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Lamento per la politica ridotta a propaganda

cronache dalla periferia

di Ennio Abate

Leggo e rileggo sulle pagine FB di Andrea Arosio e di Andrea Brunello interventi e commenti sulle «politiche giovanili» e sulle «politiche della sicurezza» a Cologno.

La discussione è bloccata in un braccio di ferro(inevitabile) tra chi sostiene che «le politiche giovanili non possono convivere con una linea securitaria» (Morris) e chi nega che a Cologno vi sia «una stretta securitaria»(Arosio). Tra chi critica gli «sceriffi a Cologno Monzese» (Brunello) o il «divieto di consumare bevande alcoliche nei parchi» (Cambia) e chi giustifica (Arosio). Tra chi ricorda che «non solo i giovani delinquono» (Zemella) e chi è convinto che «i giovani[…] sono cambiati in peggio » (Meroni), mentre – par di capire – gli adulti sarebbero sempre gli stessi o migliori.
Che disperazione.

Chiedo ai promotori della Consulta Giovani: ma quali sono i bisogni dei giovani di Cologno. La Consulta Giovani li conosce, li ha indagati? [1] Nessuna risposta. Figuriamoci se gli chiedessi: e perché pensare ad uno spazio solo per i giovani e senza gli anziani? Se poi proponessi – l’ho fatto da decenni – un’inchiesta sulla condizione sociale a Cologno, perché la città è cambiata e non la conosciamo, la risposta è: “macché, volete fare gli intellettuali?parlare dei “massimi sistemi”? Noi siamo pragmatici!”

E i “pragmatici” vivacchiano a Villa Casati con la loro visione stereotipata dei giovani (“vogliono solo divertirsi e facciamoli divertire ma nei nostri “spazi giovani” ) e degli anziani (“non vogliono essere disturbati di sera da chi fa baldoria e bisogna accontentarli e convincerli che noi pensiamo alla loro sicurezza”). Propaganda e strizzatine d’occhio.

Ma pensiamo al “bubbone” del caso Brasacchio nel centro destra e al “foruncolo” diventato pur esso “bubbone” del caso Morsilli- Cetrullo nel centro sinistra. C’è da mettersi le mani nei capelli: per le reticenze, i silenzi, le “spiegazioni” da arrampicatori sugli specchi.

E ancora. Avete provato a seguire (magari on line) uno solo dei consigli comunali? Soltanto io li trovo smorti, ingessati e a volte pomposamente teatrali? E sbaglio a dire che la pubblicità autoriferita delle iniziative pubbliche del sindaco e dei vari assessori (ovviamente di questa e della precedente giunta Rocchi) è fastidiosa, tronfia e a volte infantile?

Infine, avete provato a ragionare con l’assessora alla Cultura o con il segretario cittadino del PD di storia recente (cioè sugli anni ’70 ridotti con disinvoltura dall’Amministrazione a “anni di piombo”)? Io sì. [2] O non rispondono o, se lo fanno, ad un certo punto non rispondono più.

Dove sono a Cologno le energie per pensare non dico alla costruzione di una nuova polis, ma onestamente e non propagandisticamente? Non si sa. Forse non si uscirà mai dalla colognosità.

Non resta che criticare? E critichiamo.

Note
[1] https://www.facebook.com/groups/colognom/posts/7368253243278618?locale=it_IT
[2]
https://www.facebook.com/loredana.manzi.121/posts/pfbid02VR6ELQk7YBb9weE2DNU2aEp1gu9HBvfBRmC5ZkKzsMvxcq5tt87tsCTAMLuJYQDDl?locale=it_IT

https://www.facebook.com/groups/colognom/posts/26595233816820606?locale=it_IT

APPENDICE

UN GIOVANE DI COLOGNO: D. G.
Riordinadiario

28 aprile 1992

Uno dei milioni di ragazzi di periferia. Viveva il suo periodo di odio e di onnipotenza. Il suo sogno di diventare aviatore dove se l’era costruito? Come aveva fatto a costruirselo? Eppure è dallo squallore della vita in famiglia che vengono concimati i sogni più vaghi. È nei cessi, nelle stanzette di mobili in serie che disteso sul letto, in pomeriggi afosi o in serate nebbiose, senza voglia di fare i compiti di scuola che lui abbozzò il suo sogno. E lo abbelli e se lo tenne a lungo segreto, senza preoccuparsi dell’imminente bocciatura.
Poi un giorno si decise e passò direttamente dal sogno al tentativo di prepararsi – da privatista – per conquistarsi quel diploma di tecnico aeronautico. S’informò presso una scuola privata. Gli diedero i programmi e si costrinse a diventare una macchinetta per superare l’esame.
Mandò a memoria quello che poteva da solo. Si pagò un prof per farsi dare delle lezioni private in italiano e in storia, dove si sentiva impreparato.
Inutilmente il prof cercò di frenarlo, di rallentarlo, di farsi guardare negli occhi, di mostrargli qualcosa del resto del mondo.
D. disprezzava il padre morto, che era stato lui pure prof e che in classe – si diceva – picchiasse i ragazzi senza che qualcuno osasse denunciarlo; il fratello maggiore, studente in ingegneria e – di domenica mattina – solerte testimone di Geova; la madre, che lui accusava di preferirgli il fratello. Disprezzava le ragazze “tutte sceme”. E i coetanei che volevano “solo divertirsi”. E anche i versi della Commedia di Dante, che cercava di inghiottire giù, a memoria, senza capire cosa significassero e a cosa potessero servirgli.
L’esame gli andò male. Allora l’odio si concentrò sul fratello e sulla madre. Restava fuori casa più che poteva. Trovò per alcuni mesi un lavoro di pony-express. Andava in moto per le strade trafficate di Milano ubriacandosi di smog e scarichi di benzina.
Di tanto in tanto, inaspettatamente, si ripresentava a casa del prof che gli aveva dato lezioni di italiano e storia.
Parlava sempre in modo meccanico. Raccontava alcune delle sue ultime disavventure. La voce gli si strozzava. Il corpo s’irrigidiva appena il discorso sfiorava fratello e madre: “con quelli là io non ci parlo e non ne voglio parlare”. Si convinse a riscriversi al serale. Non voleva, però, che madre e fratello sapessero che, prima di deciderlo, si era consultato col prof.

