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O come Opera

FRA I BANCHI

di Angela Villa

Genere teatrale in cui la musica è eseguita e continua per tutto il tempo. È un sottoinsieme della musica classica.


Tutti all’Opera, comincia l’anno scolastico con maestre operose intente a inventare nuove avventure per i loro alunni. Anche se la scuola inizia a metà settembre, per noi insegnanti l’orchestra è già accordata dal primo del mese. Altro che tre mesi di beata indolenza, qui si macina caffè e idee a rotta di collo! E siccome crediamo profondamente nel motto “Chi ben comincia è a metà dell’opera” ci diamo subito da fare…
Ci ritroviamo, in aula docenti a pianificare la sinfonia perfetta: come accogliere i nostri piccoli spettatori? Banchi a gruppi, a coppie, o un isolamento strategico per evitare le prime scaramucce post-vacanze? C’è chi, ottimista incorreggibile, si immagina frotte di marmocchi riposati e ricettivi, pronti ad assorbire ogni nota di sapere e quindi predispone i banchi a gruppo… E poi ci siamo noi, i realisti un po’ cinici, che già li vediamo molto distratti e con la testa alle vacanze e quindi optiamo per il saggio sistema a coppie strategiche.
E noi? Come ci troveranno loro? Più sagge o con qualche ruga in più?
«Maestra, quanti anni hai?» Domanda frequente.
Se dici la verità, ti rispondono: «Hai l’età di mia nonna!».
Se menti spudoratamente, dicono: «Ne dimostri di più…».
Quindi io dico sempre: «Ho l’età delle fate!», Preferisco che non mi vedano come la nonna rassicurante, ma come la capitana che grida: «All’arrembaggio!». Del sapere ovviamente.
Intanto, dietro le quinte della nostra Opera è un tripudio di colori e creatività. Quest’anno la nostra musa ispiratrice per i bimbetti delle classi prime è la Maestra Margherita, un personaggio tratto dal libro di Nicoletta Costa che, a quanto pare, ne combina di tutti i colori. Le mie colleghe, vere artiste del fai-da-te, hanno già allestito un ritratto di Margherita che, a giudicare dall’espressione, promette scintille. E poi c’è quella gigantesca boccia di vetro, pronta ad accogliere i propositi di inizio anno di ogni bambino. Un inno alla speranza, o forse un’urna per le buone intenzioni destinate a finire nel dimenticatoio?
Nelle classi terze, abbiamo pensato a un faro. Sì, un faro, come simbolo di luce che guida le navi in tempesta. O, più semplicemente, un promemoria per accendere la lampadina in quelle giornate un po’ più… nebulose.
È un delirio di martelli e chiodi, pennelli e tempere, nastri svolazzanti e bandierine festose. I commessi ci guardano con un misto di ammirazione e disperazione, implorando che liberiamo le aule per le pulizie di rito. Ma noi, imperterrite, resistiamo fino all’ultimo minuto! Un’idea in più, un ritocco finale, un cartellone da aggiungere… Ci scacceranno via a forza, ma noi non molliamo!
«Oddio, abbiamo dimenticato di scrivere il cartellone di Benvenuti nel corridoio!»
Esclama una collega.
«Non ce n’è bisogno, loro lo sanno che sono e saranno sempre i benvenuti, nel nostro cuore.» Cerco di rassicurarle.
«Sì, ma è anche vero che in cinque minuti lo prepariamo se scriviamo direttamente con pennelli e le tempere…» Zitte, zitte, piano, piano…Eccole di corsa di nuovo dentro le classi ad armeggiare.
In questo vortice di inizio anno, mi rifugio in un angolo tranquillo della mente, un piccolo chiostro, un monastero, un luogo dove poter passeggiare tra piante rampicanti e bocche di leone: è il mio privatissimo hortus conclusus. Quest’anno l’Opera si arricchisce di un nuovo “movimento”: la scuola senza zaino. Meno peso sulle spalle, più attenzione ai ritmi dei bambini.
È una scommessa, un esperimento che ci entusiasma e ci preoccupa al tempo stesso. Insomma, siamo appena agli inizi: in fondo, si sa, la scuola è un cantiere perennemente aperto.
Alla fine saranno sempre e solo loro, i bambini e le bambine, a riempire le aule, con le loro risate assordanti, la straordinaria capacità di demolire ogni nostra illusione di controllo, a dare un senso a questa bella follia e a regalarci il vero, indimenticabile finale.
Il tempo e i loro passi faranno il resto.
«E allora, su il sipario… e che qualcuno ci prepari un caffè fortissimo!»

