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Un questionario sulla sinistra (2008)

l e risposte
Ennio Abate

Dopo le ultime elezioni dell’aprile 2008, di discussio
ni sulle sorti della sinistra, come questa promossa con
un questionario da POLISCRITTURE – si veda il box
a fianco – ce ne saranno state tante in Italia (qualcuno
dice troppe) e mi piace pensare che piagnistei, rancori
e fatalismo non le abbiano troppo inquinate. Il nostro
questionario Sinistra 2008 in discussione è sorto da
un’esigenza: intensificare su un tema politico spinoso
il confronto tra la redazione di POLISCRITTURE e i
lettori-collaboratori-osservatori. E non a caso diversi di
noi hanno risposto anch’essi alle domande senza porsi
soltanto nel ruolo di giudici o di arbitri. Abbiamo così
messo in pratica l’idea-base della rivista, quel poliscri
vere , sperimentato in questa occasione in modo non
gratuito, ci pare. Una quarantina sono state le risposte,
tutte pubblicate sul sito www.poliscritture.it, e questo

Si legge nel n. 5 cartaceo di POLISCRITTURE
scaricabile gratuitamente
QUI

Appunti di giornata (2)

RIPESCAGGI CASUALI/ EX SESSANTOTTINI/ MITI LETTERARI D’OGGI IN COSTRUZIONE: CARLO BORDINI

Oggi lo ricordano così: Carlo Bordini, linee biobibliografiche – “Tutto è stato già detto ma io lo dico di nuovo”, di Claudio Orlandi di Claudio Orlandi  (QUI). Io lo ricordo così:

1. Aveva risposto ad un questionario su SINISTRA 2008 IN  DISCUSSIONE  (vecchio sito di Poliscritture perso):

quando stavo in un piccolo gruppo trotskista qualcuno mi chiamava “l’empirico”, perché non leggevo e non studiavo. in effetti non ho letto la maggioranza dei libri dell’elenco, e le mie idee di basano soprattutto sull’osservazione della realtà e sull’esperienza personale, oltre che su una pratica di ricercatore di storia dovuta al lavoro che sono stato obbligato a fare per anni.
consiglierei comunque di aggiungere all’elenco un paio di libri: la storia del pci di paolo spriano, in cui si dimostra che la vittoria del fascismo è stata largamente agevolata dalle manchevolezze le esitazioni e i settarismi del partito comunista e socialista (vedi l’esperienza degli arditi del popolo, organizzazioni paramilitari di difesa antifascista boicottate per legalismo dai socialisti e per settarismo dai comunisti), e l’affaire moro di sciascia.
per quel che riguarda la prima questione, sono propenso alla seconda soluzione. il movimento socialista è fallito in tutto il mondo, nonostante marx avesse capito e previsto dove stava andando il mondo, ed è inutile tentare di risuscitare un cadavere. in italia, poi, le nostre amate organizzazioni di sinistra hanno tirato la volata a berlusconi con la bicamerale, e hanno distrutto la sinistra più radicale (dimostratasi anch’essa abbastanza inconsistente) con veltroni, che ora fa da critico-amico a berlusconi. questa gente non serve, e anzi è di ostacolo. bisogna ripartire dal basso, dalle lotte, e creare nuove forme. anche le vecchie dottrine non servono, e fanno parte, purtroppo, del bagaglio delle utopie.
carlo bordini

2. Nel 2016 su LE PAROLE E LE COSE ci eravamo confrontati polemicamente così (QUI)

***

ANNI OTTANTA. MILANO-SPOESIA
Su un articolo di LPLC
https://www.leparoleelecose.it/?p=49073

Ennio Abate11 APRILE 2024 ALLE 08:04Il tuo commento è in attesa di moderazione. Questa è un’anteprima; il tuo commento sarà visibile dopo esser stato approvato.

Dimmi che aggettivi (vaghi o approssimativi) usi e ti dirò se il tuo stile è “mercantile”( G. Majorino) o meno:

1. convincente, improvviso: e di una nuova, convincente, tendenza all’affermazione individuale); per arrivare all’invecchiamento improvviso della sinistra storica in Europa

2. nuova, “amichevole”: Ciò che in Milano·poesia era ancora una germinazione di situazioni orientate in direzioni molteplici, è divenuto oggi rete collaudata di festival sostenuta dagli uffici marketing delle case editrici, di produzione cinematografica e delle gallerie d’arte: vari settori di una nuova “amichevole” industria dell’intrattenimento di qualità (ecco una definizione aggiornata della vecchia “industria culturale”).

