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Covid: dopo la tragedia arriva la farsa

di Paolo Di Marco

Due processi in parallelo, uno contro Fauci negli USA, uno contro Conte in Italia: ma abbiamo ben presente di cosa si parla?

Ricordiamo qualche fatto (v. ‘Covid, l’ultima parola’) che i giornali non riportano più:
– 17 Milioni di morti *
– 40 laboratori di ricerca nel mondo sulla guerra batteriologica finanziati e/o diretti dagli USA (Wade, Bulletin of the Atomic Scientists; Wallace, NYTimes) , tra cui quello di Wuhan ** tramite la EcoHealthAlliance del britannico Peter Daszak, con fondi provenienti dal CDC diretto da Fauci (che smettono solo dopo la fine della sua carica)
– un virus costruito a tavolino tramite l’aggiunta a un virus di pipistrello delle ‘forbicine’ della proteina Spike (Zeynep Tufekci, NYTimes, Alicia Chan, NYTimes) che, gestito a un livello di protezione inadeguato (2 invece di 4), sfugge dal laboratorio e genera una pandemia;
-l’ipotesi della combinazione/trasmissione per via zoonotica nel mercato di Wuhan è pura fantascienza: pipistrelli di una caverna a 500 km di distanza, animale intermedio mai trovato (quello trovato contaminato nel 21 lo era di seconda mano..); notevole l’esibizione sul NYT dell’esperto di zoonosi Qammen che si presenta in divisa da cretino: quella dell’asilo con su scritto “io credo che Kennedy sia stato ucciso da Oswald; io credo che sia stata una pallottola magica che ha rimbalzato tre volte e ferito 2 volte Kennedy e Connally e poi ucciso Kennedy; e poi ‘argomenta’ io credo che per il virus sia stata una trasmissione zoonotica (spillover); ***
– presidente degli USA durante la pandemia: Trump; dato che sul NYT la Tufekci ha presentato, grazie al Freedom of Information Act, la prova che Daszak aveva richiesto il permesso al DOD (Ministero della Difesa) di inserire la proteina Spike nel lab di Wuhan (confermando sia il controllo USA su Wuhan sia il carattere militare della ricerca), il responsabile in capo militare è il Presidente (e dubitiamo assai che nessuno gliel’abbia mai detto…).

Ridetto questo, c’è qualcuno che si rende conto che dei laboratori di guerra batteriologici ancora attivi nessuno parla più?

Che per anni tutti hanno parlato di vaccini e mascherine e Nessuno ha chiesto conto ai responsabili di 17 milioni di morti?

Che c’è ovviamente stata una efficacissima campagna di disinformazione che li ha messi tutti sotto il tappeto, lasciando solo qualche strascico marginale?

E che mentre il processo italiano è fuffa gestita dalla cameriera di Trump in quello USA c’è un responsabile sì. ma non certo quello principale.

Giusto per ricordare ancora: al tempo dell’Iraq c’era l’altro cretino in capo, Powell, che all’ONU agitava la fialetta dell’antrace: bèh, la ricerca militare sull’antrace aveva la sede a Fort Dietrich, negli USA-da dove era anche scappata spedita in buste a un gruppetto di senatori democratici…E con Obama c’era stato un accordo internazionale per la messa al bando della guerra batteriologica…bando che però negli USA non era mai stato applicato, e che Fauci aveva ufficialmente aggirato con una definizione di ‘gain of function’ (aggiunta di funzioni ai batteri patogeni–a volte la loro trasformazione in armi antiumane, a volte capacità positive) creata da Daszak in modo volutamente ambiguo così da poterla stirare a seconda dell’occasione.
E di questo sia Biden sia Trump erano necessariamente al corrente.

Ripeto: Non sarebbe ora di presentare il conto alle persone (e paesi) giuste?

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*Numero mediano ricavato dal Bulletin of the Atomic Scientists sulla base delle statistiche ufficiali di tutti i paesi. Siccome qualche burlone ha parlato di numeri falsi o gonfiati, dovrebbe anche spiegare come e quando Russia, Cina, Usa, Samoa, Grecia, Bulgaria….si sono incontrate e messe d’accordo di costringere i propri Uffici Statistici a falsificare tutti i bollettini….Piuttosto ci sono due osservazioni importanti: 1-all’inizio della pandemia sembrava che l’Africa fosse poco colpita: in realtà era semplicemente il fatto che i Servizi Sanitari della gran parte dei paesi africani non avevano abbastanza uffici decentrati: i morti effettivi contatai dopo erano allineati a quelli degli altri paesi; 2-in particolare in Italia risultavano poco colpiti i giovani: di fatto, al di là dell’efficacia minore del sistema immunitario con l’avanzare dell’età, anche qui c’era un errore statistico: la quarantena, bloccando gli spostamenti in auto e moto, aveva anche eliminato una delle principali cause di morti giovanili, bilanciando così e mascherando i morti per Covid.

** Tutta la confusione sul laboratorio di Wuhan nasce dalla scarsa informazione: a Wuhan c’è un Istituto di Virologia Statale, quindi cinese; al suo interno i francesi avevano ottenuto il permesso di creare un laboratorio con una loro vecchia conoscenza vietnamita, Shi Zeng Li, la ‘Signora dei pipistrelli’; ma dopo poco gli americani (tramite Daszak) arrivano con una valigia piena di milioni e lo gestiscono loro. È uno dei quaranta (circa) laboratori all’estero gestiti tramite la Eco Health Alliance di Daszak, compreso anche quello in Ucraina di cui hanno parlato anche i russi. Dopo la fine dei finanziamenti a Daszak decisa dai repubblicani dopo l’ascesa di Trump non si sa come e da chi vengano gestiti.

***Qualcuno ritiene ancora necessaria presentare una patente anticomplottista ad ogni semaforo; il guaio è che su Kennedy ormai il test di uscita dall’asilo è ‘ma tu ci credi?’, e chi dà per buona la versione ufficiale o è caduto dal seggiolone da piccolo  o è quello che fa sempre la spia. Talvolta un ibrido.

È la legge!


di lorenzo merlo ekarrrt – 280526

Punteggiatura di un arco che dai proclami del Diritto alla felicità ci ha garantito la Certezza della pena.

I bambini la sentono dire, ma, presi dai giochi dell’età, non ci fanno caso. Però ne assimilano la formula finché poi, da grandi, dopo mille altre repliche subliminalmente ascoltate, determinati e convinti, la tirano fuori dal proprio cilindro obbligato dalla cultura nella quale sono cresciuti e che li ha forgiati. A quel punto, “è la legge del mercato”, non è più solo una semplice verità esistenziale sempre in bilico tra bisogno e disponibilità e neppure l’espediente usuraio di qualche canaglia coi gemelli e la Rolls, è l’aria, indispensabile alla vita.
Se la utilizzasse una madre nei confronti del figlio avremmo fatto dell’umanità un Panopticon da tutto esaurito da ergastolani in fasce.