Buon ascolto: “Zitto zitto piano piano. Cenerentola di Rossini”
https://www.youtube.com/watch?v=C9xiPBqYlio&list=RDC9xiPBqYlio&start_radio=1

N come note

Simboli che rappresentano il suono, ciascuno con un valore temporale diverso

di Angela Villa

Avere una maestra che da piccola era una secchiona è un bel problema. La maestra ex secchiona non si accontenta mai, vuole sempre il meglio dai suoi alunni. Li spinge a studiare sempre di più, a scrivere con una grafia perfetta. Fa una gran fatica a mettere “Ottimo”, è stata chiara fin dal primo giorno: per averlo, sul quaderno non deve esserci nemmeno l’ombra di un segno rosso.
Pretende sempre il massimo e quando corregge un quaderno, corregge sé stessa non i bambini: se un bambino sbaglia, lei pensa a come avrebbe potuto spiegare meglio quell’argomento, a come avrebbe potuto renderlo più adatto all’età dei bambini e ai loro reali interessi…
C’è sempre un’ombra nello sguardo, un non detto, qualcosa che poteva andare meglio.
Non è insoddisfazione e nemmeno mania di perfezione. La cattedra della maestra ex secchiona è sempre disordinata, piena di penne, matite e fogli colorati che i bambini possono tranquillamente prendere per rendere più affascinante una scrittura o un’illustrazione. La sua è una ricerca continua, una fuga verso l’imprevisto che riserva sorprese.
Così, mentre i quaderni pretendono rigore, la cattedra racconta un’altra storia. Ed è lì che si scopre il vero segreto della maestra ex secchiona: lei fa sempre il tifo per i bambini in particolare per quelli che inciampano spesso, perché quelli bravi, si sa, sarebbero bravi comunque. Resta solo un grande mistero: com’è possibile che una persona capace di intercettare un millimetro di sbavatura sul quaderno pure a distanza, riesca poi a perdere regolarmente gli occhiali, le chiavi dell’armadio la password per accedere nel registro elettronico.
Il ritmo delle sue giornate è sempre in anticipo. La sua giornata inizia presto, alle cinque e mezza del mattino, per preparare le lezioni o predisporre qualche lavoretto. Quando i bambini entrano in classe i quaderni sono già sistemati sui banchi, così si può iniziare subito a lavorare. A volte scrive anche già la data alla lavagna capita che sia sbagliato il mese o il giorno e i bambini sono pronti a correggere:

«Maestra siamo ad aprile, tu hai scritto marzo…»

In realtà, dietro questa sbadataggine c’è un disorientamento spazio-temporale: per lei la sequenza dei mesi e dei giorni non è una linea retta automatica, la sua mente tende a confonderli o invertirli. La maestra ex secchiona aveva qualche problema di dislessia ma questa è un’altra storia… Una storia di quando, da piccola, per compensare questo limite studiava il doppio degli altri. I suoi alunni questa storia la conoscono bene, perché lei stessa gliel’ha raccontata diverse volte, a loro piace sentire il racconto dei voti sul quaderno e dello “zero spaccato” ed è per questo che sono super attenti: dei veri custodi della data scritta sulla lavagna.
Quando gli alunni arrivano li accoglie sempre con un sorriso.
“Avete dormito bene?”. C’è sempre qualcuno che dice no… perché il fratellino piangeva o perché i genitori hanno litigato o perché hanno visto un film che fa paura… I bambini raccontano e lei li tranquillizza, ma se si accorge che qualcuno mena il can per l’aia, che ci si dilunga inutilmente e approfitta della conversazione per un rapido scambio carte sotto banco, lei chiude subito la conversazione.

“Vogliamo darci da fare? Rimandiamo le trattative Pokemon alle dieci e trenta.”

Non lascia scampo, ti osserva anche quando vai in bagno per assicurarsi che non ci siano marachelle nell’aria. In giardino non perdona: se lei dice non giocate a fare la lotta e tu lo fai, ti fa sedere immediatamente. Eppure, non è rigidità e non è severità. Sta puntando su di te. Ti guarda come se fossi un atleta davanti a una corsa a ostacoli: ognuno ha il suo, e lei vuole solo che tu ti impegni per non inciampare o che, se capita di cadere, trovi la forza di rialzarti. Gli alunni per lei per certi versi, sono come note musicali a ciascuno il suo simbolo, la sua alterazione la sua diversità, l’insegnamento è personalizzazione. La maestra ex secchiona, quando era piccola, i compiti delle vacanze li iniziava subito, mossa dalla curiosità di scoprire le pagine del nuovo libro. A maggio, mentre tutti gli altri correvano in riva al mare, lei continuava a frequentare. Ogni tanto, però, prende una scossa e decide di mandare all’aria le sue stesse regole. Anticipa l’ora dell’intervallo, oppure manda alcuni alunni da soli nel laboratorio di arte con tempere e pennelli e poi torna per vedere se, al termine del lavoro, hanno lasciato tutto in ordine. Lo fa perché si fida ciecamente. E la cosa straordinaria è che non succede mai nulla. Nessuno si comporta male, perché nessuno, in fondo, avrebbe mai il coraggio di deludere una fiducia così grande.

