Capricci

capricci ederle

di Arnaldo Éderle

 

Come due arance

Ora faremo il resto, poeti generosi.
Quando s’avvia la macchina dei sogni
potrebbe sembrare la mia.
Ma non è. La mia macchina non fa
sogni inventati, fulgidi o bruni
come l’asfalto. E in tutti i casi
non si tratta di sogni. Semmai
sognifico la realtà vera.
Tratto i tronchi
come uomini di legno, o le belle
balaustre come gonne di donne
antiche, piene di sottane e poi
le belle, come alti garofani e rose,
insomma, trasformo ciò che vedo
davanti agli occhi in altre cose:
due arance appena spiccate
dal ramo dell’arancio,
ad esempio.

 

Ma guarda!

Chi ti rivedo nel giardino
delle anime, coricato sul fianco,
su un praticello
con una sigaretta fumante
tra le dita?
Ma guarda, è proprio lui! Il mio
defunto Io. Sembra una frottola
da ubriaco, invece è la pura verità.
Si tratta bene il mio doppio,
senza fatiche, riposa con lo sguardo
immerso nelle fronde verdi, ogni poco
dà un tiro alla sua fumosa
che si consuma in pace.
Ma guarda, io che vedo il mio Io,
come un dio sfaticato:
se ne sta beato nel giardino
animato dalle anime defunte.

 

Un’orgia di carne

Ho visto cinque cavalli bianchi,
e uno nero che li guidava senza
meta, in cerchi concentrici
appena fuori dalle mura di Montagnana,
nel vallo. Nessuno li controllava,
giravano e giravano,
la testa bassa e i garretti che si
alzavano e abbassavano con molta energia.
Quaranta cuccioli cercavano di
imitarli, ma erano troppi, così
si incrociavano e sbattevano uno
contro l’altro con il muso o
con il deretano.

 

Una strana malinconia

Salto nel pieno
di una vita cresciuta magra
senza titoli, asciutta,
un’acciuga di esistenza.
Me la figuro immobile, istupidita
e triste:
una noce nera.
Stasera si adagerà sul piatto
della cena,
intirizzita dal vento
delle assenze. Se verrà
uno spirito randagio, la troverà
com’è, spinata e gialla,
la sua figura sommersa
nell’acido bagno della sorte.

 

Due con gli abiti in fiamme

Adesso vi dico cos’è la fantasia.
Uno s’immagina una storia che non è
mai esistita. Inventa due figure
stupide e banali che giocano a scacchi,
accendono e spengono lumi
neri e parlano di donne,
dei loro profumi, delle loro calze.
D’un tratto alzano la voce e si
prendono a schiaffi.
Gli scacchi
saltano per aria, i lumi bruciano
e un incendio divampa nella stanza.
I due si battono i vestiti con
le mani, cercano di fuggire, mais…
la porta nella stanza
non c’è.

 

I mari del Sud

Vorresti emigrare sulla luna?
Chi te lo impedisce. Vai!
Vorresti scappare nel centro
della terra? Chi ti trattiene.
Ormai, non se ne può più di gente
che va di qua e di là con mille scopi.
Così andò.
Conobbe i lunatici, gente fredda
senza cordialità, pigra come un tasso,
piccoli uomini strani, con una gran
testa e le gambe sottili.
Non gli piacquero. Andò nel centro
della terra. Trovò scorpioni e vipere
mortali. Tornò indietro.

Mi hanno detto che ora vegeta
in una capanna dei Mari del Sud.

 

Segnapasso

“MIGLIORANZI ANTONIO”, nomi
che stanno sulla cresta di palazzi
di periferia e godono di continui
richiami.
Ogni macchina che passa di lì,
ogni automobilista, li guarda come
segnapasso e li ripete nella mente
andando.
Paiono scritte memorabili
dipinte su lapidi giganti. Quando
si passa di fronte o si costeggia,
vien voglia di segnarsi,
come davanti a un cimitero.

 

Il passero nero (racconto in versi)

a Charlot

Sì, sì, l’ho visto anch’io. Era
un passero nero con una casacca
viola. Gesticolava con un’ala,
voleva che si avvicinasse
a lui qualcuno della piazzetta
piena di gente. Niente. Nessuno
se ne dava per inteso. Allora lui,
il passero nero, si mise
a saltellare sul ramo.
Qualcuno cominciò a guardare
nella sua direzione.
Poco a poco, anche altri
astanti se ne accorsero, finché
tutta la piazzetta fu una testa sola
rivolta verso l’albero del passero.
Questi, nello stesso momento
del suo successo, fermò l’ala e rimase
immobile.
Si accese un enorme silenzio.