20 maggio 1993

Cologno. D. G.

E. F., mio vicino, ieri sera mi ha dato la notizia attendibile che D. è morto. In strada, mentre faceva acrobazie sul motorino incitato da altri giovani. È caduto a testa indietro e un camion che sopravveniva l’ha travolto. La sua autodistruttività. Ricordo l’ultima visita. Se n’era andato, infastidito dai miei richiami alla realtà e dalla bruschezza con cui avevo cercato di fargli intendere la gravità del suo stato psichico. Mi aveva detto che non si sarebbe più fatto vedere.

Rivalutare Togliatti?

TOGLIATTI. Nacque il 26 marzo. Nel 1893. Oggi lo voglio ricordare, perché da quando frequento fb leggo su di lui tante, troppe caxxate. Si accanirono contro Togliatti dai tempi dei tempi gli anarchici e i clericali, i Silone pagati dalla Cia e i craxiani di MondOperaio, per non parlare della destra fascioclericale, che portò Pallante a sparargli nell’Italia democratica del 1948. Ma in gran parte sono, appunto, caxxate. Voglio dire che non ha mai sbagliato? Ovviamente no. Ma nel suo operato, durato una vita, a favore delle classi subaterne, il bilancio è troppo positivo per sopportare le menzogne degli ignoranti, sedimentate dalle calunnie della stampa reazionaria di ogni bandiera. Vediamo qualche capitolo tra i più controversi.
1º) ha tradito Gramsci? No, nel modo più assoluto. Nel 1926 c’è stato un momento di forte disaccordo, rimasto cristallizzato dall’arresto del comunista sardo che lo aveva fatto appassionare alla politica e alla lotta di classe. Durante la prigionia di quest’ultimo lo protesse dai comunisti di Turi che ne chiedevano l’espulsione. Lo aiutò tramite Sraffa e forse gli impedì di finire in Siberia. Impedì che la sua opera eterodossa fosse sepolta negli archivi del Comintern, e appena poté, nell’Italia liberata, lo pubblicò. E gli diede l’immortalità.
2º) è stato uno stalinista. Senza dubbio. Ma che altro poteva fare negli anni 30? Senza l’Urss il Pci avrebbe contato meno che zero (come zero contatono i trockijsti e gli altri fuoriusciti dal movimento comunista che faceva capo a Mosca). E poi non ci sarebbe stata Resistenza comunista egemone e rinascita del Pci nel dopoguerra. Sarebbe stato fucilato da Stalin, con tutto il gruppo dirigente comunista italiano, per nulla.
3º) durante la guerra di Spagna ebbe il compito di reprimere gli anarchici? Menzogne. I suoi compiti nella guerra civile spagnola erano politici, non militari. Di appoggio e guida al governo repubblicano e ai comunisti spagnoli. In Spagna al contrario maturò una sua visione della democrazia progressiva che lo porterà ad abbandonare lo stalinismo appena tornato in Italia.
4º) ha tradito la Resistenza? La svolta di Salerno, al contrario, in un mondo già diviso in due, ha aiutato il Nord partigiano e l’Italia a rinascere democratica, le ha donato la Costituzione che abbiamo (leggetevi gli atti della Costituente: ne fu grandissimo protagonista, nelle sottocomissioni più importanti e nel dibattito in Assemblea, fu con altri due-tre il vero artefice della Costituzione).
5º) regalò l’amnistia ai fascista? Fu un gesto inevitabile per cercare una pacificazione a cui la gran parte del paese aspirava. Ma fu soprattutto gestita male dalla magistratura, e questo portò molti fascisti a farla franca. Lui subito dopo si era dimesso da ministro della giustizia per assumere altro ruolo. Non ne ebbe colpa.
6º) l’Ungheria 1956. Qui lo si può criticare, certo. Le parole potevano essere diverse. Ma le scelte di fondo non credo. Se il Pci avesse rotto col Pcus, sarebbe nato un altro, fortissimo partito comunista filosovietico. Con conseguenze gravissime. Ma ricordiamo anche che subito dopo rilanciò, con l’VIII Congresso e la via italiana al socialismo.
A fronte di questi punti controversi, alcuni momenti di indiscutibile positività e di grandezza politica ammirevole:
a) salvò il Pci nella notte degli anni 30
b) collaborò a mettere a punto la strategia dei fronti popolari per combattere il nazifascismo
c) salvò i Quaderni di Gramsci dall’oblio.
d) rifondò la democrazia italiana collaborando in maniera decisiva alla Costituzione
e) indicò nella lotta per la pace un terreno fondamentale per i comunisti
f) lanciò nel 44 e rilanciò nel 56 la via italiana al socialismo
g) aprì le porte, dopo il 56, a una storia del Pci veritiera e non più “sacra,”
h) con la proposta del policentrismo indicò una via alla convivenza di sovietici e cinesi che purtroppo non fu seguita.
I suoi errori maggiori? Secondo me, troppa fiducia in De Gasperi e in una parte del mondo cattolico italiano (non tutto, neh) che non la meritava. Ma in un contesto nazionale e internazionale difficilissimo.
Insomma , un grande comunista e un grande italiano. Abituato a ragionare con freddezza e realismo. Con pensieri lunghi ma anche tattici. Tutte cose che spesso ci mancano.

