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Del passato che resta e del presente che si fa storia

Due storici israeliani

a cura di Ennio Abate

Dalla pagina FB di Giorgio Canarutto
https://www.facebook.com/giorgio.canarutto/posts/pfbid02ic3zKXWHdBNR7wow7E8qcpQqDazbbX7LCGZE5dHG9jwmhu2HXmgqxEeoezRxnMz1l?locale=it_IT

Alessandro Barbero: la Storia  ·Rolando Dubini ·AmministratoreEsperto del gruppo in Storia antica ·o͏o͏s͏n͏r͏p͏S͏d͏t͏e͏ ͏:͏t͏r͏m͏1͏m͏l͏6͏u͏g͏t͏7͏t͏g͏1͏e͏9͏l͏e͏l͏4͏0͏4͏ ͏a͏5͏i͏ ͏o͏1͏g͏3͏7͏u͏3͏6͏i͏t͏9͏6͏o͏5͏9͏0͏ ͏a͏s͏o͏1͏5͏ ·

BARTOV CONTRO MORRIS: IL VERO PUNTO DELLO SCONTRO

Non è una lite personale tra due storici israeliani. È una disputa su come raccontare la storia d’Israele, sull’occupazione, su Gaza e soprattutto su una parola enorme: genocidio.

Per capire la polemica bisogna partire da qui.

di Rolando Dubini

Benny Morris ha recensito molto duramente Israel: What Went Wrong?, il nuovo libro di Omer Bartov. Chi non ha letto la recensione rischia però di immaginare una contrapposizione molto più semplice di quella reale.

Perché Morris non sostiene affatto che in Israele vada tutto bene.

Anzi.

Riconosce la degenerazione prodotta dall’occupazione dei territori palestinesi dopo il 1967, la crescita del messianismo nazionalista, la violenza dei coloni, gli abusi sui palestinesi e perfino caratteristiche che egli stesso definisce assimilabili all’apartheid nei territori occupati.

Riconosce inoltre che a Gaza Israele ha prodotto una distruzione vastissima, che sono stati commessi crimini di guerra e che vi sono stati casi di uccisione deliberata di civili.

Dunque la discussione non è fra chi vede tutto bianco e chi vede tutto nero.

Il dissenso è molto più profondo.

PRIMO PUNTO: DOVE COMINCIA IL PROBLEMA?

Per Morris il vero punto di rottura della storia israeliana è soprattutto il 1967, quando Israele conquista Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est e comincia un’occupazione destinata a diventare permanente.

Bartov arretra invece il problema al 1948.

Non perché neghi il diritto degli ebrei perseguitati a cercare una patria, ma perché sostiene che fin dalla fondazione dello Stato sia rimasta irrisolta una contraddizione fondamentale: costruire uno Stato ebraico in una terra abitata anche da una consistente popolazione araba palestinese, garantendo nello stesso tempo una reale uguaglianza politica.

Il 1967, per Bartov, non cade quindi dal cielo.

È anche il risultato di problemi lasciati aperti nel 1948: la Nakba, i profughi, le terre confiscate, il governo militare imposto ai cittadini arabi israeliani fino al 1966 e l’assenza di una soluzione costituzionale capace di conciliare compiutamente carattere ebraico dello Stato e uguaglianza dei cittadini.

SECONDO PUNTO: IL SIONISMO È COLONIALISMO?

Morris contesta duramente l’uso della categoria di settler colonialism, colonialismo d’insediamento.

Bartov propone invece una lettura doppia.

Il sionismo fu certamente un movimento nazionale di liberazione e di salvezza di un popolo perseguitato, culminato dopo la Shoah nella necessità disperata di una patria sicura.

Ma fu contemporaneamente anche un movimento di insediamento territoriale in una terra che non era vuota.

Le due cose, sostiene Bartov, possono essere vere contemporaneamente.

Ed è forse proprio questo che rende la storia così scomoda: le vittime della storia possono diventare protagoniste di un conflitto con un altro popolo senza per questo cessare di essere state vittime.

La storia, purtroppo, non distribuisce certificati eterni d’innocenza.

TERZO PUNTO: BARTOV GUARDA ISRAELE ATTRAVERSO IL NAZISMO?

Questa è una delle accuse centrali di Morris.

Bartov è uno dei maggiori studiosi della Wehrmacht, della brutalizzazione della guerra sul fronte orientale e dell’Olocausto.

Secondo Morris, rischierebbe dunque di applicare alla storia israeliana categorie nate studiando la Germania nazista.

Bartov ribatterebbe però che comparare non significa equiparare.

Studiare come un esercito occupante possa brutalizzarsi, come una popolazione nemica possa essere progressivamente disumanizzata o come una società possa abituarsi alla violenza collettiva non significa sostenere che “Israele è la Germania nazista”.

Significa utilizzare la comparazione storica.

Altrimenti la storia comparata dovrebbe essere abolita ogni volta che il paragone diventa politicamente sgradevole.

QUARTO PUNTO: HAMAS E IL 7 OTTOBRE

Morris accusa Bartov di sottovalutare l’azione palestinese e la lunga storia della violenza contro Israele.

Ma Bartov non ha mai negato il massacro del 7 ottobre.

Lo ha definito un gravissimo crimine di guerra e ha riconosciuto esplicitamente l’uccisione di civili e la presa degli ostaggi.

Il dissenso nasce dopo.

Per Bartov il massacro di Hamas non concede allo Stato israeliano una licenza illimitata sull’intera popolazione di Gaza.

Ed è qui che si arriva al punto decisivo.

QUINTO PUNTO: GAZA È UN GENOCIDIO?

Morris risponde sostanzialmente di no.

A suo giudizio ciò che Israele ha fatto a Gaza, per quanto devastante e in diversi casi criminale, non presenta le caratteristiche dei grandi genocidi storici come la Shoah o quello armeno.

[La sua tesi, va precisato, non si riduce al fatto che Gaza “non sia Auschwitz”: Morris sostiene soprattutto che, anche ammettendo distruzioni vastissime, crimini di guerra e possibili uccisioni deliberate di civili, non risulterebbe provata l’intenzione di distruggere i palestinesi di Gaza in quanto gruppo. Il confronto con Shoah, Armeni e altri genocidi storici è però parte esplicita della sua argomentazione. 16.08.2026]

Bartov risponde con un’obiezione metodologica fondamentale:

la Convenzione ONU del 1948 non definisce il genocidio come qualcosa che deve necessariamente assomigliare ad Auschwitz.

Il genocidio consiste in determinati atti compiuti con l’intenzione di distruggere, totalmente o parzialmente, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso.

[Più precisamente, la Convenzione parla dell’intenzione di distruggere il gruppo “in quanto tale”: è questo il dolo specifico che distingue il genocidio, per esempio, dai crimini di guerra o dai crimini contro l’umanità. Il punto controverso è dunque se tale intento possa essere provato o inferito dalle condotte e dalle dichiarazioni. 16.08.2026]

Non significa quindi necessariamente sterminare tutti.

E non richiede necessariamente camere a gas, deportazioni ferroviarie o un documento firmato che ordini: “uccideteli”.

Bartov, cosa spesso dimenticata, nel novembre 2023 non sosteneva ancora che a Gaza fosse in corso un genocidio.

Parlava di crimini di guerra, possibili crimini contro l’umanità e di un crescente pericolo genocidario.

Dice di avere cambiato opinione durante il 2024, osservando la combinazione fra distruzione sistematica delle infrastrutture civili, evacuazioni ripetute, condizioni di vita imposte alla popolazione e dichiarazioni provenienti da esponenti politici e militari israeliani.

Si può naturalmente contestare questa conclusione.

Ma è importante contestare l’argomento reale, non quello immaginario.

Bartov non dice:

“Gaza è Auschwitz”.

Dice esattamente il contrario:

Gaza non è Auschwitz. Gaza è Gaza.

La questione è stabilire se ciò che vi è avvenuto soddisfi oppure no la definizione giuridica e storica di genocidio.

IL PUNTO PIÙ DELICATO

Morris conclude sostenendo che il libro di Bartov, “oggettivamente”, offre argomenti utili ai nemici di Israele.

Ed è qui che la discussione smette quasi di riguardare soltanto Gaza.

Perché nasce una domanda antica quanto il mestiere dello storico: uno storico deve evitare una conclusione perché quella conclusione potrebbe essere utilizzata dai nemici del proprio paese?

Se la risposta è sì, non stiamo più parlando soltanto di metodo storico.

Stiamo parlando di lealtà nazionale.

Ed è precisamente questo che Bartov rifiuta.

Uno storico può sbagliare.

Può interpretare male le fonti.

Può forzare una comparazione.

Può perfino lasciarsi condizionare dalle proprie convinzioni politiche.

Ma lo si deve confutare mostrando dove sbaglia nei fatti, nelle fonti e nel ragionamento.

Non ricordandogli da quale kibbutz proviene, dove vive oggi o chi potrebbe politicamente approfittare delle sue conclusioni.

Perché la storia è già abbastanza complicata senza trasformare anche gli archivi in uffici passaporti.

Ed è questo, molto più della polemica personale fra Morris e Bartov, il vero punto del contendere.

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Tra Curcio e Bonisoli – Anche l’ira per l’ingiustizia fa roca la voce

Riflessioni di un pacifista-nonviolento sulla lotta armata (3)

di Lorenzo Galbiati

Gli anni della lotta armata sono finiti con una sconfitta per tutti.

I lottarmatisti hanno ammesso la sconfitta pubblicamente. I militanti delle formazioni extraparlamentari (Potere Operaio, Lotta Continua, Avanguardia Operaia, Manifesto e poi Autonomia operaia) riconoscono che la rivoluzione comunista a cui aspiravano non si è realizzata. Molti di loro criticano i lottarmatisti per aver danneggiato il Movimento con gli omicidi politici, altri pensano che l’esito finale non sarebbe cambiato.

In ogni caso, riconoscere di avere fallito è cosa ben diversa dal fare autocritica.

Se l’analisi del fallimento si limita sostanzialmente a evidenziare che il contesto socio-economico non era ancora maturo per la rivoluzione proletaria, si ammette soltanto di aver sbagliato i tempi, rivendicando la giustezza politica del proprio agire sia a livello strumentale (la violenza politica, eseguita o preventivata) che finale (il raggiungimento del comunismo tramite una rivoluzione leninista).

Mi sembra che gli ex lottarmatisti o militanti del Movimento che – legittimamente – si proclamano ancora comunisti, siano per lo più rimasti fermi alla “lezione di Lenin” cioè alla logica violenta sottesa alla presa del potere, logica che riduce la democrazia liberale (se non “borghese”) a strumento del capitalismo che può e deve essere sovvertito – senza alcuna riflessione sul perché la violenza politica di destra sarebbe eversiva mentre quella di sinistra rivoluzionaria. La prassi che prevede l’uso della violenza porta inevitabilmente a escludere ogni pluralismo, a esaurirsi in una manichea contrapposizione tra un Noi – coloro che si attribuiscono il monopolio della violenza legittima – e un Loro – quelli la cui violenza è sempre ingiustificata. Non ci sono spazi per la mediazione, infatti chi si è dissociato dalla lotta armata viene percepito dalla maggioranza dei comunisti che ho incrociato finora come un rinnegato, uno che ha abiurato (termine di origine religiosa), se non direttamente come un traditore o un infame (impressionanti per violenza, diffamazione e calunnia sono state alcune reazioni alla morte di Alberto Franceschini da parte di molti singoli o gruppi comunisti).

Negli ultimi anni mi ha stupito leggere su alcune bacheche di Facebook, o siti di sinistra, numerosi commenti a difesa degli omicidi politici compiuti dalle Brigate Rosse, come se ancora oggi si possa considerare legittimo uccidere a sangue freddo fascisti, giudici, forze dell’ordine o giornalisti. Insomma, molti a sinistra non ammettono che le persone comuni si sentivano in pericolo negli anni Settanta-Ottanta, che i brigatisti e i piellini sono partiti come aspiranti rivoluzionari per poi degenerare in fautori di un terrorismo urbano. Lauro Azzolini raccoglie ancora un certo consenso quando commenta su Facebook (sulla pagina dell’avvocato Davide Steccanella) sostenendo che quella delle BR era “lotta armata di classe” – marxista, dunque?

L’autocritica richiederebbe la messa in discussione di alcuni assunti teorici di Marx e della prassi comunista così come si è storicamente determinata in Europa – per esempio il concetto di lotta di classe, la dialettica struttura-sovrastruttura, la questione dell’etica (spesso relegata a moralismo), nonché la relazione tra mezzi e fini ossia la presunta legittimità della violenza politica. Ma è proprio questa eventuale messa in discussione che risulterebbe ai più eretica, uno spergiuro – un ab-iurare.