 

Robert Schumann – Scene Infantili (Kinderszenen), Op. 15

https://youtu.be/zrOb06weHu4?si=Ny1kR38Ew_PFs7K6

Se Dio muore, tutto diventa assoluto

Maurizio Ferraris racconta Nietzsche a Torino Spiritualità

di Donato Gervasio

 Quell’evento che Nietzsche chiama la “morte di Dio” non si è allontanato dal nostro orizzonte. Nietzsche è stato ossessionato da Dio per tutta la vita. Anche noi, oggi, ne siamo ossessionati, sebbene la nostra epoca si professi secolarizzata.

Ferraris parla al cinema Romano di Torino, all’interno della Galleria Subalpina. Siamo in un luogo simbolico, a pochi passi da via Carlo Alberto 6, dove Nietzsche prende alloggio nella primavera del 1888, in un appartamento al quarto piano. “È passato sotto questa Galleria migliaia di volte”, ricorda Ferraris. “Siamo più vicini a Nietzsche che mai.”
Nietzsche instaura un rapporto molto felice con la città, come testimoniano le sue lettere da Torino. “Ovunque la più limpida luce di ottobre, lo splendido viale alberato, che per circa un’ora mi ha condotto lungo il corso del Po, quasi non ancora sfiorato dall’autunno. Adesso sono l’uomo più colmo di gratitudine del mondo – con una disposizione d’animo autunnale nel miglior senso del termine: è il periodo della mia grande vendemmia.
Il soggiorno torinese sarà, infatti, freneticamente produttivo. Scrive cinque libri, tra cui Ecce Homo. Ferraris, con la sua consueta verve, lo definisce “un fantastico libro kitsch”, l’opera di un uomo che scivola nella follia per il terrore di non essere riconosciuto dal mondo.
Torino è anche la città in cui il filosofo vive i suoi ultimi giorni coscienti. Di lì a poco, all’inizio di gennaio del 1889, firma i cosiddetti “biglietti della follia” con i nomi dei redentori dell’umanità: “Dioniso” o “Il Crocefisso”.
Tra mitomania sempre più acuta e delirio teologico arriviamo alla fatale lettera a Jacob Burckhardt del 6 gennaio: “Caro signor professore, in fin dei conti sarei stato molto più volentieri professore a Basilea piuttosto che Dio; ma non ho osato spingere il mio egoismo privato al punto di tralasciare per colpa sua la creazione del mondo.” E più avanti: “Quel che è spiacevole e che mette a prova la mia modestia è che in fondo io sono tutti i nomi della storia…”
Poco dopo, accompagnato dal filosofo Franz Overbeck, ex collega e amico, Nietzsche lascerà Torino per essere ricoverato in una clinica psichiatrica di Basilea. Da qui ripartirà, accudito dalla madre.

 La genesi di un’ossessione

Ferraris traccia un profilo psicologico preciso. Figlio di un pastore protestante morto quando lui aveva quattro anni, Nietzsche cresce idealizzando una figura paterna assente. Non idealizza, invece, la madre e la sorella Elisabeth, cioè le due figure femminili con le quali cresce e che considera come l’antitesi vivente del suo pensiero. (“Le ha sempre considerate come due cretine”, taglia corto Ferraris).
In un passo di Ecce Homo, che sarà censurato dalla sorella Elisabeth e in seguito riportato alla luce, Nietzsche scrive che la madre e la sorella sono la più profonda obiezione all’idea filosofica dell’Eterno Ritorno, nel senso che non vorrebbe che tornassero eternamente.
Iscritto a teologia per assecondare il volere di sua madre, a un certo punto abbandona per andare a studiare filologia classica, a Lipsia, al seguito del suo professore Friedrich Ritschl. Sua madre se la prende tantissimo.
Il ritratto del giovane Nietzsche è dissacrante: “Un ragazzo solitario, abbastanza brutto, poco capace a comunicare, miope, cresciuto nel rigore di un collegio dove il massimo della felicità era il bagno a Ferragosto: ovvio che se uno vive così, comincia a sognare Dioniso”.

La “morte di Dio” non è un’invenzione nietzschiana.

