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Brutti segnali – Cronache fessbucchiane. 8 ag. 2026

a cura di Ennio Abate

“Il campo è la cifra del nostro tempo.

Come i migranti anche noi da tempo stazioniamo nella “tomba dei vivi”! ” (Fanizza)

Un po’ più comode ancora le nostre, eh!

E subito dopo?…

La semiotica visiva propone metodi, modelli e strumenti per guardare in modo consapevole a quello che vediamo, cogliendo l’architettura interna e allo stesso tempo l’efficacia del tutto unica di ogni immagine, senza dimenticare che anche la rappresentazione piú realistica dipende da una mistura di accordi e contrasti, che siano di pennellate o pixel.

Anche un Nobel per la fisica può essere miope


di Ennio Abate

Sulla pagina FB di Ida Dominijanni * è stato segnalato un articolo di Giorgio Parisi: “Fatemi il favore di leggerlo. Grazie Giorgio Parisi“. Mi permetto di dissentire:

E quando l’abbiamo letto? Il limite (e la contraddizione) degli avvertimenti di Parisi sta in questo: riconosce che siamo « in un tempo segnato da conflitti incessanti e da circa cento milioni di rifugiati» ma continua ad appellarsi ad una astratta umanità, nella quale non distingue tra interessi immediati degli immigrati che a Ceuta sono stati trattati come “anime morte” e interessi immediati di monarchie, autocrazie e pseudodemocrazie; insomma tra «sordi» oppressi e sordi che opprimono. Come faceva il buon Marx. « L’umanità è chiamata a scelte essenziali» è frase fatta, se non viene distinta (e s’organizza) la parte che è ancora umana (o può diventarlo) da quella che nega il concetto stesso di umanità e pratica la disumanità (Gaza, etc.). «Affrontare l’emergenza ambientale significa anche misurarsi con una frattura profonda: quella tra ricchi e poveri»? No. Da quando la «frattura profonda: quella tra ricchi e poveri» non viene più contrastata, ANCHE l’emergenza ambientale – come si vede – non viene mai affrontata.

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Ecco il testo di Giorgio Parisi riportato da Silvia Franchini
d͏o͏e͏t͏S͏s͏p͏n͏o͏r͏7͏m͏l͏1͏a͏u͏4͏2͏u͏3͏a͏ ͏l͏2͏9͏3͏i͏e͏r͏i͏a͏o͏m͏4͏5͏I͏:͏0͏7͏1͏g͏l͏i͏0͏l͏g͏7͏5͏6͏e͏8͏g͏r͏5͏f͏ ͏8͏ ͏1͏e͏ ·

IL PREMIO NOBEL PARISI: NON SAPPIAMO COSA POTRA’ SUCCEDERE CON LA CRISI CLIMATICA

Il nostro futuro non sarà migliore

di Giorgio Parisi.

La scienza ha fornito dati certi sulla crisi climatica, ma la politica non ha dato risposte convincenti a questi dati. E, se ora le temperature salgono sopra i 2 gradi, nessuno sa cosa può accadere

FQ, 1.8.26

Viviamo in un periodo decisivo della storia umana. Non sappiamo se il progresso che abbiamo conosciuto finora continuerà, sia pure tra difficoltà e contraddizioni, o se nel corso di questo secolo subirà un crollo irreversibile. (…)

Diverse crisi si sovrappongono e si intrecciano l’una con l’altra: da un lato il progressivo esaurimento delle materie prime e dall’altro il cambiamento climatico, i cui effetti sono sotto gli occhi di tutti. A questi si aggiungono il consumo di suolo, l’inquinamento e la perdita di biodiversità. Un gran numero di specie animali e vegetali si stanno estinguendo: è probabilmente incominciata la sesta grande estinzione di massa. La quinta fu provocata dall’asteroide che cancellò i dinosauri e tantissime altre forme di vita, aprendo dopo milioni di anni lo spazio evolutivo in cui si sarebbero affermati i mammiferi.

Affrontare l’emergenza ambientale significa anche misurarsi con una frattura profonda: quella tra ricchi e poveri. Nella vita di tutti i giorni interessi e priorità sono molto diversi, e le diseguaglianze sono forse l’ostacolo più serio per risolvere i problemi che abbiamo davanti. Senza una prospettiva equa e solidale, nessuna riconversione ecologica potrà davvero compiersi. Si dice che chi non ha da mangiare ha un solo problema, e chi ha da mangiare ne ha molti.

Per affrontare i cambiamenti enormi richiesti dalla riconversione ecologica servirebbe un mondo coeso. Ma è difficile immaginarlo in un tempo segnato da conflitti incessanti e da circa cento milioni di rifugiati. L’umanità continua a destinare risorse sterminate alla costruzione di armi di distruzione di massa; risorse che potrebbero essere utilizzate invece per uscire dai vicoli ciechi in cui essa stessa si è infilata.

Da quando, dalla Luna, abbiamo visto sorgere la Terra all’orizzonte, abbiamo avuto la prova sensibile di ciò che, in teoria, avremmo già dovuto sapere: viviamo su un piccolo pianeta, a risorse limitate, quasi come una gigantesca astronave che viaggia nello spazio. (…) Sappiamo ormai anche che la vita sulla Terra è un sistema complesso e interconnesso. L’uomo non può più considerarsi il parametro assoluto, ma deve tenere conto delle altre specie viventi, se non vuole rischiare l’estinzione o la sopravvivenza su un pianeta desertificato, abitato quasi soltanto da animali da macello. E tuttavia quest’evidenza stenta a diventare coscienza collettiva, convinzione profonda capace di orientare le scelte quotidiane di noi umani.

Il nostro futuro, il futuro dei nostri figli e dei nostri nipoti, dipende dalla nostra capacità di mettere da parte i nostri interessi immediati. Ma non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire. Per produrre un vero cambiamento di prospettiva non bisogna parlare solo alla ragione ma anche al cuore. Occorre comprendere la bellezza e la fragilità dell’ecosistema in cui viviamo, e la necessità di prendersene cura anche a costo di molte rinunce, se vogliamo che una popolazione di diversi miliardi di persone possa abitare a lungo su questo pianeta – come faceva il Piccolo Principe nel suo piccolo mondo, in quel romanzo delizioso che, col passare del tempo, acquista per noi un significato nuovo e più profondo.