No, non è una primavera

di  Samizdat

CONTRO LA RETORICA DEI “VITTORIOSI” CHE SI AUTOGLORIFICANO

Siamo ancora fermi alla difesa della Costituzione, che è del 1948 e fu un compromesso fatto dai nostri antenati (e non da noi!). E allora cos’è tutto questo sbracciarsi e cantare vittoria?

“Codesto solo oggi possiamo dirti,

ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.” (Montale)

E questo è un guaio, non una primavera!

Morte di Umberto Bossi e due coccodrilli stonati

a cura di Ennio Abate

Com’è difficile spiegare Bossi a chi non c’era, a chi non è cresciuto in Padania: insomma, al resto del mondo (QUI)
di Jacopo Tondelli Continua la lettura di Morte di Umberto Bossi e due coccodrilli stonati

Tra sconfitti. Frammenti di dialogo

il comunismo nel buio (16)

 

a cura di Ennio Abate

“Bisogna essere disposti a cambiare opinione e a fare scelte conseguenti. Questo è il punto; ognuno alla sua maniera, ognuno con le sue conclusioni, l’importante è non farsi ingabbiare troppo dalla ideologia e dalla organizzazione entro cui si opera. Vale per la politica, vale per il lavoro, vale per la cultura.” (Cereda)

Secondo me, sbagli a ridurre il problema dell’abbandono dell’ ”idea forza” del comunismo, a cui hai aderito in gioventù militando, come me ed altri, in Avanguardia Operaia, a un semplice o sano cambio di opinione. Non è così semplice e “logico”. Si tratta del cambio di una visione del mondo e andrebbe spiegata. Innanzitutto alla propria coscienza.
Non è il cambiare idee che mi scandalizza ma il modo approssimativo con cui lo motivi.
Faccio un esempio di un ex comunista approdato alla convinzione del fallimento del comunismo: Gianfranco La Grassa, di cui ho seguito il laborioso ripensamento. Ha abbandonato quell’idea ma ha scritto per decenni numerose opere in cui ha motivato le ragioni del suo passaggio dal PCI ad un marxismo-leninismo althusseriano, poi ad una revisione del pensiero di Marx (“Ripensare Marx”) e poi alla dichiarazione dell’insufficienza di Marx (e non solo del marxismo) per cercare un’altra via, che sostituirebbe la lotta di classe borghesia-proletariato con un conflitto tra visioni strategiche, secondo me con coloriture nicciane e geopolitiche.
Ha cioè motivato a fondo il suo “cambio di opinione”. Ha dichiarato la fine di ogni prospettiva comunista, Tu invece con troppa disinvoltura scrivi: “Dice qualcuno: ma le ingiustizie esistono ancora, le contraddizioni esistono ancora, i paesi sviluppati drenano risorse da quelli più poveri, ma ricchi di materie prime. Tutto vero. Ne discende l’importanza di una democrazia solidale.”
E non t’accorgi di dirlo in un momento in cui essa è davvero agonizzante! Esalti la tua “’opzione antidogmatica”, che ti verrebbe dalla “consuetudine allo studio critico della scienza e in particolare della fisica e della matematica”. E non t’accorgi che la storia non pare più seguire una logica e non è leggibile con la logica razionale.
Proprio oggi è morto Habermas e leggo su LPLC parole di una sua allieva italiana che danno un quadro tragico e “illogico” della storia umana:
“ [La notizia della morte di Habermas è arrivata]mentre il cielo sopra Teheran fiammeggia e le colonne di fumo si allargano sempre più nere, Trump minaccia attacchi non solo alle infrastrutture militari ma anche a quelle petrolifere, Israele pianifica l’operazione di terra in Libano. Jürgen Habermas, uno dei più grandi filosofi del Ventesimo e Ventunesimo secolo, lascia questo mondo sull’orlo della catastrofe inaudita di una terza guerra mondiale. Aveva 96 anni. Certo una buona età per andarsene, al termine di una vita vissuta, e esaminata, in un modo che non possiamo che invidiare. La tentazione è di raffiguracelo, oggi, come un Titano della ragione, sconfitto infine dopo una lunghissima battaglia dagli dei dell’irrazionalità più violenta e distruttrice, quella del profitto del Capitale e della sovranità nazionalistica più imperialistica e retrograda. Se ne va, con lui, potrebbe sembrarci, l’ultimo luccichio di Illuminismo, la speranza che i conflitti possano essere risolti se non proprio con la forza dell’argomento migliore, almeno con gli sforzi della diplomazia e di una ragione strumentale che non ha reciso completamente la sua radice di umanità.”
https://www.leparoleelecose.it/ach-habermas/ )

