
di Angelo Australi
Per invogliare il suo bambino a svegliarsi, la mattina Marta apriva le persiane della sua cameretta prima di ogni altra incombenza. A dispetto di certe abitudini che si danno per scontate, quel giorno Andrea era rimasto raggomitolato nel suo lettino fino a quando non aveva udito diffondersi dal giardino lo zirlare di un merlo. Tink-tink-tink, cantava quell’avviso sonoro del merlo: tink-tink-tink. L’allarme melodioso proveniva dal grande nespolo giapponese dove il gatto dei vicini, in cerca di una preda, si era fermato a curiosare.
Tink-tink-tink, … tink–tink, … tink. Tink-tink-tink.
Anche la loro gatta, che si chiamava Gina, ferma sul termosifone spento, allertata dal segnale lanciato dal merlo, fissava fuori dalla finestra il movimento che prometteva la giornata.
Appena aperto gli occhi, Andrea aveva visto stagliarsi sul davanzale il profilo di Gina confuso in delle macchie che brillavano come quelle che a volte apparivano nei sogni del risveglio. Il sole del mattino creava una certa staticità su quella gatta affascinata dal movimento mattutino che perveniva dal mondo esterno, e la sua coda si alzava determinata verso il desiderio di catturarsi anche lei una piccola preda: lucertola, topo, uccello che fosse. Gina era di una staticità concentrata da sembrare finta. Avvicinandosi per accarezzare la sua amica, Andrea si era stropicciato fortemente gli occhi. Era piccolo, da sopra il davanzale scorgeva solo la parte superiore della chioma del nespolo giapponese, per esplorare in basso le aiuole e i tanti rosi doveva affacciarsi in terrazza, altrimenti salire sulla sedia o farsi prendere in braccio da uno dei genitori. Adesso quel brillio sulle foglie del nespolo bagnate da una sottile guazza sembrava farle ondeggiare come se ci fosse un leggero alito di vento, e il tutto era animato ogni tanto da qualche nuovo ospite che s’intrufolava nella sua folta chioma. L’incanto della luce del sole che si rispecchiava nelle foglie gli fece immaginare che all’improvviso su quell’albero fosse apparsa in volo una marea di pescetti colorati. Gialli. Azzurri. Rossi, arancioni. Alcuni anche argentati, … anzi: argentini.
– Mamma, … corri a vedere, sul nostro albero ci sono volati sopra dei pesciolini colorati. Corri, corri a vedere!!!
Tink-tink-tink… Tink-tink-tink…
Insisteva a cantare il merlo, con Gina sempre lì, a fare da statua sul calorifero.
Tink-tink-tink…, tink, tink, … tink. Tink-tink-tink…
Chiamò senza indugi sua madre, perché quella, per la sua immaginazione, era una novità assoluta. Ed era anche una bella novità il fatto che si fosse alzato da solo perché solitamente era lei a svegliarlo. Quando andava alla scuola materna Marta lo svegliava sempre all’ultimo momento, per farlo dormire un po’ di più, e a lui piaceva da morire sentire la sua carezza e l’odore buono che mandava, così passava dai sogni alla realtà del giorno che iniziava grazie ad un incanto. Raramente questa incombenza toccava a suo padre, ci voleva la pazienza di un cavallo per costringere il bambino appena alzato a distogliersi dai suoi giochi, cosa di cui si era fatta carico lei in modo quasi automatico. Tranne rari casi, era sempre una corsa a fare le cose in modo frenetico: colazione, andare in bagno, lavare i denti, vestirsi. Prima lei faceva le sue cose con calma, poi pensava ad Andrea, che all’ultimo momento s’inventava sempre un diversivo per mettersi a giocare. Marta doveva correre, Andrea invece ogni mattina, prima di uscire voleva un po’ riprendere il filo del gioco interrotto la sera precedente, quando la stanchezza stava ormai pesando sulla giornata appena trascorsa.
Marta si era avvicinata al bambino e a Gina la gatta, per guardare insieme a loro quella magia che aveva portato il mattino. Strinse il suo bambino al grembo abbracciandolo da dietro, e cercò di guardare nel punto dove fissavano i suoi occhi pieni di meraviglia.
– I pesciolini colorati, mamma! – Urlò Andrea, indicando il muoversi del fogliame illuminato dal sole.
