La confessione

di Franco Casati

   Si dice, a volte, che la speranza muove i tuoi passi. Tutte le persone anonime che vengono incontro a Livia lungo il marciapiede altro non sono che ombre da scartare al più presto, brevi ostacoli fra l’idea che la anima e la realizzazione di un desiderio urgente affidato al gesto di alzare la cornetta del telefono e di comporre un numero, non appena giunta al proprio domicilio.

   Piove, la fretta di rincasare accomuna anche gli altri, che cercano di farsi strada tra una selva di ombrelli. Alla fermata dell’autobus il capannello delle persone è più fitto del solito. Questa sosta forzata è un alibi per interrompere l’affanno. Non sono bastate le lunghe ore trascorse al lavoro per farla demordere dal suo proposito, nella catena continua di pensieri che non la abbandonava più, finalmente stoppata dalla fine del suo turno. La sue colleghe non hanno voluto sondare il perché di tanta fretta nell’allontanarsi senza scambiare le solite chiacchiere di fine giornata (“si sa che è una che ha sempre qualcosa da nascondere”), senza ritoccarsi il trucco prima di andarsene.

   Non è riguardosa nel farsi largo all’arrivo del bus. E sopporta pazientemente l’assembramento che quasi la soffoca fino alla sua fermata, i tanti occhi sempre pronti a scrutarla che non la interessano più. E’ una donna attraente, anche se per lei oramai conta poco.

   Sembra ricordarsene, invece, davanti allo specchio della console ove poggia l’apparecchio del telefono, cercando di abbellirsi ( o di scrutarsi?) prima di comporre il numero agognato.

   “Sono io”, esordisce a chiare lettere, non appena sentita la voce del suo interlocutore, che all’udirla ammutolisce subito, e dopo una breve pausa di silenzio riattacca.

   Fra tante congetture questa non l’aveva voluta prendere in considerazione, anche se il carattere dell’uomo avrebbe potuto farglielo pensare. Livia subisce quest’affronto come una stilettata al cuore, il suo pugno si stringe attorno alla cornetta quasi volesse sbriciolarla.

   E’ tutto finito, anche la riserva di sentimento, il piccolo grande bagaglio di speranze che ancora si portava dentro, il coraggio di guardare al futuro: tutto cancellato, con lui, per sempre. Tuttavia, irriverente, il telefono squilla di nuovo.

   Lo spazio dell’illusione è troppo breve, la voce di un’amica la riconduce a un’altra realtà. Pur sforzandosi di fare fronte alla situazione Livia non riesce a nascondere il proprio stato d’animo: troppo dimesso il tono della voce, perfino roche le parole.

   “Cosa c’è che non va?” le chiede la donna.

   “Tutto”, risponde Livia, mentre il nodo che le attanaglia la gola vorrebbe risolversi in singhiozzi.

   “E’ solo un brutto momento, cerca di non lasciarti prendere dallo sconforto, dopo il temporale viene il sereno”.

   “Devo subire violenze, anche quando cerco di fare mio un po’ di bene, come se non ne avessi alcun diritto. Sono sola, più passano gli anni e più mi pesa. Invidio le persone come te, che possono dividersi fra il marito, i figli, la casa e quant’altro: almeno sai cosa ti aspetta quando ti alzi alla mattina. Non corri il pericolo di sentirti respinta, di trovarti messa da una parte come una cosa ingombrante, di scoprire che non conti niente”.

   “Se è per questo, ci vuole una sopportazione infinita da ambo le parti, e poi non è detto…”

   “Lo capisco, ma tu e tuo marito ce l’avete una motivazione che vi porta avanti, che vi tiene uniti”.

   “Stiamo assieme perché ci vogliamo ancora bene, prima che per i figli: spesso loro ti dividono, portandoti via tempo, cure e tanta libertà, che vorremmo magari godere assieme. Ma dimmi cos’è successo, ti prego, se no che amica sono per te? Hai litigato ancora con Damiano? Non sarebbe né la prima né l’ultima volta, suppongo”.