Sul monolitico pilastro della legge del mercato sono state oligarchicamente elette le vie della colonizzazione. Per certuni, con boccoli e habit dégagé, non si trattava di nient’altro che un’ovvia conseguenza della propria superiorità e di quella del proprio popolo. Per questi, colonizzare non era depredare ma banalmente arraffare il necessario in cambio dell’azione civilizzatrice resa a negri, irlandesi, indiani, arabi, indios, eccetera, eccetera. L’elenco è geograficamente avvolgente e storicamente esteso.

Se con i bottini predati le labbra della voragine di ricchezza che separava colonizzati e colonizzatori si allontanavano inesorabilmente fino a provocare le rivoluzioni emancipatorie. Da quella apertura spalancata seguitano ancora a udirsi le grida dell’ingiustizia. Urla che non oltrepassa il comodo abitacolo a doppi vetri delle Rolls, ma neppure quello cigolante delle utilitarie.

Gli strumenti del saccheggio, vascelli e velieri, che avevano portato fucili e bon-bon ed erano ritornati con schiavi e ruberie senza che nessuno ne provasse vergogna, proseguirono dopo un passaggio in camerino per cambiarsi l’abito. Ad un certo punto non si poteva più usare deliberatamente la forza: i diritti umani seppur vessati stavano facendo il loro percorso nella storia.

L’industrializzazione, che aveva ulteriormente dissanguato terre e popoli e che si era sovrapposta agli ultimi decenni delle colonizzazioni, si era trovata davanti a due orizzonti. Su uno campeggiava un cielo sereno, sull’altro, una preoccupante perturbazione. Al primo corrispondeva la disponibilità di mercati in cui affondare la siringa che li sfruttasse. Al secondo, l’avanzata del Quarto stato, l’Internazionale socialista, l’ideologia comunista.
Ma, anche se la dimensione che coinvolgeva l’industria e i lavoratori aveva un’identità planetario-occidentale, i mercati erano per lo più locali. L’avvento della televisione e della ricerca psicologica nel campo della comunicazione pubblicitaria erano stati sapientemente amalgamati nel crogiolo degli industriali concentrati sul profitto.

Impregnati di merci i mercati nazionali, la triplice unità composta dallo spirito industriale, dei servizi e della comunicazione spinse gli uomini a guardare anche oltre confine in cerca di mercati vergini da profanare con la violenza del consumismo, un’inattesa (?) modalità di concezione del mondo, in quanto ormai necessario al sostentamento del sistema. Un’assuefazione che, come quelle di ogni altro genere, comportava la necessità e l’incremento della dose.

Detto fatto. multinazionali, delocalizzazione e globalizzazione provvedevano ad ampliare il potere di pochi, a ridurre il costo del lavoro e delle merci. La legge del mercato lo richiedeva per fronteggiare la concorrenza che non era ancora cinese, ma completamente fratricida, cioè infranazionale e infraoccidentale e per scavalcare le difficoltà di scambio commerciale. Quest’ultimo, una specie di tappo tolto il quale, con la favola della distribuzione della ricchezza, tutti i paesi avrebbero subito lo tsunami delle merci e della comunicazione, unguento utile alla marea del consumismo. Una patologia che significa dipendenza dal consumo e che, fatto salvo pochi circoli dal carattere situazionistico, non è stata ancora dichiarata tale da alcuna politica e da nessuna cultura. E come potrebbero queste criticare, frenare o eludere la prima garanzia per l’estensione e il mantenimento dei mercati e dei mercanti vista la loro biologia economica?
Nel contempo, dei plinti delle storie e delle culture locali, dell’idioma e dell’identità di persone e popoli demoliti dall’onda mortifera, non restavano che relitti lasciati a sé stessi nel liquame addolcito dai bon-bon che tutto stava invadendo.

Per il guadagno non si guarda in faccia a niente, la legge del mercato delle virtù morali non solo non sa che farsene, ma le ha surclassate e derise coprendo di buone maniere il vuoto della loro assenza. La mascherata di solito è taciuta, è assente dal dibattito pubblico come se tutti i pensieri fossero sotto incantesimo. Si preferisce legittimare, anzi celebrare, l’avidità, con l’impostura della legge del mercato. E che la legge dei bisogni primari vada a quel paese. Il dono, l’empatia, la condivisione sono per lo più dimenticate anche nelle relazioni più minute. L’ombra del chi più ha più è non smette di stare sul collo dei pensieri. Con tale spiritualità che altro mondo, oltre a quello sanguinante in cui ci troviamo, sarebbe potuto prosperare?

Ma se il capitalismo reale, che con le lobby era in procinto di avere in sé il parlamento occulto del governo di parte del mondo a mezzo del denaro, quello finanziario e digitale è all’altezza di permettersi l’acquisto di un numero crescente di politiche statali. Parlare oggi di bene pubblico e di servizi sociali allappa il pensare dei progressisti uniti – quell’amalgama di rosso, di nero e altri sei colori, che ha venduto la politica al capitale – come se si volesse rimettere a posto le scaglie delle farfalle. Un’utopia socialista, secondo il gergo delle ideologie, che in mano a soggetti privati, resterà tale perché il profitto prevede lo sfruttamento delle persone, non la cura. È la legge del mercato che lo dice! Chiuso il discorso!

Se le politiche per il benessere sono una specie di muro del pianto della discarica, quelle del controllo appaiono invece come un’ara al centro dell’attenzione. Non più “patente e libretto” ma biometria come una camicia di forza indossata senza pena, per alcuni con soddisfazione.

Dei lavoratori, fatto salvo che in termini di mascherata, non ci si occupa più. Equivalgono a frazioni di macchinari cibernetici, ferri, byte e bit che non piantano grane. Sotto un’egida algoritmica, i lavoratori si trovano finalmente uniti. Ma questa volta il loro potere non sta nella consapevolezza del plusvalore che producono, ma in quanto consumano. Un criterio di mercato che, élite a parte, non esclude nessuno. O meglio, esclude dal diritto all’esistenza chiunque non voglia o non possa sottostare alle richieste del regista della mascherata. In sostanza, chiunque non voglia o non possa consumare. Chiunque non sia ligio nel rispetto della vita a punti.
Intanto, vita natural durante, il più possibile di tutti noi viene raccolto con metodi subdoli – anche quando sembrano trasparenti – e analizzato anche senza il trucchetto del consenso degli interessati. Una messe di informazioni che finisce nell’alambicco algoritmico gocciolante di verità indispensabili al mercato.

