Mandel’štam e il treno

                            e  “la extraterritorialità” delle sua Poesia

 

 di Antonio Sagredo

    A differenza di Majakovskij e Pasternàk, il treno per il poeta Mandel’štam significa esilio, miseria, indigenza ecc. In una sola e unica parola si sintetizza il significato di treno per Mandel’štam: sofferenza! Estrema, senza rimedio, senza soluzione alcuna.

   Come comincia la sofferenza del poeta, oramai oggetto-fantoccio alla mercé del potere, in qualche maniera ce lo comunica la poetessa Achmatova, sua vecchia e fedelissima amica. (ma altre testimonianze dirette confermano quanto segue).
A.M. Ripellino cita a proposito  la Achmatova (Corso su Mandel’stam del 1974-75, p. 53) che racconta l’inizio del calvario del martirio:

  “Una mattina telefonarono a Nadežda (moglie del poeta) e le proposero se voleva andare col marito; e, in questo caso, di essere dopo due ore alla stazione di Kazan’. Nina Ol’ševskaja-Ardova ed io (l’Ol’ševskaja era un’amica della Achmatova) andammo a raccogliere un po’ di soldi per il viaggio, e ci diedero molto. La moglie dello scrittore Bulgakov cominciò a piangere e mi ficcò nella mano tutto quello che conteneva il suo borsellino. Andammo in due alla stazione con Nadežda, ma prima passammo alla Lubjanka, per prendere i documenti. Il giorno era chiaro e luminoso, da ogni finestra ci guardavano i baffacci di scarafaggio. E alla stazione fecero incontrare Nadežda e il marito e partirono insieme sorvegliati da due gendarmi della NKVD per il confino”. 

(da mia nota 144, p.53)

In Anna Achmatova, Memorie… – /// Questo è detto anche in E. Feinstein, Anna di tutte le Russie, op.cit., p.186. Desta sorpresa che la moglie di Bulgakov  il 29 novembre 1934 con “Stalin e Sergej Kirov, amico del dittatore e suo principale luogotenente a Leningrado andarono insieme al Teatro delle Arti di Mosca”, in E. Feinstein, op. cit., pp. 186-187. Sulla moglie dello scrittore Michail Bulgakov, l’autore de Il maestro e la margherita, non è mai emerso un minimo sospetto di collaborazionismo col potere sovietico, ma…

  Nadežda scriverà su questo viaggio minutamente, come su tutte le altre  tristi peregrinazioni: questa è del 1934.  Erano diretti entrambi verso :

 “una specie di residenza coatta, questo confino, nel quale la Nadežda seguendo il marito …descrive tutti i cambi di treno. A Sverdlovsk sotto scorta; poi sul treno Sverdlovsk-Solikamsk nella regione degli Urali. Lui già malato e con una specie di delirio. Da Solikamsk poi sul battello all’ospedale di Čerdyn’ dove Mandel’štam tentò di uccidersi saltando dalla finestra, ma cadde su uno strato d’argilla dissodata; gli rimase l’omero fratturato e a lungo non poté muovere il braccio destro, che poi gli fu curato nel soggiorno a Voronež . Čerdyn’, dove furono assegnati, era una cittaduzza sul fiume Kama, che entrava nel sistema dei lager del NKVD (c’era tutto un sistema che Solženicyn ha descritto nell’ Arcipelago Gulag).

   Era una cittaduzza di quelle scelte dalla polizia politica per i condannati, una delle tante della rete dei lager. Mandel’štam infermo, soffre di allucinazioni auricolari in seguito alla prigionia alla Lubjanka, allucinazioni in conseguenza degli interrogatori notturni (Mandel’štam, come ha detto Il’jà Erenburg, era un uomo che aveva paura del dentista). Sente voci minacciose che gli comminano tutte le pene possibili, sente soprattutto una voce lontana di donna; ha angoscia che vengono a prenderlo, ha parossismi di terrore, e insieme accessi di asma.”. (AMR, p.53- Corso…)

   Quando più tardi nel ’36 si incontreranno a Voronež, l’Achmatova scriverà:

 “ Egli (il poeta) mi ha raccontato che in un accesso di pazzia si mise a correre per tutta Čerdyn’ e che cercava il mio corpo fucilato e ne parlava a voce alta a chiunque incontrasse; e aveva scambiato i festoni, posti in onore dei marinai della Čeljuškin (cioè quelli della spedizione al Polo Nord della nave Čeljuškin che tornarono come eroi), che li considerava  in onore del mio arrivo. (AMR, p. 53- Corso)

da mia nota 147, p. 53)

L’ Achmatova in occasione di questo incontro scrisse il 4 marzo 1936 una poesia dal titolo Voronež; dicono gli ultimi versi: “E nella stanza del poeta al bando/vegliano a turno il terrore e la musa/e  va la notte/che non conosce alba”.(…e scorre la notte….).