3. adveniente: la convinzione di trovarsi sulla soglia di una adveniente stagione aurea che in realtà non arriverà mai.

 

Appunti di giornata su FB (1)

di Ennio Abate

4 APRILE 2024

ADRIANO SOFRI

Ennio Abate

“Allora, da dove può venire una convalescenza? Penso che possa venire solo dagli uomini “vecchi”, da chi abbia sperimentato fino in fondo il vicolo cieco dell’oltranzismo e si ricreda:” (Sofri)

Lei dimentica i danni di quell’*oltranzismo* dei vecchi capi “pentiti” (?) e dà il lasciapassare a quello degli attuali “sergenti” diventati “generali”. Anch’essi si “pentiranno”- stia sicuro – ma dopo aver fatto il loro “dovere”.

5 APRILE 2024

DOPO AVER LETTO “l’URLO E IL FURORE” DI W. FAULKNER E AVER ASCOLTATO LA CONFERENZA DI EZIO PARTESANA (QUI)

E PAVESE? PAVESE/FAULKNER
https://www.ajol.info/index.php/issa/article/view/158781
Dopo una breve rassegna delle reazioni alla produzione di William Faulkner in Europa, l’articolo analizza la ricezione di Faulkner in Italia, gli atteggiamenti mostrati da critici e intellettuali italiani nei confronti della sua narrativa e le diverse strategie che sono state adottate nella traduzione in italiano delle sue opere più importanti negli anni. Cesare Pavese, il cui interesse per la letteratura statunitense è noto, sembra non aver prestato grande attenzione a William Faulkner e il suo rapporto con lo scrittore statunitense si fonda soprattutto sulla recensione (negativa) di Sanctuary e sulla traduzione del romanzo L’Amleto (1940) come Il borgo (1942).

IDA DOMINJANNI
Ennio Abate

Ma c’è ancora bisogno di leggere “Frames of war” per concludere che ” è proprio una débacle”? Nel “nel regime di guerra” viviamo solo da “oggi”? Ex Jugoslavia, Guerra del Golfo, Libia, Afghanistan? Tutto dimenticato? Non sarebbe da chiedersi da quanto data questa débacle? E da ricordare che prima della caduta dei “tanto sbandierati valori europei e occidentali” c’è stato il tracollo dei tanti sbandierati valori della Sinistra da parte di buone parte della Sinistra stessa confluita da tempo “nel mainstream guerrafondaio”?

P.s.

https://www.poliscritture.it/…/composita-solvantur-2024/ 

Ida Dominijanni Ennio Abate veramente io lo scrivo da più di vent’anni

LPLC/ GUIDO CATALANO, PRESO SUL SERIO

Giovanni

Uno sguardo acuto sulla scena poetica italiana contemporanea

Ennio Abate 
(commento censurato dal LPLC)
A me, invece, pare uno sguardo compiaciuto e complice sulla Nuova Prostituzione Poetica.

DORIANO FASOLI

Ennio Abate

” orrenda pasta fradicia. Marzapane intriso d’olio, cioccolata fumante con dentro fette di salame. Panna montata di stucco, crema d’oro falso”

Qualcosa non mi quadra: sono state usate troppe immagini per criticare l’Immaginifico…

 