Guerre come industria da far girare e egemonia da mantenere, guerre senza neppure più il bisogno di favole all’antrace per scatenarle. Ora che il mazziere capitale può giocare a carte scoperte come mai prima, rivela al mondo in che direzione cieca corre il treno bestiame in cui siamo trasportati con tv 4k e connessione permanente. Ma il folle sferragliamento non arriva alle orecchie dei divanisti. Concentrati sul sostenibile, vanno al negozio giulivi per comprare l’auto, la moto, la bici, il quad e la barca elettrica certi di dare il buon esempio ai figli e al prossimo, soddisfatti per il tappo attaccato alla bottiglia e per aver risparmiato portandosi via tre merci al prezzo di due quando gliene serviva soltanto una e spesso nessuna. Sottrarsi così facendo alla responsabilità dell’inquinamento del mondo lo fa stare meglio, un po’ come sapere di Gaza e cambiare canale e delle emissioni del capitalismo e fare appello al magico TINA, ingrediente fondamentale per tutte le salse dello status quo. I divanisti si interessano all’economia circolare e all’impatto zero come fossero davvero medicine per guarire il pianeta. Sulle cause capitalistiche del cancro in cui riversa non sa e non vuole sapere nulla. E se proprio insisti, ti chiama luddista.

La carta dell’immigrazione sconsiderata sarebbe stata geniale per l’uomo che l’avrebbe giocata, ma assolutamente banale per la legge del mercato. Fa parte della sua genetica, biochimica e fisiologia escogitare l’espediente utile a restare in piedi. Un po’ quello che fanno tutti quando s’inciampa.
Il caporalato con i colletti bianchi – tanto per utilizzare termine datato, ma non estinto – vede nei disperati il necessario per abbattere il costo di produzione indispensabile per far pronte alla nuova concorrenza orientale, nei confronti della quale la legge del mercato da monopolistico-occidentale ha costretto i propri padroni a impegnarla sul tavolo verde della geopolitica, per giocare la partita con il nuovo giocatore chiamato Brics. Un gesto dietro il quale non v’è alcuna solidarietà sociale ma forse l’ultimo trucco dei capitalisti americani per evitare un isolamento dal mondo del proprio paese e il rischio con prospettive di autarchia forzata.

Nel grande caos – ma il lume della ragione e la ricchezza distribuita non dovevano portarci altrove? Quello della scienza non doveva condurci alla salute? E quello del benessere materiale non avrebbe estinto i drammi esistenziali? – la riduzione della democrazia, quello della popolazione e l’aumento esponenziale dei rifiuti non sono ancora temi dibattuti come lo erano stati la legge sul divorzio e poi quella sull’aborto. Appena la mentalità sarà stata fatta maturare a puntino, il progressismo che già allora vendeva e ciarlava di diritti individuali tornerà alla ribalta per calcare le vette dei salotti tv e i cortili dei social per sostenere il nuovo ordine mondiale di marca capitalista. E, se l’eutanasia pop non ha più salita ma solo discesa davanti a sé, la mercificazione dei propri organi a morte avvenuta, sarà promossa dal basso, dai poveracci, avvinghiati alla speranza di sottrarre i propri figli dalla pena quotidiana. La legge del mercato ce lo chiede.

Esatto, è la legge. Ma la legge si inventa, si cambia, si abroga. Quindi è arbitraria, a vantaggio di pochi e a protezione (si fa per dire) di chi si adegua. Se il liberistico Sogno americano è stato una flebo che a mani basse ha assuefatto lo spirito dei benpensanti/nullapensanti dell’intero occidente, chi non si è fatto intossicare e chi è riuscito a liberarsi dalla dipendenza non ha peso politico, non conta nulla se non nelle proscrittive liste dei copisti velinari che, come sostengono la nazista ma democratica Ucraina, così raccolgono in un solo fascio tutte le erbe dei dissidenti, siano terrapiattisti, nowax, nowar, putiniani e utopisti.
È giusto! È la legge del più forte! È naturale! Così parlano i sostenitori del sistema che ha creato i problemi esiziali che ci piovono sulla testa come in un fortunale e che – surreale epilogo – crede di risolversi senza abbandonarlo.
E poi, non è per niente naturale, non c’è consonanza tra l’accumulo capitalistico e ciò che accade in natura, dove sussiste solo il necessario al sostentamento.
Infine, le categorie appena citate inventate dai giornalacci e denigrate dalla maggioranza divanistica forse, proprio nella crescente bromurizzazione generale cui stiamo assistendo, troveranno l’idea giusta per radunarsi e fare breccia. È la legge della sopravvivenza!

N come note

Simboli che rappresentano il suono, ciascuno con un valore temporale diverso

di Angela Villa

Avere una maestra che da piccola era una secchiona è un bel problema. La maestra ex secchiona non si accontenta mai, vuole sempre il meglio dai suoi alunni. Li spinge a studiare sempre di più, a scrivere con una grafia perfetta. Fa una gran fatica a mettere “Ottimo”, è stata chiara fin dal primo giorno: per averlo, sul quaderno non deve esserci nemmeno l’ombra di un segno rosso.
Pretende sempre il massimo e quando corregge un quaderno, corregge sé stessa non i bambini: se un bambino sbaglia, lei pensa a come avrebbe potuto spiegare meglio quell’argomento, a come avrebbe potuto renderlo più adatto all’età dei bambini e ai loro reali interessi…
C’è sempre un’ombra nello sguardo, un non detto, qualcosa che poteva andare meglio.
Non è insoddisfazione e nemmeno mania di perfezione. La cattedra della maestra ex secchiona è sempre disordinata, piena di penne, matite e fogli colorati che i bambini possono tranquillamente prendere per rendere più affascinante una scrittura o un’illustrazione. La sua è una ricerca continua, una fuga verso l’imprevisto che riserva sorprese.
Così, mentre i quaderni pretendono rigore, la cattedra racconta un’altra storia. Ed è lì che si scopre il vero segreto della maestra ex secchiona: lei fa sempre il tifo per i bambini in particolare per quelli che inciampano spesso, perché quelli bravi, si sa, sarebbero bravi comunque. Resta solo un grande mistero: com’è possibile che una persona capace di intercettare un millimetro di sbavatura sul quaderno pure a distanza, riesca poi a perdere regolarmente gli occhiali, le chiavi dell’armadio la password per accedere nel registro elettronico.
Il ritmo delle sue giornate è sempre in anticipo. La sua giornata inizia presto, alle cinque e mezza del mattino, per preparare le lezioni o predisporre qualche lavoretto. Quando i bambini entrano in classe i quaderni sono già sistemati sui banchi, così si può iniziare subito a lavorare. A volte scrive anche già la data alla lavagna capita che sia sbagliato il mese o il giorno e i bambini sono pronti a correggere:

«Maestra siamo ad aprile, tu hai scritto marzo…»

In realtà, dietro questa sbadataggine c’è un disorientamento spazio-temporale: per lei la sequenza dei mesi e dei giorni non è una linea retta automatica, la sua mente tende a confonderli o invertirli. La maestra ex secchiona aveva qualche problema di dislessia ma questa è un’altra storia… Una storia di quando, da piccola, per compensare questo limite studiava il doppio degli altri. I suoi alunni questa storia la conoscono bene, perché lei stessa gliel’ha raccontata diverse volte, a loro piace sentire il racconto dei voti sul quaderno e dello “zero spaccato” ed è per questo che sono super attenti: dei veri custodi della data scritta sulla lavagna.
Quando gli alunni arrivano li accoglie sempre con un sorriso.
“Avete dormito bene?”. C’è sempre qualcuno che dice no… perché il fratellino piangeva o perché i genitori hanno litigato o perché hanno visto un film che fa paura… I bambini raccontano e lei li tranquillizza, ma se si accorge che qualcuno mena il can per l’aia, che ci si dilunga inutilmente e approfitta della conversazione per un rapido scambio carte sotto banco, lei chiude subito la conversazione.

