Archivi categoria: RIFLESSIONI

N come NONETTO

       FRA I BANCHI

Composizione musicale caratterizzata dalla presenza fissa di nove strumenti solisti

 

di Angela Villa

La scuola è agli sgoccioli, sospesa fra verifiche e recite provate fino allo sfinimento, zaini che si svuotano e diplomi per i “lettori forti”. Fra questi campioni della biblioteca ho scoperto qualcuno che prende il libro, lo porta a casa, lo riporta indietro così come lo ha preso, per il gusto di avere un libro nuovo a casa, per il piacere di odorare la carta, perché nessuno me lo legge…perché mi piaceva la copertina ma la storia non era entusiasmante. Le risposte sono varie. Ma che importa? Il libro ha viaggiato, ha preso l’aria della cameretta, ha fatto da ponte. Si loda anche quel viaggio a vuoto, perché l’amore per la lettura è un seme pigro che va coltivato lentamente. Uno dei diritti del lettore è proprio saltare le pagine o chiudere il libro prima del tempo.
In questi giorni di maggio si corre nei corridoi a caccia dei maestri perché ,hanno consegnato la foto di fine anno. I bambini cercano la firma di tutti i maestri, anche di quelli che entrano per poche ore in classe, ma che lasciano comunque un segno. Ognuno con il suo superpotere, ognuno con la sua personalissima magia. La bellezza sta cercare di capire come ci vedono loro i bambini, a volte chiedo divertita: ma quanti maestri avete?  Sette, otto, no forse nove…e tutti importanti. L’altro giorno ho dato loro una traccia ero curiosa di vedere la classe con i loro occhi. Ho scoperto che ognuno di noi, ha qualcosa da regalare. Siamo i loro super eroi. Siamo un po’ tutti protagonisti come nell’ensemble di un Nonetto. E anche i commessi per loro sono dei maestri perché gli insegnano le buone maniere…a non sporcare i bagni, a raccogliere le carte in giardino.
Testo descrivi i maestri della tua classe e non saltare nessuno!
«C’è la maestra di religione, amatissima perché fa scrivere i titoli in grassetto, con lei facciamo pure geometria, ci dice, per convincerci a fare i titoli più belli possibili.
C’è il maestro di inglese, quando la classe si fa troppo agitata e il giardino diventa un sogno, distribuisce mandala, se il tempo scade giriamo il foglio e disegniamo quello che vogliamo.
La maestra di scienze e matematica ci porta nell’orto: si innaffia la terra, si tagliano le erbacce si contano i fiori delle zucchine e si va a caccia di lombrichi. Cerchiamo il più lungo e lo mostriamo ai compagni e alle compagne che hanno paura. Una volta uno l’ha nascosto in tasca quel giorno la maestra si è veramente arrabbiata.
La maestra della mensa insegna ad andare in fila uno dietro l’altro e le buone maniere a tavola. Facciamo finta di essere alla tavola di Harry Potter e sembra di vedere i gufi che svolazzano. Dobbiamo fare la gara del silenzio con l’altra classe.
Il maestro di motoria delle quinte, si ferma solo per un’ora è al posto di una maestra che non può più venire per motivi di salute, insegna i trucchi per giocare bene insieme:
“Lasciate stare palla prigioniera” e provate a mettere insieme la palla nel fosso toccandola tutti” È un mago conosce un sacco di giochi.
C’è la maestra di alternativa: ci insegna a fare la pace e ha creato l’angolo della pace con cuscini e barattoli luminosi. A volte noi siamo un po’ litigiosi, qualcuno parla con il corpo invece che con la voce, dice lei, ma abbiamo tempo per imparare a fare la pace.
Poi ci sono i due commessi che sorvegliano il bagno e dicono: “La riunione dei rubinetti è finità tornate in classe” e poi c’è il teatro della maestra di italiano
Lei c’è sempre. È quella che vediamo ogni giorno, facciamo spesso gli intervalli con lei in giardino o in classe se piove, perché noi in giardino andiamo pure se fa freddo: dobbiamo rafforzare il corpo, così ci dice. Se rimaniamo in classe perché piove ci dice: “Potete fare caos ma con calma” A volte, però, si vede che è stanca e sta per arrabbiarsi Ha finito lei, la calma.  Allora le regaliamo disegni coi cuoricini, lei li appende alla parete anche se non sono belli colorati o manca qualche “H” e qualche doppia.
Racconta storie bellissime, ma anche storie noiosissime. A inizio o a fine lezione. Quando la noia avanza, la maestra inizia a saltare le pagine, inventando tutto di sana pianta, perché se ci annoiamo facciamo troppo rumore e andiamo a casa col mal di testa.
Le storie più belle sono quelle completamente inventate, quando la maestra inventa, è molto più simpatica del libro. Gira per la classe, con una mano mantiene il libro e con l’altra, un mondo prende forma, storie stranissime. Matite stufe di essere temperate, cestini parlanti quaderni indispettiti, carte Pokemon che si rifiutano di essere scambiate. Una volta durante una di queste letture in cui la prima ad annoiarsi era lei, un nostro compagno ha detto:
“Maestra, salta direttamente tutto e fai le voci!”.»

Buona fine della scuola a tutti e in particolare a chi salta le pagine per metterci l’errore.

Consiglio di ascolto, Nino Rota, Nonetto.

https://www.youtube.com/watch?v=zWeiuhtguk4

 

Le Parenti di San Gennaro

di Angela Villa

La decadenza non risparmia nessuno, nemmeno i santi. Sabato due maggio una folla eterogenea ha assistito al miracolo di San Gennaro, nel Duomo di Napoli: turisti e curiosi capitati di passaggio durante un tour della città, armati di macchine fotografiche e telecamere; giornalisti freelance, pronti a postare sui social in tempo record; amanti dello spritz, seduti sulle gradinate del Duomo (negli ultimi tempi, d’altronde, le sprizzerie sono nate come funghi in ogni quartiere). In mezzo a questo caos si scorgono i fedeli, assorti nelle preghiere con la coroncina di San Gennaro tra le dita.
Nonostante la folla chiassosa, forse un po’ distratta dal “cosa c’è ancora da vedere”, il culto resiste. La sua forza continua a parlare a tutti, trasformandosi nel tempo in una sintesi perfetta di opposti: sacro e profano, nobiltà e popolo, aristocrazia e folklore. In esso, l’anima laica e quella religiosa della città si fondono. Tre piccole donne sedute di fronte alla statua del Santo, resistono ad ogni forma di decadenza e mantengono vivo il rituale più arcaico. Sono le custodi dei canti antichi delle litanie e delle preghiere in onore al Santo: le “Parenti di San Gennaro”. Mentre i turisti scattano foto, loro invocano il Santo con compostezza e rigore.
L’origine di questa tradizione è avvolta nel mistero. Alcuni dicono che la prima fedele fosse davvero una consanguinea del martire, o forse una donna di nome “Januaria”. Altri ipotizzano legami con Eusebia, la nutrice che raccolse il sangue dopo il martirio. Il nome stesso, Ianuarius, rimanda alla gens Ianuaria e al dio Giano, il dio bifronte delle soglie. Eppure, al di là della genealogia, ciò che conta è il legame spirituale: queste donne si sentono parte di una famiglia.
Ogni anno, il 19 settembre, il sabato precedente la prima domenica di maggio e il 16 dicembre, queste signore siedono in prima fila con i medaglioni al collo. Il loro è un ruolo fondamentale, tutto al femminile: sono madri e maestre che esortano il Santo a “darsi da fare”. A compiere il miracolo per il bene della città. Ogni volta la funzione del miracolo avvicina il Santo alla città. Se il sangue non si scioglie sono guai, il Santo è arrabbiato con il suo popolo, e annuncia una catastrofe imminente. Ecco perché le Parenti invocano con trasporto e passione.
La particolarità del loro approccio sta nel linguaggio. Non sono preghiere sussurrate, ma incitamenti corali, talvolta in rima. Si rivolgono a San Gennaro chiamandolo confidenzialmente “Faccia Gialla” (per via del busto bronzeo ingiallito). Il tono è quello di una madre con un figlio distratto: lo invocano, lo incitano e, se il miracolo tarda, arrivano a rimproverarlo aspramente.
Durante la funzione, l’anziana del gruppo sembra quasi dirigere le operazioni, interpellando il pastore della Chiesa o sgridando chiunque si frapponga tra lei e la statua: «Ci dobbiamo guardare in faccia, io e lui, toglietevi davanti». Sgrida i turisti che si affannano a riprendere la statua del Santo. Se una compagna sbaglia un verso, viene subito corretta, l’altra alza le spalle: non importa, nessuno noterà l’errore in questo marasma, l’importante è che il miracolo avvenga. E che il Santo, attraverso il sangue, riprenda il legame con la città, un legame carnale, viscerale.
Quando il Cardinale finalmente solleva l’ampolla e il sangue appare liquido, la pace è fatta, l’annuncio è segnato dallo sventolio del fazzoletto bianco, di un membro della Deputazione, l’organo laico che da secoli custodisce il Tesoro. Fondata dai rappresentanti dei sedili nobiliari (Capuana, Nido, Montagna, Porto e Portanova) e dal popolo, la Deputazione è ancora oggi il simbolo di quella Napoli duplice che governa il culto: sacro e profano religione e laicismo. Ma oltre gli applausi, oltre l’oro dei paramenti e lo sventolio dei fazzoletti, resta la voce di quelle donne: una voce antica, che sa di tufo e di secoli, un canto che non cerca il consenso dei social ma il cuore di un martire. Il miracolo si è compiuto la processione va verso Santa Chiara. Il fiume umano scorre e sopra ogni cosa, domina «’a muntagna bella», il gigante addormentato, sospeso tra mare e cielo, dorme dal 1944, su un tappeto di case vicoli e speranze. Cosa accadrà quando si sveglierà? Secoli fa portarono in processione il Santo per fermare la lava, chi ci crede e chi no. Fino ad allora la città continuerà a celebrare miracoli di ogni tipo, per strappare un altro giorno di vita, all’ombra del Vesuvio.

