La Letteratura è morta, …ma si può ancora “scrivere”

Alcune riflessioni nate dalla lettura del libro di Ricardo Piglia “Critica e finzione

di Angelo Australi

Se dovessi esprime un giudizio dalla quantità di romanzi pubblicati attualmente in Italia, la letteratura contemporanea sembrerebbe attraversare una stagione feconda, poi entri in libreria e le tue buone intenzioni scemano fin quasi a sparire, le curiosità per l’acquisto si riducono ad un senso di noia perché intuisci subito che qualcosa non funziona. Le novità si avvicendano ad una velocità sconcertante, per soddisfare aspettative in fondo scontate. Si ha quasi l’impressione che ci sia un’invasione di occasioni assolutamente da non perdere, di capolavori che non aspettano altro che di essere letti, mentre se chiedi al commesso un titolo uscito da due o tre anni, che magari ti è sfuggito e non trovi sugli scaffali organizzati in ordine alfabetico sui nomi degli autori, ti senti rispondere che non è più nel circuito della distribuzione e puoi trovarlo solo acquistando online. E’ un dato di fatto, se non pubblichi almeno un libro all’anno, meglio ancora uno ogni sei mesi, sei fuori dal cerchio magico della notorietà. Questo la dice lunga sullo strano modo in cui si è trasformata l’industria del romanzo: il prodotto si vende fresco di stagione, altrimenti resta lì qualche mese e poi sparisce di circolazione, diventa un oggetto da rintracciare curiosando nelle librerie online dell’usato. Un amico, in visita a Firenze con alcuni spagnoli che a Barcellona seguono i suoi corsi sulla letteratura italiana, quando gli ho suggerito di dedicare uno dei suoi incontri a Romano Bilenchi, chiedendo in varie librerie fiorentine non ha trovato disponibile neppure uno dei suoi libri. Spesso mi domando se oggi ci fosse un nuovo Joyce sconosciuto, chi mai avrebbe il coraggio di pubblicarlo?

Proprio perché si pubblica molto, allo stesso modo il libro invecchia in fretta. Quando sei in libreria, nonostante gli incitamenti sensazionalistici rilasciati da una cerchia di “autori affermati” sul risvolto di copertina, appena ti metti a curiosare leggendo qua e là una pagina, finisci per sentirti assoggettato ad un livellamento linguistico senza precedenti. Leggi uno di quei libri così pompati, poi un altro, un altro ancora, e tutti sembrano scritti con lo stesso metodo. A volte a casa, nei momenti di noia, mi sono divertito a trascrivere al computer una mezza paginetta da due o tre libri di successo; credeteci, il risultato è desolante, si può dire che sono sovrapponibili: sembrano fatti con lo stampino. Può bastare la trama a salvarli, quando ormai si ragiona solo di un prodotto? E’ anche vero che bazzicando in libreria uno spera sempre d’incappare in qualcosa di originale, e qualche volta capita pure, ma in generale prevarrebbe la voglia di leggere solo i classici, in fondo sono così tanti che non basta una vita ad entrarci in confidenza.

Questo appiattimento è colpa delle scuole di scrittura creativa che negli ultimi anni si sono moltiplicate come funghi? Forse sì, almeno quando non arrivano a farti scoprire le ragioni più intime, autentiche dalle quali cominciare a scrivere. Nessuna scuola creativa, nessun corso, può aiutarti a trovare dov’è la tua scrittura. Perché è lì, non c’è dubbio, che vive qualcosa di veramente autentico in cui può costruirsi un percorso verso la bellezza. Oggi la trama delle storie è così scontata perché sembra rincorrere la cronaca, quindi è gioco forza che venga a mancare l’interesse, che l’aspettativa di leggere un buon libro muoia velocemente. Leggi le pagine culturali dei quotidiani, segui i vari talk show televisivi, e trovi sempre le stesse facce, lo stesso tono nel linguaggio da barzelletta della commedia all’italiana, quello scontato oltre ogni limite, che poi si banalizza con le storie raccontate al cinema, come l’altra faccia della letteratura. Per certi aspetti sembra di abitare in una piccola comunità di privilegiati dove c’è un bar in cui tutti si sentono obbligati a parlare di tutto. D’accordo, il bar è frequentato ad ogni ora del giorno, ma è sempre un bar, quando te ne esci non resta impressa neanche una parola di quello che hai ascoltato. Spesso ti senti un’entità a cui è stato rubato qualcosa di essenziale per poter esprimere un giudizio critico su quelle stesse “facce note” che ogni giorno invadono la tua esistenza parlando di un diverso argomento, anche se ami la letteratura hai più di un dubbio che questa sia la strada che mantenga vivo il tuo bisogno di continuare a leggere. Mi viene in mente un’intervista fatta da Pierre Boncenne a Italo Calvino, apparsa su “Lire” nell’aprile del 1981, che ho potuto leggere sul libro “Sono nato in America”, curato da Luca Baranelli per Mondadori, uscito nel 2010, e che raccoglie tutte le interviste fatte allo scrittore dal 1951 all’anno della sua morte, nel 1985. Alla domanda del giornalista francese: “…A un certo punto su Se una notte d’inverno un viaggiatore si legge: “Ecco che l’autore si crede obbligato a far ricorso a uno di quegli esercizi di virtuosismo che designano lo scrittore moderno”. Quest’ironia sui suoi stessi libri non è forse anche un modo per affermare che oggi il romanzesco è in trappola, che più nessuno può credere veramente nei romanzi?”, Italo Calvino risponde: “Vivo sempre nella speranza d’incontrare un romanziere che sia semplice, naif, e che dica qualcosa di veramente nuovo. Ma non ne incontro fra i contemporanei”.

