Samizdat di Ennio Abate

NUOVA RUBRICA DI POLISCRITTURE 3
appunti politici, poeterie, narratorio

Samizdat? Mezzora al mattino, i sensi svegli – oplà, piegamento! – ed elastici. Mezzora costruito tardi a sera, occhi mortificati già dal buio. Questo è Samizdat. Già inventato, a volte. Augurando che ancora s’inventi. Che l’inventi io? O da sé? Samizdat è personaggio-maschera, io-maschera, una plurale maschera di parole. Questo dico io. Che sono il corpo di samizdat-maschera, lo sorreggo e levo in piedi, lo proteggo e coccolo.  E mi fondo con lui, che proprio un lui – passante svanito dalla finestra verso il metrò – non è. Comunque, lo mando avanti nel futuro buio. E gli sussurro: datti da fare! O me lo metto in tasca – un amuleto – appena del passato tocco suoli sprofondati e avvolgimenti materni lì annidati. Io, complice suo. Lui, mio futuro possibile. Né fratello, né tanto maestro o amico: un me stesso, proiettato, giocato in un noi stessi. In seria (forse) simulazione contro il piattume. Che mi e ci fa anonimi malati, sezionati in scuole, camere da letto, ospedali, obitori e ghetti di tortura. Burattini dolenti: io e lui. Ché, se avessi un bell’io – solido, pettinato nei ricordi, prosciugato nell’eloquio, di buoni venti respiratore – non finirei in questi samizdat: ignoto, spesso perseguitato, politico e pulito, vinto di solito, ombra di corpo, ridotto a carta, parola sulla carta. Che non sta più coi corpi. Dimenticato sogno, avvinghiato a bassifondi. Discorso sfrangiato, che mai rientra in libro. Perenne immigrato, scostato dai servi in livrea. Eccetera, eccetera.

(da E. A., Prof Samizdat, 2006)

 

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