Trockij, Kronštadt e la violenza politica

Riprendo da un post di POLISCRITTURE SU FB (qui) uno scambio di opinioni, in particolare tra me e Luca Ferrieri, sulla violenza nella lotta politica. L’occasione è venuta dalla segnalazione di un ricordo di Trockij da parte dello storico David Bidussa sulla rivista on line STATI GENERALI nell’anniversario della sua uccisione. I brani tratti dal capitolo “Kronštadt, il “punto 7″ e la Nep. Democrazia e rivoluzione” della “Storia del comunismo” di Luigi Cortesi (2010), a cui sono risalito, dovrebbero aiutare ad approfondire la questione. [E. A.]  

Luca Ferrieri

Trockij è finito vittima dei metodi di lotta politica violenta (anche all’interno del proprio schieramento) che in precedenza aveva ampiamente utilizzato. Ma non credo che questo autorizzi a dire che ha raccolto ciò che ha seminato, anche perché non ha certo seminato solo questo. Ricordiamo che se anarchici e bolscevichi si sono scontrati sanguinosamente a Kronštadt , trozkisti ed anarchici sono stati stretti alleati durante la guerra civile spagnola e i suoi conflitti interni. Per quanto sia convinto che la repressione violenta della rivolta di Kronštadt sia stato un errore gravissimo, che in qualche modo ha condizionato e anticipato il destino autoritario della rivoluzione russa, non credo si possa mettere storicamente sullo stesso piano un’azione militare sbagliata in un periodo di guerra civile e un omicidio a freddo, perpetrato contro una persona in esilio, utilizzando gli strumenti dello spionaggio, del tradimento e dell’agguato.
Ma nemmeno posso condividere l’affermazione di Ennio : “Anche senza ideologia avvengono molti assassinii. E altri sono stati compiuti e verranno compiuti sia dai seminatori di Pace che di Guerra”. Mi sembra intrisa di quel fatalismo che Trockij e Bidussa volevano contestare. Certo ci sono stati (ma forse non ci saranno più) uomini di pace costretti ad accettare l’omicidio politico come minore dei mali, o che lo hanno comprensibilmente considerato meno grave dello sterminio diretto o indiretto di migliaia e milioni di persone, di civili, di “innocenti”. Ma combattenti pacifisti come Gandhi, Mandela, King, Capitini, ecc., hanno rifiutato, finché possibile, di utilizzare gli stessi mezzi di lotta dei loro nemici, e hanno sempre denunciato la mancanza di coerenza tra mezzi e fini come qualcosa di capace di snaturare anche la più giusta delle battaglie. Forse l’unico omicidio che può avere una giustificazione etica (e politica) è il tirannicidio. Figuriamoci se il massacro dei marinai di Kronštadt o l’assassinio di un compagno di lotta possono ambire a questo titolo.
In linea con la rassegnata amarezza delle premesse è poi la conclusione di Ennio: “Spesso chi ha “costruito qualcosa di buono” l’ha potuto fare perché altri hanno ucciso prima di lui, al posto di lui”. Se anche fosse vero, dobbiamo utilizzare il modesto privilegio di venire dopo per fare in modo che il passato non si ripeta. E per voltare veramente pagina. Ma non è quello che sta accadendo intorno a noi.
Potrebbe sembrare assurdo che mentre la Diciotti è bloccata nel porto di Catania, noi discutiamo del porto di Kronštadt.
Eppure…

Ennio Abate

Luca, io pure vorrei non condividere la mia affermazione, staccarla dai miei pensieri, ma nulla lo permette.  La realtà violenta della storia – «Far torto o patirlo» (Manzoni) –  non fa che ripetersi. Tu stesso non puoi negare che gli assassinii ci sono stati, ci sono. Ma aggiungi: in futuro «forse non ci saranno più». Io invece – con il Fortini della voce «Comunismo»: «È LA POSSIBILITÀ (QUINDI SCELTA E RISCHIO, IN NOME DI VALORI NON DIMOSTRABILI) CHE IL MAGGIOR NUMERO DI ESSERI UMANI – E, IN PROSPETTIVA, LA LORO TOTALITÀ – PERVENGA A VIVERE IN UNA CONTRADDIZIONE DIVERSA DA QUELLA OGGI DOMINANTE» (che non significa senza violenza!) –  dico che ci saranno ancora. Non per «fatalismo» ma perché permangono (e anzi tornano a crescere) le condizioni che spingono alla violenza e a soluzioni violente dei conflitti umani.  E questo pregiudica il futuro.  Ma ancora. Tu stesso sei costretto a dire che grandi capi politici pacifisti « hanno rifiutato, finché possibile, di utilizzare gli stessi mezzi di lotta dei loro nemici». Quel «finché possibile», che io pure sottoscrivo senza esitazioni, dice che il confine tra pace e guerra è sempre labile (e che la pace contiene in sé spinte di guerra e viceversa). Non c’è nessuna rassegnazione da parte mia. Spero solo che, ora che si prospetta anche da noi  uno stato di conflittualità più alta (spero non di guerra )  quel « finché possibile» non diventi un cedimento di fatto alla violenza che *unilateralmente* viene già esercitata dall’attuale governo nei confronti dei migranti ( e dal precedente: Minniti docuit).

P.s.
Non vedo che  analogia intravvedi tra « la Diciotti […] bloccata nel porto di Catania» e la rivolta di Kronštadt.

Luca Ferrieri Comunque, Ennio, io non ho dubbi sulla realtà violenta della storia e della politica attuale (anche se i dati sulla generale tendenza alla diminuzione di violenza nel mondo – che pure andrebbero interpretati, alla luce di quello che si intende per violenza, e liberati dalla loro ambiguità statistica – forse potrebbero indicare qualcosa). Il dissenso non è qui. Mi domando invece perché proprio su questo punto dovremmo deporre il punto di vista storico-materialista, e trascurare le cause che determinano questo stato di cose, che non sono eterne, “naturali”, e possono essere modificate e rimosse. E poi non capisco perché non facciamo mai un bilancio dei risultati delle azioni violente: è servito a qualcosa, per la rivoluzione russa, massacrare i marinai di Kronštadt, ammesso e non concesso che fossero “oggettivamente” alleati delle truppe bianche? A breve termine, forse, la repressione ha consolidato il gruppo dirigente bolscevico, ma lo ha snaturato e separato dal proprio popolo. Non dice niente che il primo atto dei bolscevichi fosse sostituire il soviet di Kronštadt con una “troika” di emissari del governo centrale? L’onda lunga della repressione dii Kronštadt sono la Nep, lo stalinismo, la dittatura “sul” proletariato. Come “storici” non possiamo ripetere l’errore che fecero Lenin e Trotzky come “politici”.

Neppure per me le cause della violenza  sono eterne, naturali, immodificabili o irremovibili. Ma sull’«errore che fecero Lenin e Trockij come “politici”» dico che dobbiamo ancora oggi ragionare. È troppo semplice  credere che ormai sia stato fatto « un bilancio dei risultati delle azioni violente» e che, dato che veniamo dopo, sia più facile derubricarle dalla  lotta politica o evitarle,  come  mi pare tu faccia chiedendo (retoricamente, perché la tua risposta è già no): « è servito a qualcosa, per la rivoluzione russa, massacrare i marinai di Kronštadt, ammesso e non concesso che fossero “oggettivamente” alleati delle truppe bianche?».
A me, anche da “storico”,  questa conclusione pare  frettolosa, moralistica e troppo desiderosa di convincersi che certe tragedie non accadranno più. O peggio che “non dovranno più accadere”. Che è un semplice auspicio o un esorcisma. I bilanci della storia vanno bene se li cnsideriamo sempre *provvisori*, *rivedibili* e *aperti* (al meglio e al peggio, purtroppo).