 l’abbandono del comunismo non è stato un semplice cambio di opinione. Si tratta di un giudizio di tipo storico che non ho emesso io ma è la storia del comunismo ad averlo emesso con l’autoritarismo, con l’autoritarismo connaturato, con il dispotismo, i milioni di morti.
Diverso se vuoi è stato invece l’abbandono del socialismo in senso marxiano a favore di un socialismo molto temperato in senso liberale.
Tra i nostri io sono uno di quelli che ci ha riflettuto e ci ha scritto altri che ci accusarono di derive verso il PC ci sono poi approdati dopo aver gestito il fallimento di democrazia proletaria.

Non esiste alcun tribunale della storia che avrebbe ratificato per sempre la “morte del comunismo”. E neppure la “storia del comunismo” ha emesso questo verdetto. Né gli oppressi o i movimenti che dall’oppressione nascono hanno tenuto mai conto di simili verdetti. Noi stessi di Avanguardia Operaia, pur venendo dopo lo stalinismo – (non era “morte del comunismo” quella sua imbalsamazione dottrinaria e autoritaria?) – non accettammo quel verdetto, accolto invece dai PCI con qualche rimaneggiamento “progressivo”.
Avevamo fiducia nel futuro, nel possibile e avevamo la capacità di accogliere le spinte di mutamento di settori vivi della società. E siamo stati a nostra volta sconfitti. Abbiamo riflettuto sulla sconfitta e l’abbiamo dovuto farlo purtroppo nella condizione degli sconfitti. E siamo divisi tra quanti – come te e altri – hanno abbandonato “il socialismo in senso marxiano a favore di un socialismo molto temperato in senso liberale” e quanti continuano – come me e altri – a “proteggere le nostre verità” (Fortini) comuniste, pur sapendo che sono state sconfitte o che – come ho scritto in un tentativo di discussione su Poliscritture il comunismo è nel buio. Mentre tanti altri hanno del tutto abbandonato ogni riflessione o discussione. Chi ha ragione? Chi ha torto? Nessuno lo può dire.
Le accuse reciproche (“traditori”, “utopisti”) sono sterili e fuorvianti. Non basta “credere” nel comunismo per realizzarlo. Non basta “credere” nella “democrazia solidale” o in un “socialismo molto temperato” per realizzarlo. Sono entrambe posizioni che tentano di affermare a parole il proprio valore. Ma ad entrambe manca “qualcosa”, che non sappiamo oggi nominare. Quella “aderenza alla realtà in trasformazione” (o teoria?) che le faccia passare da credenza o fede o quasi fede, non dico a scienza ma a discorso capace di fronteggiare la tragedia delle guerre in corso? Solo chi riuscirà a nominare (anche solo in parte) questo ignoto “qualcosa” potrà forse tornare a dire: “abbiamo ragione noi”.

furio petrossi il 

 

Come sempre, caro Ennio, fai riflettere. Voglio però sottolineare il fatto che l’”adesione in gioventù” al comunismo per alcuni (non nati in ambiente comunista) segue, non precede il desiderio di giustizia sociale. Si presenta – per alcuni – come adesione strumentale, originata da una esigenza di radicalismo, ovvero di ricerca delle radici dell’ingiustizia (radici sociali, perché su quelle psicologiche hanno già discusso Freud ed Einstein).
Personalmente il mio radicalismo è passato da una ideologia democraticista ad una post-conciliare, poi socialista e comunista, solo in seguito divenuta migliorista e solidamente riformista (ed ora? Ahimè, tutto vacilla…). Il mio desiderio di giustizia ha origine più che dalle origini familiari modeste (ma resilienti), dalla conoscenza del quartiere (soffitte e cantine) e dagli odiosi eventi internazionali.
Via via ognuna di queste “interpretazioni”, di teorie, non bastava a rendere efficace una prassi, per cui si diventa (o almeno io divento) eclettici senza essere schizofrenicamente sincretici.
Così il marxismo, per me: da guida della prassi (ma la teoria del valore non funzionava, né l’idea di scienze e tecnologia come lavoro morto…), a studioso del surplus (Sweezy), ad essere autoconvinto di avere in mano una Scienza della Storia (Althusser prima dell’uxoricidio), affascinato e spaventato dalla Cina…
In sintesi, per farla breve: ci vuole davvero un grande lavorio interno per abbandonare il marxismo come teoria, conservandone il desiderio di liberazione?

