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la canzone di Andrea

di Angelo Australi

Per invogliare il suo bambino a svegliarsi, la mattina Marta apriva le persiane della sua cameretta prima di ogni altra incombenza. A dispetto di certe abitudini che si danno per scontate, quel giorno Andrea era rimasto raggomitolato nel suo lettino fino a quando non aveva udito diffondersi dal giardino lo zirlare di un merlo. Tink-tink-tink, cantava quell’avviso sonoro del merlo: tink-tink-tink. L’allarme melodioso proveniva dal grande nespolo giapponese dove il gatto dei vicini, in cerca di una preda, si era fermato a curiosare.

Tink-tink-tink, … tinktink, … tink. Tink-tink-tink.

Anche la loro gatta, che si chiamava Gina, ferma sul termosifone spento, allertata dal segnale lanciato dal merlo, fissava fuori dalla finestra il movimento che prometteva la giornata.

Appena aperto gli occhi, Andrea aveva visto stagliarsi sul davanzale il profilo di Gina confuso in delle macchie che brillavano come quelle che a volte apparivano nei sogni del risveglio. Il sole del mattino creava una certa staticità su quella gatta affascinata dal movimento mattutino che perveniva dal mondo esterno, e la sua coda si alzava determinata verso il desiderio di catturarsi anche lei una piccola preda: lucertola, topo, uccello che fosse. Gina era di una staticità concentrata da sembrare finta. Avvicinandosi per accarezzare la sua amica, Andrea si era stropicciato fortemente gli occhi. Era piccolo, da sopra il davanzale scorgeva solo la parte superiore della chioma del nespolo giapponese, per esplorare in basso le aiuole e i tanti rosi doveva affacciarsi in terrazza, altrimenti salire sulla sedia o farsi prendere in braccio da uno dei genitori. Adesso quel brillio sulle foglie del nespolo bagnate da una sottile guazza sembrava farle ondeggiare come se ci fosse un leggero alito di vento, e il tutto era animato ogni tanto da qualche nuovo ospite che s’intrufolava nella sua folta chioma. L’incanto della luce del sole che si rispecchiava nelle foglie gli fece immaginare che all’improvviso su quell’albero fosse apparsa in volo una marea di pescetti colorati. Gialli. Azzurri. Rossi, arancioni. Alcuni anche argentati, … anzi: argentini.

– Mamma, … corri a vedere, sul nostro albero ci sono volati sopra dei pesciolini colorati. Corri, corri a vedere!!!

Tink-tink-tinkTink-tink-tink

Insisteva a cantare il merlo, con Gina sempre lì, a fare da statua sul calorifero.

Tink-tink-tink…, tink, tink, … tink. Tink-tink-tink

Chiamò senza indugi sua madre, perché quella, per la sua immaginazione, era una novità assoluta. Ed era anche una bella novità il fatto che si fosse alzato da solo perché solitamente era lei a svegliarlo. Quando andava alla scuola materna Marta lo svegliava sempre all’ultimo momento, per farlo dormire un po’ di più, e a lui piaceva da morire sentire la sua carezza e l’odore buono che mandava, così passava dai sogni alla realtà del giorno che iniziava grazie ad un incanto. Raramente questa incombenza toccava a suo padre, ci voleva la pazienza di un cavallo per costringere il bambino appena alzato a distogliersi dai suoi giochi, cosa di cui si era fatta carico lei in modo quasi automatico. Tranne rari casi, era sempre una corsa a fare le cose in modo frenetico: colazione, andare in bagno, lavare i denti, vestirsi. Prima lei faceva le sue cose con calma, poi pensava ad Andrea, che all’ultimo momento s’inventava sempre un diversivo per mettersi a giocare. Marta doveva correre, Andrea invece ogni mattina, prima di uscire voleva un po’ riprendere il filo del gioco interrotto la sera precedente, quando la stanchezza stava ormai pesando sulla giornata appena trascorsa.

Marta si era avvicinata al bambino e a Gina la gatta, per guardare insieme a loro quella magia che aveva portato il mattino. Strinse il suo bambino al grembo abbracciandolo da dietro, e cercò di guardare nel punto dove fissavano i suoi occhi pieni di meraviglia.

– I pesciolini colorati, mamma! – Urlò Andrea, indicando il muoversi del fogliame illuminato dal sole.

– Si, amore mio? 

Lei gli fece il solletico sulla pancia e sul volto con i suoi capelli sciolti che erano lunghissimi e neri.

– Chi li ha mandati, me lo sai dire, … chi li ha mandati qui da noi a farci visita?

– Andrea, non lo so proprio, chi li ha mandati. Forse sono solo qui di passaggio.

– Non sei stata te, allora?

– Non ho questi poteri magici – disse lei sorridendo. -Ti stavo preparando la colazione, prima di portarti dalla nonna, come potevo farli venire.

– C‘è stato un incanto allora, … stanotte?!

– Non lo so, amore mio, ma sono davvero belli.

-Non ci vado dalla nonna oggi, preferisco guardare i pesciolini colorati insieme a Gina.

– Come si fa, io devo andare al lavoro. Non posso lasciarti solo.

– C’è Gina, con me.

– Sì, ma non posso lasciarti solo.

– Io voglio giocarci con questi pesciolini colorati, perché sono venuti a trovarmi.

– La nonna ti porterà ai giardini, dove ci sono i tuoi amici. Forse su quegli alberi sono arrivati dei pesciolini colorati. In questo nostro mondo c’è sempre una festa da dedicare al ricordo di qualcosa, chissà se oggi riguarda un po’ anche i pesci che volano.

– Anche quelli colorati?

– Sì, certo. Sono tutti usciti dal mare, in questo giorno di festa.

– Anche da quel mare dove andiamo noi a fare il bagno?

– Ci divertiamo al mare, non è così?

– Sì, mamma. Quando ci andiamo? 

– Fra non molto, Andrea.

– Se ci andiamo adesso, vediamo anche lì i pesciolini colorati che volano!

– Non è ancora arrivato il momento. Mancano poche settimane, ma ancora devi avere pazienza. Intanto adesso andiamo a casa dei nonni, e quando sei lì, puoi sempre disegnarli questi tuoi pescetti. A casa dei nonni hai pennarelli, fogli, le matite a cera: tutto quello che ci vuole per fare dei bellissimi disegni. Poi li regalerai al babbo, … stasera, … quando rientra dal lavoro.

– Ci sono stato anche ieri a giocare con i bambini. Sono montato sull’altalena, sul cavallo a dondolo, sul girello, sul castello di legno. Ho fatto le corse e poi alla guerra.

– E non ti è piaciuto?

– Sì, tanto… mamma cara. Tanto così!!!

Andrea allargò le braccia ridendo e saltando davanti alla finestra illuminata dal sole del mattino.

– Tanto così!!!

– Ora che la scuola materna è finita, con i nuovi amici del giardino puoi giocarci oggi, … e anche domani. Fino a quando non andiamo al mare.

– Ma quando partiamo al mare, mamma?

– Te l’ho spiegato prima: molto presto.

– Molto presto quando?

– Non posso fare il gioco dei perché Andrea, bevi il latte e mangia qualche biscotto. Poi vestiti, … che si sta facendo molto tardi.

– Io però mi sono alzato da solo, e ho visto i pesciolini colorati.

– Si lo so, e sei stato bravissimo. Ti meriti un bacio con lo schiocco.

Marta lo alzò di peso per avvicinarlo al volto. Lui le gettò le braccia al collo e la strinse forte. Lei sorrise, quasi non potendo trattenere la gioia per la dolcezza che sprigionava quel gesto.

– Ti voglio bene, mammona. Tanto, tanto benissimo.

– Anch’io, amore mio – lei disse sorridendo.

Cercava di fuggire da tutta quella tenerezza che suo figlio le trasmetteva, anche per non ritardare troppo l’ora di uscita da casa. Guardando fuori dalla finestra vide tutto quel brillio tra le foglie e si mise a ridere così forte che anche Gina la gatta si riscosse.

– Dio com’è bello! Sembrano dei coriandoli di luce che una magia fa scendere dall’alto.

– Sono belli, questi pesciolini, non è vero? – Chiese Andrea.

– Sei un bambino fortunato, Andrea, te lo posso giurare.

Uscirono di corsa perché ormai si era fatto tardi sul serio. Nel viaggio in auto Andrea sentiva il fastidio del sole di luglio che filtrava dai vetri della macchina e sua madre, nell’intenso traffico della città, non poteva distrarsi dalla guida. Cominciò a lamentarsi lanciando degli strilli, prima piccoli, a intervalli di qualche secondo, poi più brevi e continui, con un tono di voce più alto che a lei sembrava una nenia.

– Andrea smetti, siamo già arrivati a casa dei nonni. Così il sole non ti darà più fastidio.

– Mi brucica gli occhi, mamma. Chiudi. Mi brucica… gli occhi.

– Cosa chiudo, amore mio? … Resisti, che stiamo arrivando dai nonni.

Sua madre la stava aspettando sotto casa e Marta, mentre lo scioglieva dal seggiolino, lo baciò e si fece abbracciare. Una stretta forte e tenera al tempo stesso.

– Passo a prenderti stasera. Mi raccomando, non farli arrabbiare, …i nonni. Obbedisci, se ti dicono di fare qualcosa.

– Il nonno dov’è? – chiese Andrea alla nonna.

– Il nonno ti sta aspettando al giardino. Ha portato con se il tuo triciclo, è lì che ti aspetta.