– Si, amore mio?
Lei gli fece il solletico sulla pancia e sul volto con i suoi capelli sciolti che erano lunghissimi e neri.
– Chi li ha mandati, me lo sai dire, … chi li ha mandati qui da noi a farci visita?
– Andrea, non lo so proprio, chi li ha mandati. Forse sono solo qui di passaggio.
– Non sei stata te, allora?
– Non ho questi poteri magici – disse lei sorridendo. -Ti stavo preparando la colazione, prima di portarti dalla nonna, come potevo farli venire.
– C‘è stato un incanto allora, … stanotte?!
– Non lo so, amore mio, ma sono davvero belli.
-Non ci vado dalla nonna oggi, preferisco guardare i pesciolini colorati insieme a Gina.
– Come si fa, io devo andare al lavoro. Non posso lasciarti solo.
– C’è Gina, con me.
– Sì, ma non posso lasciarti solo.
– Io voglio giocarci con questi pesciolini colorati, perché sono venuti a trovarmi.
– La nonna ti porterà ai giardini, dove ci sono i tuoi amici. Forse su quegli alberi sono arrivati dei pesciolini colorati. In questo nostro mondo c’è sempre una festa da dedicare al ricordo di qualcosa, chissà se oggi riguarda un po’ anche i pesci che volano.
– Anche quelli colorati?
– Sì, certo. Sono tutti usciti dal mare, in questo giorno di festa.
– Anche da quel mare dove andiamo noi a fare il bagno?
– Ci divertiamo al mare, non è così?
– Sì, mamma. Quando ci andiamo?
– Fra non molto, Andrea.
– Se ci andiamo adesso, vediamo anche lì i pesciolini colorati che volano!
– Non è ancora arrivato il momento. Mancano poche settimane, ma ancora devi avere pazienza. Intanto adesso andiamo a casa dei nonni, e quando sei lì, puoi sempre disegnarli questi tuoi pescetti. A casa dei nonni hai pennarelli, fogli, le matite a cera: tutto quello che ci vuole per fare dei bellissimi disegni. Poi li regalerai al babbo, … stasera, … quando rientra dal lavoro.
– Ci sono stato anche ieri a giocare con i bambini. Sono montato sull’altalena, sul cavallo a dondolo, sul girello, sul castello di legno. Ho fatto le corse e poi alla guerra.
– E non ti è piaciuto?
– Sì, tanto… mamma cara. Tanto così!!!
Andrea allargò le braccia ridendo e saltando davanti alla finestra illuminata dal sole del mattino.
– Tanto così!!!
– Ora che la scuola materna è finita, con i nuovi amici del giardino puoi giocarci oggi, … e anche domani. Fino a quando non andiamo al mare.
– Ma quando partiamo al mare, mamma?
– Te l’ho spiegato prima: molto presto.
– Molto presto quando?
– Non posso fare il gioco dei perché Andrea, bevi il latte e mangia qualche biscotto. Poi vestiti, … che si sta facendo molto tardi.
– Io però mi sono alzato da solo, e ho visto i pesciolini colorati.
– Si lo so, e sei stato bravissimo. Ti meriti un bacio con lo schiocco.
Marta lo alzò di peso per avvicinarlo al volto. Lui le gettò le braccia al collo e la strinse forte. Lei sorrise, quasi non potendo trattenere la gioia per la dolcezza che sprigionava quel gesto.
– Ti voglio bene, mammona. Tanto, tanto benissimo.
– Anch’io, amore mio – lei disse sorridendo.
Cercava di fuggire da tutta quella tenerezza che suo figlio le trasmetteva, anche per non ritardare troppo l’ora di uscita da casa. Guardando fuori dalla finestra vide tutto quel brillio tra le foglie e si mise a ridere così forte che anche Gina la gatta si riscosse.
– Dio com’è bello! Sembrano dei coriandoli di luce che una magia fa scendere dall’alto.
– Sono belli, questi pesciolini, non è vero? – Chiese Andrea.
– Sei un bambino fortunato, Andrea, te lo posso giurare.