7 APRILE 2024


SALVO LEONARDI

Nel vedere questo documentario mi sono inevitabilmente chiesto se e quale analogia vi possa essere fra la vicenda irlandese e quella palestinese. Non poche. E infatti è notorio il legame fra i due movimenti di lotta. Che hanno ad esempio portato il governo di Dublino ad associarsi a quello di Pretoria nel chiedere al Tribunale dell’Aja l’eventuale genocidio a Gaza. Ora, l’Inghilterra condusse contro L’IRA una guerra senza quartiere. In reazione a quella con e sin dentro l’Inghilterra, da parte dell’IRA. Una guerra dura, di occupazione, con i soldati della RUC (Royal Ulster Constabulary) dispiegati ad ogni angolo di Belfast e Derry. La guerra sporca dell’intelligence, MI5 ed MI6. Le leggi dell’emergenza. Le sentenze sommarie, come quelle famigerate contro i 6 di Birmingham. Le prigioni H-Block e la carcerazione speciale. Contro una organizzazione paramilitare micidiale e spietata. In grado di provocare circa 1.300 vittime, fra bombe indiscriminate e assassini mirati. Che arrivò a un soffio dall’eliminare persino Margaret Thatcher. Sempre con un sostegno diffuso e di massa, al di que e al di là del confine con la Repubblica. E tuttavia, nulla del genere uguaglia l’operato di Israele in Cisgiordania e Gaza, nei decenni. I rastrellamenti sommari non furono mai come quelli dell’IDF. Mai una abitazione di un militante venne demolita. Un’intera famiglia punita per rappresaglia. Nessuna azione osò mai e poi mai violare i confini e la sovranità dell’Eire, da cui notoriamente partivano molte delle incursioni dei Provisionals. E in cui subito dopo rinculavano. Il sostegno ai gruppi unionisti protestanti, incomparabili a quelli offerti sfacciatamente ai coloni. Nessun leader del braccio politico Sinn Fein fu fatto fuori in auto da un razzo telecomandato. O magari avvelenato, in puro stile putiniano. E i suoi leader storici, eletti persino a Stormont (il vecchio parlamento nordirlandese) e a Westmister, potevano regolarmente portare a spalla, e a viso scoperto, le bare dei capi militari dell’IRA, che avevano piazzato bombe e ucciso nei pub e centri commerciali di Birmingham, Londra e Manchester. Alla fine, proprio con loro, e persino coi più efferati autori diretti di quegli attentati, avrebbe negoziato e siglato gli accordi pace della Pasqua 1998. Con lo Sinn Fein oggi al governo sia a Dublino che a Belfast.

Ovvio; ci sono state delle differenze e pure significative. Ma di certo, in Israele, sarà bene che prima o poi si studino per bene la lezione anglo-irlandese.

 

8 APRILE 2024

PIERLUIGI FAGAN

Laddove s’intende io faccia analisi e scriva di geopolitica, spesso in realtà mi avvalgo di un tentativo di nuova disciplina che non altrimenti si dovrebbe chiamare MONDOLOGIA. Se ne è vista forse la concreta applicazione recente nelle analisi poi culminate del Trittico mediorientale.

E’ una disciplina che ritengo oggi viepiù necessaria, basata sull’impostazione M-I-T-disciplinare (Multi-Inter-Trans), parte strutturale del metodo sistemico-complesso applicato all’oggetto e fenomeno del mondo.

Io non amo particolarmente il termine geopolitica e il suo uso eccessivo soprattutto aggettivato come un prezzemolo. Ben vengano quindi approcci più complessivi all’interno dei quali la geografia politica e i fattori di potere in un determinato spazio sono configurati come una variabile tra le altre. Grazie ancora! PS So che ogni tanto fa degli interventi su qualche canale YouTube. Mi piacerebbe tanto una volta conversare con lei sul quadrante mediorientale e, soprattutto, sull’area del Mar Rosso e del Corno d’Africa. Sono un ragazzo dell’Eritrea e da poco ho completato gli studi in relazioni internazionali e cerco di approfondire quella parte di mondo.

Ennio Abate

A MO’ DI ESORCISMA E INCORAGGIAMENTO:

Al mondo di Andrea Zanzotto.

Mondo, sii, e buono;
esisti buonamente,
fa’ che, cerca di, tendi a, dimmi tutto,
ed ecco che io ribaltavo eludevo
e ogni inclusione era fattiva
non meno che ogni esclusione;
su bravo, esisti,
non accartocciarti in te stesso in me stesso.

Io pensavo che il mondo così concepito
con questo super-cadere super-morire
il mondo così fatturato
fosse soltanto un io male sbozzolato
fossi io indigesto male fantasticante
male fantasticato mal pagato
e non tu, bello, non tu «santo» e «santificato»
un po’ più in là, da lato, da lato.
Fa’ di (ex-de-ob etc.)-sistere
e oltre tutte le preposizioni note e ignote,
abbi qualche chance,
fa’ buonamente un po’;
il congegno abbia gioco.
Su, bello, su.

Su, Münchhausen.

