
Maurizio Ferraris racconta Nietzsche a Torino Spiritualità
di Donato Gervasio
Quell’evento che Nietzsche chiama la “morte di Dio” non si è allontanato dal nostro orizzonte. Nietzsche è stato ossessionato da Dio per tutta la vita. Anche noi, oggi, ne siamo ossessionati, sebbene la nostra epoca si professi secolarizzata.
Ferraris parla al cinema Romano di Torino, all’interno della Galleria Subalpina. Siamo in un luogo simbolico, a pochi passi da via Carlo Alberto 6, dove Nietzsche prende alloggio nella primavera del 1888, in un appartamento al quarto piano. “È passato sotto questa Galleria migliaia di volte”, ricorda Ferraris. “Siamo più vicini a Nietzsche che mai.”
Nietzsche instaura un rapporto molto felice con la città, come testimoniano le sue lettere da Torino. “Ovunque la più limpida luce di ottobre, lo splendido viale alberato, che per circa un’ora mi ha condotto lungo il corso del Po, quasi non ancora sfiorato dall’autunno. Adesso sono l’uomo più colmo di gratitudine del mondo – con una disposizione d’animo autunnale nel miglior senso del termine: è il periodo della mia grande vendemmia.
Il soggiorno torinese sarà, infatti, freneticamente produttivo. Scrive cinque libri, tra cui Ecce Homo. Ferraris, con la sua consueta verve, lo definisce “un fantastico libro kitsch”, l’opera di un uomo che scivola nella follia per il terrore di non essere riconosciuto dal mondo.
Torino è anche la città in cui il filosofo vive i suoi ultimi giorni coscienti. Di lì a poco, all’inizio di gennaio del 1889, firma i cosiddetti “biglietti della follia” con i nomi dei redentori dell’umanità: “Dioniso” o “Il Crocefisso”.
Tra mitomania sempre più acuta e delirio teologico arriviamo alla fatale lettera a Jacob Burckhardt del 6 gennaio: “Caro signor professore, in fin dei conti sarei stato molto più volentieri professore a Basilea piuttosto che Dio; ma non ho osato spingere il mio egoismo privato al punto di tralasciare per colpa sua la creazione del mondo.” E più avanti: “Quel che è spiacevole e che mette a prova la mia modestia è che in fondo io sono tutti i nomi della storia…”
Poco dopo, accompagnato dal filosofo Franz Overbeck, ex collega e amico, Nietzsche lascerà Torino per essere ricoverato in una clinica psichiatrica di Basilea. Da qui ripartirà, accudito dalla madre.
La genesi di un’ossessione
Ferraris traccia un profilo psicologico preciso. Figlio di un pastore protestante morto quando lui aveva quattro anni, Nietzsche cresce idealizzando una figura paterna assente. Non idealizza, invece, la madre e la sorella Elisabeth, cioè le due figure femminili con le quali cresce e che considera come l’antitesi vivente del suo pensiero. (“Le ha sempre considerate come due cretine”, taglia corto Ferraris).
In un passo di Ecce Homo, che sarà censurato dalla sorella Elisabeth e in seguito riportato alla luce, Nietzsche scrive che la madre e la sorella sono la più profonda obiezione all’idea filosofica dell’Eterno Ritorno, nel senso che non vorrebbe che tornassero eternamente.
Iscritto a teologia per assecondare il volere di sua madre, a un certo punto abbandona per andare a studiare filologia classica, a Lipsia, al seguito del suo professore Friedrich Ritschl. Sua madre se la prende tantissimo.
Il ritratto del giovane Nietzsche è dissacrante: “Un ragazzo solitario, abbastanza brutto, poco capace a comunicare, miope, cresciuto nel rigore di un collegio dove il massimo della felicità era il bagno a Ferragosto: ovvio che se uno vive così, comincia a sognare Dioniso”.
La “morte di Dio” non è un’invenzione nietzschiana.
Già Hegel, all’inizio dell’Ottocento, afferma: “Il sentimento fondamentale della nostra epoca è che Dio è morto”, intendendo la fine degli assoluti metafisici e l’inizio di un’era in cui l’uomo è consegnato al flusso della storia.
Nel 1797, in epoca rivoluzionaria, il giovane Hegel insieme a Hölderlin e al giovanissimo Schelling scrivono un saggio in cui si afferma che la vecchia mitologia è morta e bisogna crearne una nuova. Il “Dio è morto” di Hegel, tuttavia, non ha avuto le stesse conseguenze di quello di Nietzsche, anche perché in Hegel significava che Dio è ormai vecchio, come dire: sono passati duemila anni e continuiamo a tenerci quel vecchio Dio, sempre lo stesso assoluto?
Il tema della morte di Dio era dunque onnipresente. Anche eventi storici traumatici, come la decapitazione di Luigi XVI e la violenta scristianizzazione della Francia rivoluzionaria, sono vissuti come veri e propri deicidi.