Marta aveva detto a sua madre che si sarebbero sentiti al cellulare sul programma della giornata di Andrea. Era tardi e doveva andare per forza; più tardi di tutti gli altri giorni perché si era messa a fissare con Andrea una nuvola di pesciolini colorati che aveva invaso la chioma del loro nespolo giapponese. Sua madre ridendo le aveva domandato se per caso non stava impazzendo.

– Mamma, ho fretta, dai, … non dire stupidaggini. Qualcosa c’era sul serio, sul nostro albero. È lì che stava fissando anche Gina.

Marta ridendo le aveva passato lo zainetto di Andrea.

– Allora se li ha fissati anche la gatta, non c’è argomento che tenga: stai entrando nella sfera dei santi.

– Sì, in un volo improvvisato: … andata e ritorno. Per sapere come fare durante il giorno con Andrea, ci sentiamo più tardi su whatsapp… A pranzo però non fargli le patate fritte, mi raccomando. Negli ultimi tempi gli fai mangiare solo porcherie.

– Andrea le mangia volentieri.

– Come no!

– Non è vero Andrea, che le mangi volentieri?

– Sì, nonna, le mangio volentieri insieme alla salsiccia.

– Visto te, che bella dieta, salutifera!

– Almeno da noi mangia tutto quello che c’è nel piatto.

– Ho detto niente patate fritte, va bene?!

– Te lo faresti campare d’aria, invece un bambino deve crescere mangiando di tutto.

– E te oggi di contorno gli salti in padella due zucchine.

– No, la zucchina no. Non la mangio neanche a scuola! – Urla Andrea arrabbiato.

– Allora un’insalata, d’accordo?

– D’accordo, gli condisco due foglie d’insalata.

– Andrea, nello zainetto hai la banana, dei biscotti, … un paio di succhi di frutta alla pera.

– Semmai per merenda preparo una fetta di pane con il pomodoro stropicciato. Non è vero, Andrea, che ti piace il pane con il pomodoro?

– Sì, nonna, … mi piace proprio.

A Marta dava fastidio vivere in modo così frenetico il rapporto con Andrea e con tutti coloro che lo guardavano durante la giornata, fosse sua madre o la figlia di una sua intima amica che chiamava a fare la babysitter se i genitori erano malati o avevano degli impegni.  Sembrava che suo figlio fosse diventato tutto a un tratto un oggetto da parcheggiare da un posto all’altro in attesa del suo ritorno, e in tutti questi spostamenti ormai il bambino, a poco più di quattro anni, aveva già preso i ritmi di una persona inserita nel meccanismo produttivo. Pensare in questi termini la intristiva da morire. Tristezza più del solito perché non c’era confronto con la gioia che aveva provato nel farlo nascere, e non c’era confronto con la gioia che provava nel vederlo crescere e giocare con lei. Osservare il cambiamento che avveniva di settimana in settimana, di giorno in giorno, di ora in ora, nei suoi modi di fare, e nelle domande che le faceva, e nella voglia che aveva di restare con lei. Le venne l’impulso di girare la macchina e di tornare a prenderlo, di non andare a lavorare per una volta ma di dedicarsi ad ammirare insieme l’invenzione del branco di pesciolini colorati che nuotavano tra le foglie del nespolo giapponese che faceva ombra in giardino. Dopo tutta quella meraviglia avrebbero giocato con tanta dolcezza a farsi il solletico e a stringersi forte forte e a rotolarsi sull’erba. Poi forse avrebbero dormito, e poi forse avrebbero di nuovo giocato insieme a qualcosa. L’uscita improvvisa di una macchina da un incrocio la fece tornare in se, frenò bruscamente, quel tanto da schivarla, e poi accellerò per recarsi al lavoro.

La giornata in ufficio gli era sembrata più faticosa del solito perché non si era mai staccata dall’idea di avere lì vicino a sé il suo Andrea. Tutte le informazioni che le chiedevano i suoi colleghi di lavoro la innervosivano. Tentava di essere gentile e disponibile come sempre, ma il ritmo convulso in cui le entravano in ufficio per porle dei quesiti la costringeva a continue variazioni nei suoi pensieri più intimi che, purtroppo, quel giorno non riusciva a scrollarsi di dosso.

In pausa pranzo, anziché finire con i colleghi di lavoro nel solito ristorante che accettava i ticket restaurant, aveva deciso di restare da sola e di farsi una passeggiata. Si era presa un bellissimo gelato ai gusti di pistacchio e fragola, e mangiandolo lentamente aveva cominciato a camminare, non allontanandosi troppo dal suo ufficio, ma anche senza porsi nessuna meta. In fondo era una bella giornata e lei stava attraversando un parco pubblico con tanti alberi, proprio come quello in cui il suo Andrea aveva giocato con gli altri bambini tutta la mattina. Nel giardino c’era tanta ombra perché gli alberi erano grandi e folti, e si sentiva spesso il frinire di una cicala che quasi riusciva ad allontanare il frastuono del traffico che lo circondava. Si fermò ad una bancherella dei libri usati, nel reparto dedicato a quelli per l’infanzia. Cominciò a sfogliarne uno con tanti disegni di animali buffi che non esistevano nella realtà, poi ne sfogliò uno che aveva in copertina il disegno di un bambino con la maglietta a righe blu e bianche e i calzoncini corti. Era scritto a parole grandissime, e in ogni pagina c’era il bambino che sul basso osservava la frase. Tutto a un tratto però il suo sguardo fu colpito dalla copertina lucida di un libro nascosto tra gli altri, del quale spuntava poco più che un triangolo. Fu colpita da quel verde così intenso della chioma dell’albero e dall’infinità di puntini colorati che lo accerchiavano come una nuvola. Lo estrasse da sotto gli altri libri e vide che quei puntini erano tanti piccoli uccellini che facevano come un’aureola intorno alla chioma. Il libro non aveva titolo e non aveva il nome di un autore. Era così anonimo, nonostante fosse così vivo e pieno di colore, nonostante le facesse ricordare la scoperta di suo figlio che aveva fatto quella mattina dei pesciolini sull’albero del loro giardino. Nell’attimo stesso in cui lo aprì spuntò fuori dal libro un albero di carta e due o tre piccoli uccellini che svolazzavano legati a un sottile filo di ferro. Il verde delle foglie era smeraldino ed aumentava la confusione con tutti gli altri uccellini dai mille colori. Disponeva proprio a lasciarsi andare a una sensazione di quiete. Così Marta emise un gemito pieno di meraviglia, incantata e sorpresa si lasciò catturare da quella sensazione. Sulla chioma poi apparivano alcune linguette di carta che nel tirarle facevano sbucare fuori altri uccellini nascosti nella chioma colorata. Ogni linguetta aveva all’estremità una freccia e tirandola appariva una sorpresa sempre più bella. Era un bellissimo libro pop up, così decise di acquistarlo e di farlo vedere la sera ad Andrea, prima di metterlo a letto. Il libro non aveva altre pagine se non quelle due che aprendosi formavano l’albero.

La mattina era stata davvero pesante, un po’ per la stanchezza che si era portata dietro dall’uscita frettolosa da casa, un po’ per l’ennesima sfiancante discussione avuta con un paio di colleghi che organizzavano la produzione, con i quali, da quando aveva la responsabilità del reparto rifinitura degli abiti, non riusciva proprio a legare, a trovarsi in sintonia su qualcosa. Il pomeriggio in ufficio invece era trascorso come per incanto. Due o tre telefonate, una riunione, il visto su alcune fatture da inoltrare in ragioneria per autorizzarne il pagamento, la scrittura di almeno tre lettere commerciali e già era ora di uscire. Le restava molto da fare ancora, ma quel pomeriggio non ne aveva voglia. Intanto non sarebbe mai riuscita a mettersi in pari. Sorrise parlando a suo figlio dal cellulare mentre lo andava a prendere al giardino dove i nonni la stavano aspettando. Com’è bella la voce del mio bambino, pensò Marta. Anche da lontano, ti sembra sempre di averlo lì accanto. E’ come se ci fosse una musica dietro a quella voce, la musica di un pianoforte, che ha un ridondo e ti entra dentro. Sospirò, perché in fondo quando riusciva a pensare, a provare qualcosa così intensamente, si sentiva libera e positiva verso la vita. Sospirò perché in fondo era come appagata, nonostante il correre dietro spesso a cose di poca importanza.

Il padre di Andrea sarebbe rientrato molto tardi perché doveva completare il servizio fotografico di un dépliant commerciale, sicché Marta e Andrea mangiarono in fretta. Marta aveva promesso a Paolo che lo avrebbero aspettato entrambi, prima di andare a letto. Così mentre lei riponeva i piatti della cena nella lavastoviglie, Andrea si era messo a guardare un cartone animato di Braccio di Ferro alla Tv. Si era seduto per terra, sul tappeto davanti alla televisione, a aveva incrociato le gambe e mandato il busto all’indietro mantenendosi in equilibrio sulle braccia. Il cartone animato lo faceva ridere come un pazzo perché Braccio di Ferro e Bruto si davano pugni, calci, e urlavano; e poi c’era la voce gracchiante di Braccio di Ferro e lo strillino acuto di Olivia. Marta si sedette sul divano, accanto a suo figlio. Aspettò la fine del cartone animato e poi gli mostrò il pop up comprato alla bancherella il pomeriggio.

– Guarda Andrea cosa ti ho portato?

Lui passò la mano sulla copertina lucida senza dire una parola.

– Non è bello? – gli chiese Marta.

Andrea lo guardava incuriosito, senza fare commenti.

– Come vedi ci sono degli uccellini che girano intorno alla chioma come i tuoi pescetti di stamani.

– Sì – disse di nuovo Andrea, continuando a fissare meravigliato quella copertina.

– E’ stata una sorpresa per me, trovarlo in mezzo a tanti altri libri per bambini.