Uscirono di corsa perché ormai si era fatto tardi sul serio. Nel viaggio in auto Andrea sentiva il fastidio del sole di luglio che filtrava dai vetri della macchina e sua madre, nell’intenso traffico della città, non poteva distrarsi dalla guida. Cominciò a lamentarsi lanciando degli strilli, prima piccoli, a intervalli di qualche secondo, poi più brevi e continui, con un tono di voce più alto che a lei sembrava una nenia.
– Andrea smetti, siamo già arrivati a casa dei nonni. Così il sole non ti darà più fastidio.
– Mi brucica gli occhi, mamma. Chiudi. Mi brucica… gli occhi.
– Cosa chiudo, amore mio? … Resisti, che stiamo arrivando dai nonni.
Sua madre la stava aspettando sotto casa e Marta, mentre lo scioglieva dal seggiolino, lo baciò e si fece abbracciare. Una stretta forte e tenera al tempo stesso.
– Passo a prenderti stasera. Mi raccomando, non farli arrabbiare, …i nonni. Obbedisci, se ti dicono di fare qualcosa.
– Il nonno dov’è? – chiese Andrea alla nonna.
– Il nonno ti sta aspettando al giardino. Ha portato con se il tuo triciclo, è lì che ti aspetta.
Marta aveva detto a sua madre che si sarebbero sentiti al cellulare sul programma della giornata di Andrea. Era tardi e doveva andare per forza; più tardi di tutti gli altri giorni perché si era messa a fissare con Andrea una nuvola di pesciolini colorati che aveva invaso la chioma del loro nespolo giapponese. Sua madre ridendo le aveva domandato se per caso non stava impazzendo.
– Mamma, ho fretta, dai, … non dire stupidaggini. Qualcosa c’era sul serio, sul nostro albero. È lì che stava fissando anche Gina.
Marta ridendo le aveva passato lo zainetto di Andrea.
– Allora se li ha fissati anche la gatta, non c’è argomento che tenga: stai entrando nella sfera dei santi.
– Sì, in un volo improvvisato: … andata e ritorno. Per sapere come fare durante il giorno con Andrea, ci sentiamo più tardi su whatsapp… A pranzo però non fargli le patate fritte, mi raccomando. Negli ultimi tempi gli fai mangiare solo porcherie.
– Andrea le mangia volentieri.
– Come no!
– Non è vero Andrea, che le mangi volentieri?
– Sì, nonna, le mangio volentieri insieme alla salsiccia.
– Visto te, che bella dieta, salutifera!
– Almeno da noi mangia tutto quello che c’è nel piatto.
– Ho detto niente patate fritte, va bene?!
– Te lo faresti campare d’aria, invece un bambino deve crescere mangiando di tutto.
– E te oggi di contorno gli salti in padella due zucchine.
– No, la zucchina no. Non la mangio neanche a scuola! – Urla Andrea arrabbiato.
– Allora un’insalata, d’accordo?
– D’accordo, gli condisco due foglie d’insalata.
– Andrea, nello zainetto hai la banana, dei biscotti, … un paio di succhi di frutta alla pera.
– Semmai per merenda preparo una fetta di pane con il pomodoro stropicciato. Non è vero, Andrea, che ti piace il pane con il pomodoro?
– Sì, nonna, … mi piace proprio.
A Marta dava fastidio vivere in modo così frenetico il rapporto con Andrea e con tutti coloro che lo guardavano durante la giornata, fosse sua madre o la figlia di una sua intima amica che chiamava a fare la babysitter se i genitori erano malati o avevano degli impegni. Sembrava che suo figlio fosse diventato tutto a un tratto un oggetto da parcheggiare da un posto all’altro in attesa del suo ritorno, e in tutti questi spostamenti ormai il bambino, a poco più di quattro anni, aveva già preso i ritmi di una persona inserita nel meccanismo produttivo. Pensare in questi termini la intristiva da morire. Tristezza più del solito perché non c’era confronto con la gioia che aveva provato nel farlo nascere, e non c’era confronto con la gioia che provava nel vederlo crescere e giocare con lei. Osservare il cambiamento che avveniva di settimana in settimana, di giorno in giorno, di ora in ora, nei suoi modi di fare, e nelle domande che le faceva, e nella voglia che aveva di restare con lei. Le venne l’impulso di girare la macchina e di tornare a prenderlo, di non andare a lavorare per una volta ma di dedicarsi ad ammirare insieme l’invenzione del branco di pesciolini colorati che nuotavano tra le foglie del nespolo giapponese che faceva ombra in giardino. Dopo tutta quella meraviglia avrebbero giocato con tanta dolcezza a farsi il solletico e a stringersi forte forte e a rotolarsi sull’erba. Poi forse avrebbero dormito, e poi forse avrebbero di nuovo giocato insieme a qualcosa. L’uscita improvvisa di una macchina da un incrocio la fece tornare in se, frenò bruscamente, quel tanto da schivarla, e poi accellerò per recarsi al lavoro.