L’umanità è chiamata a scelte essenziali. Deve contrastare con forza il cambiamento climatico. Da decenni la scienza ci avverte che i comportamenti umani stanno preparando un aumento vertiginoso della temperatura del pianeta. Purtroppo, le azioni intraprese dai governi non sono state all’altezza di questa sfida, e i risultati ottenuti finora sono stati estremamente modesti. (…)

L’esperienza della pandemia di Covid-19 ci ha mostrato quanto sia difficile prendere in tempo decisioni efficaci. Le misure di contenimento, al tempo, furono spesso prese in ritardo, quando non erano più rimandabili. Ricordo le parole sfuggite a un capo di governo: “Non possiamo fare un lockdown prima che gli ospedali siano pieni, i cittadini non capirebbero”. È precisamente questa logica che dobbiamo evitare. Il medico pietoso fa la piaga purulenta. E noi abbiamo il dovere di non essere medici pietosi. Il nostro compito storico è aiutare l’umanità ad attraversare una strada piena di pericoli. È come guidare di notte: la scienza sono i fari, ma la responsabilità di non andare fuori strada è del guidatore, che deve anche ricordarsi che quei fari hanno una portata limitata.

Gli scienziati, infatti, non sanno tutto. Il loro è un lavoro faticoso, nel quale le conoscenze si accumulano progressivamente e le aree di incertezza vengono pian piano ridotte. La scienza produce previsioni sulle quali si forma gradualmente un consenso scientifico. Quando l’Istituto per i processi chimicofisici (IPCF) prevede che, in uno scenario intermedio di riduzione delle emissioni dei gas serra, la temperatura possa salire tra due e tre gradi, questo intervallo rappresenta la migliore stima possibile sulla base delle conoscenze attuali. Ma deve essere chiaro che i modelli climatici sono stati verificati confrontando le loro previsioni con il passato. Se la temperatura dovesse aumentare più di due gradi, entreremmo in una terra incognita, nella quale potrebbero emergere fenomeni oggi non previsti e che potrebbero peggiorare enormemente la situazione.

L’aumento della temperatura non dipende solo dalle emissioni dirette. È mitigato, in parte, da tanti meccanismi di regolazione che però potrebbero smettere di funzionare proprio a causa del riscaldamento stesso. Mentre il limite inferiore dei due gradi è uno scenario su cui possiamo essere abbastanza sicuri, molto più difficile è stabilire quanto grave possa essere lo scenario peggiore: potrebbe rivelarsi infatti molto peggio di quanto immaginiamo.

Abbiamo dunque di fronte un problema enorme, che richiede interventi decisi per fermare l’emissione di gas serra, ma anche investimenti scientifici. Dobbiamo sviluppare nuove tecnologie per conservare l’energia, trasformarla anche in carburanti, produrla attraverso tecnologie non inquinanti basate su risorse rinnovabili. Non dobbiamo solo salvarci dall’effetto serra, ma dobbiamo anche evitare la trappola dell’esaurimento delle risorse naturali. Anche il risparmio energetico, quindi, va affrontato con decisione. Finché, per esempio, pretenderemo di mantenere nelle nostre case una temperatura quasi identica in estate e in inverno, sarà difficile fermare davvero le emissioni.

(…) Le difficoltà attuali hanno forse origini più profonde, che dobbiamo comprendere se vogliamo davvero contrastarle. Viviamo, specialmente in Occidente, una stagione che guarda con pessimismo al futuro, alimentata da crisi di diversa natura: crisi economica, riscaldamento globale, esaurimento delle risorse e inquinamento. In molti Paesi crescono anche le diseguaglianze, l’insicurezza, la disoccupazione e la guerra. Un tempo si pensava che il futuro sarebbe stato inevitabilmente migliore del presente. Oggi quella fede nel progresso, le “magnifiche sorti e progressive” dell’umanità, si è logorata. Molti temono che le generazioni future vivranno peggio di quelle attuali. (…) Nei prossimi anni l’umanità dovrà compiere scelte decisive, destinate a produrre conseguenze per molto tempo. Le nuove generazioni avranno un ruolo fondamentale, e per questo l’educazione diventa un punto cruciale.

* ttps://www.facebook.com/ida.dominijanni/posts/pfbid025QpLWm5AaxWF7t43sH6tGgat7TkXu5ty9EjyMxMcidG5Ctxw8oRRsiaEnxgdL9T4l?locale=it_IT

Revisionismi sotto il Sole (24 ore)

