di Donato Salzarulo
Sopralluoghi sulla poesia contemporanea
*L’audio parte cliccando sul bottone rosso della prima immagine
Dato ufficiale USA sui missili iraniani su Israele intercettati: 90%
(dati del Ministro della Guerra USA e ‘confermato’ sul Bulletin of the Atomic Scientists dal prof Sean di Stanford– docente di scienze politiche (!)-)
Dato reale su tutti i video disponibili /analizzati dal prof Theodore Postol dell’MIT-docente di tecnologia e sicurezza nazionale-: 5% (e se guardiamo i video possiamo verificarlo anche noi – si vede anche in questa foto con una salva di 8 missili contraerei israeliani che mancano un missile iraniano). D’altronde lo stesso Postol aveva analizzato 10 anni fa (sul Bulletin) la capacità del Dome come buona contro i missili da crociera ma pessima contro i missili balistici.
Dato ufficiale USA sui risultati dall’attacco UsIsraeliano: abbiamo il controllo totale dei cieli, il regime sta crollando, abbiamo scorte di munizioni sufficienti per andare avanti in eterno…ma chiuderemo in pochi giorni -o poche settimane (a seconda di chi parla, Hegseth o Trump )
Dato reale riportato dagli esperti di guerra e MedioOriente (Sachs, Mearsheimeir, Alastaire Crooke, …): Komenhei ha scelto il martirio, ed è rimasto nel suo ufficio senza neppure voler scendere nel bunker; gli iraniani, anche quelli critici e ‘oppositori’ ora sono tutti -anche loro malgrado- contro gli assassini aggressori che hanno mentito spudoratamente per la seconda volta (trattano sul nucleare solo per prendere tempo e mira per l’attacco) e vogliono rompere in pezzi uno stato millenario di cui perdipiù non sanno nulla.
I missili iraniani, quasi impossibili da scoprire (sparano da sotto la sabbia -v. foto), hanno colpito pesantemente e con precisione le basi americane nel golfo, distruggendo tre stazioni radar (da un miliardo l’una) che erano essenziali per difesa e attacco, tre basi di missili Thaad e i centri di comando della flotta; l’Iran sta colpendo pesantemente Israele con decine di missili che bucano le difese con grande disinvoltura e provocano danni per ora mirati; USAele non sa quanti missili abbia l’Iran (che per saturare le difese lancia anche sciami di droni e piccoli missili a testate multiple ingannatrici), mentre le riserve USA secondo gli esperti sono non superiori ad una settimana (per non parlare dei costi: Thaad e Patriot costano da 1 milione in su, contro droni e missili iraniani da 50.000).Le uniche ‘truppe di terra’ necessarie ad un cambio di regime sono i (soliti) curdi, il che aumenta ancora la reazione unitaria del paese contro l’attacco. Gli iraniani affermano di aver colpito la portaerei Lincoln, gli americani smentiscono..ma la portaerei non è più nel golfo arabico ma a centinaia di miglia nell’Oceano Indiano. E intanto lo stretto di Hormuz è di fatto chiuso…e il petrolio sale di prezzo minuto per minuto (al momento siamo a +20%).
La guerra cui gli iraniani si sono preparati da tempo è molto lunga; e hanno anche preparato una struttura di potere decentrata e rinnovabile all’infinito: ci sono molte poche possibilità di ‘sferrare un colpo decisivo’, anche perchè gli USA non hanno capito nulla dell’Iran e di questa guerra, e provocare un ‘cambio di regime’ solo dal cielo è -per l’appunto- privilegio ultraterreno.
Fa parte dell’operazione attuale anche il lancio di missili provocatori: sparati dall’IDF verso Turchia e Arabia Saudita (forse anche Cipro, anche se era obiettivo militare legittimo ospitando un centro di controllo aereo USA) ma dandone la colpa all’Iran in modo da attivare l’art 5 e inserire nella guerra anche la Nato. Finora i diretti interessati si sono chiariti direttamente.
Quello che fa paura a chi vede la realtà senza gli occhiali USA -moltiplicati dalle veline del Bollettino Parrocchiale Unificato che al solito, come già per l’Ucraina, fa solo atto di devozione e propaganda- è la possibile reazione di Israele messo in situazione critica, chè la tentazione di usare la bomba è forte..ed anche dichiarata. La chiamano ‘opzione Sansone’.

di Samizdat
«IL MORBO INFURIA, IL PAN [la benzina] CI MANCA,
….e in Italia (culturaaalmente) si chiacchiera:«La recente polemica creatasi attorno alla figura di Vincenzo Schettini, con annessa partecipazione al Festival di Sanremo, apre una riflessione attorno alla figura del divulgatore culturale, che dalle prime (nobili) lezioni di Umberto Eco e Alessandro Baricco approda al ruolo degli influencer culturali, tra narcisismo, falso sapere e monetizzazione social»
SUL PONTE (in TV e sui social) SVENTOLA BANDIERA BIANCA»*
* Versi da L’ultima ora di Venezia di Arnaldo Fusinato (1849).
Turki al Faysal è uno degli uomini che ne sa di più, della prospettiva del Golfo. Non solo perché ha guidato l’intelligence militare saudita (si era dimesso pochi mesi prima dell’11 settembre 2001, e questo ha forse molti significati). Turki bin Faysal al Sa’ud è, come dice il suo nome completo, parte della casa reale. Principe. Ed è stato ambasciatore a Londra e a Washington. Basta scorrere la sua complessa biografia per capire quanto un’intervista di un quarto d’ora a Christiane Amampour (tra le migliori giornaliste al mondo, origine iraniana, mai dimenticarlo) sulla CNN ha un suo valore speciale. È l’occhio sul Golfo che conosce profondamente le dinamiche statunitensi, e anche un po’ quelle occidentali.
Se, dunque, Turki al Faysal dice che, dunque, Turki al Faysal dice che i paesi del Golfo hanno in tutti i modi e sempre sconsigliato agli Stati Uniti di attaccare l’Iran, gli darei credito. Se va oltre, e afferma che i paesi del Golfo sapevano (non solo temevano) che l’Iran avrebbe reagito con una rappresaglia proprio nei paesi della penisola arabica, non stenterei a credergli. Se, poi, va oltre e dice che è facile comprenderlo, perché la presenza statunitense è in tutti i paesi del Golfo (e oltre, ovviamente, c’è anche la Giordania), si comprende ancora meglio perché la guerra Israele-USA, in questo preciso ordine, all’Iran non poteva non avere come obiettivo una guerra regionale.