Già Hegel, all’inizio dell’Ottocento, afferma: “Il sentimento fondamentale della nostra epoca è che Dio è morto”, intendendo la fine degli assoluti metafisici e l’inizio di un’era in cui l’uomo è consegnato al flusso della storia.
Nel 1797, in epoca rivoluzionaria, il giovane Hegel insieme a Hölderlin e al giovanissimo Schelling scrivono un saggio in cui si afferma che la vecchia mitologia è morta e bisogna crearne una nuova. Il “Dio è morto” di Hegel, tuttavia, non ha avuto le stesse conseguenze di quello di Nietzsche, anche perché in Hegel significava che Dio è ormai vecchio, come dire: sono passati duemila anni e continuiamo a tenerci quel vecchio Dio, sempre lo stesso assoluto?
Il tema della morte di Dio era dunque onnipresente. Anche eventi storici traumatici, come la decapitazione di Luigi XVI e la violenta scristianizzazione della Francia rivoluzionaria, sono vissuti come veri e propri deicidi.
Ferraris fa notare come questa secolarizzazione radicale abbia prodotto degli effetti sociologici bizzarri. La religione cattolica, al contrario di quanto accaduto in Italia, è stata quasi del tutto estromessa dalla vita pubblica francese, con un risultato singolare: i francesi vanno oggi tutti dallo psicanalista.
“E da quale psicanalista vanno? Ovviamente da un  lacaniano. Cioè da qualcuno che ha cattolicizzato il freudismo. In pratica, i francesi vanno a cercarsi una specie di prete e lo pagano pure profumatamente, solo perché la Rivoluzione ha tolto loro i preti gratis (o quasi) che avevano prima.”

Ma chi è quel Dio che muore?

Nell’aforisma 125 della Gaia Scienza, Nietzsche affida l’annuncio a un uomo folle che, accesa una lanterna nella chiara luce del mattino, corre al mercato gridando disperatamente: “Cerco Dio! Cerco Dio!”. Di fronte alle risate di scherno degli astanti, che in Dio già non credono più, il folle rivela la verità più tremenda: “Dio è morto! E noi l’abbiamo ucciso! Voi e io! Siamo noi tutti i suoi assassini!”
Ma il Dio che muore davvero, afferma Ferraris, è precisamente il Dio del protestantesimo. Più rigoroso e interiorizzato, il protestantesimo fa di Dio una questione di pura coscienza individuale. Quando la fede vacilla, la coscienza crolla nel vuoto, non regge l’urto del nichilismo, della mancanza totale di senso. I cattolici, invece, sono più protetti dal vuoto nichilista: “La morte del Dio cattolico importa pochissimo. Anzi, i cattolici sono contentissimi di vedere crocifissi (che non vedrete mai in una chiesa protestante), processioni e santi flagellati”. I cattolici sono più protetti perché, spiega Ferraris con una affermazione che ci lascia stupiti, già non credevano più in Dio. “E non ci credevano più per ottime ragioni teologiche: In Del papa, scritto nel 1819, in epoca di Restaurazione, il grande filosofo Joseph De Maistre afferma che il vero cattolico non crede in Dio ma nel papa. E lo dimostra giuridicamente: Dio ha dato al papa la sua eredità e questa eredità viene trasmessa di papa in papa. Per i cattolici, dunque, la morte di Dio non è un problema, nel senso che hanno il papa, e morto un papa se ne fa un altro”.

 Nichilismo e depressione di massa

Il nichilismo di cui parlava Nietzsche, e su cui Heidegger avrebbe versato fiumi di inchiostro negli anni Quaranta, è per Ferraris un fenomeno squisitamente europeo e borghese. Non ha sfiorato le culture orientali o islamiche. Non c’è stato nessun cinese che sia mai stato turbato dalla morte di Dio, nessun indiano, nessun islamico, nessun ebreo.
Per essere autenticamente nichilista bisogna assomigliare a Thomas Buddenbrook, il personaggio del romanzo di Thomas Mann: ricco, garantito, privo di bisogni materiali, comodamente seduto in una casa di Lubecca. Il nichilismo nasce come un lusso intellettuale e borghese. “Solo chi non deve lottare contro le bestie feroci o per il pane quotidiano può permettersi il lusso di essere nichilista e di chiedersi: “Ma perché diavolo sono sulla terra?”.

Non abbiamo esempi di nichilismo di massa prima dell’Ottocento. La melanconia era stata indagata nel Seicento da Robert Burton (Anatomia della melanconia), ma è solo grazie all’avvento dell’automazione e alla crescita della società borghese che il nichilismo diventa fenomeno di massa. La noia (“mostro delicato” come lo definiva Baudelaire), la malinconia, il male di vivere sono condizione umana e sociale molto diffusa a partire dal XIX secolo. Ferraris propone una equazione diretta: il nichilismo europeo descritto da Nietzsche nei suoi frammenti di Lenzerheide, oggi si chiama semplicemente depressione.
A questo proposito, Ferraris evoca un celebre aneddoto legato a Bertrand Russell. Il matematico e filosofo britannico si trovava a bordo di un idrovolante che si schiantò nel mare della Manica. Mentre nuotava disperatamente nell’acqua gelida per non annegare, Russell scoprì di essere improvvisamente guarito da tutte le sofferenze esistenziali e dalle profonde depressioni che avevano tormentato la sua vita fino a quel momento. Il motivo? Aveva finalmente un obiettivo concreto, biologico e immediato: raggiungere la riva e salvarsi la pelle.
Ferraris lancia una frecciata alla sua stessa categoria: se a partire dagli anni Cinquanta del secolo scorso, la depressione viene curata in maniera alquanto efficace con gli antidepressivi, allora bisognerebbe sfoltire l’orizzonte filosofico da quelle cose che hanno soltanto un fondamento biologico e patologico.“Evitiamo di creare un intero sistema di pensiero sul nichilismo. Quando ero giovane – ricorda –  i miei professori scrivevano soltanto libri sul nichilismo. Se avessero pensato che esistevano gli antidepressivi, avrebbero scritto d’altro o non gliene sarebbe importato nulla”. 