Napoli, 2 maggio 2026

Gianni Aversano – Canto delle parenti di San Gennaro
https://www.youtube.com/watch?v=xEFDxLUQ0gU&list=RDxEFDxLUQ0gU&start_radio=1

M come melodia


FRA I BANCHI

di Angela Villa 

La melodia è l’arte di dare senso, a una successione di note.

Insegnare a scrivere vuol dire cercare un senso, creare una melodia. Meraviglioso, quasi poetico. Se non fosse che, nella pratica, è un tentativo di sopravvivenza, si procede spesso per tentativi e molti errori.
Prima di decidermi a presentare il corsivo, mi è capitato spesso di svegliarmi all’alba e scervellarmi su come e quando farlo. Ho navigato in quella palude di consigli online, finendo inevitabilmente sui profili che esibiscono quaderni impeccabili, senza una sbavatura, una macchia di cioccolato, un’orecchia nell’angolo della pagina. Alla fine ne esco più indecisa di prima.
Forse è meglio proporre una full immersion immediata?
Spesso si presentano tutti i caratteri contemporaneamente già in prima e questo genera difficoltà per gli alunni con disturbi specifici di apprendimento; per questo motivo molti insegnanti preferiscono attendere la classe seconda, prima di presentare il corsivo e decidere insieme nel gruppo di programmazione. Sebbene la programmazione si faccia in team, la verità è che quando si entra classe, si è sempre soli.
Secondo le più recenti ricerche neuroscientifiche, sarebbe meglio attendere che i bambini abbiano preso confidenza con la lettura prima di introdurre il corsivo. Questo permette loro di esplorare l’alfabeto con la dovuta calma. In un’epoca dominata dai tablet, dove anche un bimbo di due anni sa sbloccare uno schermo, rallentare per tracciare una lettera diventa un atto di resistenza.
I miei alunni, quando scrivono da soli, i loro biglietti durante l’intervallo, scelgono sempre lo stampato maiuscolo mescolando un po’ tutto, mi è capitato di vedere una y al posto di una ì e una doppia w al posto di una m. Solo un piccolo gruppo usa sempre il corsivo, ho chiesto il perché:

“Perché mia madre ha detto che siamo indietro col programma…”

Per rendere la cosa ancora più affascinante e coinvolgere tutti, ho inventato l’Ufficio di Scrittura: un albo illustrato con tutti i caratteri che usano come scudo spaziale sul banco. Fanno a gara per averlo.
Il mio immaginario: che bello, ho creato la classe perfetta.
La realtà: a volte si nascondono dietro il cartoncino per fare qualche disegno invece di scrivere.
Per invogliarli ho inventato la favola di Tip e Titta, due folletti che per non perdersi nel bosco, devono distinguere:

  1. Lettere Cielo: quelle che puntano in alto (sono avventurose e non soffrono di vertigini).
  2. Lettere Terra: quelle che vanno verso il basso (non hanno paura di sporcarsi di fango).
  3. Lettere Prato: quelle che stanno comode nel rigo piccolo (le pigre del gruppo).

Quando correggo, mi capita di dover decifrare le diverse calligrafie, ci sono lettere che assumono forme strane e indecifrabili; quindi ripiombo nell’indecisione: forse ho anticipato troppo i tempi, forse ho sbagliato tutto.
Ma esistono gli “attesi imprevisti”.
L’altro giorno avevo davanti il mio alunno che solitamente ha le molle sotto i piedi. Dovevano copiare un testo in corsivo. Erano le dieci e trenta, in genere andiamo in giardino, loro giocano e io mi godo la bellezza di un albero.
Era tutto concentrato e sussurrava un motivetto a bocca chiusa io, pensando che stesse perdendo tempo, gli ho suggerito:
«Scrivi in stampato maiuscolo, così finisci prima»
Lui non ha nemmeno alzato lo sguardo dal foglio:
«Non posso, maestra. Sono troppo “preso” dal corsivo.»

Consiglio di ascolto
Il Coro a bocca chiusa della Madama Butterfly è il trionfo di una melodia fatta solo di respiro.

https://www.youtube.com/watch?v=nbQDY0i7_88&list=RDnbQDY0i7_88&start_radio=1

 

 

Silenzio di turno

di Angela Villa

Gli angoli di periferia, sanno riservare sorprese preziose. È quanto accaduto nella Sala Teatro dell’Istituto Comprensivo Viale Lombardia di Cologno Monzese, uno spazio che insieme alla Biblioteca Toti, si conferma presidio culturale vivace, capace di ospitare concerti jazz, spettacoli teatrali e letture musicali, danze popolari. Prima dell’evento un’iniziativa di beneficenza: la vendita all’asta di vestiti realizzati dai ragazzi e dalle ragazze dell’Istituto nel laboratorio di sartoria “Per filo e per segno”.

In occasione della Giornata Mondiale del Teatro, l’Istituto ha aperto le porte a un evento di riflessione: la lettura dinamica di “Silenzio di turno”, testo scritto e diretto da Raffaella Di Franco. Raffaella Di Franco è una regista, attrice e drammaturga con oltre vent’anni di esperienza nella formazione teatrale. Presidente di AttoriAMO ETS, si è formata tra Teatri Possibili, la Scuola Mohole e con maestri dell’Actors Studio come Dominique De Fazio.

Il suo lavoro si distingue per un approccio completo alla scena (regia, corpo, voce e scenografia) e per un forte impegno civile, realizzando progetti di teatro sociale e civile. Con il suo gruppo, ha inoltre ricevuto il premio come miglior spettacolo al festival delle scuole di teatro “Area7” con “Madame Bovary c’est moi” (regia di Elisa Lepore); è inoltre una cantante esperta in musica polifonica.