Non ho  fatto letture particolari sulla vicenda di Kronštadt, ma ho letto almeno la «Storia del comunismo» di Luigi Cortesi (2010) e condivido in pieno   la sua chiave di lettura. Che è proprio questa: «Chi abbia rappresentato allora la totalità della causa e il senso della storia in atto, è questione da lasciare aperta». Ricopio, titolandoli io, alcuni stralci  del suo libroche potrebbero aiutare ad approfondire la questione della violenza politica nella storia:

1. Contesto della rivolta di Kronštadt ( pag. 439)

La presenza inquietante degli avvenimenti di Kronštadt nei lavori del congresso [X Congresso del  partito, 8-16 marzo in coincidenza con la repressione che avvenne tra il 7 e il 17 marzo 1921], il tono drammatico di molti interventi e l’evocazione da parte di  Lenin della necessità della violenza armata di fronte al rischio della controrivoluzione vanno inseriti nel nuovo e per molti aspetti tragico contesto sociale e politico rivelato dalla fine della guerra civile. Nell’autunno-inverno 1920-21, alle conseguenze del “comunismo di guerra” e allo spettro della carestia si sommarono il ritorno dei reduci nelle campagne disastrate, lo sfascio della società contadina, il diffondersi del banditismo e una ulteriore riduzione delle disponibilità alimentari per le popolazioni urbane. In modi diversi, l’inquietudine delle campagne e delle città sboccarono in una serie di agitazioni e di rivolte. Nella maggiore di queste, avvenuta nel governatorato di Tambov, poche centinaia di chilometri a sud-est di Mosca, i ribelli ebbero il controllo di un territorio vastissimo e un esercito raccogliticcio che pare si avvicinasse ai 50.000 uomini. La repressione, con ampio uso del terrore da una parte e dall’altra, richiese l’intervento dell’ Armata Rossa, con 100.000 soldati comandati da Tuchaéevskij.
Un’offensiva sferrata alla fine di maggio spezzò ogni resistenza; ma rimase aperto, e ormai affidato solo a mezzi politici ed economici persuasivi, il problema delle masse di contadini che il “comunismo di guerra” s’era in varia misura inimicate.

2. Presenza dell’«anticomunismo “bianco”» tra «le file dei marinai e degli operai senza partito» (pag. 440)

È certo che v’erano  fra i marinai ex ufficiali zaristi e “bianchi”, ed è presumibile che nella rivolta antibolscevica abbiano agito anche un ritorno alle vecchie soggezioni e una rivalutazione delle istituzioni prerivoluzionarie.
Non è difficile pensare che l’anticomunismo “bianco” lavorasse sottotraccia tra le file dei marinai e degli operai senza partito, e che questi elementi di restaurazione agissero al disotto della più visibile influenza anarco-sindacalista e socialdemocratica, che qualificava l’insurrezione, a cominciare dalla rivendicazione dei soviet. In particolare, era sensibile la presenza dell’ufficialato di origine aristocratica, che non aveva perso peso con l’immissione nella marina di giovani reclute comuniste. Quella presenza non era però superiore a quella che si registrava nell’esercito.
Ma ciò naturalmente non basta a far sì che l’intero movimento possa essere definito controrivoluzionario; al di là delle manovre dei “bianchi” esso rispondeva senza dubbio a una situazione di crisi politica acuta, che metteva a rischio dal basso il potere rivoluzionario. La quintessenza della rivoluzione non era tuttavia per gli insorti il partito, bensì il soviet e la sua primazia; era da questo punto di vista che essi criticavano il bolscevismo e la sua logica politica, e – da parte di un’ala estrema – ogni forma politica.
Il Sovnarkon (Consiglio dei commissari del popolo), preoccupato che la rivolta potesse fornire l’occasione per un nuovo intervento armato delle Potenze imperialistiche, decise di reprimerla con la forza. Il 5 marzo Trockij, commissario alla Guerra, lanciò agli oltre 10 mila marinai, militari e operai insorti un ultimatum e poi un attacco che diede luogo ad una battaglia d’assedio, terminata dopo dieci giorni con l’espugnazione della città e della fortezza, circondata dal mare. Gli assalti finali erano stati condotti da soldati scelti dell’Armata Rossa che avanzavano su sottili lastre di ghiaccio e che in gran numero morirono annegati. Dall’una e dall’altra parte si combatteva e moriva per la rivoluzione. Ma la ferocia della lotta fratricida fu pari a quella dei più cruenti episodi della guerra civile. Tutto finì con una sanguinosa repressione.

3. Il giudizio del bolscevichi (pag. 441)

Il giudizio dei bolscevichi era chiaro: si trattava di un moto che mirava alla caduta del potere comunista, la cui natura era di conseguenza caratterizzata dall’ispirazione e dalla partecipazione di elementi controrivoluzionari. Era questo che stabiliva il rapporto di forza. La maggioranza di proletari e e marinai nella rivolta non annullava il suo carattere reazionario.
La rivendicazione, da parte anarchica, anarco-sindacalista e anarco-comunista, non solo della partecipazione maggioritaria di proletari alla rivolta, ma anche della sua natura sociale e politica di classe, è stata peraltro costante nella letteratura in argomento, ed è confortata dalle fonti e  da una copiosa letteratura. Dal «Diario» di Berkman si desume la consapevolezza della drammaticità della situazione; colpisce il cenno alle manovre reazionarie, ma risalta soprattutto il protagonismo eroico dei rivoltosi. È un nodo contraddittorio di sociologia e  di caratterizzazione politica di un movimento interno di rivolta, che si presenta per la prima volta nella storia del comunismo.

4. Lo sconcerto di Trockij (pag. 443)

Kronštadt fu una scossa tremenda, che sconvolse profondamente il partito anche ai suoi livelli dirigenti. Una ulteriore prova di ciò può essere, paradossalmente, il silenzio che Trockij, il capo politico-militare delle operazioni di repressione, riserva  ne «La  mia vita» alla propria parte nei fatti. La chiave per forzare quel silenzio ce la fornisce il biografo [Isaac Deutscher], che prende lo spunto dall’ultimatum del 5 marzo, con il  quale Trockij intimava ai ribelli la resa senza condizioni:

Che fosse toccato a Trockij di rivolgere queste parole ai marinai di Kronštadt era un’altra delle ironie della storia. Quella città era stata sua, la Kronštadt che aveva chiamata “onore e gloria della rivoluzione”. Quante volte aveva  arringato gli uomini della base navale durante i giorni infuocati del 1917! Quante volte i marinai l’avevano sollevato sulle loro spalle acclamandolo selvaggiamente come loro amico e come loro capo! Come lo avevano seguito docilmente al palazzo Tauride, fino alla prigione di Kresty, alle mura di Kazan sul Volga, sempre chiedendogli consiglio e seguendo i suoi ordini quasi ciecamente!
Quante ansie divise insieme, e quanti pericoli affrontati in comune!” [. . .]
“Ciò che i marinai domandavano non era altro che quello che Trocky aveva promesso ai loro predecessori, senza poi poter mantenere la promessa. Ancora una volta, come dopo Brest, una amara e ostile eco della propria voce ritornò a lui dalle labbra di altra gente, e ancora una volta fu costretto a farla tacere”.
Più arrogante, ma anche psicologicamente più vulnerabile di Lenin, il teorizzatore della rivoluzione permanente fu forse quello che nel partito si trovò nel disagio più profondo e che, a prescindere dalla natura politica del moto, visse Kronštadt come una tragedia per il comunismo. Né le asprezze polemiche, né il supplemento di guerra civile delle giornate di marzo, né la stessa presenza di interessi e di materiali infiltrazioni di elementi reazionari significano un’estraneità ideale tra militanti rivoluzionari armati gli uni contro gli altri.