– E sono brillati – disse Andrea, – gli uccellini… sono brillati.

– Prova però ad aprirlo.

Il bambino sgranò gli occhi quando vide salire l’albero tra le due pagine del libro e muoversi quegli uccellini legati a un sottile filo di ferro.

– Oh!… – esclamò serio. – … Oooh!

Sua madre gli fece notare le linguette di carta, così Andrea restò come di sasso a guardare gli uccellini colorati che spuntavano fuori dai taglietti trasversali che apparivano appena in superficie dalla chioma colorata di verde smeraldo. Fece un sorriso, di quelli estasiati, senza emettere suoni o rumori. Tirò a sé un’altra di quelle linguette di carta, un’altra e poi un’altra ancora. La chioma dell’albero stava entrando in una confusione totale. Uccellini azzurri, rossi, celesti e arancio, viola, giallo splendenti, che lui faceva tremolare carezzando con un dito il sottile filo metallico. E lui rideva aprendo appena appena le labbra, con tutti quei piccoli volatili sospesi ad un sottile filo di ferro che non facevano altro che dondolare ogni volta ne spuntava uno di nuovo.

– E’ buffo vero, cosa sono riuscita a trovare per il mio bambino? – disse Marta.

– Sì – disse Andrea, continuando a restare sospeso in quell’espressione di dormiveglia incantato.

– E’ stata una scoperta che non mi sarei mai immaginata di fare, però sono molto felice di averti trovato questo librino.

Lui le posò una manina sul braccio, senza dire una parola. Marta si era appoggiata sulle ginocchia il libro aperto e gli uccellini sospesi intorno a l’albero oscillavano come in volo. Andrea li toccava con un dito, delicatamente, e restava in silenzio ad osservare il loro movimento. Marta ogni tanto si faceva prendere da un lungo sospiro seguito dallo sbadiglio. Ad un certo punto sul suo cervello, la sera vinceva la stanchezza.

Paolo al rientro si mise subito a giocare con loro. Aveva già mangiato e quindi partecipò felicemente al loro gioco. Fece una carezza sui riccioli neri di Andrea, poi gli appoggiò protettivamente la mano sulla spalla. Marta gli spiegò quello che era accaduto al mattino sul loro nespolo giapponese, e come aveva trovato quel librettino anonimo alla bancarella dei libri nel parco. L’albero era davvero bello, i colori acquerellati accentuavano la sensazione di movimento dell’intera scena, e la lucentezza della plastificazione faceva risaltare le luci e le ombre creando una vivacità incredibile.

– Visto che non ha un nome, l’autore può essere anche un artista famoso…

– Perché no un bambino? – chiese Marta ridendo, per rispondere a Paolo.

Andrea però non riusciva a distogliere gli occhi dal libro.

– E’ ora di andare a letto – disse Marta.

– Fammi restare ancora un po’, mamma.

– Porta con te il libro se vuoi, ma dobbiamo andare, altrimenti la mattina non riesci ad alzarti.

Gli fece un bagnetto veloce e lo cambiò per la notte, poi si adagiò sul letto insieme a lui.

– Ci saranno anche domani i pesciolini, quando mi sveglio?

– Non lo so Andrea. Ogni giorno è diverso, dipende da come si sveglierà il sole.

– Ma ci saranno?

– A volte c’è una nuvola che l’oscura, a volte piove o sta per piovere. Altre volte tira vento. Non si sa mai, non si sa, … cosa ci risponda il sole al risveglio.

– Ma io li voglio, mamma, i pesciolini che volano sull’albero.

– Ma sì, ci saranno anche domani. Quasi certamente – disse Paolo.

– Non dire così – lo rimproverò Marta.

– Che ho detto di male?

– Niente. Non hai detto niente di male. Fai solo in modo di semplificare le cose, tutto qui.

– E tu cerchi di complicarle.

– Non è assolutamente vero!

– Sì, invece…

– Ci parlo e ci gioco, con Andrea, … mentre tu non vedi che il momento di verificare al computer le foto che hai fatto in giornata.

– Ecco, … la tua canzone. Lo sai, non basta scattare le foto, devo scaricarle sul pc e poi scegliere quelle da passare al grafico.

– Lascia stare, non è il momento.

– Prima o poi ne dovremo parlare – disse Paolo.

– Sì, ma non adesso.

– Io ho questo rapporto con il lavoro.

Era così stanca che finì per appisolarsi prima di suo figlio. Si era lasciata vincere dalla stanchezza, liberando la mente da ogni sorta di pensiero. Quando Andrea aveva iniziato a saltellare sul letto lei si era messa in un primo momento a ridere nel sonno. Aveva sentito una canzoncina che veniva dalla sua dolce voce, ma sinceramente credeva di star sognando e si lasciò trasportare da quella musica.

– A letto, tesorino mio… Ora devi dormire.

Anche Paolo lo incoraggio: – Sì, è vero. Andrea, adesso si va a letto.

Lui non disse niente, chiuse gli occhi e si addormentò all’istante, come obbedendo a un comando. Nel riordinare la stanza Marta raccolse dal tappeto verde una minuscola piuma uscita dopo che avevano strapazzato per gioco qualche cuscino che si trovava nella stanza. La sollevò per mostrarla anche a suo marito. Entrambi si misero a ridere e a scuotere la testa. Con un soffio divertito Marta la fece volteggiare, poi la riprese al volo, alzò delicatamente la copertina del pop up e ve la fece scivolare dentro.

– Prima di guardare le foto mi faccio un caffè, per tenermi sveglio – disse Paolo. – Lo vuoi anche te?

– No, è meglio se vado a dormire. Sono stanchissima.

Chiuse la finestra e spense la luce.

Andrea dormiva di un sonno profondo. Così come dormiva il loro giardino, e sotto il chiarore della luna si era assopita anche la coppia di merli che aveva nidificato sopra il nespolo giapponese.

                                                           Angelo Australi maggio 2026

il tricheco è un disegno di Yuri Pellari

Lamento per la politica ridotta a propaganda

cronache dalla periferia

di Ennio Abate

Leggo e rileggo sulle pagine FB di Andrea Arosio e di Andrea Brunello interventi e commenti sulle «politiche giovanili» e sulle «politiche della sicurezza» a Cologno.

La discussione è bloccata in un braccio di ferro(inevitabile) tra chi sostiene che «le politiche giovanili non possono convivere con una linea securitaria» (Morris) e chi nega che a Cologno vi sia «una stretta securitaria»(Arosio). Tra chi critica gli «sceriffi a Cologno Monzese» (Brunello) o il «divieto di consumare bevande alcoliche nei parchi» (Cambia) e chi giustifica (Arosio). Tra chi ricorda che «non solo i giovani delinquono» (Zemella) e chi è convinto che «i giovani[…] sono cambiati in peggio » (Meroni), mentre – par di capire – gli adulti sarebbero sempre gli stessi o migliori.
Che disperazione.

Chiedo ai promotori della Consulta Giovani: ma quali sono i bisogni dei giovani di Cologno. La Consulta Giovani li conosce, li ha indagati? [1] Nessuna risposta. Figuriamoci se gli chiedessi: e perché pensare ad uno spazio solo per i giovani e senza gli anziani? Se poi proponessi – l’ho fatto da decenni – un’inchiesta sulla condizione sociale a Cologno, perché la città è cambiata e non la conosciamo, la risposta è: “macché, volete fare gli intellettuali?parlare dei “massimi sistemi”? Noi siamo pragmatici!”

E i “pragmatici” vivacchiano a Villa Casati con la loro visione stereotipata dei giovani (“vogliono solo divertirsi e facciamoli divertire ma nei nostri “spazi giovani” ) e degli anziani (“non vogliono essere disturbati di sera da chi fa baldoria e bisogna accontentarli e convincerli che noi pensiamo alla loro sicurezza”). Propaganda e strizzatine d’occhio.

Ma pensiamo al “bubbone” del caso Brasacchio nel centro destra e al “foruncolo” diventato pur esso “bubbone” del caso Morsilli- Cetrullo nel centro sinistra. C’è da mettersi le mani nei capelli: per le reticenze, i silenzi, le “spiegazioni” da arrampicatori sugli specchi.

E ancora. Avete provato a seguire (magari on line) uno solo dei consigli comunali? Soltanto io li trovo smorti, ingessati e a volte pomposamente teatrali? E sbaglio a dire che la pubblicità autoriferita delle iniziative pubbliche del sindaco e dei vari assessori (ovviamente di questa e della precedente giunta Rocchi) è fastidiosa, tronfia e a volte infantile?

Infine, avete provato a ragionare con l’assessora alla Cultura o con il segretario cittadino del PD di storia recente (cioè sugli anni ’70 ridotti con disinvoltura dall’Amministrazione a “anni di piombo”)? Io sì. [2] O non rispondono o, se lo fanno, ad un certo punto non rispondono più.

Dove sono a Cologno le energie per pensare non dico alla costruzione di una nuova polis, ma onestamente e non propagandisticamente? Non si sa. Forse non si uscirà mai dalla colognosità.

Non resta che criticare? E critichiamo.

