Vienimi in sogno spesso, amico mio, aiutami

bisaccia di avellino
Piazza del Belvedere a Bisaccia di Avellino

di Donato Salzarulo

«Il mondo non c’è più, io debbo portarti».
(Paul Celan)

 

Ogni volta è la fine del mondo,
la fine di un mondo.
Ogni volta unica irripetibile traumatica.
Come unica irripetibile traumatica è la fine
di questo mio fraterno amico,
preziosissimo amico.
È come affacciarsi su un baratro,
un vuoto che risucchia,
una vertigine scioccante,
un enigma che si svolge in piena luce
e lascia addosso (dentro, dappertutto)
una sensazione profonda di perdita,
un silenzio gigantesco,
un’assenza incolmabile,
una mancanza insanabile.

Senza Pietro non sarò più lo stesso.
(Non saremo più gli stessi).
Affidarsi al ricordo sarà necessario,
ma non basterà.
Io non potrò più godere di uno sguardo,
di un laboratorio di pensieri azioni gesti,
di un modo di raccontare il mondo
unico, singolare.
Quello proprio di Pietro.

Uno sguardo vivo, acuto,
straordinariamente intelligente,
pieno di eleganza finezza sensibilità bellezza.
Lo sguardo generoso di un grande artista
che sapeva ogni volta regalarmi un’idea nuova,
un’illuminazione, un modo insolito, originale
di dare forma al mondo,
di tradurlo in linee colori composizioni quadri
sculture manifatture.
Pietro ha prodotto un’opera immensa
che attende di essere conosciuta,
compresa studiata valorizzata.
Un’opera che questa morte misteriosa e indomabile
come la sua malattia
sigilla.
Così come sigilla tutta la sua vita.

Io non ho esperienza del Pietro artista
così come potrei averla di un Morandi o di un Fontana.
Io ho una lunghissima esperienza di Pietro e con Pietro.
Ho esperienza dell’uomo e del suo universo di relazioni.
Sono stato testimone dei suoi amori,
delle sue nozze,
delle sue certezze e incertezze,
delle sue verità e perplessità,
delle sue azioni e delle sue esitazioni.
Nella mia mente ho una sua miniera inesauribile:
Pietro che passeggia in piazza con me –
O Dio, passeggiare in piazza con Pietro!…
Doveva salutare tutti,
scambiare due parole con tutti,
informarsi su questo e su quello…
Io sono francamente più orso…-
Pietro con cui prendo il caffè,
con cui pranzo o ceno,
con cui vado in bici, viaggio
o vado in vacanza…
Pietro che mi fa confezionare un berretto leonardesco,
che mi regala uno di quei giubbini leggeri
con la tasca davanti da canguro,
che viene a Cologno
per consigliarmi la scelta degli occhiali
– disprezzava quelli enormi, a goccia,
preferiva gli occhialini alla Benjamin:
mi voleva nello stesso tempo
più artista e più intellettuale!… –
Pietro che nel 1987,
mentre mi stanno costruendo la casa dove abito,
ordina ai muratori di buttare giù
il muro della cucina perché troppo lineare,
poco funzionale…
Pietro che alla morte di mio padre mi accompagna
alla vigna e mi scatta decine di foto…
Pietro che mi mette in posa e mi fa il ritratto.

Fare il ritratto di una persona
significa certamente
incontrare una determinata forma della fronte,
un preciso taglio degli occhi,
un paio di orecchie a sventola,
un naso più o meno grosso,
il buco sul mento…
Ma il segreto di un volto, ha insegnato Levinas,
sta altrove.
Sta nella domanda che ci rivolge,
«domanda che è al contempo
una richiesta d’aiuto e una minaccia».