D’altro canto, gli ex comunisti che hanno riconosciuto gli errori commessi dai lottarmatisti e dai militanti della Sinistra Extraparlamentare, di norma hanno abbandonato il marxismo, negano che vi sia stata una “Resistenza tradita” e tendono a considerare i lottarmatisti come una scheggia impazzita estranea alla tradizione comunista che sarebbe stata debellata dallo stato democratico, l’unico vero vincitore. La Sinistra che ha abbandonato ogni radicalità e si è adagiata sul riformismo conformista ha trasformato i partiti occidentali, dai democratici americani a quelli nostrani, dai socialisti ai verdi europei, in una forza sostanzialmente neo-liberista, atlantista, guerrafondaia – e in ultima analisi anche giustificazionista del genocidio di Gaza. Una forza molto simile a quel “partito radicale di massa” che aveva presagito già Pasolini nel suo ultimo discorso – letto postumo al Congresso radicale del 1975.

Questa lettura riformista non mi soddisfa in alcun modo, sia perché minimizza le cause sociali che hanno portato al fenomeno della lotta armata, che non è stato il delirio di pochi esaltati (ma nemmeno una “guerra civile”), sia perché esalta il trionfo dello Stato sui cosiddetti terroristi. Rivedendo le puntate de “La Notte della Repubblica” di Sergio Zavoli, mi sono accorto quanto fosse trionfante, in quegli anni, la retorica sulla vittoria dello Stato, della democrazia, della legalità sul fenomeno del terrorismo rosso o nero. Eppure, Aldo Moro è stato sacrificato pur di non trattare con le Brigate Rosse, la Costituzione è stata tradita con le carceri speciali, strumenti di oppressione e tortura degne delle peggiori dittature. L’ho scritto all’inizio: non credo alla vittoria dello Stato, la lotta armata ha lasciato solo sconfitti. Lo Stato semmai ha avuto la tardiva intelligenza, a metà anni Ottanta, di produrre la legge Gozzini e la legge sulla dissociazione.

In definitiva, mi pare che non vi siano vie di mezzo, nella Sinistra. O i lottarmatisti erano rivoluzionari leninisti di saldi principi che hanno anticipato i tempi, o erano terroristi che vivevano al di fuori della realtà. Da una parte la politica senza etica, il fine che giustifica i mezzi (che per loro natura non potrebbero essere immorali ma soltanto inadeguati o inefficaci), dall’altra parte l’umanità a scapito della politica, o meglio una politica ridotta alle dichiarazioni sul rispetto dei diritti umani individuali, senza alcuna visione collettiva di una nuova società verso cui tendere.

In questo senso, io mi trovo sommerso nel guado, rivendicando una radicalità politica e nonviolenta che non trova rappresentazione politica – se non nel percorso di chi da lottarmatista è diventato testimone della giustizia riparativa.

Credo che sia lo Stato sia la Sinistra non abbiano ancora fatto i conti con la spinta rivoluzionaria di matrice marxista che ha portato ai cosiddetti Anni di piombo. E credo che questo sia uno dei motivi dell’assenza di una vera sinistra radicale post-marxista.

Cosa può proporre oggi un marxista-leninista, se non il pazientare nell’attesa delle condizioni storiche (che a mio parere si allontanano sempre più) favorevoli alla tanto agognata rivoluzione?

Il 5 marzo 2024 ho visto Renato Curcio al Centro sociale Vittoria di Milano. Ha tenuto la presentazione del suo ultimo testo saggistico (“Sovraimplicazioni. Le interferenze del capitalismo cibernetico nelle pratiche di vita quotidiana”, Ed. Sensibili alle foglie, 2024), continuazione del suo “Il capitalismo cibernetico” (Ed. Sensibili alle foglie, 2022). Presentato dagli esponenti del Vittoria con una lunga introduzione sul genocidio in corso a Gaza, circondato da bandiere della Palestina, posto davanti alla scritta “Intifada fino alla Vittoria”, Curcio ha aspettato il suo momento con grande pazienza e sincero interesse per il lungo discorso a sostegno di Hamas (“Sappiamo che non sono come i compagni del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, ma rappresentano la Resistenza palestinese e noi li sosteniamo”). Il Centro Vittoria, ha dichiarato uno dei responsabili, a Gaza gestiva un asilo dedicato a Vittorio Arrigoni che è stato distrutto. Sentire questo mi ha riportato indietro negli anni, a quando ho incontrato Vik proprio al Vittoria, prima che tornasse a Gaza. Ricordo ancora con commozione quando ci siamo abbracciati al termine della serata.

Renato Curcio scrive libri da sociologo nell’era globalizzata del capitalismo cibernetico. Parla con calma, in modo studiato ma piacevole. Infonde pacatezza pur nella descrizione dei pericoli digitali che corriamo. Ma di fronte alla domanda finale sul “Che fare, adesso?”, risponde che dobbiamo aspettare, che non c’è alcuna possibilità di mutamento. Possiamo parlare, incontrarci in piccoli gruppi di conoscenti/amici, senza l’ausilio di alcuna tecnologia, e confrontarci tra di noi. Incontro, parola: con chi ci è prossimo. Nell’era del lavoro digitale, delle videochiamate che annullano le distanze mondiali e permettono riunioni virtuali tra persone che abitano nelle più lontane zone geografiche, Curcio propone il porta-a-porta, la parola sussurrata da bocca a orecchio. Non dirò che questa soluzione rischia di essere reazionaria, un ritorno al chilometro zero, alle piccole comunità dell’economia agricola. Dirò che è una soluzione che finalmente pone al centro la persona umana e non i concetti astratti. Ma evita ancora di affrontare lo scontro con la parte (la “classe sociale”?) che confligge con la nostra idea di società. E manca la dimensione pubblica.


C’è però un ex brigatista che è andato oltre la piccola comunità, affrontando il conflitto di petto, inaugurando una nuova rivoluzione, senza rinnegare il suo passato, anzi affermando di credere ancora oggi nei valori (ma non nell’ideologia) che l’hanno spinto, diciannovenne, a prendere le armi e andare in clandestinità perché voleva cambiare il mondo – notate bene che, se crede ancora, non può aver abiurato.Era seduto nel pubblico di fianco a me, sabato 18 ottobre 2025, nell’Aula Magna dell’Università Cattolica, che ospitava l’evento “Parole e stili”. Si trattava il tema della pace e della riparazione. Tra i relatori c’erano Giovanni Grandi, professore di Filosofia Morale all’Università degli Studi di Trieste, e Claudia Mazzuccato, docente di giustizia riparativa e diritto penale. Entrambi sono andati a salutarlo: conoscono il suo percorso ventennale che l’ha portato a diventare amico di Agnese Moro. Lui è Franco Bonisoli, uno dei quattro brigatisti che il 16 marzo 1978 sparò sulla scorta di Aldo Moro in via Fani. Condannato a più di cent’anni di carcere, è uscito dopo quasi 25 anni grazie alla legge Gozzini e a quella sulla dissociazione. Ma come spesso afferma, dopo aver pagato il suo debito con la giustizia italiana, sentiva di dover fare i conti con la propria giustizia interna, quella della coscienza, che l’ha portato a voler conoscere le vittime delle Brigate Rosse. Questa è la sua rivoluzione oggi, andare disarmato (in ogni senso) incontro alle vittime della violenza brigatista, in privato e in pubblico, arrivando così a una catarsi che prevede non solo la razionalità dell’analisi (Curcio) bensì  la condivisione emotiva tra soggetti apparentemente antagonisti, nel tentativo di raggiungere quel punto di equilibrio che si chiama giustizia. Perché anche l’ira per l’ingiustizia fa roca la voce. Quel 18 ottobre, al termine dell’incontro, Claudia Mazzuccato ha letto alcuni versi della poesia:

A COLORO CHE VERRANNO

Di Bertolt Brecht

Davvero, vivo in tempi bui!
La parola innocente è stolta. Una fronte distesa
vuol dire insensibilità. Chi ride,
la notizia atroce
non l’ha saputa ancora.

Eppure lo sappiamo:
anche l’odio contro la bassezza
stravolge il viso.
Anche l’ira per l’ingiustizia
fa roca la voce. Oh, noi
che abbiamo voluto apprestare il terreno alla gentilezza,
noi non si poté essere gentili.

Ma voi, quando sarà venuta l’ora
che all’uomo un aiuto sia l’uomo,
pensate a noi
con indulgenza.

Rivoluzione o eversione?

Riflessioni di un pacifista-nonviolento sulla lotta armata (2)

 di Lorenzo Galbiati

 Nel precedente articolo1 ho sostenuto citando Davide Steccanella che gli anni della lotta armata non hanno portato al fallimento di una rivoluzione, quanto piuttosto a una “rivoluzione mancata”.
Come considerare allora le azioni di lotta armata, visto che non si sono svolte all’interno di una rivoluzione – o meglio, visto che volevano essere il preambolo di una rivoluzione che non si è mai verificata? I già citati Beppe Corlito ed Ennio Abate hanno parlato rispettivamente di “terrorismo” e di “piccolo gruppo anche, ma non subito, terroristico” e hanno inserito queste azioni di lotta armata “terroristica” all’interno di un movimento partito nel Sessantotto che hanno contribuito a stroncare. Di fatto, negli anni Settanta e Ottanta ci sono state molte decine di aggressioni armate omicide o invalidanti che non hanno portato a nessuna parvenza di condizione storica rivoluzionaria (e nemmeno pre-rivoluzionaria). A esser onesti e schietti, concretamente quelle aggressioni hanno portato soltanto alla morte o all’invalidità delle persone colpite. E le persone colpite, se le consideriamo nella loro irriducibile individualità, sono state scelte non solo (e forse non tanto) per il ruolo pubblico che ricoprivano, ma anche per una logistica organizzativa che dipendeva più dalla accessibilità dei soggetti che dal loro pensiero o operato politico. Il caso Moro è emblematico, in questo senso: nell’ideare il “colpo al cuore dello stato” le Brigate Rosse hanno deciso di sequestrare il presidente della Democrazia Cristiana perché, rispetto ad Andreotti e a Fanfani, il percorso in auto che compiva per recarsi in Parlamento era più periferico e facilmente attaccabile. Non si è trattato di una scelta politica, i brigatisti non volevano rapire Moro in quanto teorico del “Compromesso storico”, per loro non c’era alcuna differenza tra lui, Fanfani e Andreotti: erano tutt’e tre democristiani di prim’ordine che si erano distinti nel dare un indirizzo alle politiche governative italiane che confliggeva con i desiderata degli aspiranti rivoluzionari. Erano, semplicemente, tutt’e tre esponenti importanti del cosiddetto “Stato Imperialista delle Multinazionali (SIM)”.
Se quindi la violenza politica dell’epoca non è inquadrabile in un contesto di violenza rivoluzionaria, viene da chiedersi se non possa definirsi violenza terroristica, come ha sostenuto Corlito e, in parte, Abate.
Per rispondere a questa domanda prendo in considerazione le interviste a due personaggi che, secondo me, hanno prodotto riflessioni notevoli sulla lotta armata a partire da fronti opposti. La prima intervista è a un ex di Potere Operaio poi ex brigatista, tra i primissimi a dissociarsi dalla violenza rivoluzionaria.
Nel 2010, Valerio Morucci, risponde così alle seguenti domande2:
“Sei un ex-terrorista?
No, sono un ex rivoluzionario.
C’è differenza?
Il terrorista non vuol fare la rivoluzione, a volte la rivoluzione usa il terrorismo ma è un’altra cosa. Togliatti usava la parola ‘terrore’ nelle sue direttive ai Gap, voleva che i gerarchi fascisti fossero terrorizzati nell’uscire di casa ma non era certo un terrorista. La parola terrorismo è usata in ambito comunista come metodo di combattimento ma il terrorista puro non è un rivoluzionario.
In passato sei stato comunista?
Certo.
Adesso?
Bella domanda… Ora non c’è più niente. Sono ancora comunista perché ritengo che l’enorme potenza produttiva fornitaci dalla tecnologia debba essere usata per il benessere del popolo e non per il profitto dei capitalisti. Questo ragionamento minimale ha più in comune con le radici del comunismo che con il comunismo storico. È un comunismo delle società arcaiche che ha solo alcuni punti in comune con quello che conosciamo oggi.
Ti sei mai personalmente ispirato ad un politico?
Lenin sopra tutti, per la sua straordinaria intelligenza, capacità tattica per far sì che il suo progetto incontrasse la storia. Lo ammiro anche dopo che ho capito che era (in senso bonario) “il più grande figlio di puttana della storia”.
[…]
A 30 anni di distanza ti fai delle domande sul tuo passato? Cosa pensi di quello che fu il movimento rivoluzionario?
Certo che mi pongo domande e mi rispondo che abbiamo preso una cantonata assoluta. Portati da circostanze avverse, probabilmente avverse solo per “qualche metro”, quella distanza minima che è diventata incolmabile, ci ha portato ad una disfatta storica. Abbiamo agito in un’epoca storica applicando gli strumenti della precedente e questo è stato un errore madornale. Non è successo tuttavia per la nostra incapacità.
Agire con strumenti delle epoche precedenti è il classico difetto di ogni movimento politico e rivoluzionario che, ogni volta, utilizza strumenti già vecchi. In un movimento enorme, come quello della stagione degli anni di piombo, è stato già tanto fare qualcosa, mettere mano ad un progetto e non seguire semplicemente l’onda.
[…]
Se per pura ipotesi, tra gli anni ‘70 e ‘80 ci fosse stata la rivoluzione proletaria e Valerio Morucci fosse diventato Presidente del Consiglio, come avrebbe riformato l’Italia?
Avrei fatto un sacco di stupidaggini, sarei stato il “Brunetta” della situazione. Avrei agito pensando che con la volontà e con l’imperio si potessero risolvere i problemi che, in Italia, sono secolari.
Non c’è uno Stato in questo Paese, non è mai stato fondato. Lo Stato Italiano è un’idea, una finzione che non esiste ancora nella realtà. […]
Detto questo, non ci credo che durante le riunioni della colonna romana dele Br non ci fosse qualcuno che avesse idee sul cosa fare una volta preso il potere…
Io non ci pensavo e come me non credo lo facessero gli altri.
Ma almeno pensavate di vincere?
Sì. Alla lunga immaginavamo fosse possibile, anche se in realtà è più bello e più affascinante essere perdenti. Vincere vuol dire governare e il rivoluzionario non è adatto a governare. Anche il “Che”, ad un certo punto, ha lasciato perdere la sua carica di Ministro a Cuba ed è ritornato a fare quello che sapeva fare meglio. C’è un motivo per cui, alla fine, le rivoluzioni sono tutte fallite: i rivoluzionari, una volta giunti al potere e non sapendo governare, hanno lasciato spazio ai politici più avvezzi e smaliziati che hanno riportato tutto allo status quo precedente, magari con un diverso colore politico che però, nei fatti, annichiliva la rivoluzione.
I rivoluzionari hanno un grande fuoco rivoluzionario ma sono inadatti a governare, gli “altri” non hanno fuoco rivoluzionario ma sono adatti a governare. È ovvio allora che le rivoluzioni falliscono.
Prendiamo Che Guevara come esempio: non voleva governare o non era in grado di farlo?
Non era in grado, non sapeva scendere a compromessi e agli equilibri che governare richiede. Un rivoluzionario agisce proprio per rompere la mediazione politica, gli riesce difficile una volta al potere, fare quello che per una vita ha tentato di distruggere.
[…]
Perché avete ucciso l’on. Moro? Da vivo, egli avrebbe certamente contribuito (molto di più di qualsiasi colonna brigatista) al disfacimento di quella politica che odiavate…Questa è la giustificazione politica che usammo io e Adriana Faranda con Moretti. Io personalmente non lo volevo uccidere, perché Moro era un prigioniero ed un prigioniero, soprattutto se hai letto le sue lettere dal carcere, non si uccide: è un principio etico fondamentale.
Se uccidi un prigioniero sei un criminale, non un rivoluzionario.”