 

NOTA
Per contestualizzare questi frammenti di dialogo e conoscerne lo spunto,  vedi: “perché è importante essere disposti a cambiare opinione” Pubblicato il 20 Aprile 2016 da Claudio Cereda a questo link QUI 

Stati Uniti e Israele attaccano l’Iran. Voci nel nostro buio (4)

C’è qualcosa di profondamente contraddittorio nel manifestare per la Palestina e poi gioire per l’assassinio di Khamenei. Non è una questione di simpatie per il regime degli ayatollah, è una questione di coerenza elementare. Forse la contraddizione non è casuale: è il prodotto di una mappa morale costruita culturalmente e mediaticamente per anni, interiorizzata spesso in buona fede, una gerarchia delle vittime in cui certi corpi e certi leader contano e altri no. Khamenei rientra nella categoria “non conta”, quindi la sua morte in casa propria con i familiari (oggi è morta anche la moglie di Khamenei, colpita nei bombardamenti criminali) non attiva gli stessi circuiti emotivi che attiverebbe per chiunque altro. Non è irrazionalità pura: è una razionalità applicata in modo asimmetrico, il risultato di un sistema informativo che ha gerarchizzato le vittime per decenni.
Eppure basterebbe una domanda sola a smontare tutto l’edificio: perché Israele considera l’Iran il suo nemico principale? Non certo per il programma nucleare, non per ragioni ideologiche astratte. L’Iran è nemico perché è l’unico paese che ha rifiutato di abbandonare i palestinesi. Tutti gli altri hanno normalizzato – chi per petrodollari, chi per sicurezza, chi per accesso alle armi americane. L’Iran no. E ha pagato un prezzo enorme per questo: sanzioni, isolamento, guerra. Se si accetta questo come vero – e i fatti storici lo sostengono – allora l’intera architettura narrativa dell'”Iran minaccia globale” crolla. Rimane solo questo: un paese che ha pagato un prezzo enorme per non abbandonare i palestinesi. Chi manifesta per la Palestina e festeggia la morte di Khamenei sta applaudendo l’eliminazione del principale sostenitore della causa per cui dice di battersi.
E prima della guerra militare, c’è stata la guerra mediatica. Quella che ha diffuso cifre apocalittiche sulle proteste iraniane – 20mila manifestanti uccisi – rivelatesi false, provenienti in gran parte da Iran International, emittente finanziata dall’Arabia Saudita, paese che con l’Iran ha contenziosi geopolitici ben precisi e nessun interesse alla verità. Quella disinformazione ha contribuito a costruire la stessa mappa morale distorta: un Iran già delegittimato, già condannato, dove qualsiasi violenza diventa accettabile perché il regime è stato preventivamente dipinto come il male assoluto. La propaganda precede sempre le bombe.
Sul nucleare, poi, la narrativa è ancora più fragile. Il programma è nato sotto lo Shah, con tecnologia americana e francese, nel quadro del progetto “Atomi per la Pace” di Eisenhower. Nessuno trovò nulla da obiettare, perché l’Iran era allora il gendarme americano del Golfo. È diventato “il problema” solo dopo il 1979, quando il problema reale era diventato politico. E l’ironia finale, segnalata con precisione dal giornalista Jonathan Cook: Khamenei aveva emesso una fatwa religiosa contro le armi nucleari. Ucciderlo è probabilmente il modo più efficace per accelerare esattamente ciò che si dichiarava di voler impedire.
Poi c’è l’errore strategico, figlio di una visione hollywoodiana della politica: l’idea che uccidere un capo faccia crollare tutto il sistema. L’Iran non funziona così. È uno degli Stati più strutturalmente solidi della regione, proprio perché dopo il 1979 ha costruito ridondanze istituzionali deliberate: il Consiglio dei Guardiani, l’Assemblea degli Esperti, il Consiglio di Discernimento, i Pasdaran come struttura militare parallela. Non è l’Iraq di Saddam, non è la Libia di Gheddafi, sistemi personalistici dove la decapitazione aveva una sua logica. Applicare quella categoria all’Iran significa confondere due architetture di potere radicalmente diverse.
E infine il regalo teologico, forse il più clamoroso errore di tutti. La coscienza sciita è costruita sul martirio come atto fondante, Karbala, Husayn, il sangue versato dai nemici come via alla verità. Khamenei ucciso durante il Ramadan, in casa sua, dai nemici storici, non è più un leader politico con le sue contraddizioni e le sue responsabilità. È uno shahid. Lo hanno purificato da ogni colpa terrena e consegnato alla storia sacra. Un regalo che nessuna propaganda iraniana avrebbe mai potuto costruire.