   “L’ultima, anche se non ho litigato: mi ha semplicemente mollata, scaricata, ecco tutto. La cosa più stupida e più tragica che possa succederti. Un altro al posto mio la prenderebbe con più filosofia, a me invece toglie il respiro. Non perché sia stato lui a farlo, ma perché adesso ritorno, ne sono sicura, in quel buco nero dal quale ho fatto tanta fatica a cavarmi fuori. Sento già che mi mancano le forze…”

   “Stai calma, forse non sarà come pensi tu”.

   “Non ho più il coraggio di sperare, non riuscirò a credere più a niente: tutta la mia vita è stata una catena di amarezze e disillusioni; con Damiano mi sentivo rinata, invece mi ha dato il colpo di grazia. Beati quelli che si drogano, i sadici, gli alienati! Beati tutti quelli che vivono solo per se stessi…- la voce le si strozza in gola per annodarsi in un pianto convulso- Vorrei morire…sparire…non esserci più”.

   “E’ solo un brutto momento, bruttissimo, ma vedrai che passerà. Mi sono sempre chiesta perché una donna delle tue qualità, della tua bellezza e femminilità (di gran lunga superiore alla mia) debba sentirsi così insicura, debba essere tanto fragile da farsi strapazzare da uomini che non sono alla sua altezza, che ne fanno solo uno strumento. Guardati allo specchio, santo cristo, guardati dentro, quanto sei bella e preziosa! Devi trovare un uomo che fa per te, farti scoprire…”

   “La mia bellezza la odio. Quante volte mi ha costretto a prendere l’iniziativa perché capivo che intimidiva la persona, suscitando nient’altro che sospetti o fraintendimenti; o reagire con fastidio perché nauseata dalla sensazione di non essere altro che un oggetto di piacere. Lo so io quanto sono stupidi gli uomini, quelli che dici tu sono come mosche bianche. Per non parlare delle donne: è sempre bastato un sorriso o un gesto da parte mia  nei confronti dei vostri uomini per diventare una vanitosa, una rivale, una ladra. Anche senza fare niente ho sempre suscitato la vostra invidia e la vostra paura: appena vi trovate un uomo fate terra bruciata, non è più possibile frequentarvi. Non dovrei dirlo a te, che sei diversa dalle altre, ma la mia esperienza è stata questa. Come fa una nelle mie condizioni a sentirsi sicura, a essere disinvolta, padrona di se stessa e, come dici tu, in serena attesa?”

   “Infatti non ti ho mai invidiata. Nella mia mediocrità ho sempre pensato, scusa la mia franchezza, di essere stata più fortunata di te. Ciò non toglie che la tua situazione sia solo più difficile, rispetto alla media, ma non per questo irrisolvibile. Ti ci vorrebbe pazienza, calma, un po’ di freddezza in più, di amore per te stessa: su, asciugati le lacrime, impara a non perdere il controllo, a sentirti al timone della tua barca.

   Comincia magari col fare andare bene le piccole cose, quelle all’apparenza insignificanti, cercando di chiudere la giornata con un’idea di positività. Ogni giorno un piccolo passo, una piccola conquista, senza aspirare a grandi mete, senza propositi troppo ambiziosi. Lascia perdere gli uomini, per un po’, vai a trovare qualcuno solo per il piacere di una visita, di una conversazione, o per fargli compagnia, se ne ha bisogno. La sera preparati qualcosa di buono in tavola, un piatto fatto da te, con il tuo estro, invece di rovinarti il fegato con le porcherie che mangi fuori casa.

   Tu, che ne hai il tempo, vai a goderti una bella commedia, o un concerto, la sera: quanto mi mancano queste cose, sapessi! Prenditi un’amica qualunque e fai delle camminate nelle nostre colline, a respirare aria salubre a contatto con la natura, a godere della fioritura dei ciliegi, adesso che è la stagione. Se fossi capace di scuotere mio marito dalla sua pigrizia, da quel maledetto calcio domenicale! Insomma, cerca di ritrovare te stessa a contatto con la gente comune, e con la natura, che per quanto se ne dica è ancora lì ad aspettarci, per ridarci un po’ dell’equilibrio e della serenità che ci mancano…”

   “In quello che hai detto sul mio conto riconosco che c’è qualcosa di vero. Forse sarei più felice se pensassi meno a me stessa, e se non puntassi tutte le mie forze su un uomo, come su un cavallo vincente. Ma tante mie amiche non si sono comportate diversamente da me, e hanno avuto quello che cercavano. Io parto sempre svantaggiata perché non ho fiducia in me, si vede che trasmetto agli altri questo sentimento. E poi c’è la mia avvenenza fisica che fa sì che gli uomini non mi vedano o  non mi desiderino per quello che sono veramente, coi miei pregi e i miei difetti. Mi sono sempre detta che il destino mi ha mandato la fortuna di essere bella solo per rovinarmi.