Pietro cercava nel mio volto la forza,
il vigore intellettuale,
la vertigine dei concetti,
l’incedere maestoso e vitale delle argomentazioni.
Nel mio volto ritratto c’era il suo.
Ciò che desiderava e ciò che forse avvertiva
come minaccia, mancanza.
Anch’io ovviamente incontravo il suo volto
e godevo di ciò che fin dall’inizio
m’aveva attratto: la sua bizzarria,
il suo umorismo, la sua stravaganza,
il gesto di sapore futurista della “sfida alle stelle”.
«Uccidiamo il chiaro di luna!» mi disse un giorno,
ripetendo le parole di un noto Manifesto che io respingevo,
registrato su un altro più famoso Manifesto ottocentesco
che sbandierava ben altri propositi
di critica e cambiamenti del mondo.
Ma Pietro, a volte, pensava che era esagerato
questo voler tutti diventare principi,
condurre vite da signori.
“Più, più, più…Meno!
Meno, meno, meno…Più!”
I fenomeni, diceva, ad un certo punto, mutano segno.
Fanno un salto di qualità.
Non so se avesse ragione.
So che godevo di questi suoi lampi,
di questi suoi fervori, entusiasmi.
M’innamorava la sua voglia di prodigio,
il suo assalto alle forze dell’ignoto,
il suo desiderio di trasformare l’impossibile
in possibile.
Forse era questa la mia richiesta d’aiuto che gli rivolgevo.
Forse questa la minaccia che avvertivo dentro.
Il punto centrale è che ci intendevamo.
Anche coi silenzi, anche senza parlare.
Ora che non ci sarà più, diventerò più povero.
Non avrò più Pietro che mi aspetta per recitargli una poesia:

«Fratello, ti do noia ora, se parlo?»
«Parla: non posso prender sonno».

«Pasqua ventosa che sali ai crocifissi
con tutto il tuo pallore disperato,
dov’è il crudo preludio del sole?
E la rosa la vaga profezia?»

«Gli alberi sembrano identici
che vedo dalla finestra.
Ma non è vero. Uno grandissimo
si spezzò e ora non ricordiamo
più che grande parete verde era .
Altri hanno un male.
La terra non respira abbastanza.»

Ora dovrò fare i conti con questa morte e con questa mia povertà.
È vero, ho la sua miniera di ricordi.
Ma questo non mi consola.
Senza i suoi occhi e il suo accompagnamento saranno monchi.
Sembreranno rami secchi, spogli, invernali.
Non so che fare.
Vienimi in sogno spesso, amico mio, aiutami.

Bisaccia, 12 dicembre 2015

Pietrantonio Arminio 3

* Su Pietrantonio Arminio vedi anche “Il bisogno del lupo” sempre di Donato Salzarulo (qui)

17 pensieri su “Vienimi in sogno spesso, amico mio, aiutami

  1. Cercare conforto nelle parole come Donato Salzarulo fa nella sua poesia dedicata all’amico è l’unica maniera possibile. Toccante. Lo è per me perché ricordo nettamente la perdita di un amico, avvenuta oltre un decennio fa, che mi gettò nella stessa prostrazione. E poi c’è il rifermento a Levinas che mi accomuna in quel ricordo. Fu proprio da una frase del filosofo, trovata non so dove, che ho cominciato a leggere di filosofia e a conoscere in primo luogo il suo pensiero, l’alterità, l’altrimenti che essere. Ecco, credo che gli amici non smettano mai di suggerirci la buona strada.
    GDL

  2. …perdere una persona cara, è come affrontare una lunga gestazione, in cui i ricordi e i sogni ce lo restituiscono solo in parte e sempre uniti ad un senso di vuoto, di visione distorta, a due sole dimensioni, di terremoto…ma poi, la rielaborazione lunga e dolorosa, viene il momento del parto (mesi? anni?) e lei riappare rasserenata nella sua alterità di essere… Pietrantonio Arminio doveva poi rappresentare uno straordinario compagno di viaggio, come Ulisse desideroso di spingersi oltre le colonne d’Ercole, di infondere fiducia ma anche un senso di minaccia, come nelle vere “avventure”…

  3. TRISTIA. APPUNTI.

    1.
    Sì, ogni volta che muore un amico è «la fine di un mondo». Se si ha sensibilità politica anche morti anonimi e sconosciuti possono sinceramente rattristarci. Leggendo, trovo in una lettera di Rosa Luxemburg queste parole: «A me le povere vittime delle piantagioni di gomma a Putumayo, i negri dell’Africa con i cui corpi gli europei giocano a palla mi sono altrettanto vicine». Roba d’altri tempi? da donne?