La lettura dinamica, caratterizzata da una scrittura fluida e incisiva, si presenta come un viaggio tra i “nuovi schiavi”. Ambientata in una torrefazione, l’opera racconta la quotidianità di un gruppo di operaie e del loro misterioso caporeparto. Non è una messa in scena della violenza ostentata, ma un racconto fatto di parole, silenzi carichi di tensione e sguardi.

Lo spettacolo indaga sull’oblio e la rimozione come responsabilità collettiva, su ciò che scegliamo deliberatamente di non vedere o non interrompere. Le attrici e l’attore, sono riuscite a dare corpo alle emozioni di donne sospese tra il passato delle fabbriche e la realtà attuale dei nuovi schiavi, lavoratori sfruttati per pochi euro l’ora.

L’evento si è inserito nel solco delle celebrazioni della 64esima Giornata Mondiale del Teatro, istituita dall’ITI-UNESCO nel 1962. Quest’anno, il prestigioso compito di redigere il Messaggio Internazionale è spettato a Willem Dafoe, attore di fama mondiale e attuale Direttore del Settore Teatro della Biennale di Venezia, Willem Dafoe

Nelle sue parole, Dafoe ha sottolineato l’urgenza sociale dell’arte:

    «In un mondo sempre più divisivo e autoritario, la nostra sfida è evitare che il teatro diventi una mera impresa commerciale o un arido custode di tradizioni. Dobbiamo promuoverne la forza di connettere popoli e comunità, interrogandoci su dove stiamo andando.»

Al termine della rappresentazione, la preside dell’Istituto, Eleonora Galli, ha ribadito l’importanza fondamentale della narrazione contemporanea nei piccoli territori. In contesti spesso dimenticati, la cultura non è solo intrattenimento, ma uno strumento essenziale per generare dialogo e cittadinanza attiva. Fare cultura in periferia non è solo organizzare un evento; è un atto di resistenza. È creare legami ponti tra mondi che altrimenti non si parlerebbero mai.

“Silenzio di turno” ha dimostrato che il teatro, anche fuori dai grandi circuiti, resta il luogo di incontro per specchiarsi, capirsi e parlare.

Quando le luci della Biblioteca Toti si sono spente, negli occhi dei presenti è rimasto un riflesso diverso. Portare il teatro tra le mura di una scuola, raccontando le vicende di operaie di una torrefazione immaginaria, significa prendere atto delle tante realtà invisibili dei nostri quartieri. Significa dire: la tua storia è importante per la comunità, merita di essere raccontata e ascoltata qui, a due passi da casa tua.

Perché la cultura non è un privilegio da consumare solo nei templi del centro città, è un diritto che si respira dove la vita è più faticosa, dove la solitudine si fa sentire, dove il futuro sembra, a volte, un orizzonte insignificante. Fare cultura in periferia significa accendere un fuoco che riscalda chi è rimasto fuori, dimostrando che anche nell’angolo più nascosto di una città può nascere una bellezza, quella vera, quella che appartiene a tutti, nessuno escluso.

Sala Teatro Toti, Istituto Comprensivo Viale Lombardia,  Cologno Monzese 27 marzo 2026

Thomas Mann e l’eros di Michelangelo

Le sorgenti erotiche dell’arte

di Franco Toscani

Qual è la fonte della produzione artistica? Per avvicinarci a una risposta, partiamo da un breve e folgorante scritto di Thomas Mann, Die Erotik Michelangelo’s (L’eros di Michelangelo), pubblicato per la prima volta nel 1950 sulla rivista zurighese “Du” e poi accolto in Altes und Neues (Cose vecchie e nuove,1953). Si tratta di una recensione alle poesie di Michelangelo Buonarroti, pubblicate a Celerina (Svizzera) nel 1950 in un’edizione bilingue, italo-tedesca, a cura di Hans Mühlestein; è un libro la cui passionalità erotica scuote profondamente Mann, che proprio in quei giorni del luglio 1950, quando lo legge, è investito dalla disperata passione senile (lo scrittore ha allora 75 anni) per un giovane di cui si era invaghito in un albergo a Zürich.

Come testimoniano i Diari 1949-1950, tornano dunque, a distanza di quasi quarant’anni, gli sconvolgimenti interiori e i turbamenti sessuali vissuti sulla pelle da Ascenbach in Morte a Venezia (1912). Torna un erotismo indomito, la perdizione in due begli occhi giovanili, la sensualità della malattia d’amore e, insieme a tutto ciò, la rinuncia amorosa, la sublimazione nella scrittura, il rinvio al nesso ineludibile tra amore e creazione, il movimento e sconvolgimento platonico interpretante la perdizione nel bello come tensione allo spirito e al divino.

Il libro michelangiolesco curato da Mühlestein commuove lo scrittore tedesco per la “sconvolgente schiettezza” e la “potenza sentimentale spesso disperata”, per le confessioni e gli sfoghi della grande anima italiana che si dibatte tra bellezza e amarezza, amore e dolore, speranza e disillusione, delizia e tormento, desiderio e miseria. Alla base delle poesie di Michelangelo vi è una incredibile “ricchezza di passione, segno di una gigantesca e tormentata vitalità” .

Mann s’interroga sulla sorgente della malinconia dell’artista: “Da che cosa deriva la costante malinconia di un creatore cui il cielo ha concesso una sovrumana potenza artistica? Credo che la chiave di questo mistero sia una sensualità straordinaria e opprimente, che insieme, però, anela di continuo alla purezza, allo spirito, al divino, e interpreta sempre sé stessa come un’aspirazione trascendente”.

Nelle sue poesie, che si estendono per decenni e che sono quasi tutte canti d’amore, Michelangelo arde sempre d’amore e continua ad essere affascinato, anche in età molto avanzata, dai bei visi: “Il desiderio che lo spinge è l’amore, un innamoramento senza fine, lungo quanto la sua vita, volto alla figura umana, alla bellezza vivente, al fascino che emana dall’uomo: una tenace forza d’amore, una disposizione al beato tormento di essa, quali si ritrovano in altre vigorose nature dotate di sensibilità e di resistenza sensuale, ad esempio in Goethe e in Tolstoj”.

Michelangelo esalta nelle sue liriche la grazia della beatitudine, il fascino di un bel volto, degli occhi, dello sguardo che, secondo la modalità tipica dell’eros platonico, “porta con sé fin dall’inizio qualcosa di spirituale, di sensibilmente sovrasensibile”, che sulla terra si chiama amore e che si innalza verso la luce celeste. È un amore nobile, che “eleva lo spirito al cielo, il terrestre al divino”; è un amore che, come in Morte a Venezia, fa anche morire per il bello. Quella di Michelangelo è una poesia che non si stanca di indicarci l’enorme felicità che la bellezza ci dona e l’enorme dolore che essa ci infligge.

Mann valorizza pure i pensieri sull’arte di Michelangelo, arte che è strettamente collegata e trova la sua scaturigine nell’amore e nel senso della bellezza; arte che è consolatrice nel garantire gloria imperitura alle opere dell’artista; così, il disegno che Michelangelo ha fatto di uno dei suoi amori, Vittoria Colonna, ci fa comprendere la spiritualità dell’eros michelangiolesco, spiritualità “radicata in una sensualità fortissima”. I versi di questo titano testimoniano anche della durezza e miseria della sua vecchiaia, ci rammentano come amaramente si conclude la nostra esistenza, ma furono sempre l’amore, l’entusiasmo erotico, il desiderio e l’attrazione della bellezza la molla, la fonte ispiratrice della sua attività artistica. Michelangelo ha conosciuto e incarnato nella sua stessa vita l’intima unione tra la passione amorosa, la dedizione alla bellezza e la creazione artistica. Così, insistendo sulle sorgenti erotiche dell’arte, Mann conclude il suo saggio su Die Erotik Michelangelo’s.