Stati Uniti e Israele attaccano l’Iran. Voci nel nostro buio (3)


Turki al Faysal è uno degli uomini che ne sa di più, della prospettiva del Golfo. Non solo perché ha guidato l’intelligence militare saudita (si era dimesso pochi mesi prima dell’11 settembre 2001, e questo ha forse molti significati). Turki bin Faysal al Sa’ud è, come dice il suo nome completo, parte della casa reale. Principe. Ed è stato ambasciatore a Londra e a Washington. Basta scorrere la sua complessa biografia per capire quanto un’intervista di un quarto d’ora a Christiane Amampour (tra le migliori giornaliste al mondo, origine iraniana, mai dimenticarlo) sulla CNN ha un suo valore speciale. È l’occhio sul Golfo che conosce profondamente le dinamiche statunitensi, e anche un po’ quelle occidentali.
Se, dunque, Turki al Faysal dice che, dunque, Turki al Faysal dice che i paesi del Golfo hanno in tutti i modi e sempre sconsigliato agli Stati Uniti di attaccare l’Iran, gli darei credito. Se va oltre, e afferma che i paesi del Golfo sapevano (non solo temevano) che l’Iran avrebbe reagito con una rappresaglia proprio nei paesi della penisola arabica, non stenterei a credergli. Se, poi, va oltre e dice che è facile comprenderlo, perché la presenza statunitense è in tutti i paesi del Golfo (e oltre, ovviamente, c’è anche la Giordania), si comprende ancora meglio perché la guerra Israele-USA, in questo preciso ordine, all’Iran non poteva non avere come obiettivo una guerra regionale.

La guerra israeliana all’Iran, nel cassetto da decenni, è ora una guerra per il controllo politico della regione. E per nascondere quello che Netanyahu e il suo governo sta compiendo in Palestina: un genocidio. Lo sottolinea anche Turki al Faysal, che Netanyahu vuol nascondere quello che succede a Gaza, e che la normalizzazione con i sauditi se la può dimenticare. Ne vogliamo far parte? Vogliamo davvero far parte di una guerra imperial-coloniale che non può che essere un incubo lungo, sanguinoso e che non porterà né stabilità né democrazia (sui bombardieri) né pace né “ricchezza”? Davvero la nostra strategia nazionale ed europea è così miope da rasentare l’incompetenza e un rischio per il nostro stesso paese?

 

 

 

 

Stati Uniti e Israele attaccano l’Iran. Voci nel nostro buio (2)

Per fermare la guerra bisogna essere più forti di chi vuole la guerra -
Per fermare la guerra bisogna essere più forti di chi vuole la guerra

4 Marzo 2026

Di Marco Veruggio

1..
Il mondo non ha ripreso a marciare verso una guerra mondiale a causa di Trump e di Netanyahu, dei farseschi leader europei o degli “Stati-canaglia”, ma perché ancora una volta, dopo gli anni e le illusioni della crescita economica senza sosta trainata dal digitale, il meccanismo della valorizzazione e dell’accumulazione capitalistica si è inceppato.

2.
Stati Uniti e Israele alla fine hanno attaccato l’Iran. Non lo hanno fatto per difendersi da una possibile aggressione, che lo stesso Pentagono ha smentito, né per aiutare gli iraniani. Il regime teocratico, infatti, se sopravviverà ne uscirà rafforzato per il solo fatto di essere sopravvissuto (e al momento mi pare l’ipotesi più probabile), se invece soccomberà, lascerà un paese devastato e conteso tra potentati locali legati alle diverse potenze globali e regionali

3.
Dal punto di vista militare l’esito del conflitto potrebbe essere deciso da un fattore materiale: le scorte di missili, droni e ordigni vari. Come in Ucraina, infatti, il fattore munizioni si conferma decisivo

4.
il massiccio ingresso in campo degli Stati Uniti e la reazione iraniana sui paesi del Golfo hanno trasformato il conflitto in una guerra non più limitata ma regionale e da decenni mai così vicina a qualcosa di ben più vasto.

5. l’aspetto più sconcertante della situazione: l’inerzia della sinistra sociale e politica, l’inconsistenza delle sue analisi e delle sue parole d’ordine di fronte a fatti tanto gravi. Lunedì mattina, mentre un diluvio di bombe si abbatteva sul Medio Oriente, il sito della CGIL pubblicava un’intervista a Landini sul referendum e i militanti delle maggiori organizzazioni della sinistra battevano mercati e piazze spiegando alla gente l’incombente minaccia che i membri togati del CSM siano estratti a sorte.

5. La sinistra più o meno radicale nell’attacco all’Iran ha trovato nuove ragioni per ripetere vecchi argomenti: per l’opposizione parlamentare e i suoi accoliti la guerra è solo un’occasione per criticare la Meloni, che non prende le distanze da Trump e non riferisce in Parlamento.

6.
Dall’estero arriva un comunicato della Confederazione Mondiale dei Sindacati che condanna l’uso della forza, esprime solidarietà ai lavoratori mediorientali, fa il solito appello alla diplomazia e alla legalità internazionale, ma non accenna a un solo atto che trasformi la solidarietà a parole in qualcosa di più concreto. Negli Stati Uniti, anche se per i sondaggi il 74% degli americani è contrario all’attacco all’Iran e persino nell’entourage di Trump si registrano distinguo e defezioni (Vance), i Democratici non vanno oltre la critica di metodo: Trump non ha avvisato il Congresso, Trump non ha pensato al dopo ecc.