     Ed ecco a Čerdyn’, dopo tre mesi, lo raggiunge la commutazione della pena voluta da Stalin (in seguito all’intervento di Bucharin). Stalin gli permetteva di scegliere, tranne dodici escluse, una qualsiasi località, ma c’era un elenco di altre nelle quali poteva stare in soggiorno obbligato, e Mandel’štam sceglie Voronež. (Voronež allora era un luogo di confino).

  Il ’35 e il ’36 è un’epoca di estrema povertà per loro. Egli fa piccoli lavori a Voronež; all’inizio fa il direttore letterario del teatro locale, e lavorò anche per la radio locale, facendo delle brevi introduzioni per trasmissioni musicali, in particolare per Orfeo e Euridice di Gluck; tradusse persino canzonette napoletane per una cantante e fece piccole trasmissioni per i bambini; soprattutto lo aiutavano gli artisti locali in gran parte esiliati che avevano dato vita a questo teatro.”

(AMR, p. 54- Corso)

 Curioso è questo interessamento di Mandel’štam per le canzonette napoletane e proprio in questo luogo di confino tristissimo! Si può pensare che queste canzonette gli abbiano reso più “confortevole” questo luogo?

(da mia nota 148, p. 54 – Corso)

Perché Mandel’štam  si interessa di canzonette napoletane?. Già nel cabaret Il cane randagio che Mandel’štam frequentò si cantavano queste canzonette; lavorava infatti come cantante Grigorij Fabianovič Gnesin di origine ebrea (i cui fratelli fondarono l’Accademia Russa di Musica). Ritornato in patria dall’Italia “pubblica alcune canzoni napoletane con delle traduzioni dei testi in russo: è il primo divulgatore della canzone partenopea in Russia ”[°] Entra in contatto col critico K. Čukovskij, con Repin e con Mejerchol’d; viene arrestato nel 1937 e fucilato poco dopo. Suo fratello Michaíl Gnesin lavorò con nuove musiche [°°] al Revisore di Mejerchol’d  del 9 dicembre 1926. Ma le prime collaborazioni col regista risalgono al periodo “1913-1916 negli Studi teatrali di via Povarskaja e via Borodinskaja a San Pietroburgo”[*]. È assai probabile che Mandel’štam e Grigorij Gnesin si siano incontrati al cabaret Il cane randagio; o che ne abbia solo sentito parlare di Gnesin;  Mandel’štam ne fu attratto, e forse  così si spiega il suo interesse per le canzonette napoletane. – A. Gullotta, La memoria, il terrore, il terrore della memoria”, in: eSamizdat, 2010]; [°° A.M.Ripellino, Majakovskij e il teatro russo d’avanguardia, op.cit. p. 139]. – Riferisce Nadežda Mandel’štam in  L’epoca e i lupi, op. cit. 1971, p. 221, che Mandel’štam ”…aveva  ascoltato alla radio Marian Anderson [ soprano americana (1897-1993)]  e il giorno precedente era stato a visitare un’altra cantante, espulsa da Leningrado. Per lei Mandel’štam aveva fatto una traduzione libera di certe canzonette napoletane, da cantare poi  alla radio, dove in quel periodo tutti e due riuscivano a guadagnare qualche soldo”. Di certo la poesia di Mandel’štam del 12 febbraio 1937 “Sono affondato nella  fossa dei leoni” ,che è l’ultima del Secondo quaderno di Voronež, è stata creata dopo quell’ascolto. /////  [*] in:– Lezione del 24/03/2010 – di Dmitry Trubochkin.  ////// Si deve sottolineare che, a proposito di canzoni napoletane, la celeberrima  O sole mio fu composta in Russia, ad Odessa nel 1898, da Eduardo Di Capua (1865-1917) su parole di Giovanni Capurro. Il  Di Capua si era imbarcato su una nave da crociera come pianista; durante un soggiorno a Odesssa  si narra che, guardando dalla finestra dell’albergo il sole ucraino nascente  riflettere sul Mar Nero, sentisse nostalgia del sole di Napoli, e allora cominciarono a sorgere in lui le prime note di quella canzone, che poi sarà universalmente conosciuta in tutto il mondo.

   Mandel’štam compirà altri “viaggi”; si può dire che ad ogni nuovo arresto un nuovo viaggio in treno; il più terribile è l’ultimo viaggio del 1938. E i più terribili anni del terrore vanno dal 1936 al 1938.

 All’inizio del ’38  i Mandel’štam sempre in cerca di casa, sbalestrati da un luogo all’altro, vanno in un sanatorio con i mezzi del fondo letterario che anticipa sulla vendita dei libri, nel nord della Russia presso Muromsk, a Samaticha. Ma questo sanatorio si trasforma in una sorta di trappola, perché nella notte dal 1° al 2 maggio 1938 Mandel’štam è di nuovo arrestato e viene condannato a 5 anni di lager per attività contro-rivoluzionaria. È prima nel carcere Butyrki, a Mosca, dove si formavano i consigli per l’estremo Oriente, e poi non si sa più nulla di lui. Cioè ci sono delle testimonianze varie di ex-deportati, ma nessuna è sicura.

