Il comunismo nel buio. Inchiesta.

Invito rivolto ad alcuni “amici su FB” ma anche a chi fosse interessato alla questione

Il comunismo nel buio

«Dopo il 2017 il dibattito sul comunismo (o anche sulla “crisi del marxismo”) è andato scemando e pare oggi cancellato. Nessuno è più disposto a portare questo Anchise sulle spalle». Questa la conclusione cui sono giunto in «Nei dintorno di Franco Fortini» (gennaio 2025), dove ho riassunto i principali interventi della “Conferenza di Roma sul co­munismo” (18/22 gennaio 2017)1 e gli scambi avvenuti, sempre nel 2017, nella redazione di Poliscritture dopo la pubblicazione di un mio commento ‘Comunismo’ (1989) di Fortini. Da allora il silenzio. E ora, in questo buio presente di guerre, ha senso ancora parlarne? Come? Con chi?

* Qui il primo intervento di Eros Barone:
https://www.poliscritture.it/2025/06/19/il-comunismo-nel-buio-1/

1 pensiero su “Il comunismo nel buio. Inchiesta.”

  1. SEGNALAZIONE

    Cooperazione, comunità, comunismo
    Enzo Traverso
    https://jacobinitalia.it/cooperazione-comunita-comunismo/

    Stralcio:

    Dopo la caduta del socialismo reale, la fine della Guerra fredda e la presa di coscienza della sconfitta delle rivoluzioni del Novecento, l’idea di comunismo ha vissuto prima un’eclissi – negli anni Novanta era semplicemente sinonimo di totalitarismo, come sentenziava il Libro nero del comunismo (1997) – poi una rinascita in forme nuove, incerte, al tempo stesso creative e fragili. Sul piano teorico, la sua ricomparsa è avvenuta attraverso un’innovazione semantica: il «comune» (common, commonwealth, commun, común), che non manca di ricordare la «comunità dei beni» di Babeuf e anche, come sottolinea Cannavò, le incertezze di Marx ed Engels nell’uso del concetto di Gemeinwesen (ciò che è in comune, ma anche la sfera pubblica), che talvolta proponevano come sinonimo di Gemeinschaft (comunità) e Gemeinde (comunità sia nel senso di associazione che in quello, puramente amministrativo, di municipio). […]

    La parola «comune» significa molte cose contemporaneamente. Si tratta di una categoria analitica: il capitalismo contemporaneo come produzione biopolitica e lavoro immateriale, ossia come una tappa nella storia del capitalismo. Da questo punto di vista, il comune corrisponde al capitalismo cognitivo che segue il mercantilismo e il capitalismo industriale, secondo un’interpretazione elaborata soprattutto da Michael Hardt e Toni Negri. Si tratta inoltre di una sostanza materiale: i beni comuni da proteggere o da liberare dalle catene delle moderne enclosures neoliberiste (un’idea al centro dei lavori di Elinor Ostrom). Si tratta infine di una forma di soggettività politica: l’azione comune, una prassi trasformatrice collettiva sulla quale esiste ormai una vasta letteratura (dai lavori di Hardt e Negri a quelli di Pierre Dardot e Christian Laval).

    Il «canone cooperativista» di Salvatore Cannavò integra queste correnti verso una concezione globale. Esattamente come la «libertà sociale» di Lereoux era contemporanea del darwinismo sociale, oggi i «beni comuni» e il nuovo associativismo sono un’alternativa radicale al mondo rimodellato secondo le prescrizioni di Friedrich von Hayek e dei suoi discepoli, fino alle forme più oscene di tecnofeudalismo.

    Va detto tuttavia che il lemma «comune» non possiede la forza del suo predecessore: come sistema sociale, il comunismo era l’antitesi del capitalismo e il superamento dialettico delle sue contraddizioni; come movimento politico, era un esercito che combatteva contro il capitalismo. Questo modello, soprattutto per la sua dimensione politica, è ormai esausto, ma nel corso del Novecento ha sprigionato energie immense. I beni comuni si scontrano al capitalismo globale dell’era neoliberista ma sono anche dissociati dal comunismo storico. Da un lato, pensare un nuovo progetto emancipatore intorno all’idea di «comune» significa rifiutare l’esperienza del comunismo autoritario e statalista del Novecento; dall’altro, un semplice rigetto di questa eredità si rivela tanto miope quanto inefficace. Il bolscevismo rivendicava l’eredità del socialismo del XIX secolo, dal 1848 alla Comune di Parigi. I movimenti alternativi contemporanei sembrano non voler salvare nulla della tradizione comunista. Per essere feconda, suggerisce Cannavò, la riscoperta del «canone cooperativista» non dovrebbe essere un ritorno al socialismo utopistico ottocentesco ma una leva per negare e trascendere il socialismo statalista novecentesco: la chiave di un superamento dialettico, non di una semplice negazione.