Ferraris fa notare come questa secolarizzazione radicale abbia prodotto degli effetti sociologici bizzarri. La religione cattolica, al contrario di quanto accaduto in Italia, è stata quasi del tutto estromessa dalla vita pubblica francese, con un risultato singolare: i francesi vanno oggi tutti dallo psicanalista.
“E da quale psicanalista vanno? Ovviamente da un lacaniano. Cioè da qualcuno che ha cattolicizzato il freudismo. In pratica, i francesi vanno a cercarsi una specie di prete e lo pagano pure profumatamente, solo perché la Rivoluzione ha tolto loro i preti gratis (o quasi) che avevano prima.”
Ma chi è quel Dio che muore?
Nell’aforisma 125 della Gaia Scienza, Nietzsche affida l’annuncio a un uomo folle che, accesa una lanterna nella chiara luce del mattino, corre al mercato gridando disperatamente: “Cerco Dio! Cerco Dio!”. Di fronte alle risate di scherno degli astanti, che in Dio già non credono più, il folle rivela la verità più tremenda: “Dio è morto! E noi l’abbiamo ucciso! Voi e io! Siamo noi tutti i suoi assassini!”
Ma il Dio che muore davvero, afferma Ferraris, è precisamente il Dio del protestantesimo. Più rigoroso e interiorizzato, il protestantesimo fa di Dio una questione di pura coscienza individuale. Quando la fede vacilla, la coscienza crolla nel vuoto, non regge l’urto del nichilismo, della mancanza totale di senso. I cattolici, invece, sono più protetti dal vuoto nichilista: “La morte del Dio cattolico importa pochissimo. Anzi, i cattolici sono contentissimi di vedere crocifissi (che non vedrete mai in una chiesa protestante), processioni e santi flagellati”. I cattolici sono più protetti perché, spiega Ferraris con una affermazione che ci lascia stupiti, già non credevano più in Dio. “E non ci credevano più per ottime ragioni teologiche: In Del papa, scritto nel 1819, in epoca di Restaurazione, il grande filosofo Joseph De Maistre afferma che il vero cattolico non crede in Dio ma nel papa. E lo dimostra giuridicamente: Dio ha dato al papa la sua eredità e questa eredità viene trasmessa di papa in papa. Per i cattolici, dunque, la morte di Dio non è un problema, nel senso che hanno il papa, e morto un papa se ne fa un altro”.
Nichilismo e depressione di massa
Il nichilismo di cui parlava Nietzsche, e su cui Heidegger avrebbe versato fiumi di inchiostro negli anni Quaranta, è per Ferraris un fenomeno squisitamente europeo e borghese. Non ha sfiorato le culture orientali o islamiche. Non c’è stato nessun cinese che sia mai stato turbato dalla morte di Dio, nessun indiano, nessun islamico, nessun ebreo.
Per essere autenticamente nichilista bisogna assomigliare a Thomas Buddenbrook, il personaggio del romanzo di Thomas Mann: ricco, garantito, privo di bisogni materiali, comodamente seduto in una casa di Lubecca. Il nichilismo nasce come un lusso intellettuale e borghese. “Solo chi non deve lottare contro le bestie feroci o per il pane quotidiano può permettersi il lusso di essere nichilista e di chiedersi: “Ma perché diavolo sono sulla terra?”.
Non abbiamo esempi di nichilismo di massa prima dell’Ottocento. La melanconia era stata indagata nel Seicento da Robert Burton (Anatomia della melanconia), ma è solo grazie all’avvento dell’automazione e alla crescita della società borghese che il nichilismo diventa fenomeno di massa. La noia (“mostro delicato” come lo definiva Baudelaire), la malinconia, il male di vivere sono condizione umana e sociale molto diffusa a partire dal XIX secolo. Ferraris propone una equazione diretta: il nichilismo europeo descritto da Nietzsche nei suoi frammenti di Lenzerheide, oggi si chiama semplicemente depressione.
A questo proposito, Ferraris evoca un celebre aneddoto legato a Bertrand Russell. Il matematico e filosofo britannico si trovava a bordo di un idrovolante che si schiantò nel mare della Manica. Mentre nuotava disperatamente nell’acqua gelida per non annegare, Russell scoprì di essere improvvisamente guarito da tutte le sofferenze esistenziali e dalle profonde depressioni che avevano tormentato la sua vita fino a quel momento. Il motivo? Aveva finalmente un obiettivo concreto, biologico e immediato: raggiungere la riva e salvarsi la pelle.
Ferraris lancia una frecciata alla sua stessa categoria: se a partire dagli anni Cinquanta del secolo scorso, la depressione viene curata in maniera alquanto efficace con gli antidepressivi, allora bisognerebbe sfoltire l’orizzonte filosofico da quelle cose che hanno soltanto un fondamento biologico e patologico.“Evitiamo di creare un intero sistema di pensiero sul nichilismo. Quando ero giovane – ricorda – i miei professori scrivevano soltanto libri sul nichilismo. Se avessero pensato che esistevano gli antidepressivi, avrebbero scritto d’altro o non gliene sarebbe importato nulla”.