L’intervista di Morucci è ricca di spunti e riflessioni. Pur avendo criticato l’operato dei lottarmatisti e aver condannato le tante azioni violente omicidiarie o invalidanti delle Brigate Rosse (parlando talvolta anche di “terrorismo” nel suo libro “La peggio gioventù”, Ed. Rizzoli3), Morucci rivendica ancora la spinta iniziale che l’ha mosso, ossia il voler fare la rivoluzione – così come ancora oggi un altro dissociato, Franco Bonisoli, nei suoi incontri di giustizia riparativa con i liceali, afferma: “Volevamo cambiare il mondo”.
Il rivoluzionario non è un semplice terrorista perché ha come obiettivo il cambiamento della società, usando all’occorrenza anche mezzi terroristici. Così come mezzi terroristici sono stati usati nelle lotte di liberazione anticoloniali (avviene oggi in Palestina) e nelle lotte di liberazione dall’invasore straniero – è successo perfino nella Resistenza partigiana.
Morucci, inoltre, con l’affermazione “Abbiamo agito in un’epoca storica applicando gli strumenti della precedente e questo è stato un errore madornale”, sembra evidenziare il fatto che la rivoluzione leninista non è più storicamente praticabile.
Se confrontiamo la risposta di Morucci sull’essere terroristi o rivoluzionari con il pensiero del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, troviamo una singolare e significativa convergenza; infatti, nell’intervista televisiva di Enzo Biagi (7 marzo 1981)4, alla domanda:
Chi è un terrorista? dalla Chiesa risponde dimostrando tutta la sua comprensione del fenomeno:
“Io vorrei azzardare una distinzione iniziale, tra terrorista ed eversore. Terrorista può essere anche un caso isolato, un anarchico, certamente non inserito in un processo che abbia alle sue spalle un retroterra culturale e davanti una strategia da condurre in porto. L’eversore invece lo vedo inserito, non solo in un retroterra, chiamiamolo ideologico, ma anche innestato in una strategia che, con la violenza, vuole affrontare, distruggere le istituzioni dello Stato.
Chi sono i terroristi che ha incontrato?
Ho conosciuto Peci e Barbone perché mi hanno mandato a chiamare.
[…]
Perché pensa che Peci abbia voluto vedere proprio lei?
Io penso che, diciamo, da eversore, da combattente su un fronte, abbia inteso andare alla ricerca di chi sull’altro fronte rappresentava qualche cosa per lui.
[…]
Il ’68 è stato o no una fabbrica di terroristi? Sono molti quelli che provengono dal mondo universitario?
Io ritengo che il ’68 non sia stato né una fabbrica, né l’unica matrice del terrorismo. È certo però che molti docenti universitari degli anni successivi, sono nati, provenivano dal ’68. E indubbiamente abbiamo avuto docenti che hanno insegnato, hanno prodotto sinossi, le hanno imposte ai loro studenti con il consenso, anche se tacito, della scala gerarchica, in cui si insegnava la guerriglia, si insegnava a rubare. E mentre questo accadeva, le aule magne delle università di Stato venivano usate dagli apologeti della forza e della violenza per istigare contro le istituzioni dello Stato, che concedeva le aule.”
Dalla Chiesa dunque non minimizza né delegittima il fenomeno della lotta armata, lo prende anzi sul serio nei suoi motivi fondanti. E di fronte a un Biagi che, rozzamente, insiste nel chiamare terroristi i lottarmatisti, dalla Chiesa manifesta un’attenta decifrazione delle dinamiche politiche e psicologiche intrinseche al costituirsi come militanti di formazioni armate rivoluzionarie.
D’altro canto, proprio perché prende sul serio i lottarmatisti, dalla Chiesa ricorda che l’agire rivoluzionario per le leggi democratiche della convivenza civile si configura come “eversione”, poiché mira “a distruggere le istituzioni dello stato”. Ne consegue che considerare la lotta armata portatrice di istanze rivoluzionarie significa abbracciare una prospettiva illegale ed eversiva. Davanti allo specchio della legalità, della giustizia somministrata in nome del popolo italiano, una “rivoluzione mancata” si riflette come una “eversione mancata”.
In altre parole, chi si professa a favore della creazione di un movimento che porti a una rivoluzione leninista, dovrebbe chiedersi se oggi, nelle democrazie occidentali (e non nella Russia post-zarista con un governo provvisorio in competizione con i soviet), quel movimento non si prospetti come un tentativo eversivo destinato a ridurre le libertà individuali e associative.

 

FONTI:

 

 

 

 

 

Una rivoluzione mancata?

Riflessioni di un pacifista-nonviolento sulla lotta armata (1)

 di Lorenzo Galbiati

Il libro che mi ha più aiutato a “fare ordine” durante il mio studio della violenza politica (o rivoluzionaria?) in Italia è stato “Gli anni della lotta armata” di Davide Steccanella (Bietti, Nuova edizione ampliata, 2022)1.
Steccanella è un famoso avvocato milanese, che ha difeso lottarmatisti del calibro di Lauro Azzolini e Cesare Battisti. Amico di Barbara Balzerani e di Paolo Persichetti, nella sua bacheca Facebook ho letto molte discussioni significative, protagonisti alcuni ex militanti della lotta armata e molti ex compagni di quel movimento della sinistra extra-parlamentare che ha caratterizzato le manifestazioni di piazza degli anni Settanta. Suo è anche il libro “Milano e la violenza politica 1962-1986. La mappa dei luoghi della città e i luoghi della memoria” (Milieu, 2025)2.
Nel testo “Gli anni della lotta armata” Steccanella ripercorre anno per anno la storia dell’Italia dal 1969 fino al 1989, elencando in modo cronachistico e tendenzialmente asettico tutte le azioni armate compiute dalle varie formazioni della sinistra extraparlamentare. Nelle note di fine capitolo, cioè poste alla fine di ogni anno, approfondisce con descrizioni puntuali il ruolo avuto dalle varie organizzazioni armate e la biografia dei principali esponenti del lottarmatismo. Il capitolo finale “1990-2022 – Da un secolo all’altro” elenca gli ultimi vagiti della violenza politica italiana, arrivando fino al caso Cospito.
Da quest’ultimo capitolo possiamo desumere che la lotta armata, in Italia, riguarda soprattutto il ventennio 1970-1990. Non è un caso, infatti, che a livello giornalistico il primo e insuperato tentativo di ricostruire gli “Anni di piombo” e di tratteggiarne un bilancio politico sia andato in onda sulla Rai tra il 1989 e il 1990 con la trasmissione “La notte della Repubblica” di Sergio Zavoli, a tutt’oggi fonte documentaria di grande valore, se non altro per i filmati di repertorio e le interviste a molti protagonisti di quegli anni3.

Il testo di Steccanella ha un sottotitolo che mi ha fatto molto riflettere: “Cronologia di una rivoluzione mancata”. Una rivoluzione mancata: non fallita, non sconfitta – si è fermata prima del giudizio della storia. Se è stata una rivoluzione, lo è stata solo nella sfera mentale delle aspirazioni dei lottarmatisti.
Capire dunque quale rivoluzione è stata “mancata”, piuttosto che “fallita”, è una questione dirimente per la comprensione di quegli anni, che non a caso sono chiamati, alternativamente, “Anni della lotta armata” (Steccanella) oppure “Anni di piombo” (Zavoli), espressioni a cui ho voluto dare risalto perché sottintendono rispettivamente:
– l’aspirazione alla rivoluzione
– il terrorismo rosso
ossia due giudizi storici spesso incompatibili, poiché inseriti in paradigmi interpretativi rigidamente impostati (ideologici).

Il confronto avvenuto su Poliscritture tra Ennio Abate e Beppe Corlito mi sembra esemplare per la comprensione dei termini in questione. Corlito è autore, insieme a Romano Luperini (recentemente scomparso), de “Il sessantotto e noi – Testimonianza a due voci” (Castelvecchi, 2024)4 di cui Abate ha parlato su Poliscritture il 26 maggio 2025 nell’articolo “Compianto sul Sessantotto”5. A seguito di questa recensione, Corlito ha risposto ad Abate il 21 giugno 2025 nell’articolo “Il Sessantotto è davvero morto?”6 scrivendo, tra l’altro:
«“Tutti sconfitti”, scrive Abate. Così diventa la notte in cui tutte le vacche sono nere e si vede solo buio davanti agli occhi. Soprattutto si rischia di giustificare il terrorismo, che per noi è stata una delle due ganasce della tenaglia che ha stroncato il movimento. Dall’altra parte c’era la repressione dello stato (p. 119). Dobbiamo ricordare ancora la lezione di Lenin contro il terrorismo, che per noi allora fu una bussola decisiva. Inoltre, pur valutando la sconfitta delle varie ipotesi in campo, non dobbiamo dimenticare una modalità di giudizio decisiva, quella che Gramsci chiama nelle “Noterelle sul Principe” la “linea progressiva”, cioè quella che avrebbe permesso maggiormente il raggiungimento degli obbiettivi della classe operaia e della sua rivoluzione sociale. Il richiamo a considerare il “lato oscuro del 68”, che Abate non precisa ulteriormente, ci rimanda a questa prospettiva buia e cieca. Non trovo “oscuro” ciò che avvenne, se per questo intendiamo il passaggio alla lotta armata clandestina di quale esigua frazione del movimento. Mi sembra che è scritto chiaramente nel libro: fu il frutto di un errore di valutazione della fase, che non era rivoluzionaria e quindi imponeva realisticamente di privilegiare la lotta legale su quella illegale (è ancora la lezione leninista), e il conseguente avvitamento sulla riproposizione acritica e dogmatica del modello insurrezionalista. Era possibile un recupero del potenziale rivoluzionario del BR come tentarono alcuni leader di Autonomia Operaia? Direi proprio di no. […] Non mi pare che la lezione di Lenin fosse così indulgente verso i terroristi della sua epoca.»