   Sembra che egli sia stato a Vladivostok, in un campo, in attesa che si aprisse la navigazione per il trasporto nel lager di Magadan o a Kolyma, famosi luoghi di repressione e di deportazione. Aveva lasciato Mosca il 7 o il 9 settembre ed era arrivato il 12 a Vladivostok.

(AMR, P. 65- Corso)

   Il lager di transito si chiamava Vtoraja Rečka ed era mostruosamente gremito, non c’era posto e i nuovi venuti si sistemavano all’aperto tra due file di baracche. Testimonianze dicono che accanto alla latrina uomini seminudi in quel freddo schiacciavano i pidocchi. I convogli continuavano ad affluire con centinaia di esseri inselvatichiti e sporchi. Penetrare in una baracca per un posto significava lottare accanitamente per farsi strada.

    Mandel’štam era ammalato d’asma e durante il tragitto in treno stava sempre sdraiato con la coperta fin sulla testa (testimonianze di suoi ex-compagni di lager), ma la cosa più grave era che non voleva più mangiare perché era ossessionato dalla idea dell’avvelenamento. 

   I soldati della scorta gli compravano un panino, ma a fatica si riusciva a farglielo mangiare, aveva continua paura del veleno e perciò giungeva sino alla inedia. All’inizio del periodo in cui Mandel’štam sta in questo campo di concentramento scoppia il tifo e i deportati vengono chiusi nelle baracche, mentre gli ammalati vengono rinchiusi in orrende apposite baracche. Qualcuno dice di aver visto Mandel’štam in una baracca di ammalati di tifo, ma non è sicuro. 

   Sugli ultimi mesi e sulla fine di Mandel’štam esistono numerose varianti e leggende, contraddittorie notizie di deportati che gli furono vicini, ma che confondono località, toponimi, nomi e avvenimenti. Dicono tutti che gelava nel suo cappottino di pelle gialla a brandelli, temeva sempre che lo volessero avvelenare e perciò non toccava cibo; il cibo era costituito da pane, aringhe, cavoli e legumi disseccati. Perdeva regolarmente la razione di pane e la gavetta; era ormai molto svitato, era convinto che anche la moglie fosse stata arrestata; insieme a questi intellettuali deportati c’erano i delinquenti comuni, i quali lo trattavano brutalmente. Una volta fu sorpreso a rubare una razione di pane e fu bastonato ferocemente. 

   Parecchie testimonianze parlano della sua pazzia accentuatasi a Vladivostok.  Continuamente riceveva minacce e percosse perché rubava le razioni altrui, che era convinto non fossero avvelenate. Lo buttarono più volte fuori della baracca, viveva accanto alle fosse dei rifiuti, sudicio, barbuto, con lunghi capelli, in cenci; uno dei testimoni dice:”…si era mutato in uno spauracchio da campo di concentramento”.

(AMR , p. 66 – Corso)

 (da mia nota 179, p. 66 – Corso)

Osip Mandel’štam, Lettera da Voronež. E a proposito di spedire prodotti e alimenti. All’epoca del Secondo quaderno di Voronež (6 dicembre 1936-fine febbraio 1937), quando Nadežda era insieme ad Osip, sappiamo che “il fratello di Nadežda Jakovlevna spediva loro ogni mese i duecento rubli che V. Višnevskij e V. Šklovskij gli consegnavano”. Cambia drasticamente lo stato del poeta, in peggio, all’epoca del Terzo quaderno di Voronež (marzo-maggio 1937). Il poeta scriverà a Kornej Čukovskij agli inizi del ’37  “Mio fratello Evgenyj Emilevič non mi dà un centesimo!” e in una lettera precedente allo stesso: “Sono malato. Non posso restare solo neanche per un momento. Adesso si prende cura di me la madre di mia moglie, una vecchietta. Se restassi solo mi sbatterebbero in un manicomio”(vedi Nadežda Mandel’štam, Le mie memorie, op.cit. 396; e  cap. Lettere di Mandel’štam, pp. 389-400). Di certo Nadežda è sostituita da sua madre, poi che è partita per Mosca, dove cercherà aiuto non solo materiale, p.e. dai poeti Pasternàk e Achmatova; cerca anche un lavoro per non chiedere soldi agli amici; tenterà poi di parlare con qualche autorità per rendere più vivibili le condizioni del poeta. In questo stato terribile il poeta non si perde d’animo: ha fede nella sua poesia tanto che a Jurij Tynjanov [il celeberrimo critico formalista] scrive: “È atroce. È già un quarto di secolo che, mischiando le cose serie alle sciocchezze, sputo sulla poesia russa; ma presto i miei versi entreranno in lei mutando qualcosa nella sua struttura e nel suo corpo”.(lettera da Voronež del 21 gennaio 1937). A questa fede si alterna il momento della disperazione: ”Ormai non posso fare niente altro che chiedere aiuto a chi non vuole che io soccomba fisicamente”.(dalla lettera K. Čukovskij dell’inizio 1937); da Nadežda Mandel’štam, Le mie memorie, op.cit. pp. 396-397.

