25 aprile 2020: a chiacchiere, coi fatti

Questa foto è tratta dal post odierno di Accio Claudio Di Scalzo su FB (*)

Samizdat

In uno scritto di Fortini del 1975, intitolato Lisiàti si legge: Uno sfoglia queste carte [la biografia del partigiano Lisiàt (Athos Iovi) fucilato il 1° settembre 1944] e subito pensa che quella era una vita, così ridotta dal tempo trascorso. E più avanti: Che cosa significa: “ricordano”?. Ponendosi dinanzi all’ombra di Lisiàt dal punto di vista di un noi allora ancora capace di farsi carico del passato della Resistenza, Fortini scriveva: è degno di ricordo perché difese la giusta parte. Ma oggi? Non esiste più questo noi. Esiste, invece, un noi ipocrita e retorico che ha ridotto la Resistenza a chiacchiera o a slogan pubblicitario tricolorato o a svuotato bellociaoismo. E allora – pochi, isolati, dispersi e fuori da ogni cerimonia ufficiale – vale la pena di porgere l’orecchio a fatti (come quelli raccontati nell’articolo di Cinzia Arruzza e Felice Mometti) che, pur seppelliti e rimossi dalle roboanti cazzate dei vari governanti sfascisti, ancora insistono ad accadere. E vogliono un’intelligenza politica nuova, che li interpreti e li strappi ad una apparente insignificanza. Perché il combattimento per il comunismo è già il comunismo (qui):

 Lunedì 29 marzo gli operai della General Electric hanno protestato per le migliaia di licenziamenti annunciati dai manager della compagnia, chiedendo invece una riconversione della produzione e ponendo una semplice domanda: «se la GE ci affida l’incarico di costruire, testare e fare la manutenzione di motori per aerei su cui viaggiano milioni di persone, perché non dovrebbero ora affidarci l’incarico di costruire dei semplici ventilatori?»
Questo è stato uno dei tanti scioperi, più o meno legali, che i lavoratori di diversi settori hanno portato avanti nel mondo. Un’ondata di scioperi a marzo ha costretto il governo italiano a interrompere la produzione di beni non essenziali, anche se quella battaglia non è ancora vinta del tutto. I lavoratori di Amazon e di altre aziende della logistica hanno protestato e scioperato in Francia, Italia, Stati Uniti e in molti altri paesi per via delle scarse condizioni sanitarie dei luoghi di lavoro e la mancanza degli standard di protezione personale, mentre i lavoratori dei settori «non essenziali» hanno interrotto la produzione, usato il congedo per malattia o semplicemente hanno smesso di presentarsi a lavoro, rifiutandosi di rischiare la propria vita in nome dei profitti delle varie compagnie. Chris Smalls, uno degli organizzatori della protesta nel magazzino Amazon di Staten Island, poi licenziato come atto di ritorsione da parte dell’azienda, scrive questo in una lettera aperta a Jeff Bezos: «a causa del Covid-19, ci viene detto che i lavoratori di Amazon sono la ‘nuova Croce Rossa’. Il fatto è che i lavoratori non vogliono essere eroi. Siamo persone normali. Io non ho una laurea in medicina. Non sono stato preparato a operazioni di primo soccorso. Nessuno dovrebbe chiederci di mettere a rischio la nostra vita per venire al lavoro. Eppure, ci viene chiesto. E qualcuno deve prendersi la responsabilità di questa cosa. E quella persona è lei».
I lavoratori e le lavoratrici del settore sanitario, alimentare, delle pulizie, del commercio al dettaglio e dei trasporti pubblici si stanno opponendo sempre più strenuamente a chi li vuole mandare al macello, mettendo in campo una serie di proteste per ricordare al mondo intero che non bastano le celebrazioni dei nuovi eroi della classe lavoratrice, che non si sentono martiri pronti per essere santificati, vogliono protezioni e condizioni di lavoro e salariali migliori. 