Si può anche concedere che sia stata oggetto di retorica democratica la figura del marinaio rivoluzionario, ma libertario e critico del bolscevismo. Ciò non toglie che i ribelli di Kronštadt pagarono soprattutto l’inammissibilità di una reviviscenza di guerra civile in seno alla rivoluzione, a breve distanza dal centro politico del paese, in un momento di forte agitazione operaia nelle fabbriche e di caduta del prestigio del bolscevismo.

5. … e quello di Lenin (pag. 443)

Quanto a Lenin, il suo sconcerto non fu minore, anche se egli aveva una più forte capacità di elaborazione. Eppure, nonostante la sua capacità di percezione delle complicazioni della storia e dell’unità degli opposti, il Lenin “politico” non poteva accettare che quanto stava accadendo fosse non solo una estrema difficoltà della rivoluzione, ma un problema interno ad una sua dialettica. Dalle sue letture hegeliane e marxiane egli aveva tratto il senso delle contraddizioni del processo storico generale, aveva afferrato il carattere oggettivo della scissione del 1914, ma non ammetteva le antinomie interne alla parte progressiva più avanzata, in cui la rivoluzione aveva già imposto una severa selezione; o almeno non accettava che esse minacciassero l’unità della rivoluzione stessa.  Su questo punto l’esperienza storica gli avrebbe presentato dure smentite, e proprio a partire da Kronštadt.

6. Perché Kronštadt è una «questione da lasciare aperta» ( pag. 444)

L’Ottobre era patrimonio anche  dei marinai ribelli della flotta: il porto militare sul Baltico era stato, come abbiamo detto, tra i punti caldi del processo febbraio-ottobre e aveva evidentemente mantenuto  un alto grado di sensibilità.
Chi abbia rappresentato allora la totalità della causa e il senso della storia in atto,è questione da lasciare aperta; anche perché 1’ala di Kronštadt fu subito spezzata. Ma i suoi dati devono rimanere presenti a chiunque si avvicini a questi problemi con la consapevolezza  che le decisioni drastiche agiscono su un tessuto storico complesso e contengono elementi antinomici; che esse appaiono necessarie in relazione all’ordine di grandezza della posta in gioco,  ma possono rivelarsi inutili o soltanto ideologiche; che i loro effetti secondari maligni o le  loro stesse involuzioni possono revocare valori ritenuti indiscutibili.
Le vistose antinomie e le possibili eterogenesi del movimento fanno parte dell’esperienza e della cultura del comunismo; e tuttavia il fatto che Kronštadt accada a così breve distanza ‘storica’ dalla rivoluzione resta motivo di sfida critica e intellettuale. Come fu possibile un tale rovesciamento del prestigio dell’Ottobre? È un’astrazione ideologica quella di Lukács, che la “analisi concreta della situazione concreta” sia “il punto culminante della teoria autentica”. Ciò può essere in condizioni di regolarità e prevedibilità del processo rivoluzionario, e in generale del movimento della storia. Ma Lenin stesso, proprio in questo particolare periodo, avverte insistentemente il divario tra situazione concreta e tradizione teorica e la difficoltà di elaborare teoricamente l’inedito. Fra teoria e realtà empirica  ci sono contraddizioni e divaricazioni, rotture della consecutività che fanno parte dell’ironia della storia. Il leader rivoluzionario aveva in mente, già prima del congresso, le possibili soluzioni. Non vi rinunciò, ma le radicalizzò, trasformando in occasione positiva le assise di un partito in crisi.

7.  «Estremizzazione della condizione storica»,  prossimità «ideale» tra militanti rivoluzionari e errori politici ( pag. 444)

La rivolta di Kronštadt, con le accuse rivolte ad anarchici ed anarco-sindacalisti di aver agito in senso controrivoluzionario e la relativa repressione, furono l’atto finale di un rapporto reso difficile dall’estremizzazione della contraddizione storica più che da una estraneità ideale tra militanti rivoluzionari. La crisi era infatti molto profonda. Tambov e Kronštadt erano le punte dell’iceberg. La risposta fu duplice: la svolta decisa della politica economica e la repressione sullo sfondo di un drastico richiamo alla disciplina di partito. Tutto fece sì che proprio nella primavera del ’21 avvenisse la svolta politica richiesta dalle  catti e notizie provenienti dalle campagne e dalle conseguenze drammatiche della guerra civile e del “comunismo di guerra”. I termini fondamentali furono quelli  della pacificazione tra città e campagna. la NEP produsse un’immediata  distensione e i benefici economici e politici non tardarono a manifestarsi. Ma essi s’incrociarono con la tragedia della carestia. Gli errori politici e le semplificazioni avevano avuto una parte nel provocare la terribile emergenza; e anche dal loro ripensamento Lenin trasse l’esigenza di un nuovo approccio ai problemi della transizione.

8. Inevitabile e programmata la dittatura del partito? (pag. 445)

Va in ogni caso registrato il paradosso per cui il “leninismo’ fu canonizzato proprio mentre il suo nucleo strategico era messo in crisi da due fatti: 1) il fallimento delle rivoluzioni occidentali, che gettava luce sulla sottovalutazione dei processi di integrazione della classe nella nazione, sottovalutazione alla quale non era estranea da parte dei bolscevichi la scarsa esperienza di lotta politica in condizioni di “democrazia borghese”; 2) l’impreparazione del partito bolscevico e l’impotenza dello stesso Lenin ad affrontare tempestivamente i processi di centralizzazione burocratica del partito stesso. […]
La disposizione restrittiva del X Congresso nota come “punto 7” fu intesa da Lenin come temporanea e doveva rimanere segreta; fu applicata con cautela anche dall’XI Congresso (marzo 1922), tanto da far  parlare Carr di “tradizione di tolleranza […] dure a morire”. Si era ancora  al tempo in cui Lenin poteva rimanere tranquillamente in minoranza ai livelli più alti del partito, come accadde appunto anche nell’applicazione di quella misura.  Ma essa non fu mai revocata. Il “punto 7” viene anzi considerato da molti come la prima concreta limitazione della dialettica interna, la cui gravità era accresciuta non solo dalle condizioni politiche eccezionali, ma anche dallo stato reale e dagli svolgimenti successivi della cultura del gruppo dirigente bolscevico.Giuliano Procacci osserva giustamente che  è sbagliato considerare il “punto 7” “una sorta di punto di non ritorno”, a partire dal quale ha inizio il piano inclinato che approda nello stalinismo. […]Resta, però, che nella storia del bolscevismo e dell’URSS il “punto 7” da “misura estrema” di portata limitata, come era intesa da Lenin e dalla cultura di partito il quel 1921, era destinato e diventare strumento di sistematica repressione interna e, ancor più gravemente, elemento costitutivo del partito e del rapporto partito-società. Esso fu riesumato da Stalin in funzione antitrockista dopo la morte di Lenin e divenne uno dei contrafforti della sua ascesa al potere assoluto.