Note
[1] https://www.facebook.com/groups/colognom/posts/7368253243278618?locale=it_IT
[2]
https://www.facebook.com/loredana.manzi.121/posts/pfbid02VR6ELQk7YBb9weE2DNU2aEp1gu9HBvfBRmC5ZkKzsMvxcq5tt87tsCTAMLuJYQDDl?locale=it_IT

https://www.facebook.com/groups/colognom/posts/26595233816820606?locale=it_IT

APPENDICE

UN GIOVANE DI COLOGNO: D. G.
Riordinadiario

28 aprile 1992

Uno dei milioni di ragazzi di periferia. Viveva il suo periodo di odio e di onnipotenza. Il suo sogno di diventare aviatore dove se l’era costruito? Come aveva fatto a costruirselo? Eppure è dallo squallore della vita in famiglia che vengono concimati i sogni più vaghi. È nei cessi, nelle stanzette di mobili in serie che disteso sul letto, in pomeriggi afosi o in serate nebbiose, senza voglia di fare i compiti di scuola che lui abbozzò il suo sogno. E lo abbelli e se lo tenne a lungo segreto, senza preoccuparsi dell’imminente bocciatura.
Poi un giorno si decise e passò direttamente dal sogno al tentativo di prepararsi – da privatista – per conquistarsi quel diploma di tecnico aeronautico. S’informò presso una scuola privata. Gli diedero i programmi e si costrinse a diventare una macchinetta per superare l’esame.
Mandò a memoria quello che poteva da solo. Si pagò un prof per farsi dare delle lezioni private in italiano e in storia, dove si sentiva impreparato.
Inutilmente il prof cercò di frenarlo, di rallentarlo, di farsi guardare negli occhi, di mostrargli qualcosa del resto del mondo.
D. disprezzava il padre morto, che era stato lui pure prof e che in classe – si diceva – picchiasse i ragazzi senza che qualcuno osasse denunciarlo; il fratello maggiore, studente in ingegneria e – di domenica mattina – solerte testimone di Geova; la madre, che lui accusava di preferirgli il fratello. Disprezzava le ragazze “tutte sceme”. E i coetanei che volevano “solo divertirsi”. E anche i versi della Commedia di Dante, che cercava di inghiottire giù, a memoria, senza capire cosa significassero e a cosa potessero servirgli.
L’esame gli andò male. Allora l’odio si concentrò sul fratello e sulla madre. Restava fuori casa più che poteva. Trovò per alcuni mesi un lavoro di pony-express. Andava in moto per le strade trafficate di Milano ubriacandosi di smog e scarichi di benzina.
Di tanto in tanto, inaspettatamente, si ripresentava a casa del prof che gli aveva dato lezioni di italiano e storia.
Parlava sempre in modo meccanico. Raccontava alcune delle sue ultime disavventure. La voce gli si strozzava. Il corpo s’irrigidiva appena il discorso sfiorava fratello e madre: “con quelli là io non ci parlo e non ne voglio parlare”. Si convinse a riscriversi al serale. Non voleva, però, che madre e fratello sapessero che, prima di deciderlo, si era consultato col prof.

20 maggio 1993

Cologno. D. G.

E. F., mio vicino, ieri sera mi ha dato la notizia attendibile che D. è morto. In strada, mentre faceva acrobazie sul motorino incitato da altri giovani. È caduto a testa indietro e un camion che sopravveniva l’ha travolto. La sua autodistruttività. Ricordo l’ultima visita. Se n’era andato, infastidito dai miei richiami alla realtà e dalla bruschezza con cui avevo cercato di fargli intendere la gravità del suo stato psichico. Mi aveva detto che non si sarebbe più fatto vedere.

Bolle di sapone

di lorenzo merlo ekarrrt – 240126

Escursione tra le bolle leggendarie in cui poniamo le nostre verità.

Nella silenziosa ma permanente e determinata ricerca della verità, costruiamo architetture d’ogni tipo che la sostenga. Ma forse è meglio chiamarle ragnatele con le quali catturare il nostro insetto, cibo per il sostentamento della propria biografia. In ogni caso, si tratta sempre di congetture autoreferenziali, scienza inclusa. Le servo-strutture più convincenti sono quelle razionalmente strutturate, logicamente stringenti, eloquentemente descritte e autorevolmente comunicate.
Più o meno tutti, quantomeno a rotazione, cerchiamo di rispettare tale modello che, in senso lato, si potrebbe definire scientifico. Infatti, appena cogliamo la contraddizione nell’altro, non esitiamo a screditarlo, nullificando il valore e la ragione del suo discorso verso la verità.

Tra gli elementi prima elencati – razionalità, logica, eloquenza, autorevolezza – strano a dirsi – il più necessario all’affermazione della verità è l’ultimo, l’autorevolezza.
A questo proposito è sostanzialmente esaustivo, tanto da fare scuola, il noto “l’ha detto il telegiornale”. Storico e innocente – ma psicologicamente universale – sostegno a sé stessi attraverso l’accredito conferito alla fonte. In esso, chi può permetterselo, ravvisa la vera natura della magia. Null’altro che correnti energetiche, la cui condensazione in nodi, gorghi, contrasti e flussi genera la realtà della storia.
L’aveva sostanzialmente già detto Marshall Mcluhan, ma pare non abbia fatto breccia nella cultura. Il suo “il medium è il messaggio” alludeva al potere magico della fonte, nei confronti di coloro che ne dipendono. Con l’accredito, infatti, l’oracolo è efficace e il miracolo è possibile. Per riconoscere in che termini lo siano, non è qui opportuno portare l’attenzione agli storpi che si alzano e camminano e neppure su Mino Damato – o altri come lui – che passeggia sulle braci. Lo è invece osservare come ogni nostro cambiamento avviene nel momento in cui ciò che avevamo respinto o mai incontrato entra in noi offrendoci prospettive prima sconosciute, modificando la struttura dell’io e generando bolle dedicate alle nuove verità vantate.
Ogni nuova consapevolezza ha la natura del miracolo. Viceversa, senza il tributo dell’accredito, le parole di un’affermazione, per erudita e scientificamente inappuntabile, passano via come il vento sulle orecchie.

Ma tutto ciò, oltre che la verità, riguarda la comunicazione. “La verità sta nel discorso” (Foucault) è una formula che contiene l’universo psicologico della costituzione delle idee – delle quali ci riteniamo i detentori dei diritti – la cui forza è di tipo mongolico, rispetto alle aste e ai cerchietti della prima elementare a disposizione della razionalità, sfacciato strumento che con la sua boriosa bolla ci ha incantati, tanto d’averci convinti che ci avrebbe condotti alla conoscenza.
Non è dunque un caso che, nonostante la supremazia che siamo soliti attribuire alla razionalità, questa vacilli e crolli sotto il peso di un potere ben più forte, sempre intelligentemente (sic) disprezzato. Mi riferisco alla devastante portata della nostra biografia. Un’entità per lo più tralasciata, quasi non avesse diritto di parola, né carico di pretese. Anch’essa è una struttura autoreferenziale sostenuta e picchettata con tutto quello che troviamo per il mondo, arbitrariamente raccolto se torna utile al suo sostentamento. Per alcuni di noi fino alla sua ipertrofia.

Ed eccoci al punto. Se la propria biografia, quella psico-cosmogonia magicamente contenuta nella parola io, regolarmente impiegata per costruire, a nostro e altrui servizio, l’immagine di noi stessi con cui presenziare nel mondo e riempirlo di realtà, ha natura autoreferenziale, come è possibile che tutte le sue espressioni non lo siano?
In sostanza, da qualunque punto dell’architettura o della ragnatela traguardiamo il mondo, è come se ci muovessimo entro bolle di sapone – bolle, cioè sfere, cioè perfezione – certi che tutto il loro contenuto abbia a che vedere con la verità. Ma cosa ancor più interessante, non vediamo le bolle di sapone dentro le quali alloggiano gli altri e, comunque, quando questo accade non siamo disponibili alla pari dignità, ma del tutto inclini a, se necessario, sguainare la spada, lo spillo con cui far scoppiare le bolle altrui, “certamente” – ci diciamo – “inferiori alla nostra”. E anche la bugia, pompa per gonfiare la bolla, torna utile al proprio sostegno, alla propria vanità. E tutto ciò senza lo spunto per osservare quelle in cui siamo entrati e usciti, per poi improvvisamente ricordarcene, lasciandoci attoniti a chiederci come avevamo potuto pensare e fare in quel modo ora rinnegato; senza il necessario per mutuare l’indulgenza che abbiamo applicato a noi stessi, nei confronti delle bolle per noi inaccettabili in cui soggiorna il prossimo.