La guerra israeliana all’Iran, nel cassetto da decenni, è ora una guerra per il controllo politico della regione. E per nascondere quello che Netanyahu e il suo governo sta compiendo in Palestina: un genocidio. Lo sottolinea anche Turki al Faysal, che Netanyahu vuol nascondere quello che succede a Gaza, e che la normalizzazione con i sauditi se la può dimenticare. Ne vogliamo far parte? Vogliamo davvero far parte di una guerra imperial-coloniale che non può che essere un incubo lungo, sanguinoso e che non porterà né stabilità né democrazia (sui bombardieri) né pace né “ricchezza”? Davvero la nostra strategia nazionale ed europea è così miope da rasentare l’incompetenza e un rischio per il nostro stesso paese?

Per fermare la guerra bisogna essere più forti di chi vuole la guerra
4 Marzo 2026
1..
Il mondo non ha ripreso a marciare verso una guerra mondiale a causa di Trump e di Netanyahu, dei farseschi leader europei o degli “Stati-canaglia”, ma perché ancora una volta, dopo gli anni e le illusioni della crescita economica senza sosta trainata dal digitale, il meccanismo della valorizzazione e dell’accumulazione capitalistica si è inceppato.
2.
Stati Uniti e Israele alla fine hanno attaccato l’Iran. Non lo hanno fatto per difendersi da una possibile aggressione, che lo stesso Pentagono ha smentito, né per aiutare gli iraniani. Il regime teocratico, infatti, se sopravviverà ne uscirà rafforzato per il solo fatto di essere sopravvissuto (e al momento mi pare l’ipotesi più probabile), se invece soccomberà, lascerà un paese devastato e conteso tra potentati locali legati alle diverse potenze globali e regionali
3.
Dal punto di vista militare l’esito del conflitto potrebbe essere deciso da un fattore materiale: le scorte di missili, droni e ordigni vari. Come in Ucraina, infatti, il fattore munizioni si conferma decisivo
4.
il massiccio ingresso in campo degli Stati Uniti e la reazione iraniana sui paesi del Golfo hanno trasformato il conflitto in una guerra non più limitata ma regionale e da decenni mai così vicina a qualcosa di ben più vasto.
5. l’aspetto più sconcertante della situazione: l’inerzia della sinistra sociale e politica, l’inconsistenza delle sue analisi e delle sue parole d’ordine di fronte a fatti tanto gravi. Lunedì mattina, mentre un diluvio di bombe si abbatteva sul Medio Oriente, il sito della CGIL pubblicava un’intervista a Landini sul referendum e i militanti delle maggiori organizzazioni della sinistra battevano mercati e piazze spiegando alla gente l’incombente minaccia che i membri togati del CSM siano estratti a sorte.
5. La sinistra più o meno radicale nell’attacco all’Iran ha trovato nuove ragioni per ripetere vecchi argomenti: per l’opposizione parlamentare e i suoi accoliti la guerra è solo un’occasione per criticare la Meloni, che non prende le distanze da Trump e non riferisce in Parlamento.
6.
Dall’estero arriva un comunicato della Confederazione Mondiale dei Sindacati che condanna l’uso della forza, esprime solidarietà ai lavoratori mediorientali, fa il solito appello alla diplomazia e alla legalità internazionale, ma non accenna a un solo atto che trasformi la solidarietà a parole in qualcosa di più concreto. Negli Stati Uniti, anche se per i sondaggi il 74% degli americani è contrario all’attacco all’Iran e persino nell’entourage di Trump si registrano distinguo e defezioni (Vance), i Democratici non vanno oltre la critica di metodo: Trump non ha avvisato il Congresso, Trump non ha pensato al dopo ecc.
7.
Il dato da cui partire è che al momento l’opinione pubblica sembra non aver ancora chiara la portata degli eventi. L’informazione non aiuta e la coscienza politica, come ci ha mostrato anche la tardiva reazione su Gaza, è in perenne ritardo sugli eventi. Ma se la situazione non precipita prima, può darsi che prima o poi una reazione ci sia
8.
Ciò che sta accadendo non è, come dicono in troppi, opera di un gruppo di matti saliti inopinatamente al potere. È il frutto naturale di un ordine globale capitalistico che crea ciclicamente guerre, crisi economiche, epidemie, catastrofi di varia natura e ciò è inscritto nella logica ferrea che lo regola: nessuno fabbrica merci per migliaia di miliardi di dollari se sa che non verranno mai usate. Vale per le auto come per le bombe.
9.
Chi governa davvero quell’ordine globale e oggi ci spinge cinicamente verso una nuova guerra mondiale è un pugno di miliardari schermati da un sistema politico che agisce in nome e per conto loro, chi agitando la democrazia e il patriottismo educato, chi invece il nazionalismo becero del “veniamo prima noi”, ma spinge compatto nella stessa direzione e va respinto in blocco, senza distinzioni tra buoni e cattivi, perché di buoni, purtroppo, lì dentro non ce ne sono.
10.
Sotto c’è chi è destinato a diventare carne da cannone e ha un solo modo di difendersi: mettere in campo i propri numeri e la propria forza, nel caso dei lavoratori anche l’organizzazione e la capacità decisiva di bloccare la produzione, i traffici, i servizi essenziali; concentrare quei numeri e quella forza a difesa dei propri interessi invece di disperderli nel sostegno a questa o quella fazione di banditi che si contendono il mondo
11.
viviamo in società che da tempo hanno rimosso la guerra dal proprio orizzonte e in cui, per giovani e anziani, riammettervela sarebbe un vero e proprio shock. Proviamo almeno a giocarcelo bene, sapendo che è difficile, ma che non c’è alternativa.
12.
Perché in un mondo in cui conta solo la forza non si può chiedere ai forti di autoregolarsi agitando la ‘legalità internazionale’, si può solo cercare di essere più forti di loro.
a cura di E. A.
1.
Corriere della Sera
https://www.corriere.it › Esteri 18 minuti fa — Dopo settimane di tensione, Stati Uniti e Israele hanno lanciato oggi l’attacco sull’Iran avendolo «pianificato per mesi». L’azione è definita ..
2.
«TUTTO È PEGGIO», «QUASI UNANIMITÀ DEI GIUDIZI», « IRRILEVANZA DELLE VOCI DIFFERENTI DAL CORO», «DISFACIMENTO DELLE SINISTRE»
«tutto è peggio», «quasi unanimità dei giudizi», « irrilevanza delle voci differenti dal coro», «disfacimento delle sinistre» e «i ceti medioborghesi, l’Italia dei colti, il ceto politico che quasi sempre sono stati una barriera alla peggiori tendenze dell’età reaganiana, si sono trovati dalla parte di queste ultime, ben contenti che l’indecenza di un Saddam Hussein abbia provocato un generale riflesso di difesa e di protesta. Quella “unione sacra” che c’era stata solo in taluni episodi della lotta antiterrorismo sembra oggi non solo quasi rivelata nella “nazione profonda” ma confermata dalla quasi totalità dei facitori di opinione. Mi sbaglio: ci sono i preti»
(Da “Disobbedienze II”, pagg. 127)
Credo che la risposta Iraniana arriverà dopo Ramadán…attaccare durante Ramadán rende tutto ancora più spregevole
4.