I surrogati di Dio

Cosa succede, allora, quando lo spazio del divino resta vuoto? La soluzione di Nietzsche è semplice: si autonomina Dio. Comincia un processo di autodeificazione che lo porta a identificarsi prima con il profeta Zarathustra, poi con un dio sacrificato e morente e infine con il creatore.
Nietzsche ha avuto un destino veramente stranissimo: voleva a tutti i costi diventare importante e sostanzialmente è impazzito perché nessuno lo riconosceva. Poi, quando si manifesta la pazzia e lui non è più cosciente, il mondo comincia a tributargli una fama mondiale. Strauss gli dedica una sinfonia, D’Annunzio scrive un poema.
Voleva diventare importante come tanti, aggiunge Ferraris, per via di un assoluto tipico soprattutto dei figli maschi: la mamma. In una lettera alla madre dell’autunno dell’88 si legge: “Vedi, mamma, la tua vecchia creatura è diventato un uomo celebre, ricevo delle lettere da New York, da San Pietroburgo…”
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Certo, Nietzsche non poteva risolvere la questione relativa a Dio, ma nemmeno noi l’abbiamo risolta. Qual è il nostro assoluto? Con questa domanda Ferraris introduce l’ultima parte del suo intervento. La nostra epoca, afferma, come le epoche precedenti alla morte di Dio, ha bisogno di assoluti. Ognuno di noi ha il suo assoluto. La bellezza, per esempio. “Molti di voi avranno notato come la morte di Giorgio Armani sia stata un evento paragonabile alla morte di un Dio o di un re, con un profluvio di interviste a persone che, come succede nelle agiografie, dicono: io l’avevo conosciuto. Tra la morte di Giorgio Armani e Padre Pio non c’è stata nessuna differenza”.
Per dire il nostro bisogno di assoluto, Ferraris si serve di una citazione attribuita allo scrittore cattolico Gilbert Chesterton: “Quando la gente smette di credere in Dio, non è vero che non crede a nulla: crede a qualunque cosa.”  Ferraris pensa che sia esattamente così, che dopo la fine di quell’assoluto che era Dio, siamo inclini a credere a qualunque cosa, a dei surrogati di assoluto. Il nazionalismo, per esempio. Prima non c’era, le etnie stavano mescolate le une con le altre. Poi diventa necessario essere “una d’arme, di lingua, d’altare” e cominciano le guerre nazionaliste, che si sono protratte fino al secolo scorso.
“Le grandi ideologie dell’Ottocento e del Novecento che cosa sono se non dei surrogati della morte di Dio? E gli psicologi, dai quali si va come si andrebbe da un cartomante, non sono esattamente il surrogato dei sacerdoti come mediatori nei confronti dell’assoluto?”
Ma l’assoluto più assoluto, continua Ferraris, di cui possiamo verificare l’onnipresenza negli ultimi due secoli, è quello amoroso. Con la modernità, l’amore diventa una religione per cui morire e per cui distruggere la vita. Una volta l’amore non era un assoluto. Certo, Eloisa ama Abelardo, ma si scusa con Dio perché ritiene empio il suo amore terreno.

“Werther, invece, è solo contento di spararsi per realizzare l’assoluto. Pensate alla quantità di guai che vengono provocati da questa idea che ci debba essere un tale legame fra due persone per cui l’una è la divinità dell’altra. E quella stupida di Madame Bovary? Lei, sì, che è una vera “credente”. Passa da un assoluto amoroso all’altro con la stessa convinzione. E cosa spinge Anna Karenina a trovare grosse le orecchie del marito, se non l’assoluto amoroso che si incarna in Vronskij, che poi fra l’altro la molla?”
A giudicare da come ha trattato Madame Bovary e Anna Karenina, possiamo inserire Ferraris nella schiera dei filosofi seguaci della filosofia “anti-amore”, il cui esponente più autorevole potrebbe essere Schopenhauer, per il quale la passione amorosa non è altro che fonte di guai e un inganno biologico orchestrato dalla natura per perpetuare la miserabile specie umana.
Sulla scia di Rousseau, anche la natura intesa come fonte di ogni bene è un assoluto che risulta dalla morte di Dio.
Ai giorni nostri, tramontato l’amore romantico, l’assoluto è diventato il figlio. È lui l’idolo indiscusso, solo lui è al centro dell’universo, il perno attorno al quale ruota l’intero sistema valoriale ed emotivo delle famiglie. Nelle società tradizionali il figlio non era al centro dell’universo perché quel posto era occupato da Dio.
“Probabilmente”, aggiunge Ferraris avviandosi alla conclusione, “non è neanche detto che andare in chiesa a pregare Dio sia meno stupido di correre dietro la duchessa di Guermantes, come fa Proust nella Recherche.”
La “morte di Dio” non ha eliminato l’assoluto, lo ha solo frammentato in surrogati quotidiani. Nietzsche, in sintesi, coglie bene che l’assoluto è essenzialmente una mancanza costitutiva dell’essere umano che noi cerchiamo di riempire nelle maniere più varie.