ADRIANO SOFRI

Neri Paolo

Caro Adriano, il costo del massimalismo politico abbracciato dalla classe dirigente post-Majdan si è rivelato altissimo: anziché traghettare il paese verso il regno promesso del benessere e della prosperità, la scelta dell’integrazione euroatlantica quale unico strumento di sviluppo del paese ha trasformato l’Ucraina da terra di frontiera in campo di battaglia, e quindi, in landa desolata da cui sono fuggiti oltre 14 milioni di persone, tra rifugiati e sfollati (su una popolazione di 41). Del resto non è solo “colpa” dell’Ucraina. Nell’aprile 2022 infatti essa stava per firmare un accordo con la Russia che avrebbe posto fine alle ostilità in cambio della neutralità ucraina. Fu Boris Johnson precipitarsi il 9 aprile a Kiev per chiarire a Zelens’kyj che “anche se l’Ucraina è pronta a firmare alcuni accordi sulle garanzie con Putin, noi (l’Occidente collettivo) non lo siamo”.

Quella di Mosca è una ribellione all’ordine internazionale americano, e gli americani volevano approffittarne per indebolire l’ “impero” russo. La guerra finanziata dall’Occidente invece sta distruggendo l’Ucraina. Traducendosi in un inconcludente bagno di sangue alleporte d’Europa. Nessuno gongola. Forse qualcuno ha gongolato troppo prima, anche se bastava non essere ciechi volontari per capire che la sproporzione di forze era tale da rendere inimmaginabile un risultato diverso. Chi voleva vedere lo vide da subito. Lei è stato tra quelli che non hanno voluto vedere


LANFRANCO CAMINITI

il “piano” di trump per chiudere la guerra d’ucraina – svelato dal «washington post» – ovvero: cedere il donbas e la crimea a putin, è spaventosamente uguale a quello dei pacifisti italiani e d’ovunque. è anche uguale a quello dei più smaccati filoputiniani come dei più mimetizzati. costringere gli ucraini alla resa: basta non dare loro armi (c’è chi – come i 5stelle, come i santoro e i la valle, come varie declinazioni “di sinistra”, con pericolose sbandate della schlein – ne ha fatto una vera e propria “linea politica” identitaria) e aiuti per resistere, e è fatta. come sta accadendo. naturalmente, il tutto viene declinato per non spargere ancora sangue ucraino, dando per acclarato che l’irrompere delle truppe russe avverrà portando fiori nei loro cannoni. come già a bucha, d’altronde.

DAI COMMENTI

Giulia Borelli  Per fortuna, al momento, la nato è più cauta di voi tre intelligentoni.

Chicco Galmozzi Giulia Borelli non ti facevo cosi cogliona…

Giulia Borelli Chicco Galmozz lo sono, lo sono

 

 

Gli “Scherzi” di Pollini

di Angela Villa

Il termine “Scherzo” nella musica classica esisteva già a partire dal Seicento, indicava brani molto brevi, dinamici, di ispirazione popolare. A partire dal Settecento, lo Scherzo diventa sempre più simile ad un minuetto fino a sostituirlo completamente; presenta, in genere, due temi in diverse tonalità: il primo ha un carattere forte, deciso, il secondo è più lirico e melodioso. Nell’Ottocento lo Scherzo prende sempre più la forma di Sonata, Chopin lo rivoluziona dandogli nuova vita, rendendolo più complesso nella struttura e più innovativo. In particolare, amo molto il Primo Scherzo, perché ho potuto ascoltarlo dal vivo, eseguito da Maurizio Pollini.

Lo “Scherzo n. 1 in si minore per pianoforte, op. 20”, ha una   forza   notevole: i   due   temi   appaiono   quasi contraddittori ma rappresentano un unico dolore, quello dell’abbandono. Nella prima parte sullo spartito si legge: “Presto con fuoco”, il tempo è veloce ed incalzante con accordi decisi; la seconda: “Molto più lento sotto voce e ben legato” è quasi una nenia, è una melodia talmente dolce che chi l’ascolta ha il desiderio di riascoltarla, ancora e ancora, come nell’abbraccio dell’amato. Composto nel 1831 e pubblicato successivamente nel 1835, è dedicato all’amico Thomas Albrecht, che lo convinse a rimanere a Vienna, lontano dalla sua patria, per coltivare la sua arte. A quel tempo, in Polonia, era in atto una ribellione, contro la dominazione russa, Chopin era profondamente addolorato. A differenza degli Scherzi tradizionali, che sono generalmente leggeri e giocosi, quelli di Chopin sono opere dense, cariche di dramma e contrasti. Lo Scherzo n.1 è diventato uno dei pilastri del repertorio pianistico, amato sia dagli esecutori che dal pubblico. La sua combinazione di virtuosismo e passionalità, lo rende un pezzo ideale dal punto di vista tecnico.   Molti   grandi   pianisti, a partire da Horowitz fino alla Argerich, hanno offerto interpretazioni memorabili di questo pezzo, tra questi Pollini, che sapeva affrontare le sue parti complesse con decisione e dolcezza, riuscendo a fondere insieme passione, malinconia e speranza.