    2. È sicuro però che le morti vicine impongono più facilmente uno sprofondamento della mente nella parte oscura di se stessa. Ci spostano – dico io – *in zona poetica*. (Lo dico in senso antropologico, non considero qui la qualità delle parole che in queste occasioni riusciamo a trovare e come le organizziamo in testo: più tardi possono risultare a noi stessi banali o convenzionali o approssimative).

    3.
    Il «Pietro» di Donato non sarà mai il “nostro”. Di chi, cioè, l’ha conosciuto di striscio (è il mio caso). O ne ha sentito parlare di recente da Donato *qui*[http://www.poliscritture.it/2015/09/18/il-bisogno-del-lupo/], quando già la malattia l’aveva agguantato. O ne vede ora, pur con gli occhialini da intellettuale, il volto squadrato da contadino meridionale nella foto coi due figli bambini.

    4. Non so dire se Donato esagera quando dice che Pietrantonio Arminio è «un grande artista che «ha prodotto un’opera immensa». Non so dirlo. E penso che non possiamo dirlo, perché non abbiamo saputo ancora ricostruire un *noi*, una ”comunità pensante” e indipendente, capace di accertare e convalidare il valore delle cose che i suoi membri producono. A me pare, perciò, difficile soffermarci a lungo su un volto o un’opera d’arte, se essi non compaiono in uno dei luoghi (TV, rivista, museo) che danno loro *autorità* o *prestigio*, imponendosi di fatto al nostro immaginario grazie ad una macchina pubblicitaria che è di fatto l’unica che costruisce i “miti d’oggi”.
    Se «un grande artista» è rimasto uomo comune, come i tanti uomini comuni con cui abbiamo a che fare, è difficile riconoscerlo come tale. ( Non lo dico per sminuire l’arte di Pietrantonio Arminio, ma per non consolarci *inter nos*. Il sistema artistico o letterario non ci considera. E’ bene saperlo). E mi arrischio a dire che forse lo pensa lo stesso Donato, se ammette di non avere «esperienza del Pietro artista» ed esita a porre la sua figura nel pantheon dei Grandi (i Morandi, i Fontana, ecc.), preferendo parlare dell’amico e dei ricordi personali. Che di botto, ora che la morte li «sigilla», egli tenta di sottrarre all’oblio, elencando quelli che ansiosamente le strappa.

    5. Tra questi isola l’immagine di « Pietro che mi mette in posa e mi fa il ritratto». Perché? Non so se se n’è accorto. Ma, appoggiandosi all’autorità di un Grande (il filosofo Levinas), Donato fa sua una concezione dell’arte ( e in particolare dell’arte del ritratto) che è – mi pare – intesa come *contemplazione dell’altro da morto*. E che, per questo, sa portare alla luce anche elementi di «minaccia» e di «mancanza».

    6. Scrive: «Nel mio volto ritratto c’era il suo». Direi: nello studiare, come fa un artista (pittore o fotografo), il volto di un altro, l’artista contempla anche un *se stesso da morto*. Proprio come, davanti a un cadavere, vediamo – inevitabilmente e senza neppure dircelo – noi stessi cadaveri. Temiamo di essere già cadaveri. ( Per chi suona la campana?).

    7. Questa è , credo, la sfida a cui si sottopone l’artista quando ritrae un volto. ( Ma anche un paesaggio o un nudo. O, se poeta, quando parla di sentimenti, di storia o di memorie personali)*. Da tale sfida (e dalla fatica che comporta) è esonerato – penso di poter dire – chi è oggetto del ritratto. Dice, infatti, Donato:

    Anch’io ovviamente incontravo il suo volto
    e godevo di ciò che fin dall’inizio
    m’aveva attratto: la sua bizzarria,
    il suo umorismo, la sua stravaganza,
    il gesto di sapore futurista della “sfida alle stelle”.