7.
Il dato da cui partire è che al momento l’opinione pubblica sembra non aver ancora chiara la portata degli eventi. L’informazione non aiuta e la coscienza politica, come ci ha mostrato anche la tardiva reazione su Gaza, è in perenne ritardo sugli eventi. Ma se la situazione non precipita prima, può darsi che prima o poi una reazione ci sia

8.
Ciò che sta accadendo non è, come dicono in troppi, opera di un gruppo di matti saliti inopinatamente al potere. È il frutto naturale di un ordine globale capitalistico che crea ciclicamente guerre, crisi economiche, epidemie, catastrofi di varia natura e ciò è inscritto nella logica ferrea che lo regola: nessuno fabbrica merci per migliaia di miliardi di dollari se sa che non verranno mai usate. Vale per le auto come per le bombe.

9.
Chi governa davvero quell’ordine globale e oggi ci spinge cinicamente verso una nuova guerra mondiale è un pugno di miliardari schermati da un sistema politico che agisce in nome e per conto loro, chi agitando la democrazia e il patriottismo educato, chi invece il nazionalismo becero del “veniamo prima noi”, ma spinge compatto nella stessa direzione e va respinto in blocco, senza distinzioni tra buoni e cattivi, perché di buoni, purtroppo, lì dentro non ce ne sono.

10.

Sotto c’è chi è destinato a diventare carne da cannone e ha un solo modo di difendersi: mettere in campo i propri numeri e la propria forza, nel caso dei lavoratori anche l’organizzazione e la capacità decisiva di bloccare la produzione, i traffici, i servizi essenziali; concentrare quei numeri e quella forza a difesa dei propri interessi invece di disperderli nel sostegno a questa o quella fazione di banditi che si contendono il mondo

11.
viviamo in società che da tempo hanno rimosso la guerra dal proprio orizzonte e in cui, per giovani e anziani, riammettervela sarebbe un vero e proprio shock. Proviamo almeno a giocarcelo bene, sapendo che è difficile, ma che non c’è alternativa.

12.
Perché in un mondo in cui conta solo la forza non si può chiedere ai forti di autoregolarsi agitando la ‘legalità internazionale’, si può solo cercare di essere più forti di loro.

( https://www.officinaprimomaggio.eu/per-fermare-la-guerra-bisogna-essere-piu-forti-di-chi-vuole-la-guerra/?utm_source=substack&utm_medium=email )

Stati Uniti e Israele attaccano l’Iran. Voci nel nostro buio (1)

a cura di E. A.

1.
Corriere della Sera
https://www.corriere.it › Esteri 18 minuti fa — Dopo settimane di tensione, Stati Uniti e Israele hanno lanciato oggi l’attacco sull’Iran avendolo «pianificato per mesi». L’azione è definita ..

2.
«TUTTO È PEGGIO», «QUASI UNANIMITÀ DEI GIUDIZI», « IRRILEVANZA DELLE VOCI DIFFERENTI DAL CORO», «DISFACIMENTO DELLE SINISTRE»

«tutto è peggio», «quasi unanimità dei giudizi», « irrilevanza delle voci differenti dal coro», «disfacimento delle sinistre» e «i ceti medioborghesi, l’Italia dei colti, il ceto politico che quasi sempre sono stati una barriera alla peggiori tendenze dell’età reaganiana, si sono trovati dalla parte di queste ultime, ben contenti che l’indecenza di un Saddam Hussein abbia provocato un generale riflesso di difesa e di protesta. Quella “unione sacra” che c’era stata solo in taluni episodi della lotta antiterrorismo sembra oggi non solo quasi rivelata nella “nazione profonda” ma confermata dalla quasi totalità dei facitori di opinione. Mi sbaglio: ci sono i preti»

(Da “Disobbedienze II”, pagg. 127)

 3.
Claudio Lupo Tabacco

Credo che la risposta Iraniana arriverà dopo Ramadán…attaccare durante Ramadán rende tutto ancora più spregevole

 4.
Gad Lerner
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Rientrati ieri notte da Tel Aviv, poche ore prima che Israele con gli Stati Uniti sferrassero il loro attacco all’Iran.[…] Il pericolo di una degenerazione irreparabile della società israeliana aleggiava fra i partecipanti, valorosi ebrei italiani che non smettono di partecipare, pur con sensibilità fra loro diverse, alla protesta contro contro Netanyahu e i coloni insediati nei territori palestinesi.

5.
Andrea Zhok
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L’ennesima aggressione internazionale dell’accoppiata Israele-USA è iniziata. Stamattina bombardate diverse città iraniane. Tra gli obiettivi, sono state prese di mira le abitazioni private di Masoud Pezeshkian, Presidente della Repubblica Islamica dell’Iran e della Guida Suprema Ali Khamenei. Ignoto l’esito. Come ha detto, con usuale precisione, il portavoce del governo cinese, gli USA sono oggi il più grande destabilizzatore mondiale.Se oltre a sagge parole la Cina sia stata in grado di offrire di più lo vedremo. Una volta di più le trattative si sono dimostrate una sceneggiata, utile a prender tempo per organizzare l’attacco.