Dai termini che ho evidenziato nel discorso di Corlito si può concludere che, secondo lui, il “movimento” partito nel Sessantotto aveva come obiettivo una rivoluzione leninista per il raggiungimento degli obiettivi della classe operaia che prevedeva una fase di lotta legale a cui sarebbe seguita la lotta illegale, ossia la lotta armata – la fase rivoluzionaria. I brigatisti hanno stroncato il “movimento”, facendolo fallire, poiché prediligendo la lotta armata in una fase pre-rivoluzionaria hanno provocato atti terroristici. Dal che si presume che la lotta armata agita dalle Brigate Rosse è da considerarsi o meno terrorismo solo in base alla fase storica in cui viene applicata. Non vi è, in questo giudizio sulla violenza politica, alcun criterio di tipo etico o giuridico o sociale. Ciò che è fallito è il movimento extraparlamentare, ed essendo mancata la rivoluzione, la lotta armata brigatista può essere considerata terrorismo.

Ennio Abate ha risposto a Corlito il 21 settembre 2025 con l’articolo “Speranza e violenza”6, dove si legge:
«Sì, ripeto: tutti sconfitti. Ma con varie responsabilità. E le responsabilità degli uni (i “lottarmatisti”) sono quelle di aver puntato esclusivamente alla lotta armata di piccolo gruppo (anche, ma non subito, terroristico), mentre quelle degli altri (sinistra storica e nuova sinistra) vanno cercate nella cancellazione o esorcizzazione della questione della violenza. E perciò, è ingiusto da parte tua parlare di «notte in cui tutte le vacche sono nere e si vede solo buio davanti agli occhi.». O di una intenzione da parte mia di «giustificare il terrorismo, che per noi è stata una delle due ganasce della tenaglia che ha stroncato il movimento.». Quello che non vedi o non volete vedere è che il movimento, anche senza il “terrorismo”, non sarebbe andato molto più oltre. E lo dimostra proprio il fallimento della nuova sinistra (come quello ben più grave del PCI)
Abate si discosta da Corlito perché addebita la sconfitta del “movimento” non solo ai lottarmatisti bensì anche alla sinistra storica, ossia al Pci o in generale alla sinistra parlamentare, per la sua “cancellazione o esorcizzazione della questione della violenza”. Sembra di capire che, secondo Abate, avendo la sinistra istituzionale scelto la via legalistica e democratica, il movimento iniziato nel Sessantotto, che prevedeva – citando Corlito – una fase legale e una fase rivoluzionaria (la lotta armata), era destinato al fallimento poiché non tutte le forze della sinistra erano unite nel perseguire la conquista del potere in modo rivoluzionario (cioè “violento”, visto che la critica riguarda la cancellazione/esorcizzazione della violenza).
Al di là delle mie opinioni personali (condivido l’idea che il “movimento” fosse destinato alla sconfitta anche senza il “terrorismo”, ma non per colpa della sinistra parlamentare, bensì proprio in virtù della trasposizione negli anni Settanta dell’idea leninista che prevede la conquista del potere in modo violento), le questioni che emergono sia dai testi di Corlito che di Abate sono almeno tre:
1) Il raggiungimento del potere da parte della Sinistra deve (o può) avvenire solo attraverso le fasi previste da Lenin, ossia in ultima analisi tramite una rivoluzione violenta?
2) La definizione di terrorismo deve basarsi unicamente sull’identificazione della fase storica in cui viene messo in atto? E, in questo caso, visto che è fallito il “movimento” e non la rivoluzione (che è “mancata”), com’è possibile identificare a posteriori una fase pre-rivoluzionaria in mancanza della successiva fase rivoluzionaria?
3) I giudizi etici o giuridici legati all’agire politico (alla violenza politica) dovrebbero essere sospesi in tutte le fasi pre-rivoluzionarie fino al raggiungimento, finora mai avvenuto nella storia, della società comunista come prefigurata da Marx? Questo non potrebbe portare alla completa eclissi di ogni etica e civiltà giuridica?

 

FONTI:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quale memoria?

di Ennio Abate

“il Giorno della Memoria non è un atto di riparazione verso gli ebrei ma uno strumento universale che spiega come sia stato possibile un genocidio estremo e come questo possa aiutarci a prevenirne altri” (Anna Foa)

Ho moltissimi dubbi sul fatto che il Giorno della Memoria sia servito o possa aiutarci a prevenire altri genocidi (o massacri che al genocidio si avvicinano). La Memoria storica (in generale) non è questo strumento così efficace né universale. I potenti, se minacciati o per imporsi, non esitano mai a massacrare. E c’impongono la Loro Memoria. La nostra può solo alimentare delle lotte, se troviamo il coraggio di iniziarle (e senza alcuna garanzia).

L’immaginazione proletaria di Danilo Montaldi

di Ennio Abate

Recupero e pubblico questo saggio del maggio 2003, che non si trova on line e compare nell’indice del volume “Danilo Montaldi (1929-1975): azione politica e ricerca sociale”, pubblicato con la collaborazione della Fondazione Luigi Micheletti di Brescia (qui

Sintesi: 1. Notizie sul libro; 2. Storia e biografia; 3. Temi degli «Scritti».;4. Sul titolo degli «Scritti 1952-1975»;5. I caratteri dell’immaginazione proletaria di Montaldi; 6. Il riferimento di Montaldi alla rivoluzione russa; 7. I suoi contatti con la Francia; 8. L’immaginazione proletaria di Montaldi ha un suo luogo: Cremona; 9. Montaldi e la cultura di sinistra; 10. Su alcune ombre dell’immaginazione proletaria di Montaldi; 11. Conclusioni: La mia lettura degli «Scritti 1952-1975»

1. Notizie sul libro

È stato pubblicato nel 1994, curato da un collettivo redazionale composto da Cesare Bermani, Gabriella Montaldi-Seelhorst e dal Centro d’Iniziativa Luca Rossi di Milano. Accoglie, ordinati cronologicamente, 104 scritti, vari per lunghezza e genere, recensioni, presentazioni di mostre, commenti di documentari, articoli, che erano stati composti da Montaldi fra 1952 e 1975, anno della sua morte, ed erano fino a quel momento inediti. Il volume è completato da una puntuale Cronologia della vita e delle opere di Montaldi e da un’Appendice con 8 documenti del Gruppo di Unità Proletaria di Cremona.

Esaminati per anno, gli scritti più numerosi si concentrano nel triennio 1957-1959 (rispettivamente 11, 22 e 10). Dal 1962 si diradano e per diversi anni (1963, 1967,1968,1970, 1971, 1973) mancano. Si tratta di vuoti dovuti ad altri impegni (Militanti politici di base, ad esempio, è completato nel 1969 e pubblicato nel 1971, anno in cui viene anche finito il Saggio sulla politica comunista in Italia). Poco so dell’effettiva circolazione del volume o della sua ricezione in ambienti militanti o ufficiali.

2. Storia e biografia

Sarà bene ricordare schematicamente lo sfondo del periodo storico in cui vive e opera Montaldi, caratterizzato dal fascismo, dalla Seconda guerra mondiale, dalla Resistenza, dalla fondazione della Repubblica, dalla fine della coalizione antifascista, dal conflitto di classe nelle campagne tra 1949 e 1950 e dalla riforma agraria, dall’egemonia della Democrazia Cristiana, dalla crisi del 1956 nella Sinistra, dal miracolo economico (1958- 63) con la fuga dalle campagne e le profonde trasformazioni sociali dovute all’industrializzazione del paese, dalla crisi del luglio 1960 che avvia il periodo del governo del centro sinistra (1958-68), e poi dal “biennio rosso” (1968-’69) e dalla strategia della tensione.

Ebbene, se per comodità d’analisi, suddividiamo la vita di Montaldi in 4 periodi:

1) quello della formazione giovanile nel cremonese (1929 – 1952) caratterizzata da subito in senso proletario e di militanza comunista,

2) quello dei contatti extra-cremonesi: soprattutto con Parigi e con le riviste italiane (1953 – 1956),

3) quello in cui contatti e ricerche personali confluiscono nella scrittura delle sue opere principali e nella militanza del Gruppo di Unità Proletaria di Cremona (1957 – 1966),

4) quello, infine, che va dalla costituzione del Gruppo Karl Marx alla morte (1966 -1975),

vediamo dove biografia e storia tendono ad incrociarsi e si delineano chiaramente alcuni punti chiave della sua figura che a me paiono i seguenti:

1) Montaldi è rimasto fedele ad un nucleo della sua formazione giovanile, proletaria e comunista (importanti in tal senso sono le origini della sua famiglia, la precoce contrapposizione al regime fascista maturata anche per la persecuzione subita dal padre, il rapporto con Giovanni Bottaioli, suo vero maestro di politica proletaria (1946));

2) egli maturò un suo principio etico e politico di fondo: «stare vicino al proletariato» con coerenti scelte di vita e una selezione accurata (al limite del settario) dei suoi contatti politici e culturali (questi sì: il gruppo olandese Spartacus e Socialisme ou Barbarie ad es.; questi no: Sartre, Camus, “il manifesto” ad es…);

3) con il Gruppo di Unità Proletaria e poi col Gruppo Karl Marx ma anche fondando la galleria d’arte Renzo Botti, riuscì a fare di una certa Cremona dei suoi anni non un «luogo esemplare» ma, sfuggendo ad ogni localismo, un luogo di transito per «una concreta attività proletaria, con i suoi momenti di passione e di crisi», dovunque essa emergesse: nelle campagne, a Parigi, fra gli immigrati della metropoli milanese o in mezzo alla “nuova classe operaia” emersa dalle lotte del ’68-’69.

1) il periodo della formazione giovanile nel cremonese (1929 – 1952)subito caratterizzata in senso proletario e di militanza comunista: non solo sono proletarie le origini della sua famiglia, ma precoce è la sua contrapposizione al regime fascista vissuta direttamente attraverso la persecuzione del padre (1941) e la sua autonomia che lo spinge a studiare da autodidatta quello che gli interessa (abbandona infatti la scuola dopo la prima liceo nel 1946) e ad impegnarsi presto in un apprendistato politico nel clandestino Fronte della Gioventù (1944), nella dissidenza del PCI del dopoguerra e nel fondamentale rapporto con Giovanni Bottaioli, vero suo padre spirituale proletario (1946), mentre già si fa strada la sua passione per la cultura francese (letteraria e cinematografica) (1950);

2) quello dei contatti extra-cremonesi: soprattutto con Parigi e con le riviste italiane a cui comincia a collaborare (1953 – 1956): il primo viaggio a Parigi di Montaldi è del 1953), poi s’intensificano la collaborazione militante a Battaglia comunista, a Prometeo, i contatti con il gruppo olandese Spartacus e Socialisme ou Barbarie (1953), il suo interesse per la poesia operaia (1955), e le collaborazioni con Ragionamenti, Questioni, Opinione e l’Avanti (1956);

3) quello in cui contatti e ricerche personali confluiscono nella militanza nel Gruppo di Unità Proletaria (1957 – 1966): può essere considerato il periodo della maturità di Montaldi. L’azione svolta a Cremona con il Gruppo di Unità Proletaria in collaborazione con il Partito Comunista Internazionalista ma anche con altre formazioni a livello internazionale (1957) è la prova della sua scelta organica di «lavorare coi proletari» (ossia in posizione autonoma rispetto al movimento operaio ufficiale). Ma altrettanto organiche sono altre scelte: una passione per la bellezza, l’arte e la musica (non «perdere il senso della musica di Mozart» (1958), la sua scoperta della pittura di Cosme Tura e Francesco del Cossa(1962), il suo rapporto col pittore Guerreschi); non piegarsi al mito della carriera o della professionalità (il rapporto di collaborazione e poi di redattore alla Feltrinelli, iniziato nel 1960 si conclude per sua volontà nel 1962, anche se pesanti diventano le sue condizione economiche); tenersi a debita distanza dai luoghi «dove si elaborano le riviste politiche come opere d’arte» svelando tutta la sua insofferenza dell’ambiente intellettuale (milanese in particolare)(1959, 1962); entrare invece in contatto con gruppi che fanno agitazione sociale in ambienti proletari (1960); il consolidarsi del suo legame culturale e storico con Cremona («per noi la Lombardia è quella» (1963), dove fonderà la galleria d’arte intitolata a Renzo Botti (1965);

4) quello che va dalla costituzione del Gruppo Karl Marx alla morte (1966 -1975): è un periodo di nuove aperture (al clima di lotta di quegli anni anche sul piano internazionale, la preparazione del lavoro d’inchiesta sulla nuova classe operaia (1974)), ma anche di consolidamento e di studio più appartato: s’intensifica il suo lavoro di traduttore (1965), arrivano le amarezze per i rifiuti della Feltrinelli di pubblicare il Saggi sulla politica comunista in Italia (1973).