9. Deriva della rivoluzione, solitudine del partito e continuità/discontinuità Lenin-Stalin (pagg. 448 -449)

Più che una vocazione genetica, la dittatura “attraverso il partito” leninista sembra un ricorso ad una  risorsa sostitutiva di una forza ormai esaurita, d’una classe operaia che s’era dissolta in  guerra e nel ritorno alla campagna. In ogni caso, è su questa nota estrema che il 9 marzo, mentre a Kronštadt si combatte, si chiude il dibattito politico del congresso. Nella deriva della rivoluzione il partito era l’unica forza ancora ancora valida; al gorgo della crisi esso doveva sottrarsi. Ma il partito era solo.
Di fronte al nodo drammatico del 1921 […] e alla riconduzione che se ne può fare a errori dei bolscevichi e ad una crisi della rivoluzione, si pone una questione di portata generale. Il punto di partenza è proprio la solitudine del partito. Sarebbe stata possibile una partecipazione positiva, di governo, dei rispettivi partiti o gruppi organizzati in quanto tali (e ancora legalmente esistenti)? Sarebbe stato possibile  un pluripartitismo, un concorso di forze istituzionali diverse nella elaborazione d’una politica socialista dopo la conquista del potere? Oppure il “destino dei partiti intermedi del ’17” – come scrive Boffa – era segnato dalla “assenza di una ‘terza via”?

Altri problemi si presentano. Quando e come si determina la dittatura monopartitica che sarebbe diventata tipica del regime stalinano? E sarebbe stata quella la forma di governo definitiva della rivoluzione e del suo pensiero? Il bolscevismo era dunque in sé totalitario, e una sola e coerente linea di svolgimento congiunge la dittatura rivoluzionaria al regime staliniano? Tra gli studiosi che si sono posti la questione da un punto di vista non preconcetto, seguiamo liberamente il  percorso di Monty Johnstone, che ha ricostruito i vari momenti dell’elaborazione di Lenin in proposito. Dopo la rivoluzione questi prevedeva chela maggioranza bolscevica esercitasse il potere in un sistema pluralistico sovietico con la partecipazione alle elezioni di partiti organizzati. ” In nessun luogo [la dittatura del proletariato] viene definita come un sistema monopartitico, né vi furono limiti monopartitici alla libertà di stampa ( sulla quale però gravava la proprietà statale di cartiere e tipografie, oltre che una concezione restrittiva dei diritti valdi per il periodo di transizione). La partiecipazione al governo degli SR [Socalisti Rivoluzionari] diede luogo a momenti significativi di collaborazione. […]

Occorre forse precisare che la “completa legalità” poteva sussistere finché fosse stata compatibile con il potere reale dei bolscevichi e la loro capacità decisionale, in sostanza con una condizione di soggezione  politica dei menscevichi. Se le due proposizioni sono vere, se cioè il monopartitismo non era programmato ma prevalse nella pratica, quello che Schapiro considera “Il destino dei partiti d’ opposizione”, lascia il problema d’una vittoria bolscevica senza una piena egemonia culturale, che la frattura della guerra civile rese più difficile acquisire.
È in ogni caso chiaro che la guerra civile ebbe una portata periodizzante, a maggior ragione in quanto l'”avventura di luglio” e le repressioni che ne seguirono compromisero i rapporti con gli SR: nulla, abbiamo già detto, fu più come prima, a cominciare dalla placenta protettiva dei Soviet, che praticamente si disfece.

Si era ormai giunti a un giro di boa, i cui effetti sul futuro carattere delle democrazia sovietica non potranno mai essere abbastanza sottolineati. Gli altri partiti sarebbero sopravvissuti per un paio di anni, ma soltanto un numero infinitesimale dei loro rappresentanti fu grado di ottenere l’elezione ai congressi dei soviet, divenuti nel frattempo annuali. La reale possibilità di cambiamento costituzionale del partito al potere, di cui Lenin aveva parlato ancora agli inizi dell’anno, era ormai preclusa”.

La necessità del terrore come aspetto specifico della guerra civile fece il resto. Lo stesso pensiero di Lenin, di fronte al nesso sopravvivenza-terrore, ebbe un netto ripiegamento constatabile nella dissolvenza della tematica di Stato e rivoluzione, orgogliosamente rivendicata ma schiacciata da una serie di stati di necessità. Lo scadimento procede di pari passo con l’inevitabile decadenza dei Soviet e con l’emergere del partito come unico scoglio nella tempesta, ed è impressionante. Forse è lì il vero “giro di boa” non solo dell’elaborazione ideale della rivoluzione, ma della rivoluzione stessa. È in ogni caso la fine della sua forza propulsiva immediata, il passaggio ad una fase difensiva dall’esito ignoto, nella quale “si può esercitare la dittatura del proletariato soltanto attraverso il partito comunista”.
Johnstone, che ha seguito le fasi del pensiero di Lenin in chiave di progressivo allontanamento da Stato e rivoluzione, sembra vedere in questa decisa dichiarazione un atto risolutivo”. Ma non abbiamo né lì né altrove una diversa teorica dello Stato proletario, ed è arbitrario interpretare quell'”attraverso il partito” come il ristabilimento di un primato e di un protagonismo diretto del partito nell’intero processo.
“Attraverso il partito” non significa dittatura del Partito sul proletariato. La dittatura proletaria non è legibus soluta, “assoluta”; tale diventerà con Stalin alla fine degli anni ’20, ma con netta violazione non solo dei principi teorici del leninismo, ma della sua prassi dei rapporti politici interni, anche se non si può sottovalutare, e Lenin non
sottovalutò, che quello che avvenne intorno al X Congresso segna il punto di massimo allontanamento dal modello.
La teoria leniniana della dittatura del proletariato resta affidata al trattato del 1916- 17, e tutto il resto è da attribuirsi ai successivi adattamenti ai flussi e riflussi del presente. Questo aveva sempre fatto Lenin, e questo fece anche nel 1921 in presenza di una situazione di tragedia imminente e mentre elaborava una linea di assoluta emergenza.

10. C’erano altri sbocchi (socialisti rivoluzionari, menscevichi) possibili? (pag. 450-451)

Il discorso deve allargarsi a questo punto alle altre forze politiche che si misurarono nel processo rivoluzionario del 1917. La prima considerazione è che nessun’altra formazione e tendenza politica – a parte una ancora esigua ala sinistra dei Socialisti rivoluzionari (SR) – aveva capito il problema della guerra al punto da sollevarlo dal livello dell’ opinione e del desiderio al livello politico, scardinando le prerogative i monopoli del potere storicamente consolidato, che nel 1914 aveva trascinato la Russia nel baratro. Nessuno aveva capito che l’atteggiamento verso la guerra avrebbe determinato il campo di forza e i titoli di legittimità nel nuovo quadro politico, che riguardavano non solo le forme-istituzionali dello Stato, ma lo Stato stesso.
Non lo capirono neppure i dirigenti bolscevichi dell’interno; lo capirono solo Lenin e un numero ristretto di bolscevichi in esilio grazie ad un percorso analitIco che ebbe, con varie accentuazioni, i suoi passaggi obbligati nella lettura della guerra dal punto di vista della dialettica tempestosa dell’imperialismo, dell’ accelerazione della storia,
della critica totale della politica.
E gli SR? E i menscevichi? L’importanza strategica dell’incrocio guerra-rivoluzione fu percepito da una parte dei socialisti rivoluzionari, il cui partito fu lacerato tra la partecipazione al governo e il populismo rivendicativo. Gli SR avevano radici robuste nel mondo contadino, ma poca consistenza sul piano politico; più spregiudicati e più disponibili al nuovo, essi avevano chances di concorrenza, ma non di comando; la loro società di riferimento non li vincolava ad un’ortodossia moderna,né a modelli europei.
L’attenzione principale va a quei socialdemocratici internazionalisti, come Julij Martov, che avevano condiviso con gli ex compagni di partito bolscevichi il trauma del 1914, la rivolta contro la barbarie, l’esperienza zimmerwaldiana. Ma Martov (che sulle tracce di Lenin tornò dalla Svizzera in Russia nel maggio 1917 negoziando indirettamente con i tedeschi il viaggio in un secondo “vagone piombato”) ne avrebbe tratto conclusioni politiche diverse. In primo luogo perché egli era pur sempre entro l’ambito di relazioni della socialdemocrazia prebellica, in secondo luogo (e in conseguenza) perché aveva sulle spalle due pesi dei quali non fu in grado di disfarsi: il primo era l’appoggio e la partecipazione in ordine sparso dei menscevichi ai governi Lv’ov e Kerenskij e quindi […] alla loro scelta capitale, la continuazione della guerra e i conseguimento dei suoi fini.
Neppure il menscevismo era in realtà un partito organico, non era più neppure lo storico POSDR; era una formazione politico-parlamentare di dirigenti ai vertici, tra loro scollegati, e di opinione alla base, quantitativamente decrescente. Via via, nel corso del 1917 , emerse invece quel concetto di partito che era proprio dei bolscevichi e che si foggiò praticamente nella prospettiva della rivoluzione socialista.
Il secondo impedimento dei socialisti internazionalisti era la superstizione della democrazia politica elevata ad assoluto, che li portava a pensare alla necessità di una fase storica intermedia di pacifica evoluzione     verso il socialismo e all’ineludibilità del pluralismo parlamentare, magari tradotto in termini sovietici. Sul piano della sensibilità internazionalista Martov all’ala sinistra della Seconda Internazionale, ma – ripetiamo – apparteneva pur sempre a questa.