di Ennio Abate

Che brutta aria tira in certi ambienti intellettuali!  Sia tra  ex sessantottini stagionati che rinnegano i furori rivoluzionari di gioventù; e sia tra gli intellettuali  giovani o di mezza età  che si arruolano a tempo pieno  nella  difesa della liberaldemocrazia. (Così ancora la chiamano).
Prendiamo il caso di Paolo Febbraro. Recensendo su Il Sole -24 ore il libro di Emanuele Zinato, Primo Levi controtempo. Una lettura politica (Quodlibet), dopo qualche sbrodolamento di plauso,  non ha esitato  ad accusarlo di abbandonare – ohibò – la “critica letteraria” e di agitare “una bandiera” – (rossa si sottintende ma per Febbraro “di un colore molto dubbio”) – come un qualsiasi agit-prop d’altri tempi.
A dire il vero, quando Zinato ha scritto che  Primo Levi “ha saputo raffigurare la vittoria russa contro il fascismo  come un immenso caos vitale e festoso”, ha soltanto ribadito una verità storica indiscussa almeno fino agli anni Settanta del Novecento. Ma, secondo Febbraro,  Zinato “”azzarda affermazioni irricevibili, ad esempio quando cerca in Levi gli argomenti contrari a chi “ha voluto confondere comunismo e nazismo sotto la categoria del totalitarismo””.
Sarà cresciuto pure lui, come tanti nipotini della fu Sinistra riciclatasi in liberaldemocrazia, a brioche e revisionismo storico.  Difende, cioè, il Dogma  proclamato dal Parlamento Europeo con la Risoluzione del 2019: comunismo=nazismo.  E il povero Primo Levi – “uno scrittore tragico, un borghese progressista”, cioè per Febbraro una persona perbene,  non può mai aver riconosciuto qualche differenza tra comunismo (persino staliniano) e nazismo. Insomma, pur di accaparrarsi la figura di Primo Levi e collocarla nella Sacra Famiglia della liberaldemocrazia, ha la sfacciataggine di accusare  uno studioso di lungo corso come Emanuele Zinato di “una vera e propria falsificazione dei testi leviani, oltre che della Storia”.
E’ un’affermazione   bassa e meschina  che impedisce qualsiasi dialogo con Paolo Febbraro.
I veleni del revisionismo, però, circolano. E bisogna contrastarli. Mi sono ricordato che  tra le schede che preparai  tra il 2004 e il 2008 sulla storia del Novecento  per di  Di fronte alla storia 3 della Palumbo Editore,  ce n’era una che  affrontava proprio questa questione. Vi citavo un articolo di   Francesco M. Cataluccio e lo ripubblico per quei lettori che volessero ragionare e  approfondire.

***

Francesco M. Cataluccio – La posizione di Primo Levi su Lager e Gulag

Questo brano di Cataluccio – un intervento al già citato convegno di Siena del 1997 – riassume la posizione di Primo Levi, che misura sulla base della sua esperienza di deportato le testimonianze di Solženicyn e Šalamov.
Levi non sfugge al confronto (per alcuni in quegli anni ancora inammissibile) tra Lager e Gulag, ma si attesta sulla posizione che esisteva una «differenza fondamentale» tra le due esperienze concentrazionarie: nei Gulag «la gente ci moriva egualmente», ma non
erano fatti, come i Lager, con l’intenzione calcolata di «uccidere la gente».

Levi definisce il gulag descritto da Solženicyn «schiavitù simile e diversa», con un’origine comune: «Lo sfruttamento massiccio della mano d’opera schiava era stato imparato da Hitler alla scuola di Stalin, ma in Unione Sovietica è ritornato moltiplicato alla fine della guerra».1
Levi, però, ribadisce che c’è una differenza di “qualità”, di scopi. Nei lager tedeschi si cerca la morte del prigioniero, nei gulag essa sarebbe una sorta di “accidente” dovuta alle condizioni terribili nelle quali si trovano coloro che sono ai lavori forzati: «Ho studiato bene il primo libro di Solženicyn, per vedere le affinità e le differenze tra i lager russi e quelli tedeschi e posso dire una cosa: nei lager russi la morte è un sottoprodotto, non è lo scopo. E fa una bella differenza».2
Questa convinzione è rafforzata in lui dalla lettura del libro di racconti di Varlam Šalamov:3 «Ho letto il libro di Šalamov sulla Kolyma: è impressionante e nello stesso tempo sorprendente; perché non è così totale il disfacimento dell’uomo, la speranza di poter uscire ce l’hanno pure, hanno pure una parvenza di vita legale per cui possono fare delle proteste collettive. E sono curati quando si ammalano».4
Levi coglie una “terribile debolezza” in Šalamov e paragona la sua posizione a quella dei reduci dai lager tedeschi: «Duole dirlo, e non è una scoperta: il terrore e l’isolazionismo staliniani trasmettono la loro infezione paralizzante anche ai loro testimoni e ai loro contestatori. Uomini quali Šalamov meritano comunque il nostro rispetto, ma la loro statura è inferiore a quella dei loro corrispettivi che hanno combattuto il terrore hitleriano, o che oggi denunciano i delitti compiuti in Asia e in Africa dalla civiltà occidentale. Le pagine di Šalamov destano commozione e simpatia per le cose che dicono, non per il modo in cui le dicono e tantomeno per le prese di posizione dell’Autore. Šalamov, in qualche modo, testimonia più di quanto vorrebbe, più di quanto sa di testimoniare, proprio grazie alle sue insufficienze e frustrazioni». Nonostante le sue resistenze personali, il tema del confronto tra lager e gulag era diventato ineludibile. Levi sembra prenderne atto, nel 1985, durante la conversazione radiofonica Lo specchio del cielo, con Alberto Gozzi: «Non parlo dei lager sovietici perché non ci sono stato. Se ci fossi stato ne parlerei e ne parlo, anzi, fa parte della mia “droga” l’occuparmi di queste cose; ho letto quanto ho potuto anche dei lager russi di allora e di adesso. Sono stato in grado di fare un confronto, ho letto un libro che spererei fosse tradotto in italiano [lo è stato, nel 1994, col titolo di Prigioniera di Stalin e Hitler] di Margarethe Buber-Neumann, nuora di Martin Buber, comunista, che era stata scaraventata in un lager da Stalin perché era un’attivista comunista al tempo delle grandi purghe, stava in Spagna col marito. È stata internata in Siberia a lungo e poi col patto Ribbentrop-Molotov ceduta ai tedeschi che l’hanno rinchiusa nel lager […]. Credo che sia una delle cinque-dieci persone che abbiano potuto fare quest’esperimento, comparare il regime carcerario di internamento sovietico con quello hitleriano. Sarebbe stupido e ottuso dire che nei lager della Siberia si stesse bene, non si stava bene affatto, però c’era una differenza fondamentale, che non erano fatti per uccidere la gente. La gente ci moriva ugualmente, anche molto, anche con quote di mortalità terrificanti, del 10-20-25 per cento, con tempi folli di detenzione, ne parla anche Solženicyn, in cui però la morte era in qualche modo accidentale, avveniva per il freddo, per la fame,per la fatica, ma non era l’obbiettivo. Mentre la novità finora unica, perché non credo che si sia ripetuta mai, salvo forse in Cambogia, lo scopo dello strumento lager nella Germania di Hitler era proprio quello di uccidere. Erano macchine per uccidere in cui invece si capovolgeva il lavoro servile, che era un sottoprodotto.
Il prodotto principale era la morte e questo mi pare vada ripetuto, non per scagionare Stalin né i suoi successori, ma solo per segnare una differenza che ha la sua importanza».

da Francesco M. Cataluccio, Lager e gulag in Primo Levi, in Nazismo, fascismo, comunismo, a cura di Marcello Flores, Bruno Mondadori, Milano 1998.