Siamo fatti della stessa mescolanza in percentuali variabili di sentimenti, emozioni, bisogni, esigenze, morali, gradienti di doti, difetti e sensibilità varie.
Una macedonia che ci fa diversi e identici – ma vale anche per culture ed epoche – secondo il frullatore delle circostanze di breve e lunga durata. Ciò dovrebbe indurci ad una politica di reciprocità, nella quale cessare di credersi padroni di noi stessi, di impiegare il giudizio, che separa dal prossimo e impone reazioni meccaniche, obbligandoci a restare prigionieri della nostra ragnatela, di constatare che siamo tutti assassini e santi, anarchici e magistrati, vittime e carnefici, solo in funzione della mescolanza accaduta in noi.
Ogni giudizio, ovvero ogni descrizione del mondo che abbiamo in osservazione, richiede la bolla che ne permetta/imponga l’esistenza.
Ogni bolla rappresenta la necessità dell’osservatore e la descrizione dell’osservato, e quindi, anche la verità che osservato e osservatore sono la diade di un solo corpo. Verità peraltro invisa dalle pretese della scienza analitico-materialista – quella dell’osservazione oggettiva del mondo – tutta esistente e contenuta a sua volta, solo e soltanto, nella sua propria bolla parziale e autoreferenziale.
Al di fuori di essa si può incontrare quella della fisica quantistica, una specie di allegoria delle relazioni umane o dei campi aperti, nei quali, ogni bolla, affermazione, scelta, eccetera, è rappresentabile dal collasso della funzione d’onda, in cui l’energia (onda) decanta in realtà materiale, concreta, sensibile.
In pratica, ogni struttura di idee, convinzioni, abitudini, criteri, governi, politiche, filosofie e saperi poggia su una base totalmente autoreferenziale, che diviene verità condivisibile ogni qualvolta si cade nel potere magico del discorso che le esprime.
Prendi l’origine della vita o dell’evoluzione darwiniana delle specie per esempio o anche quella della dimensione dell’universo o del suo incomincio. Tutte fandonie autoreferenziali, pretese a carico dell’idea illuminista che si possa conoscere la verità a mezzo della dimensione logico-razionale.
Pretese soddisfate, a dire il vero, in due occasioni: la prima, se l’unità di tempo con le quali le prendiamo in considerazione è quanto più ristretta, ma del tutto fasulle quando la dilatiamo oltre il momento, oltre la vita individuale, oltre l’epoca storica, oltre l’antopocentrismo; la seconda quando la verità riguarda un campo chiuso, un contesto limitato e condiviso da chi lo osserva.
Se ad ogni bolla corrisponde una verità, che può vivere al suo interno, si deve giungere ad una bolla entro cui la domanda centrale non è vera o no, ma in che termini lo è, in che termini quella bolla, affermazione, scelta, posizione, idea, convinzione, fede, eccetera ha potuto assurgere all’esistenza? Così facendo la conoscenza degli uomini si amplierebbe e, con essa, il rischio di pacifiche relazioni. Per quanto frequente, c’è soltanto una categoria di contesti in cui il criterio della bolla giusta e/o sbagliata può sussistere. Si tratta di situazioni cosiddette chiuse, ovvero delimitate da regole, linguaggio e sue accezioni note e condivise da coloro che si trovano al suo interno. Chi è alla guida di un mezzo, necessariamente ha conoscenza e ha sottoscritto le regole del codice della strada. Per qualsivoglia (bolla sbagliata in cui ci troviamo), compiamo un’infrazione, sappiamo che la bolla giusta del regolamento ci comporterà un provvedimento. L’aritmetica, qualunque gioco, dagli scacchi, al ping pong, al lancio di un missile sono esempi di contesti chiusi in cui la bolla del criterio del vero del falso hanno ragione d’essere.

Abusi razionalisti di potere in pericoloso equilibrio, in quanto obbligati a vivere sul filo della necessità di meccanizzazione dell’uomo, del mondo, della realtà, del sapere, di tutto. Un fatto eclatante, che normalmente passa sotto silenzio, al positivistico fine di mantenere in vita l’autobiografica convinzione del perseguimento della conoscenza. Nient’altro che una leggenda nella quale ci accomodiamo e prendiamo posto accondiscendendo – sebbene inconsapevolmente – al rispetto del regolamento vigente al suo interno, che crediamo essere il solo, l’unico, il tutto. “È un attimo farsi abbagliare dall’ultima invenzione, scambiando una subdola prigione dell’essere per un orizzonte di eternità”. (1)

Qualunque sapere cognitivo ha tali caratteristiche. Per acquisirlo e vederne la verità che afferma, basta imparare l’alfabeto con cui è stato scritto e raccontato. Una serie di segni la cui semantica diviene esplicita solo dopo averne acquisito e condiviso il significato. Più autoreferenziale di così!

E allora? Ci buttiamo dalla finestra? Ci tuffiamo nel nichilismo prima che questo ci divori da dentro? No! L’antidoto alla destabilizzazione dovuta alla presa di coscienza di tali arroganze di conoscenza umana – origine di tutti i conflitti, abusi e soprusi – è duplice. Da un lato consiste nella consapevolezza delle fragili, cangianti, replicanti e volatili bolle di sapone entro cui creiamo e custodiamo il nostro avido e pidocchioso sapere, dall’altro che soltanto a mezzo di successive consapevolezze possiamo spogliarci dall’architettura che ci siamo costruiti intorno e constatare che la conoscenza è già in noi, che l’io e un parassita idrovoro delle energie, che viviamo sotto la cappa logico-razionale nella quale comprimiamo l’infinito che siamo, mortificando così la nostra creatività fino a ridurla ad aste e cerchietti.
È così che avviene l’impensato. La lucidità che distingue l’artefatto, lo storico, l’imbroglio, dal perenne, dall’universale, dalla Verità. È così che possiamo trovare la strada del benessere, dell’armonia, della salute, del sé e lasciare quella sulla quale ci ha spinti la scuola dei saperi specializzati, della scienza analitica, la cultura razionalista, la logica della competizione, lo strapotere della mercificazione di tutto, anche di noi stessi.
Una via con un cuore lungo la quale, tutti saperi divengono semplici strumenti di vita al pari di un rastrello, necessario per radunare il fieno in covoni, che ha il suo diritto d’essere verità, solo dopo lo sfalcio del pascolo, per poi essere posato e divenire inutile. Su quella via si ridimensionano le bolle e i saperi e si trova tutta la conoscenza, che sta in una sola parola. Che non è scienza, che non è cognitiva né etica, ma estetica. Amore.

Note
(1) https://www.ereticamente.net/tra-archetipi-e-algoritmi-il-mito-delleterno-ritorno-rita-remagnino/

Roberto Bugliani

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Sull’onnipotenza

di Paolo Di Marco

Quando faccio vibrare l’enorme calotta di plasma, investendola con successioni di frequenze che ne amplificano l’oscillazione a livelli insostenibili, fino all’istante della sua trasformazione in un solo punto di energia infinita; quando dopo un attimo di trasecolata incertezza questo punto si espande furiosamente, si coagula in vortici di energia e materia insieme, si espande nuovamente per poi ancora coagularsi in materia vorticante; quando questi vortici perdono abbrivio diventando galassie, e al loro interno stelle, e intorno a queste pianeti, e su alcuni di questi forme senzienti di ogni possibile fattura…quale controllo ho, io creatore, su tutte queste creature?
Nessuno.
Meno di quanto un bimbo che butta un sasso lungo il pendio ha sulla precisa traiettoria della pietra. Chè fra creazione e controllo non c’è solo il caos ma un intero abisso.
È solo un vezzo perverso di qualche buontempone l’attribuire al creatore anche la potenza del controllo.1
Come ben sanno Geoffrey Hinton e Dario Amodei2 che dopo aver creato quella forma indebita e improvvida di elaborazione basata su LLM chiamata AI e dopo essersi impegnati a cercare di trasformarla in più intelligente materia, una AI ‘generale’ capace non solo di imitazione ma anche di un qualche raziocinio, si vedono travolti da una mandria di AI di vario modello che corrono all’impazzata, pungolate all’inizio dal profitto e dalla concorrenza ma poi trascinate in uno stampede inarrestabile indifferente al precipizio di un’economia che vede sparire progressivamente tutto il lavoro ma con esso anche quei salari che ancora alimentano la domanda e quindi dell’economia permettono l’esistenza stessa.3
Ma d’altro canto che le pietre rotolanti si attribuiscano il libero arbitrio solo perchè la loro traiettoria è imprevedibile sembra atto di gratuita superbia: ne sanno qualcosa gli ‘ingegneri del caos’,da Finkelstein a Bannon a Cambridge Analytica che in questo secolo hanno imparato a usare le reti virtuali non per pescare i pesci ma per manipolarli, per creare branchi e poi spingerli volta a volta nella direzione voluta trasformando così elezioni già di per sè truccate in un eterno gioco delle tre carte.
Qualcuno potrebbe pensare che in questo modo si ritorna al libero arbitrio, stavolta solo dei pochi a spese dei tanti, se non si accorgesse che il mare in cui naviga è sì preda di sirene ma che queste a loro volta ondeggiano su flutti caotici; la guerra dei meme che nel secolo scorso aveva visto la vittoria dei cattivi 5 si è trasformata oggi in un oceano privo di correnti certe e di venti portanti, percorso da flutti improvvisi che si alternano ad oniriche calme, totalmente staccato da ogni parvenza di senso esterno, sia esso razionale o sensuale, dove anche le lenze da caos, addestrate alla sola esca della rabbia, si sfilacciano in fretta.
Anzi, nell’ansia di controllare le masse non si accorgono che il pianeta stesso sta velocemente allontanandosi dall’equilibrio e quindi da ogni possibilità di controllo: quando il sasso del bambino ha superato il ciglio non c’è più nulla da fare, chè ogni roccia che urta crea una svolta (li chiamano tipping points, e son tutti intrecciati fra loro..a assai vicini nel tempo).