“Vogliamo darci da fare? Rimandiamo le trattative Pokemon alle dieci e trenta.”

Non lascia scampo, ti osserva anche quando vai in bagno per assicurarsi che non ci siano marachelle nell’aria. In giardino non perdona: se lei dice non giocate a fare la lotta e tu lo fai, ti fa sedere immediatamente. Eppure, non è rigidità e non è severità. Sta puntando su di te. Ti guarda come se fossi un atleta davanti a una corsa a ostacoli: ognuno ha il suo, e lei vuole solo che tu ti impegni per non inciampare o che, se capita di cadere, trovi la forza di rialzarti. Gli alunni per lei per certi versi, sono come note musicali a ciascuno il suo simbolo, la sua alterazione la sua diversità, l’insegnamento è personalizzazione. La maestra ex secchiona, quando era piccola, i compiti delle vacanze li iniziava subito, mossa dalla curiosità di scoprire le pagine del nuovo libro. A maggio, mentre tutti gli altri correvano in riva al mare, lei continuava a frequentare. Ogni tanto, però, prende una scossa e decide di mandare all’aria le sue stesse regole. Anticipa l’ora dell’intervallo, oppure manda alcuni alunni da soli nel laboratorio di arte con tempere e pennelli e poi torna per vedere se, al termine del lavoro, hanno lasciato tutto in ordine. Lo fa perché si fida ciecamente. E la cosa straordinaria è che non succede mai nulla. Nessuno si comporta male, perché nessuno, in fondo, avrebbe mai il coraggio di deludere una fiducia così grande.

 

Robert Schumann – Scene Infantili (Kinderszenen), Op. 15

https://youtu.be/zrOb06weHu4?si=Ny1kR38Ew_PFs7K6

Il lavoro del poeta (31 marzo 2026)

Filippo Nibbi (13 dicembre 2025)

Continua la lettura di Filippo Nibbi (13 dicembre 2025)

Epigoni e riti ripetitivi (2)

di Ennio Abate


Sui limiti dell’antologia poetica “NON NEL NOSTRO NOME. Cento poeti italiani in difesa della dignità umana” a cura di Massimo Pamio e Adam Vaccaro, Edizioni Mondo Nuovo 2025.

È un’antologia di poeti italiani, che – informa la quarta di copertina –  pensano “sia possibile ancora concepire la poesia come impegno civile” e la sua pubblicazione “scaturisce dalla proposta di un precedente “Manifesto della dignità umana violata” del giugno 2025 (https:||www.milanocosa.it|temi-e-riflessioni|manifesto-dignita-violata). Ed è  nata dallo sdegno per  “le atrocità che si stavano consumando attorno a noi, tra genocidi e guerre imperialistiche [per una] presa di responsabilità nel degrado in atto della Polis”.1
In passato – che io ricordi – esistono due precedenti simili: un’antologia del 1992 contro la Guerra del Golfo;2
e un’altra,  per la resistenza della memoria repubblicana”, uscìta nel 2010, ai tempi del quarto governo Berlusconi.3
Si potrebbe anche simpatizzare con le intenzioni dei curatori e dei poeti che hanno contribuito, ma bisogna pur dire che l’iniziativa fa acqua da molte parti:

– E’ tardiva (l’invasione dell’Ucraina è del  24 febbraio 2022,  l’attacco di Hamas in territorio israeliano è del 7 ottobre 2023) ed arriva a genocidio dei palestinesi quasi completato.

– Di atrocità, genocidi e guerre ce ne sono state e ce ne sono tante nel mondo (e da tempo) e raramente hanno attirato l’attenzione dei poeti italiani, che non sembrano essere gli interlocutori più sensibili a un progetto di opposizione alle guerre.

I contributi dei poeti appaiono generici, come di chi ha in mente altro e, improvvisamente chiamato a pronunciarsi su una realtà lontana scrive al momento o ripesca da cose scritte in passato. (Non è un caso che vari testi antologizzati siano estratti da raccolte già edite).

– Le singole poesie – molto eterogenee per pensieri e forme – possono piacere o non piacere, essere giudicate più o meno in tema, ma quasi tutte soccombono all’angoscia di un presente sentito come cupo, minaccioso ma insondabile.

Manca un “linguaggio comune” e i poeti non riescono ad uscire dalle loro solitudini, a tentare il dialogo tra loro e soprattutto a misurarsi a fondo con la realtà sconvolgente degli eventi in corso. (Suppongo che i curatori – o per sfiducia o per fretta – abbiano giudicato impossibile oggi un lavoro seminariale preparatorio e di confronto tra i partecipanti. Eppure, hanno anche rinunciato ad un approfondimento critico dei contributi e si sono limitati ad assemblare i testi ordinandoli in un neutro ordine alfabetico).