 

 

 

 

N come NONETTO

       FRA I BANCHI

Composizione musicale caratterizzata dalla presenza fissa di nove strumenti solisti

 

di Angela Villa

La scuola è agli sgoccioli, sospesa fra verifiche e recite provate fino allo sfinimento, zaini che si svuotano e diplomi per i “lettori forti”. Fra questi campioni della biblioteca ho scoperto qualcuno che prende il libro, lo porta a casa, lo riporta indietro così come lo ha preso, per il gusto di avere un libro nuovo a casa, per il piacere di odorare la carta, perché nessuno me lo legge…perché mi piaceva la copertina ma la storia non era entusiasmante. Le risposte sono varie. Ma che importa? Il libro ha viaggiato, ha preso l’aria della cameretta, ha fatto da ponte. Si loda anche quel viaggio a vuoto, perché l’amore per la lettura è un seme pigro che va coltivato lentamente. Uno dei diritti del lettore è proprio saltare le pagine o chiudere il libro prima del tempo.
In questi giorni di maggio si corre nei corridoi a caccia dei maestri perché ,hanno consegnato la foto di fine anno. I bambini cercano la firma di tutti i maestri, anche di quelli che entrano per poche ore in classe, ma che lasciano comunque un segno. Ognuno con il suo superpotere, ognuno con la sua personalissima magia. La bellezza sta cercare di capire come ci vedono loro i bambini, a volte chiedo divertita: ma quanti maestri avete?  Sette, otto, no forse nove…e tutti importanti. L’altro giorno ho dato loro una traccia ero curiosa di vedere la classe con i loro occhi. Ho scoperto che ognuno di noi, ha qualcosa da regalare. Siamo i loro super eroi. Siamo un po’ tutti protagonisti come nell’ensemble di un Nonetto. E anche i commessi per loro sono dei maestri perché gli insegnano le buone maniere…a non sporcare i bagni, a raccogliere le carte in giardino.
Testo descrivi i maestri della tua classe e non saltare nessuno!
«C’è la maestra di religione, amatissima perché fa scrivere i titoli in grassetto, con lei facciamo pure geometria, ci dice, per convincerci a fare i titoli più belli possibili.
C’è il maestro di inglese, quando la classe si fa troppo agitata e il giardino diventa un sogno, distribuisce mandala, se il tempo scade giriamo il foglio e disegniamo quello che vogliamo.
La maestra di scienze e matematica ci porta nell’orto: si innaffia la terra, si tagliano le erbacce si contano i fiori delle zucchine e si va a caccia di lombrichi. Cerchiamo il più lungo e lo mostriamo ai compagni e alle compagne che hanno paura. Una volta uno l’ha nascosto in tasca quel giorno la maestra si è veramente arrabbiata.
La maestra della mensa insegna ad andare in fila uno dietro l’altro e le buone maniere a tavola. Facciamo finta di essere alla tavola di Harry Potter e sembra di vedere i gufi che svolazzano. Dobbiamo fare la gara del silenzio con l’altra classe.
Il maestro di motoria delle quinte, si ferma solo per un’ora è al posto di una maestra che non può più venire per motivi di salute, insegna i trucchi per giocare bene insieme:
“Lasciate stare palla prigioniera” e provate a mettere insieme la palla nel fosso toccandola tutti” È un mago conosce un sacco di giochi.
C’è la maestra di alternativa: ci insegna a fare la pace e ha creato l’angolo della pace con cuscini e barattoli luminosi. A volte noi siamo un po’ litigiosi, qualcuno parla con il corpo invece che con la voce, dice lei, ma abbiamo tempo per imparare a fare la pace.
Poi ci sono i due commessi che sorvegliano il bagno e dicono: “La riunione dei rubinetti è finità tornate in classe” e poi c’è il teatro della maestra di italiano
Lei c’è sempre. È quella che vediamo ogni giorno, facciamo spesso gli intervalli con lei in giardino o in classe se piove, perché noi in giardino andiamo pure se fa freddo: dobbiamo rafforzare il corpo, così ci dice. Se rimaniamo in classe perché piove ci dice: “Potete fare caos ma con calma” A volte, però, si vede che è stanca e sta per arrabbiarsi Ha finito lei, la calma.  Allora le regaliamo disegni coi cuoricini, lei li appende alla parete anche se non sono belli colorati o manca qualche “H” e qualche doppia.
Racconta storie bellissime, ma anche storie noiosissime. A inizio o a fine lezione. Quando la noia avanza, la maestra inizia a saltare le pagine, inventando tutto di sana pianta, perché se ci annoiamo facciamo troppo rumore e andiamo a casa col mal di testa.
Le storie più belle sono quelle completamente inventate, quando la maestra inventa, è molto più simpatica del libro. Gira per la classe, con una mano mantiene il libro e con l’altra, un mondo prende forma, storie stranissime. Matite stufe di essere temperate, cestini parlanti quaderni indispettiti, carte Pokemon che si rifiutano di essere scambiate. Una volta durante una di queste letture in cui la prima ad annoiarsi era lei, un nostro compagno ha detto:
“Maestra, salta direttamente tutto e fai le voci!”.»