Gad Lerner
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Rientrati ieri notte da Tel Aviv, poche ore prima che Israele con gli Stati Uniti sferrassero il loro attacco all’Iran.[…] Il pericolo di una degenerazione irreparabile della società israeliana aleggiava fra i partecipanti, valorosi ebrei italiani che non smettono di partecipare, pur con sensibilità fra loro diverse, alla protesta contro contro Netanyahu e i coloni insediati nei territori palestinesi.
5.
Andrea Zhok
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L’ennesima aggressione internazionale dell’accoppiata Israele-USA è iniziata. Stamattina bombardate diverse città iraniane. Tra gli obiettivi, sono state prese di mira le abitazioni private di Masoud Pezeshkian, Presidente della Repubblica Islamica dell’Iran e della Guida Suprema Ali Khamenei. Ignoto l’esito. Come ha detto, con usuale precisione, il portavoce del governo cinese, gli USA sono oggi il più grande destabilizzatore mondiale.Se oltre a sagge parole la Cina sia stata in grado di offrire di più lo vedremo. Una volta di più le trattative si sono dimostrate una sceneggiata, utile a prender tempo per organizzare l’attacco.
6.
Stefano G. Azzarà
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L’idea di un rapido superamento dell’ordine imperiale statunitense è un’illusione con cui ci consoliamo per la durezza dei rapporti di forza reali, così come la tesi dei “tre imperialismi” è la consolazione del liberaldemocratici.[…] Ogni minuto che la Cina guadagna evitando di essere bombardata, è un minuto guadagnato dal genere umano. Non c’è alternativa, purtroppo, a un lavoro di paziente di de-escalation e riduzione del danno.
Qualsiasi cosa accada, e qualunque sia il risultato di questa guerra, l’impatto umano e psicologico sarà più grande di quello che possiamo immaginare in questo momento. La guerra non è solo numeri, missili e obiettivi. È come un’onda che attraversa il corpo delle persone, nel sonno, nei nervi, nei rapporti, e non si lascia andare nemmeno anni dopo.[…] Una società in lutto e arrabbiata allo stesso tempo, spaventata ma anche speranzosa, in corsa ma anche in festa, sta affrontando una ferita profonda e stratificata: la ferita della guerra, la ferita della repressione e la ferita di non avere un futuro chiaro. Queste contraddizioni sono segnali di una vita spezzata che ancora, in qualche modo, va avanti.
8.
Adriano Sofri Guelfo Guelfi C’è un’altra guerra mondiale, amico.
9.
Giorgio Mascitelli
Certo decisivo sarà l’atteggiamento della Cina, se gli iraniani potranno continuare a contare sulle informazioni satellitari di Pechino, è possibile che Trump dopo pochi giorni si trovi con un numero di morti impossibile da gestire in patria in modo indolore. Naturalmente se invece nelle prossime ore o nei prossimi giorni l’Iran crolla, la prossima fase di guerra sarà l’attacco israeliano alla Siria per allontanare la Turchia dalla regione.
10.
Tiempo Extremo Noticia
https://www.facebook.com/TiempoExtremoNoticia/posts/pfbid02CZBXVawaH4yyBk8FXBEiM4SWdsbcWmY4vyLasYguF6kdM3CyxTsZYbrbTrw73Xz4l
Basi sotto assedio: mentre il fumo attraversa le installazioni militari, il Pentagono ammette che la minaccia è cresciuta esponenzialmente. Non è solo l’Iran; ora le forze di Trump devono difendersi dai proiettili lanciati contemporaneamente dallo Yemen e dall’Iraq. L’emergenza bellica ha messo tutte le truppe a livello di sopravvivenza.
Lifestyle in quarantena di guerra: lo stile di vita in tutta la zona del Golfo e del Mar Rosso è crollato. Le rotte navali sono chiuse e il panico per un disastro globale di energia cresce minuto dopo minuto. Questa notizia dell’ultim’ora suggerisce che siamo all’inizio di una guerra di usura che nessuno sa come finirà questo 2026.
“La casa da tè alla luna d’agosto” – Aldo Martello editore, 1957
di Emma Pretti
Solo non poco tempo fa, per la scomparsa di alcune personalità molto note, membri di famiglie industriali importanti, politici e attori, le cronache ci informavano dei diverbi nati intorno alle loro eredità. Sui quotidiani, spesso in prima pagina, si susseguivano particolari dettagliati e a volte contrastanti (come spesso succede in questi casi) e parlavano di scontri legali, aspre controversie, accapigliamenti. Soprattutto confermavano che sono i patrimoni a smembrare le famiglie. Possono consistere in grandi patrimoni, notevoli fortune, numerosi beni mal suddivisi, ma non necessariamente: liti interminabili nascono anche su piccole fette di torta difficili da spartire, si può litigare per una vecchia utilitaria ferma da anni o una casa colonica abbandonata e ormai in rovina, così come per un pietoso appartamento in periferia infestato da topi e blatte. Proprio come i predatori nella savana, nessuno vuole restarne fuori e abbandonare il bottino, sia pure una semplice carcassa.
La mia esperienza personale sui lasciti conferma tutto ciò ed è il motivo che mi ha portato ad apprezzare immensamente il ritrovamento dei due volumi dimenticati di cui ho parlato in un precedente articolo; la scoperta li ha circondati di una luce speciale, arricchiti di un valore affettivo intimo, come se fossero stati custoditi e conservati solo per me, perché un giorno li ritrovassi; un dono estraneo che nessuno si è sognato di rivendicare, lontano da linee di successione, leggi patrimoniali, notai, fratelli famelici e sorelle che trasmutano in sorellastre avide, pretese d’ogni sorta. Qualcosa di esclusivo da godermi in santa pace.
Sfogliando il volume opaco, dal cartoncino segnato dal tempo, edito da quello che un recente saggio della Giunti del 2024 titola Aldo Martello, un editore dimenticato del Novecento, tutto mi sarei aspettata di trovare tranne un romanzo con tono e posizioni così inaspettate. Lo scrittore è Vern Sneider, autore del romanzo La casa da Tè alla luna d’agosto. Le poche e laconiche notizie ricavate da Wikipedia indicano l’autore come nato nel Michigan e arruolato nell’esercito statunitense come ufficiale subito dopo gli studi universitari. Fu membro di una squadra militare governativa che sbarcò a Okinawa nell’aprile del ’45. Qui Sneider divenne comandante del villaggio di Cobaru. Che altro aspettarsi se non un romanzo di guerra? Pensate un po’ che sorpresa quando dopo le prime quindici righe ho cominciato davvero a divertirmi.