 

 

 

 

L come Legno

di Angela Villa

L come Legno (“con legno”). È una dicitura raffinata che invita i violinisti a non usare i crini dell’arco, ma la parte in legno per percuotere le corde. Il risultato produce un suono secco, sinistro, quasi spettrale. Berlioz lo usò nel movimento finale della sua “Sinfonie Fantastique” per descrivere un sabba di streghe. “Songe d’une nuit du sabbat (Traum einer Sabbatnacht)”

 La fila. È uno dei problemi pratici di ogni insegnante. In fila accade di tutto, è il vero buco nero della didattica. È quel momento drammatico in cui ogni insegnante vede la propria autorità sgretolarsi contro le leggi della fisica e dell’anarchia, innanzitutto si comincia con una sorta di lotta per il capofila: una posizione ambita che nelle fantasie dei bambini conferisce un potere divino. Nel tempo pieno, la fila è ovunque, otto ore di scuola arricchiscono il bagaglio delle diverse tipologie di fila: per andare nelle aule laboratorio; per la mensa (la più pericolosa, perché mossa dalla fame atavica); per andare in giardino durante l’intervallo (la più ambita chi arriva prima è libero di correre sulla discesa che conduce al prato); per l’uscita (la liberazione dei prigionieri).

Ci sono, inoltre, varianti geometriche della fila: fila indiana, uno dietro l’altro, la più odiata dai bambini, per due, per tre… per ordine di altezza o la più pericolosa: “liberi tutti, fate un po’ come vi pare”, che non è una scelta pedagogica, ma un invito formale al rischio.

Quest’ultima tipologia è sempre sconsigliata. Si rischia di creare il valzer delle coppie che si formano, si sformano e qualche volta scoppiano…si comincia a litigare per chi dà la mano alla più simpatica della classe, alla più bella, alla più corteggiata oppure a quello che ha le carte migliori, perché in fila avviene di tutto, anche gli scambi di carte “Pokemon”.

Una volta durante l’uscita, una mia collega riportò una lussazione della spalla, perché si trovò, suo malgrado, in uno di questi scambi che finì male, per separare i litigiosi inciampò in una delle stringhe dello zaino. L’utopia dell’insegnante che consiste nel lasciare agli alunni la libertà di scegliersi i compagni in fila a volte funziona, altre volte no…a me sembra un bel regalo, al termina di una lunga giornata scolastica, uscire con chi si vuole, per poter raccontare ciò che si vuole, in quel breve percorso dalla classe al cancello. Un tragitto che, tra ingorghi nell’atrio, classi che tagliano la strada e genitori in ritardo, può durare quanto una traversata oceanica. Però purtroppo non sempre è possibile lasciare liberi i bambini perché arrivano le gomitate, le spinte di zaino col carrello a mo’ di Curling, ultima trovata per chi ha visto le Olimpiadi e i litigi per chi è più avanti di tre centimetri; quindi spesso opto per la fila peggiore, quella stabilita dall’insegnante. L’utopia muore e scatta la “Modalità Covid”:

«Allora, ascoltatemi bene, per oggi faremo la fila per uno, ben distanziati, finché non sarete in grado di gestire il tempo in fila e renderlo migliore.»

Silenzio tombale e gioia di vivere azzerata. Aspetto tempi migliori per renderli autonomi.

Venerdì scorso i miei due alunni ipercinetici, quelli che non hanno solo l’argento vivo addosso, ma lo vendono anche, perché possiedono l’intero sistema periodico degli elementi in perenne ebollizione, mi hanno fatto una promessa solenne che avrebbe commosso pure i sassi:

“Maestra ti promettiamo che non ci prendiamo a mazzate in fila.”

E io, con il coraggio dei martiri e la fede dei sognatori, ho dato loro fiducia. Li ho messi in testa alla fila, sembravano quasi angelici. Per un istante, il silenzio è sceso nel corridoio. Ma è durato quanto il respiro di un leggero vento prima della tempesta. All’improvviso, un inciampo, uno zaino troppo ingombrante che urta un piede, ed ecco che la Sinfonia Fantastica ha avuto inizio. Il ritmo è cambiato: non più una marcia ordinata. Ho sentito distintamente il suono “Col Legno”: non erano però gli archi dell’orchestra, ma il rumore secco dei loro righelli di plastica che sbattevano a mo’ di sciabole. In quel caos di rotelle e righelli, e lamentele degli altri compagni che mi dicevano:

“Maestra, perché li hai messi insieme…”

Ho capito che Berlioz aveva ragione: il soprannaturale non sta nelle streghe o nei fantasmi dei boschi, il vero soprannaturale è la forza centrifuga di chi cerca la libertà…

Allora li ho riportati in classe ho detto:

«Ricominciamo tutto da capo, secondo me ce la potete fare a mantenere la promessa».

Perché il vero segreto di un insegnante è questo: continuare a credere nei propri alunni, anche quando sembrano appena usciti dal sabba di Berlioz.

 

Berlioz: Symphonie fantastique ∙ hr-Sinfonieorchester ∙ Alain Altinoglu

https://youtu.be/sdYRYbjCcJg?si=pGqoEXNR5VIAKxaJ

I come INTERMEZZO

di Angela Villa

Intermezzo: brani per l’orchestra, all’origine eseguiti tra un momento musicale e l’altro. Successivamente divenuti brani strumentali, collocati nel mezzo di una scena.

La catena di montaggio dei festoni natalizi ovverossia lo squadrone suicida delle decorazioni

A Natale, le classi si trasformano in un delirio decorativo. Tutti gli intervalli vengono dimenticati. C’è chi fa merenda con una frenesia degna di un criceto iperattivo, perché deve riprendere le decorazioni e chi, come noi insegnanti, preferisce rischiare la vita per la gloria del glitter.

Ebbene sì, vince l’arrampicata.

È tutto un fermento di Babbi Natale sospesi con fili rossi luccicanti, Befane appese alle porte che sorridono con quell’aria di “ne ho viste anche troppe”, e stelle che indicano una strada… probabilmente verso il pronto soccorso.

La mia collega ed io, siamo maestre-acrobate, eroine silenziose. Prima i banchi, che non sono mai stati pensati per reggere due adulti con problemi di equilibrio, poi la scala. Ci arrampichiamo sui banchi, come se fossimo in un campo base himalayano. Poi passiamo alla scala, un trabiccolo instabile che ci porta in orbita verso il soffitto, vibra come un telefono in modalità silenziosa.

Un monumento al rischio e alla precarietà.

Certo cerco sempre di non farlo durante l’orario di servizio, è pericoloso!

Se cado, rovino il Babbo Natale di cartone che ci è costato tre giorni di sonno e, cosa più grave, sarò costretta ad assentarmi rompendo le scatole a tutti: alla referente di plesso in primis che deve cercare la sostituzione…

Io vorrei farlo fuori dall’orario di servizio, ma inevitabilmente vengo presa dall’euforia peggio dei bambini.

– lo appendiamo subito maestra? Così vediamo come sta.

E c’è sempre la bambina che, con l’innocenza dei sei anni, si offre di aiutare:

-Posso aiutarvi maestre?

– Grazie, tesoro. Mantieni ferma la scala con la forza della tua fede in Babbo Natale.

Non dovrei scrivere queste cose. La legge sulla sicurezza (che evidentemente abbiamo firmato con inchiostro simpatico permanente) proibisce tutto ciò.

Le maestre non devono scalare nulla, specialmente durante l’orario di servizio con i bambini in classe.

-Vi fate male e in più, avete una certa età. Ci ammonisce il preside. Il nostro sguardo ha un duplice odio primo perché porta sfiga, secondo perché ci ha dato delle “vecchie”. Lui non ha letto il libro che prossimanamente pubblicherò, autonomamente ovviamente: “Le maestre non invecchiano mai. Ci pensano i bambini a mantenerle giovani”

Ovviamente non coglie e continua imperterrito

-Fate le maestre, non le restauratrici del Settecento o le operaie edili. Per queste cose ci sono le commesse! Ha un occhio bionico per i disastri.