È un componimento che mostra chiaramente il dolore dell’abbandono a causa della guerra e il desiderio di vivere tempi migliori; la speranza di un futuro di pace si avverte nella nenia dolcissima della seconda parte, che richiama una melodia natalizia probabilmente Polacca. Gli Scherzi di Chopin appartenevano al repertorio di Pollini. Per la Deutsche Grammophon aveva registrato i 4 Scherzi con   inclusa Berceuse e Barcarolle; consiglio l’ascolto per la bellezza dei brani e la purezza dell’esecuzione. Pollini era il massimo esecutore del grande pianista polacco. A diciotto anni si era affermato nel concorso più importante e difficile al mondo, il concorso Chopin di Varsavia, Rubinstein, che era presidente della giuria, sentendolo suonare esclamò: «Suona tecnicamente meglio di tutti noi!», frase  che è   diventata  emblematica, ma probabilmente, come racconta lo stesso Pollini  in un’intervista, Rubinstein voleva semplicemente essere scherzoso e provocatorio nei confronti dei colleghi della giuria; da allora Pollini ha continuato a dedicarsi a Chopin studiandolo a fondo nelle strutture armoniche e regalando le migliori interpretazioni, ma non solo, ha avuto la capacità di   portare la musica contemporanea nelle grandi sale da concerto riuscendo a farla amare  e comprendere ad un pubblico più vasto. Io ho avuto la fortuna di poterlo ascoltare dal vivo alla Scala il 13 Febbraio del 2023, nella sua ultima esibizione. In quell’occasione Pollini ha regalato al pubblico Scaligero due serie di Klavierstücke di Schönberg, le opere 11 e 19, proseguendo con «…sofferte onde serene…» per pianoforte e nastro magnetico di Luigi Nono, e nella seconda parte si è dedicato a Chopin: una Barcarola e lo Scherzo n. 1. Qualche critico musicale, abituato a sentir suonare Pollini sin dagli inizi, si è chiesto: perché? Perché continuare a suonare se non puoi dare più il massimo? Il Maestro appariva affaticato, sono riuscita a cogliere un piccolo rimprovero nei confronti della pianista incaricata di girare le pagine dello spartito. Perché sottoporsi a tanto stress? Il perché va ricercato nella storia di Pollini e nel suo amore per la musica, nella sua passione di uomo che ha dedicato una vita al pianoforte, un uomo ammirevole che non ha avuto paura di esporsi politicamente, di sicuro non scherzava quando si espresse apertamente contro il federalismo e il presidenzialismo, all’epoca del referendum, pericolose derive, per la concentrazione del potere nelle mani di uno solo, criticando in tal modo il governo Berlusconi per il degrado e la corruzione. Suonò per gli operai di una piccola fabbrica a Genova, suonò per i lavoratori e gli studenti alla Scala; aderendo al progetto   di   Paolo   Grassi, è stato un divulgatore oltre che un virtuoso del piano. Un uomo coerente fino all’ultimo, che   ha rappresentato la massima espressione poetica del pianoforte, perché dovrebbe aver timore di suonare ad ottant’anni? L’emozione che ho ricevuto quella sera è stata molto forte e gli sarò sempre grata di avermi regalato dal vivo quei brani. Il ricordo è ancora vivo in me: il concerto è finito, molti gli applausi, tutti in piedi per ringraziare il Maestro, con passo lento ma deciso, Pollini si inchina al pubblico, con la mano si appoggia al piano, ancora un inchino e poi via. Un dialogo di tutta una vita con la tastiera, una vita dedicata a quei tasti bianchi e neri, un interprete attento, sia tecnicamente che emotivamente, ci sarà ancora qualcuno dopo di lui? Forse sì, ma chi avrà il coraggio di definirsi suo erede? Amante di tutte le arti considerava la musica una forma di comunicazione:

«Quando prendo in mano una partitura o studio un pezzo, io punto innanzitutto alla ricerca di aspetti comunicativi, a cose che davvero possano darci gioia (…)» C’è nella musica un elemento soggettivo che riguarda il dialogo fra esecutore e pubblico, in questo desiderio di comunicare di sentirsi messaggero, portatore di un sogno, c’è la consapevolezza di dover suonare per il suo pubblico fino all’ultimo, suonando con gli spartiti consunti studiati fino allo sfinimento, provando e riprovando, studiando ogni minimo dettaglio dello spartito, come lui stesso ha precisato in un’intervista.