Note

1. P. Levi, I sommersi e i salvati, Einaudi, Torino 1986.
2. P. Levi, Mago Merlino e l’uomo fabbro, intervista di S. Giacomoni,«la Repubblica» 24 gennaio 1979.
3. V. Šalamov, I racconti della Kolyma, Adelphi, Milano 1995.
4. P. Levi, Tornare, mangiare, raccontare…, intervista di V. Lo Presti, «Lottta continua» 18 giugno 1979.

(da P. Cataldi, E. Abate, S. Luperini, L. Marchiani, C. Spingola ,  DI FRONTE ALLA STORIA  3
pagg. 306-307, Palumbo Editore, 2009)

P.s.

Aggiunta. Nell'articolo di Paolo Febbraro ci sono, seminate qua e là, altre perle del suo ideologismo revisionista.  Eccone tre:

1. “II lavoro può essere espropriato e mercificato ma resta un modo per misurare l’utilità del proprio ingegno e di “recuperare il piacere della competenza messa alla prova”.

Quindi, verrebbe da dire, siccome una minoranza di lavoratori - quanti? (specie oggi che è entrata  in guerra contro di loro la  macchina mondiale strizza lavoro della IA ) - ancora provava o prova “il piacere della competenza”, non dovremmo più disturbare  gli espropriatori e mercificatori?

2. Della storia contemporanea  dice  che è “una costruzione ideologica”.

3. Quando Zinato scrive: "l'Europa risponde con il riarmo al collasso della globalizzazione; ai palestinesi di Gaza è stato inflitto il trattamento riservato dai tedeschi agli insorti di Varsavia; ai bisogni elementari dei migranti  si oppongono il razzismo , il filo spinato, le deportazioni e gli annegamenti", Febbraro lo accusa di "dire un decimo della verità". Senza degnarsi di accennare ad uno soltanto degli altri nove  decimi della verità, che lui pretende di sapere.

Appendice

L’articolo di Paolo Febbraro comparso sull’inserto “Domenica” de Il Sole 24 ore (14 giugno 2026)

Lamento per la politica ridotta a propaganda

cronache dalla periferia

di Ennio Abate

Leggo e rileggo sulle pagine FB di Andrea Arosio e di Andrea Brunello interventi e commenti sulle «politiche giovanili» e sulle «politiche della sicurezza» a Cologno.

La discussione è bloccata in un braccio di ferro(inevitabile) tra chi sostiene che «le politiche giovanili non possono convivere con una linea securitaria» (Morris) e chi nega che a Cologno vi sia «una stretta securitaria»(Arosio). Tra chi critica gli «sceriffi a Cologno Monzese» (Brunello) o il «divieto di consumare bevande alcoliche nei parchi» (Cambia) e chi giustifica (Arosio). Tra chi ricorda che «non solo i giovani delinquono» (Zemella) e chi è convinto che «i giovani[…] sono cambiati in peggio » (Meroni), mentre – par di capire – gli adulti sarebbero sempre gli stessi o migliori.
Che disperazione.

Chiedo ai promotori della Consulta Giovani: ma quali sono i bisogni dei giovani di Cologno. La Consulta Giovani li conosce, li ha indagati? [1] Nessuna risposta. Figuriamoci se gli chiedessi: e perché pensare ad uno spazio solo per i giovani e senza gli anziani? Se poi proponessi – l’ho fatto da decenni – un’inchiesta sulla condizione sociale a Cologno, perché la città è cambiata e non la conosciamo, la risposta è: “macché, volete fare gli intellettuali?parlare dei “massimi sistemi”? Noi siamo pragmatici!”

E i “pragmatici” vivacchiano a Villa Casati con la loro visione stereotipata dei giovani (“vogliono solo divertirsi e facciamoli divertire ma nei nostri “spazi giovani” ) e degli anziani (“non vogliono essere disturbati di sera da chi fa baldoria e bisogna accontentarli e convincerli che noi pensiamo alla loro sicurezza”). Propaganda e strizzatine d’occhio.

Ma pensiamo al “bubbone” del caso Brasacchio nel centro destra e al “foruncolo” diventato pur esso “bubbone” del caso Morsilli- Cetrullo nel centro sinistra. C’è da mettersi le mani nei capelli: per le reticenze, i silenzi, le “spiegazioni” da arrampicatori sugli specchi.

E ancora. Avete provato a seguire (magari on line) uno solo dei consigli comunali? Soltanto io li trovo smorti, ingessati e a volte pomposamente teatrali? E sbaglio a dire che la pubblicità autoriferita delle iniziative pubbliche del sindaco e dei vari assessori (ovviamente di questa e della precedente giunta Rocchi) è fastidiosa, tronfia e a volte infantile?

Infine, avete provato a ragionare con l’assessora alla Cultura o con il segretario cittadino del PD di storia recente (cioè sugli anni ’70 ridotti con disinvoltura dall’Amministrazione a “anni di piombo”)? Io sì. [2] O non rispondono o, se lo fanno, ad un certo punto non rispondono più.

Dove sono a Cologno le energie per pensare non dico alla costruzione di una nuova polis, ma onestamente e non propagandisticamente? Non si sa. Forse non si uscirà mai dalla colognosità.

Non resta che criticare? E critichiamo.