La trama necessita di un riassunto piuttosto dettagliato.
Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, l’esercito americano occupa l’isola di Okinawa con l’obbiettivo di “rieducare” la popolazione locale secondo i valori democratici e occidentali. Nel quartier generale del Military Government Camp Team C-147, il colonnello Purdy è ben intenzionato a eseguire alla lettera le direttive e raggiungere lo scopo prefissato dalle alte sfere. Il colonnello Purdy, un ottuso bietolone, si aggira negli uffici del quartier generale con in testa questo unico proposito. Poco distante il capitano Fisby riceve il compito di guidare il villaggio di Tobiki verso la “modernizzazione” costruendo una scuola in stile americano e diffondendo il modello democratico. Fisby vivacchia comodamente nella tranquillità del paesino, occupandosi il minimo indispensabile solo delle questioni più importanti, in questo supportato dal suo assistente e traduttore locale Sakini. Un isolano benestante offre in dono al capitano due delle più famose gheishe della regione. Questo singolare, impensabile e sconcertante regalo innesca una serie di avvenimenti a catena che sconvolgono completamente la placida e sonnacchiosa routine del capitano, che fino ad allora si era guardato bene dallo smuovere le quiete, anche se improduttive, abitudini del villaggio. Tra fraintendimenti, resistenze e progressive demolizioni di pregiudizi, nel villaggio di Tobiki si comincerà a costruire un Cha ya, vale a dire …<<casa dove tutti sedere a prendere tè e gheishe cantare e danzare, capo. E tutti ridere e stare allegri>>..
La costruzione del Cha ya diventa il motore che porterà nel villaggio di Tobiki una vera rinascita economica, attraverso tutta una serie di collaborazioni e scambi commerciali con gli altri villaggi, i porti, le attività artigiane ecc…
Il capitano Fisby, dapprima decisamente riluttante, invece di costruire la scuola, seguirà i paesani nella decisione di realizzare una casa da tè tradizionale – la “casa da tè alla luna d’agosto” – che diventa il centro della vita comunitaria e simbolo di armonia.
Da recensioni frettolose – purtroppo recenti e probabilmente troppo influenzate da ideologie politiche mal digerite, è stato liquidato come semplice e gradevole romanzo d’intrattenimento, ma The Teahouse of the August Moon (1951) si dimostra in realtà molto più di questo. In tutta sincerità mi domando come quest’opera sia finita nel dimenticatoio e mai più ripescata, proprio in un periodo come il nostro dove il colonialismo delle grandi potenze si è espresso con atteggiamenti ancora più aggressivi, penetranti e invasivi che in passato.
La casa da tè alla luna d’agosto si dimostra una satira leggera e intelligente sull’imperialismo culturale e sull’arroganza occidentale. Attraverso un tono comico e personaggi affettuosi, Vern Sneider rivela come la “democratizzazione forzata” spesso si scontri con culture diverse e tracci un cammino difficile, dai risultati fallimentari, e come solo la comprensione reciproca che nasce dal rispetto e dalla curiosità possa far nascere buoni frutti, buoni per tutti.
Quanti fallimenti rovinosi a causa di approcci maldestri, atteggiamenti troppo rigidi e incapaci abbiamo adesso sotto i nostri occhi, fallimenti che hanno portato le potenze ad atti di forza, uccisioni, violenti cambi di regime e repentini voltafaccia che hanno distrutto intere regioni gettandole nel caos, nella miseria di economie snaturate e completamente smembrate?
Il romanzo è divertente, ironico, umano. Sin dai primi capitoli, il lettore attuale – come me ormai disabituato alla leggerezza, e ignaro della trama – comincia a sorridere divertito e disorientato allo stesso tempo. A cominciare dal Colonnello Purdy, il classico grand’ufficiale dell’esercito, miope e completamente privo di intuizione, che si pavoneggia tronfio del suo ruolo del tutto insulso:
Era alto, dritto e asciutto, proprio come dovrebbe esserlo un colonnello. La sua uniforme kaki era ben stirata e inamidata.
…Il piccolo gruppo, riunito in atteso sulla soglia, si fece rispettosamente da parte per lasciare il passo all’autorità. …il Colonnello Purdy aprì il corteo, seguito da tutti i suoi ufficiali in fila indiana. –
Gli stessi ufficiali che lo blandiscono ritenendolo un vero impiastro – E ancora:
…Dopo che il Colonnello Purdy aveva vietato il gioco d’azzardo, confiscando dadi e carte, il soldato semplice Gregovich aveva ideato un nuovo gioco, consistente nel gettare nottetempo una manciata di sassolini contro le tende degli ufficiali e dando poi l’allarme aereo.
Non mancano momenti (pochi comunque) dove si intravede uno certo sguardo paternalistico, subito stemperato da passaggi come questi:
… Che poteva fare quella gente contro un invasore? Certo, nient’altro che accettare quello che le veniva imposto. Non era che un piccolo popolo su di una piccola isola. Per la prima volta, Fisby si rese conto di essere anch’egli un invasore. E si accigliò.
Con l’aiuto dell’abile assistente Sakini, sveglio e capace, che conosce sia i suoi connazionali che gli americani, il capitano Fisby s’immerge nel flusso della vicenda che sviluppandosi prende i tratti di una vera e propria avventura. Invitato come ospite principale nel Cha ya arriverà ad essere catturato dall’atmosfera e dallo stile di vita giapponese.
…. Fisby si dispose a godersi la bellezza che lo circondava…Sissignore, era molto piacevole starsene seduti in un giardino del genere. Era un’abitudine che, in America, avrebbe evitato molte ulcere gastriche e molti collassi nervosi. Ci si sentiva come rinascere, e quella pace…
Pochi trascurabili punti potrei indicare come difetti, più che altro dovuti alla differenza degli anni intercorsi. La scrittura non è così asciutta, rapida e stringata come al giorno d’oggi siamo abituati. Inoltre, l’insistenza con cui descrive lo sviluppo di contatti e scambi commerciali può alla lunga sembrare ripetitiva ma in realtà si dimostra funzionale allo scopo di spiegare come liberare la mente da atteggiamenti di superiorità, pregiudizi e abbandonare schemi rigidi, produca una fioritura di opportunità decisamente positive. In definitiva Sneider, fondendo esperienza personale e sensibilità interculturale, ha dato forma a un romanzo brillante e attuale, che invita a riflettere sorridendo – E le riflessioni che questo testo mi ha suggerito sono diverse e radicate nella nostra realtà.