    Torniamo alla definizione del comunismo proposta da Marx nell’Ideologia tedesca: il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. Tutte le rivolte degli ultimi vent’anni ri entrano in questa categoria: Occupy Wall Street e Black Lives Matter negli Stati uniti, le rivoluzioni arabe, il 15M spagnolo, l’occupazione del parco Gezi a Istanbul, la nuit debout e i gilet gialli in Francia, la rivolta femminista di me too su scala globale, e molte altre. Questi movimenti non volevano incarnare la memoria del comunismo né quella delle rivoluzioni passate. Si consideravano più vicini alla Comune di Parigi che all’ottobre 1917. Hanno riscoperto la rivoluzione haitiana e i giacobini neri, ma ignoravano le rivoluzioni cinese, cubana e vietnamita. Non erano interessati ai dibattiti strategici del passato (riforma o rivoluzione, partito di massa o partito di quadri, guerra di movimento o guerra di posizione, fronte unico, insurrezione, ecc.); volevano sperimentare nuove forme di vita, si organizzavano su basi orizzontali; praticavano forme di democrazia diretta, seppur effimere; erano interessati ai beni comuni e all’ecologia piuttosto che alle elezioni e alle questioni istituzionali. Mostravano tratti anarchici, non in termini dottrinali (nel senso di un ritorno a Bakunin) ma nelle loro pratiche: antistatalismo, rifiuto della delega, azione diretta. Il movimento globale contro il genocidio a Gaza è stato spesso paragonato a quello degli anni Sessanta e Settanta contro la guerra del Vietnam, ma allora protestare contro i bombardamenti al napalm e i massacri significava sostenere una guerra di liberazione nazionale che sfociò in una rivoluzione socialista; oggi c’è il rifiuto del genocidio ma non si vede nessuna rivoluzione all’orizzonte. […]

    Nel XXI secolo, la teleologia ha cambiato campo: non è più socialista o comunista ma neoliberista. Il capitalismo si definisce come la forma naturale e finale di organizzazione del pianeta (così Francis Fukuyama accoglieva il crollo del socialismo reale). I nuovi movimenti si battono contro questa idea senza farsi illusioni: cambiare il mondo, spezzare la piovra capitalista, è un atto sovversivo che non segue una tendenza naturale, ma implica piuttosto il rovesciamento di una tendenza strutturale verso il dominio della natura e la disuguaglianza sociale. Si pensano come un freno di emergenza prima della catastrofe, non come una locomotiva della storia. Visti in questa prospettiva, appaiono più vicini a Walter Benjamin che a Marx o Lenin. Ma a differenza di Benjamin, per il quale la rivoluzione era un’irruzione del passato nel presente per realizzarne le promesse mancate, questi nuovi movimenti non si considerano luoghi di memoria delle rivoluzioni passate. Sono senza storia. Vogliono proiettarsi verso il futuro ma non sanno che fare del passato.

    Riscoprire il paradigma associativo del socialismo utopistico e farlo dialogare con le teorie contemporanee del comune e dello spazio pubblico è un aspetto ineludibile di questo lungo e laborioso processo di elaborazione del passato e invenzione del futuro. Per la ricchezza delle fonti esplorate, la chiarezza espositiva, l’interdisciplinarità di una metodologia che unisce storia sociale, storia intellettuale e teoria politica, per l’originalità di una lettura creativa, non convenzionale di un vasto insieme di testi classici e contemporanei, questo libro di Salvatore Cannavò è brillante e ammirevole. Risponde a un bisogno essenziale del presente e nutrirà le nostre discussioni per lungo tempo.

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