(Governance e conflitto sociale nel tempo della pandemia di Cinzia Arruzza e Felice Mometti) 

i In Questioni di frontiera, p. 47-50, Einaudi, Torino 1977.
* Il post di Di Scalzo si legge qui






15 pensieri su “25 aprile 2020: a chiacchiere, coi fatti

  1. Condivido questo articolo di Vercelli nei punti in cui rivendica la Resistenza come “autorganizzazione” e costruzione del “conflitto politico” contro ogni “unità fittizia tra opposti”. Ho però molti dubbi non solo sulla possibilità ma anche sulla “necessità di rifondare il patto costituzionale e repubblicano”. Perché esso ha mostrato abbondantemente dal ’48 ad oggi i suoi limiti nell’affermare nei fatti e non solo a parole il “diritto alla giustizia, e quindi alla differenza”. Oggi tornare ad essere – in pochi o in tanti – “partigiani” significa rifiutare proprio quel “pluralismo” formale e mai reale del “patto costituzionale e repubblicano”. Il vero pluralismo si intravvede ancora e soltanto nella oggi rimossa e vituperata ipotesi comunista. (Avvertenza: i titoli degli stralci sono miei). [E. A.]

    SEGNALAZIONE

    La lotta è esercizio di riappropriazione
    di Claudio Vercelli
    https://ilmanifesto.it/la-lotta-e-esercizio-di-riappropriazione/?fbclid=IwAR0RZcIGeGAbrH<Yf3ZYP2D5wAL25E__kxTSJaKFqBBeSdVCn8Hash8cLcK0

    Stralci:

    1. Analogia con l’8 settembre

    Il tempo della pandemia, nella sua angosciante monotonia, cancella la visione prospettica, l’orizzonte non solo del fare ma anche dell’essere insieme agli altri. È un tempo inedito che, tuttavia, ha molto ha a che fare – nella nostra storia – con l’agonia del regime fascista quando, a fronte dell’impotenza dei molti, un intero sistema politico, istituzionale ma in parte anche sociale e culturale declinava, fino a crollare con l’8 settembre. Va da sé che l’accostamento tra due età e due eventi così diversi, sia tanto suggestivo quanto, per più aspetti, improprio. Almeno sul piano storico. Ma se si parla di quella percezione dell’immobilismo che connotò il declivio, e poi la catastrofe, dell’Italia nel 1943 e la si confronta con il senso di paralisi che a volte sembra essere subentrato nelle nostre società, poste dinanzi ad un transito epocale, dettato da una situazione sanitaria del tutto straordinaria, qualche analogia la si può pure trovare.

    2. Continuità (fino agli anni ’70)/ discontinuità (da allora ad oggi) e fiacchezza dell’auto-celebrazione delle Istituzioni

    C’è un cambio di passo nella memoria storica, venendo oramai a mancare del tutto i protagonisti di quella stagione, che iniziò nel settembre del 1943 ma che si protrasse ben oltre l’aprile del 1945, rinnovandosi, in altre forme, in età repubblicana, almeno fino agli anni Settanta. È questo il suggello della «continuità della Resistenza», laddove il lungo tempo riannoda lotta armata a conflitto politico, identità sociale a rivendicazione dei diritti.
    È il rifiuto dell’omologazione e dell’uniformazione ciò che fa della lotta di Liberazione una stagione che non si concluse con la fine del conflitto armato, proseguendo semmai ben oltre.
    Trattandosi, semmai, della costruzione di uno spazio – quello del conflitto politico – che fino ad allora era invece mancato. A fronte di ciò si pone, a tutt’oggi, un ricordo istituzionale oramai tanto stanco quanto puramente celebrativo, iconico, proteso all’apologia non di quelle persone, dei fatti e delle relazioni che allora si produssero ma, piuttosto, all’auto-panegirico. Si tratta di un insieme di procedure vuote, concave, esse stesse collocate in un tempo sospeso che annulla l’autenticità, la veracità, la contraddittorietà che la storia sempre e comunque incorpora in se stessa.