-Io ho fatto l’operaia – mi dice la commessa, fermatasi per fare da base umana alla scala – lavoravo alla catena di montaggio. Dovevo inserire i ghiaccioli nelle scatole. La prima volta ho bloccato l’intera linea di produzione. Non è un bel lavoro, la scuola è molto meglio.

Penso la stessa cosa. Qui, almeno, la vita è un reality show a basso costo.

Il preside passa di nuovo. Ci vede ancora lì, in bilico. Non dice niente, ma il giorno dopo arriva una circolare che sembra scritta da un avvocato in preda a un delirio di onnipotenza.

È il suo modo per tutelare sé stesso e dormire tranquillo. O, come ho interpretato io: godetevi l’inferno del rischio, ma sappiate che non è colpa mia se vi schiantate. Ci sono situazioni da cui non si può uscire. Sono come la colla vinilica sui vestiti.

Babbo Natale è uno scherzo

Non abbiamo imparato a leggere tra le righe. La circolare è carta straccia per noi. La ignoriamo con la sublime arroganza del personale scolastico di una certa età. Continuiamo imperterrite il nostro lavoro decorativo. Quella piccola confusione è il nostro momento Zen. Nascono conversazioni che sono come i lampi di bellezza. Sembriamo due ippopotami danzanti in tutù e ce la facciamo benissimo ad arrivare all’ultimo piolo della scala. Quel piccolo caos che si crea mentre appendiamo i festoni è una di quelle situazioni che non scambieremmo con nulla.

-Maestra, Alessandro dice che Babbo Natale è solo uno scherzo. Diglielo tu che esiste! È vero che esiste?

-Certo! — rispondo convintissima. – Secondo te io stavo arrampicata qua sopra solo per uno scherzo?

Ho guadagnato la cima: scotch in bocca, un Babbo Natale di feltro appiccicato alla fronte e puntine in tasca. Dopo aver appeso l’ennesimo Babbo (la collega di arte e immagine, quest’anno deve aver avuto un’ossessione), scendo e chiamo Alessandro, che ha gli occhi sgranati e l’aria di un detective tradito.

-Perché non credi a Babbo Natale?

-Me l’ha detto la mamma. Io ci credo, ma lei dice che sono tutte cretinate, che sono grande e devo crescere. Io gliel’ho detto che esiste, ma lei continua a dire di no! Diglielo tu! — Piange.

Ha sei anni. È lecito credere a Babbo Natale, ancora per un po’ o almeno fino al dottorato.

-Non preoccuparti. Parlerò con la mamma. Forse è solo triste, perciò ti dice così. Comunque Babbo Natale esiste.

-Davvero? Non mi sembra molto convinto. Allora incalzo

-Sì… io l’ho visto.

-E com’è?

-E’ speciale. Ha una certa età come me ed è molto agile.

-Ma no maestra Babbo Natale è maschio, tu sei come la Befana

-Piccolo, torna a giocare, la maestra ti vuole tanto bene comunque…

Riprendo ad arrampicarmi. Mentre lui va a giocare sereno.

Ho deviato una crisi esistenziale con una bella bugia. La mia missione è compiuta.

I suoi genitori vivono separati ma nella stessa casa. Litigano per questioni futili, come chi ha usato l’ultimo rotolo di carta igienica, coinvolgendo il bambino. Se c’è stata una discussione la sera prima, me ne accorgo subito: al mattino Alessandro arriva con gli occhi spenti e guarda fuori dalla finestra come se stesse aspettando l’elicottero per la fuga.

Chiediamo un colloquio con la madre.

-Posso venire solo durante l’intervallo. Va bene. Cerchiamo a una collega che possa sostituirci per dieci minuti. La madre ci spiega che si sta separando dal marito, non ha un lavoro, non ha soldi e non sa dove andare. Vengono da culture diverse e non riescono più a trovare un punto di incontro, discutono continuamente.

-Almeno cercate di non farlo davanti al bambino.

Ci guarda senza parole. Ci sono situazioni da cui non si può uscire.

-E lasci che creda a Babbo Natale ancora per un po’. Farà bene a lui e…. anche a Lei.

Ci salutiamo la mamma mi sembra più serena.

Fare la maestra è anche questo: un’agenzia di riparazioni emotive 24/7.

Riprendo l’arrampicata sulla scala instabile con molta attenzione, perché il vero intermezzo da temere non è tra due momenti musicali, ma tra te e un Babbo Natale che sta cadendo in testa a un bambino.

Intermezzo di Mascagni (dirige Il Maestro Muti)

https://youtu.be/3EaEUCQ04Ec?si=hJcYKKnpBImmo–Y

RIORDINADIARIO 2005 – 20 luglio 


Scritture poetiche e pubblicazioni

 

di Ennio Abate

Il passaggio, per molti oggi quasi ovvio, fra scrivere dei testi e pubblicarli in varie forme (su riviste, presso editori, con edizioni a pagamento, ecc.) nel mio caso è stato particolarmente inceppato. Meglio ricordarne le cause, gli effetti negativi ma, per alcuni aspetti, anche paradossalmente positivi.
Una prima produzione giovanile, agli inizi degli anni Sessanta (appunti, poesie ‘60-’62) ,è andata perduta o, salvata in parte, è rimasta a lungo nel cassetto, a causa della svolta avvenuta nella mia vita con il trasferimento a Milano e i prolungati problemi di “assestamento” derivati dal passaggio, brutale e improvvisato, da una condizione di studente in una città di provincia (mantenuto comunque agli studi dalla famiglia) alla condizione a lungo precaria di immigrato a Milano: prima impiegato, poi disoccupato, poi lavoratore-studente e, solo alla fine, insegnante).
Alla cesura pratica, dovuta all’esigenza di fronteggiare problemi materiali e esistenziali di sopravvivenza (pagarmi vitto e alloggio, matrimonio, figli), che mi hanno portato a interruzioni e deviazioni nell’indirizzo degli studi – (prima di quelli universitari iniziati a Napoli; e poi all’abbandono della ricerca artistica appena avviata con l’accesso all’Accademia di Brera) – e ad un loro completamento in ritardo (laurea in lettere a indirizzo storico), si è sovrapposta un’altra cesura-censura-autocensura, collegabile al tipo di militanza politica in Avanguardia Operaia, che mi impose di fatto dal ‘68 al ‘76 il «rifiuto della letteratura» e dell’arte,
La pratica di scrivere è sopravvissuta, ma in forma di un sotterraneo *diario di appunti*, che ha accompagnato il mio impegno professionale (insegnante) e politico (in Avanguardia Operaia); e ha trovato pochissime occasioni per affacciarsi nel discorso pubblico del tempo. Sono stati anni soprattutto di intense letture in ambiti strettamente legati all’insegnamento (italiano e storia in ITIS) e alla politica degli anni ‘70 (riviste e giornali, storia del m.o., teoria marxista).
Una ripresa della scrittura in forma poetica e narrativa – e sempre a partire da una base di riflessione diaristica – e quasi contemporaneamente della grafica e saltuariamente della pittura c’è stata in coincidenza (più o meno simbolica?) di due eventi: l’abbandono della militanza politica e la scoperta inaspettata di un imminente rischio di cecità (fermata con due interventi chirurgici per distacchi di retina a entrambi gli occhi).
È stata una ripresa in solitaria. Nessun legame avevo intessuto dal mio arrivo a Milano, agli inizi dei Sessanta né con scrittori né con artisti, essendomi ritrovato esclusivamente in ambienti di immigrati, impiegati, militanti politici e poi di insegnanti. I primi interlocutori, cercati attorno al ’77, furono Fortini e Majorino, non casualmente collegati da me all’area della *nuova sinistra*; e, quindi, ritenuti (da me) prossimi all’esperienza politica che mi aveva così assorbito. E più che mirare a pubblicare le vecchie poesie ‘60-’62 o quelle che avevo cominciato a stralciare dal mio *diario/appunti* (accresciutosi dal 1977 e mantenutosi costante e intenso da allora), ho puntato soprattutto a sentire i pareri di pochi amici, a fare qualche occasionale autoedizione (*Samizdat Colognom* del 1983, *Salernitudine/Immigratorio/Samizdat* (prima prova per la mostra al Ponte delle gabelle di Milano del 1989 e poi per il concorso Laura Nobile di Siena del 1991).
Non ho, però, potuto discutere quasi con nessuno i problemi di scrittura che mi ponevo; né l’oscillazione fra *narratorio* e *poeterie* o fra scrittura e grafica-pittura.
Negli anni successivi ho operato delle selezioni dalle mie scritture a base diaristica, intitolandole variamente, ma sempre all’incirca replicando o aggiustando il titolo emblematico *Salernitudine/Immigratorio/Samizdat* e in vista di un’eventuale pubblicazione mediata dai due interlocutori a cui mi affidavo (Fortini e poi Luperini).
Intenso – forse anche a causa delle mancate pubblicazioni – è stato invece il lavorio sul materiale che andavo accumulando. Ho riletto varie volte pezzi del *diario/appunti* e fatto episodici tentativi di ripulitura (*Riordinadiario*). Ho fatto anche varie stesure – stavolta per sezioni “omogenee” – delle poesie (Salernitudine, Immigratorio, Prof Samizdat, Donne seni petrosi), dandole in lettura a conoscenti.
Di fatto ho partecipato ad un unico concorso di poesie presieduto da Fortini, quello del Laura Nobile a Siena del 1991,risultando finalista. E dopo l’autoedizione del 1983 di “Samizdat Colognom”, soltanto nel 2003 pubblicai “Salernitudine”, complice sia il ripreso rapporto epistolare con Erminia Passannanti, conosciuta al Premio Laura Nobile del 1991 e nel frattempo divenuta direttrice di collana presso la Ripostes di Salerno e sia il richiamo per me ”mitologico” alla città della mia formazione e da cui m’ero staccato.
Negli anni il problema della pubblicazione è divenuto oggetto di riflessione anche teorica. Non lo vivo in termini individualistici. E, tuttora, della scrittura tendo a privilegiare l’aspetto “politico”; e dunque il *fare rivista*.
Restano per me più impellenti e da approfondire i problemi del legame (da mantenere? da sciogliere?) tra narrare e poetare. O del “contornare” o meno il testo poetico con tutto un contesto narrativo e riflessivo, il più ampio e completo possibile. O, persino, coi miei disegni.
La cosa più Importante per me è ancora provare a lavorare con la massima libertà su testi miei persino dimenticati; e aggiustarne di continuo la forma, che considero semplice bozza, con la quale all’inizio avevo fermato (per mio uso) ricordi o fantasmi o nodi di scrittura.