La giornata in ufficio gli era sembrata più faticosa del solito perché non si era mai staccata dall’idea di avere lì vicino a sé il suo Andrea. Tutte le informazioni che le chiedevano i suoi colleghi di lavoro la innervosivano. Tentava di essere gentile e disponibile come sempre, ma il ritmo convulso in cui le entravano in ufficio per porle dei quesiti la costringeva a continue variazioni nei suoi pensieri più intimi che, purtroppo, quel giorno non riusciva a scrollarsi di dosso.
In pausa pranzo, anziché finire con i colleghi di lavoro nel solito ristorante che accettava i ticket restaurant, aveva deciso di restare da sola e di farsi una passeggiata. Si era presa un bellissimo gelato ai gusti di pistacchio e fragola, e mangiandolo lentamente aveva cominciato a camminare, non allontanandosi troppo dal suo ufficio, ma anche senza porsi nessuna meta. In fondo era una bella giornata e lei stava attraversando un parco pubblico con tanti alberi, proprio come quello in cui il suo Andrea aveva giocato con gli altri bambini tutta la mattina. Nel giardino c’era tanta ombra perché gli alberi erano grandi e folti, e si sentiva spesso il frinire di una cicala che quasi riusciva ad allontanare il frastuono del traffico che lo circondava. Si fermò ad una bancherella dei libri usati, nel reparto dedicato a quelli per l’infanzia. Cominciò a sfogliarne uno con tanti disegni di animali buffi che non esistevano nella realtà, poi ne sfogliò uno che aveva in copertina il disegno di un bambino con la maglietta a righe blu e bianche e i calzoncini corti. Era scritto a parole grandissime, e in ogni pagina c’era il bambino che sul basso osservava la frase. Tutto a un tratto però il suo sguardo fu colpito dalla copertina lucida di un libro nascosto tra gli altri, del quale spuntava poco più che un triangolo. Fu colpita da quel verde così intenso della chioma dell’albero e dall’infinità di puntini colorati che lo accerchiavano come una nuvola. Lo estrasse da sotto gli altri libri e vide che quei puntini erano tanti piccoli uccellini che facevano come un’aureola intorno alla chioma. Il libro non aveva titolo e non aveva il nome di un autore. Era così anonimo, nonostante fosse così vivo e pieno di colore, nonostante le facesse ricordare la scoperta di suo figlio che aveva fatto quella mattina dei pesciolini sull’albero del loro giardino. Nell’attimo stesso in cui lo aprì spuntò fuori dal libro un albero di carta e due o tre piccoli uccellini che svolazzavano legati a un sottile filo di ferro. Il verde delle foglie era smeraldino ed aumentava la confusione con tutti gli altri uccellini dai mille colori. Disponeva proprio a lasciarsi andare a una sensazione di quiete. Così Marta emise un gemito pieno di meraviglia, incantata e sorpresa si lasciò catturare da quella sensazione. Sulla chioma poi apparivano alcune linguette di carta che nel tirarle facevano sbucare fuori altri uccellini nascosti nella chioma colorata. Ogni linguetta aveva all’estremità una freccia e tirandola appariva una sorpresa sempre più bella. Era un bellissimo libro pop up, così decise di acquistarlo e di farlo vedere la sera ad Andrea, prima di metterlo a letto. Il libro non aveva altre pagine se non quelle due che aprendosi formavano l’albero.