Penso che come lettori dovremmo tornare a rifiutare o criticare in qualche modo gli standard di un gusto che ci viene imposto. Non per il piacere di criticare, oggi così tanto di moda, ma semplicemente perché possano diversificarsi gli approcci interpretativi nel rapporto tra lettore, prodotto, società. Senza tornare al tempo delle discussioni tra letteratura e politica, ci sarà pure il modo di superare questa illusoria sensazione di riconoscere, prima che nel libro, nell’autore stesso un prodotto?

Ricardo Piglia, nel suo libro di interviste Critica e finzione, pubblicato da Mimesis nel 2018,mette a fuoco chiaramente il punto d’impasse in cui siamo: “Quando si dice di tornare alla narrazione, di abbandonare la tradizione dell’avanguardia, di guardare con più cinismo al mercato e al successo, si sta in realtà parlando del lettore perduto. Nel dibattito attuale c’è una tensione nascosta tra modi di narrare. Da una parte, c’è una narrazione sociale molto forte che viene dallo Stato e dalla cultura di massa, dall’altra, una specie di esercito in ritirata rappresentato dalla narrazione letteraria di un drappello di avanguardisti che opera in modo persecutorio. La gente cerca il romanzo in altri luoghi, non perché stia scomparendo, ma perché – e questo Benjamin lo aveva già capito – il romanzo non occupa più lo spazio che aveva nel XIX secolo quando la gente leggeva i libri di Dickens come oggi guarda la televisione…E poco più avanti, in questa intervista fatta da Graciela Speranza nel 1992, aggiunge: “Il concetto di pubblico inesperto, che si è soliti usare, deriva da quello di cliente inesperto che non sa scegliere un libro in libreria, tanto che un insieme di <<specialisti>>, dal responsabile del marketing al pubblicitario fino al critico, sono preposti a orientare il suo gusto letterario”.

Lo scrittore allora non c’è più, o comunque viene dopo, a traino di una serie di altri elementi molto più legati all’aspetto economico che all’arte. E in questo inizio di XXI secolo, nel meccanismo editoriale sopra citato da Piglia, anche la tribù dei lettori è sezionabile per argomenti e per generi, non più per categorie sociali. Lo scrittore per conquistare il trono della notorietà deve apparire come prodotto con il suo prodotto, o comunque accettare il ruolo di un personaggio che con il suo prodotto sia in grado di commentare ogni avvenimento politico, ogni dramma, ogni fatto di cronaca, da una semplice suggestione alle forme di depressione più acute del presente alla percezione d’insicurezza permanente che colpisce la nostra vita reale. Tutto finisce per mescolarsi, adeguandosi al potenziale acquirente scelto con la logica del come trascorre il tempo libero. Spesso è un colloquiare che genera solo confusione, ma nessuno si scandalizza, se ne preoccupa. Esce un libro e per almeno un mese il nome di quel determinato autore appare in ogni palinsesto televisivo o sui social e sui quotidiani. Credo che qualcosa del genere sia sempre successo nella storia recente, quando si parla di eventi culturali, quello che non era mai accaduto prima è che da molti anni nessuno parla più di “vita letteraria”. Anche quando si tratta di un giallo, di un noir, la trama di un romanzo aspira a trasformarsi in documento per un determinato argomento di cui si è discusso e si discute insistentemente in altri luoghi deputati alla comunicazione. Per ovviare alla trama ereditata dal romanzo ottocentesco, c’è poi chi cerca delle vie d’uscita nella biografia romanzata di scrittori noti del passato, ma finisce per costruire solo un personaggio letterario che non aggiunge niente sul piano di quello che già ci è stato lasciato dall’autore stesso, con le sue opere.