 

H come Hertz

di Angela Villa

Unità di misura dell’altezza del suono (simbolo Hz) indica il numero di vibrazioni acustiche per secondo, quindi la frequenza. Notoriamente, il suono di riferimento per l’accordatura degli strumenti è il la dell’ottava centrale del pianoforte, corrispondente, in epoca moderna, a un suono la cui altezza è 440 Hz. Il tedesco H.R. Hertz, che l’ha scoperta alla fine del 1800. (Fonte Wikipedia glossario musicale)


La scuola è iniziata. E con lei, è ricominciato anche il delirio burocratico. Ebbene sì, il digitale non solo non l’ha diminuito, ma per certi versi ne ha aumentato il carico. Bisogna inserire nella piattaforma del registro elettronico le attività di ogni singola ora, specificando come si è svolta la lezione così i genitori sono informati su quello che si fa in classe. E se per caso, i bambini ti portano su un’altra galassia (cosa che accade spesso, perché sono degli strateghi del dirottamento), la sera ti ritrovi al PC a riscrivere le attività realmente svolte. Certo, è risaputo che gli insegnanti fanno le ore piccole. Non per correggere i compiti o le verifiche, quella è la parte preziosa del lavoro, perché dagli errori dei bambini capisci tante cose, ma per lottare contro il sistema operativo. In questo periodo dell’anno, poi, siamo nel pieno della stagione degli acronimi, semafori di individuazione e segnalazione di bisogni specifici di apprendimento: griglie BES, PDP, NAI PEI PDP. Sigle che servono a stanare anche le minime difficoltà. E poi tocca avvisare i genitori, far firmare i documenti, e, meraviglia delle meraviglie, convincere quelli che non vogliono farlo che è per il bene dei loro figlioli, è un aiuto in più, una possibilità. Un tempo, lo facevi e basta, senza bisogno di passare dal Via (i giocatori di Monopoli, sanno di cosa sto parlando), oggi per segnalare una difficoltà devi passare sotto le forche caudine dei fogli condivisi, piattaforme online, moduli, tabelle, griglie. E, ciliegina sulla torta, comunicare le tue decisioni nelle chat di interclasse docenti a cui si sono aggiunte quelle dei presidenti di interclasse e dei referenti di commissioni. Così ti ritrovi, alle dieci di sera che vorresti solo un letto, a rispondere alla collega ansiosa che ti scrive con una valanga di avatar e faccine più o meno sorridenti: “Scusa l’ora, ma… “

La scuola è ricominciata. E, per fortuna, ci sono loro: i bambini. Appena metti piede in classe, ti accolgono con un meraviglioso: “Quando andiamo in giardino?” Oppure: “Quando in palestra? Quando in ludoteca?”. Hanno una tabella stampata con la scansione oraria precisa di ogni materia, ma il loro mantra è sempre lo stesso: “Quando andiamo?” Un’alunna mi fa notare, con aria da revisore dei conti:

– Maestra, in questa tabella non c’è scritta la parola intervallo.

– Hai perfettamente ragione! – Le rispondo, affannandomi a risanare l’errore con pennarelli e cartoncini, quando un altro alunno, un genio della pratica, mi ferma:

– Ma non serve. C’è la campanella!

Bravissimo! Ottimo in attività di discriminazione di suoni e rumori e perché no? Frequenze! La campanella, quella santa, salva tutti da interrogazioni, compiti e discussioni, e decreta il momento della piena (e contenuta) libertà. Contenuta perché i limiti esistono sempre, i rischi penali e civili sono in agguato e rappresentano una delle maggiori fonti di stress per gli insegnanti.

In giardino, vige la regola del “sì, ma…”

Si può correre sul prato, ma non sull’asfalto.

Si possono scavare buche, ma solo dove c’è la zona orto (magari eliminando le erbacce, così aiutano la collega che cura l’orto didattico).

Si possono raccogliere sassi e legnetti, ma senza lanciarli (neanche un sassolino, eh!).

Si può giocare con i gusci delle noci, ma senza tirarli come se fossimo in un campo di calcio (i fanatici del pallone sono ovunque).

A proposito di fanatici. Mi fa sempre sorridere questa conversazione che ho avuto qualche tempo fa con un mio alunno. Stavo predisponendo il gioco del Memory con la lavagna digitale. Un piccoletto simpaticissimo mi ha detto:

– Sai, maestra mio nonno gioca al bar, con le carte vere e quando sto con lui imparo tante parole nuove.

– Che bello, impari i termini del gioco?

– No. Imparo le parolacce, perché il nonno a un certo punto si arrabbia, butta le carte a terra, e dice cose…Non sa perdere!

​ Comunque anche se è pieno di pericoli, io in giardino li porto sempre, sarò amante del rischio. Ore ed ore in una classe non sono salutari per nessuno. Vedere i bambini correre felici in un prato è la migliore ricarica. Osservandoli nel gioco libero, scopri tutto quello che accade fra loro al di là delle lezioni. Scopri, ad esempio, che la prima della classe è innamorata del compagno all’ultimo banco (il più alto, quello che sta sempre in fondo), e che all’intervallo preparano insieme aerei di carta da lanciare in cielo. Aerei che, puntualmente, finiscono tra i rami degli alberi. Quindi, scopa in mano per tirarli giù, la minaccia inevitabile: “La prossima volta, niente aerei di carta!” (Tanto lo so che li faranno lo stesso…). E mentre sono al fresco, seduta ad osservarli giocare, penso alla marea di pratiche digitalizzate da preparare, alla programmazione da caricare, e a come convincere i genitori che la scuola è importante, che non esistono i corsi di calcio (“Maestra la mia mamma mi porta a calcio tre volte a settimana, perché io voglio essere Ronaldo”) che leggere ad alta voce, magari la sera prima di addormentarsi, è fondamentale, che no, non c’è nessun tutorial che sostituisce la voce dei genitori.