6.
Stefano G. Azzarà
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L’idea di un rapido superamento dell’ordine imperiale statunitense è un’illusione con cui ci consoliamo per la durezza dei rapporti di forza reali, così come la tesi dei “tre imperialismi” è la consolazione del liberaldemocratici.[…] Ogni minuto che la Cina guadagna evitando di essere bombardata, è un minuto guadagnato dal genere umano. Non c’è alternativa, purtroppo, a un lavoro di paziente di de-escalation e riduzione del danno.

 7.
Siyâvash Shahabi

Qualsiasi cosa accada, e qualunque sia il risultato di questa guerra, l’impatto umano e psicologico sarà più grande di quello che possiamo immaginare in questo momento. La guerra non è solo numeri, missili e obiettivi. È come un’onda che attraversa il corpo delle persone, nel sonno, nei nervi, nei rapporti, e non si lascia andare nemmeno anni dopo.[…] Una società in lutto e arrabbiata allo stesso tempo, spaventata ma anche speranzosa, in corsa ma anche in festa, sta affrontando una ferita profonda e stratificata: la ferita della guerra, la ferita della repressione e la ferita di non avere un futuro chiaro. Queste contraddizioni sono segnali di una vita spezzata che ancora, in qualche modo, va avanti.

8.
Adriano Sofri Guelfo Guelfi C’è un’altra guerra mondiale, amico.

9.
Giorgio Mascitelli
Certo decisivo sarà l’atteggiamento della Cina, se gli iraniani potranno continuare a contare sulle informazioni satellitari di Pechino, è possibile che Trump dopo pochi giorni si trovi con un numero di morti impossibile da gestire in patria in modo indolore. Naturalmente se invece nelle prossime ore o nei prossimi giorni l’Iran crolla, la prossima fase di guerra sarà l’attacco israeliano alla Siria per allontanare la Turchia dalla regione.

 10.
 Tiempo Extremo Noticia
https://www.facebook.com/TiempoExtremoNoticia/posts/pfbid02CZBXVawaH4yyBk8FXBEiM4SWdsbcWmY4vyLasYguF6kdM3CyxTsZYbrbTrw73Xz4l

Basi sotto assedio: mentre il fumo attraversa le installazioni militari, il Pentagono ammette che la minaccia è cresciuta esponenzialmente. Non è solo l’Iran; ora le forze di Trump devono difendersi dai proiettili lanciati contemporaneamente dallo Yemen e dall’Iraq. L’emergenza bellica ha messo tutte le truppe a livello di sopravvivenza.

Lifestyle in quarantena di guerra: lo stile di vita in tutta la zona del Golfo e del Mar Rosso è crollato. Le rotte navali sono chiuse e il panico per un disastro globale di energia cresce minuto dopo minuto. Questa notizia dell’ultim’ora suggerisce che siamo all’inizio di una guerra di usura che nessuno sa come finirà questo 2026.

Dialetto, italiano, inglese globisch

di Ennio Abate

Ci sono due vie per capire a che punto siamo: la storia del secolare dibattito sulla questione della lingua,[i] l’esperienza di alcune generazioni di figli delle classi subordinate che si sono acculturate nella scuola italiana del dopoguerra.
Entrambe confermano che:
1. la lingua non è uno strumento neutro, accessibile a tutti in egual misura con un po’ di studio e buona volontà, ma strumento di dominio politico delle classi dominanti, che fanno di tutto per impedire alle classi subordinate di usarlo come strumento di emancipazione e di indipendenza;
2. i tentativi di emancipazione – (alfabetizzazione delle masse promossa a partire dai movimenti socialisti dalla fine dell’Ottocento, acculturazione dei figli delle classi subordinate nella scuola di massa dell’Italia repubblicana) – sono stati frenati, deviati e alla fine bloccati.

Infatti, nel nostro Paese, il passaggio dalla lingua materna (dialetto) a quella nazionale, che sembrava progresso e conquista di libertà, ha portato man mano alla subordinazione, ormai accolta con rassegnazione,[ii] anche dell’italiano alla lingua dei dominatori statunitensi a cui il destino dell’Italia, con la fine del fascismo, è stato legato. E oggi ci aggiriamo confusamente tra il vicolo cieco della sottomissione all’inglese globish sottoposte al Mercato e il vicolo altrettanto cieco del ritorno nostalgico di alcune minoranze intellettuali ai dialetti, intesi illusoriamente come lingua dell’autenticità perduta o della poesia perduta. [iii]
Come uscire da questo cortocircuito paralizzante tra passato irrecuperabile e presente comunque subordinato, è problema tuttora irrisolto. Un compito forse non più nostro ma dei nostri figli e nipoti. Se si sveglieranno da questa condizione, che a loro appare ”naturale” e non servile.

Note

[i] Vedi ad esempio:
https://www.sissco.it/recensione-annale/la-politica-linguistica-in-italia-dallunificazione-nazionale-al-dibattito-sullinternazionalizzazione/
https://www.raco.cat/index.php/QuadernsItalia/article/view/247564

[ii] Vedi: https://accademiadellacrusca.it/it/contenuti/passato-presente-e-futuro-dei-dialetti-e-dellitaliano/45204

[iii] Vedi dibattito del 2011 sul blog Moltinpoesia:
https://moltinpoesia.blogspot.com/2011/12/blog-post.html#more