Buona fine della scuola a tutti e in particolare a chi salta le pagine per metterci l’errore.

Consiglio di ascolto, Nino Rota, Nonetto.

https://www.youtube.com/watch?v=zWeiuhtguk4

 

Le Parenti di San Gennaro

di Angela Villa

La decadenza non risparmia nessuno, nemmeno i santi. Sabato due maggio una folla eterogenea ha assistito al miracolo di San Gennaro, nel Duomo di Napoli: turisti e curiosi capitati di passaggio durante un tour della città, armati di macchine fotografiche e telecamere; giornalisti freelance, pronti a postare sui social in tempo record; amanti dello spritz, seduti sulle gradinate del Duomo (negli ultimi tempi, d’altronde, le sprizzerie sono nate come funghi in ogni quartiere). In mezzo a questo caos si scorgono i fedeli, assorti nelle preghiere con la coroncina di San Gennaro tra le dita.
Nonostante la folla chiassosa, forse un po’ distratta dal “cosa c’è ancora da vedere”, il culto resiste. La sua forza continua a parlare a tutti, trasformandosi nel tempo in una sintesi perfetta di opposti: sacro e profano, nobiltà e popolo, aristocrazia e folklore. In esso, l’anima laica e quella religiosa della città si fondono. Tre piccole donne sedute di fronte alla statua del Santo, resistono ad ogni forma di decadenza e mantengono vivo il rituale più arcaico. Sono le custodi dei canti antichi delle litanie e delle preghiere in onore al Santo: le “Parenti di San Gennaro”. Mentre i turisti scattano foto, loro invocano il Santo con compostezza e rigore.
L’origine di questa tradizione è avvolta nel mistero. Alcuni dicono che la prima fedele fosse davvero una consanguinea del martire, o forse una donna di nome “Januaria”. Altri ipotizzano legami con Eusebia, la nutrice che raccolse il sangue dopo il martirio. Il nome stesso, Ianuarius, rimanda alla gens Ianuaria e al dio Giano, il dio bifronte delle soglie. Eppure, al di là della genealogia, ciò che conta è il legame spirituale: queste donne si sentono parte di una famiglia.
Ogni anno, il 19 settembre, il sabato precedente la prima domenica di maggio e il 16 dicembre, queste signore siedono in prima fila con i medaglioni al collo. Il loro è un ruolo fondamentale, tutto al femminile: sono madri e maestre che esortano il Santo a “darsi da fare”. A compiere il miracolo per il bene della città. Ogni volta la funzione del miracolo avvicina il Santo alla città. Se il sangue non si scioglie sono guai, il Santo è arrabbiato con il suo popolo, e annuncia una catastrofe imminente. Ecco perché le Parenti invocano con trasporto e passione.
La particolarità del loro approccio sta nel linguaggio. Non sono preghiere sussurrate, ma incitamenti corali, talvolta in rima. Si rivolgono a San Gennaro chiamandolo confidenzialmente “Faccia Gialla” (per via del busto bronzeo ingiallito). Il tono è quello di una madre con un figlio distratto: lo invocano, lo incitano e, se il miracolo tarda, arrivano a rimproverarlo aspramente.
Durante la funzione, l’anziana del gruppo sembra quasi dirigere le operazioni, interpellando il pastore della Chiesa o sgridando chiunque si frapponga tra lei e la statua: «Ci dobbiamo guardare in faccia, io e lui, toglietevi davanti». Sgrida i turisti che si affannano a riprendere la statua del Santo. Se una compagna sbaglia un verso, viene subito corretta, l’altra alza le spalle: non importa, nessuno noterà l’errore in questo marasma, l’importante è che il miracolo avvenga. E che il Santo, attraverso il sangue, riprenda il legame con la città, un legame carnale, viscerale.
Quando il Cardinale finalmente solleva l’ampolla e il sangue appare liquido, la pace è fatta, l’annuncio è segnato dallo sventolio del fazzoletto bianco, di un membro della Deputazione, l’organo laico che da secoli custodisce il Tesoro. Fondata dai rappresentanti dei sedili nobiliari (Capuana, Nido, Montagna, Porto e Portanova) e dal popolo, la Deputazione è ancora oggi il simbolo di quella Napoli duplice che governa il culto: sacro e profano religione e laicismo. Ma oltre gli applausi, oltre l’oro dei paramenti e lo sventolio dei fazzoletti, resta la voce di quelle donne: una voce antica, che sa di tufo e di secoli, un canto che non cerca il consenso dei social ma il cuore di un martire. Il miracolo si è compiuto la processione va verso Santa Chiara. Il fiume umano scorre e sopra ogni cosa, domina «’a muntagna bella», il gigante addormentato, sospeso tra mare e cielo, dorme dal 1944, su un tappeto di case vicoli e speranze. Cosa accadrà quando si sveglierà? Secoli fa portarono in processione il Santo per fermare la lava, chi ci crede e chi no. Fino ad allora la città continuerà a celebrare miracoli di ogni tipo, per strappare un altro giorno di vita, all’ombra del Vesuvio.