Maurizio Pollini è morto a Milano il 23 marzo 2024 all’età di 82 anni. La camera ardente è stata allestita il 26 marzo nel foyer del Teatro alla Scala, la sua seconda casa; dal debutto dell’11 ottobre 1958, all’ultimo recital il 13 febbraio 2023, ha suonato alla Scala 168 volte, cui si aggiungono gli incontri con gli studenti e le partecipazioni a giurie e convegni. I funerali sono stati celebrati in forma privata. “Il Maestro è nell’anima” e Pollini non aveva paura di mostrare l’anima in scena, spesso parlava di esecuzione ed aspetti legati all’inconscio e fino all’ultimo lo ha fatto. L’anima di Pollini   era dedicata al pianoforte, ai compositori con cui dialogava, nei suoi studi attenti e rigorosi e, naturalmente, a tutti noi. Ci ha lasciato testimonianze indimenticabili. Per chi abbia desiderio di ascoltarlo, di “comunicare” con lui…Buon ascolto.

“Composita solvantur” 2024*


di Ennio Abate

I guerrafondai strepitano.
Ovunque va il loro Verbo di Guerra.
Homo homini lupus, nessuna tregua.

Le nostre verità
non siamo riusciti a proteggerle.

Ceneri di Gramsci.
Ceneri della Sinistra.
Ceneri dell’umano.

Le invettive non diventano più pietre.
I barbari hanno già distrutto
ciò che non andava distrutto.

Non giochiamo con le parole
fratellanza, solidarietà, umanità.

Gli appunti del vero
conserviamoli
in posti sicuri delle nostre menti.

*Composita solvantur (1994) è l’ultima raccolta di poesie pubblicata in vita da Franco Fortini

** Nella foto due dei sette operatori umanitari di The World Central Kitchen uccisi in un attacco aereo israeliano che ha preso di mira il loro convoglio a Deir al-Balah

Anni ’70. Sulla sconfitta della lotta armata.


Il problema della violenza nella storia (irrisolto? irrisolvibile in termini assoluti?) si ripropose nell’Italia degli anni ’70 del Novecento in termini di “falsa guerra civile” (Fortini)? Il principio pacifista avrebbe potuto suggerire pratiche che avrebbero evitato morti, sofferenze e  il “tramonto della politica” (Tronti)?  In “Aperte lettere” (2023) di Rossana Rossanda, di cui pubblicherò uno stralcio nei commenti, si legge una recensione ad “Extrema ratio”, libro di Fortini pubblicato nel 1990, dove la questione  dei “giovani delle lotte armate italiane” degli anni ’70, di cui torniamo a discutere  in Poliscritture, è posta nei termini in cui io pure credo di averla posta. E che Lorenzo Galbiati  non condivide e contesta. Forse nelle mie e nelle sue parole  – lui nato nel 1970,  io che sono del 1941 – ricompare uno scarto di cultura politica generazionale sul quale è bene riflettere. [E. A.]

di Lorenzo Galbiati

Raccolgo qui, schematicamente, alcuni pensieri spero ben ordinati che mi sono sorti leggendo l’articolo “Anni’70. Sconfitti sì, pentiti no.” (qui) e la lunga risposta a punti, sempre di Ennio Abate (qui), a un mio primo, improvvisato e soggettivo commento (qui). Continua la lettura di Anni ’70. Sulla sconfitta della lotta armata.

