Maschere

T. N., Maschera che cancella i desideri nello specchio, 1980

di Ennio Abate

Andavamo in manifestazione verso Roma con giovani compagni. Pozzanghere e grosse lastre di pietre sul cammino. Alcuni ci sguazzavano. Io cercavo di evitarle saltando sulle pietre asciutte. Ho saltato anche un torrente e ho cambiato strada. Ero in campagna. Un casolare. Qui dicevo abitano cent’anni? ( campano cent’anni?). Ho visto un vecchio alto di statura e robusto, ma quasi cieco. Cosa gli era accaduto? L’ho preso per un braccio e l’ho aiutato a sedere. Ma d’un tratto è crollato a terra. Mi son avvicinato al suo volto. Sembrava una maschera di bronzo, come quella di un antico guerriero ( immagini di Micene?). Si sono avvicinati dei passanti. Io singhiozzavo dicendo: questo è Montaldi…

(Diario 9 gennaio 2004, Sogno)

Continua la lettura di Maschere

E che ne sai tu di un Migrante?

a cura di Ennio Abate e Jorida Dervishi

In questa rubrica (Del migrare) inizio una collaborazione con Jorida Dervishi. Ho già presentato (qui) una sua prima raccolta di storie di migranti. Altre ne sta raccogliendo e mano mano le pubblicheremo su Poliscritture. Le introdurrò con brevi riflessioni, in modo che la vivacità giovanile delle sue interviste si confronti con i pensieri di un migrante italiano di vecchia generazione. Per un possibile dialogo. Comincio con la presentazione di “E che ne sai tu di un Migrante?”, uno scritto che dà conto dell’idea che Jorida ha del nomadismo d’oggi. Lei – ed è questo anche il mio punto di vista – ne vede gli aspetti dinamici e coraggiosi: “chi è nomade vede il mondo in un continuo cambiamento, non si nasconde dietro le sicurezze”). E considera – anche su questo sono d’accordo – ragionevole la necessità del migrare: “Per molte persone oggi l’unico modo per trovare la salvezza è fuggire dalle proprie terre”. Ma – devo dirlo – a me pare troppo ottimista quando scrive: “la STORIA UMANA è fatta da tante storie, piccoli pezzi raccolti lungo il viaggio, le piccole storie di molte persone come lui [il migrante] che hanno lottato per vincere, sono stati sbattuti a terra per rialzarsi”. Perché, come purtroppo la cronaca degli ultimi anni ci dimostra, i potenti che agiscono da posizioni di vantaggio si danno da fare ferocemente per scartare proprio “le piccole storie di molte persone”. Sì, molti hanno sperato che “l’apertura dei confini avrebbe potuto far sì che tutte le persone potessero muoversi liberamente”, ma si sono illusi. Noi assistiamo proprio al ritorno alle “fortezze”. E, più che stupirsene, c’è da pensare ai processi reali che stanno accadendo nel mondo globalizzato e al pericolo che la crisi del sistema sociale democratico in Occidente spinga un numero crescente di europei ed occidentali a considerare le migrazioni “come un semplice “problema di sicurezza” esterno” e – come pensava lo studioso Robert Kurz – a classificare come “superflui” paesi e interi continenti che si rivelano inadatti alla riproduzione di mercato. [E. A.]

Continua la lettura di E che ne sai tu di un Migrante?

Su alcune poesie inedite di Daniele Barni

di Angelo Australi

Il poeta ammette/di mettere/ nella sua poetica/ un po’ di etica/ ovviamente estetica, / un po’ di emotica/ ovviamente demotica, / un po’ di pratica/ ovviamente ieratica, / e tanta ispirazione. / Dimenticando il più: / La TRAspirazione.

Questa strofa è tratta da “Figure etimologiche e bisticci” una poesia di Daniele Barni che si trova nel libro Piccola antologia di anonimi contemporanei, pubblicato da Italic Pequod nel 2017. Un verso dissacrante il suo, e al tempo stesso divaricante per similitudini. Come Leopardi, tende a confrontarsi con il nulla, lì dove sta la poesia che scopre la vita, ma non si scopre. Daniele Barni è speculativo, quasi in modo fisico, nella sua disillusione generazionale trovo il bisogno di scoprire la forza di questa perdita in senso meno lirico e più da poeta “civile”.

Continua la lettura di Su alcune poesie inedite di Daniele Barni

Anni ’70. Antiveltroniana

a cura di Ennio Abate

Anni ’70: passato che non passa. In questi giorni Walter Veltroni ha scritto sulla “violenza” di allora, partendo dal caso del giovane fascista Sergio Ramelli ferito a morte in un agguato tesogli da un gruppo di militanti di Avanguardia Operaia (qui). La sua tesi (” I morti di quegli anni non devono oggi essere rivendicati, scagliati, usati per protrarre l’odio. Il conflitto, in una democrazia, è vitale. Anche il più duro. Senza conflitto non c’è libertà. Ma l’odio è una patologia. E quegli anni sono stati un’epidemia di questo male. Non ci sono state morti giuste e ingiuste.”) ha suscitato risposte aspre e indignate (qui quella di Christian Raimo) ma anche consensi (qui quello di Mauro Piras su Le parole e le cose 2). Con tanti gravi problemi che già ci assillano c’è ancora bisogno di rispolverare memorie e storie? Sì. E visto che loro (Veltroni, Corriere della sera, Le parole e le cose 2) suonano le loro trombe, mi pare necessario suonare almeno le nostre campane. Riporto in Poliscritture gli appunti che ho lasciato finora nello spazio commenti di LPLC2 . [E. A.]