Mentre sto pensando a come organizzare e sopravvivere alla marea burocratica, un mio alunno, con l’ingenuità tutta dell’età, mi chiede interessato:

– Maestra, ma tu che lavoro fai?




Consiglio di ascolto Eric Satie a 432 hertz (Mozart Chopin Verdi Satie pare abbiano composizioni a 432 hertz con effetti rilassante sul cervello)
https://www.youtube.com/watch?v=tnOyxZ7Qorw

Intervista a Nadia Cavalera

 

A cura di Erminia Passannanti

Poetessa, saggista, artista verbo-visuale, attivista della parola e co-fondatrice della rivista Bollettario, Nadia Cavalera è una delle voci più radicali della scena letteraria contemporanea. Il suo percorso poetico, costantemente in tensione tra rigore etico, sovversione linguistica e progetto dissidente, si è sviluppato nel segno della ricerca di una scrittura capace di agire nel mondo, di nominarlo e trasformarlo. In questa conversazione, Cavalera ripercorre le tappe di un’opera che è insieme personale e collettiva, intellettuale e vitale. A partire dalla sua idea di s/poesia, una forma di scrittura che si pone in aperta rottura con le forme liriche consolatorie e autoreferenziali, i testi di Cavalera ambiscono invece a rivelare, a destabilizzare, a rigenerare la percezione. È una poesia “fredda”, come lei la definisce, ma non per questo distante. Una poesia progettuale, ma anche maieutica, che interroga la realtà e interroga chi legge, spingendo verso una conoscenza non passiva, bensì condivisa e trasformativa.

Nel riflettere sul significato della scrittura, Cavalera mette in luce la sua natura duplice: slancio faticoso, dono e ferita, luogo di elaborazione del lutto e di sopravvivenza della voce. Il suo pensiero attraversa anche il rapporto con gli autori fondativi del suo immaginario, da Dante a Majakovskij, da Pavese a Breton, e si muove con una memoria selettiva che, come l’autrice sostiene, trattiene solo ciò che può servire alla costruzione di una voce propria, mai mimetica, mai docile.

Fulcro dell’intervista è l’elaborazione del concetto di “Umafeminità”, neologismo e visione etico-linguistica che chiama in causa il femminile non come categoria identitaria chiusa, ma come dimensione inclusiva e politica, rivolta a sanare alla radice il sessismo inscritto nei codici linguistici e simbolici della nostra cultura. In questo progetto, che si nutre di pensiero femminista ma si spinge oltre, l’autrice riflette sull’urgenza di un linguaggio nuovo, capace di restituire visibilità e centralità alla “parte cancellata” dell’umanità: la feminità come componente attiva e fondante del genere umano. L’Umafeminità diventa così non solo un termine, ma un manifesto, una forma di pensiero critico da incarnare poeticamente.

L’intervista si chiude con il ricordo di Marcella Continanza — poetessa e giornalista scomparsa — con la quale Nadia Cavalera aveva stretto un legame profondo, fatto di condivisione, dialogo e stima reciproca. Le parole dedicate a Continanza sono piene di affetto e consapevolezza: il loro scambio umano e intellettuale è testimonianza della forza salvifica della relazione tra donne, nella poesia e nella vita. Un filo di sorellanza e di visione che continua a intrecciarsi, anche nell’assenza, con la voce scrivente di Cavalera.

Questa intervista non è solo un’occasione per conoscere più da vicino Nadia Cavalera, ma anche un invito a ripensare, attraverso la sua esperienza e il suo linguaggio, il ruolo che la poesia può ancora avere oggi: quello di uno strumento di verità scomode, di giustizia radicale, di trasformazione condivisa.

INTERVISTA

Impegnata nella ricerca poetica militante già dagli anni Novanta, unica poetessa inclusa nell’antologia Terza ondata, curata da Filippo Bettini e Roberto Di Marco sull’ultima possibile avanguardia del Novecento, da tempo chiami la tua poesia s/poesia. Quale ne è il motivo?

È una poesia altra che prende le distanze da quella tradizionale, più addomesticata, spesso tutta sentimentalismi, fiocchetti e fiorellini, o vuoti ghirigori autoreferenziali. È una poesia fredda, a progetto (spesso in concomitanza verbo-visuale), che insegue i campi della meraviglia e dello stupore, per lasciarti spiazzato, per una nuova semina. È insolita. Appunto spoesia.
Giocando molto sulla lingua, la mia spoesia, si confronta con tutto ciò che la circonda, cercando di raccontarlo e illuminarlo non solo per me ma anche per i lettori, così da coinvolgerli in un’esperienza conoscitiva diversa, costruttiva. E nel fare questo estrapola e deposita la mia impronta unica. Quella che è in tutti noi. Quella che vorrei che tutti riuscissero a tirare fuori per ricomporre il puzzle della verità ultima, in noi disseminata. Ecco affido alla s/poesia questo potere maieutico, rivoluzionario.

Nel corso della tua esperienza, come definiresti il concetto di ‘scrittura’? Potresti offrirci una riflessione personale che includa non solo ciò che la scrittura rappresenta per te a livello espressivo e intellettuale, ma anche il suo ruolo nel tuo rapporto con il linguaggio, con l’identità e con il mondo? In che misura, secondo te, scrivere implica un atto di rivelazione, di mascheramento, o forse entrambi?

È qualcosa di molto naturale, incontenibile, corroborato certo dalla pratica costante e massiccia della lettura. Qualcosa di impellente e gioioso, ma anche faticoso, come un qualsiasi parto. E questo sin da giovanissima, prima che, per un evento molto doloroso, mi imponessi il silenzio, come forma di autolesionismo compensativo. Da cui solo lentamente, negli anni, sono uscita fuori. E non del tutto. La perdita di un figlio segna l’animo per sempre.

Quali sono stati gli autori che hanno segnato le prime tappe del tuo percorso formativo e creativo? Ci puoi parlare di quelle letture iniziali che, per ragioni affettive, stilistiche o concettuali, hanno lasciato un’impronta duratura sul tuo modo di pensare e di scrivere? In che modo, se lo ritieni, questi autori continuano ancora oggi a dialogare con la tua voce?

Dante, innanzitutto. La Divina Commedia era sempre sul comodino di mio padre. All’inizio la sfogliavo distrattamente, giusto incuriosita dal fascino che esercitava su di lui (conosceva dei versi a memoria), e solo dopo, quando non potevo più confrontarmi con lui, ne ho capito il grande valore di impegno civile, politico. Fondamentale per la storia della nostra lingua. (Ed è sulle tracce dantesche che nel 1991 ho scritto “Vita novisssima”). Dopo Dante, venne il travolgente impegnato Majakovskij, il mesto lucido Pavese, e tanto folle Breton. (me li leggevo tutti ad alta voce, davanti allo specchio del mio armadio in camera), prima di approdare ai Novissimi (a quel tempo affidavo le letture alle registrazioni su cassette, che non so se siano ancora utilizzabili – qualcosa dovrebbe essere sopravvissuto nel mio canale Youtube). Ma i Novissimi sono stati la stazione di posta di un viaggio che continua, e di cui la mia rassegna su Twitter (“Poesia immortale”) è un resoconto. Con una peculiarità costante. Di essi la mia memoria, drasticamente selettiva in tutto, conserva solo il filo utile a tessere la mia tela.