3. Temi degli «Scritti».

Li suddividerei, anche se spesso s’intrecciano fra loro, in quattro distinti blocchi:

1) quelli che riguardano la rivoluzione russa e lo stalinismo (che trattano la questione dell’organizzazione di lotta del proletariato);

2) quelli riferibili al suo rapporto con la Francia e la cultura, ufficiale e dissidente, della sinistra francese (si potrebbe parlare di un “risciacquare i panni della sua immaginazione proletaria nella Senna”, che dà slancio al progetto di ricerca militante perseguito nelle sue opere);

3) quelli legati a Cremona e al significato culturale e politico, ma anche intimo e personale, che la città e la sua storia hanno per lui (e qui si dovrebbe parlare di radici “mobili” dell’immaginazione proletaria di Montaldi, attento alle trasformazioni dei contadini che si fanno proletari, immigrati, nuova classe operaia o operaio-massa);

4) quelli (direi ossessivamente numerosi soprattutto negli anni Cinquanta-Sessanta) riferibili alla critica della cultura della sinistra ufficiale, italiana e francese, (che è poi critica, per lui, della cultura nazional-popolare, cioè nazional-borghese, cioè stalinista e ipotesi, complementare e alternativa, di una cultura proletaria).

4. Sul titolo degli «Scritti 1952-1975»

Trovo il titolo del volume, «Bisogna sognare», che sembra suggerire un Montaldi dedito ad un costruttivismo assoluto da «immaginazione al potere», troppo sessantottino, unilaterale e equivoco (Già Baczko, studioso dell’utopia, fece notare che l’immaginazione era da sempre al potere1).

Nella immaginazione di Montaldi hanno, infatti, grande rilievo la memoria storica del proletariato rivoluzionario, i problemi complicati e rimasti irrisolti del rapporto partito-classe operaia, l’inchiesta sociale partecipe, profonda (la raccolta di storie di vita non è un’intervista!) e mirante ad una trasformazione culturale dei soggetti implicati. E la sua concezione proletaria della cultura mi pare sia rimasta esterna e ostile forse ai processi e alle teorie che già si delineavano nell’industria culturale dei suoi tempi e che hanno poi prodotto l’attuale inflazione di immaginario. Non so neppure quanto avrebbe potuto condividere l’enfasi sull’autonomia e la funzione unicamente creativa dell’immaginario sociale di studiosi come Castoriadis, Lefort e Morin, pure a lui vicini e presenti alla sua riflessione.

Non per caso Montaldi riprende quell’indicazione «Bisogna sognare» dal Che fare? di Lenin, che mai e poi mai può essere ridotto a cultore della immaginazione sciolta da ogni vincolo materiale e sociale; e, d’altra parte, in questi stessi scritti, Montaldi dichiara apertamente il suo rifiuto di «giocare una parte di sognatore… suo malgrado»(1956, 73), distingue il sogno della sua generazione da quello della precedente (di un Lombardo Radice) per la quale «dire la verità era diventato antistorico». Egli non intende, cioè, che il pur necessario sognare si riduca ad «un’altra esperienza religiosa, ma si accompagni a un «lavoro nuovo ad ogni livello», a « una opportuna rilevazione di dati, condotta spregiudicatamente, nella tal fabbrica», a «una seria elaborazione della cultura di sinistra su basi scientifiche» (e siamo nel 1965).

Troppo forte è, infine, in lui il sospetto per l’ estetismo, per i modi letterari di concepire la vita, la politica e la società, anche se apprezza il surrealismo (Teniamo presente però che in quegli anni siamo lontani dall’inflazione di quel “surrealismo di massa” o “snobismo di massa” che Fortini stigmatizzerà alla fine degli anni Settanta).

5. I caratteri dell’immaginazione proletaria di Montaldi

L’immaginazione proletaria di Montaldi (insisto sul proletaria) ha perciò caratteri storici specifici di quell’epoca. Innanzitutto è legata ad una realtà sociale dove le contrapposizioni di classe erano più verificabili (da chi voleva farlo ovviamente); e c’era davvero una classe operaia numericamente in crescita e sindacalmente in ripresa, che s’imponeva anche come problema culturale all’attenzione pubblica. Allora forse si poteva davvero sognare con qualche speranza in più e qualche rischio di delirio in meno, rispetto all’oggi lin cui siamo immersi in un’enigmatica moltitudine (termine che so controverso, ma che assumo almeno per intendere che non c’è più la classe operaia come la si pensava allora), di cui non sappiamo se e in cosa sia erede di quella classe operaia o se sarà invece un suo surrogato, sintomo del declino di un’alternativa di liberazione in dimensione mondiale.

L’immaginazione proletaria, che emerge in questi scritti, ha dunque una base reale per tutto il periodo che va dagli anni ’50 al ’68-’69; e Montaldi può polemizzare con ottime ragioni – da posizioni quanto si vuole minoritarie ma non fragili – con la sinistra e la sua (potremmo dire) immaginazione borghese (patriottica, stalinista, burocratica).

Essa ha due caratteristiche: non è individualistica ed è giovanile, vigorosa, aperta all’utopia. Non è, infatti, quasi mai solitaria (tranne in uno degli scritti e ne parlerò più avanti…). Scrive: «mi accorgo che in tutte le cose che ho fatto ho sempre favorito l’espressione degli altri, dei vicini, dei compagni che sono andato a cercare» (cfr, pag. XXV) e le prove di questo primato del contatto cooperativo con gli altri informa le sue stesse opere, da Autobiografie della leggera a Milano, Corea, è documentata dal fittissimo epistolario e ha segnato la storia del Gruppo di Unità Proletaria e del Gruppo Karl Marx.

Se, come ha di recente scritto Sergio Bologna, rifacendosi al sociologo tedesco Hans Speier, «non si è automaticamente proletari, si vuole esserlo, non si è ceto medio, si vuole esserlo. Il problema dell’identità è un problema di abitudini mentali, che solo in parte hanno a che fare con “condizioni oggettive”, quantificabili»2, la volontà di Montaldi di essere proletario assieme ad altri proletari (un proletario colto, un proletario che si costruiva le sue basi culturali nella memoria rivoluzionaria), bisogna dire senza cadere in vecchi determinismi, che essa ha anche una base materiale reale e specifica. Si potrebbe dire che, a partire dalle stesse condizioni familiari e dai contatti che egli intesseva sia a Cremona che altrove (e in quelli che rifiutava…), a lui riesce “più facile” essere proletario, a differenza di tanti intellettuali della sinistra del tempo; e quindi gli riesce “più facile” sfuggire alla lusinga del nazional-popolare stalinista, scegliere per maestro un Bottaioli, cioè un ex bracciante e piastrellista che un Lukács o un Adorno, non cadere nell’identificazione partito-classe che rimproverava ad un Lombardo Radice, ad una Rossanda, ad un Sartre.

Montaldi, morto purtroppo abbastanza giovane, pur avendo una memoria da elefante e avendo digerito altre sconfitte, innanzitutto quella della Resistenza, è stato esentato però dal vedere la degenerazione di tutta la cultura “dissidente” del ’68-69, ma anche la marcescenza dell’Urss e il trionfo – imperiale o imperialista – del “turbocapitalismo”. Avrebbe, anche adesso, ribadito quella sua fiducia nella classe «che sa sempre riprendere il filo e ricreare la propria avanguardia, e sa trasformare alla fine ogni sconfitta in una nuova ragione per continuare»? (160)

Non possiamo dirlo, ma la sua tenacia e il suo entusiasmo andrebbero salvati in qualche modo dallo scetticismo della nostra vecchiaia. Non è detto che l’immaginazione proletaria non possa fermentare sicuramente, in altre forme e in altre lingue, anche nella nuova dimensione imperiale o neoimperialista.

6. Il riferimento di Montaldi alla rivoluzione russa

Da questi scritti emerge quanto il mito positivo della Rivoluzione russa si sia conservato intatto in Montaldi. Montaldi accoglie persino nel linguaggio quella che possiamo definire senza giri di parole una retorica proletaria, quasi majakovskiana. Tre stralci a mo’ di esempio: «Violentemente sgomberata da mani proletarie da quel macabro parassitismo «versagliese» (130?); «L’operaio, anche singolo, che è il prodotto di questa trasformazione sente soprattutto se stesso come massa che ha un mondo da conquistare»(118); «la democrazia esiste ma là dove le masse proletarie dai milioni di teste prendono esse stesse nelle loro mani callose il martello del potere per picchiarlo sulla nuca della classe dominante» (1955, 54). La rivoluzione russa sembra poter entrare di peso nella misera storia italiana com’è entrata nell’immaginazione e nella stessa biografia di Montaldi. Egli manifesta più volte entusiasmo nella possibilità di «ricominciare tutto dalle fondamenta», come gli pare stia accadendo in Polonia o in Francia «presso quei gruppi marxisti» di cui cerca di portare conoscenza in Italia (145).

Certo dà sostanza alla sua immaginazione con tanti riferimenti teorici e storici (Lenin , il Partito Comunista d’Italia, la critica al trotzkismo, il richiamo a Rosa Luxemburg). La stessa sconfitta della Resistenza, letta in coerenza col suo pensiero come «fatto di classe» (1955,56), pesa su di lui, ma non gli impedisce di pensare che la possibile rivoluzione proletaria debba avvenire nel solco della rivoluzione russa. Da qui il suo proposito tenace: «Rimarremo vicini al proletariato, a continuare nella resistenza quotidiana ad opporci a coloro che hanno ingannato e tradito gli operai i soldati i contadini» (1955,58).

Oggi, in tempo di revisionismo storiografico e memori dei toni caricaturali e tragici che assunse quel mito negli anni Settanta , è fin troppo facile sorridere di questo insistere di Montaldi sui soviet, Lenin, il partito.

Le pagine degli Scritti dedicate all’argomento appaiono sicuramente datate. Tuttavia sottolineerei la differenza fra le prese di posizione di Montaldi sulle questioni della Rivoluzione russa e quella dei gruppi postsessantottini che pure vi si richiamarono (differenza che smentisce – mi pare – il tentativo compiuto a suo tempo da Stefano Merli di fare di Montaldi da una parte il continuatore del filone socialista e dall’altra il padre spirituale della nuova sinistra italiana).

Il richiamo a Lenin di Montaldi non è mai, infatti, diventato “leninismo” (Cfr. pag, 168). Il Lenin che affiora negli Scritti è quasi capovolto rispetto a quello che serviva al PCI di allora e ai gruppi dirigenti delle formazioni extraparlamentari per imporre “la linea”. Parlando della questione della disciplina, Montaldi ricava da Lenin l’insegnamento che non si deve mai impedire e soffocare la discussione (1958,168). Oppure sottolinea: «dice Lenin che il socialismo dev’essere introdotto nella classe operaia dall’esterno; ma non dice dall’alto, dice dal basso» (1958, 191). Montaldi poi in questi Scritti lascia capire che il rapporto partito/masse è qualcosa di ambiguo, importante e non del tutto importante. Il partito per lui è una «una forma contingente necessaria finché esiste la società borghese»(83), ma scrive anche che «per gli operai [il partito] è molto di più, e anche molto di meno», poiché «oggi gli operai possono occupare le fabbriche credendo di farlo in nome del partito ma l’importante, diceva Marx, è ciò che gli operai fanno, non quello che credono di fare (83)». Insomma, pur datato nel linguaggio, resta il fatto che la pratica di ricerca di Montaldi mal si concilia con il pedagogismo da partito o partitino e che la sua riflessione si arrestava prudente di fronte alla schematica riproposizione negli anni Settanta del partito “rivoluzionario”. Ciò vuol dire che quel mito non operava necessariamente a senso unico e che dall’esperienza proletaria e sociale Montaldi sapeva trarre correttivi per la sua immaginazione pur così fortemente proletkult.