10 pensieri su “Trockij, Kronštadt e la violenza politica

  1. Molto stimolante il dibattito su Kronstad. Sarebbe interessante allargare il discorso all’Ungheria 56 e Praga 68 per analizzare se ci sono analogie (a parte ovviamente i contesti diversi)

  2. Sarebbe interessante, ma bisogna avere tempo, leggere, riflettere. Io non ce la faccio. Almeno in tempi brevi.
    Kronštadt, però, come sottolinea Cortesi, è un trauma interno ad una rivoluzione ai suoi albori, la rivolta d’Ungheria e la primavera di Praga sono traumi interni ad un regime – quello stalinista – già da tempo ossificato.

  3. …esprimo alcune riflessioni, anche se piuttosto generiche, sul tema dell’uso della violenza. Parto dalla frase del giovane Trockij “Finchè vivo spero”, che condivido pienamente, per dire che, proprio per questa ragione, togliere la vita agli altri esseri umani elimina anche la speranza in un futuro più accettabile, come dice F. Fortini : “…la possibilità, ( in quanto scelta e rischio, in nome di valori non dimostrabili) che il maggior numero di esseri umani- e, in prospettiva, la loro totalità-pervenga a vivere in una contraddizione diversa da quella oggi dominante”. Il ricorso alla violenza infatti si riduce spesso al braccio di ferro armato il cui esito è spesso a vantaggio del più agguerrito, non di chi ha ragione…Nel caso del tentativo di rivoluzione -o restaurazione- di Kronstad che vide la partecipazione di marinai e operai che avevano condiviso i valori e le azioni della rivoluzione di ottobre forse, una semplice ipotesi, valeva la pena ascoltarli nelle loro ragioni, isolando i contorivoluzionari infiltrati. Certo in quella realtà bisognava esserci… Comunque resta un episodio sanguinoso che si presenta come un monito per chi arriva al potere, cioè di resistere in tutti i modi per conservare la fedeltà nei valori di partenza. Una battaglia non giocata con le armi, ma giocata nel fulcro dell’essere umano…Saper proteggere “le nostre verità” può diventare difficile quando si arriva a detenere, pur dopo aver combattuto per una giusta causa, un forte potere politico. Non mi illudo che facilmente si arrivi oggi o domani ad un allentarsi della violenza ( la placca terrestre è quasi per intero rivestita da un arsenale militare) e penso anch’io che a volte il suo ricorso a scopo difensivo sia inevitabile, ma far torto per non subirlo non sempre paga, a volte può trasformarsi in un boomerang…Si può sperare in una terza via?

  4. “Nel caso del tentativo di rivoluzione -o restaurazione- di Kronstad che vide la partecipazione di marinai e operai che avevano condiviso i valori e le azioni della rivoluzione di ottobre forse, una semplice ipotesi, valeva la pena ascoltarli nelle loro ragioni, isolando i contorivoluzionari infiltrati. ” (Locatelli)

    Fosse stata solo questione di ascolto! La questione è che l’ascolto ci fu da entrambe le parti e però le cose che si dicevano erano irrimediabilmente – in quel momento, in quel contesto – contrapposte. E la “terza via” non c’era. Non ci poteva essere. E perciò si parla di tragedia. Rivoluzionari erano gli uni e gli altri, come ben sottolinea Cortesi, e perciò, ripensando l’evento da storico, conclude: “Chi abbia rappresentato allora la totalità della causa e il senso della storia in atto, è questione da lasciare aperta”.

  5. Posso concordare senz’altro sull’invito a “tenere aperta” la questione di “chi abbia rappresentato la totalità della causa e il senso della storia” durante lo scontro di Kronštadt, come suggerisce Luigi Cortesi, che è stato non solo uno storico di grandissimo valore, ma anche uno dei primi, e dei pochi, a coniugare la militanza comunista e quella ecologista e pacifista (si veda il suo libro Le armi della critica. Guerra e rivoluzione pacifista, che è del 1991!). Tra l’altro credo che moltissimi altri episodi storici, anche di ben diversa natura, consiglino di tenere aperta la questione “di chi abbia rappresentato … il senso della storia”. Non credo che il nostro scambio di opinioni su facebook avesse l’ambizione o la volontà di “chiudere” una questione così. A dir la verità non so neanche se si possa parlare di un senso della storia (c’è una specie di finalismo progressista, dentro questa espressione, che urta contro l’esperienza storica stessa).

    Infatti io mi riferivo ad alcune questioni più specifiche, e più interne alla storia del movimento comunista nel XX secolo. Anche qui senza nessuna intenzione di chiudere alcunché, ma se mai di riaprire e ripensare un’interpretazione che è stata per lunghi anni dominante, almeno nell’ambito delle forze di sinistra tradizionali e più o meno legate all’orbita e alla mitologia sovietica: l’oggettiva natura “controrivoluzionaria” della ribellione di Kronštadt. In qualche modo anche Cortesi si inscrive in questa corrente interpretativa, anche se la sua onestà intellettuale gli permette di mettere a nudo i punti problematici di quella stessa interpretazione.

    Che, dal mio punto di vista, sono:

    1. Non credo che, nel 2018, possiamo limitarci a ripetere il ritornello liquidatorio (e stalinista), per cui chi – interno allo schieramento rivoluzionario, rappresentante dello stesso blocco sociale, soggettivamente animato dalle stesse volontà – dissenta da alcune scelte strategiche del gruppo dirigente maggioritario, diventi automaticamente un “controrivoluzionario”. Se mai è fautore di un’altra idea di rivoluzione. Nel caso specifico nemmeno questo, perché gli obiettivi conclamati della ribellione erano gli stessi della rivoluzione del ’17, erano quelli condivisi fino a qualche mese prima, con Lenin e Trotsky. Lo dice benissimo Cortesi e aggiunge: il fatto che fossero presenti a Kronštadt alcuni elementi appartenenti all’esercito bianco, con l’evidente e non raggiunto obbiettivo di cavalcare la protesta, non significa affatto che questa fosse “controrivoluzionaria”.