    Chi nel momento dell’incontro con l’altro (l’amico, in questo caso) non si pone nella *posizione* dell’artista, può ancora godere degli elementi vitali, non si distrae o allontana da essi.

    8. Ma adesso, di fronte alla morte dell’artista Pietrantonio Arminio, è Donato che si è trovato di fronte al compito di *ritrarre* l’amico morto. E lo fa con questa poesia. In cui svela anche tutta la sua angoscia: « Ora dovrò fare i conti con questa morte e con questa mia povertà». È come se si scuotesse dalla precedente, appagante, condizione che gli permetteva di godere « di uno sguardo,/di un laboratorio di pensieri azioni gesti,/ di un modo di raccontare il mondo/ unico, singolare./ Quello proprio di Pietro»; e si assumesse lui – vedi la citazione di Celan in exergo – un compito forse ancora più difficile. Deve infatti *ritrarre* l’amico *in assenza del suo corpo*. Per così dire *a memoria*. Neppure più *da vero* come faceva con lui Pietrantonio.

    9. Dice Donato: « È vero, ho la sua miniera di ricordi». Ma non gli basta: «Non so che fare». E perciò, disperato, l’invoca: « Vienimi in sogno spesso, amico mio, aiutami». A me pare che è come se chiedesse all’amico di passargli la sua forza d’artista, la capacità di vedere l’altro ( e se stesso) morto. Come in sogno, perché il sogno non fa attenzione ai morti e li tratta facilmente come vivi.

    * Nota

    Mi sono ricordato di un mi appunto del 2005 in cui m’ero segnato questo problema del rapporto arte/vita come l’aveva affrontato Fortini. Lo riporto:

    La «Nota 1978» a «I cani del Sinai» è un altro documento interessante per intendere come Fortini passa dal saggio politico-autobiografico su un evento storico al piano della resa artistica. I due momenti sono separati nettamente. La vitalità, la passione l’immediatezza dei fatti del ‘67 (e in parte del suo libro del ‘67) sono aspetti morti, allontanati, ammutoliti, guardati «come beni perduti per sempre e non a noi destinati». Per diventare, dice, «cibo di molti». F. dichiara che, proprio mentre nel film «Fortini/cani» parla di «realtà», la sua voce si fa stridula perché è «soverchiata dall’assenza», e cioè dalla consapevolezza che «fra qualche anno… nessuno comprenderà più che cosa sono stati la guerra in Vietnam e il conflitto arabo-israeliano». E aggiunge: «Abbiamo dimenticato ben altro. Non rimarranno che le commemorazioni televisive e i libri di storia». Sono «le lacune del reale» che ora interessano a lui e a Straub. O «un reale senza fantasmi di consolazione», «senza lirismo e senza autobiografia».

    1. @ Donato Salzarulo

      Ti verrà in sogno ,quando meno te lo aspetterai, potrai pensarlo ogni giorno , resterà per sempre il ricordo di lui ma la tua disperata ricerca dovrà cedere al tempo . Non so…a me è capitato…così.
      Grazie per averci dato in questi versi tutto il tuo dolore e la forza dell’amicizia.

  4. Conosco questo sentimento di mancanza profonda e assenza dello sguardo, del corpo… Sono solo due anni che so cosa significa questo, perché l’ho vissuto.

    Ti sono vicina Donato perché ho avuto questa esperienza. Lo dico con sincero affetto e partecipazione.

    I sogni arrivano… ma all’inizio non sono belli. Solo dopo un tempo i morti ci tornano in sogno come presenze, accompagnatori… Dopo aver attraversato il grande fiume; per loro la separazione dal corpo, per noi l’attraversamento del dolore.

    E comunque ci sono affetti che sono anche nostri “testimoni”; come nel rispecchiamento a cui si riferisce il testo, così nella vita incontriamo a volte persone che sono per noi importanti anche perché “assistono” alla nostra vita, come noi alla loro. E il loro sguardo ci mancherà sempre.