7. I suoi contatti con la Francia

Il viaggio a Parigi che Montaldi ventiquattrenne compie nel ’53 non è un viaggio di formazione, ma di consolidamento dal vivo di precedenti contatti e di riconferma del suo muoversi in una dimensione internazionale, pur rimanendo a Cremona luogo centrale e vitale del suo lavoro militante [le radici mobili …]. A Parigi Danilo legge, s’informa, vede gente, è attento a certe riviste francesi del dissenso, che pongono l’esigenza di tornare ai principi fondamentali del marxismo: sono posizioni degli anni ’60 forti e vive e comuni a minoranze, che stavano uscendo dall’isolamento.

L’influsso di quella cultura è senz’altro determinante in generale, ma da essa Montaldi seleziona con cura i riferimenti e le posizioni coerenti con la sua visione. Apprezza Naville, che «riafferma la validità della prospettiva marxista» (1957, 131), si conferma nel pensiero dialettico contro ogni metafisica che vede «da una parte tutto il bene e dall’altra tutto il male», estende la sua critica alla cultura della «Gauche», sorella della Sinistra italiana con cui egli già era ai ferri corti (1956,74), esaminando l’opera dei «mandarini» (come Sartre, Camus, Jeanson, Merlau-Ponty) e «prendendo «il partito delle masse» (75).

Conferma dunque quel suo taglio proletario d’intervenire nel mondo degli intellettuali, che a volte è anche posa, diciamocelo, ma in lui è pratica coerente di vita, al limite del sacrificio che sempre comporta ogni militanza.

In questo Montaldi è vicinissimo al costume morale se non al pensiero religioso della Weil, di cui riprende, come fossero sue, le parole di Riflessioni sulla guerra:«l’impotenza in cui ci si trova a un dato momento non può mai essere considerata come definitiva, non può dispensare dal rimanere fedeli a se stessi, né scusare la capitolazione davanti al nemico, di qualunque maschera si vesta. E sotto tutti i nomi che può assumere, fascismo, democrazia o dittatura del proletariato, il nemico principale resta l’apparato amministrativo, poliziesco e militare; non quello dall’altra parte, che non è nostro nemico se non in quanto è il nemico dei nostri fratelli, ma quello di questa parte che si dice nostro difensore mentre ci rende schiavi. In ogni circostanza, il peggiore dei tradimenti possibili consiste sempre nel sottomettersi a questo apparato e nel calpestare, in se stesso e negli altri, tutti i valori umani per servirlo» (1957,120)

E un altro suo strumento per prendere le distanze da Sartre è ancora una volta la memoria: contro il Sartre (‘56?) che «nega una memoria di classe del proletariato», Montaldi, che a quella è fin da ragazzo legato, insiste sul valore della «memoria attiva per la quale basta solo un vecchio operaio per atelier, o la lettura di un vecchio articolo o un racconto orale, e di cui si è perso il senso». Crede al ruolo delle «minoranze rivoluzionarie» che «esistono dentro e fuori i sindacati e i partiti, che consapevolmente o inconsapevolmente cercano di superare»(84).

La memoria è per lui campo di battaglia (come per noi oggi alle prese col revisionismo storiografico). Si perde e si tratta di riconquistarla. Scriveva nel 1958: «I fatti storici del passato sono visti come avvenimenti archeologici, che non ci appartengono, che fanno parte di qualcosa d’altro che non siamo noi: la Comune, la Rivoluzione russa, la Rivoluzione spagnola non vengono ricordati come fatti delle classi, quindi continui, quindi impliciti nello sviluppo della classe, quindi ripetibili in altre, adeguate forme anche in un avvenire di cui si affronti la prospettiva; sono considerati come
”passato”, come passato remoto»(1958,190).

Sottolinea poi anche l’astrattezza di quel pensiero di Gauche che «quasi mai tende a diventare azione» (75), è una cultura che «non si fa momento di una politica», «se mai la Gauche vuole influenzare solo coloro che nell’azione già si trovano immersi», «se mai solidarizza con certe manifestazioni della vita proletaria, ma altre più particolari, più interne, le sfuggono e non le comprende».(76)

Sarebbe opportuno oggi – fatte le debite differenze di epoca e di problemi – confrontare questo “risciacquare i panni nella Senna” di Montaldi con altri risciacqui fatti successivamente da quanti hanno partecipato ai movimenti del ’68-’69 e del ’77. C’è da dire che l’ipotesi di abbandonare il marxismo in Montaldi è del tutto assente, mentre noi siamo stati posti di fronte a questo problema. Si può supporre che sarebbe rimasto estraneo a tutti gli sviluppi che vanno da Foucault a Deleuze e Guattari, al Negri di Marx oltre Marx? Non so. Il problema di quanto abbia inciso il rapporto con la cultura francese su Montaldi e quanto la sua immaginazione proletaria si sia difesa dalle posizioni dominanti d’allora (Sartre innanzitutto) o quanto egli avrebbe condiviso, se non fosse morto, gli sviluppi “postmoderni” dei membri di Socialisme ou Barbarie è una questione interessante e complessa ma che non può essere qui affrontata.

8. L’immaginazione proletaria di Montaldi ha un suo luogo: Cremona

Ma dove in questi scritti davvero l’immaginazione proletaria mostra tutto il suo fondamento materiale e vissuto è nel lavoro che il Montaldi maturo ha svolto a Cremona, luogo – ribadisce ancora nel 1965 (in una lettera a Monica Suter) – non felice, semmai tragico come «quel paesaggio solitario di lunghe spiagge tagliate dalla corrente del fiume» che però è « un mondo nel quale mi piace vivere».

Negli Scritti troviamo importanti testimonianze di questo legame personale, politico e culturale: la ricerca su «La Pignone» (36), Una inchiesta nel Cremonese (1956,90), I contadini della Valle padana (1958,161), Miglioli, Grieco e il contadino (1958, 226), il blocco di documenti su «La matàna del Po» (1959, 323), La cascina (1966, 433), Quelli del Po (1966, 442).. Sono esempi del montaldiano e attivo «stare vicino al proletariato», in dialogo, attraversando assieme la memoria, criticando con la discussione il metodo adottato, sottoponendo ad analisi la «prefigurazione», cioè l’immaginazione (91), esplorando i «luoghi dove si fosse manifestata una concreta attività proletaria, con i suoi momenti di passione e di crisi».

Il «gruppo esterno»(97) che a Cremona nasce è l’eco intelligente (da “linea lombarda”, politicamente parlando) per quegli anni e non la scimmiottatura del partito di Lenin. Così, nel cogliere dal vivo permanenze e divenire delle forme di vita contadina, anteriori e posteriori all’industrializzazione delle campagne, Montaldi può polemizzare da posizioni di forza con la letteratura che in quegli anni ci occupava del mondo contadino e dell’immigrazione, che era ancora orientata dal modello neorealistico ma in modi sempre più estetizzanti (si vedano le sue critiche a Carlo Levi e a Zavattini e, per il cinema, la sua polemica col Visconti di Rocco e i suoi fratelli (382…). Egli è critico verso le «presunte immutabili costanti del mondo agrario, il quale invece come qualsiasi altra realtà storica si sviluppa, si afferma, entra in crisi, si trasforma»(201); e si potrebbe vedere nella sua ricerca un percorso che «dalla saggezza contadina» va all’«ideologia proletaria» o che vede già l’ideologia proletaria in quello che altri chiamano saggezza contadina, folklore (202).

La sua attenzione è alle trasformazioni del lavoro, che stacca i giovani dagli anziani e riduce l’importanza della comunità familiare, per cui «saggezza contadina», «dono», «racconto», miti vengono continuamente rielaborati. Tutte da studiare (ma esula dal mio intervento) sono le due presentazioni di Autobiografie della leggera (196) e, quasi in contemporanea, di Militanti politici di base (199), dove insiste sulla contrapposizione fra mitologia e storia.

9. Montaldi e la cultura di sinistra

La fittissima serie di considerazioni spesso contingenti e frammentarie sulla cultura di sinistra degli anni Cinquanta Sessanta (l’arte, il cinema, la letteratura) presente negli Scritti è volontà di contrapporre una cultura proletaria all’ottica prevalente del nazional-popolare. Ancora ritroviamo l’empito tutto giovanile «per una vita proletaria che diventi pienamente umana» e per un’azione d’avanguardia, alla quale «una falange di scrittori-operai deve contribuire, purché sia illuminata non nostalgica» (62).

Le preferenze e i rifiuti di Montaldi sono coerenti con la sua visione e la sua pratica politica e sociale.

Le preferenze vanno innanzitutto al grande cinema di Ejzenštein, alla letteratura e al cinema francesi, che sanno trattare i personaggi-operai, mentre in Italia non c’è spazio per un’«una originale creazione proletaria» (61), alla poesia di protesta (61), al lavoro delle riviste controcorrente come «Discussioni»(175) e «Ragionamenti», alla raccolta di autobiografie (60), strada che presto Montaldi imboccherà, non limitandosi a raccogliere del mondo proletario solo i documenti «corali», quindi di sfondo, ma anche i monumenti, spingendosi dunque verso una «valutazione letteraria del documento» (Il suo riferimento allora era il Rocco Scotellaro dei Contadini del Sud (61), un libro di biografie scritte e orali di uomini del Meridione), alla sociologia, che egli pensa di usare come disciplina contro la burocrazia (1958,290) e contro la letteratura neorealistica diventata «fregio e ghirigoro».

I suoi rifiuti colpiscono il cinema italiano, di cui parla come «un mucchio di rovine» dalle quale spicca la «miseria di piccoli borghesi piagnucolosi» (51), l’uso regressivo del dialetto in letteratura, gli «esami di coscienza» degli intellettuali (bersaglio ancora Lucio Lombardo Radice come esemplare di un «ampio settore della cultura di sinistra»), le false commozioni «per le riabilitazioni del XX Congresso», il «togliattismo come stalinismo puro»(179), le mitologie del proletariato come «buon selvaggio». Completamente ignorate o snobbate sono il formalismo della neoavanguardia e i raffinati giochi combinatori e fiabeschi di Calvino. Impressiona la serie degli intellettuali di sinistra ufficiale e critica bersagliati dalle critiche di Montaldi in tutto l’arco che va dal dopoguerra alla sua morte; e mi risparmio l’elenco o gli esempi.

10. Su alcune ombre dell’immaginazione proletaria di Montaldi

In genere, e non solo nella critiche all’intellettualità di sinistra, Montaldi sembra condividere in pieno l’idea marxiana che il proletariato non ha bisogno di farsi delle illusioni su se stesso, né logicamente di nascondere o di abbellire i suoi interessi e i suoi obbiettivi e che la critica delle ideologie condotta a fondo farà del proletariato una classe perfettamente trasparente a se stessa. Che questo poi sia avvenuto nella storia fra Otto e Novecento non possiamo certo affermarlo. Lo scivolamento fra reale e immaginario, fra mito e storia è costante sia per i dominatori che per i dominati.

Oggi, dunque, nella rilettura degli Scritti, terrei più presente la zona d’ombra che, suo malgrado, Montaldi mutua dalla visione marxiana, ancora fortemente illuminista e a tratti positivista. Anche questo è forse un condizionamento d’epoca per la sua generazione. Freud (nomino lui per indicare un simbolo di un atteggiamento più avvertito di questi problemi) è nominato una sola volta e en passant negli Scritti.

Faccio tre esempi dove, secondo me, la sua immaginazione proletaria tocca queste zone d’ombra senza avvertire che le aggira invece di penetrarvi a fondo o contraddicendo, in un caso, il suo stile profondamente antiromantico.

Primo esempio: sulla rivoluzione russa

La preminenza che ha per lui il mito della Rivoluzione russa comporta una rimozione degli effetti profondi dello stalinismo. Montaldi coglie che nello stalinismo c’è fede e sacralizzazione del partito e del capo. Ma vi contrappone solo – sottolineo questo solo – la critica e il metodo scientifico. Non so se Montaldi potesse condividere l’idea di molti antropologi che un mito si combatte solo con un altro mito. Ma mi pare che l’aspetto più oscuro di quella “religione” stalinista non gli riuscisse di afferrarlo (come invece ha potuto fare di più un Moshe Lewin, che ha mostrato quanto l’immaginazione proletaria degli operai sovietici si fosse purtroppo “compromessa” con lo stalinismo e che il “tradimento” della rivoluzione non implicava solo i dirigenti o il partito).