Se anche al creatore è precluso il controllo, è difficile immaginare che una specie senza neppure la coda possa riuscirci; eppure alcuni imperi umani hanno mostrato notevole resilienza, seppur con un trucco che farebbe storcere il naso ad esseri più sensibili o potenti: riducono la complessità riducendo il numero di dimensioni; così le società umane attraversano fasi dove le relazioni interne di un aggregato hanno un solo parametro: la ricchezza; che a sua volta è misurata da un solo indicatore, il denaro; mentre le relazioni esterne si strutturano intorno ad un aggregato dominante, talvolta fino al livello di assorbimento. Questo rende i percorsi assai più prevedibili -anche se meno interessanti- ma limita le possibilità di scelta e quindi i tipi di evoluzioni, aumentando il rischio di infilarsi in cul-de-sac senza uscita.6
Si sono convinti, e soprattutto hanno convinto tutti, che ci sia una bacchetta magica che può creare ricchezza dal nulla: prima l’oro, poi della carta stampata, poi un quisquilio digitale; e ovviamente piano piano poi sempre più in fretta i più furbi si sono accaparrati tutte le bacchette; che vanno anche furiosamente difese con armi di tutti i tipi. E nel frattempo hanno messo in moto un meccanismo che sembra anch’esso magico: hanno convinto tutti che ogni anno una cosa indistinta ma misurata come denaro chiamata PIL deve sempre aumentare. E se ogni anno aumenta del tot% costante sull’anno precedente la crescita totale delle ricchezze diventa esponenziale.7 Ma anche le risorse consumate seguono lo stesso cammino esponenziale, in un pianeta con risorse finite. Una ricetta perfetta per una catastrofe.
Uno dei difetti probabilmente originali di questi bipedi implumi è la difficoltà a padroneggiare una cosa elementare come le probabilità concatenate.     È evidente come non sia possibile controllare queste sequenze intrecciate, che hanno una causa comune ma poi si sono autonomizzate, non solo, ma con interazioni fra di loro. Occorre osservare che c’è un solo modo per controllare queste catene: usare una dimensione in più (rispetto a quanto si vede nel grafico); e gli umani sono particolarmente deboli a vedere in 4d, non parliamo poi di agire…

Se un dio non può controllare direttamente gli resta una forma di intervento: la punizione.
Non certo per motivi morali, perchè non solo sarebbe stupido pensare ad una coincidenza di valori tra esseri con numero diverso di dimensioni, ma porterebbe inevitabilmente a catastrofi , oltre ad essere alquanto meschino: in fondo gli umani vivono in quello che per loro è l’unico e inevitabilmente il migliore dei mondi, e non si può certo imputare a loro la perdita della specie più promettente, sterminata dal meteorite sepolto nel Golfo del Messico.8
Come in tutto il resto di questo universo l’errore maggiore -qualcuno lo chiamerebbe peccato capitale- è la violazione del principio del cammino minimo, in altri termini uno spreco di energia;
è un principio senza il quale ogni universo andrebbe prima o poi a catafascio e che qualunque creatore decente impara a rispettare fin dall’inizio.
Ma se sono le creature a violarlo allora in qualche modo vanno punite.
Il guaio degli umani è che sono un pò duri di comprendonio: sono andati avanti trentamila anni tranquilli, in equilibrio col pianeta e in cooperazione tra di loro, poi hanno iniziato a volere di più facendo l’agricoltura, e qualcuno più degli altri facendo i re e i sacerdoti; gli equilibri son saltati subito, e guerre e carestie si sono infilati in tutti i varchi aperti…ma niente, han continuato così; si è provato a dargli un avvertimento con le classiche epidemie come la peste nera, ma anche dopo aver perso metà popolazione han continuato come prima e anche peggio, perchè si son pure messi a usare le tecniche meno efficienti insozzando il pianeta coi fumi del petrolio, arrivando ad innescare un ciclo autodistruttivo mica da ridere, colla CO2 che faceva da copertina della serra e la temperatura che saliva sempre di più.9
Se con la peste l’avvertimento era chiaro ma non sufficiente, dato che non era evidente di cosa erano colpevoli e soprattutto chi, in questo caso abbiamo avuto un’occasione perfetta per dare una punizione chiaramente indirizzata, perchè puntava subito al colpevole: il protagonista principale di tutto lo squilibrio e dell’effetto serra era il paese più sviluppato, gli USA, che per felice coincidenza avevano anche un pò di laboratori di guerra batteriologica sparsi per il mondo10
Non serviva neppure granchè: una piccola spinta alla probabilità e un virus letale creato a tavolino scappa fuori. Et voilà, l’occasione per una bella colpevolizzazione con auspicabile pentimento è servita.11
Ma, come dice un proverbio, dio fa le pentole ma non i coperchi: gli ‘strateghi del caos’, alla loro quarta prova di massa, ci azzeccano in pieno e così della colpa degli USA non parla nessuno!
Anzi, con una inversione a U da grande acrobazia la colpa diventa della cura, i vaccini.
E l’occasione è persa, insieme ai 17 milioni di morti della prova.12                                                   Il problema degli strateghi è che controllare temporaneamente il caos non significa eliminarlo, e spesso la nuova orbita ha più energia ed è meno controllabile della precedente; se uno stratega alla Thiel vede una dimensione in più degli altri e controlla le punte avanzate dell’economia e i suoi contorni politici, subito si sente un dio..e non capisce che le dimensioni del mondo che abita sono più di quelle che immagina (per non parlare di quelle che proprio non vede, come il clima); provocando col tempo disastri di ampiezza maggiore..e infilando se stesso e il suo paese adottivo in uno Zugzwang* 13 mortificante.

Quello che vorremmo augurarci è che quando questi bipedi si decideranno a mettersi un po’ di sale in zucca non sia sale di uranio….

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note

  1. Sia questa sia l’attribuzione al creatore di parvenze antropomorfiche sono non semplicemente delle forme di irrefrenabile presunzione, ma anche degli errori logici imperdonabili che soprattutto i teologi medioevali hanno creato ad arte ‘per il maggior bene…’
  2. Si veda l’intervista di Hinton su You Tube del 27/9/25 su TheDiaryofaCEO e anche il lungo documento di riflessione del Gennaio ’26 di Dario Amodei di Anthropic ‘The adolescence of Technology, Confronting and Overcoming the Risks of Powerful AI’; si veda anche il mio ‘AI, equivoci e minacce‘ qui su Poliscritture
  3. In estrema sintesi: se come prevedono questi signori l’AI nel giro di due decenni eliminerà inizialmente l’80% e poi il 96% del lavoro vivo, chi comprerà i beni che l’economia ‘intelligentemente automatizzata’ produrrà? Ed è diffice credere al giovane Musk quando afferma che la gente potrà passare il tempo come vuole, tutti i beni saranno a disposizione gratis..
  4. G. da Empoli, ne ‘Gli ingegneri del caos’ Marsilio ’19 ci racconta di come sia cambiato il controllo dei grandi processi elettorali grazie all’utilizzo dei fisici, abituati a manipolare sia il caos sia grandi masse di dati, che hanno permesso propaganda mirata a milioni di individui (utilizzando anche i dati privati in teoria segreti raccolti da tutti i centri -di cui la NSA è esempio cardinale), rovesciando così pronostici rocciosi nel giro di due settimne (la Brexit è il primo caso clamoroso, con Cambridge Analytica in prima fila)
  5. Lolli, ‘La guerra dei meme’, POP ’17
  6. Ricordiamo come una semplice catastrofe a cuspide (v. Thom, Teoria delle catastrofi, Einaudi) si possa vedere come la proiezione su due dimensioni di una linea continua spiraleggiante: questo ci dice che più aumentiamo la riduzione delle dimensioni di un fenomeno (i parametri di controllo, i gradi di libertà..) più diventa probabile creare catastrofi che hanno, guarda un pò, effetti catastrofici; storici come Braudel hanno dato i fondamenti per capirlo, preceduti da Marx e seguiti in questo da Arrighi ed Hobsbawn, mentre come al solito al di là dell’oceano non ci hanno capito un’acca: dall’imbonitore da trivio che ha fatto da maestro a Clinton (Quigley) al bifronte Alfred McCoy, che dopo aver scritto uno dei migliori saggi del secolo (The Politics of Heroin’) è crollato miseramente appena si èavventurato sulle generalizzazioni (‘To govern the World’).
  7. è il semplice fatto matematico che possiamo anche rappresentare elementarmente come una pila (i beni prodotti) che ogni anno aumenta di altezza
  8. È l’evento che, creando una nube che ha schermato il sole per diversi anni, ha prodotto la scomparsa quasi totale dei dinosauri
  9. negli ultimi 15 anni è successo un fenomeno qualitativamente nuovo: si è modificato l’equilibrio radiativo tra Terra ed ambiente esterno (Sole in primis) e il tasso di aumento della temperatura è passato da 0,05° a 0, 31° per decennio (‘The risk of a hothouse Earth trajectory’, William J. Ripple1,2,10 ∙ Christopher Wolf3)
  10. v. il mio ‘Covid, l’ultima parola‘ qui su Poliscritture con tutti i riferimenti
  11. v. 10
  12. Potrebbe apparire assurdo che, una volta appurato che il colpevole erano gli USA col loro laboratorio di guerra batteriologica di Wuhan, non ci sia stata una sola voce che si sia levata a chieder loro conto, mentre l’indignazione di larghe masse di popolo si indirizzava sui poveri vaccini; a meno di ipotizzare che anche in questo caso ci sia stata all’opera una campagna degli strateghi del Caos (con Bannon al timone e NSA a fornire dati)
  13. *Zugzwang: negli scacchi è una scelta tra due alternative entrambe perdenti

 