Il risultato non è affatto “un solo unanime grido”4  delle cento voci contro le atrocità, i genocidi, etc., ma un coro cacofonico di voci dissonanti e qualche volta svagate o stonate.
Questo elenco di crudi rilievi a me pare trovi varie conferme: nei testi dei poeti,5 nel titolo dell’antologia, nelle introduzioni e postfazioni. Ma in “Non in nostro nome” pesa soprattutto l’attuale mancanza di un’idea di poesia civile per l’oggi. Ammesso che in questo nostro tempo sia ancora possibile fare “poesia civile”. Questo è un problema niente affatto da dare per scontato o risolto o trascurabile; ed è, però, del tutto assente nell’AntologiaQuesta mancanza di analisi critica dei concetti che avrebbero dovuto dare una direzione ai singoli contributi dei poeti agevola non soltanto un’ambigua equiparazione dei due termini di poesia civile e di dignità umana ma anche la disinvolta sostituzione del primo con il secondo. In questo modo, quel tanto di politicità che il termine poesia civile ebbe in passato (ai tempi di Sereni, Fortini, Pasolini, Leonetti o del primo Majorino) svanisce. Non compare neppure nel titolo o nel sottotitolo dell’Antologia e finisce per essere surrogato da quello  neutro, apolitico e genericissimo, di dignità umana.6
Più che di poesia civile, dunque, l’Antologia pare una raccolta di emotivi cahiers de dolèances poetici o parapoetici, che offrono squarci sui mondi immaginari coltivati dai singoli poeti ma, per varietà di sensibilità e di intenzioni, risultano separati, non comunicanti tra loro e davvero vagamente “civili”. Perché il suo fondamento sembra essere quello di un “umanesimo creaturale”, che considera il Male in forme astoriche.7
Non si trovano più nemmeno gli echi di autori che sulla guerra hanno riflettuto da posizioni più rigorose.E’ vero che tutta una cultura di opposizione realistica e anticapitalistica alla guerra è stata da decenni sopraffatta – (ma anche volutamente abbandonata da molti intellettuali di grido) – per l’imporsi di rapporti di forza che aboliscono di fatto ogni diritto internazionale e impongono la normale pratica della violenza dei più forti non solo nei fatti ma anche nelle menti delle vittime, che finiscono per accontentarsi di emettere “gridi di dolore” o reagire al massimocon  gesti simbolici rituali e in fondo inefficaci. E spiace dire che a tale ricatto dei potenti i promotori del “Manifesto dignità violata” cedono volentieri e acriticamente accettando il terreno imposto come l’ unico su cui agire.9 E neppure riescono a svincolarsi dai freni o dalle lusinghe delle corporazioni letterarie. Né a contrapporsi con il necessario disprezzo ai discorsi sempre più guerreschi” dei mass media, finendo per snobbarli da posizioni nostalgiche (in nome del culto della Letteratura, della Parola). Né ad aprirsi con coraggio ai fermenti sociali contro guerre che qua e là confusamente si fanno sentire.
Perciò questa Antologia è l’ennesima (forse involontaria) foto di gruppo dello stato di sbandamento e di crisi della poesia italiana contemporanea (e più in generale degli intellettuali). Rivela umori, paure, attese,  pretese e velleitarismi che covano nelle loro menti (e anche in quelle dei non poeti), ma sfiora appena il problema del che fare in poesia e fuori dalla poesia contro le guerre imposte dai potenti.

Come uscire, dunque, dalla lamentazione? Come uscire “di pianto in ragione”(Fortini)? Cosa contrapporre di reale (e non soltanto  di simbolico) alle guerre reali (e simboliche) dei potenti, per non essere spettatori passivi e non ridurci a chiedere ai lupi che siano loro a restituirci quel qualcosa (solo la “dignità violata”?) che ci hanno strappato?
I versi non fermano missili, bombe e droni. Come diceva Fortini, riferendosi a Lu Hsun: Certo aveva ragione quel grande scrittore e poeta cinese che negli anni Trenta circa diceva che una canzone battagliera anche di pessima qualità, come possono essere gli inni patriottici, serve benissimo per incitare gli animi, per commuoverli, ma che per battere il nemico – Lu Sun parlava degli ufficiali di artiglieria – è meglio usare i cannoni”.10

 

Note

1 Lo spiega  uno dei due curatori, Massimo Pamio, nell’introduzione, “Voce corale”, pag. 6.

2 “Poesia contro guerra”, A. Doria (Curatore), Edizioni Punto Rosso, 2007.

3 Si intitolava “Calpestare l’oblio – di D. Nota (a cura di), F. Orecchini (a cura di)- 31 ottobre 2010. Su di essa scrissi una riflessione: https://www.poliscritture.it/2011/04/05/sullantologia-calpestare-loblio/. Da notare: anche allora i poeti scelti erano 100. E non so se la predilezione per il numero 100 di certi curatori abbia ancora a che fare con il simbolismo della totalità attribuito a questo numero considerato perfetto dai Pitagorici.

4 Pag. 6.

5 Si va da chi vede ancora i poeti come “un’erba nefasta” che i potenti temono perché predicano la libertà e l’insurrezione “ (Bisutti) a chi invoca “pietà, Signore, per tutti gli ordigni / che in nome del progresso ha costruito l’uomo” (Coco), a chi rievoca l’euforia della sua giovinezza ai tempi della guerra dei sei giorni di Israele (“Aria per la guerra dei sei giorni/ quasi nato il trenta marzo a primavera / correva un’aria nuova fresca dura / e pura” (Cohen), a chi “tornando a casa ogni sera promett[e]/ di scrivere un verso uno solo che salvi/ la giornata (è più facile darsi un dovere)/ ma stasera non [può] perché / [ha] visto / una rondine morta” (D’Alessandro), a chi si chiede ” come spiegheremo ai figli l’allarme ininterrotto /se non sotto una maschera di vergogna?” (Ferramosca), a chi si commuove guardando (in foto) “una bambina [che] si dispera / perché per lei non è rimasto più niente,/e così un piccolo, che piange /stretto al padre, /e molti molti altri, molta gente intorno, come loro / disperata, se sopravvive agli spari” (Fo), a chi si rivolge spavaldo “ai capi di Stato e di Governo”: “Miei carissimi ed amatissimi porci / – sia lode ai maiali “ (Gaccione), a chi avverte “i distruttori d’Occidente”:Ogni volta che vi addormenterete / udirete i nostri passi sui sentieri delle lacrime” (Gallo), a chi si lamenta perchésopravvive la nostra lingua / in un recinto da indiani / (nativi americani eliminati) /semper dalla maligna ingordigia / dei supersceriffi in cerca d’oro” (Giancarli), a chi si è convinto che “la vera opposizione a questo mondo / la può esercitare solo chi lavori a fondo / dentro le grotte del proprio cuore” (Guzzi), chi prevede (o profetizza) “tempi foschi e poi i giorni / tremendi dell’ira, se si persiste / in questa follia” (Langella), chi rievoca un passato mitico “quando eravamo dèi e camminavamo con gli alberi / e le vesti erano anime e animali vivi / e ancora festeggiavamo i compleanni delle nuvole” (Mastropasqua), chi, come assorto in altri pensieri, dichiara che bisogna “pensare il corpo più che pensare al corpo” (Palladini), chi immagina “che possiamo essere buoni /intimamente protesi verso l’altro” (Parrelli), chi sconsolato si chiede: “Che può la vergogna dei pochi /contro l’indomabile ferocia dei tanti? Che può?” (Pecora), chi rievoca Gino Strada “ Il Medico Buono [che] volle anzitutto /curare gli ultimi, i dannati della Storia” (Perilli), chi prevede che “Quando tutto questo nostro mondo vedrà la fine / rimarranno soltanto le intelligenze artificiali” (Piccolo), chi drastico proclama: “Giustiziamo l’idea stessa di giustizia” (Pozzoni), chi solenne rimprovera: “Ma te n’avvedi, Italia, di che sogni / ti sei disfatta, di che canti, / di che virtù minuscole accudite” (Rosato), chi constata: “Quanti furti, latrocini, rapine, ruberie,/ e quante frodi, estorsioni e sottrazioni /dietro l’alibi di portare il progresso” (Ruffilli), chi esorta: “Riprendiamoci il sole / riabbracciamo il disordine” (Tabellione), chi suggerisce: “Siate gentili, tornate umani / Parlate piano, ridete molto /Accarezzate con le stesse mani /L’anima e il volto” (Tognolini), chi scorge “il volto del passato che ritorna” (Vitale).