    3. Autorganizzazione e non "unità fittizia tra opposti"

    QUELLE PROCEDURE che trascinano stancamente nelle vuote stanze della cristallizzazione del passato, fingendo di non cogliere quello che fu il vero atto di fondazione del partigianato, ossia la dissoluzione delle istituzioni fasciste e regie, e con esse delle reti di protezione che simulavano di potere garantire. Fu infatti in quelle drammatiche, se non catastrofiche, settimane che si consumò la vera matrice dei processi a venire, ossia il tradimento. E la risposta a esso. Gli italiani vennero abbandonati a loro stessi e dovettero in qualche modo scegliere, senza però avere gli strumenti per farlo in piena coscienza. Ritorna, più che mai in questo caso, il tema del vuoto pneumatico. Vent’anni di diseducazione politica del fascismo contavano.
    L’auto-organizzazione fu un fatto non tanto miracoloso e provvidenzialistico quanto profondamente rigenerativo. Basato sulla ricerca, a partire da se medesimi, delle ragioni non solo di un’opposizione ma di una diversa visione dell’esistenza, libera dalla necessità di incatenarsi al ricatto della paura di cui i fascismi, di ogni epoca e tempo, allora come oggi, sono al medesimo modo l’apoteosi e i beneficiari. La visione sobria e laica del passato, quella avulsa dalla celebrazione fine a se stessa, ci impone quindi di ragionare su questi indirizzi di fondo, che valsero allora ma che si ripropongono, in un’inedita attualità, nel presente. Poiché alla radice del nostro presente c’è la necessità di rifondare il patto costituzionale e repubblicano. Altrimenti i molti spazi lasciati aperti, ovvero i varchi della ragione, saranno occupati da coloro che occultano, da sempre, i loro calcoli di interesse dietro il rimando a repellenti retoriche che chiedono, come un dio insaziabile, «eroismo», «sacrificio» e «martirio» proprio per giustificare la permanente inettitudine collettiva. Degli altri, non di se stessi. L’esperienza storica della Resistenza raccolse, dello scibile e del possibile umano, la possibilità di restituire all’umanità ciò che gli apparteneva. Non certo quanto altrimenti venne detto da coloro che, impropriamente, ne beneficiarono senza avere diritto, richiamando un’unità fittizia tra opposti.

    3. 1. "Partigiano" = "non è mai unione bensì divisione"

    Ricordiamoci: la radice di «partigiano» non è mai unione bensì divisione. Non sulla scorta di odi e avversioni incolmabili bensì sulla base della costruzione di un’identità che sapeva distinguere tra ciò che ha motivo di esistere (nonché resistere) e quanto, invece, va abbandonato a sé poiché mera finzione.

    4. Le idee confuse sulla Resistenza tra i giovani d'oggi

    Nelle settimane trascorse, un gruppo giovanile di un partito del centro-sinistra [1] , ha diffuso, come manifesto deferente nei confronti della lotta di Liberazione, un’immagine (con il logo che rimanda a una canzone di Pierangelo Bertoli, «Eppure soffia») che, nelle intenzioni, dovrebbe richiamare il partigianato. Tuttavia, e non si tratta di un errore occasionale, quanto è raffigurato è un documento Luce, prodotto della propaganda della Repubblica sociale italiana (del 16 ottobre 1944), dove alcuni militi delle infami brigate nere, con il compiacente ministro della propaganda di Salò, Ferdinando Mezzasoma ben visibile, si accomiatano dai loro familiari per recarsi a compiere il loro triste compito. Di anti-italiani. Non c’è bisogno di avere una memoria storica particolarmente corposa per cogliere l’equivoco: la postura, gli abiti e la stessa situazione dei soggetti raffigurati poco o nulla corrispondono all’ordinaria iconografia della Resistenza, peraltro all’epoca assai scarna, per nulla celebrativa nel mentre la guerra era in atto, sia per i vincoli materiali in sé, sia per il fatto che fare circolare fotografie (con volti identificabili), all’epoca implicava il concreto rischio di autodenunciarsi.

    5. "Pluralismo" cioè "necessità di rifondare il patto costituzionale e repubblicano"

    Si è soggetti dell’azione del tempo corrente, quindi del ritorno alla politica, se si saprà recuperare il senso del conflitto. Non di quello distruttivo ma di quanto distrugge la falsificazione delle impossibili omologazioni, dietro le quali ogni potere totalitario celebra se stesso, ottundendo il diritto alla giustizia, e quindi alla differenza, che qualsivoglia creatura umana reclama, per sé e per i suoi simili. Poiché l’indice di umano è pluralismo, non altro.

    [1] Si tratta di giovani del PD. Qui la notizia in dettaglio (e con altro taglio di commento): https://www.ilsussidiario.net/news/25-aprile-la-vera-liberazione-non-puo-rimanere-ostaggio-di-destra-e-sinistra/2014161/