Lo sguardo delle donne

di Velio Abati

Nei volumi collettanei la pluralità di approcci è istituzionale, la disomogeneità dei risultati inevitabile, così il lettore sente più autorizzata la propria libertà di scelta persino. Nel libro che ha preso spunto – afferma la quarta di copertina – dal convegno della Società Italiana delle Letterate, tenutosi a Venezia nel dicembre del 2019, a mio parere il luogo fondo, quasi un fuori scena da cui meglio vedere la linfa dei percorsi plurimi si trova un po’ decentrato: Scrittrici o venditrici? Un dialogo a distanza fra Giulia Caminito e Chiara Ingrao durante il lockdown del 2019.
È, si potrebbe dire in termini teatrali, una scena perfetta. Non è certo una novità che la reclusioneobbligata dall’infuriare della pestilenza sospinga, in certe aree dell’umano, alla risorsa di ultima istanza che sempre è la letteratura, condizione in qualche modo antropologica,il cui archetipo e acme nella nostra lingua è il Decameron. Ma, nel nostro caso, la mossa propria dello sguardo femminile muta il paradigma.
La sospensione, imposta dalle autorità sanitarie, provoca uno strappo, che la coazione capitalistica alla produzione di valore sente intollerabile, così chi, come la giovane Caminito, ne è stata strumento e fruitrice, è messa di fronte a se stessa: “in due mesi io ne ho fatti anche cinquanta [di presentazioni], partendo più volte a settimana e trovandomi in affanno e in confusione, a parlare dei miei libri a mitraglia, senza sosta, spesso senza ricordarmi neanche a chi. Ho visto troppo in troppo poco tempo e ho parlato troppo di me e dei miei libri nel giro di poche giornate. Ho sentito di doverlo fare, di dover essere performer della mia scrittura, di dover dare a chi mi ascoltava motivo per comprare il mio libro e comprarmi. Quindi ho sviluppato un’ossessione sulla riuscita degli incontri, dal fatto di dover sempre cambiare le cose dette, dagli approfondimenti, dalle letture, dalle domande delle persone, tanto che questa concentrazione mi ha fatta ammalare” (145).
L’obbligata immobilità costringe a vedere il silenzio del rumore e il vuoto dell’affollamento, ma lo sguardo riguadagnato trova la forza di spostarsi alle spalle dell’atto letterario, d’interrogare se stessa e di farlo trovando la voce complice di altra autrice e di una precedente generazione. È proprio il partire da sé e il suo essere inseparabile dall’altra, che a me pare gesto decisivo, fertilissimo. Naturalmente, nella dialettica sé-altra non c’è nulla di irenico, come con grande lucidità riconoscono le due scrittrici, coraggiosamente confrontandosi su invidie e frustrazioni; né potrebbe essere altrimenti, pena ridurre il tutto a pappetta ideologica.
La scena, si diceva, del silenzio si anima di nuova autoconsapevolezza, perché la solitudine è ribaltata in azione comune. È proprio questo che io, ammirato, invidio alla capacità delle donne di conservare e alimentare, lungo le nervature sociali e geografiche, gruppi, canali di relazioni, discussioni, produzioni non ossificate nell’accademia. È indubbio segno di vitalità e di speranza che la riflessione sul sé sfugga all’ossessione narcisistica della nostra epoca, che la parola sappia diventare scelta e azione condivisa.
Rientra in questa linea di condotta il considerare, come viene fatto nei vari saggi, la letteratura come documento e specola di vita, qui, in particolare, vita contemporanea sul lavoro, oggetto dichiarato dal titolo: Visibile e invisibile. Scritture e rappresentazioni del lavoro delle donne (a cura di Laura Graziano e Luisa Ricaldone, Iacobelli, Guidonia 2024). Il panorama che ne emerge è assai ricco sia per le voci resocontate, sia per il profilo inevitabilmente crudo che del lavoro delle donne e degli uomini viene restituito realisticamente. Dunque, è uno strumento da portarsi dietro per far luce su una parte dell’orrore che chiude il nostro giorno.
Tra i vari saggi, quello che più di altri mi sembra paradigmatico di un rapporto vitale e militante con la letteratura è quello di Luisa Ricaldone: Il lavoro, la vita. Un percorso nella narrativa giapponese. Con l’eleganza e la chiarezza, che diresti settecentesca, si conduce chi legge tra le pagine dei romanzi contemporanei giapponesi nei quali le forme di vita orientali si colorano delle sofferenze, delle sopraffazioni, degli spaesamenti che sono anche i nostri, a conferma della globalità dei fenomeni. In questo saggio ritrovi quella confidenza con la narrativa, quel sentirla parola viva che la studiosa ha esemplarmente messo in opera nel recente Tra le pagine della fame. Un viaggio letterario (SEB27, Torino 2023), dove l’esperienza della lettura, ovvero la sua portata affettiva, conoscitiva e illocutoria è esplicitamente ricondotta alla vissuta radice personale e familiare, dunque sociale.