  5. Il volto dell’altro di Levinas è interpretato -secondo me giustamente- come il volto del figlio dalla madre, come l’assoluta estraneità e assoluta intimità, l’altro che non sono e sono io. Ogni madre lo sa ed è l’esperienza fondante di ogni socialità (perchè anche il figlio apprende sé e altro allo stesso tempo nella madre). Di passaggio in passaggio il volto e la solitudine si intrecciano sempre più stretti.
    E’ solo perché la nostra cultura occidentale è in pericolo che ci affanniamo sulla memoria, la tradizione rischia di essere interrotta. Pare che la salvezza dell’io e dell’altro sia consegnata solo a spazi individuali, parziali come sono le vite singole nel tempo. Anche le parole, perenni, non risuonano più in altre lingue.
    Davvero viviamo in tempi bui. E non sono quelli di Brecht.

  6. Levinas incentra il discorso sul valore etico che l’incontro con l’altro porta ad affrontare, in termini di “responsabilità”. Si tratta di concetti non semplici, che attengono anche al rapporto madre-figlio, come ricorda Cristiana. Molto bella questa discussione, sebbene al centro di tutto ci sia il dolore per la perdita dei propri cari, ma forse proprio per questo, perché alle volte rifiutiamo di parlarne. Invece parlandone ci si confronta, che è in sé un arricchimento. Dalla mia esperienza ho compreso che occorre mettere in discussione le proprie categorie di pensiero, e dunque mettersi in discussione in primo luogo con sé stessi.
    GDL

  7. “Non avrò più Pietro che mi aspetta per recitargli una poesia” e a memoria ecco apparire Giovanni Pascoli, Andrea Zanzotto, Franco Fortini… e nella sua preghiera, gentile Donato Salzarulo, – “Vienimi in sogno spesso, amico mio, aiutami” – restiamo tutti silenziosi in ascolto, e ci sentiamo più forti, più pronti, più innamorati di questa “voglia di prodigio”… Grazie. Grazie. Grazie.

  8. Ai commenti che ho letto, e che condivido, vorrei aggiungere un parere , del tutto personale, su questa poesia.
    Mi ha commosso come mi avrebbe commosso un racconto, o una lettera; ma il brano tra “Io non ho esperienza del Pietro artista!”, fino a “Pietro che mi mette in posa e mi fa il ritratto”, secondo me si merita l’applauso.

  9. E’ difficile parlare di un dolore che ti lascia nella disperazione più profonda, ma la poesia, e il mito di Orfeo ce lo ha insegnato, è capace di cantare anche il dolore più grande. Così ha fatto Donato Salzarulo e mi complimento per la dimostrazione di lealtà verso l’amico, per la qualità di questa poesia che è anche un atto di coraggio.
    Giusto per sottolineare la “stranezza” di cui vive in generale una poesia, se io l’avessi trovata limitata agli ultimi sette versi, l’avrei considerata completa. Mi avrebbe parlato compiutamente di una perdita affettiva, in più io, lettore, avrei potuto immaginare un monte di cose intorno alle due figure, quella desolata di colui che resta, e quella della persona deceduta, e forse paradossalmente essendo un frammento, l’avrei considerata “più universale”. La rileggo:
    “Ora dovrò fare i conti con questa morte e con questa mia povertà.
    È vero, ho la sua miniera di ricordi.
    Ma questo non mi consola.
    Senza i suoi occhi e il suo accompagnamento saranno monchi.
    Sembreranno rami secchi, spogli, invernali.
    Non so che fare.
    Vienimi in sogno spesso, amico mio, aiutami.”
    Poi trovo che Lucio Mayor, che saluto caramente, sottolinea la bellezza di altri versi che precedono i sette finali, e allora torno sui miei passi dovendo ammettere che sta al poeta, non ad altri, mi riferisco anche a taluni critici, la facoltà di definire la compiutezza di un’opera.
    Ubaldo de Robertis

    1. Ho segnalato quel brano perché m’è parso che lì, Salzarullo, cambiasse ritmo, smettendo quella veste di circostanza che, pur nel sincero cordoglio per la mancanza dell’amico, conferisce alla poesia un andamento sentimentale, per me eccessiva. Nel complesso, la mia opinione è che questo canto funebre, in memoria, anche se tanto commosso e commovente, manchi di sorprese e pregi letterari. Nulla da dire sulla qualità della testimonianza verso la quale porto rispetto.