Le Parenti di San Gennaro

di Angela Villa

La decadenza non risparmia nessuno, nemmeno i santi. Sabato due maggio una folla eterogenea ha assistito al miracolo di San Gennaro, nel Duomo di Napoli: turisti e curiosi capitati di passaggio durante un tour della città, armati di macchine fotografiche e telecamere; giornalisti freelance, pronti a postare sui social in tempo record; amanti dello spritz, seduti sulle gradinate del Duomo (negli ultimi tempi, d’altronde, le sprizzerie sono nate come funghi in ogni quartiere). In mezzo a questo caos si scorgono i fedeli, assorti nelle preghiere con la coroncina di San Gennaro tra le dita.
Nonostante la folla chiassosa, forse un po’ distratta dal “cosa c’è ancora da vedere”, il culto resiste. La sua forza continua a parlare a tutti, trasformandosi nel tempo in una sintesi perfetta di opposti: sacro e profano, nobiltà e popolo, aristocrazia e folklore. In esso, l’anima laica e quella religiosa della città si fondono. Tre piccole donne sedute di fronte alla statua del Santo, resistono ad ogni forma di decadenza e mantengono vivo il rituale più arcaico. Sono le custodi dei canti antichi delle litanie e delle preghiere in onore al Santo: le “Parenti di San Gennaro”. Mentre i turisti scattano foto, loro invocano il Santo con compostezza e rigore.
L’origine di questa tradizione è avvolta nel mistero. Alcuni dicono che la prima fedele fosse davvero una consanguinea del martire, o forse una donna di nome “Januaria”. Altri ipotizzano legami con Eusebia, la nutrice che raccolse il sangue dopo il martirio. Il nome stesso, Ianuarius, rimanda alla gens Ianuaria e al dio Giano, il dio bifronte delle soglie. Eppure, al di là della genealogia, ciò che conta è il legame spirituale: queste donne si sentono parte di una famiglia.
Ogni anno, il 19 settembre, il sabato precedente la prima domenica di maggio e il 16 dicembre, queste signore siedono in prima fila con i medaglioni al collo. Il loro è un ruolo fondamentale, tutto al femminile: sono madri e maestre che esortano il Santo a “darsi da fare”. A compiere il miracolo per il bene della città. Ogni volta la funzione del miracolo avvicina il Santo alla città. Se il sangue non si scioglie sono guai, il Santo è arrabbiato con il suo popolo, e annuncia una catastrofe imminente. Ecco perché le Parenti invocano con trasporto e passione.
La particolarità del loro approccio sta nel linguaggio. Non sono preghiere sussurrate, ma incitamenti corali, talvolta in rima. Si rivolgono a San Gennaro chiamandolo confidenzialmente “Faccia Gialla” (per via del busto bronzeo ingiallito). Il tono è quello di una madre con un figlio distratto: lo invocano, lo incitano e, se il miracolo tarda, arrivano a rimproverarlo aspramente.
Durante la funzione, l’anziana del gruppo sembra quasi dirigere le operazioni, interpellando il pastore della Chiesa o sgridando chiunque si frapponga tra lei e la statua: «Ci dobbiamo guardare in faccia, io e lui, toglietevi davanti». Sgrida i turisti che si affannano a riprendere la statua del Santo. Se una compagna sbaglia un verso, viene subito corretta, l’altra alza le spalle: non importa, nessuno noterà l’errore in questo marasma, l’importante è che il miracolo avvenga. E che il Santo, attraverso il sangue, riprenda il legame con la città, un legame carnale, viscerale.
Quando il Cardinale finalmente solleva l’ampolla e il sangue appare liquido, la pace è fatta, l’annuncio è segnato dallo sventolio del fazzoletto bianco, di un membro della Deputazione, l’organo laico che da secoli custodisce il Tesoro. Fondata dai rappresentanti dei sedili nobiliari (Capuana, Nido, Montagna, Porto e Portanova) e dal popolo, la Deputazione è ancora oggi il simbolo di quella Napoli duplice che governa il culto: sacro e profano religione e laicismo. Ma oltre gli applausi, oltre l’oro dei paramenti e lo sventolio dei fazzoletti, resta la voce di quelle donne: una voce antica, che sa di tufo e di secoli, un canto che non cerca il consenso dei social ma il cuore di un martire. Il miracolo si è compiuto la processione va verso Santa Chiara. Il fiume umano scorre e sopra ogni cosa, domina «’a muntagna bella», il gigante addormentato, sospeso tra mare e cielo, dorme dal 1944, su un tappeto di case vicoli e speranze. Cosa accadrà quando si sveglierà? Secoli fa portarono in processione il Santo per fermare la lava, chi ci crede e chi no. Fino ad allora la città continuerà a celebrare miracoli di ogni tipo, per strappare un altro giorno di vita, all’ombra del Vesuvio.

Napoli, 2 maggio 2026

Gianni Aversano – Canto delle parenti di San Gennaro
https://www.youtube.com/watch?v=xEFDxLUQ0gU&list=RDxEFDxLUQ0gU&start_radio=1

La sostituzione

di Ezio Partesana

Fare fronte comune, ossia lasciare da parte alcune differenze per affrontare insieme un pericolo che si giudica, al momento, il principale e il peggiore; si uniscono le forze per sventare una minaccia che sovrasta tutte le altre, i conti si faranno dopo.
Per fare fronte comune è sufficiente identificare l’avversario da combattere e chi, tra le forze sul campo, ha interesse a una alleanza. La decisione non fa scomparire le differenze, è un patto che scade una volta raggiunti gli obbiettivi prefissati, è necessario perché il nemico può distruggere a uno a uno i suoi oppositori, ma tutti insieme in un sol colpo no.
Le ragioni di un fronte comune, dunque, devono occupare uno spazio e un tempo definiti esplicitamente. Non basta un astratto futuro o un fraterno mondo che verranno a unire uomini che sono divisi da solchi in ogni aspetto dell’esistenza.
Se un incendio minaccia un paese, la grande azienda agricola e i piccoli contadini hanno davvero lo stesso interesse a fermare le fiamme, ma su quali coltivazioni debbano essere rase al suolo per creare una barriera contro il fuoco, veementi andrebbero allo scontro l’amministratore e il bifolco.
Il “qui e ora” del fronte comune deve, insomma, essere concreto – reale e razionale a un tempo, come sognò Hegel del suo “Spirito” – ma anche ideale, condiviso, giusto.
Le forze scatenate dal capitalismo sono reali e razionali ma i rapporti sociali non hanno più alcun fine – fossero anche quelli, speranzoso, della salvezza delle anime o, senz’anima, di una crescita infinita del valore – e questa contraddizione, questo smarrimento universale, è oggi il problema di ogni fronte comune.
La confusione è alta sino al cielo, le rovine sono evidenti, ma la situazione è pessima lo stesso, per sua propria forza. Quando il termine “imperialismo” non rimanda più a una conquista militare, economica e culturale, ma evoca un sentimento vago di affinità con gli impotenti, trapassa, nonostante ogni cautela, dal regno delle categorie politiche a quello della immedesimazione emotiva. Imperiale diventa ogni cosa che non comprendiamo, riassunto dello sterminato timore di ogni dominio che ci fa servi senza sapere dove, quando e come.
Il precetto ebraico, secondo il quale quello che farete al più piccolo dei miei fratelli lo avrete fatto a me, si è ribaltato: la mia condizione è misura di tutte le cose – non l’uomo, non la speranza, ma l’individuo immediato. – quello che offende me offende il genere umano intero. In questa forma il nemico, che ogni giorno mi impedisce di avere quel che mi spetta, fa sfoggio di sé e si nasconde, come si dice facessero un tempo i seduttori.Le
categorie politiche, così pensate, non soltanto rispettano l’aristotelico principio del “terzo escluso” ma anche scambiano un limite per una forza; nella sfera di vetro, il pesce rosso è un sovrano assoluto. “Impero” – nonostante quanto cercarono di spiegare Negri e Hardt – diventa allora non un concetto politico (“vivente”, avrebbero detto gli hegeliani), bensì un protocollo di verifica, un paradigma, che non accetta alcunché sia non interpretabile dai parametri stabiliti.
Come la famosa mappa perfetta del territorio che sarebbe grande quanto il territorio stesso, l’incubo di una società dominata da una funzione anonima si trasforma in riassunti semplici, chiari e distinti. “Sono un servo che i servi hanno disarmato”, scriveva Fortini nel 1961, dispettoso e preveggente; alcuni servi oggi sono in armi.
Nel racconto “La panne” (1956) un uomo uccide se stesso al termine di una messa in scena – ruolo per ruolo, categoria per categoria – di un processo. Dürrenmatt non ha alcuna difficoltà a esibire i meccanismi giuridici, e psicologici, che portano il protagonista, il commerciante Alfredo Traps, a togliersi la vita. Lascia però cadere l’alternativa dello smascheramento: in nessun momento Traps si rende conto che gli altri stanno giocando mentre lui prende tutto sul serio. È il contesto, cioè ancora una volta lo spazio e il tempo, che fanno difetto al malcapitato rappresentante Traps e che lo condannano a non capire, ben prima della sentenza emessa dai suoi ospiti.
Qualsiasi trappola funziona quando promette quel che non mantiene: cibo, riparo, salute. L’uso della categoria “imperialismo” come strumento universale per montare e smontare il dominio assicura la vittoria prima ancora che i pezzi siano disposti sulla scacchiera. Poiché quasi non esiste entità politica, o religiosa, che non sia stata “imperialista”, la scelta del bersaglio è libera e sufficiente per attrarre qualunque compratore. La conferma precede la teoria, le categorie, che pure furono storiche e politiche, diventano gli aneliti di un movimento che non esiste più.
L’insoddisfazione e l’impotenza rimosse, mostrava il tardo Freud, sono a disposizione di qualunque uscita purché si ristabilisca un equilibrio; non è qui la ragione a identificare l’apparentemente indefinito campo del dominio, ma una scissione: i termini della contraddizione interna vengono separati e proiettati in luoghi che sarebbe difficile vedere sopra una cartina geografica. Quello che non so è il prodotto di quel che dovrei sapere, ne va della mia vita, non di quella altrui.
La verità di un mondo regolato da una volontà senza altro fine che se stessa – Schopenhauer l’aveva pur ripetuto – si appiana in una rappresentazione serafica, finalmente collocata fuori del Soggetto e dunque vita indegna di essere vissuta. Il Fronte comune si allarga – sino alla denuncia di complicità – e si restringe – infantile ostracismo – a piacere per chi non ha altro da perdere che se stesso.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

RNR

di lorenzo merlo ekarrrt – 240426

La realtà è nella relazione. 