 La sorte di Mandel’stam non fu diversa di quella di milioni di persone in quei “campi di lavoro” (che  non cessarono di esistere anche al tempo di Gorbaciov; giusto furono attenuati i tormenti).
E ora così finì la sua esistenza il poeta, e ancora una volta riferisco dal Corso di Ripellino:

 “Aveva anche paura di misteriose iniezioni che privano della volontà (e questa gli era rimasta dal periodo del primo arresto quando gli iniettavano la scopolamina per farlo parlare).

   Ora, nei campi di transito non era necessario lavorare, come nei campi dove si era assegnati definitivamente, ma pur di sfuggire all’ebetudine dell’inerzia, tutti cercavano di far qualcosa, e Mandel’štam portava pietre su una carriola. I medici gli avevano dato un giaccone di pelliccia che egli aveva ceduto per un po’ di zucchero, ma lo zucchero gli era stato rubato. Qualcuno dice che Mandel’štam recitava versi agli internati e segnatamente sonetti di Petrarca, davanti a un falò.

   Nadežda Mandel’štam riuscì a spedire un unico pacco al marito, pacco che le fu respinto dopo qualche tempo con la dicitura: “morte del destinatario” Nel giugno 1940 il fratello di Mandel’štam, Aleksandr Emilevič, ricevette la comunicazione che il poeta era morto il 27 dicembre del 1938, a 47 anni, per paralisi cardiaca. Ora, ci sono diversissime leggende: c’è chi dice che fu ucciso da delinquenti comuni che stavano con lui; un’altra dice che morì su una nave diretta verso la Kolyma, che fu gettato nell’oceano.

    Semplicemente morì nel campo di smistamento: una mattina non si era alzato più dal letto, lo avevano portato in ospedale dove morì. Seppellivano allora senza vestiti, senza bara, in una fossa comune comunque dice la moglie, che la sua morte non fu peggiore di quella del compagno di acmeismo, Narbut, il quale fu addetto come vuotacessi, a pulire i pozzi neri e fu fatto saltare in aria con altri malati, quando si ammalò, in un barcone.”

(AMR, p. 67 – Corso)

(da mia nota 180, p. 67 del Corso)

La fossa comune  fa ovviamente pensare a Mozart; e si dice che pure la Cvetaeva finì in una fossa comune; comunque non furono mai individuati precisamente i luoghi dove furono sepolti. — A proposito del suicidio della  Cvetaeva, scrive E. Feinstein (parlando con Lidija Čukovskaja): “L’ultimo biglietto che la Cvetaeva scrisse a Mur [nomigmolo di suo figlio, che sarebbe morto il 18 giugno 1944] è di una tristezza quasi insostenibile: “Perdonami. Andare avanti sarebbe stato peggio… Sono terribilmente malata, non sono più me stessa. Ti amo pazzamente. Di’ al babbo [Sergej Efron] e a Alja [sua figlia], se li vedrai, che li ho amati fino all’ultimo minuto, e spiega loro che ero arrivata a un punto morto”.(p. 241); ancora  Feinstein: “ La figlia Alja accusò lo scrittore Aseev di aver provocato la morte della madre e disse: “È un assassino, e il suo delitto è più grave di quello commesso da d’Anthes”, [il barone alsaziano che aveva ucciso Puškin in duello].   Lidija Čukovskaja  racconta [alla Feinstein]  che la Cvetaeva le disse:” Non troverò nulla [a Čistopol, vicino a Elaguba, luogo dove si impiccò *]. Anche se trovassi una stanza non mi darebbero un lavoro… Dimmi, per favore, perché pensi che valga ancora la pena di vivere?”, e che  quando [Lidija] sentì la notizia della morte della Cvetaeva, l’Achmatova  ne fu desolata. (pp. 240-241). A Mosca, all’inizio del 1941, le due poetesse si erano incontrate due volte; forse questo incontrò fu organizzato da Pasternàk nella casa degli Ardov [amici intimi della Achmatova; la Cvetaeva a Mosca non aveva dimora], con i quali stabilì l’incontro dopo una serie di telefonate. (p. 227). Continua ancora la Feinstein : “ Viktor Ardov ricorda che le aprì la porta [alla Cvetaeva] e poi guardò le due donne che si stringevano la mano e andavano nella stanzetta in cui stava la Achmatova. Rimasero lì sole per quasi tutto il giorno, e l’Achmatova non parlò mai di quel che si erano dette; osservò solamente che  la Cvetaeva sembrava semplicemente una persona normale, molto preoccupata per il destino della propria famiglia. S’incontrarono di nuovo il giorno dopo, questa volta nell’appartamento di  Nikolaj Chardžiev, e lì chiacchierarono  e bevvero vino”. (p. 228) .. Le pagine citate sono tratte dal libro di  Elaine Feinstein, Anna di tutte le Russie, op. cit