Note
[1] https://www.facebook.com/groups/colognom/posts/7368253243278618?locale=it_IT
[2]
https://www.facebook.com/loredana.manzi.121/posts/pfbid02VR6ELQk7YBb9weE2DNU2aEp1gu9HBvfBRmC5ZkKzsMvxcq5tt87tsCTAMLuJYQDDl?locale=it_IT

https://www.facebook.com/groups/colognom/posts/26595233816820606?locale=it_IT

APPENDICE

UN GIOVANE DI COLOGNO: D. G.
Riordinadiario

28 aprile 1992

Uno dei milioni di ragazzi di periferia. Viveva il suo periodo di odio e di onnipotenza. Il suo sogno di diventare aviatore dove se l’era costruito? Come aveva fatto a costruirselo? Eppure è dallo squallore della vita in famiglia che vengono concimati i sogni più vaghi. È nei cessi, nelle stanzette di mobili in serie che disteso sul letto, in pomeriggi afosi o in serate nebbiose, senza voglia di fare i compiti di scuola che lui abbozzò il suo sogno. E lo abbelli e se lo tenne a lungo segreto, senza preoccuparsi dell’imminente bocciatura.
Poi un giorno si decise e passò direttamente dal sogno al tentativo di prepararsi – da privatista – per conquistarsi quel diploma di tecnico aeronautico. S’informò presso una scuola privata. Gli diedero i programmi e si costrinse a diventare una macchinetta per superare l’esame.
Mandò a memoria quello che poteva da solo. Si pagò un prof per farsi dare delle lezioni private in italiano e in storia, dove si sentiva impreparato.
Inutilmente il prof cercò di frenarlo, di rallentarlo, di farsi guardare negli occhi, di mostrargli qualcosa del resto del mondo.
D. disprezzava il padre morto, che era stato lui pure prof e che in classe – si diceva – picchiasse i ragazzi senza che qualcuno osasse denunciarlo; il fratello maggiore, studente in ingegneria e – di domenica mattina – solerte testimone di Geova; la madre, che lui accusava di preferirgli il fratello. Disprezzava le ragazze “tutte sceme”. E i coetanei che volevano “solo divertirsi”. E anche i versi della Commedia di Dante, che cercava di inghiottire giù, a memoria, senza capire cosa significassero e a cosa potessero servirgli.
L’esame gli andò male. Allora l’odio si concentrò sul fratello e sulla madre. Restava fuori casa più che poteva. Trovò per alcuni mesi un lavoro di pony-express. Andava in moto per le strade trafficate di Milano ubriacandosi di smog e scarichi di benzina.
Di tanto in tanto, inaspettatamente, si ripresentava a casa del prof che gli aveva dato lezioni di italiano e storia.
Parlava sempre in modo meccanico. Raccontava alcune delle sue ultime disavventure. La voce gli si strozzava. Il corpo s’irrigidiva appena il discorso sfiorava fratello e madre: “con quelli là io non ci parlo e non ne voglio parlare”. Si convinse a riscriversi al serale. Non voleva, però, che madre e fratello sapessero che, prima di deciderlo, si era consultato col prof.

20 maggio 1993

Cologno. D. G.

E. F., mio vicino, ieri sera mi ha dato la notizia attendibile che D. è morto. In strada, mentre faceva acrobazie sul motorino incitato da altri giovani. È caduto a testa indietro e un camion che sopravveniva l’ha travolto. La sua autodistruttività. Ricordo l’ultima visita. Se n’era andato, infastidito dai miei richiami alla realtà e dalla bruschezza con cui avevo cercato di fargli intendere la gravità del suo stato psichico. Mi aveva detto che non si sarebbe più fatto vedere.

Rivalutare Togliatti?

TOGLIATTI. Nacque il 26 marzo. Nel 1893. Oggi lo voglio ricordare, perché da quando frequento fb leggo su di lui tante, troppe caxxate. Si accanirono contro Togliatti dai tempi dei tempi gli anarchici e i clericali, i Silone pagati dalla Cia e i craxiani di MondOperaio, per non parlare della destra fascioclericale, che portò Pallante a sparargli nell’Italia democratica del 1948. Ma in gran parte sono, appunto, caxxate. Voglio dire che non ha mai sbagliato? Ovviamente no. Ma nel suo operato, durato una vita, a favore delle classi subaterne, il bilancio è troppo positivo per sopportare le menzogne degli ignoranti, sedimentate dalle calunnie della stampa reazionaria di ogni bandiera. Vediamo qualche capitolo tra i più controversi.
1º) ha tradito Gramsci? No, nel modo più assoluto. Nel 1926 c’è stato un momento di forte disaccordo, rimasto cristallizzato dall’arresto del comunista sardo che lo aveva fatto appassionare alla politica e alla lotta di classe. Durante la prigionia di quest’ultimo lo protesse dai comunisti di Turi che ne chiedevano l’espulsione. Lo aiutò tramite Sraffa e forse gli impedì di finire in Siberia. Impedì che la sua opera eterodossa fosse sepolta negli archivi del Comintern, e appena poté, nell’Italia liberata, lo pubblicò. E gli diede l’immortalità.
2º) è stato uno stalinista. Senza dubbio. Ma che altro poteva fare negli anni 30? Senza l’Urss il Pci avrebbe contato meno che zero (come zero contatono i trockijsti e gli altri fuoriusciti dal movimento comunista che faceva capo a Mosca). E poi non ci sarebbe stata Resistenza comunista egemone e rinascita del Pci nel dopoguerra. Sarebbe stato fucilato da Stalin, con tutto il gruppo dirigente comunista italiano, per nulla.
3º) durante la guerra di Spagna ebbe il compito di reprimere gli anarchici? Menzogne. I suoi compiti nella guerra civile spagnola erano politici, non militari. Di appoggio e guida al governo repubblicano e ai comunisti spagnoli. In Spagna al contrario maturò una sua visione della democrazia progressiva che lo porterà ad abbandonare lo stalinismo appena tornato in Italia.
4º) ha tradito la Resistenza? La svolta di Salerno, al contrario, in un mondo già diviso in due, ha aiutato il Nord partigiano e l’Italia a rinascere democratica, le ha donato la Costituzione che abbiamo (leggetevi gli atti della Costituente: ne fu grandissimo protagonista, nelle sottocomissioni più importanti e nel dibattito in Assemblea, fu con altri due-tre il vero artefice della Costituzione).
5º) regalò l’amnistia ai fascista? Fu un gesto inevitabile per cercare una pacificazione a cui la gran parte del paese aspirava. Ma fu soprattutto gestita male dalla magistratura, e questo portò molti fascisti a farla franca. Lui subito dopo si era dimesso da ministro della giustizia per assumere altro ruolo. Non ne ebbe colpa.
6º) l’Ungheria 1956. Qui lo si può criticare, certo. Le parole potevano essere diverse. Ma le scelte di fondo non credo. Se il Pci avesse rotto col Pcus, sarebbe nato un altro, fortissimo partito comunista filosovietico. Con conseguenze gravissime. Ma ricordiamo anche che subito dopo rilanciò, con l’VIII Congresso e la via italiana al socialismo.
A fronte di questi punti controversi, alcuni momenti di indiscutibile positività e di grandezza politica ammirevole:
a) salvò il Pci nella notte degli anni 30
b) collaborò a mettere a punto la strategia dei fronti popolari per combattere il nazifascismo
c) salvò i Quaderni di Gramsci dall’oblio.
d) rifondò la democrazia italiana collaborando in maniera decisiva alla Costituzione
e) indicò nella lotta per la pace un terreno fondamentale per i comunisti
f) lanciò nel 44 e rilanciò nel 56 la via italiana al socialismo
g) aprì le porte, dopo il 56, a una storia del Pci veritiera e non più “sacra,”
h) con la proposta del policentrismo indicò una via alla convivenza di sovietici e cinesi che purtroppo non fu seguita.
I suoi errori maggiori? Secondo me, troppa fiducia in De Gasperi e in una parte del mondo cattolico italiano (non tutto, neh) che non la meritava. Ma in un contesto nazionale e internazionale difficilissimo.
Insomma , un grande comunista e un grande italiano. Abituato a ragionare con freddezza e realismo. Con pensieri lunghi ma anche tattici. Tutte cose che spesso ci mancano.