Procedendo nella lettura, tra un sorrisetto e l’altro, mi chiedevo com’era l’America di quegli anni. Il romanzo fu pubblicato nel 1951 – siamo in epoca maccartista, un periodo che gli anni Settanta hanno descritto come tetro, improntato all’oscurantismo e alla caccia alle streghe contro i simpatizzanti di sinistra, veri o presunti, e gli avversari politici o chiunque sostenesse tesi non conformi alla linea governativa e giudicati col metro di un anticomunismo radicale. Di fronte a quest’opera mi interrogo su come fossero veramente gli Stati Uniti in quel momento per accogliere e premiare con grande consenso di pubblico e critica un libro con simili argomenti, non certo allineati con la corrente politica predominante – Vero è che la vicenda nei suoi snodi e intrecci risulta essere un vero manifesto al liberalismo economico e alle innumerevoli opportunità create da interazioni culturali e commerciali, quindi indiscutibilmente adatta a essere socialmente e politicamente accettata. Il suo successo si è protratto negli anni seguenti con diversi riadattamenti, come film, musical, e come opera teatrale che vinse il premio Pulitzer per la drammaturgia nel 1954 (il romanzo già di per sé contiene numerosi quadri di impianto scenico) – Com’era allora l’America, come si è trasformata, e dove sta andando… o semplicemente non è mai cambiata nelle sue linee guida? – Molto più probabile che negli anni successivi al secondo grande conflitto che, anche se vissuto in modo trasversale, aveva fatto sentire le sue crudezze e mostrato grandi tragedie, la società sentisse un gran bisogno di pacificazione e cooperazione, proprio i temi proposti con levità e sottile satira da Sneider nel suo romanzo. Possibile che le ideologie pacifiste straripate poi negli anni Sessanta e Settanta abbiano completamente insabbiato un’opera come questa, che ai nostri occhi suona ancora oggi così spregiudicata e discordante rispetto alle linee d’azione predominanti?
La sorpresa più grande è stata trovarmi immersa in un’atmosfera brillante, ironica e intelligente, che porta avanti una critica profonda senza per questo sacrificare il piacere di una lettura divertente.
Quand’è che siamo diventati così grevi, quand’è che abbiamo cancellato la satira e dimenticato che l’umorismo è una forma d’intelligenza che irrita soltanto gli idioti?
Non parlo del sarcasmo, sempre troppo polemico e aggressivo, capace solo di mettere le parti una contro l’altra, né della parodia, troppo spesso incline alla volgarità o al tono denigratorio che sconfina nell’invettiva. Intendo piuttosto quell’umorismo vivace e arguto, capace di mostrare il lato ridicolo delle persone e delle situazioni, senza schierarsi ideologicamente né sostenere posizioni morali consolidate e conformi – o peggio ancora, sposare un’ideologia per promuovere solo quella.
Il panorama della letteratura umoristica odierna non è solo desolante, è desertico. Sorvolando sui libri dei comici proliferati negli anni ’80 e ’90, l’ultimo scrittore satirico di costume è stato e rimane Paolo Villaggio, anche se la sua vena arguta non si mantiene sempre tale e spesso cade nel patetico. I suoi libri, oscurati dalla fama dei film, sarebbero da riscoprire.
Oltre a La casa da tè alla luna d’agosto, Sneider nel 1953 scrisse A Pail of Oyster, una vicenda ambientata a Taiwan durante gli anni del “White Terror”. Il romanzo fu vietato per decenni a Taiwan ed è oggi considerato una delle opere in lingua inglese più importanti sull’isola. Un’opera seria, impegnata, di grande valore storico e civile. Altri lavori includono A Long Way from Home and Others Stories, The King of Ashtabula e West of the North Star, che però non ottennero il successo dei precedenti, e forse finirono per offuscare la fama raggiunta inizialmente.
I due maggiori romanzi comunque dimostrano il suo costante interesse per le relazioni umane e i contesti culturali durante i processi di trasformazione.
Il romanzo apparve in Italia nel 1957 e il volume ha anche il merito di aprire una finestra su un’esperienza editoriale del periodo. Venne pubblicato nella collana La Piramide da una casa editrice minore la Aldo Martelli Editore – Aldo Martello (1910-1995) fu un editore milanese colto ed estroso, ma oggi completamente dimenticato. Negli anni Settanta la sua casa editrice si fuse con la Giunti, ed è proprio grazie alla Giunti che è ancora possibile trovare un saggio che ne ricostruisce la storia, fino ad oggi sconosciuta, dai primi anni di vita della Martello e in seguito fino all’incontro con Giunti e dei suoi sviluppi, utilizzando materiali originali d’archivio, repertori e carteggi coevi, libri usciti in un passato ormai lontano ma spesso sorprendentemente attuali, come il romanzo di Vern Sneider.
Nel volume Aldo Martello, un editore dimenticato, a cura di Aldo Cecconi e Carla Ida Salviati, allo scavo di quell’esperienza culturale e imprenditoriale, che produsse un vasto catalogo di carattere generalista, sono stati chiamati studiosi specialisti dei vari settori disciplinari.
Il saggio si propone di far emergere un tassello fondamentale anche se poco noto della storia editoriale e imprenditoriale nel nostro paese.
di lorenzo merlo ekarrrt – 280125
La Magia, per chi ha riconosciuto il suo contenuto energetico non è altro che la Scienza suprema. Questa, assolutamente fraintesa e inopportunamente concepita dalla modalità scientista-materialista-determinista, non è che una retrograda, se non pericolosa, barzelletta e realtà assurda, per la quale non c’è ragione di occuparsene, quindi reietta. Così, non ci risulta il carattere relazionale della realtà a favore della sua natura pretestuosamente oggettiva e dei suoi attributi che esisterebbero indipendentemente da noi.
Per magia
“Ma prendere sul serio la meccanica quantistica, riflettere sulle sue implicazioni, è un’esperienza quasi psichedelica: ci chiede di rinunciare, in un modo o nell’altro. a qualcosa di quanto ci sembra solido e inattaccabile nella nostra comprensione del mondo. Ci chiede di accettare che la realtà sia profondamente diversa da quanto immaginavamo”. (p, 15) [Vedi Note per la fonte di tutti i brani citati.]
Se candeggiati dall’intossicazione scientista-materialista, si può riconoscere in che termini le dinamiche filosofiche presenti ed evincibili dalla fisica quantistica siano, nel loro modo di agire, sovrapponibili a quelle della magia o della realtà energetica, relazionale o, meglio e più semplicemente – o magicamente – della conformazione della realtà. Cioè, della realtà stessa.