    2. Da questo discende che, per quanto aspro fosse lo scontro in atto, per quanto difficile la situazione economica, per quanto la fame stesse letteralmente decimando le forze e le energie rivoluzionarie, non era né politicamente né eticamente giusto rispondere alle richieste dei marinai di Kronštadt con la repressione violenta (se mai, la difficoltà della situazione avrebbe suggerito la ricerca dell’unità). Infatti se la crisi economica, anche la più terribile, dovesse fare aggio su ogni altra considerazione, azzerando le ragioni della comunanza politica in una sorta di mors tua vita mea, allora davvero dovremmo anticipare al 1921 la fine della rivoluzione russa. E qualche anno fa avremmo dovuto dar ragione alla troika UE contro il primo Tsipras.

    3. E qui c’è il punto della continuità tra Lenin e Stalin. E’ una questione che anch’io considero aperta, il che non significa da “lasciare” aperta, che mi sembra un po’ pilatesco. Con il senno di poi, infatti, non si può negare la presenza di alcune concatenazioni che è difficile ritenere casuali. Lenin, con Trotsky, autorizza la repressione di Kronštadt, e, sotto il martello del comunismo di guerra, “è costretto” a limitare le libertà interne alla alleanza di forze che ha fatto la rivoluzione del 17. Non è un caso che proprio da questo momento Lenin abbandoni progressivamente la prospettiva di Stato e rivoluzione. Nello stesso periodo il X congresso, di cui parla Cortesi, approva il “punto 7” contro il “frazionismo” (altra parola da dimenticare: chissà perché tutti gli avversari sono “frazionisti”; Trotsky, in realtà discreto centralista, fu perseguitato con quell’epiteto fino alla fine dei suoi giorni). Forse Lenin non era d’accordo, ma lo accettò. Come noto Lenin inizia a diffidare dell’enorme potere che si sta accumulando nelle mani di Stalin e lo dice ai compagni più vicini, ma non fa alcuna battaglia politica. Lo scrive nel “testamento”: atto con valore politico pari a zero. Stalin poté ergersi almeno inizialmente a suo continuatore senza che nessuno lo smentisse. C’è dunque un filo che collega questi episodi e che culminerà con i gulag e la sostanziale sconfitta di tutti i punti programmatici dell’ottobre. Lenin poteva anche in un primo momento non rendersene conto: temeva lo strapotere di Stalin ma poteva, fino a un certo punto, illudersi che qualcuno lo potesse fermare, che nella rivoluzione ci fossero ancora gli anticorpi sufficienti. Ma noi oggi secondo me non possiamo ripetere questo errore.

    4. L’ultimo punto riguarda la violenza (l’affronto velocemente e senza toccare il punto importantissimo della nonviolenza “di principio”). Riguarda la violenza interna e quella esterna allo schieramento “rivoluzionario”. E il rapporto tra guerra e rivoluzione. Non è un caso che Lenin abbia vinto (nel ’17) anche perché aveva chiuso una guerra, e abbia perso, di fatto, nel ’21, anche perché ne aveva iniziata un’altra. La scelta di Kronštadt si è replicata in innumerevoli occasioni, in particolare in Spagna durante la guerra civile, ove i comunisti stalinisti hanno condotto una guerra parallela contro anarchici e trotskisti, e, in piccolo, anche negli anni settanta in Italia. A sottrarsi a questo destino non riuscirono né la rivoluzione culturale cinese, né quella cubana, né molte altre: le rivoluzioni del novecento hanno quasi sempre divorato se stesse e i propri figli. A salvarsi forse sono solo quelle il cui gruppo dirigente aveva fatto una scelta consapevolmente nonviolenta (Mandela) o seguiva un marxismo eretico e rivisitato (zapatisti). All’origine, secondo me, c’è infatti un’insufficienza teorica interna allo stesso marxismo: l’idea della violenza come levatrice (e lavatrice) della storia. Se si ritiene la violenza “necessaria” per prendere il potere, se si ritiene la presa del potere l’obbiettivo anche provvisorio della rivoluzione (e non un mezzo totalmente imperfetto da guardare a vista con la creazione di un’infinità di “contropoteri”), allora fatalmente la si estenderà dal nemico “esterno” a quello “interno”. Si perde ogni consapevolezza della graduazione e della diversità degli strumenti da utilizzare, a seconda delle situazioni storiche, della natura degli avversari, della priorità ultima dell’azione rivoluzionaria che è quella di costruire, o di porre le premesse per una nuova umanità. E mentre si aumenta smisuratamente il ruolo del “partito”, si annulla via via la sua “differenza” (politica, etica, ontologica) rispetto alla società che si vuole combattere. Da “coscienza esterna” torna ad essere il comitato di affari della classe, o della élite, o della setta dominante.

    Discorso lungo, e, sì, necessariamente ancora aperto. Che termino qui, scusandomi per la prolissità.

  6. …Luca, grazie per la segnalazione del libro di Luigi Cortesi che presenta la possibilità di coniugare “la militanza comunista e quella ecologista e pacifista”…e per il “discorso lungo”

  7. @ Luca Ferrieri

    Per punti e velocemente:

    1.
    Dici di voler tenere la questione (o le questioni, se consideriamo il tema Lenin/Stalin) aperta, ma poi, pur con l’ottima intenzione di non essere pilatesco, le chiudi a favore della tua tesi a favore della «nonviolenza “di principio”». E, come sai da tempo, non sono d’accordo.
    2.
    Lenin «“è costretto” a limitare le libertà interne alla alleanza di forze che ha fatto la rivoluzione del 17» o no? C’è un arbitrio in quella sua scelta o no? «Non è un caso che proprio da questo momento Lenin abbandoni progressivamente la prospettiva di Stato e rivoluzione». Si poteva non abbandonarla? E poi non fu un semplice abbandono, perché Lenin riusci a proporre la NEP e sempre in un’ottica che restava rivoluzionaria (per quei tempi). A meno di non replicare banalmente: ma non poteva farla prima. ( Secondo me non poteva farla prima, perché da politico *dentro* gli eventi certe cose si possono fare solo in certi momenti precisi…).
    3.
    Lenin fa approvare per una scelta che doveva essere temporanea il “punto 7” contro il “frazionismo”. Tu aggiungi polemicamente «(altra parola da dimenticare».:Come se, dimenticando la parola, certi comportamenti si potessero impedire. Al massimo si possono forse ( e non sempre) inibire. Ricordiamoci la lezione che Manzoni diede parlando delle *gride*. Guardiamo il numero quasi fisso ( no, man so, dovrei controllare) dei *femminicidi*. A me pare che in te ci sia una sopravvalutazione del potere delle parole, delle dichiarazioni, delle leggi. ( E sia chiaro che parole,dichiarazioni, leggi si devono essere ma non garantiscono la bontà di un mutamento). Altro appunto analogo: «chissà perché tutti gli avversari sono “frazionisti”; Trotsky, in realtà discreto centralista, fu perseguitato con quell’epiteto fino alla fine dei suoi giorni».Ma l’epiteto è solo il segno esterno di una persecuzione resa possibile perché quel dirigente nel partito si trovò in minoranza.
    4.
    «Forse Lenin non era d’accordo, ma lo [il “punto 7”] accettò. Come noto Lenin inizia a diffidare dell’enorme potere che si sta accumulando nelle mani di Stalin e lo dice ai compagni più vicini, ma non fa alcuna battaglia politica». Vale, secondo me, quanto detto al punto 2. Lenin non era onnipotente come certe mitologie l’hanno descritto. Cortesi ricorda le volte che nel partito si trovò in minoranza. E poi stare in un partito o stare dentro una lotta reale può annebbiare o la realtà imprevista può sconcertare anche un Lenin ( come si è visto per Kronštadt). E- pensiamoci anche ricordando le nostre minime esperienze politiche –non è che immediatamente si possa passare dalla diffidenza ad una battaglia politica. «Lo scrive nel “testamento”: atto con valore politico pari a zero». Appunto. Ci sono momenti in cui si può solo testimoniare e manca la possibilità dell’atto politico.(Ad es. “noi” oggi rispetto a Salvini Di Maio, ecc.).
    5.
    «Stalin poté ergersi almeno inizialmente a suo continuatore senza che nessuno lo smentisse». Perché ebbe in mano la macchina organizzativa del partito, perché trasformò il vino nella botte del partito mantenendo inalterata l’etichetta, annacquandolo ad esempio con il reclutamento di migliaia di militanti inesperti. (Non sono le stesse cose o quasi che ha fatto Renzi col PD?).
    6.
    «Lenin poteva anche in un primo momento non rendersene conto». Ecco qui c’è almeno il riconoscimento della imprevedibilità e di cosa gli eventi, che ci passano sotto il naso, stanno facendo maturare e che non è detto sappiamo cogliere immediatamente. «Temeva lo strapotere di Stalin ma poteva, fino a un certo punto, illudersi che qualcuno lo potesse fermare, che nella rivoluzione ci fossero ancora gli anticorpi sufficienti. Ma noi oggi secondo me non possiamo ripetere questo errore». In disaccordo parziale. Noi con tutto il senno di poi che abbiamo non possiamo toranre indietro nel tempo e suggerire a Lenin di passare immediatamente al contrattacco di Stalin. Di più. Non è detto che, in altre forme, non ripeteremmo l’errore di Lenin o quello dei rivoltosi di Kronštadt, Perché, se vogliamo tenere davvero aperta la questione (Cortesi: «“Chi abbia rappresentato allora la totalità della causa e il senso della storia in atto, è questione da lasciare aperta”»), dobbiamo dire che – un attimo prima delle decisioni finali – poteva essere un errore quello di sparare addosso ai marinai di Kronštadt, ma poteva esserlo anche il ribellarsi in quel frangente, delegittimando il partito che guidava il tentativo di rivoluzione. ( E torna in ballo il problema, tremendo e irrisolto, della dialettica tra spontaneismo ed organizzazione e della possibilità o o meno di trovare in una situazione concreta il punto di equilibrio positivo tra le due spinte contrastanti).
    7.
    «Non è un caso che Lenin abbia vinto (nel ’17) anche perché aveva chiuso una guerra, e abbia perso, di fatto, nel ’21, anche perché ne aveva iniziata un’altra». A me questa pare un’equiparazione scorrettissima tra una guerra e una singola (almeno in quel 1921) repressione o tra *quella guerra* (Mondiale) e * quella repressione*. Il tragico sta qui: le ragioni degli uni erano orai inconciliabili con quelle degli altri. Era un terribile aut aut. Certamente «la scelta di Kronštadt si è replicata in innumerevoli occasioni, in particolare in Spagna durante la guerra civile, ove i comunisti stalinisti hanno condotto una guerra parallela contro anarchici e trotskisti, e, in piccolo, anche negli anni settanta in Italia». Ma non solo bisognerebbe tener conto dei contesti diversi, ma riflettere sul fatto che questi aut aut si ripeteranno e non c’è un rimedio sicuro. Per me non basta avere l’intenzione o la presunzione di “non ripetere l’errore” per non farlo. Perché non ci sono garanzie assolutoe su come ci comporteremmo noi o su come si comporteranno altri in certi contesti, in certi ruoli.
    8.
    «A sottrarsi a questo destino non riuscirono né la rivoluzione culturale cinese, né quella cubana, né molte altre: le rivoluzioni del novecento hanno quasi sempre divorato se stesse e i propri figli» Perché le rivoluzione ( ma anche le non rivoluzioni, secondo me) divorano i loro figli? Io una spiegazione non la so dare.Tu, invece, sembri credere che dilazionare la violenza o addolcirla equivalga ad eliminare la violenza dalla storia? E sembri qu«asi avere la soluzione: la non violenza, se scrivi: « A salvarsi forse sono solo quelle il cui gruppo dirigente aveva fatto una scelta consapevolmente nonviolenta (Mandela) o seguiva un marxismo eretico e rivisitato (zapatisti)»..
    9.
    E ancora una volta, secondo me, dai un peso eccessivo alle parole, alla teoria: «All’origine, secondo me, c’è infatti un’insufficienza teorica interna allo stesso marxismo: l’idea della violenza come levatrice (e lavatrice) della storia». Per cui, se Marx non avesse avuto quella convinzione, quella credenza, se insomma il movimento operaio fosse stato fin dall’inizio e sempre e assolutamente pacifista, tutto sarebbe andato meglio; e ci saremmo risparmiati morti, gulag, lotte fratricide, etc. E, secondo me, non tieni conto a sufficienza che parli da un tempo della storia, in cui sembra abbastanza chiaro e “popolare” (perché – aggiungo – parliamo dopo disastrose sconfitte) che«la violenza “necessaria” per prendere il potere» sia insensata e che sia più valida la prospettiva alla Foucault della «creazione di un’infinità di “contropoteri”). Parli, cioè, da un punto di vista politico che si è affermato e che vede come unica strada questa. E chi ci dive che questa strada sia più valida dell’altra tentata nel ’17? Io non me la sento di dire, pur valutando i limiti evidenti della rivoluzione del ’17. «La creazione di un’infinità di “contropoteri» che per decenni e decenni lavorerebbero come talpe e che alla fine la spunteranno sui poteri forti è affascinante ma anche un po’ consolatoria. Quelle «differenze» possono crescere da sole, in continuità, in autonomia, senza bisogno dello stimolo paterno/autoritario di un partito? Non lo so. Ma credo che “noi” abbiamo fallito non perché abbiamo creduto nella violenza levatrice della storia, distogliendoci dalla retta via della non violenza (cristiana, gandhiana, etc) o abbiamo investito energie in un partito ( meglio degli aspiranti partiti!), ma perché non si è riusciti a trovare la quadra tra ta spontaneità e l’organizzazione, tra violenza e non violenza, tra mentalità diffusa e acquisizioni teoriche di minoranze.

  8. @ Ennio

    Anch’io per punti veloci, anche se il contrappunto non è il modo migliore di discutere. Comunque, ripeto, sono contento che qui si litighi su Kronštadt, vuol dire che siamo d’accordo sulla Diciotti e di questi tempi non è poco.

    1. Leggi meglio, Ennio: io ho detto esattamente il contrario (“affronto brevemente” la questione della violenza “e senza toccare il punto importantissimo della nonviolenza di principio”).

    2. Come detto, questo (giudizio sul ruolo e sul comportamento di Lenin) è uno dei punti aperti, necessiterebbe un’analisi storica e documentaria molto più approfondita. Gli elementi di costrizione ci furono sicuramente, ma non possono essere né assoluti né assolutori; non posso certo pensare a un Lenin privato del libero arbitrio, tenuto in ostaggio dal comitato centrale… Credo invece che ci fu da parte di Lenin una sottovalutazione di tutta una serie di temi, tra cui quello del potere concesso a Stalin e delle sue conseguenze.

    3. E’ evidente che “dimenticare la parola” (frazionismo), vuol dire, in questo contesto, chiudere con la pratica di epurazione e persecuzione che essa ha coperto e giustificato, capovolgendo la realtà e il linguaggio. Io darò forse troppa importanza alle parole, ma tu rischi di essere giustificazionista. La chiusa per esempio: “l’epiteto è solo il segno esterno di una persecuzione resa possibile perché quel dirigente nel partito si trovò in minoranza”. Come se il fatto di essere in minoranza giustificasse o spiegasse la persecuzione.