No, non è una primavera

di  Samizdat

CONTRO LA RETORICA DEI “VITTORIOSI” CHE SI AUTOGLORIFICANO

Siamo ancora fermi alla difesa della Costituzione, che è del 1948 e fu un compromesso fatto dai nostri antenati (e non da noi!). E allora cos’è tutto questo sbracciarsi e cantare vittoria?

“Codesto solo oggi possiamo dirti,

ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.” (Montale)

E questo è un guaio, non una primavera!

Morte di Umberto Bossi e due coccodrilli stonati

a cura di Ennio Abate

Com’è difficile spiegare Bossi a chi non c’era, a chi non è cresciuto in Padania: insomma, al resto del mondo (QUI)
di Jacopo Tondelli Continua la lettura di Morte di Umberto Bossi e due coccodrilli stonati

Tra sconfitti. Frammenti di dialogo

il comunismo nel buio (16)

 

a cura di Ennio Abate

“Bisogna essere disposti a cambiare opinione e a fare scelte conseguenti. Questo è il punto; ognuno alla sua maniera, ognuno con le sue conclusioni, l’importante è non farsi ingabbiare troppo dalla ideologia e dalla organizzazione entro cui si opera. Vale per la politica, vale per il lavoro, vale per la cultura.” (Cereda)

Secondo me, sbagli a ridurre il problema dell’abbandono dell’ ”idea forza” del comunismo, a cui hai aderito in gioventù militando, come me ed altri, in Avanguardia Operaia, a un semplice o sano cambio di opinione. Non è così semplice e “logico”. Si tratta del cambio di una visione del mondo e andrebbe spiegata. Innanzitutto alla propria coscienza.
Non è il cambiare idee che mi scandalizza ma il modo approssimativo con cui lo motivi.
Faccio un esempio di un ex comunista approdato alla convinzione del fallimento del comunismo: Gianfranco La Grassa, di cui ho seguito il laborioso ripensamento. Ha abbandonato quell’idea ma ha scritto per decenni numerose opere in cui ha motivato le ragioni del suo passaggio dal PCI ad un marxismo-leninismo althusseriano, poi ad una revisione del pensiero di Marx (“Ripensare Marx”) e poi alla dichiarazione dell’insufficienza di Marx (e non solo del marxismo) per cercare un’altra via, che sostituirebbe la lotta di classe borghesia-proletariato con un conflitto tra visioni strategiche, secondo me con coloriture nicciane e geopolitiche.
Ha cioè motivato a fondo il suo “cambio di opinione”. Ha dichiarato la fine di ogni prospettiva comunista, Tu invece con troppa disinvoltura scrivi: “Dice qualcuno: ma le ingiustizie esistono ancora, le contraddizioni esistono ancora, i paesi sviluppati drenano risorse da quelli più poveri, ma ricchi di materie prime. Tutto vero. Ne discende l’importanza di una democrazia solidale.”
E non t’accorgi di dirlo in un momento in cui essa è davvero agonizzante! Esalti la tua “’opzione antidogmatica”, che ti verrebbe dalla “consuetudine allo studio critico della scienza e in particolare della fisica e della matematica”. E non t’accorgi che la storia non pare più seguire una logica e non è leggibile con la logica razionale.
Proprio oggi è morto Habermas e leggo su LPLC parole di una sua allieva italiana che danno un quadro tragico e “illogico” della storia umana:
“ [La notizia della morte di Habermas è arrivata]mentre il cielo sopra Teheran fiammeggia e le colonne di fumo si allargano sempre più nere, Trump minaccia attacchi non solo alle infrastrutture militari ma anche a quelle petrolifere, Israele pianifica l’operazione di terra in Libano. Jürgen Habermas, uno dei più grandi filosofi del Ventesimo e Ventunesimo secolo, lascia questo mondo sull’orlo della catastrofe inaudita di una terza guerra mondiale. Aveva 96 anni. Certo una buona età per andarsene, al termine di una vita vissuta, e esaminata, in un modo che non possiamo che invidiare. La tentazione è di raffiguracelo, oggi, come un Titano della ragione, sconfitto infine dopo una lunghissima battaglia dagli dei dell’irrazionalità più violenta e distruttrice, quella del profitto del Capitale e della sovranità nazionalistica più imperialistica e retrograda. Se ne va, con lui, potrebbe sembrarci, l’ultimo luccichio di Illuminismo, la speranza che i conflitti possano essere risolti se non proprio con la forza dell’argomento migliore, almeno con gli sforzi della diplomazia e di una ragione strumentale che non ha reciso completamente la sua radice di umanità.”
https://www.leparoleelecose.it/ach-habermas/ )