Continua la lettura di Anni ’70. Antiveltroniana

Antolino e “Il mistero del Fonkappen”

di Donato Salzarulo

1.- Un pomeriggio d’estate del 1967, Giuseppe, un giovane bisaccese, sale sul treno proveniente da Avellino per Rocchetta Sant’Antonio. Destinazione: “Andretta beach”, come chiama scherzosamente l’ansa ciottolosa del fiume Ofanto, dove l’aspettano «una ventina di squattrinati che, non potendosi permettere le spiagge di Rimini né tanto meno quelle della vicina Paestum» (pag.109), vanno spesso lì a fare il bagno.

Continua la lettura di Antolino e “Il mistero del Fonkappen”

Il guaio col metodo scientifico

di Paolo Di Marco

Con questo articolo inizia una nuova rubrica (dall’omonimo titolo) in cui Paolo Di Marco (qui nel n. 11 di Poliscritture del marzo 2015 la sua Intervista a Carlo Rovelli) ci condurrà nei meandri – complessi, affascinanti e ambivalenti – della ricerca scientifica. [E. A.]

Decenni di successi tali da poter cambiare completamente il nostro rapporto col mondo e l’immagine che ne abbiamo: la scienza oggi sta su di un piedestallo molto alto ( anche se non sempre riconosciuto e ancor più raramente apprezzato). Ma non è la stessa scienza delle origini. Tutto il dibattito che la Filosofia della Scienza ha sviluppato (con Popper e Feyerabend come estremi) rimane sfuocato rispetto all’effettivo divenire del suo soggetto, un percorso già intuito da un geniale Poincarè e poi maturato nel secondo dopoguerra. E troppo poco se ne parla. Quindi cominciamo qui un discorso di approfondimento sul come effettivamente funziona oggi la scienza: non sul suo ‘esterno’, sui rapporti tra scienza e potere, ma direttamente sul suo interno’, sul metodo scientifico oggi.

1- pregi

L’elemento centrale della fiducia riposta nel metodo scientifico sta nel processo di controllo dei risultati: ogni risultato deve essere pubblicato in una certa forma, che comprende tutti i dati ottenuti, le fonti e i metodi utilizzati; ma prima della pubblicazione ufficiale deve essere analizzato da altri ricercatori esperti che controllano il percorso e i dati; e prima ancora, particolarmente nel caso di Fisica e Matematica, passa in genere attraverso un altro confronto (su un archivio pubblico come Arxiv) dove arrivano le opinioni di altri esperti ed interessati.

Continua la lettura di Il guaio col metodo scientifico

Di foibe, di bene e male, di organizzazione del “noi” e dell’”io”

Albrecht Dürer – Caino uccide Abele, 1511, Xilografia

Uno scambio tra Ennio Abate e Rita Simonitto

Cercare di fare chiarezza oggigiorno è una impresa ardua non solo per la sovra abbondanza di notizie (che dannosamente hanno scalzato il concetto di informazione) unitamente alla tempesta di fake news che ci sovrasta di continuo, ma anche perché in un sistema così disgregato come l’attuale è difficile proporre di pensare (che implica disporre di tempo e fiducia) al posto dell’agire (che implica velocità di soluzioni e paura di non farcela). Riteniamo però che il pensiero sia una dotazione dalla quale non possiamo deflettere pena l’attivarsi di un processo regressivo (in parte iniziato e di cui si vedono già gli effetti devastanti) che ci infantilizza e ci rende manipolabili [R. S.]

Continua la lettura di Di foibe, di bene e male, di organizzazione del “noi” e dell’”io”

Tutti assenti

Romanzo tragicomico che racconta in prima persona la storia del primo anno d’insegnamento di un giovane supplente di Lettere con qualche ambizione artistica e della scuola di campagna dove è approdato. I personaggi che lo animano si muovono sulla pagina come presenze in carne e ossa. Tutti inadeguati, consumati, a volte evanescenti, popolano un mondo rimasto sullo sfondo della modernità, come il bidello-scrittore Celestino (che possiede il dono dello  svedere), il professor  Sciarra  (misogino  e  intrattabile), la vicepreside (anzi,  Arcipreside), gli insegnanti ibernati e i genitori rinunciatari. Tutti assenti con la sua scrittura scanzonata e fortemente umoristica, è stato segnalato alla XXXI edizione del Premio Calvino «per il notevole talento linguistico e per l’acuta intelligenza con cui si tratteggia un disilluso quadro dell’odierna istruzione di massa e, sotto traccia, della società italiana nel suo insieme».