“La realtà potrebbe essere più complessa dell’ingenuo materialismo della fisica settecentesca”. (p, 134)
“Non ci sono fenomeni quantistici in laboratorio e fenomeni non quantistici altrove: tutti i fenomeni sono in ultima analisi quantistici”. (p, 142)
La narrazione del mondo esaurito nel misurabile ha le sue verità (La verità è nel discorso. Foucault) (1), che questa cultura concepisce però come assolute. È un abbaglio, che la filosofia sorta dalla fisica quantistica riduce da definitive a parziali, esattamente come noto da millenni nell’ordine della scienza suprema.
Le consapevolezze che entro il dualismo ogni proposizione è necessariamente limitata, che entro l’egocentrismo è necessariamente interessata, quindi faziosa in quanto destinata a sostenere se stessi, permette di riconoscere che ogni narrazione non è che un’agiografia di chi la esprime, basata sulla scomposizione dell’intero, in quanto non in potere di coglierlo.
Una storiografia siffatta è mossa dal movente di allontanare il crollo che la morte garantisce all’ego con cui siamo identificati. Una disfatta impossibile se emancipati dal dualismo, in quanto la morte, come una sedia, le siamo già, e così pure tutto il resto. Quelle consapevolezze, infatti, ci offrono un orizzonte altrimenti precluso, oltre il quale possiamo vedere e vivere l’unità degli opposti, gli altri come dei noi e il cosmo come energia, quella stessa che vibra in tutte le cose e che, in molta letteratura evolutiva è detta amore. Nonostante ciò comporti armonia, la diffusa concezione distorta sulla scienza suprema è così radicale da garantire, a chi la condivide, il diritto illuministico di estradarla dalla cultura, di ghettizzarla in enclave come un’untrice del male.
Nonostante la boriosa vanagloria con la quale la cultura analitico-logico-razionalista si pavoneggia, alla pari della diva del momento, puntando il dito in direzione della – secondo lei – vera conoscenza, essa, proprio essa, nient’altro che essa è all’origine del fraintendimento della natura della magia.
Esattamente come dicono tutte le tradizioni magico-sapienziali accreditare di verità le narrazioni mondane è impedirsi di vedere come queste non siano che ologrammi che compaiono solo e soltanto al nostro cospetto e secondo certa angolazione, fuori dalla quale scompaiono. A suo tempo Claudio Rocchi lo aveva raccontato liricamente. (2)
Ma ora, alla voce delle tradizioni si unisce quella della filosofia della fisica quantistica.
“Ma allora attribuire sempre e necessariamente proprietà a una cosa, anche quando non interagisce, è superfluo, e può essere fuorviante. È parlare di qualcosa che non esiste: non ci sono proprietà al di fuori delle interazioni”. (p, 87-88)
L’egemonia del pensiero meccanicista è molto simile a quello progressista: senza coercizione, entrambi impongono ai loro sudditi, servi e idolatri, il pensiero unico. Se ne hai di non conformi sei fuori. Ah, cosa ti combinano i paladini della scienza e quelli della democrazia! Popper e Voltaire hanno di che soffrire.
Nonostante la prosopopea del pensiero razionalista, quale solo idoneo a condurci verso i confortanti lidi della verità, l’equivoco – non solo quello nei confronti della magia – infesta le relazioni come un’erbaccia immune alle sue medicine di presunta discernente saggezza. Così, i caldi arenili tropicali della conoscenza che pretende di garantirci, si rivelano essere un miraggio, evanescente suggestione della chiesa scientista, che si rivelano aride terre sterilizzate dal sangue della sofferenza e dei conflitti.
“C’è stato un momento in cui la grammatica del mondo sembrava chiarita: alla radice di tutte le variegate forme della realtà sembravano esserci solo particelle di materia guidate da poche forze. L’umanità poteva pensare di avere sollevato il velo di Maya: aver visto in fondo alla realtà”. (p, 12)
A patto di non interrompere il candeggio su citato, cioè l’emancipazione dalle regole culturali apprese a casa e a scuola, viste in tv e lette sui giornali e ricalcate dalla politica, per riconoscerne l’autoreferenzialità e per liberarsi dalla coercizione di creatività che implicano, è a disposizione di chiunque l’accesso alla prospettiva nella quale l’assolutismo logico-meccanicista cessa di mortificare l’infinito che siamo, per divenire semplice strumento funzionale per certi lavori amministrativo-regolamentati, ma inidoneo a fornire alcun servizio, se non quello dell’equivoco, quando si tratta di relazioni aperte. Dunque assai utile per muoversi entro un meccanismo chiuso, caratterizzato dalla presenza di regole note e condivise, ma inetto a muoversi in campo libero, che ne è l’opposto, cioè un territorio relazionale dove il nostro stato ne incontra un altro o si relaziona a qualcosa di sconosciuto.
Se l’equivoco è descrivibile anche a mezzo di emozioni differenti che contengono gli interlocutori, tale figurazione permette di comprendere come il significato che diamo a un’affermazione possa non passare indenne da deformazioni da una persona ad un’altra, cioè da un universo a un altro. Le emozioni sarebbero infatti forze, che generano in noi precisi universi personali, corrispondenti ai sentimenti e ai pensieri della coscienza. Nelle libere interlocuzioni tra due entità non sempre, anzi raramente, si toccano nel punto e nel momento funzionale alla comunicazione. Per alzare il rischio di contattare l’altro ente, più che la dialettica razionale torna utile quella dell’ascolto, più che il giudizio, l’accoglienza.
L’equivoco che, come detto da Marshall McLuhan e ribadito da Paul Watzlawick, Heinz von Foerster, Humberto Maturana, Gregory Bateson, Ernst von Glasersfeld e chissà quanti altri, regna nella comunicazione. Esso sorprende soltanto i razionalisti, convinti che una buona affermazione sintatticamente compiuta comporti comunicazione, ma non la madre, né il didatta, né il terapeuta. Il razionalista non vede né rispetta il gradiente di motivazione, né lo stato del destinatario della sua affermazione.
Ed è sempre lui, il razionalista, che davanti all’equivoco conclamato non ne fa scuola e preferisce giudicare. Non si mette a cercare l’origine dell’incomprensione: la mia affermazione era compiuta! Dice. No! Lui si accontenta, anzi, è soddisfatto di poter giudicare e valutare l’altro che non ha capito la sua perfetta affermazione. Così parla l’ignaro meccanicista, ovvero colui che ritiene ci sia un solo mondo per tutti e che tutti lo si stia vedendo come lo vede lui.
Altro che caldi lidi tropicali.
Il razionalista per ragioni di autostima, per parare il colpo della inspiegabile – direbbe lui – inefficacia della sua forbita e argomentata azione-affermazione, è costretto dai suoi schemi a rifugiarsi nell’attribuzione di responsabilità: è lui che non capisce, al contrario, il mago, nient’altro che il consapevole del potere delle emozioni e degli universi diversi che siamo o possiamo essere, ha in sé la chiaroveggenza per indagare le ragioni del fallimento della comunicazione tra infiniti.