La mattina era stata davvero pesante, un po’ per la stanchezza che si era portata dietro dall’uscita frettolosa da casa, un po’ per l’ennesima sfiancante discussione avuta con un paio di colleghi che organizzavano la produzione, con i quali, da quando aveva la responsabilità del reparto rifinitura degli abiti, non riusciva proprio a legare, a trovarsi in sintonia su qualcosa. Il pomeriggio in ufficio invece era trascorso come per incanto. Due o tre telefonate, una riunione, il visto su alcune fatture da inoltrare in ragioneria per autorizzarne il pagamento, la scrittura di almeno tre lettere commerciali e già era ora di uscire. Le restava molto da fare ancora, ma quel pomeriggio non ne aveva voglia. Intanto non sarebbe mai riuscita a mettersi in pari. Sorrise parlando a suo figlio dal cellulare mentre lo andava a prendere al giardino dove i nonni la stavano aspettando. Com’è bella la voce del mio bambino, pensò Marta. Anche da lontano, ti sembra sempre di averlo lì accanto. E’ come se ci fosse una musica dietro a quella voce, la musica di un pianoforte, che ha un ridondo e ti entra dentro. Sospirò, perché in fondo quando riusciva a pensare, a provare qualcosa così intensamente, si sentiva libera e positiva verso la vita. Sospirò perché in fondo era come appagata, nonostante il correre dietro spesso a cose di poca importanza.
Il padre di Andrea sarebbe rientrato molto tardi perché doveva completare il servizio fotografico di un dépliant commerciale, sicché Marta e Andrea mangiarono in fretta. Marta aveva promesso a Paolo che lo avrebbero aspettato entrambi, prima di andare a letto. Così mentre lei riponeva i piatti della cena nella lavastoviglie, Andrea si era messo a guardare un cartone animato di Braccio di Ferro alla Tv. Si era seduto per terra, sul tappeto davanti alla televisione, a aveva incrociato le gambe e mandato il busto all’indietro mantenendosi in equilibrio sulle braccia. Il cartone animato lo faceva ridere come un pazzo perché Braccio di Ferro e Bruto si davano pugni, calci, e urlavano; e poi c’era la voce gracchiante di Braccio di Ferro e lo strillino acuto di Olivia. Marta si sedette sul divano, accanto a suo figlio. Aspettò la fine del cartone animato e poi gli mostrò il pop up comprato alla bancherella il pomeriggio.
– Guarda Andrea cosa ti ho portato?
Lui passò la mano sulla copertina lucida senza dire una parola.
– Non è bello? – gli chiese Marta.
Andrea lo guardava incuriosito, senza fare commenti.
– Come vedi ci sono degli uccellini che girano intorno alla chioma come i tuoi pescetti di stamani.
– Sì – disse di nuovo Andrea, continuando a fissare meravigliato quella copertina.
– E’ stata una sorpresa per me, trovarlo in mezzo a tanti altri libri per bambini.
– E sono brillati – disse Andrea, – gli uccellini… sono brillati.
– Prova però ad aprirlo.
Il bambino sgranò gli occhi quando vide salire l’albero tra le due pagine del libro e muoversi quegli uccellini legati a un sottile filo di ferro.
– Oh!… – esclamò serio. – … Oooh!
Sua madre gli fece notare le linguette di carta, così Andrea restò come di sasso a guardare gli uccellini colorati che spuntavano fuori dai taglietti trasversali che apparivano appena in superficie dalla chioma colorata di verde smeraldo. Fece un sorriso, di quelli estasiati, senza emettere suoni o rumori. Tirò a sé un’altra di quelle linguette di carta, un’altra e poi un’altra ancora. La chioma dell’albero stava entrando in una confusione totale. Uccellini azzurri, rossi, celesti e arancio, viola, giallo splendenti, che lui faceva tremolare carezzando con un dito il sottile filo metallico. E lui rideva aprendo appena appena le labbra, con tutti quei piccoli volatili sospesi ad un sottile filo di ferro che non facevano altro che dondolare ogni volta ne spuntava uno di nuovo.
– E’ buffo vero, cosa sono riuscita a trovare per il mio bambino? – disse Marta.
– Sì – disse Andrea, continuando a restare sospeso in quell’espressione di dormiveglia incantato.
– E’ stata una scoperta che non mi sarei mai immaginata di fare, però sono molto felice di averti trovato questo librino.
Lui le posò una manina sul braccio, senza dire una parola. Marta si era appoggiata sulle ginocchia il libro aperto e gli uccellini sospesi intorno a l’albero oscillavano come in volo. Andrea li toccava con un dito, delicatamente, e restava in silenzio ad osservare il loro movimento. Marta ogni tanto si faceva prendere da un lungo sospiro seguito dallo sbadiglio. Ad un certo punto sul suo cervello, la sera vinceva la stanchezza.