   Comunque, mi ha fatto bene parlare con te, scusami per il mio sfogo: non mi piace caricare gli altri dei miei dispiaceri. Una cosa, almeno, che sono riuscita a salvaguardare, è la mia immagine. Sarò anche cinica, ma godo dell’invidia degli altri: è l’unica consolazione che mi resta. La mia indole, poi, sarebbe quella di vendicarmi in certe circostanze, come questa appunto. Se a volte non lo faccio è solo per pigrizia o, magari, per paura delle conseguenze. Andassi a ruota libera, renderei pan per focaccia. Allora farò come dici tu, cercherò di dedicarmi alle piccole cose…

   Intanto devo rimettere in piedi questo sacco vuoto. Domani riprenderò il lavoro col disgusto che mi porto dentro da sempre e con la solita faccia da sfinge. Diciamo che per un po’ di tempo il mio ‘ex’ mi ha fatto dimenticare questa realtà, e che per adesso la pacchia è finita. Se riesco a convincermene sono già sulla buona strada. Ammettiamo che anche questo caso sia chiuso. Quale era, a proposito, il motivo della tua telefonata, che ho sepolto sotto una diga di pianto?”

   “Questa auto-ironia mi fa ben sperare. Sono sicura che in breve tempo ritornerai quella di prima, anzi, meglio di prima, come sempre”.

   “Tanto, oramai, è una costante. E’ questo che vuoi dire?”

   “Proprio il contrario, che devi fare in modo che non ti succeda più; ti parlo come se tu fossi una sorella, o una figlia, visto che ho qualche anno più di te.

   Lo scopo della mia telefonata era solo utilitaristico: devi sapere che per uscire dalla disperante monotonia della mia vita familiare ho accettato l’incarico di vendere della bigiotteria firmata; perciò mi rivolgo a delle amiche potenziali acquirenti, ancora interessate ad apparire, o semplicemente amanti dei falsi gioielli. Almeno ho la scusa per andare a trovare qualcuno e fare due chiacchiere. Il fattore guadagno è una cosa secondaria perché ce la passiamo bene, anche se ce ne vogliono sempre tanti; non mi dispiace, però, avere una piccola fonte di reddito indipendente da mio marito.”

   “La tua proposta può interessarmi. Lascia, tuttavia, che venga io da te, perché ho bisogno di uscire da questo buco il più presto possibile. Comprare qualcosa di nuovo può essere un modo per tirarmi un po’ su di morale. Verrò sabato nel pomeriggio, se ti va, quando sono a casa dal lavoro”.

   “Ci conto. Spero di vederti in forma, col tuo solito smagliante sorriso”.

   “Cercherò di ricomporre i miei cocci, come posso. Mi scuso di nuovo per il mio sfogo, per questa specie di confessione; grazie per avermi ascoltata con la tua proverbiale pazienza e per i tuoi saggi consigli, da vecchia amica. A sabato prossimo”.

   “Se devo essere il tuo confessore, come penitenza ti condanno ad avere, d’ora in poi, fiducia in te stessa. Ti aspetto”.

   Posato il ricevitore la donna si rilassa sul divano poggiando la testa sullo schienale e chiudendo gli occhi, il silenzio che pesa nella stanza contrasta con tutto il mare di parole che sono state dette fino a questo momento, con gli accenti di tensione scaricatisi attraverso il filo del telefono. Tutta la casa è pervasa dal silenzio. Sentendosi troppo sola Livia riapre gli occhi, guarda verso le altre stanze che sono buie. La sua casa le appare, per la prima volta, trascurata, abbandonata, anch’essa tradita, quasi come lei. Con lentezza, ma decisione, si alza; cerca nella sua raccolta un CD di musica soft, stabilizzando l’apparecchio a un discreto volume, in modo tale che possa sentirsi anche dalle altre stanze. Accende la luce in camera da letto, dove si spoglia dal vestito di tutti i giorni per indossare una vivace vestaglia in seta di foggia orientale; si siede alla toeletta rifacendosi il trucco davanti allo specchio.