 l’abbandono del comunismo non è stato un semplice cambio di opinione. Si tratta di un giudizio di tipo storico che non ho emesso io ma è la storia del comunismo ad averlo emesso con l’autoritarismo, con l’autoritarismo connaturato, con il dispotismo, i milioni di morti.
Diverso se vuoi è stato invece l’abbandono del socialismo in senso marxiano a favore di un socialismo molto temperato in senso liberale.
Tra i nostri io sono uno di quelli che ci ha riflettuto e ci ha scritto altri che ci accusarono di derive verso il PC ci sono poi approdati dopo aver gestito il fallimento di democrazia proletaria.

Non esiste alcun tribunale della storia che avrebbe ratificato per sempre la “morte del comunismo”. E neppure la “storia del comunismo” ha emesso questo verdetto. Né gli oppressi o i movimenti che dall’oppressione nascono hanno tenuto mai conto di simili verdetti. Noi stessi di Avanguardia Operaia, pur venendo dopo lo stalinismo – (non era “morte del comunismo” quella sua imbalsamazione dottrinaria e autoritaria?) – non accettammo quel verdetto, accolto invece dai PCI con qualche rimaneggiamento “progressivo”.
Avevamo fiducia nel futuro, nel possibile e avevamo la capacità di accogliere le spinte di mutamento di settori vivi della società. E siamo stati a nostra volta sconfitti. Abbiamo riflettuto sulla sconfitta e l’abbiamo dovuto farlo purtroppo nella condizione degli sconfitti. E siamo divisi tra quanti – come te e altri – hanno abbandonato “il socialismo in senso marxiano a favore di un socialismo molto temperato in senso liberale” e quanti continuano – come me e altri – a “proteggere le nostre verità” (Fortini) comuniste, pur sapendo che sono state sconfitte o che – come ho scritto in un tentativo di discussione su Poliscritture il comunismo è nel buio. Mentre tanti altri hanno del tutto abbandonato ogni riflessione o discussione. Chi ha ragione? Chi ha torto? Nessuno lo può dire.
Le accuse reciproche (“traditori”, “utopisti”) sono sterili e fuorvianti. Non basta “credere” nel comunismo per realizzarlo. Non basta “credere” nella “democrazia solidale” o in un “socialismo molto temperato” per realizzarlo. Sono entrambe posizioni che tentano di affermare a parole il proprio valore. Ma ad entrambe manca “qualcosa”, che non sappiamo oggi nominare. Quella “aderenza alla realtà in trasformazione” (o teoria?) che le faccia passare da credenza o fede o quasi fede, non dico a scienza ma a discorso capace di fronteggiare la tragedia delle guerre in corso? Solo chi riuscirà a nominare (anche solo in parte) questo ignoto “qualcosa” potrà forse tornare a dire: “abbiamo ragione noi”.

furio petrossi il 

 

Come sempre, caro Ennio, fai riflettere. Voglio però sottolineare il fatto che l’”adesione in gioventù” al comunismo per alcuni (non nati in ambiente comunista) segue, non precede il desiderio di giustizia sociale. Si presenta – per alcuni – come adesione strumentale, originata da una esigenza di radicalismo, ovvero di ricerca delle radici dell’ingiustizia (radici sociali, perché su quelle psicologiche hanno già discusso Freud ed Einstein).
Personalmente il mio radicalismo è passato da una ideologia democraticista ad una post-conciliare, poi socialista e comunista, solo in seguito divenuta migliorista e solidamente riformista (ed ora? Ahimè, tutto vacilla…). Il mio desiderio di giustizia ha origine più che dalle origini familiari modeste (ma resilienti), dalla conoscenza del quartiere (soffitte e cantine) e dagli odiosi eventi internazionali.
Via via ognuna di queste “interpretazioni”, di teorie, non bastava a rendere efficace una prassi, per cui si diventa (o almeno io divento) eclettici senza essere schizofrenicamente sincretici.
Così il marxismo, per me: da guida della prassi (ma la teoria del valore non funzionava, né l’idea di scienze e tecnologia come lavoro morto…), a studioso del surplus (Sweezy), ad essere autoconvinto di avere in mano una Scienza della Storia (Althusser prima dell’uxoricidio), affascinato e spaventato dalla Cina…
In sintesi, per farla breve: ci vuole davvero un grande lavorio interno per abbandonare il marxismo come teoria, conservandone il desiderio di liberazione?

 

NOTA
Per contestualizzare questi frammenti di dialogo e conoscerne lo spunto,  vedi: “perché è importante essere disposti a cambiare opinione” Pubblicato il 20 Aprile 2016 da Claudio Cereda a questo link QUI 

Stati Uniti e Israele attaccano l’Iran. Voci nel nostro buio (4)