Paolo al rientro si mise subito a giocare con loro. Aveva già mangiato e quindi partecipò felicemente al loro gioco. Fece una carezza sui riccioli neri di Andrea, poi gli appoggiò protettivamente la mano sulla spalla. Marta gli spiegò quello che era accaduto al mattino sul loro nespolo giapponese, e come aveva trovato quel librettino anonimo alla bancarella dei libri nel parco. L’albero era davvero bello, i colori acquerellati accentuavano la sensazione di movimento dell’intera scena, e la lucentezza della plastificazione faceva risaltare le luci e le ombre creando una vivacità incredibile.
– Visto che non ha un nome, l’autore può essere anche un artista famoso…
– Perché no un bambino? – chiese Marta ridendo, per rispondere a Paolo.
Andrea però non riusciva a distogliere gli occhi dal libro.
– E’ ora di andare a letto – disse Marta.
– Fammi restare ancora un po’, mamma.
– Porta con te il libro se vuoi, ma dobbiamo andare, altrimenti la mattina non riesci ad alzarti.
Gli fece un bagnetto veloce e lo cambiò per la notte, poi si adagiò sul letto insieme a lui.
– Ci saranno anche domani i pesciolini, quando mi sveglio?
– Non lo so Andrea. Ogni giorno è diverso, dipende da come si sveglierà il sole.
– Ma ci saranno?
– A volte c’è una nuvola che l’oscura, a volte piove o sta per piovere. Altre volte tira vento. Non si sa mai, non si sa, … cosa ci risponda il sole al risveglio.
– Ma io li voglio, mamma, i pesciolini che volano sull’albero.
– Ma sì, ci saranno anche domani. Quasi certamente – disse Paolo.
– Non dire così – lo rimproverò Marta.
– Che ho detto di male?
– Niente. Non hai detto niente di male. Fai solo in modo di semplificare le cose, tutto qui.
– E tu cerchi di complicarle.
– Non è assolutamente vero!
– Sì, invece…
– Ci parlo e ci gioco, con Andrea, … mentre tu non vedi che il momento di verificare al computer le foto che hai fatto in giornata.
– Ecco, … la tua canzone. Lo sai, non basta scattare le foto, devo scaricarle sul pc e poi scegliere quelle da passare al grafico.
– Lascia stare, non è il momento.
– Prima o poi ne dovremo parlare – disse Paolo.
– Sì, ma non adesso.
– Io ho questo rapporto con il lavoro.
Era così stanca che finì per appisolarsi prima di suo figlio. Si era lasciata vincere dalla stanchezza, liberando la mente da ogni sorta di pensiero. Quando Andrea aveva iniziato a saltellare sul letto lei si era messa in un primo momento a ridere nel sonno. Aveva sentito una canzoncina che veniva dalla sua dolce voce, ma sinceramente credeva di star sognando e si lasciò trasportare da quella musica.
– A letto, tesorino mio… Ora devi dormire.
Anche Paolo lo incoraggio: – Sì, è vero. Andrea, adesso si va a letto.
Lui non disse niente, chiuse gli occhi e si addormentò all’istante, come obbedendo a un comando. Nel riordinare la stanza Marta raccolse dal tappeto verde una minuscola piuma uscita dopo che avevano strapazzato per gioco qualche cuscino che si trovava nella stanza. La sollevò per mostrarla anche a suo marito. Entrambi si misero a ridere e a scuotere la testa. Con un soffio divertito Marta la fece volteggiare, poi la riprese al volo, alzò delicatamente la copertina del pop up e ve la fece scivolare dentro.
– Prima di guardare le foto mi faccio un caffè, per tenermi sveglio – disse Paolo. – Lo vuoi anche te?
– No, è meglio se vado a dormire. Sono stanchissima.
Chiuse la finestra e spense la luce.
Andrea dormiva di un sonno profondo. Così come dormiva il loro giardino, e sotto il chiarore della luna si era assopita anche la coppia di merli che aveva nidificato sopra il nespolo giapponese.
Angelo Australi maggio 2026

il tricheco è un disegno di Yuri Pellari