Montaldi, nel caso dello stalinismo, era frenato dalla diffusa mentalità dei militanti del tempo e forse anche delle conoscenze storiche di allora. Ma in effetti la sua critica si attesta sul piano ideologico. È soprattutto polemica contro l’ideologia del nazional-borghese.

L’unico di questi scritti esplicitamente dedicato a Stalin tocca una questione davvero secondaria, come quella delle posizioni di Stalin sulla lingua.

Quando accenna alla «degenerazione» (159-60) del partito o del sistema sovietico, Montaldi si ferma a considerazioni generali ma generiche: «La degenerazione del partito, a giusta ragione, porta oggi il nome di Stalin. Ma questo non significa che un patrimonio ideologico come quello bolscevico sia da dimenticare. Non ci sono mai state garanzie perché un partito non degenerasse; né ve ne sono per qualsiasi altro organismo della classe» (160); e anche i pochi riferimenti a Victor Serge si fermano all’apologia del rivoluzionario, ma non interrogano da vicino l’esperienza che Serge ebbe della involuzione staliniana.

Secondo esempio: «Su alcuni paesaggi» (1957, 134)

Questo, fra gli scritti dedicati al Cremonese, mi ha impressionato proprio perché scopre di più una sensibilità romantica verso un passato perduto (non dissimile mi pare da quella che rimproverava a Bosio ed altri), una sensibilità meno “proletaria”, meno “trasparente”, marxiana solo per uno scatto finale tutto verbale.

In questo saggio, infatti, [inviato per lettera anche a Fortini, non so se nella medesima stesura] Montaldi s’abbandona allo sguardo del promeneur: Se ne va in giro per la campagna, con un «un piccolo Goethe rilegato e di traduzione ottocentesca, che porto sempre con me» aggiunge (135); mostra d’essere un conoscitore minuzioso della storia locale dei monumenti; costruisce analogie sottili fra le sue letture e l’ambiente circostante («aspirazione gotica di certi paesaggi locali»,137). Sembra, insomma, affascinato dalla mentalità locale («la tetraggine del temperamento basso-lombardo»), dallo « sfondo pagano» che fa persistere paure secolari «soprattutto nelle donne anziane», copie – dice – di «quelle che dovettero essere le primitive abitatrici del fiume»137.

Qui una predilezione per il “popolare” («le preziose notizie trasmesse in tono paesano ci guadagnano, non ci perdono» (134) e un’attenzione acuta a «tutto un mondo patriarcale, militarista, paternalistico e cattolico che se n’è andato, [142]» e ai suoi residui ottocenteschi lo conduce a un’esperienza puramente estetica, altre volte respinta («Staccatomi dagli amici, mi diressi da solo verso quel romitorio, che sapevo,…per poterne fare una privata verifica, e godermela tutta da solo», 140; «Né si può dimenticare la bellezza degli stendardi feudali»,142).

Siamo nel 1957 e Montaldi ha 28 anni, si dirà. Ma il gusto per il diroccato e il funebre («Le chiese più vecchie, i torrioni, questi cimiteri, sono le cose da vedere in queste campagne»,135), rafforzato da commossi «ricordi di letteratura inglese» (136) e pensieri di morte («e mi ricordava che più di un anno fa io volevo scrivere qualcosa a proposito del sentimento della morte che si ha qui, nelle campagne» (136) è quello romantico.

L’attenzione è proprio alle permanenze dell’arcaico («E pertanto io ci passo attraverso a queste enormità di campagna, come mi capitava di promanarmi al museo dell’uomo del Palais de Chaillot tra i monumenti della civiltà africana e oceanica. Che questa non è meno Africa e Preistoria di quella» (138). E non manca l’accoppiata di amore e morte: la storia della «nobile P.», una signora lesbica (141).

Solo a tratti o alla fine rispunta il marxista, lo scatto materialistico e marxiano, che dal riferimento alla ««gramezza» (veramente cristiana) della vita che vi si conduce (che genera appunto quel sentimento) passa, come un pistolotto finale e improvvisato, all’affermazione: «poiché sappiamo ciò che i proletari sanno: che c’è un mondo, cioè, che è ancora tutto da guadagnare» (143).

Terzo esempio: Il rapporto Montaldi-Fortini

Vorrei accennare – anche per una questione personale di stima e di affetto per la memoria di entrambi – alla necessità di un confronto Fortini-Montaldi.

Preciso subito: non è confronto fra un periferico e uno «scrittore europeo» (come si è detto di Fortini). Montaldi aveva i suoi circuiti europei diversi da quelli di Fortini (non casualmente sartriano).

Sono due figure che, pur sapendo in contrasto [e gli Scritti mi hanno provato ancor più la loro distanza], continuo a sentire storicamente complementari, come se entrambe contenessero elementi essenziali della crisi che abbiamo vissuto lungo il secondo Novecento.

Sono due volti di quella crisi – diciamo pure – uno proletario e l’altro piccolo-borghese, uno proletkult e l’altro ammantatosi della «sublime lingua borghese», l’uno aperto all’ operaismo del ‘69 e l’altro alle controverse dinamiche dell’intellettualità di massa del ’68.

Ci sono pochi elementi per approfondire questo confronto. L’avvicinamento dei due avviene negli anni Cinquanta-Sessanta. Purtroppo il rapporto s’interrompe bruscamente. Il carteggio fra i due è limitato: iniziato attorno al ’55, per iniziativa di Montaldi che vedeva nell’esperienza de Il Politecnico un modello per sé e i suoi giovani compagni, si conclude già attorno al ’63, con una lettera in cui Montaldi rivendica orgogliosamente il fatto di non frequentare i luoghi «dove si elaborano le riviste politiche come opere d’arte» e rimprovera così Fortini a cui ha mandato dei bollettini del Gruppo di Unità proletaria: «non ci hai mai rivolto una critica, non ci hai mai detto che avevi qualcosa da dare, da scrivere, nemmeno un’indicazione sugli argomenti da trattare, da sviluppare, non un indirizzo cui mandarlo..-»(Lettera di Montaldi del 9 marzo 1963 ).

Di fronte alla vastità del processo d’industrializzazione e massificazione della cultura e della scuola di quegli anni, l’emissione di polemica sia da parte di Montaldi che dei suoi avversari appare oggi tanto più esorbitante quanto più sterile. La critica alla politica censoria del PCI da una parte e la difesa attardata del nazional-popolare dall’altra si lasciava passare sotto gli occhi l’offensiva capitalista condotta attraverso scuola e mezzi di comunicazione di massa.

A quei processi, in quegli anni Sessanta, si reagiva o con l’opera anarchicheggiante di Bianciardi o con la difesa e il tentativo di sviluppare la cultura proletaria di Montaldi o con il tentativo di Fortini di salvare l’insegnamento del Politecnico ponendosi in senso gramsciano il problema dell’organizzazione della cultura dal suo interno, proponendo una una manualistica molto ben fatta, tentando di elaborare una «scrittura comunicativa media» (Fortini, 440), sperando di influire «attraverso il linguaggio negli strumenti di comunicazione di massa» – tentativo dichiarato poi fallimentare dallo stesso Fortini (« questa idea si rivelava buona per il Manzoni, non per noi. L’immenso flusso di informazione-comunicazione avrebbe distrutto completamente una simile possibilità» (Fort,440 …). Non era più questione di censura politica esercitata dal Pci ( tramite Antonio Giolitti) che colpiva l’opera di Trockij o faceva uscire Serge nella Nuova Italia, ma era – come dice ancora Fortini – che le case editrici «diventavano sempre più organi che veicolano mode» e si andava formando (anche coi tascabili)un ‘intellettualità di massa (Fortini dice «di secondo rango»).

Di fronte a quei processi tutte le varie culture della sinistra, sono risultate perdenti o hanno dovuto in qualche modo piegarsi. Ma anche l’ipotesi montaldiana della cultura proletaria non ha retto all’urto.

Anche in questo caso, perciò, penso che l’immaginazione proletaria di Montaldi è rimasta prigioniera del mito, che ha fatto ombra ad un’analisi più spregiudicata sulla capillarità e intensità dei processi che avvenivano nell’industria culturale. Ed è strano non trovare contributi in proposito da parte di Montaldi, che pure faceva il traduttore per Einaudi, Feltrinelli e Mondadori, ed era implicato in qualche modo in questi processi dell’industria culturale, subendone anzi conseguenze sul piano personale (La vicenda del rifiuto della Feltrinelli di pubblicare il Saggio sulla politica del PCI non è irrilevante andrebbe oggi indagata a fondo).

[lettera sull‘uso della scuola] Come se egli non vedesse quanto si andasse preparando e che a noi ci aveva già coinvolto in pieno.

Perciò, ritengo particolarmente esasperate e forse mal indirizzate le accuse rivolte a Fortini, specie rispetto alla traiettoria successiva da lui compiuta fino alla sua morte del ’94, che è verificabile oggi se si leggono le sue amare (e anche autocritiche diagnosi sulla politica culturale tentata in quegli anni):

«Una volta si pensava che le idee determinassero delle conseguenze: oggi il margine delle conseguenze è stato eliminato nel pluralismo totale, e la democrazia delle idee spinte all’estremo, come in quelle sette protestanti dove nel coro ognuno canta un salmo per conto suo, secondo che lo spirito detta. Così ognuno di noi canta la sua nota, e tutto finisce lì, nessuno mira alle conseguenze. Allora quando mi domandano se esista una cultura d’opposizione , io rispondo: no esiste, ed è meglio così. Finora la cultura d’opposizione è stata essenzialmente una cultura d’opposizione interna. Le uniche vere culture d’opposizione della prima metà del secolo, paradossalmente, sono state da un lato quella di origine leninista, dall’altro quella nazista. Le quali, beninteso, non hanno alcun rapporto tra di loro e rappresentano cose diversissime, ma entrambe sono d’opposizione sul serio, e prevedono certe conseguenze. Oggi darsi da fare per una cultura d’opposizione è ridicolo, perché i temi di quelle che erano le parti in conflitto sono oggi distribuiti nel magma dell’informazione-comunicazione attuale» ( Fortini, Interviste 1952-94, pag. 446),

Certo Montaldi non si è chiuso come Fortini nella «sublime lingua borghese» e era fuori dalla sua logica tentare dall’interno dell’editoria, del giornalismo, del mondo universitario di contrastare questi processi.

Il suo tenersi legato – l’abbiamo visto più volte – al mondo proletario in termini concreti ha significato per lui anche non “far carriera”. Il suo antiaccademismo (non antintellettualismo, egli è intellettuale raffinato ma proletario) che lo distingue dagli altri intellettuali della Sinistra (il convinto rifiuto di professionalizzarsi di Montaldi è un sintomo) a me risulta sicuramente più simpatico e congeniale.

Questo restare vicino al proletariato (ma memore della storia delle lotte proletarie) gli permette di essere sicuramente più attento di altri alle trasformazioni del mondo proletario. Rispetto ad un Pasolini, ad es., è politicamente molto più agguerrito, evita perciò il suo populismo e d’altro canto non ritengo neppure sbagliato essersi distanziato anche dal lucaccianesimo o l’adornismo di Fortini.

Ma – ripeto – questa fedeltà al mondo proletario ha avuto anche i suoi risvolti negativi. Certe trasformazioni proprio sul lato che oggi chiamiamo dell’”immateriale” quel proletariato le ha – come abbiamo visto noi in questi oltre 25 anni dalla sua morte – poi subite. Con quella cultura proletaria non era più possibile intervenire per fronteggiarle o avvantaggiarsene almeno in parte.

Questo dobbiamo dircelo, se non vogliamo abbandonarci al culto amicale. La “disattenzione” di Montaldi sul ’68 studentesco mi pare sveli una sua difficoltà. Questi fenomeni toglievano spazio alla sua visione proletaria: l’emergere di un’intellettualità di massa era qualcosa di abbastanza estraneo alla sua immaginazione, ma la storia successiva ci dice quanto le nuove figure (movimento del ’77, ecc. ) avessero il vento in poppa, vento ambiguo capitalista e postcomunista come si è poi detto, e quanto oggi ne siamo coinvolti nolenti o volenti.

La polemica con la Sinistra si è svuotata, non perché si possa giustificare quella politica, ma perché anche quella è venuta meno, si è dissolta. Il tenace riferimento proletkult di Montaldi è stato fertile sul piano della sua ricerca, ma oggi dobbiamo dirci che Autobiografia della Leggera e Militanti politici di base per non ridursi a letteratura dovranno aspettare che si riaffacci il bisogno di qualche nuova forma di memoria che possa aver bisogno delle verità che contengono.