C’è qualcosa di profondamente contraddittorio nel manifestare per la Palestina e poi gioire per l’assassinio di Khamenei. Non è una questione di simpatie per il regime degli ayatollah, è una questione di coerenza elementare. Forse la contraddizione non è casuale: è il prodotto di una mappa morale costruita culturalmente e mediaticamente per anni, interiorizzata spesso in buona fede, una gerarchia delle vittime in cui certi corpi e certi leader contano e altri no. Khamenei rientra nella categoria “non conta”, quindi la sua morte in casa propria con i familiari (oggi è morta anche la moglie di Khamenei, colpita nei bombardamenti criminali) non attiva gli stessi circuiti emotivi che attiverebbe per chiunque altro. Non è irrazionalità pura: è una razionalità applicata in modo asimmetrico, il risultato di un sistema informativo che ha gerarchizzato le vittime per decenni.
Eppure basterebbe una domanda sola a smontare tutto l’edificio: perché Israele considera l’Iran il suo nemico principale? Non certo per il programma nucleare, non per ragioni ideologiche astratte. L’Iran è nemico perché è l’unico paese che ha rifiutato di abbandonare i palestinesi. Tutti gli altri hanno normalizzato – chi per petrodollari, chi per sicurezza, chi per accesso alle armi americane. L’Iran no. E ha pagato un prezzo enorme per questo: sanzioni, isolamento, guerra. Se si accetta questo come vero – e i fatti storici lo sostengono – allora l’intera architettura narrativa dell'”Iran minaccia globale” crolla. Rimane solo questo: un paese che ha pagato un prezzo enorme per non abbandonare i palestinesi. Chi manifesta per la Palestina e festeggia la morte di Khamenei sta applaudendo l’eliminazione del principale sostenitore della causa per cui dice di battersi.
E prima della guerra militare, c’è stata la guerra mediatica. Quella che ha diffuso cifre apocalittiche sulle proteste iraniane – 20mila manifestanti uccisi – rivelatesi false, provenienti in gran parte da Iran International, emittente finanziata dall’Arabia Saudita, paese che con l’Iran ha contenziosi geopolitici ben precisi e nessun interesse alla verità. Quella disinformazione ha contribuito a costruire la stessa mappa morale distorta: un Iran già delegittimato, già condannato, dove qualsiasi violenza diventa accettabile perché il regime è stato preventivamente dipinto come il male assoluto. La propaganda precede sempre le bombe.
Sul nucleare, poi, la narrativa è ancora più fragile. Il programma è nato sotto lo Shah, con tecnologia americana e francese, nel quadro del progetto “Atomi per la Pace” di Eisenhower. Nessuno trovò nulla da obiettare, perché l’Iran era allora il gendarme americano del Golfo. È diventato “il problema” solo dopo il 1979, quando il problema reale era diventato politico. E l’ironia finale, segnalata con precisione dal giornalista Jonathan Cook: Khamenei aveva emesso una fatwa religiosa contro le armi nucleari. Ucciderlo è probabilmente il modo più efficace per accelerare esattamente ciò che si dichiarava di voler impedire.
Poi c’è l’errore strategico, figlio di una visione hollywoodiana della politica: l’idea che uccidere un capo faccia crollare tutto il sistema. L’Iran non funziona così. È uno degli Stati più strutturalmente solidi della regione, proprio perché dopo il 1979 ha costruito ridondanze istituzionali deliberate: il Consiglio dei Guardiani, l’Assemblea degli Esperti, il Consiglio di Discernimento, i Pasdaran come struttura militare parallela. Non è l’Iraq di Saddam, non è la Libia di Gheddafi, sistemi personalistici dove la decapitazione aveva una sua logica. Applicare quella categoria all’Iran significa confondere due architetture di potere radicalmente diverse.
E infine il regalo teologico, forse il più clamoroso errore di tutti. La coscienza sciita è costruita sul martirio come atto fondante, Karbala, Husayn, il sangue versato dai nemici come via alla verità. Khamenei ucciso durante il Ramadan, in casa sua, dai nemici storici, non è più un leader politico con le sue contraddizioni e le sue responsabilità. È uno shahid. Lo hanno purificato da ogni colpa terrena e consegnato alla storia sacra. Un regalo che nessuna propaganda iraniana avrebbe mai potuto costruire.

Stati Uniti e Israele attaccano l’Iran. Voci nel nostro buio (3)


Turki al Faysal è uno degli uomini che ne sa di più, della prospettiva del Golfo. Non solo perché ha guidato l’intelligence militare saudita (si era dimesso pochi mesi prima dell’11 settembre 2001, e questo ha forse molti significati). Turki bin Faysal al Sa’ud è, come dice il suo nome completo, parte della casa reale. Principe. Ed è stato ambasciatore a Londra e a Washington. Basta scorrere la sua complessa biografia per capire quanto un’intervista di un quarto d’ora a Christiane Amampour (tra le migliori giornaliste al mondo, origine iraniana, mai dimenticarlo) sulla CNN ha un suo valore speciale. È l’occhio sul Golfo che conosce profondamente le dinamiche statunitensi, e anche un po’ quelle occidentali.
Se, dunque, Turki al Faysal dice che, dunque, Turki al Faysal dice che i paesi del Golfo hanno in tutti i modi e sempre sconsigliato agli Stati Uniti di attaccare l’Iran, gli darei credito. Se va oltre, e afferma che i paesi del Golfo sapevano (non solo temevano) che l’Iran avrebbe reagito con una rappresaglia proprio nei paesi della penisola arabica, non stenterei a credergli. Se, poi, va oltre e dice che è facile comprenderlo, perché la presenza statunitense è in tutti i paesi del Golfo (e oltre, ovviamente, c’è anche la Giordania), si comprende ancora meglio perché la guerra Israele-USA, in questo preciso ordine, all’Iran non poteva non avere come obiettivo una guerra regionale.

La guerra israeliana all’Iran, nel cassetto da decenni, è ora una guerra per il controllo politico della regione. E per nascondere quello che Netanyahu e il suo governo sta compiendo in Palestina: un genocidio. Lo sottolinea anche Turki al Faysal, che Netanyahu vuol nascondere quello che succede a Gaza, e che la normalizzazione con i sauditi se la può dimenticare. Ne vogliamo far parte? Vogliamo davvero far parte di una guerra imperial-coloniale che non può che essere un incubo lungo, sanguinoso e che non porterà né stabilità né democrazia (sui bombardieri) né pace né “ricchezza”? Davvero la nostra strategia nazionale ed europea è così miope da rasentare l’incompetenza e un rischio per il nostro stesso paese?