  2. A PROPOSITO DI SIMBOLI. “BELLA CIAO” CANZONE DELLA RESISTENZA? MA DI QUALE?

    SEGNALAZIONE

    Gianfranco la Grassa

    https://www.youtube.com/watch?v=rBfhfPsGr6g

    e soprattutto

    https://www.youtube.com/watch?v=npO0TL82bmk

    queste le vere canzoni – ma soprattutto, appunto, la seconda – dei veri combattenti nella Resistenza, quella vera, delle Brigate Garibaldi (e qui da noi, I cacciatori del Piave, ecc.); cioè dei comunisti, non degli imbelli delle brigatine Piave (i Diccì) e altri di poco migliori. Bella ciao è arrivata, come è scritto nel primo brano da me riportato, nel 1945, a guerra di fatto finita e a completata nuova occupazione americana (quella inglese di complemento) al posto di quella tedesca durata un anno e mezzo contro i 75 della successiva. Ignobili e luridi traditori raccontano in TV che Bella ciao è il canto della Resistenza, sempre cantata e vero simbolo di quel periodo di autentica lotta. Infami mentitori, traditori di tutti i morti di quell’epoca. Bella ciao è la canzonetta inventata dopo che erano sfumate tutte le speranze di effettivo cambiamento sociale di coloro che avevano veramente combattuto e molti dei quali sono morti, dando inutilmente la loro vita mentre i traditori, dopo essersi arresi, sono scappati a Brindisi e hanno voluto fingere che l’Italia era dalla parte dei vincitori della guerra. E accanto ai veri resistenti sono arrivati – e purtroppo accettati per la situazione esistente nel nostro territorio – i finti combattenti, sopportati da quelli reali (i comunisti) nel CLN. Sappiamo com’è finito tutto in poco tempo, ma nessuno s’immaginava la vergogna degli ultimi decenni e ancor più di questi ultimi anni. Cantate pure oggi Bella ciao, traditori e ignoranti delle nuove generazioni. Io resto a PIETA’ L’E’ MORTA. E speriamo che un giorno sarà morta anche per voi che infangate i caduti di allora. E tra i traditori ho sentito in questi giorni parlare perfino alcuni comunisti di quei tempi, malamente sopravvissuti. O siete in Alzheimer o siete ancora peggiori di quelli che sono stati educati dai nuovi occupanti di questo paese, sempre abituato a servire qualcuno.

  3. DA POLISCRITTURE FB/ COMMENTI SU “A PROPOSITO DI SIMBOLI. “BELLA CIAO” CANZONE DELLA RESISTENZA? MA DI QUALE?”

    Brunello Mantelli
    La Grassa, fammi un favore, VAI A CAGARE!

    Ennio Abate
    Piano! Le cose non sono in b/n ma sempre più complicate…
    Leggo da un articolo di Portelli:
    “In realtà è tutta la storia di Bella ciao che appare come un fenomeno di frontiera, ibrido e sfuggente e proprio per questo capace di unire, di mettere in comunicazione realtà diverse. Pensarla in questo modo ci aiuta anche a capire meglio il processo per cui Bella ciao viene adottata quasi istituzionalmente come canto iconico del movimento di liberazione negli anni del centrosinistra, quando l’antifascismo diventa (un po’ strumentalmente ma un po’ anche no) il principio unificante di un «arco costituzionale» che nelle sue declinazioni migliori riconosce la pluralità di una Resistenza che non appartiene esclusivamente a nessuno. In un certo senso, è proprio l’ecumenismo politico un po’ generico intrecciato alla fermezza morale (e, come Bermani ricorda, agli echi est-europei della melodia, al piacere ludico del battito di mani) che permette sia gli abusi, sia soprattutto la straordinaria circolazione internazionale soprattutto di questi ultimi anni, dal Cile al Kurdistan, da «Casa di carta» a Tom Waits, di cui Bermani dà accuratamente conto.”
    (https://ilmanifesto.it/bella-ciao-cantata-sui-monti-dabruzzo/?fbclid=IwAR0KJI3Ssn78LbwyEYY98y_J3xE8PAqQ6arEfuZ8-HRyGRVvPRjXPpFgmvY)

    Brunello Mantelli
    Lo sappiamo. Un conto è la filologia, un conto la spocchia di questo stronzo.

    Ennio Abate a Brunello Mantelli
    Tutta la vicenda della Resistenza ( e quindi anche le canzoni) è oggetto di continue contese. Da allora a oggi e penso anche in futuro. In fondo La Grassa sottolinea anche a livello simbolico le differenti visioni etiche e politiche presenti in quel processo storico. Innegabili. E oggetto di riflessioni storiografiche serie. Come quelle (per me fondamentali) di Claudio Pavone: Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza. Lui vede come unica e “vera” soltanto la Resistenza delle Brigate Garibaldi, ma quelli che vedevano solo la Resistenza come guerra patriottica non erano altrettanto unilaterali?