Ma la rivincita di  Mandel’štam sulla natura di tutti i possibili poteri che si sono succeduti nella storia umana, è dovuta alla sua poesia, in particolare alla sua singolarità che si manifesta attraverso la extraterritorialità della stessa; singolarità già appartenuta (come a pochi altri poeti),  a Dante, poeta tantissimo amato dal poeta russo. Forse è improprio dire  rivincita, come anche vendetta o similari termini, della sua poesia; semplicemente il potere della Poesia non ha confini affatto e né limiti che mai si sono potuti definire, perciò è sconfinato e illimitato e ha raggiunto tutte le genti di qualsiasi popolo della storia umana.

E’ un potere il suo, quello di un poeta, contro il quale il potere di un dittatore terribile  e crudele nulla può,  qualunque esso sia; e senza alcuna uccisione se non quella morale ed etica del dittatore stesso e di tutti quelli che a questo sono asserviti.
Mi si conceda a proposito di intervenire con una mia nota.

(da mia nota 126 , p. 42- Corso)

 L’extraterritorialità della letteratura del nostro pianeta (2001\02) di Donald E. Pease (1945-), che analizza un saggio di Wai Chee Dimock, dove si afferma nelle pagine dedicate a Mandel’štam, che la letteratura è uno degli agenti della denazionalizzazione, la quale permette di violare la sovranità dei territori dello Stato (esempio di globalizzazione); e a proposito è esemplare l’atto realizzato da Mandel’štam che affronta il potere dello Stato autoritario sovietico di Stalin; e che lo supera nel tempo e nello spazio, portandosi con sé, mentre va incontro all’esilio verso  il lager, la Divina Commedia di Dante; e che questa opera diviene il simbolo di superamento di tutti i poteri autoritari che si sono succeduti nella storia umana.

  Quindi la Commedia è manifestazione della potenza di una letteratura planetaria, che non conosce barriere cronologiche e che è un continuum  metastorico contro tutte le barriere autoritarie spaziali e temporali. Con Dante, Mandel’štam rafforza il suo potere di dissenso contro lo Stato stalinista, e sono inutili gli sforzi compiuti da questo Stato per sopprimere la scrittura del poeta. Due esili che si comprendono a distanza di secoli! – comunque sintetizzando: “È stata la extraterritorialità della scrittura di Mandel’štam la condizione-chiave che gli ha permesso di sopravvivere e il suo essere radicato fisicamenteparadossonel territorio ha fornito al poeta il pretesto di deterritorializzare con la letteratura lo Stato autoritario che opprimeva lui e chi all’interno del suo spazio riusciva a sopravvivere”.

  Conclude il critico l’analisi al saggio del Dimock, dichiarando la “poesia come forma più duratura della corporeità e – che – mentre era in esilio Mandel’štam ha inventato una forma di scrittura che ha preso il posto della Russia da cui era stato bandito, fornendogli una forma di sopravvivenza biologica”. Donald E. Pease non manca di rilevare che: “Dimock  tende a perdere di vista il modo in cui Mandel’štam torna a scrivere… dopo il primo arrestocome la materializzazione di una forma alternativa di territorialità… che i suoi scritti sulle letture di Dante sono prima del suo (ultimo) – esilio…”, e che se ha portato con sé Dante è non per strumentalizzarlo, ma per affermare un’altra scrittura sotto esilio e dice: ”vorrei proporre che era lo status extraterritoriale della scrittura che Mandel’štam là ha prodotto che costituisce il tratto fondante della letteratura planetaria”.

E, infine, chiude affermando che è stata questa extraterritorialità scritturale che ha permesso al poeta di appartenere ancor più e di occupare più fisicamente il territorio e di resistere e di sopravvivere ai terribili atti che là si compivano. Furono inutili dunque gli sforzi del potere sovietico di “dislocare il corpo” di questo grande poeta!, che scrisse, sembra, la sua ultima poesia il 4 maggio del 1937, secondo la sua, ultima, musa: Nataša Štempel.

  In una poesia del 1915, Mandel’štam tratteggia il futuro suo e della umanità, e specie nella seconda quartina, si domanda: ma dove navigate?”, denunciando, con tanto anticipo temporale lo smarrimento di una umanità che non era più in grado di ri-conoscere un traguardo di pacificazione universale. E quel “navigate” allude di certo alla barca di Dante che avendo perduto il timone era in balia di qualsiasi tragedia. Le cui avvisaglie si erano già presentate oscure, pesanti, prossimo a un capezzale luttuoso.

Insonnia. Omero. Le vele tese.

Io ho letto sino a metà l’elenco delle navi:
questa lunga nidiata, questo treno gruesco
che sopra l’Ellade un tempo si è levato.