6 L’operazione è avallata da un’affermazione dello stesso Pamio:E l’impegno civile? Più che di impegno civile, si può parlare di dignità, di un senso del rispetto per le creature che procede di pari passo con la parola”, pag. 8. Ma anche da Perilli, che le equipara nella postfazione: “Quelle che seguono in questo libro sono parole d’impegno civile, o, che è lo stesso, di rivendicazione e difesa della dignità umana, come vuole il sottotitolo”, pag. 187-188.
Cosa intendano curatori e poeti antologizzati per “dignità umana” non è troppo chiaro. Dignità è porsi con rispetto di fronte al creato. Per contribuire a edificarlo, a migliorarlo.”? (Pamio, pag. 7-8). “Senso del rispetto per le creature che procede di pari passo con la parola”) (sempre Pamio, pag. 8). Dignità dei poeti in quanti poeti :“presa di posizione imposta dalla nostra dignità di Autori”? (Vaccaro, pag. 9). Dignità come ribellione o disobbedienza (“la dignità si aggrappa al respiro / di chi rifiuta l’ordine ingiusto,/ di chi non volta lo sguardo, /di chi scrive, e non acconsente.”? (Cavalera, pag. 43), Dignità come “bene sacro”? (Vitaldo Conte, pag. 55). Dignità “ è l’intenso sentire del cuore, è un atto di libertà, / una brace interiore”? (Segneri, pag. 160).

7 Si veda Pamio, che la storia la vede così: “La storia, una pattumiera in cui si gettano le folli e arroganti esternazioni di capi di Stato” (pag. 5). Si veda Adam Vaccaro che fa un minestrone dei Malvagi estratti da vari secoli: “Mai smisero d’incarnarsi/ in Erode, in Augusto, in Gengis Khan, Tamerlano, Torquemada,/Cortez,/ Pizarro, Napoleone, Hitler, Stalin, Leopoldo, Mao,/Bush, Netanyahu, Gheddafi.”(pag. 9). Si veda Elio Pecora che vede nella storia solo avidità e stupidità: “È innegabile che le rovine nelle storie umane sono state e sono l’esito di avidità e di stupidità. Soltanto la mancata conoscenza di sé, la sicura ignoranza del proprio bene possono portare a tanti errori, a tante sciagure.” (pag. 183).

8 E mi riferisco a Franco Fortini ( https://www.poliscritture.it/2021/09/27/fortini-la-guerra-la-pace/) e in particolare ad un suo scritto ai tempi della guerra del Golfo, “Otto motivi contro la guerra” (9 settembre 1990, in  L’ospite ingrato, 2, 2003).

9 E, infatti, nel “Manifesto in difesa della dignità umana” scrivono: “Evidenziamo tali derive e proponiamo l’iniziativa di proclamare un giorno per l’umanità violata, in cui siano spenti cellulari, televisioni, computer e sia proposto l’ascolto del mondo, con iniziative nel Territorio, in tutti gli ambiti sociali capaci di farsi eco di sodalizi attivi e sensibili a tali complesse problematiche”.

10 F. Fortini, “Che cos’è la poesia?” RAI Educational 1993.

Il mondo, come lo conosciamo, finisce nel 2050

di Paolo Di Marco

1- i fatti
È molto che se ne parla, a volte anche a livello di massa (tanto che ci avevano anche fatto un film), e fino all’anno scorso sembravano falsi allarmi, tanto che l’IPCC ne dava una probabilità del 4% nel 2100; gli studi più recenti hanno invece rovesciato il quadro: non è più questione di se ma di quando; e il quando più probabile è tra il 2025 e il 2095, con centro nel 2050: per allora l’AMOC, la grande corrente (Atlantic Meridional Overturning Circulation) che porta le acque calde dal sud al nord e riporta le acque fredde da nord a sud, redistribuendo il calore su tutta la superficie marina e poi terrestre (trasporta 50 volte l’energia prodotta in un anno da tutta l’umanità) si fermerà.

Il collasso ha una causa semplice: il riscaldamento globale sta sciogliendo i ghiacciai della Groenlandia, e l’acqua dolce diminuisce la salinità delle acque del nord, che è il motore base della circolazione.
Dal Sud arriva acqua di superficie calda e salata, man mano cede calore al Nord (e dall’acqua si distribuisce sulla terra)e si inabissa (fino a 3000 m) tornando indietro fredda e dolce; diminuendo la salinità si rallenta il ciclo e il flusso fatica anche a scendere, in un ciclo perverso (il contrario del ciclo virtuoso precedente) che progressivamente rallenta fino a fermarsi. Il punto di svolta definitivo (tipping point), quando la crisi diventa irreversibile, è in un intervallo di tempo che ha come centro il 2050, con una probabilità del 90%.
(Article Open access
Published: 25 July 2023
Warning of a forthcoming collapse of the Atlantic meridional overturning circulation
Peter Ditlevsen &Susanne Ditlevsen 
Nature Communications volume 14, Article number: 4254 (2023): questo è l’articolo del più autorevole studioso dell’AMOC che ha cambiato le prospettive; successivamente confermato da molti altri studi:

2- le conseguenze
Quello che succede (in breve sintesi) è che il caldo del sud non sale più al Nord, che si raffredda; non che il riscaldamento globale se ne vada, ma semplicemente rimane concentrato nelle fasce equatoriali; ne soffre soprattutto l’Europa del Nord e centrale, con picchi negativi di temperature fino a -20° e -30°; per gli USA il raffreddamento sarà netto ma forse non così accentuato come per il Nord Europa /.3° a decennio..);  I modelli per il Sud del mondo sono ancora in aggiornamento…(L’immagine del titolo riporta un momento di una delle simulazioni). Sembra quasi una burla che il riscaldamento globale provochi una forma di era glaciale localizzata.   Quello che è certo è che l’Europa (Gran Bretagna compresa) non sarà più la stessa, non solo climaticamente, con la parziale eccezione (anche qui solo climaticamente) di Italia e Grecia. (A parte le coste, dato che l’Atlantico-e il Mediterraneo di conseguenza- salirà di 70 cm).

È già successo altre volte..l’ultima la ripresa si è avuta dopo 1000 anni…e non c’era l’uomo nella sua forma sociale attuale.