    Brunello Mantelli a Ennio Abate
    Mi sa che o non hai letto bene Pavone, o non l’hai capito. Claudio era PdA, mica PCI!

    Ennio Abate
    Lo so. E con questo?
    Pavone l’ho letto e l’ho capito [1]. Non fa la distinzione tra tre tipi di guerra (patriottica, civile, di classe) che s’intrecciarono e si contrastarono nel processo della Resistenza? O dice altro? E chi sta dicendo che Pavone era del PCI?

    [1] Ho lavorato a “Di fronte alla Storia” (Palumbo 2009) e ho scritto quasi tutti i capitoli e le schede del 3° volume “Il Novecento e oltre”. Qui sotto la scheda che scrissi su Pavone.

    Scheda 3

    Dibattito
    I tre aspetti della Resistenza italiana

    A lungo la Resistenza è stata presentata, e talvolta continua a essere presentata, soprattutto dalle istituzioni dello stato, quale una guerra risorgimentale degli italiani contro l’invasore tedesco. Altre volte, più di recente, si insiste invece sul carattere di guerra civile dell’evento, che vide la contrapposizione fra italiani; e in questo secondo caso non mancano inviti a riconsiderare il torto e la ragione dei due schieramenti, spesso puntando sulla ferocia di alcuni comportamenti. Né può essere trascurato il sospetto con cui gli alleati guardarono alla Resistenza, temendone la natura anche politica.
    Lo storico Claudio Pavone ha avuto il merito di chiarire i tre aspetti della Resistenza italiana, correggendone innanzitutto la visione retorica e reticente: a suo giudizio, la Resistenza non fu (o non fu soltanto) la guerra patriottica di un intero popolo contro gli invasori tedeschi. Pavone ha indicato la presenza di tre diverse guerre nella Resistenza italiana.
    La prima fu una guerra patriottica: ebbe come nemici principali gli invasori tedeschi e lo scopo di liberare il territorio nazionale da una dominazione straniera (come nel Risorgimento). La seconda fu una guerra civile, fra italiani: ebbe come nemico i fascisti e come obiettivo la liberazione del popolo italiano dal fascismo; ed essendo il fascismo “invenzione” italiana, rispetto ad altri paesi europei la Resistenza italiana fu una «sanguinosa resa di conti, stavolta ad armi pari, nella partita che si era aperta con lo squadrismo fascista tra il 1919 e il 1922, l’anno della marcia su Roma» (Pavone). La terza fu una guerra di classe, anche se mai veramente autonoma dalle altre due; e i nemici principali, in questo caso, furono i padroni delle fabbriche e gli agrari che avevano finanziato lo squadrismo fascista. Essa fu particolarmente intensa in Italia (si pensi ai grandi scioperi operai del marzo 1944 che si ebbero nelle fabbriche militarizzate) e venne alimentata dal mito di Stalin e dell’Armata rossa.

    Brunello Mantelli
    Equivocai: con “Lui” intendevi La Grassa. OK. Ma perché ad un cretino (LG) ne opponi un’altro uguale e contrario (i sostenitori della Resistenza come guerra solo patriottica)??

    Ennio Abate
    Innanzitutto io non ho parlato di “cretini” né di “stronzi”. E non ho opposto la posizione della Resistenza tutta patriottica a quella della Resistenza “rossa” per valorizzare questa contro quella. Ho scritto: “Lui [La Grassa] vede come unica e “vera” soltanto la Resistenza delle Brigate Garibaldi, ma quelli che vedevano solo la Resistenza come guerra patriottica non erano altrettanto unilaterali?”. Era per riflettere sulle unilateralità e i settarismi che c’erano e ci sono; e si scatenano quando si parla di eventi storici che bruciano perché hanno tuttora implicazioni politiche forti. Avendo detto che per me l’opera di Pavone è *fondamentale* mi pare chiaro che sono contro questi unilateralismi.
    Restano, al di là dell’unilateralismo della posizione di La Grassa, alcune verità come questa: “erano sfumate tutte le speranze di effettivo cambiamento sociale di coloro che avevano veramente combattuto e molti dei quali sono morti, dando inutilmente la loro vita mentre i traditori, dopo essersi arresi, sono scappati a Brindisi e hanno voluto fingere che l’Italia era dalla parte dei vincitori della guerra. E accanto ai veri resistenti sono arrivati – e purtroppo accettati per la situazione esistente nel nostro territorio – i finti combattenti”.