La letteratura segue a rimorchio, non è più in grado di anticipare le tensioni della società reale, non è più in grado di portare ad emergere una sua peculiarità. Nella maggior parte dei casi questo lo percepisci appena ti metti a leggere un romanzo contemporaneo: dietro a ogni storia senti una traccia di motivazione insincera che non c’entra affatto con la finzione tipicamente letteraria, nasce da uno strano punto in cui ci sei solo come scrittore, costruito grazie al lavoro di un equipe incaricata di confezionare quel determinato prodotto che funziona nei primi mesi in cui esce in libreria. Non sono poi neanche tanto convinto che il libro sia frutto di un’idea dell’autore e non piuttosto il suggerimento dell’editore o dell’agente letterario, questo perché in molti casi c’è uno scostamento abissale tra l’ultimo suo romanzo e gli argomenti trattati nei precedenti, come se si partisse da un concetto studiato a tavolino piuttosto che da un bisogno sincero. Se non è l’autore a porsi il problema dal punto di vista delle letteratura, chi dovrebbe farlo, forse quella mezza paginetta di recensione che appare nei quotidiani? Ho i miei dubbi. La sua presenza a “Che tempo che fa”? Ho i miei dubbi anche su questo. Lo scrittore dovrebbe essere il primo critico di se stesso, per amore proprio del mestiere che ha scelto di fare per guadagnarsi la pagnotta. Guardarsi indietro, fare i conti con quanto è stato già scritto, perché no, magari entrandoci in conflitto, avere il coraggio di criticarlo. Questo è lavita letteraria. E soprattutto capire che non è per niente scontato che a farlo di mestiere si possa scrivere qualcosa di autentico, di originale, quando la società è così chiusa a compartimenti stagni, in una dimensione specialistica.

Non mi scandalizzo se non siamo in molti a pensarla così, mi preoccupa e trovo deludente invece il tono in cui sono scritti la maggior parte dei romanzi, grazie al quale ogni trama diventa prevedibile, scontata. Per un lettore appena un po’ smaliziato è come prendere un bel pugno in faccia, subire un KO, come in un incontro di pugilato.

Cazzotti a parte, in faccia e sullo stomaco, di quelli che tolgono il respiro, ogni tanto capita d’incontrare un autore che sembra uscire dal coro per esplorare strade o territori poco frequentati, e che tiene sullo stesso piano della storia il tono, il lessico e lo stile, partendo da un giudizio critico per quello che altri hanno scritto prima di lui, con la motivazione di andare oltre tenendo su dei livelli ben distinti la società e la finzione letteraria che aspira a cercare una sua verità. Nel suo saggio pubblicato in calce al libro di interviste di Ricardo Piglia, “Critica e finzione”, pubblicato da Mimesis nel 2018, il curatore Massimo Rizzante scrive: “Mi chiedo se una delle ragioni per cui il romanzo contemporaneo abbia così drasticamente ridotto le sue ambizioni non sia dovuta alla mancanza di pensiero critico da parte degli scrittori. Sembrerebbe un paradosso, ma non lo è: oggi il problema non è quello del talento creativo. Di “creatività” ce n’è fin troppa. Quel che manca è la riflessione estetica dentro e fuori l’opera. Senza di essa la creazione artistica si riduce a ben poca cosa: un buon prodotto, una buona story da far circolare, dove la circolazione vince sulla produzione. Se gli scrittori si mettono dalla parte della circolazione del prodotto, come possono poi pretendere che la loro produzione artistica assuma un valore incalcolabile, cioè quel valore che, al di là di ogni giudizio, per definizione non si può calcolare secondo i criteri della circolazione economica: tempo, quantità, rapidità, costi?

