità, ma rimane, giustamente, nel mondo delle rappresentazioni e non della cosa in sé

c- Né che vuol dire qui: «Sono consapevole di aver accostato due astrazioni: il Comunismo di Fortini, e la Dialettica di Adorno; “Rendere sensibile e intellegibile la materialità della cose dette spirituali” mi valga però come salvacondotto per attraversare un territorio “ch’i non avrei creduto / che morte tanta n’avesse disfatta”».

Infine, non sono riuscito a comprendere bene, nel commento di Eros Barone allo scritto di Partesana, questo passo: « l’irrealtà di ciò che è rappresentato è, a sua volta, un momento della realtà dell’immagine e, così, un momento della realtà.». Mi pare di capire che, mentre Partesana sembra diffidare della rappresentazione che Fortini darebbe del comunismo, perché immagine, Barone ammette, invece, la «realtà dell’immagine» e non la svaluti, perché essa sarebbe «un momento della realtà.
»