    P.s.
    Sulla delusione per la perdita delle “speranze di un effettivo cambiamento sociale” uno spunto che rubo a LE PAROLE E LE COSE 2:

    In ricordo del partigiano Bruno
    https://youtu.be/3eItrGL1GgE

  4. Brevi notazioni a margine sui ‘dati’ storici e sull’interpretazione dei medesimi facendomi precedere “umilmente” da una citazione di P. P. Pasolini prendendola da una intervista che fece in un’intervista al Corriere della Sera, il 14 novembre 1974 in merito ai vari “golpe” italiani e intitolata “Io so”:
    “Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
    Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero”.

    Invece, su alcune cose, io, oltre a sapere, ho le prove, le testimonianze ma che al momento non sono ancora divulgabili a protezione dei superstiti.
    Rimangono comunque fermi alcuni dati fondamentali: la liberazione dell’Italia fu portata avanti degli Americani, supportata dall’organizzazione mafiosa di Lucky Luciano (a sua volta sostenuto da F. D. Roosvelt, presidente democratico americano) per organizzare lo sbarco in Sicilia. I partigiani ebbero sì una funzione di supporto importante e significativa producendo però non pochi problemi a livello di comunità creando e/o favorendo una specie di guerra civile con massacri da ambedue le parti (e anche all’interno della Resistenza stessa come testimoniano, carte alla mano, i fatti di Porzus, in Friuli). Infatti la Resistenza Partigiana era composita e vi appartenevano comunisti, forze cattoliche, anarchiche, repubblicane. Solo che alla fine della fiera i cosiddetti (perché non più quelli di allora) comunisti, si sono appropriati di tutto, ragion per cui “o sei con me – con la Resistenza – o sei contro di me”.
    Da lì anche l’appropriazione (e l’utilizzo ‘erga omnes’) della canzone “Bella Ciao” rispolverata a guerra conclusa. La tipologia significativa (e vale la pena di interrogarci in merito) di questa canzone contempla la figura dell’ “invasore”, che può essere declinato all’infinito, vale a dire che c’è sempre un ‘invasore’ da cui ci dobbiamo liberare. Ma i partigiani non cantavano assolutamente questa canzone.
    Essi cantavano la dolente, e per nulla spendibile nelle piazze, “Fischia il vento e urla la bufera, scarpe rotte eppur bisogna andar. A conquistare la nostra primavera, dove sorge il sol dell’avvenir”. Quella era una canzone inclusiva, che dava speranza verso un mondo migliore e verso il quale ci si muoveva con sacrifici e non con rullo di tamburi né di tamburelli. E, soprattutto, non escludente come lo è Bella Ciao che contempla il nemico sempre alle porte!

    Un’ultima notazione di stile in merito alla colorita espressione di Brunello Mantelli:
    “Brunello Mantelli
    La Grassa, fammi un favore, VAI A CAGARE!”
    Ecco, io come al solito, sono una persona che non solo recupera tutto (provenendo dalle esperienze della guerra quando “nulla si buttava via!”) ma che anche, dialetticamente, nulla esclude a priori.
    Consiglio dunque a Brunello Mantelli di brevettare il suo modello, ovvero quello di “mandare a cagare”.
    Per gli stitici, ad esempio, andrebbe benissimo perché, oltre ad evitare gli effetti collaterali (ideologici e di infausta memoria) dell’utilizzo dei lassativi all’olio di ricino, sostituirebbe quei farmaci che poi, giocoforza, privano l’intestino di esercitare la sua motilità naturale! Sarebbe un affarone!
    N.B. Non le chiederò parcelle quando il suo brevetto andrà in porto! Tutto è “aggratis!” per il bene di tutti, come oggi si tende a dire!

  5. Amarissimo (e personalissimo) è il bilancio del mio tentativo (qui e su POLISCRITTURE FB) di pensare, anche in questo desolante 25 aprile 2020, alla Resistenza. Ho voluto evitare la stantia retorica celebrativa e misurare realisticamente l’abisso che da essa ormai ci separa. Ho provocato con numerosi post i cosiddetti  “amici e amiche che #iorestopartigiana #iorestopartigiano”, argomentato il mio consenso parziale (e il mio dissenso) su un articolo dello storico Claudio Vercelli (che non si è degnato di rispondermi), contrastato le più che “colorite espressioni” di un altro storico Brunello Mantelli (secondo il quale non avrei capito il libro di Claudio Pavone), invitato a intervenire nella discussione un altro storico (che di fatto si è defilato). Nulla da fare. Non è possibile più nessun confronto tra vivi, che pur rivendicano quei valori. Ognuno dice la sua, schifa più o meno elegantemente gli altri; e procede imperterrito per la sua strada. Posso dialogare solo con i morti. Grazie di avermelo ricordato.