I surrogati di Dio
Cosa succede, allora, quando lo spazio del divino resta vuoto? La soluzione di Nietzsche è semplice: si autonomina Dio. Comincia un processo di autodeificazione che lo porta a identificarsi prima con il profeta Zarathustra, poi con un dio sacrificato e morente e infine con il creatore.
Nietzsche ha avuto un destino veramente stranissimo: voleva a tutti i costi diventare importante e sostanzialmente è impazzito perché nessuno lo riconosceva. Poi, quando si manifesta la pazzia e lui non è più cosciente, il mondo comincia a tributargli una fama mondiale. Strauss gli dedica una sinfonia, D’Annunzio scrive un poema.
Voleva diventare importante come tanti, aggiunge Ferraris, per via di un assoluto tipico soprattutto dei figli maschi: la mamma. In una lettera alla madre dell’autunno dell’88 si legge: “Vedi, mamma, la tua vecchia creatura è diventato un uomo celebre, ricevo delle lettere da New York, da San Pietroburgo…”
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Certo, Nietzsche non poteva risolvere la questione relativa a Dio, ma nemmeno noi l’abbiamo risolta. Qual è il nostro assoluto? Con questa domanda Ferraris introduce l’ultima parte del suo intervento. La nostra epoca, afferma, come le epoche precedenti alla morte di Dio, ha bisogno di assoluti. Ognuno di noi ha il suo assoluto. La bellezza, per esempio. “Molti di voi avranno notato come la morte di Giorgio Armani sia stata un evento paragonabile alla morte di un Dio o di un re, con un profluvio di interviste a persone che, come succede nelle agiografie, dicono: io l’avevo conosciuto. Tra la morte di Giorgio Armani e Padre Pio non c’è stata nessuna differenza”.
Per dire il nostro bisogno di assoluto, Ferraris si serve di una citazione attribuita allo scrittore cattolico Gilbert Chesterton: “Quando la gente smette di credere in Dio, non è vero che non crede a nulla: crede a qualunque cosa.” Ferraris pensa che sia esattamente così, che dopo la fine di quell’assoluto che era Dio, siamo inclini a credere a qualunque cosa, a dei surrogati di assoluto. Il nazionalismo, per esempio. Prima non c’era, le etnie stavano mescolate le une con le altre. Poi diventa necessario essere “una d’arme, di lingua, d’altare” e cominciano le guerre nazionaliste, che si sono protratte fino al secolo scorso.
“Le grandi ideologie dell’Ottocento e del Novecento che cosa sono se non dei surrogati della morte di Dio? E gli psicologi, dai quali si va come si andrebbe da un cartomante, non sono esattamente il surrogato dei sacerdoti come mediatori nei confronti dell’assoluto?”
Ma l’assoluto più assoluto, continua Ferraris, di cui possiamo verificare l’onnipresenza negli ultimi due secoli, è quello amoroso. Con la modernità, l’amore diventa una religione per cui morire e per cui distruggere la vita. Una volta l’amore non era un assoluto. Certo, Eloisa ama Abelardo, ma si scusa con Dio perché ritiene empio il suo amore terreno.
“Werther, invece, è solo contento di spararsi per realizzare l’assoluto. Pensate alla quantità di guai che vengono provocati da questa idea che ci debba essere un tale legame fra due persone per cui l’una è la divinità dell’altra. E quella stupida di Madame Bovary? Lei, sì, che è una vera “credente”. Passa da un assoluto amoroso all’altro con la stessa convinzione. E cosa spinge Anna Karenina a trovare grosse le orecchie del marito, se non l’assoluto amoroso che si incarna in Vronskij, che poi fra l’altro la molla?”
A giudicare da come ha trattato Madame Bovary e Anna Karenina, possiamo inserire Ferraris nella schiera dei filosofi seguaci della filosofia “anti-amore”, il cui esponente più autorevole potrebbe essere Schopenhauer, per il quale la passione amorosa non è altro che fonte di guai e un inganno biologico orchestrato dalla natura per perpetuare la miserabile specie umana.
Sulla scia di Rousseau, anche la natura intesa come fonte di ogni bene è un assoluto che risulta dalla morte di Dio.
Ai giorni nostri, tramontato l’amore romantico, l’assoluto è diventato il figlio. È lui l’idolo indiscusso, solo lui è al centro dell’universo, il perno attorno al quale ruota l’intero sistema valoriale ed emotivo delle famiglie. Nelle società tradizionali il figlio non era al centro dell’universo perché quel posto era occupato da Dio.
“Probabilmente”, aggiunge Ferraris avviandosi alla conclusione, “non è neanche detto che andare in chiesa a pregare Dio sia meno stupido di correre dietro la duchessa di Guermantes, come fa Proust nella Recherche.”
La “morte di Dio” non ha eliminato l’assoluto, lo ha solo frammentato in surrogati quotidiani. Nietzsche, in sintesi, coglie bene che l’assoluto è essenzialmente una mancanza costitutiva dell’essere umano che noi cerchiamo di riempire nelle maniere più varie.