  10. Oltre al dolore straziante per la perdita del *preziosissimo amico* – patimento cui Donato Salzarulo ci rende partecipi attraverso il suo sofferto canto poetico – entriamo in contatto anche con un passaggio importante nel lavoro del lutto, questo *enigma che si svolge in piena luce/e lascia addosso (dentro, dappertutto)/una sensazione profonda di perdita,/un silenzio gigantesco,/un’assenza incolmabile,/una mancanza insanabile* e cioè lo struggente e difficile processo di separazione dalle esperienze sensoriali che ci legavano strettamente alla persona perduta (*Ho esperienza dell’uomo e del suo universo di relazioni * …*lo sguardo vivo e acuto*…* Pietro che passeggia in piazza con me*…* Pietro che mi mette in posa e mi fa il ritratto*). Tutto questo implica un conflitto fra ciò che i nostri sensi ci dicono (Pietro non c’è più) e la vividezza emotiva, quasi palpabile, della sua presenza che ora non sa più su cosa appoggiarsi.
    E questo vissuto dilaniante presenza/assenza ci accompagna tutta la vita e si ripropone ogni qualvolta dobbiamo affrontare una perdita.
    Non è facile il passaggio verso l’interiorità e il poeta ce lo fa capire nei suoi ultimi sette versi (concordo con il commento di Ubaldo de Robertis circa la loro bellezza e ‘universalità’) fino alla chiusa *Vienimi in sogno spesso, amico mio, aiutami.*
    E lì, nel sogno, in questa intima realtà, che ci sarà nuovamente un incontro.
    Grazie a Salzarulo per il toccante commiato e grazie a Ennio per averci fatto conoscere a suo tempo, sempre attraverso lo sguardo di Donato, questo artista.

    R.S.

  11. Per Pietrantonio

    Se sorridevo ci trovavi sortilegio
    Se ridevo ti illuminavi,
    diventavi specchio.
    Eri richiamo di terra e sangue,
    gioco eterno e furioso,
    di un’estate,
    per sentirsi vivi.
    (Estate 2009)

    1. L’addio a un amico
      Porta un’eco
      così vicina
      che la tua voce
      si consuma
      amabile
      nella sua
      più intensa
      di ogni destino.

  12. Ringrazio tutti coloro che sono intervenuti. Alcuni hanno avuto parole di partecipazione e di condivisione di un dolore profondo, altri hanno fatto preziose osservazioni, interpretato il testo, puntualizzato su questo o quell’aspetto più o meno poetico o letterario. Sono stati tutti pensieri che mi sono giunti graditi e mi hanno fatto bene. Mi hanno, per così, dire aiutato.
    Questo sarà il primo Natale senza Pietro.
    In questo mondo so che ogni giorno muoiono di fame 25.000 persone, per non parlare delle migliaia che muoiono per le guerre in atto o per raggiungere le nostre coste…C’è di che vergognarsi.
    So che Pietro è seppellito vicino a Mustafà, un emigrante che arrivò qualche anno fa a Bisaccia e vi morì per un tumore. Pietro, insieme ad altri amici, l’aiutarono (non solo economicamente) e, quando scomparve, scolpì la stele sulla sua tomba. Sono certo: avrebbe voluto confederare l’umana compagnia «negli alterni perigli e nelle angosce / della guerra comune» contro fame, ingiustizie, malattie, morti.

  13. Molto bella!
    Pietro mi ha fatto piangere come un bambino. La notizia mi ha colpito duramente e mi sono balzati in mente tutti i ricordi di una vita intera. Mi sono tornati in mente i suoi atleti evanescenti che avevamo pensato insieme, e che, col suo stile unico, aveva disegnato per le locandine della Maratona dei Leoni Rampanti…

    Ora che anche lui è corso altrove, non resta che il ricordo del suo stile evanescente e particolare e di una caratteristica personale, era e resta amico di tutti…

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