   Ritornata in sala prepara il tavolo da pranzo con le migliori stoviglie e posate come se avesse degli ospiti. Una volta in cucina si guarda attorno ben bene, aprendo poi tutti i pensili e il frigo in cerca di alimenti base per preparare dei buoni piatti. Una volta effettuata la sua scelta, armeggiando tra pentole e fornelli, pensa di prepararsi una cena che sia ‘degna di me’, mentre la musica che proviene dalla sala la blandisce con una suadente melodia.

   Pasteggiando, poi, voluttuosamente la propria cena la donna progetta di riempire i futuri week-end con delle visite ai monumenti e ai musei più importanti della città, cosa che si era sempre ripromessa di fare nei tempi passati ma che non ha mai potuto realizzare, anche perché poco proponibile ai tanti uomini che ha frequentato. Per valorizzare se stessa deve educare il gusto arricchendo la propria cultura, recarsi in ambienti improntati all’intelligenza, alla riflessione e al buon gusto. Pensa che ogni tanto potrà evadere in campagna con qualche amica, o verso i sentieri della montagna se troverà la compagnia giusta.

   La sua vita futura non dovrà più dipendere dai capricci di un uomo: dovrà essere lei a dirigerla e ad amministrarla come un prezioso capitale da mettere a frutto. Questi propositi la rincuorano e la fanno sentire più in pace con se stessa.

   Consumata la cena, dopo avere sparecchiato e rimessa ogni cosa in ordine, non le resta che rilassarsi davanti al televisore, saltando da un programma all’altro in cerca di quello che più le aggrada. Per darsi un po’ di tono si versa un bicchierino di amaro, con una sigaretta fra le dita si sente a proprio agio. Fra i tanti film proposti alla TV, siccome lei non sopporta la violenza, sceglie una brillante commedia americana, con un attore-protagonista dalla fine ed esilarante comicità. Anche lì tante situazioni che parrebbero tragiche vengono messe in ridicolo con garbo e fantasia, l’umorismo di una trama intelligente si dipana per tutto il corso del film, con un esito a lieto fine. Morale: prendiamo la vita come viene, con leggerezza, lasciando che le cose vadano da sole per il loro verso. Non è sempre vero che il toro va preso per le corna.

   Ora non le resta che spegnere le luci e coricarsi, facendo riposare il corpo e la mente oramai stanchi. L’alba di domani verrà incontro al suo nuovo progetto di vita. Cerca di allontanare i cattivi pensieri che nonostante tutto le vengono incontro non appena chiude gli occhi. Segue il fischio di un treno che sente lontano, che si perde nella notte. Sarebbe bello viaggiare, prendere il coraggio a due mani e staccarsi da tutto appena se ne ha la possibilità. L’endemica pigrizia e una vita abitudinaria le hanno tarpato da tempo le ali: eppure sarebbe tanto facile recarsi alla stazione, salire su un treno diretto a una città vicina, senza mirare ad andare lontano, una breve sortita nell’arco di una giornata, così, per respirare l’atmosfera di un ambiente nuovo, per sentire un altro accento, per vedere facce sconosciute, percorrendo strade che non siano le solite. E’ vero che ogni cambiamento ti porta sempre qualche novità, ti fa sentire un po’ diverso. Ammette con se stessa che il sentimento, legato al sesso, e il lavoro, legato al guadagno, al denaro, l’hanno finora troppo condizionata, relegandola a un livello di vita materiale.

   Perché nella sua casa non ci sono, ad esempio, fiori freschi, o belle piante che ravvivino e adornino la stanze? Sarebbe stato impensabile, per lei, rubare del tempo a quel poco che le avanza per la cura di sé, del proprio abbellimento personale.

   Non rompe la monotonia di questo spazioso e anonimo appartamento nemmeno il cinguettio di un canarino, il miagolio di un gatto, l’affettuoso abbaiare di un cane, o qualsiasi altro segno di vita animale: nemmeno una vaschetta coi pesci rossi, o una gabbietta con un criceto, o una tartarughina.