Quel che manca terribilmente da molti decenni è quel che potremmo chiamare “vita letteraria”. Ogni autore confeziona con l’aiuto di qualche editor il suo prodotto letterario e cerca di farsi pubblicare. C’est tout”….

Come dargli torto! Qui, oltre a quello sullo stato di salute della letteratura, si torna al tema della marginalità di un’esperienza autentica, che deve essere libera nel piacere di esprimersi. Consiglio di leggere questa raccolta di interviste di Ricardo Piglia, perché è uno di quei rari casi in cui oggi hai l’occasione di confrontarti con quel punto di sincerità con il quale l’autore, raccontando delle storie vestito nei panni del critico, fa lo sforzo di sentirsi libero di non porsi altro problema se non quello di trovare un proprio originale percorso nel piacere di scrivere.

In questa raccolta di diciotto interviste che lo stesso Ricardo Piglia ha organizzato per la pubblicazione nel 1986 e poi, arricchendola, nel 2001, viene tracciata una mappa della letteratura argentina, messa in uno stringente rapporto storico con quella statunitense ed europea. In una relazione con i suoi romanzi, ci spiega come è possibile invertire l’ordine di un concetto millenario per cui la critica è materia utile ad organizzare e spiegare la finzione. Oggi è bene che non sia più così, sembra dirci, perché il romanziere, il narratore, deve sentirsi stimolato a riconoscere l’importanza della critica, visto che ormai non esiste più uno spazio letterario puro da cui partire. In questa inversione dei concetti tra “critica e finzione” è il ruolo dello scrittore che acquista importanza. Piglia lo spiega chiaramente in questo brano, sempre tratto dall’intervista di Graciela Speranza: “Qualunque marxista sa che non si deve confondere la produzione con la circolazione. Sono due forme incompatibili e nella loro differenza risiede tutto il paradosso del valore. La società crede che questa differenza non esista e guarda in modo superficiale le cose che sforna il mercato. Nella letteratura la distorsione è ancora più evidente. Sono due mondi contrapposti e la distanza aumenta sempre di più. Mi sembra che si debba aver chiara la differenza e non confondere ciò che avviene in uno spazio con ciò che avviene nell’altro, perché altrimenti si corre il rischio di <<credere>> a quel che la società dice sulla letteratura e i suoi <<valori>>.

In sostanza, senza tornare a parlare di avanguardia, che non mi sembra il caso, in una società che appunto ha ucciso la letteratura, di fronte ad un prodotto scritto bene, è arrivato il momento di sentirsi svincolati e preferirne uno brutto che al suo interno ha qualche pagina di scrittura autentica. Non sarà un capolavoro, ma ti farà sentire libero di affermare che si può ancora “scrivere”.

Angelo Australi

Qualcosa su Ricardo Piglia scrittore

Riccardo Piglia è uno dei massimi scrittori argentini della seconda metà del ‘900. E’ nato ad Adrogué nel 1941 e morto a Buenos Aires nel 2017. Narratore, critico, saggista, grande lettore di libri, questo scrittore si inserisce nella tradizione letteraria del suo paese che va da Macedonio Fernàndez a Roberto Arlt, a Borges, ma anche con la letteratura latino americana di Juan Rulfo, Manuel Puig, Joao Guimaraes Rosa, quella nordamericana di Faulkner ed Hemingway, e di maestri europei come Kafka e Joyce.

La sua scrittura è un incrocio tra fiction, saggio, digressioni biografiche. Attraverso il suo alter ego, Emilio Renzi, docente argentino di letteratura inglese, i suoi romanzi si sviluppano come un’indagine poliziesco letteraria e sentimentale, nella quale affronta in una lucida riflessione il rapporto tra letteratura e storia. Ha lavorato per un decennio in una casa editrice diBuenos Aires, dirigendo negli anni ‘Sessanta, una collana di romanzi polizieschi, la Serie Negra, dove vennero pubblicati alcuni classici americani: Dashiell HammettRaymond ChandlerDavid Goodis e Horace McCoy. Ha insegnato presso l’Università di Buenos Aires, l’Università di California e l’Università di Princeton.

Questi i suoi libri pubblicati in Italia: “Respirazione artificiale”, Edizioni SUR, 2012, “Soldi bruciati”, Feltrinelli 2008, “L’ultimo lettore”, Feltrinelli 2007, “Bersaglio notturno” Feltrinelli 2010, “La città assente” SUR 2014, “Solo per Ida Brown”, Feltrinelli 2017.

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