Come un cuneo di gru in confini stranieri -
sulle teste dei re c’è la schiuma divina -
ma dove navigate? Se non ci fosse Elena,
a che servirebbe Troia da sola, uomini achei?

E il mare, e Omero - tutto questo è mosso dall’amore.
Chi devo ascoltare? Ed ecco, Omero tace,
e il mare nero, perorando, risuona
e con un pesante tonfo si avvicina al capezzale.

agosto 1915

(trad. di AMR)

 

11 pensieri su “Mandel’štam e il treno

  1. Con questo intervento Antonio Sagredo aggiunge una piccola perla nella sua Bottega di cose slave, non mai piena di tanti eventi. L’importanza del treno per i poeti russi è fondamentale per comprendere sia i loro continui spostamenti in quel periodo terribile che va dalla fine degli anni ’20 e per tutti gli anni ’30; sia per comprendere la evoluzione della loro poesia. Come sottolinea Sagredo il treno per Mandel’stam è sofferenza estrema, eterno disagio; mentre per Majakovskij è solo strumento ferrigno per viaggiare e conoscere varie località – anche se incombono, come ricordo la morte della Anna Karenina e come destino tragico la morte del poeta belga Verhaaren -; per Pasternàk il treno è qualcosa di di romantico mito che bisogna cantare come i luoghi che percorre fra bufere e vari eventi che si succedono uno sull’altro, ammassandosi.
    Dunque Sagredo continua la sua perlustrazione dei poeti per carpirne i segreti più oscuri.

  2. Ancora una volta Antonio Sagredo, poeta egli stesso, ci sorprende facendoci conoscere dei poeti russi aspetti reconditi e difficilmente reperibili ai comuni lettori e amatori della poesia, russa o non. Stavolta è la figura del poeta Mandel’stam che si sottopone alla sua analisi, e scopriamo di questo poeta così grande di come si comportò davanti a fatti drammatici che dovette subire, e sempre in nome della Poesia: unica fede che gli restò intatta, anche perché supportata dall’amore fraterno che ebbe per altri poeti, Dante in primis. Singolare il destino di Mandel’stam ma del tutto prevedibile in quei tempi in Russia: egli non sfuggì alle persecuzioni, ebbe coraggio grandissimo a scrivere versi contro Stalin, dimostrando come si deve combattere e vincere il dittatore di turno.
    Spero che Sagredo, come ha promesso ci faccia conoscere più ancora da vicino il comportamento di Pasternàk e di Majakovski e di altri poeti, davanti al potere avendo come tramite, come legante tra poeti, un mezzo di locomozione, il treno, e di come ciascuno lo intese.

  3. In questo eccellente contributo di Antonio Sagredo alla conoscenza di Mandelshtam, è importantissimo il concetto della extraterritorialità della letteratura, che in Russia ha le sue radici nella miracolosa capacità di Pushkin di aprire la sua poesia “a tutte le lingue del mondo”, come dice da qualche parte Ettore Lo Gatto.
    La poesia di Mandelshtam del 1915, citata da Sagredo, in realtà ci dice tutto con pochissime, potentissime parole: la visione corrusca del terribile futuro (lo страшный мир! di Aleksandr Blok), ma anche il suo miracoloso superamento attraverso l’invulnerabilità e illimitatezza della visione poetica.
    Grazie! Questo articolo ci dà forza per continuare il nostro viaggio poetico e di ricerca poetica in un tempo privo di poeti.

  4. sI è TANTO SCRITTO SUL POETA RUSSO Mandel’stam che non è mai abbastanza. Si sono cimentati amatori di poesia, persone che di poesia sanno pochissimo, ma anche slavisti italiani di fama internazionale, capacissimi traduttori dei versi del poeta… rarissime le cantonate traduttive degli specialisti!
    Antonio Sagredo intanto ci sorprende sempre con questi suoi approfondimenti, cone queste analisi efficaci per ogni tema. Questo suo lavoro è prezioso e mi piace pensare che non debba aver mai fine, perché davvero è accattivamente, poichè il lettore viene preso dai lacci dello studioso… il suo è un work in progress senza fine… non è come il libro che finito di pubblicare crede l’autore, ingenuamente, che è inutile scrivere ulteriormente. Più volte Sagredo ha avvertito che è il contrario, e lui lo dimostra di continuo.
    Attendiamo, come ha promesso, il treno di Majakovskij, di Pasternàk ecc., attendiamo con impazienza il treno della Achmatova e della cvetaeva!

  5. Non conoscevoil poeta russo Osip Mandel’stam. sono una persogna che ignora la poesia,
    ma non troppo: qua e là sbircio fra i blog, poi se c’è qualcosa che mi colpisce, come in questo caso, sono costretta dal dovere e dalla mia onesta a scriverne…
    l’esistenza tragica di questo poeta mi ha colpito profondamente e allora ho deciso di comprare libri che parlano di quella epoca, dicono terribilissima… e allora leggerò.
    La poesia che chiude l’intervento di Antonio Sagredo mi ha davveo colpito, come in Steven Grieco che non conosco e devo riconoscere che ha ragione.
    Ringrazio Antonio Sagredo.