Cosa significa per te, nel senso più profondo e personale, essere poeta? Si tratta di un’identità, di una postura esistenziale, di una vocazione o di un mestiere tra gli altri? E, allargando lo sguardo, quale pensi sia oggi il ruolo — o il destino — della poesia in Italia, tra istituzioni culturali, pubblico e spazio sociale

Essere poeta è per me andare alla ricerca di sé e di noi negli altri per stringere un patto di alleanza, di solidarietà che ci aiuti a vivere tutti al meglio. Ma oggi temo che questo mio ideale venga fortemente disatteso. La poesia ha, troppo spesso e ancora, il ruolo di un ditino linguistico alzato nella scalata sociale (come nel più lontano inizio), o di un pennacchietto distintivo sul cappello, che senza la dovuta consapevolezza di un’operazione salvifica da svolgere, con spirito di umiltà e servizio collettivo, rischia di rimanere vanitas vanitatum. Manca per me un progetto permanente d’avanguardia, non come pedissequa ripetizione del già dato, ma come adeguamento ai tempi correnti.

Considerando le tematiche che attraversano la tua poetica e in particolare l’elaborazione del concetto di Umafeminità, ritieni che questa direzione sia quella che, più di altre, ti rappresenta in quanto autrice e in quanto soggetto poetico? Possiamo considerarla una sorta di manifesto, implicito o esplicito, del tuo immaginario e della tua visione, anche in relazione a un orizzonte femminista o post-femminista della scrittura?

Sì. Se lo si applicasse ci sarebbero sviluppi positivi straordinari. Umafeminità è un neologismo che rimanda ad un progetto etico – linguistico che si basa sulla lotta radicale al sessismo linguistico e quindi prefigura un impegno sociale ampio. Rosa Luxemburg ha detto che il primo atto rivoluzionario è chiamare le cose con il loro nome. Ebbene umanità è un termine falso, fuorviante, frutto di un sopruso, va quindi modificato, integrato. Rettificato. Umanità infatti discende da humanitas (da cui homo), che è la traduzione latina dell’ebraico adamà , la terra fertile, l’entità duplice, creata da Dio, al sesto giorno, secondo la Genesi, e che nessuna traduzione comune riporta (limitandosi tutte ad un generico maschio/femina- non uso il raddoppio della emme in quanto lo ritengo volgare).

Nel momento in cui il primo maschio ha ascritto a sé questo nome, chiamandosi Adamo, ha di fatto estromesso la femina che ne faceva parte. Non solo, ha poi addirittura avocato a sé la prima procreazione, proclamandosi fonte della creatura femina /Eva. Pura mistificazione. Mentre in realtà l’ha uccisa, con tutte le conseguenze negative sotto i nostri occhi. Il conflitto tra i due sessi non si è ancora sanato. Ebbene solo riportando alla luce nel nome il soggetto soffocato “fem” (uma-fem-inità) si potranno riprendere correttamente i rapporti tra le due parti contendenti. I linguisti sono tutti d’accordo nel dire che ciò che non si vede non esiste. Dunque per riportare la donna nella giusta considerazione, e nel giusto livello, va contemplata già nel nome che indica la specie. Umafeminità appunto. Così da relegare umanità per l’insieme degli uomini e feminità per l’insieme delle donne.
Credo di sì, anche se mi è particolarmente caro “Vita novissima”, perché costituisce il mio sdoganamento dalla neoavanguardia e l’inizio di un percorso linguisticamente e eticamente nuovo, sempre nell’ambito dell’avanguardia, che sogno ancora come contraltare indomito, polimorfico, permanente (niente exploit/contentini all’insofferenza oppositiva), del mutante capitalismo a cui si oppone. Ma sono molto sola, senza possibilità di successo alcuno della mia utopia. E questa piena coscienza mi toglie spesso il fiato.

Il 29 aprile ricorre l’anniversario della scomparsa di Marcella Continanza — poetessa, giornalista, intellettuale appartata e luminosa — alla quale eri legata da un vincolo amicale e creativo profondo. Vuoi condividere con noi un ricordo, un pensiero o un frammento di quella relazione? Che ruolo ha avuto Marcella nel tuo percorso umano e poetico, e in che modo la sua presenza, o la sua assenza, continua a risuonare nella tua voce scrivente?”

Marcella Continanza è stata un’amicizia breve ma intensa. Mi telefonò espressamente per conoscermi, nel 2011, e poi le sue lunghe telefonate sono diventate una piacevole consuetudine, sempre più attesa. Ci siamo raccontate la nostra vita per telefono, e ci confrontavamo su tutto, come vecchie amiche. Ricordi e sogni personali, considerazioni esistenziali, sociali, politiche, possibili progetti da svolgere insieme. Spesso parlavamo di cinema e poesia, amori condivisi.
Ho saputo così del suo lavoro giornalistico, da professionista, in ambito culturale, a Como e Venezia; del matrimonio naufragato; della delusione cocente per aver perso la direzione della prima rivista di cinema in edicola «Vietato fumare: tutto cinema e dintorni» (rilevata da Berlusconi), e che l’aveva spinta a espatriare, quasi un esilio; del suo intenso impegno per fondare l’Associazione “Donne e poesia Isabella Morra” (in omaggio alla sua conterranea), una volta trasferitasi a Francoforte sul Meno, dove contava sull’appoggio del fratello Francesco, cui era legatissima. E dove lei è diventata, come ho potuto appurare, un punto di riferimento importante per le italiane in Germania. Di qui, nel 1997, la fondazione di «Clic Donne 2000 Giornale delle italiane in Germania», suo orgoglio fortissimo, per il ruolo aggregante e antropologico quasi che svolgeva. E nel 2008 la nascita del Festival di poesia europea (al quale partecipai nel 2012).
Mi sollecitava spesso a mandarle degli articoli, e poi a redigere gli editoriali. «Mi raccomando sii tosta come sai essere tu» mi diceva spesso, prediligendo, su molti temi, che concordavamo talora insieme, una linea dura. Ma lei, assetata di giustizia e di un mondo pulito, stretto nella solidarietà (punti sui quali convergevamo), era in fondo tenera e fragile, come la Sibilla di un suo recente lavoro, che calata nella realtà dei nostri giorni, totalmente spaesata come qualsiasi migrante, camminava incredula, triste e stretta nella sua insicurezza, in una «metropoli senza frutti / senza oracoli da vantare», cercando di alleviare il «chiodo della vita» con la poesia.
L’ho sentita l’ultima volta il 15 febbraio dello scorso anno, faticava a parlare. «Che hai, le ho subito detto, sei raffreddata? ». Non mi ha risposto e questo mi ha amareggiata, non comprendendone assolutamente il motivo. Sbrigativa quasi mi ha detto: «Per aprile dobbiamo uscire con Clic. Mi fai un editoriale su Frida Kahlo? » (pare ci fosse una qualche mostra per quel periodo, a Francoforte). «Sì, ma relativamente alle sue poesie», ho promesso per passare subito, per l’affanno eccessivo, e i forti rantoli, a chiedere di nuovo della sua salute: «Ma che c’è? non stai bene? ». Nessuna risposta. Solo «Ciao filosofa di umafeminità». Niente altro. Eppure già sapeva di essere gravemente malata, che era a casa per aver firmato per uscire dall’ospedale (me l’avrebbe detto poi il fratello).
Non aveva avuto la forza di confessarmelo, ma aveva voluto comunque sentirmi, aver il brivido di discutere ancora il palinsesto, e salutarmi un’ultima volta, con quella specie di investitura che sul momento mi era parsa, tra i silenzi, quasi uno scherno. Io pigra come sono, mai immaginando che non stesse bene, ho aspettato, come tante altre volte, un altro suo sollecito per scrivere il pezzo, e non sentendola più ho pensato anche che avesse cambiato programma. Invece aveva cambiato luogo. Se n’è andata per sempre, il 29 aprile, con le sue “scarpe di mare”. A caccia con la sua Sibilla di risposte definitive.

14 APRILE 2021