3- Il segnale e i dati

Negli ultimi anni si è osservato che nel NordAtlatico c’è l’unica zona al mondo che non si riscalda, una grande Macchia Blu. È come un faro, il segnale che qualcosa non funziona nella redistribuzione del calore del mare. Ed è il segnale di allarme più evidente della crisi dell’AMOC.               Ma quello che in questi due anni ha cambiato le prospettive sull’AMOC non è stato tanto questo faro, ma soprattutto l’evoluzione dell’analisi dei dati. Il problema centrale è che abbiamo solo dati recenti sulla circolazione delle correnti marine, e quindi le previsioni avevano un grado di certezza basso. Ma si è rimediato in due modi: da un lato aggiungendo una prospettiva di lungo periodo coi dati dei sedimenti marini, che hanno permesso di estendersi per centinaia di migliaia di anni all’indietro; e dall’altro colle osservazioni marine delle navi dell’ultimo secolo, le stesse osservazioni che avevano permesso negli anni ’70 al centro di ricerche della Exxon (‘Exxon, the road not taken’) di allertare sul riscaldamento globale (‘Se non smettiamo subito le estrazioni di petrolio saremo tutti fottuti’). Colle nuove serie di dati si è avuto un salto di qualità nel rapporto dati/modelli di previsione, permettendo di creare un modello matematico che si inseriva perfettamente nella storia delle crisi preesistenti…e che prevedeva con una certezza del 95% questa prossima.

Una visita a Giampiero Neri

Riordinadiario 2005  -18 agosto


di Ennio Abate

Torna ad assicurarmi che ha buone speranze sugli sviluppi della rivista [Il Monte Analogo] e che tutti mi stimano («nessuno ti fa la fronda»). Mi passa un grosso romanzone di un certo P.L.. Penso che si disfi così di libri in più che gli arrivano e che non gli interessano (ricordo che lo faceva anche Fortini: una volta ci diede un librone coi disegni di Altan). Mi mostra un libro Einaudi, scritto da Gabriele Pedullà, suo amico. È un’antologia di scrittori italiani sulla Resistenza (Bilenchi, Fenoglio, Moravia, Calvino, Fortini, Vittorini, ecc.). Mi fa leggere la dedica di Pedullà: «a Giampiero, bianco e nero…». Riaffiorano le sue rimostranze contro gli scrittori di sinistra. Mi elenca quelli che erano stati da giovani fascisti (ad esempio, Vittorini, che aveva vinto anche un premio di tremila lire, che – aggiunge – allora valevano parecchio; e nei suoi confronti è molto accanito). Non contesta che potessero cambiare idea e fronte, ma è colpito dall’arroganza con cui avevano espresso la loro scelta politica anche dopo [il passaggio al PCI]. Riprende le parole del suo «maestro», Fumagalli. Gli aveva confidato che lui era stato fascista «fin quando il fascismo non era stato hitlerismo». E ritorna ancora alla figura per lui restata mitica di Mussolini: un grande politico, uno che quando era diventato direttore dell’”Avanti” aveva fatto passare la tiratura del giornale da 2000 a 60.000 copie e era stato un grande fino al ‘26 o al ’32 – quando era influenzato dalla sua «ninfa egeria», la Sarfatti, che, donna di cultura, avrebbe esercitato su di lui un’influenza benefica – ma che poi si sarebbe imbolsito, consegnandosi a Hitler. (Mi fa il paragone con Miglio, guida spirituale della prima fase della Lega). Per lui il fascismo “buono” c’è stato ed è quello degli inizi (e che Mussolini tenta  poi di riprendere nel ’43). E tende ancora a distinguere fra i tedeschi, particolarmente efferati nei loro comportamenti di guerra, e gli italiani. Per gli scrittori gli dico che non ci si dovrebbe fermare allo stile, alla loro bravura; e che certamente, nel passaggio dal regime fascista a quello repubblicano, gli individui non sempre si trasformarono con qualche coerenza. (Volevo ricordargli anche quanto mi aveva detto Michele Ranchetti sul passaggio in blocco dopo il ’45 di molti fascisti di Milano al PCI). Gli contesto che nazismo e fascismo fossero differenti: erano iscritti in una stessa cornice ideologica; e nella pratica di guerra non ci furono distinzioni di sostanza. (Gli ricordo l’uso dei gas asfissianti in Abissina; lui si fida di quanto dichiarato da Montanelli. E gli studi di Del Boca? Aggiungo: uno dei due dev’essere un bugiardo, non ti pare?). Nemmeno nello scontro fra alleati e nazistici furono quelle differenze (bombardamenti su Dresda, su Londra, e poi l’atomica su Hiroshima e Nagasaki). Lui riconosce che a tutta quella storia  pensa spesso, ammette che la sua parte ha anche sbagliato, che quello che ha detto nelle sue poesie è solo la punta di un iceberg. Concludiamo di tener aperto il discorso fra noi su queste questioni. Poi mi racconta un recente episodio che l’ha particolarmente colpito: alla Fiera del libro di Torino, ha riconosciuto in uno stand Renato Curcio, gli si è avvicinato e gli ha stretto la mano. Senza dirsi nulla. Si sono guardati e lui è convinto che si siano capiti. È come se con quel gesto avesse detto a Curcio: anche tu ora sai che cosa significa essere fra i soccombenti come sono stato io. Uscendo dal portone penso all’interpretazione psicanalitica che ne darebbe A., il quale in questa simpatia di Giampiero per l’avversario comunista – Vittorini o Curcio – vede un irrisolto complesso edipico verso il padre.

 

 

 

Kirk, bufale e boomerang

nella foto: sopra un fucile Mauser, sotto un Carcano


di Paolo Di Marco

Ci risiamo! Continuano a prenderci per idioti…
1- La versione ufficiale-FBI- dell’assassinio di Kirk sembra un film di Ridolini: il colpevole dichiarato, Tyler Robinson, arriva in macchina sotto l’edificio perfetto per il tiro, parcheggia e sale sul tetto con un enorme Mauser, invisibile ma supposto infilato smontato nello zainetto di 40×50 (??). Sul tetto si cambia (!sic), monta il fucile col cacciavite, spara un colpo solo mortale su Kirk che è di fronte a lui a 150m, smonta il fucile col cacciavite- che però dimentica lì, si cambia di nuovo (?!serve a far tornare i conti con le telecamere), scende dal tetto col fucilone nello zainetto (sempre invisibile), corre in vista della gente parcheggiata, si infila in un boschetto dove lascia il fucile montato (?senza il cacciavite che era rimasto sul tetto, con su il suo DNA, ma con intorno uno straccio che ha sempre il suo DNA-ma non il fucile); riprende la macchina, guida 300 miglia, appena arrivato a casa confessa tutto sui social, dove scrive anche dichiarazioni d’amore strampalate a un suo amico, poi confessa tutto al padre -che viene dichiarato ex poliziotto ma invece è imprenditore edile; il padre lo consegna subito all’FBI e incassa la taglia da un milione. E il colpevole è subito in prima pagina con l’FBI trionfante,
Possiamo pensare che questo pasticcio mal riuscito sia dovuto al fatto che il nuovo FBI di Patel sia pasticcione e incompetente come il suo direttore, ma conviene andare a vedere i fatti da vicino.