    4. Sul punto posso in parte concordare. Mi pare però difficile paragonare la nostra odierna impotenza politica con quella di Lenin, che si trovava comunque, con grandi responsabilità, nella dirigenza di un partito che aveva preso il potere.

    5. Concordo, ma anche qui il paragone Stalin-Renzi mi pare un po’ forzato.

    6. Dici: “Noi con tutto il senno di poi che abbiamo non possiamo tornare indietro nel tempo e suggerire a Lenin di passare immediatamente al contrattacco di Stalin”. Certo che no. Ma possiamo valutare, politicamente e storicamente, e dire che ci fu quantomeno una sottovalutazione. Lo facciamo proprio per evitare, in circostanze analoghe, gli stessi errori. Ma tu aggiungi che non credi a questo: “Non è detto che, in altre forme, non ripeteremmo l’errore di Lenin o quello dei rivoltosi di Kronštadt” (sempre come se fossero due errori uguali e contrari, l’uno dei quali giustifica l’altro). Certo le capacità di sbagliare e di ripetere gli errori sono infinite, ma che senso ha discutere di storia se pensiamo che serva poco o nulla? Non ti dirò retoricamente historia magistra vitae, ma un filo più di fiducia non solo nelle generazioni future, ma nel valore della argomentazione, della convinzione, della partecipazione a esperienze comuni, non guasterebbe.

    7. La questione è più o meno quella del punto precedente e quindi non ripeto. Sul “paragone scorrettissimo” dico che effettivamente è stato un avvicinamento al volo, senza nessuna pretesa storica, e comprendo bene che ci siano grandi differenze tra guerra mondiale e guerra civile. Infatti, non si trattava di questo. Intendevo dire che con Kronštadt è stato dato il via a una “guerra” che, se vuoi, dura ancora oggi, quella in cui verso il “nemico interno” si dispiegano livelli di odio e di violenza uguali o superiori a quelli messi in campo contro il nemico “esterno”.

    8. Su questo hai ragione, nel senso che sì, penso che una chiave possibile di spiegazione, certo non l’unica, dei diversi esiti rivoluzionari possa risiedere nel rapporto con la violenza e con il potere.

    9. Qui invece non ti seguo, e, in un certo senso, mi stupisci. Prima di tutto “dare un peso eccessivo” alle parole e alla teoria sono due cose molto diverse, che non so come fai ad unire con una semplice virgola. La teoria non è fatta solo di parole, ma di progetti, di visioni, di previsioni, di concatenazioni e costruzioni, non solo intellettuali. Mi dichiaro comunque colpevole di tutti e due gli eccessi, se vuoi, ma credo che anche tu, facendo poesia, sappia bene quanto contino e pesino le parole, e come tutto cambi usandone una al posto dell’altra; e, facendo politica, che tu ti accorga ogni giorno di quanto la teoria è importante per ogni politica che non si riduca ad essere amministrazione dell’esistente. E poi ti dimostri, in questa tua posizione, poco leninista… (non che questa sia una colpa grave, eh) visto che Lenin è stato uno degli ultimi a credere nella teoria della politica e nella politica come teoria.
    Comunque anch’io non ho nessuna certezza che la via di Kronštadt, se fosse passata, o qualunque altra via, sarebbe stata migliore di quella trotzky-leninista. Semplicemente, visto come sono andate le cose, penso che le alternative sconfitte, tanto più se sono state sconfitte solo grazie alla forza militare, meritino la chance che non hanno avuto, almeno a livello “teorico”. Per esempio, proprio sul piano della critica della forma partito e dell’uso della violenza. E con le tue posizioni non mi sembra possibile.

  9. @ Luca

    Il contrappunto mi pare necessario quando non si è d’accordo ( e si deve rispondere a braccio, non potendo farlo con un bel saggio meditato). Quindi replico ancora sempre di corsa:

    1.
    Non mi pare di aver travisato. Ma non insisto. Sta di fatto che un disaccordo tra noi c’è ( c’è sempre stato forse ogni volta che abbiamo toccato questo dilemma violenza/non violenza.

    2.
    Concordo sul tenere aperta la questione sul comportamento di Lenin di fronte a Kronštadt e su i suoi rapporti con Stalin. Speriamo solo di trovare il tempo per approfondirla.

    3.
    Non capisco l’obiezione. Io dico: gli avversari si potevano permettere di lanciare l’accusa infamante (per chi stava nel partito bolscevico) di *frazionista* a Trockij perché lui aveva meno seguito ( e, dunque, essere minoranza in quella fase veniva già considerata condizione sufficiente per perseguitarlo) e tu vedi in quel che dico una «giustificazione»? Come se dicessi: siccome era in minoranza, facevano bene ad attaccarlo?

    4. e 5.
    Concordo. Sono sfumature non decisive nella discussione, credo.

    6.
    Constatare che « ci fu quantomeno una sottovalutazione» da parte di Lenin del ruolo negativo che Stalin poteva avere per me non ci dà – lo ripeto – alcuna garanzia « per evitare, in circostanze analoghe, gli stessi errori». Al massimo ci rende più vigili, perché più avvertiti dei rischi a cui, nel far politica dirigenti e semplici militanti, vanno incontro. Sapere che, svoltato l’angolo di una strada, mi troverò di fronte una situazione che prevedo all’ingrosso ( perché altri che son passati di là mi hanno detto dei rischi che si corre ad andarci o magari perché ho fatto delle ipotesi, ecc) non mi dà certezza. Questo intendevo. Non credo che la storia sia *magistra vitae*, specie da quando ha un ritmo accelerato e persino caotico. Serve conoscerla e studiarla proprio per aguzzare l’ingegno; e perché è così varia e spesso contraddittoria che ci depura un po’ dalla visione limitata di chi reagisce immediatamente e solo alle cose del cosiddetto *presente*.

    7. e 8.
    D’accordo.

    9.
    Qui mi tiri fuori la matita rossa e blu, eh! Scrivendo: « E ancora una volta, secondo me, dai un peso eccessivo alle parole, alla teoria» sono stato sbrigativo. Ma non penso di aver unito le due cose, riducendo la teoria a parole. La virgola intendeva separarle: “dai un peso eccessivo alle parole”, “dai un peso eccessivo alla teoria”. Volendo io sottolineare sia l’insufficienza (relativa) delle parole e sia l’insufficienza (relativa) della teoria. La prima non è certo sanata del tutto da un uso corretto delle parole stesse («e come tutto cambi usandone una al posto dell’altra». E la teoria non è certo da buttar via o da deprezzare, ma come mai proprio al Lenin teorico si deve l’accorta citazione dal Faust di Goethe: «Grigia è la teoria, amico mio, ma verde è l’albero eterno della vita»? (http://xoomer.virgilio.it/primomaggiointernazionalista/testi/lenin/LetteresullaTattica1917.htm). Forse lui stesso era poco “leninista”, come Marx era poco “marxista”. Figuriamoci noi!

  10. Grazie Ennio. Mi auguro anch’io di poter approfondire il dibattito sui punti ancora (sempre?) aperti. E mi scuso per aver male interpretato la tua obiezione al punto 3. In effetti, per i nostri “appunti di minoranza” sarebbe stato un controsenso. Sotto traccia, a rendere la faccenda non nominalistica, e a spiegare le incomprensioni, c’è la questione irrisolta della forma partito. A presto.

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