    1. Comunque siano andate le cose, alcune acque (‘favorevoli o contrarie’ a quanto ti aspettavi), si sono mosse e quindi, grazie, Ennio.
      Quanto ai morti cui accenni (“Ognuno dice la sua, schifa più o meno elegantemente gli altri; e procede imperterrito per la sua strada. Posso dialogare solo con i morti. Grazie di avermelo ricordato.”) ricordati invece che sono ‘morti’ quei cosiddetti ‘vivi’ a cui tu ti riferisci, proprio ricordando Marx: “le mort saisit le vif”, quando si riferiva al capitalismo (in specie alla schiavitù ‘macchinica’) e alle sue varie manifestazioni. Mentre ‘vivi’ sono invece quelli che non ci sono più, epperò sono portatori di una storia che dovrebbe parlarci e che dovremmo sapere ascoltare. Tradotto: i vivi di oggi, nella misura in cui non valorizzano le esperienze storiche spogliandole dalla ideologia e dal ‘sistema meccanico’ che fa andare in automatismo il pensiero, è come se fossero ‘morti’.
      L’ingiustizia e la inumanità del sistema capitalistico sfrenato hanno portato al cosiddetto “paradosso della libertà” (= globalizzazione?) che distrugge se stessa se è illimitata. Ed è questo pensiero (della ‘libertà illimitata’) che è diventato virale e che ha infettato anche le menti che avrebbero dovuto contrastarlo imponendo regole e limiti. Invece, tutti siamo liberi di dire quello che ci pare e piace! Con i risultati che vediamo.

  6. “«Che cosa diremo allora, anche indirettamente, anche nei nostri difficili discorsi, a questa gente – a quell’ometto laggiù, a quella ragazza, a quel vecchio? Se ci chiedessero – e ce lo chiedono infatti – per che cosa debbono vivere, sapremmo noi che cosa rispondere? E a chi dovesse morire questa sera, sapremmo noi che cosa dire, o di quali pensieri caricare il nostro silenzio? E, nelle nostre giornate, ce lo chiediamo veramente noi stessi?” (Franco Fortini, Dieci inverni. 1947-1957. Contributi ad un discorso socialista, 1954)

    Ecco, sì, queste ancora le domande dei nostri innumerevoli inverni…

  7. …”Io restopartigiana” per me nel significato che so da che parte sto, in quella parte ho vissuto e ho dovuto difendermi, anche lottare, e, potendo, difendere ma non sono mai stata una grande coraggiosa…sfidare la morte come durante la Resistenza, le donne che, in bicicletta, si inerpicavano sulle montagne, recapitando messaggi, cibo e anche armi…oppure oggi, senza badare alla propria incolumità, i volontari del Corvetto, piu’ o meno giovani, che consegnano la spesa, le medicine a malati e anziani…questi si’ davvero partigiani nel significato pieno della parola…”Di quali pensieri caricare il nostro silenzio?” Per me già aver raggiunto una certa consapevolezza di un percorso…grazie a tutti

  8. DA POLISCRITTURE FB

    UNO SCAMBIO SU QUESTO TEMA

    Adelia Denti

    Ciao, può darsi che io sia un pochino moderata (non ho la televisione e non ho sentito i commenti a cui si riferisce) ma se questa “canzonetta” (come lui la definisce), proprio perché orecchiabile è diventata un simbolo delle situazioni di protesta e ribellione nel mondo, una sua dignità se l’è conquistata, o no?

    Ennio Abate

    Non mi pare che La Grassa neghi che “Bella ciao” sia “diventata un simbolo delle situazioni di protesta e ribellione nel mondo”. Ma non solo “perché orecchiabile” (aspetto estetico).
    Se rileggi bene sostiene invece due cose:
    1. che “le vere canzoni – ma soprattutto, appunto, la seconda – dei veri combattenti nella Resistenza, quella vera, delle Brigate Garibaldi (e qui da noi, I cacciatori del Piave, ecc.); cioè dei comunisti, non degli imbelli delle brigatine Piave (i Diccì) e altri di poco migliori” esprimevano meglio di “Bella ciao” la verità politica (la volontà di rivoluzione sociale) della Resistenza;
    2. che è stato il “tradimento” della “vera” Resistenza che ha imposto l’eliminazione di questa spinta rivoluzionaria ( elezioni del’ 48, ecc.) e, a livello simbolico, l’imposizione di “Bella ciao” come unico simbolo di quel processo storico così complesso.