2- il primo dato è il colpo mortale: quello che si vede da tutte le riprese video è che sotto l’effetto del colpo Kirk ha un sussulto e poi si accascia sulla sinistra; il foro visibile è anch’esso sulla sinistra della gola (poco di fianco al pomo d’Adamo), grande come una monetina 10 cent; la fotocamera alle spalle di Kirk (recuperata da uno di Turning Point e mostrata a Candace Owens) non mostra alcuna traccia di sangue posteriormente.
L’FBI dice che il foro è quello di entrata dal colpo -l’unica spiegazione compatibile col tiro frontale e il colpevole dichiarato. Il coroner non trova il foro d’uscita. [1]
Il guaio è che tutti gli esperti di balistica su You Tube – dai cecchini dei Navy Seals ai cacciatori ai tiratori professionisti che conoscono il Mauser, di destra, di centro, anarchici (Marin, Vahalla, RangeDayBro…) che siano – dicono tutti che la ricostruzione FBI è impossibile: quel Mauser 98, 30-06 è un fucile di origine militare (1a e 2a guerra, poi caccia) che spara colpi devastanti: un melone colpito da 150 metri esplode letteralmente, un cranio umano lo stesso, e se non prende le ossa spande profluvi di sangue e schegge; e quello che si vedrebbe sarebbe anche il corpo che per effetto dell’urto viene catapultato all’indietro.
Il rumore anche sarebbe ben più forte del ‘pop’ smorzato che tutti sentono- anche se molti lo sentono passare sopra la testa.
Il sussulto e l’accasciarsi alla sua sinistra sono solo compatibili con un colpo di un piccolo calibro (o rivoltella) proveniente dalla sua destra (e che colpisce l’orecchio poi scende alla gola).
Mazzucco (LuogoComune2) analizza nel video gli strani movimenti di 3 personaggi alla destra di Kirk prima e durante, e crede di individuare una pistola che fa fuoco da sotto l’ascella. Ma l’angolazione basso-alto torna male, anche rispetto al rumore, e anche per un professionista sarebbe un colpo di grande difficoltà.
Quello che in ogni caso è inconfutabile è che la versione FBI non regge, e il suo colpevole dichiarato è totalmente improbabile.
Andrebbe anche sottolineato -come curiosità forse- come nei complotti coi colpevoli costruiti a tavolino il fucile sia sempre europeo: stavolta un Mauser, per Kennedy un Carcano-Mannlicher.

3- E col colpevole cade anche penosamente l’incriminazione della ‘sinistra’ per l’omicidio; dalla propaganda becera e opportunista delle nostre Angurie- mossa che una ‘sinistra’ con un minimo di palle potrebbe ora trasformare in un boomerang- fino alla messa al bando dell’antifascismo da parte di Trump: mossa per lui coerente ma giuridicamente demenziale.
Ma visto che di complotto si tratta: finto colpevole e FBI che racconta favole+assassino professionista (come dicono gli esperti citati) = complotto, sarebbe bello capire chi sono i mandanti.
Purtroppo qui le illazioni si sprecano ma i dati sono pochi. Da destra e da sinistra si punta molto il dito contro Israele, ma l’unico elemento plausibile che viene addotto sono le recenti timide critiche al genocidio ammesse nei recenti comizi…un po’ poco.
Preliminarmente però conviene mettere meglio a fuoco il personaggio: l’organizzazione di cui è stato fondatore ed efficace portavoce, Turning Point USA (punto di svolta), ha un bilancio di 80 milioni, alimentato da piccole donazioni ma anche da milionari; anonimi (e non, come il Fondo Bradley); l’organizzazione è molto vasta, con 1500 sedi in giro per le scuole degli USA e centinaia di migliaia di iscritti.
Kirk era la parte più visibile di un movimento che è qualcosa di nuovo per gli Stati Uniti: una formazione cristiana di base, radicata nelle scuole di tutti i livelli, politicizzata e socialmente impegnata (simile alla nostra Comunione e Liberazione d’antan), che sviluppa dalla base le battaglie della destra, dalla lotta all’aborto a quella ai vaccini.
È una gamba fondamentale del polipo della nuova destra, che si appoggia per le altre sugli evangelici (con i loro 30 milioni di voti per Trump), ma che sono ora movimento internazionale d’assalto in America latina (Bolsonaro e Milei frutti loro) come in Africa ed Asia (in Corea hanno superato il buddismo come prima religione)) e poi sul Maga, coacervo socialmente disomogeneo ma ben unito ideologicamente e ormai anche blocco di potere. (Il fatto che – tradotto in termini nostrani – sia un mix tra Lega e FdI ci indica la presenza di meccanismi ormai simili di creazione del consenso).
Ma mentre Maga ed Evangelici sono uniti da un abbraccio diabolico ormai indissolubile (i pochi evangelici indipendenti o non di destra sono stati emarginati senza sforzo), Turning Point è un movimento indipendente che può seguire logiche autonome, soprattutto proiettato nel futuro; il che in certe situazioni poteva essere molto imbarazzante. Di più ora non sappiamo…tranne che questo pericolo è stato scongiurato.

Nota


[1] Le indiscrezioni di un chirurgo vicino alla famiglia presente all’autopsia-la cui relazione sarà consegnata tra un mese privatamente- dicono tre cose:
– non c’è foro di uscita
– il proiettile è nel collo sotto la pelle
– le ossa di Kirk erano talmente dense da aver fermato un proiettile che avrebbe potuto uccidere quelli che gli stavano vicini
Qui siamo in pieno fumetto, con un Superman le cui ossa sono talmente forti da aver fermato un proiettile che viaggiava al doppio della velocità del suono e contemporaneamente talmente elastiche da averne assorbito l’urto.
Teniamo conto che i proiettili del Mauser 30-06 hanno un’energia all’uscita che varia tra i 2200 joule e i 3400 joule, col più leggero ‘scamiciato’ che all’ingresso si frammenta e distribuisce in giro la propria energia distruggendosi e distruggendo tutto il bersaglio (ma se l’han trovato non è questo), e quello più pesante incamiciato (full metal jacket) che ha una distruzione più mirata e un’energia cinetica maggiore-capace di spostare violentemente tutta la parte di bersaglio (testa o tronco) -ma dai video questo non succede per nulla.
Quindi siamo ancora in piena favolistica.’