  6. Caro Sagredo,

    grazie dell’articolo da parte di una che conosce poco di Mandel’stam, tranne il suo coraggio nei confronti di Stalin (“Viviamo senza più avvertire sotto di noi il paese…”). Sulla sua vicenda umana e biografica che dire, se non che la condizione umana è tale per cui non c’è atrocità immaginabile che non sia stata effettivamente inflitta e sofferta.
    Vorrei invece chiederti qualche delucidazione sul concetto di extraterritorialità: rispetto alla lingua e all’appartenenza nazionale, alla contingenza storica, alla stessa esistenza terrena? Rispetto a cosa la vera poesia è extraterritoriale?

  7. che non possiede se non lo sconfinato e l’illimitato poiche’ la POESIA E”. EXTRALINGUISTICA : UN SOLO UOMO E TUTII I MILIARDI DI UOMINI POSSONO COMPRRNDERLA

  8. Per essere più chiaro vi è una caratteristica specificità della poesia di Mandel’stam che viene denominata ” mnogoplanovost’” («pluralità di piani) ; qui cito: “cioè la capacità di condensare in un solo componimento tradizioni e storie di contesti diversi, che come potenti flussi di luce giungono da contesti diversi a illuminare nello stesso momento una scena quotidiana. ” (Marco Caratozzolo – 25/02/2021 – Da un banchetto in tempo di peste. Il Nagorno-Karabakh di Mandel’štam).
    Ma già Ripellino, forse primo tra gli specialisti individua questa caratteristica (tra l’altro evidentissima in quasi tutti i suoi componimenti poetici e nei suoi saggi e articoli addirittiura trova modo di spiegarla).

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    Ma già Ripellino, forse primo tra gli specialisti individua (1954) questa caratteristica (tra l’altro evidentissima in quasi tutti i suoi componimenti poetici e nei suoi saggi e articoli addirittiura trova modo di spiegarla).
    ——–
    Nel suo Corso monografico sul poeta del 1974-1975 a p. 5 scrive:
    “Mandel’štam ci sorprende perché nell’epoca della rivoluzione è riuscito a fondere, lui che era un ebreo di origine polacca russificato, innumeri strati di cultura, come se la rivoluzione avesse sommosso tutta la cultura del mondo togliendole la specifica temporalità e l’avesse fusa insieme. Mandel’štam era un poeta di citazioni, cioè che vive della citazione di diversi strati culturali.”…….“cioè lo scrittore russo è un eclettico; lo scrittore russo abbraccia diverse civiltà, le fonde in un suo crogiolo ed è presente all’interno di strati culturali di più epoche. In Mandel’štam specialmente c’è un inventario, un catalogo continuo di elementi culturali di altre epoche, tutte fuse e poste sullo stesso piano. C’è tutta la cultura ebraico-ellenico-latina, perché Mandel’štam era ossessionato dalla sua appartenenza alla cultura ellenico-latina ed era innamorato dell’Italia (studiò la lingua italiana); c’è tutta la cultura yiddish, la cultura bizantina, la cultura romanza, la cultura antica slava, tutto si fonde in un unico calderone che ha un suo timbro specifico, una sua voce unica, non una mescolanza da brodaglia, ma un insieme ben incollato, ben fuso”.
    ————————————————————————————————————–
    (da mia nota 6, p. 5)
    “Vedi le pagine di Mandel’štam, relative a queste culture e alle loro rispettive lingue, del saggio Della natura della parola in Osip Mandel’štam – La quarta prosa con due scritti di A.M. Ripellino, a cura di F. Malcovati, Editori Riuniti, 1982, pp. 63-77. Questo saggio fu pubblicato a Char’kov nel 1922, nelle Edizioni Istoki. Poi fu incluso nel volume O poezii (Sulla poesia).
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    (Corso di AMR del 1974\75)
    “Una grande erudizione è alla base di questa poesia, una erudizione che è più della nomenclatura dei poeti futuristi. Nei poeti futuristi la cultura è nomenclatoria, è una serie di nomi usati in senso fonetico e associati in senso di piroette lessicali. Qui invece è un profondo scavo al di sotto delle correnti culturali che tutte vengono risucchiate e calamitate nel primo ‘900.
    Una erudizione sempre assoggettata all’invenzione, a una mescolanza di varie sorgenti: l’unione dell’ortodossia, del cattolicesimo; un gusto del cattolicesimo notevolissimo, cioè l’amore per la cattedrale gotica accanto all’amore per la chiesa bizantina ortodossa ed il gusto del protestantesimo con lo sfondo della musica di Bach. Abbraccia l’Europa in tutte le sue componenti culturali. Cassandra, i Decabristi, Ossian, Roma, Venezia, Racine, Dickens, Bach, Palestrina, Omero, Tauride: tutto viene fuso, e accanto a questi, altri temi vengono fuori, più bassi, quasi impuri: la fetta di limone, la cucina, la seggiola, il tennis, il cinema ai primordi (ancora un genere basso a quei tempi). Tutto questo viene fuso con una sorta di gioia della ripetizione, che è stupenda in un’epoca esagitata e cupa come quella in cui Mandel’štam è vissuto. Questo è ciò che potremmo chiamare eclettismo in Mandel’štam. In un saggio che s’intitola La parola e la cultura del 1921 egli scrive tra l’altro:
    (qui Ripellino cita direttamente Mandel’stam) :