   Ci sono soltanto presenze a comando: il televisore col video-registratore, da trastullarsi a volontà; il compact-disc, da accendere e spegnere a piacere; il telefono, che aspetta un tuo gesto, ma il cui esito non è tanto scontato, anche se ti garantisce una certa discrezionalità.

   Già, il telefono, che invece di adoperare come uno strumento di comunicazione ha sempre considerato una specie di arma con la quale attaccare o ritirarsi, vincere o perdere: e ne è uscita sconfitta.

   Ora non le resta che abbandonarsi al sonno, pregustando l’incontro, al risveglio, con un nuovo spirito di vita. Non sarà più lei a servirsi del telefono per agganciare qualcuno, ma il suo squillo che verrà a cercarla, per portarle messaggi di pace, di serenità, di amichevoli rapporti.

   Adesso, intanto, non capisce se è nel sogno o nella realtà che ne ode il trillo, ripetuto e insistente: allunga meccanicamente una mano, afferra alla cieca la cornetta per rispondere.

   All’altro capo una voce fin troppo nota le chiede scusa per essere stato villano con lei, in un momento di stizza, invitandola a un appuntamento.

   “Ci sentiremo più avanti- gli risponde Livia-, senza fretta”.

7 pensieri su “La confessione

  1. Nella piatta e mediocre umanità che caratterizza il periodo Covid, ho avuto modo di apprez-zare la sensibilità di Franco Casati, un autore che sa esaltare, con la sua vena di scrittore, le azioni quotidiane, i soliti pensieri, le situazioni più scontate. Con un linguaggio chiaro e sem-plice, piano e corretto, con il suo parlare dialogico, Casati mi ha commossa, specie con l’ultimo racconto “La confessione”.
    Livia rappresenta molte donne d’oggi, che si dibattono in sentimenti di insoddisfazione, di in-sofferenza e di noia. Ma poi, proprio quando tutto sembra ripetersi con monotonia, ecco … uno squillo che ci avvia verso giornate piene di avvenimenti, di sogni, di speranze, di interessi, insomma verso un’avventura emozionante.
    Mirta Parisi Righetti

  2. Racconto breve ma intenso che riflette in modo molto convincente la capacità e l’abilità narrativa di Franco Casati. Come in ogni suo lavoro,Franco riesce anche qui,a dare vivacità,interesse e contenuti, segno della sua innata capacità di gestire al meglio il suo pensiero.

  3. Racconto scorrevole e interessante ; realistico, mai superficiale pur nella sua brevità; un
    invito alla riflessione.

  4. Ringrazio quanti hanno avuto la bontà di commentare questo modesto racconto, anche via mail, e quelli che hanno trovato la pazienza per leggerlo.
    Mi è stato chiesto perché la donna è così spesso protagonista dei miei racconti e romanzi. Cerco di abbozzare una risposta: la donna crea e realizza la vita, la esprime a suo modo. Uno scrittore che voglia essere testimone della realtà deve indagare la donna, nel suo essere femminile, diversità e interiorità. Questo è il cammino che hanno percorso tanti scrittori, da Flaubert a Tolstoj, fino ai nostri giorni.
    Ma oggi la donna è ella stessa scrittrice a pieno titolo, con un percorso che ha visto una forte accelerazione nel XX sec.; attraverso la scrittura riflette su di sé e sul vivere nella realtà del mondo, secondo una sua originale creatività, pensiero e sensibilità, e nel rapporto con l’altro. Scrittrici come Virginia Woolf, Marguerite Yourcenar o, da noi, Elsa Morante, solo per citarne alcune (ma l’elenco è assai lungo), occupano vertici valoriali nell’ambito della produzione letteraria. Sarebbe un errore di fondo quello di definirla ‘al femminile’, perché la vera letteratura, come del resto anche l’arte nelle sue manifestazioni, non conosce distinzioni di sesso.
    Lo scrittore continuerà ad indagare la donna, ma con l’ausilio sempre più ricco della sua stessa produzione. Nel mio lavoro mi pongo dalla sua parte, a significare che sto con la vita, e nel suo travaglio.

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