Non solo. Egli osserva che, al fine della condivisione del discorso, l’accredito della fonte da parte del destinatario, è sostanziale. Egli vede lo stato permanente di latente mutamento di quegli infiniti, fino ad essere in grado di riconoscere quando e come mettervisi in contatto o rinunciare quando, a sua volta, sente di essere perturbato.
Un infinito, il cui mutamento non è limitato ad una caotica rivoluzione delle entità che li compongono, nonché agli stocastici scontri tra queste, ma ad un cangiante allineamento e selezione personalizzata di queste, che avviene (Heidegger)(3) e si cristallizza nel momento in cui ne siamo al cospetto, e avvengono nel pensiero.
“L’onda y evolve nel tempo seguendo l’equazione scritta da Schrödinger, solo fintanto che non la guardiamo. Quando la guardiamo, puff!, si concentra in un punto, e lì vediamo la particella.
Come se il solo fatto di osservare fosse sufficiente a modificare la realtà”. (p, 42)
È quello l’istante in cui l’emozione che ci avviluppa impone i suoi dictat selezionatori tra infiniti elementi e la conseguente concezione del mondo fondata sui pochi che ha scelto e alla relativa piatta e sterile – salvo per chi condivide la cernita – descrizione della realtà per quello che effettivamente è. Così fanno tutti i devoti all’attuale ordine culturale e della sua narrazione di realtà.
Nonostante l’evidenza che ci sia qualcosa da capire se tutti siamo allenatori, cioè se tutti abbiamo in bocca la vera descrizione, ciò non ci spinge a sospettare che stiamo adottando un sistema bacato, né ad indagarlo per scovare l’ontologia dell’equivoco. Ma, con la pistola fumante del giudizio e della valutazione, ci affrettiamo a cercare ulteriori selezioni dall’infinito a sostegno di quanto già affermato.
Se tutto ciò non facesse rabbrividire, farebbe ridere. Se non comportasse guerre e pene si potrebbe stare tranquilli entro l’enclave senza il terrore di persecuzioni, colpevolizzazioni, di andare a finire male.
Come le crune allineate delle asce di Ulisse, appena accade di coniugare alcuni frammenti dell’infinito e vederne la costellazione, scocchiamo il dardo, l’affermazione, la verità. E chi non sa cogliere dal proprio cielo interno nessun disegno, ha sempre la stella polare del luogo comune a cui fare appello.
Le crune ideologiche, quelle moralistiche e quelle religiose, nonché quelle dell’interesse personale dispongono dell’incantevole fascino al quale non manchiamo di sottometterci, che non manchiamo di difendere con qualunque mezzo, con qualunque potenza di fuoco, fino alla morte dei rei se necessario. Cioè di coloro giudicati colpevoli di aver allineato altre scuri per altre ideologie, religioni, moralismi, interessi personali. Nel mondo, che se non fosse tragico sarebbe ridicolo, quello in cui io non sono tu, la battaglia è permanente, vincere è un dovere, soccombere è latente.
Facci caso
“L’errore è assumere che la fisica sia la descrizione delle cose in terza persona. È il contrario: la prospettiva relazionale mostra che la fisica è sempre descrizione della realtà in prima persona, da una prospettiva”. (p, 178-179)
Quando anche la fisica quantistica, per il medesimo candeggio, cessa di essere costretta entro la cosmogonia dell’infinitamente piccolo, essa diviene disponibile a rappresentare le dinamiche aperte delle relazioni infra e intrapersonali. Quindi della realtà tutta, visto che questa non è che arbitraria, autoreferenziale e autopoietica narrazione generata da noi, dai nostri sentimenti e dalle nostre esigenze e costellazioni.
Tutto ciò, tende a sussistere, nonostante la legittima e ineludibile prospettiva egoica, in quanto, riconoscendo il processo di identificazione con essa, possiamo emanciparcene, prenderne le distanze e avviarci a vedere la verità di una narrazione non meccanicista del mondo.
Così accadendo, diviene accessibile anche l’interruzione della crociata razionalista contro il mondo quantico o magico, nel quale altri si identificano. Tale frattura dell’incantesimo culturale è, a sua volta, la premessa per avviare un cammino di conoscenza che nulla ha a che fare con i saperi parcellizzati e superficialmente cognitivi, gabbie esiziali delle consapevolezze necessarie al cambio di paradigma esistenziale. Da quello conflittuale ed egologico a quello armonico ed ecologico.
“Ma le grandi speranze di noi minuscole creature mortali sono brevi sogni. La chiarezza concettuale della fisica classica è stata spazzata via dai quanti. La realtà non è come la descrive la fisica classica”. (p, 82)
A patto di unire i punti giusti, sono diverse sovrapposizioni tra fisica quantistica, conoscenza e condizione umana.
L’intreccio (entanglement), allude alla permanenza del legame tra due entità prima unite e poi separate e allontanate. La simultanea reazione di entrambe – quindi il perdurare dello stato di unità originario – allo stimolo su una soltanto è disponibile a rappresentare quanto accade nei legami sentimentali-affettivi. Proprio come se il cosiddetto infinitamente piccolo (fisica) sottostesse a dinamiche corrispondenti a quelle del cosiddetto mondo sottile (magia). Gli oggetti, energia in forma di materia, sono legati tra loro, il vuoto creato dalla scienza, che li separerebbe, non esiste, è un’illazione.
“La sua matematica non descrive la realtà, non ci dice «cosa c’è». Oggetti lontani sembrano connessi tra loro magicamente”. (p13)
Se da quanto appena detto, lo spazio perde i suoi connotati meccanicistici che ne fanno un’estensione entro la quale trovano posto gli elementi del reale, necessariamente li perde anche il tempo, visto che nel dualismo, uno è interfaccia e misura dell’altro.
Ciò non avviene solo entro il piccolo mondo subatomico. Pari disegno si mostra anche in quello macroscopico della realtà a misura d’uomo. Accade nell’emozione, ancora lei.
A mezzo di essa possiamo rivivere una condizione esistenziale del cosiddetto passato, come se il tempo di adesso fosse tornato al presente di allora, annullando nella sua durata anche lo spazio in cui ci troviamo.
Sebbene tutti abbiamo esperienza della brevissima vita di questi stravolgimenti spazio-temporali, possiamo considerare l’eventualità di una loro più lunga o permanente presenza in noi. È esattamente quanto accade in occasione delle nuove consapevolezze, nient’altro che immersioni in nuove emozioni, in cui ci troviamo a condividere le verità altrui, prima rifiutate. Un nuovo stato in cui, si realizza uno spazio in cui vedere l’altro come un noi e il tempo esteso al solo presente, ovvero l’arbitrarietà meccanicista della creazione del passato e del futuro, del tempo lineare e della sua irreversibilità.