    “ Avviene oggi un fenomeno di glossolalia. (titolo di un libro di Belyj; è termine usato in due sensi: connessione incongrua di sillabe e capacità di pregare in un linguaggio misterioso). Con sacro furore i poeti parlano la lingua di tutti i tempi, di tutte le culture. Nulla è impossibile. Come la camera di un moribondo è aperta a tutti, così la posta del vecchio mondo è spalancata alla folla. D’improvviso tutto è diventato patrimonio comune. Entrate e prendete. Tutto è accessibile: tutti i labirinti, tutti i luoghi più segreti, tutti gli anditi più reconditi. La parola è diventata una zampogna non a sette, ma a mille canne, animata dal respiro simultaneo di tutti i secoli. Nella glossolalia colpisce soprattutto il fatto che chi parla non conosce la lingua in cui parla: egli parla in una lingua del tutto ignota, e a tutti, lui compreso, essa sembra greco o caldeo.”
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    E qui mi fermo.
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    Cara Elena, credo che questo Ti basti per i Tuoi interrogativi.

    1. Caro Sagredo, grazie dei chiarimenti. Glossolalia, parlare in lingue, è un fenomeno che si manifestò per la prima volta, credo, con la Pentecoste. Quindi la poesia avrebbe carattere di rivelazione – sostanzialmente carattere divino. Bene. Questo (il carattere divino) si vede particolarmente bene in Hölderlin e nella poesia russa che ci vieni illustrando. Meno bene, secondo me, in altra poesia europea contemporanea, ad esempio in Rilke, dove più che il divino traspare il narciso. Tu che ne dici? Mi interesserebbe il parere dell’esperto…

  9. Vedi, su Rilke, ho avuto sempre dei sospetti più o meno fondati, e quanto non so.
    P.e. le sue Elegie mi incantano poco, mentre le Elegie del poeta ceco Jiri Orten (morto giovanissimo a 22 anni travolto da una autoblindo nazista) sono davvero migliori.
    Un lungo saggio scrisse sul poeta Alberto Destro, germanista, che mi convinse poco tantissimo tempo fa… era farraginoso, troppo “spiegato” ecc.
    La mia consorte, una germanista, scrisse la sua tesi su una figura femminile di origine ceca, Sidonie Nadherny, molto amata da Rilke e in poche parole il poeta non riuscì nell’impresa di impalmarla, come invece riuscì a Kark Kraus.
    Vedere Rilke inseguire Sidonie per tutta l’Europa mi faceva pena e a Roma addirittura gli scriveva dei bigliettini infantili e come si dice le faceva delle poste di continuo…da commiserarlo… insomma in questa tesi era come stargli accanto ogni giorno, ed era pure bugiardo (la finzione del poeta!)- Ma a Sidonie piacevano gli uomini e non ci fu soltanto Kraus, ma tanti altri, ma di certo non Rilke.
    Che invece riuscì ad amare la grandissima intellettuale Lou Salomè che forse se la intese anche con Nietzsche. E qui si apre una grandiosa prospettiva molto studiata dagli specialisti: Lou Salomè Rilke, Leone Tolstoj vecchio, Nietzsche, il padre pittore del poeta Pasternak (che vide di persona Rilke e Salomè auna stazione ferroviaria), ecc. e infine Freud.
    Pasternak poi più tardi avrà una corrispondenza con lo stesso Rilke insieme alla poetessa russa Marina Cvetaeva, ecc.

  10. Rilke ,bugiardo…
    …..il padre della mia consorte era un grande ingegnere e aiutò la figlia nella ricerca… specie la figura di Rilke… il quale scrisse nei suoi diari che in una bella giornata di sole decise di andare a trovare Sidonie fuori Praga dove abitava… ebbene l’ingegnere andò a leggere tutti i bollettini meteo di quel mese (credo che l’anno fosse il 1913) e scoprì che per tutta quella settimana (che interessava la sua visita alla donna) non fece che piovere senza interruzione.
    Vi sono altre circostanze “bugiarde”, ma ripeto : ha ragione Fernando Pessoa (che cito nei versi dedicati alla poeteessa De Pietro) che il poeta è un fingitore, come scrive…

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