Davanti a quel previsto spettacolino
l’uccelletto se la rise a crepapelle.

 

Uno di carta

Un vestito di carta a fiori
come della tavolozza i colori,
ricopriva il suo corpo fragilissimo,
gli disegnava spalle e fianchi,
i piedi e le mani
che ogni poco ritirava e svolgeva
tirati e rilassati dalla magia.
Che strampalato individuo
si ergeva in fondo alla via
delle Magnolie, un soggetto tutto
una favola, un’apparizione
da ingenuo fumetto fatto per
somigliare a un uomo.
Ma egli non si muoveva, restava
fisso in terra, infelicemente
solo.
Passò di là una farfalla
che senza pensarci su
se lo mangiò e volò via
traballando.

10 pensieri su “Capricci

  1. Queste poesie scendono come gocce rinfrescanti sulla pelle accaldata dal sole. Esperienza e freschezza sono ben dosate, la malinconia rimossa da immagini gioiose che ballano in un ritmo che mi piace tanto. complimenti!!

  2. Da tempo non mi capitava di leggere versi di Arnaldo Ederle e queste pubblicate su Poliscritture le ho trovate vigorose e ironiche senza essere saccenti, equilibrio non facile. Si sente la saggezza di un certo momento della vita, la tenerezza finanche e una parola che aspira all’onestà.
    Grazie,
    Mariella De Santis.

  3. basterebbe quell’ -*” acciuga di esistenza “* per assegnare il titolo di buon poeta a lei, Ederle, ma sono tante le espressioni riuscite nel suo versi che mi hanno rimandato a molti quadri di Chagall.
    Lei è chiaro, ma al tempo stesso profondo, fa una poesia come piace la poesia a me, appena uscito da una lettura di altri versi, completamente allucinanti o demenziali.
    grazie

  4. Capriccio: successione imprevedibile, bizzarra e virtuosa, che risponde all’invenzione e non a processi ordinati, per suscitare sentimenti accentuati di spavento e di dolcezza.
    Nelle sue poesie AE sta dietro le spalle di chi legge e indica, per il proprio piacere e quello altrui, i suoi trucchi di giocoliere.

  5. davvero belle queste poesie, divertenti o amaramente divertenti, dove la realtà è filtrata attraverso specchi deformanti e arruffata di non sens, a spezzare i rigidi schemi di un ordine solo apparente…finali a sorpresa, situazioni impensabili, quadretti pittorici naif…Tra quelle che preferisco c’è “Ma guarda!”, per la rappresentazione di un io sognante e “sfaticato”, disteso sul un praticello a fumare la pace dell’anima, da buon indiano…

  6. Deliziosi questi “Capricci”, e godibili sia come accade con certe composizioni musicali dove virtuosismo e contrappunto giocano tra loro liberamente, al di là dei criteri convenzionali – e in questi versi A. Ederle si diverte anche a fare la caricatura della ‘fantasia’ (*Adesso vi dico cos’è la fantasia* in “Due con gli abiti in fiamme”) – e sia là dove il poeta *sognifica la realtà vera*, trasfigurandola in modo stravagante.
    Eppure si tratta di sogni molto istruttivi che, al di là del godimento, danno da pensare nei loro accostamenti insoliti, perché *insomma, trasformo ciò che vedo/davanti agli occhi in altre cose*.
    Così come, nella poesia “Segnapasso”, ci fa vedere quanto siamo condizionati dai messaggi subliminali (*ogni automobilista, li guarda come/segnapasso e li ripete nella mente/andando./ Paiono scritte memorabili/dipinte su lapidi giganti*).
    Oppure dalla ideologia della ricerca fine a se stessa: ne “I mari del Sud” ( *Ormai, non se ne può più di gente/che va di qua e di là con mille scopi.*); o anche l’uccello che se la ride nel vedere come * tutta la piazzetta fu una testa sola/rivolta verso l’albero del passero*, descrivendo, con intento satirico, coloro che seguono le mode senza sapere perché.
    La stessa capacità di guardarsi dall’esterno in “Ma Guarda” e “Una strana malinconia” *di una vita cresciuta magra*, pur adombrando tristezza e sofferenza, non si accompagna alla violenza dissacrante che la satira porterebbe con sé, ma si mantiene su un registro di tenera con-passione.
    Un po’ come in “Uno di carta” : *Un soggetto tutto/una favola, un’apparizione/da ingenuo fumetto fatto per/somigliare a un uomo./Ma egli non si muoveva, restava/fisso in terra, infelicemente/solo*.
    Bisogna essere davvero bravi per riuscire a rappresentare la profondità – dentro cui è facile perdersi – con tratto così leggero.
    R.S.

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