11. Conclusioni: La mia lettura degli «Scritti 1952-1975)

Dopo aver trattato il tema che mi sono proposto, voglio accennare al sentimento contraddittorio che ha accompagnato questa mia rilettura degli scritti di Montaldi. Avevo conservato di lui in tutti questi anni un ricordo congelato dalla sua morte e subito dopo dagli strascichi amari e spesso tragici del periodo di quella militanza politica che era stata occasione e ragione del nostro incontro.

L’avevo espresso in questa poesia a lui dedicata che mi permetto di leggere:

Milano, Corea

a Danilo Montaldi

E qui ammutoliti stemmo:
i corpi sfibrati di fatica
le sopraccoperte a fiorami sulle brande
le collezioni di tiepide bamboline
nelle credenze vetrate.

La sterpaglia, i cantieri guardammo
come nuotatori
che all’improvviso restringersi del mondo
spengono sul vuoto d’aria attorno
occhi, cuori e volere
e sprofondano
con la muscolatura serrata
trattenendo in un unico spasimo
persino l’azzurro respirato dai loro padri.

Nel riprendere in mano ora questi scritti, due fatti mi si sono imposti:

1) il ribaltamento dell’immagine personale che avevo di Montaldi a causa del tempo passato: se, giovane immigrato e militante politico di base nell’hinterlad milanese, quando lo conobbi attraverso alcuni incontri e lo scambio di poche lettere tra 1973 e 1975, egli mi appariva un possibile compagno-maestro-fratello maggiore, oggi mi sono ritrovato nella posizione del vecchio, che fa i conti con un giovane e sotto certi aspetti con la propria giovinezza (la mia). E mi si è posto il problema di non far pesare oltremodo questo mio invecchiamento, di difendere oggi attraverso quella di Montaldi anche la mia giovinezza e salvare criticamente però quella dimensione proletaria presente nel suo/mio “tempo perduto”;

2) la consapevolezza della fine di quell’epoca e di una situazione attorno a noi completamente mutata. Nel passaggio – come si dice – “dal fordismo al postfordismo”, tutto è diventato più “immateriale”, i soggetti sociali e politici a cui facevamo riferimento allora sono stati emarginati, altri più indistinti o “mutanti” li vanno sostituendo; siamo tutti meno “proletari”, più “intellettuali”, più “ceto medio” o “moltitudine”. Siamo tutti di fatto più distanti da Montaldi.

Questo profondo cambiamento nel reale e nel nostro modo di pensarlo mi ha suggerito di guardarmi da una lettura degli Scritti solo simpatetica o basata su un’ottimistica continuità.

Al di là della possibilità di ripresa di aspetti decisivi dello stile di Montaldi (un nuovo tipo di memoria, l’inchiesta fra gli strati del lavoro informatizzato o fra i nuovi immigrati), il tentativo che dobbiamo fare è quello di tradurre il senso alto e nobile che Montaldi ebbe della condizione proletaria per questo nuovo ceto medio o neoproletario o moltitudine di oggi.

Ennio Abate 9 maggio 2003

Note

1 B. Baczko, Immaginazione sociale, Enciclopedia Einaudi, Einaudi, Torino, 1979, pag.55.

2 S. Bologna, Per un’antropologia del lavoro autonomo, in Il lavoro autonomo di seconda generazione, Feltrinelli, Milano, 1997, pag.99.

Su “Dolore e furore” di Sergio Luzzatto

Un oggetto di speculazione storiografica:
le Brigate rosse

di Eros Barone

Continua la lettura di Su “Dolore e furore” di Sergio Luzzatto

Guerra o pace?

Tempi sempre più bui. Non precipitarsi a parlare senza studiare i mutamenti in corso.

Conferenza organizzata da Centro Filippo Buonarroti e Casa della Cultura. Intervengono: Claudio Vercelli (Storico: autore del libro “Storia del conflitto israelo-palestinese”, Ed. Laterza) Carlo Antonio Barberini (Centro Filippo Buonarroti)

a cura di Ennio Abate

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Anni ’70. Sulla sconfitta della lotta armata.


Il problema della violenza nella storia (irrisolto? irrisolvibile in termini assoluti?) si ripropose nell’Italia degli anni ’70 del Novecento in termini di “falsa guerra civile” (Fortini)? Il principio pacifista avrebbe potuto suggerire pratiche che avrebbero evitato morti, sofferenze e  il “tramonto della politica” (Tronti)?  In “Aperte lettere” (2023) di Rossana Rossanda, di cui pubblicherò uno stralcio nei commenti, si legge una recensione ad “Extrema ratio”, libro di Fortini pubblicato nel 1990, dove la questione  dei “giovani delle lotte armate italiane” degli anni ’70, di cui torniamo a discutere  in Poliscritture, è posta nei termini in cui io pure credo di averla posta. E che Lorenzo Galbiati  non condivide e contesta. Forse nelle mie e nelle sue parole  – lui nato nel 1970,  io che sono del 1941 – ricompare uno scarto di cultura politica generazionale sul quale è bene riflettere. [E. A.]

di Lorenzo Galbiati

Raccolgo qui, schematicamente, alcuni pensieri spero ben ordinati che mi sono sorti leggendo l’articolo “Anni’70. Sconfitti sì, pentiti no.” (qui) e la lunga risposta a punti, sempre di Ennio Abate (qui), a un mio primo, improvvisato e soggettivo commento (qui). Continua la lettura di Anni ’70. Sulla sconfitta della lotta armata.

FOIBE, GIORNATA DEL RICORDO Ripasso di storia invece che polemichette

a cura di Ennio Abate

Raul Puppo, Trieste ’45. Dalla risiera alle foibe, Laterza 2022 pagg.254-257

 

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Il «giorno del ricordo» e la memoria corta degli italiani
di Enzo Collotti

Nella canea, soprattutto mediatica, suscitata intorno alla tragedia delle foibe dagli eredi di coloro che ne sono i massimi responsabili, la cosa più sorprendente è l’incapacità dei politici della sinistra di dire con autorevolezza ed energia: giù le mani dalle foibe! Come purtroppo è già avvenuto in altre circostanze, l’incapacità di rileggere la propria storia, ammettendo responsabilità ed errori compiuti senza per questo confondersi di fatto con le ragioni degli avversari e degli accusatori di comodo, cadendo in un facile ed ambiguo pentitismo, non contribuisce a fare chiarezza intorno a un nodo reale della nostra storia che viene brandito come manganello per relativizzare altri e più radicali crimini.

A parte la incomparabilità dei numeri – poche migliaia contro sei milioni – sono la logica e la storia che rendono incomparabili i due fenomeni. Fenomeno locale le foibe, fenomeno universale la Shoah. Anche dal punto di vista temporale il problema foibe si esaurì nel giro di poche settimane, al di là del perdurare della memoria, la Shoah si consumò nel corso degli anni della Seconda guerra mondiale, annullando confini ed ambiti territoriali, distanze sociali e stabilendo nuove gerarchie nazionali e sociali.

Continuare a deprecare le foibe senza porsi l’obiettivo di contestualizzarne l’accaduto contribuisce a fare della retorica, ad alimentare il vittimismo e a offendere ulteriormente la memoria di chi è stato coinvolto in una atroce vicenda e soprattutto di chi ha pagato, innocente, per responsabilità altrui. La vicenda delle foibe ha molte ascendenze, ma certamente la più rilevante è quella che ci riporta alle origini del fascismo nella Venezia Giulia. È una storia nota e arcinota, su cui hanno lavorato storici della mia generazione, (…), con posizioni diverse tra loro ma tutti impegnati a costruire le linee interpretative di un passato storico che, tenendo conto della complessità della situazione di un’area crocevia di culture diverse, contribuisca a creare una nuova cultura politica capace di fare uscire i comportamenti politici e culturali dalle secche dello scontro frontale fra gli opposti nazionalismi, la cui cecità si alimenta a vicenda delle speculari pretese di esclusione.

Sin quando si continuerà a voler parlare della Venezia Giulia come di una regione italiana senza accettarne la realtà di un territorio abitato da diversi gruppi nazionali e trasformato in area di conflitto interetnico dai vincitori del 1918, incapaci di affrontare i problemi posti dalla compresenza di gruppi nazionali diversi, si continuerà a perpetuare la menzogna dell’italianità offesa e a occultare (e non solo a rimuovere) la realtà dell’italianità sopraffattrice. Non si tratta di evitare di parlare delle foibe, come ci sentiamo ripetere quando ragioniamo nelle scuole del giorno della memoria e della Shoah, ma di riportare il discorso alla radice della storia, alla cornice dei drammi che hanno lacerato l’Europa e il mondo e nei quali il fascismo ha trascinato, da protagonista non da vittima, il nostro Paese.

Ma che cosa sa tuttora la maggioranza degli italiani sulla politica di sopraffazione del fascismo nei confronti delle minoranze slovena e croata (…), addirittura da prima dell’avvento al potere? Della brutale snazionalizzazione (proibizione di uso della propria lingua, chiusura delle scuole, chiusura delle amministrazioni locali, boicottaggio nell’esercizio del culto, imposizione di cognomi italianizzati e cambiamento di toponimi) come parte di un progetto di distruzione dell’identità nazionale e culturale delle minoranze e della distruzione della loro memoria storica? I paladini del nuovo patriottismo fondato sul vittimismo delle foibe farebbero bene a rileggersi i fieri propositi dei loro padri tutelari, quelli che parlavano della superiorità della civiltà e della razza italica, che vedevano un nemico e un complottardo in ogni straniero (…) Che cosa sanno dell’occupazione e dello smembramento della Jugoslavia e della sciagurata annessione della provincia di Lubiana al Regno d’Italia, con il seguito di rappresaglie e repressioni che poco hanno da invidiare ai crimini nazisti? Che cosa sanno degli ultranazionalisti italiani che nel loro odio antislavo fecero causa comune con i nazisti insediati nel Litorale Adriatico, sullo sfondo della Risiera di San Sabba e degli impiccati di via Ghega?

Ecco che cosa significa parlare delle foibe: chiamare in causa il complesso di situazioni cumulatesi nell’arco di un ventennio con l’esasperazione di violenza e di lacerazioni politiche, militari, sociali concentratesi in particolare nei cinque anni della fase più acuta della Seconda guerra mondiale. È qui che nascono le radici del l’odio, delle foibe, dell’esodo dall’Istria. Nella storia non vi sono scorciatoie per amputare frammenti di verità, mezze verità, estraendole da un complesso di eventi in cui si intrecciano le ragioni e le sofferenze di molti soggetti. (…) Da sempre nella lotta politica, soprattutto a Trieste e dintorni, il Movimento sociale un tempo e i suoi eredi oggi usano e strumentalizzano il dramma delle foibe e dell’esodo per rinfocolare l’odio antislavo; rintuzzare questo approccio può sembrare oggi una battaglia di retroguardia, ma in realtà è l’unico modo serio per non fare retrocedere i modi e il linguaggio stesso della politica agli anni peggiori dello scontro nazionali stico e della guerra fredda.

I profughi dall’Istria hanno pagato per tutti la sconfitta dell’Italia (da qui bisogna partire ma anche da chi ne è stato responsabile), ma come ci esorta Guido Crainz (in un prezioso libretto: Il dolore e l’esilio. L’Istria e le memorie divise d’Europa, Donzelli, 2005) bi sogna sapere guardare alle tragedie di casa nostra nel vissuto delle tragedie dell’Europa. Non esiste alcuna legge di compensazione di crimini e di ingiustizie, ma non possiamo indulgere neppure al privilegiamento di determinate categorie di vittime. Fu dura la sorte dei profughi dall’Istria, ma l’Italia del dopoguerra non fu sorda soltanto al loro dolore. Che cosa dovrebbero dire coloro che tornava no (i più fortunati) dai campi di concentramento, di sterminio, che rimasero per anni muti o i cui racconti non venivano ascoltati? E gli ex internati militari – centinaia di migliaia – che tornavano da una prigionia in Germania al limite della deportazione? La storia della società italiana dopo il fascismo non è fatta soltanto del silenzio (vero o supposto) sulle foibe, è fatta di molti silenzi e di molte ri mozioni. Soltanto uno sforzo di riflessione complessivo, mentre tutti si riempiono la bocca d’Europa, potrà farci uscire dal nostro nazionalismo e dal nostro esasperato provincialismo.

* Questo testo del grande storico italiano è parte dell’introduzione al libro “Dossier Foibe” di Giacomo Scotti, uscito per Manni editori – che ringraziamo – nel, 2022 (con sua introduzione e post-fazione di Tommaso Di Francesco).
https://ilmanifesto.it/il-giorno-del-ricordo-e-la-memoria-corta-degli-italiani