In opposta direzione

La realtà è nella relazione del soggetto con il mondo. Un mondo che nell’immaginazione crediamo sia il solo, oggettivo e condiviso dagli altri. Il nostro io è una specie di vomere che avanza convinto di realizzare il solco giusto. Pensiamo infatti sia condiviso anche quando, con magnanimità intellettual-moralistica, sosteniamo di rispettare i portatori di idee opposte alle nostre. Invece quel mondo varia e dipende dallo stato intimo dell’osservatore, dall’imposizione delle sue emozioni, dallo zodiaco delle sue galassie, sistemi e pianeti, a mezzo del quale viene osservato. È una verità, per lo più ignota alla cultura del misurabile, che da sola basterebbe alla comprensione, al rispetto, alla conoscenza. La cui assenza nelle carni di tutti è forse una delle cause prime della storia, in qualunque ordine e grado la si voglia prendere in considerazione, come conflitto permanente.

Adottando binomi semplici, la realtà descritta dal vincitore non è la stessa di quando la vive nella demoralizzazione della sconfitta; il mondo in controluce non è quello descrivibile a favore; alcuni trovano offensive le pubblicità e il loro bombardamento, altri ne sono indifferenti e altri ancora entusiasti; per alcuni non è possibile mangiare polli industriali, si sentono complici della terribile condizione di vita inflitta agli animali, ma sono una minoranza; c’è chi sventola bandiere rosse e ritiene giusto censurare chi agita le nere. Se tale esempio riferisce di possibili estremi manichei, ognuno nella propria biografia ha a disposizione infinite modulazioni grigie, via via più bianche e più nere.

La banalità che il mondo è dentro noi e che fluttua secondo le burrasche e le bonacce sentimentali ed emozionali risulta assente nella cultura del progresso, la cui ansia di miglioramento è fisiologica e travestita da belle promesse e speranze che i demagoghi, con i loro commenti nei blog, i loro giornali, le loro politiche, spargono a destra e a manca. Bene che vada ciurlano nel manico, costringendo i mondi dei più semplici entro il comodo e tranquillizzante grafico cartesiano e le verità della scienza analitica, dell’eloquenza dialettica, della logica stringente. “La legge” – artefatta da alcuni di questi – “è uguale per tutti”, ne rappresenta un culmine eloquente. Ordinariamente che vada, appena ne hanno il potere, il congenito proselitismo insito nel loro pensare soggioga e sopraffà chiunque non disponga della consapevolezza che la realtà è nella relazione e che, quindi, le ideologie non sono che palloni gonfiati col perenne punto debole dello spillo.

 

La malattia

Se le ragioni socio-organizzative possono rendere accettabile l’obbligo alla sottomissione dell’uniformizzazione ad un modello centralizzato, senza il quale verrebbe meno molto della cosiddetta civiltà, è necessario fare presente che tale legittimazione fluttua e scema man mano che le società rimpiccioliscono verso i clan, le tribù, le piccole comunità. In queste l’organizzazione artefatta viene meno. Al suo posto emerge un’organizzazione naturale, basata sul talento individuale. Non a caso la cultura razionale e industriale è espressione delle società a grandi numeri e la spontaneo-artigianale di quella a piccoli numeri.

Se nella prima il male di vivere è fisiologico – cancro metafisico generato dalla perdita di identità o rotta da seguire secondo il senso di sé – nella seconda il rischio di realizzazione individuale-sociale tende a crescere e con esso la salute comunitaria. La prima avanza a petto in fuori verso la conquista violenta di un orizzonte oltre il quale la attende il vuoto sordido e disperante del nichilismo. La seconda, disponendo di un’umiltà spontanea, rispettosa dei ritmi, delle cadenze e dei cicli naturali, di qualunque raggio d’azione li si voglia considerare, realizza pensieri, azioni e opere fondate sull’armonia, ontologicamente sane.

 

La bit.malattia

Un’infelicità ampiamente riconosciuta, argomentata e descritta nella sua genesi fin dai primi decenni del secolo scorso, ora esponenzializzata dalla digitalizzazione dell’esistenza naturalmente venduta e concepita come progresso. Cioè dalla radicalizzazione della spersonalizzazione delle relazioni umane, dell’irrequietezza dell’attenzione, della sostituzione della morale comunitaria con quella mercificata e usa-e-getta.

Siamo precipitati dalla fune d’equilibrio dal lato dell’avere. L’essere non è più presente nel fare degli uomini.

Stimolati dalla carota fasulla della legge del più forte, abbiamo sempre meno remore a dimenticare comportamenti indulgenti e ad adottarne di cinici. Riconoscerlo è forse il solo pertugio per uscire dal guscio duale, razionalista, positivista e scientista, che ci ha costretti entro il centro commerciale della miserabilità sempre più a buon prezzo, impregnato di nientezze alla dj, di offensivi e ossessivi richiami al consumo, e cambiare il mondo. Un pianeta di bottegai contenti, al quale sì è diligentemente arrivati su un’auto elettrica, nel quale nessuno getta cartacce a terra, convinto così della propria partecipazione alla creazione di un mondo migliore.

 

Fino a che punto?

La concezione dell’uomo come essere nella relazione, che con difficoltà si manteneva a galla avvinghiandosi ai fasciami del vascello spirituale affondato dal siluro dell’individualismo lanciato dai sottomarini dell’opulenza, ora nell’epoca faustiana dei Saperi specialistici scambiati per Conoscenza, è spinta giù dall’occulto peso dei chip cibernetici e si può conclamare perduta, affogata nell’oceanico liquame baumiano.

La presenza della consapevolezza che gli esseri viventi, il loro ambiente e le loro strutture sociali siano organismi e come tali si comportino, è infatti assente nella cultura del vale solo il misurabile. Ma animali, piante ed entità da loro generate, non sono costituiti da assembramenti di cellule o idee specializzate e neppure l’ambiente in cui vivono può essere ridotto ad un elenco di parti. Essi organizzano la loro sopravvivenza a mezzo non di forza superiore al vicino o al nemico ma attraverso aggiornamenti interni che non compromettono la loro stessa esistenza come potrebbe, invece, un trauma di qualunque tipo.

Con criterio autopoietico (Humberto Maturana, Francisco Varela) la struttura di un’entità vivente può mutare quando è provocata dalle sollecitazioni dell’ambiente in cui vive.

In ogni momento l’identità è comunque sempre difesa e ciò avviene in modo bivalente. Chiudendosi se la sollecitazione è stimata inadeguata alla propria sopravvivenza, aprendosi in caso contrario. Così avviene l’evoluzione individuale, sociale, anatomica, spirituale, comportamentale, emozionale, sentimentale.

Non è quindi il contesto, l’ambiente, a spingere il cambiamento e a provocare l’evoluzione ma la relazione tra le parti e dalla consapevolezza di sé, senza la quale tendiamo alla dipendenza e all’involuzione.

Socialmente certe abitudini culturali, tendenzialmente definibili di natura opulente, edonistica e individualistica, possono assuefare gli spiriti delle persone fino all’accondiscendenza e all’indifferenza al cospetto delle uniformanti sollecitazioni esterne. Come in una fiera a ingresso gratuito si assiste, infatti, all’inermità generale nei confronti della mefistofelica politica europea, occidentale, nazionale e nella geopolitica di questi tempi.

Dunque, una perturbazione che genera timore in un organismo e interesse in un altro, sarà fuggita dal primo e cercata per il secondo. Entrambi, rifiutando o accettando, evolveranno secondo la propria struttura interna. In questi termini, ai quali siamo costantemente soggetti dalla nascita alla morte, si può rilevare in che termini la realtà è nella relazione.

 

L’equilibrio del bonsai

In conseguenza a quanto appena detto, tanto l’organismo individuale quanto quello sociale, adagiati entro il guscio fragile di spiccioli interessi, mantengono la loro sussistenza restando estranei alle perturbazioni provenienti dall’esterno e a quelle morali e razionali provenienti dal loro io. Affabulati dai mezzibusti, vorticano ignari dentro il guscio di piccole faccende dal valore volatile e di efemerica durata. Nessun argomento, nessuna dialettica e nessuna coercizione che non sia la menzogna, che non provenga dalle fonti che ascolta dal divano possono attraversare il diaframma intessuto da semplificazioni e luoghi comuni.

Uno stato delle cose che, nei consapevoli della corrente che ci sta trascinando in mare sempre più aperto genera uno stato d’impotenza, la cui simbiotica frustrazione ormai esasperante, è in piccola parte curata dalle loro invettive intellettuali. Ma, anche questi, pur avvertendo l’esizialità del momento, non riescono a produrre in se stessi quel cambiamento privato per realizzarlo nel politico. Anche la loro psicologia è un organismo che avverte l’insostenibile tanto che, come un faggio nato sulla cresta ventosa, invece di crescere imponente supportato dalle sue ragioni rivoluzionarie, sente che è più opportuno alla propria esistenza restare contenuto come un bonsai spontaneo.

Ma come biasimarli. Il loro come il nostro libero arbitrio non è che un portatore d’acqua al sistema intimo sempre assetato che ci sostiene. La lotta per l’equilibrio dell’organismo o universo che siamo, anticipa e informa ogni concezione, valore, verità e comportamento. Riconoscerlo e darsi da fare per incarnarlo affinché non sia solo un vessillo intellettuale da sguainare alla bisogna, ma lo si possa invece esprimere nel piccolo fare quotidiano e domestico è forse il solo pertugio per uscire dal guscio e cambiare il mondo. O almeno di credere di poterlo fare, visto che buttare le cartacce nel cestino non basterà. E non basteranno neppure i Cole Tomas Allen (ammesso non sia un attore), i Luigi Mangione, i Theodore Kaczyinski.

Piante alberi e alcuni paesaggi (1976 – 1998)

di Tabea Nineo


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