    Si può rifiutare questa tesi ( se ne discusse a lungo negli anni ’70 quando c’erano movimenti che contrapposero la “resistenza rossa” ad altre. Ricorderai lo slogan: “La Resistenza è rossa non è democristiana”…) ma non negare questa componente “rossa” ( ho letto che qualche giorno fa Gramellini, intervistando Veltroni, ha detto – da perfetto imbecille, secondo me – che la Resistenza non l’avrebbero fatta i comunisti! Ma se le Brigate Garibaldi erano le più numerose, organizzate e attive!…). Peggio ancora insultare La Grassa per quel che dice, come ha fatto Mantelli, che pure è uno storico per me competente ( Vedi commenti su POLISCRITTURE _FB).

  9. «Bella ciao» non è una canzone partigiana, e su ciò non ci piove. Ha ragione chi afferma che venne diffusa a Resistenza finita e che divenne molto popolare solo a partire dalla fine degli Anni quaranta.
    La storia di questo canto è però molto più antica e se ne rintracciano i primi elementi (qualche passo della melodia e del testo) già secoli prima. Infatti, come è avvenuto per molti canti e ballate popolari, si parte da uno spunto iniziale che, circolando da una zona all’altra, si trasforma, cambia lingua e dialetto, si struttura via via in modo più “colto”. Prima di arrivare alla “Bella ciao” che oggi è diventata mondiale ci sono stati diversi passaggi e il canto, come canto popolare non legato alla Resistenza, circolava anche durante la guerra. Ma poi qualcuno lo ha rivisto, lo ha completato, lo ha risistemato e lo ha lanciato come canto della Resistenza, quando la Resistenza era già finita.
    Se ricordo bene – ma non ho ora il modo di verificare – ne racconta la storia lo specialista di canti popolari Giordano Dall’Armellina nel libro «Ballate popolari europee. Esempi di canti narrativi da Francia, Germania, Inghilterra, Irlanda, Italia, Scozia, Spagna. L’Europa dei popoli attraverso le radici comuni nel folclore» (Milano, Book Time, 2008, pagg. 240. Con 4 CD audio con 64 ballate).

  10. Aggiunta:
    Giordano Dall’Armellina ha riscritto e ampliato il suo libro del 2008 in una nuova edizione dal titolo «Ballate europee da Boccaccio a Bob Dylan. Le origini del folclore europeo attraverso il canto narrativo» (Prefazione di Paolo E. Balboni. Milano, Book Time, 2015, pagg. 317. Allegato un CD MP3 con 81 brani audio).

    1. Non conosco il libro di Cesare Bermani che è disponibile da poco tempo e solo in formato Epub e non cartaceo. Ma dalla recensione di Portelli mi pare di capire che Bermani conferma:
      1) L’origine popolare antica di “Bella ciao”.
      2) Che il canto, nella versione partigiana, era sconosciuto alla maggior parte dei partigiani e cantato effettivamente, durante la Resistenza, in una zona abbastanza ristretta («Era l’inno di combattimento della Brigata Maiella in Abruzzo, cantato dalla brigata nel 1944»). La Resistenza in Abruzzo durò poco più di otto mesi (Teramo venne liberata il 13 giugno 1944) e sebbene fosse consistente come numero di combattenti non ebbe risonanza politica paragonabile alla Resistenza nel Nord. Da qui, credo, deriva il fatto che pochi conoscessero la versione partigiana del canto.
      3) Il canto divenne veramente popolare solo dopo la fine della guerra, anzi, diversi anni dopo.
      4) Portelli scrive: «Il punto, insomma, è che in questo ambito la ricerca dell’«origine» e della «autorialità» si dissolve in rivoli infiniti; quello che conta non è tanto come un canto è nato, ma come è diventato quello che abbiamo adesso». Concordo con «rivoli infiniti», come è proprio dei canti popolari le cui prime radici superano il secolo di vita, e con il resto dell’affermazione, specificando però che la storia di un canto è comunque un dato importante in sé, indipendentemente dall’importanza attuale che il canto ha assunto.

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