A mezzo dell’immaginifica linearità della nostra biografia e della storiografia possiamo seguitare per una vita a dire io e storia, pensando di riferire entità oggettive come neppure un posacenere può essere.
L’io, la storia, e la realtà che raccontiamo non sono che verità strumentali alla loro esistenza, quindi effimere o impermanenti. Null’altro che una rappresentazione bidimensionale e temporale dell’infinito, che componiamo e siamo, utile alla gestione amministrativa della vita. Vera solo non in quella piccola prospettiva scambiata per tutto ciò che esiste e che declamiamo come se il mondo fosse perennemente così come lo stiamo vedendo. Come una fotografia, che pur non potendo riferire l’insieme della realtà fotografata, è di fatto, tanto da chi la scatta, quanto da chi la vede, concepita con quel potere. Uno slittamento di piani che fa perdere di vista la realtà dell’immagine, cioè che comporta la sovrapposizione di questa alla realtà più ampia della quale ha ripreso un frammento, un disegno, una costellazione. L’accredito che diamo a qualcosa, ha il potere magico di indurre in noi cambiamenti e nuove realtà.
Quindi, si può osservare come la realtà, per esistere, faccia a meno dei principi della logica classica. I principi d’identità, di non contraddizione e del terzo escluso, oltre che l’intreccio, li oltrepassa anche nella duplice disponibilità energetica ad essere particella o onda, prima di decantare in una delle due espressioni in funzione dell’osservatore (magia) o del tipo di strumento di misurazione (fisica). E anche la considerazione che un’affermazione è sempre vera se ne individuiamo e condividiamo la narrazione dalla quale scaturisce. Onde per cui, il terzo escluso non è che la fotografia scambiata per il tutto.
Nonostante i paradossi della logica, spontanee confessioni della sua inettitudine alla conoscenza che non sia tecnico-amministrativa, che non sia senza peccato se non nei campi chiusi, regolamentati e condivisi nelle regole, nel linguaggio e nel gergo specifico, i suoi boriosi cultori non se curano e tirano dritto ad applicarla e farsene vanto in tutti i contesti umani.
È anche per questo che l’intelligenza piatta della logica non può intendere la portata della filosofia evincibile dal comportamento del mondo subatomico, né di quella della magia, della reversibilità del tempo, dell’ubiquità, dell’essere io e l’altro.
La posizione e/o la velocità della particella riscontrata dallo strumento dell’osservatore non sono altro che la nostra descrizione del mondo: altre osservazioni la riscontrano in altro punto e con altra quantità di moto. Come davanti a un disegno di Escher o al nastro di Möbius, non si sa dove ognuno posi gli occhi e quale realtà possa descrivere di ciò che vede.
La figurazione umanistica di questa assurdità – direbbero Einstein e tanti altri – si evince dal nostro mutare in funzione dell’interlocutore. Un cangiare ad ampio spettro, visto che la matrice del caleidoscopio che siamo è alimentata, come già detto, da esigenze, emozioni, sentimenti, eccetera.
Dunque noi siamo sempre il solito io, nonostante questo possa rappresentare nel tempo ambo le parti di qualunque dualità. Un’unità quindi che pur rimanendo se stessa può essere A quanto, nel tempo, essere B nell’istante dell’interlocuzione. Anche in questo caso il principio di non contraddizione viene a perdere il suo dominio, in quanto l’io non avverte alcuna contraddizione, né interruzione di se stesso, se non appunto logica.
Sul piano di realtà che stiamo adottando per riconoscere le similitudini tra microscopico e macroscopico, si trova una terza circostanza.
Come per la particella subatomica non si può prevedere contemporaneamente, con approssimazione meccanicistica, la quantità di moto (velocità) e la sua posizione nello spazio, così di un interlocutore non possiamo anticipare la sua reazione al nostro cospetto. Quindi, urtando qualcuno, potremmo trovarci davanti alle sue scuse o al suo coltello. In sostanza, in relazioni aperte, sussiste sempre l’imprevedibilità assoluta. Nei confronti della quale si cerca maldestramente di adottare il rischioso criterio del calcolo delle probabilità per ipotizzare gli epiloghi degli eventi.
“Possibile che qualcosa sia reale rispetto a te ma non rispetto a me?
Dove si parla finalmente di relazioni”. (p,79)
Si può dire che il punto centrale, tanto della fisica quantistica, quanto di quello umanistico, sia la relazione. Chi riscontra la costellazione che sostiene questa affermazione si trova costretto a rivedere i pilastri sui quali aveva eretto le proprie convinzioni. L’incastellatura generata dalla narrazione della meccanica classica della realtà oggettiva, della conoscenza analitica, della scomponibilità dell’intero come criterio di conoscenza, e del principio di causa-effetto, ha ragione di essere spodestata dal suo dominio culturale.
“Una realtà più sottile di quella del materialismo semplicistico delle particelle nello spazio. Una realtà fatta di relazioni, prima che di oggetti”. (p, 13)
In tutte le relazioni insorge una mente (Bateson)(4) che governa le descrizioni del reale che ne seguono. La realtà quindi non può che essere altro da esse come se, istante per istante, inconsapevolmente fermassimo lo stocastico vorticare di tutto, un attimo prima dell’evento heideggeriano, cioè di vederlo apparire alla coscienza statico e descrivibile.
Come già detto, non possiamo fuggire a questa trappola ma possiamo riconoscerla e vedere come ci cattura, per poi interrompere il processo di identificazione con essa ed evolvere da uomini-ego a uomini-cristo.
La sedia siamo noi
“Se andiamo a cercare la sedia in sé, indipendentemente dalle sue relazioni con l’esterno, e in particolare con noi, non la troviamo”. (p, 147)
Mentre il bambino gioca ad arrampicarsi, il nonno pensa al rischio che corre, se l’affare è lo stesso, le due realtà sono differenti. Tanto la vita piena del piccolo, quanto quella timorata dell’adulto non sono che loro creature.
Gli istanti e l’eternità precedenti al momento della decantazione della realtà descrivibile, hanno carattere contiguo, quantico e magico, in quanto le forze emozionali-energetiche nel contesto (che però, nulla esclude, come il battito d’ali della farfalla monarca in Texas che fa scatenare la tempesta in Messico) fluttuano come nugoli di moscerini, stormi nuvolari di storni, branchi di sardine prendendo una certa forma nel momento in cui li osserviamo, base della nostra narrazione.
“La conclusione è radicale. Fa saltare l’idea che il mondo debba essere costituito da una sostanza che ha attributi e ci sforza a pensare tutto in termini di relazioni”. (p,143)