Napoli, 2 maggio 2026

Gianni Aversano – Canto delle parenti di San Gennaro
https://www.youtube.com/watch?v=xEFDxLUQ0gU&list=RDxEFDxLUQ0gU&start_radio=1

M come melodia


FRA I BANCHI

di Angela Villa 

La melodia è l’arte di dare senso, a una successione di note.

Insegnare a scrivere vuol dire cercare un senso, creare una melodia. Meraviglioso, quasi poetico. Se non fosse che, nella pratica, è un tentativo di sopravvivenza, si procede spesso per tentativi e molti errori.
Prima di decidermi a presentare il corsivo, mi è capitato spesso di svegliarmi all’alba e scervellarmi su come e quando farlo. Ho navigato in quella palude di consigli online, finendo inevitabilmente sui profili che esibiscono quaderni impeccabili, senza una sbavatura, una macchia di cioccolato, un’orecchia nell’angolo della pagina. Alla fine ne esco più indecisa di prima.
Forse è meglio proporre una full immersion immediata?
Spesso si presentano tutti i caratteri contemporaneamente già in prima e questo genera difficoltà per gli alunni con disturbi specifici di apprendimento; per questo motivo molti insegnanti preferiscono attendere la classe seconda, prima di presentare il corsivo e decidere insieme nel gruppo di programmazione. Sebbene la programmazione si faccia in team, la verità è che quando si entra classe, si è sempre soli.
Secondo le più recenti ricerche neuroscientifiche, sarebbe meglio attendere che i bambini abbiano preso confidenza con la lettura prima di introdurre il corsivo. Questo permette loro di esplorare l’alfabeto con la dovuta calma. In un’epoca dominata dai tablet, dove anche un bimbo di due anni sa sbloccare uno schermo, rallentare per tracciare una lettera diventa un atto di resistenza.
I miei alunni, quando scrivono da soli, i loro biglietti durante l’intervallo, scelgono sempre lo stampato maiuscolo mescolando un po’ tutto, mi è capitato di vedere una y al posto di una ì e una doppia w al posto di una m. Solo un piccolo gruppo usa sempre il corsivo, ho chiesto il perché:

“Perché mia madre ha detto che siamo indietro col programma…”

Per rendere la cosa ancora più affascinante e coinvolgere tutti, ho inventato l’Ufficio di Scrittura: un albo illustrato con tutti i caratteri che usano come scudo spaziale sul banco. Fanno a gara per averlo.
Il mio immaginario: che bello, ho creato la classe perfetta.
La realtà: a volte si nascondono dietro il cartoncino per fare qualche disegno invece di scrivere.
Per invogliarli ho inventato la favola di Tip e Titta, due folletti che per non perdersi nel bosco, devono distinguere:

  1. Lettere Cielo: quelle che puntano in alto (sono avventurose e non soffrono di vertigini).
  2. Lettere Terra: quelle che vanno verso il basso (non hanno paura di sporcarsi di fango).
  3. Lettere Prato: quelle che stanno comode nel rigo piccolo (le pigre del gruppo).

Quando correggo, mi capita di dover decifrare le diverse calligrafie, ci sono lettere che assumono forme strane e indecifrabili; quindi ripiombo nell’indecisione: forse ho anticipato troppo i tempi, forse ho sbagliato tutto.
Ma esistono gli “attesi imprevisti”.
L’altro giorno avevo davanti il mio alunno che solitamente ha le molle sotto i piedi. Dovevano copiare un testo in corsivo. Erano le dieci e trenta, in genere andiamo in giardino, loro giocano e io mi godo la bellezza di un albero.
Era tutto concentrato e sussurrava un motivetto a bocca chiusa io, pensando che stesse perdendo tempo, gli ho suggerito:
«Scrivi in stampato maiuscolo, così finisci prima»
Lui non ha nemmeno alzato lo sguardo dal foglio:
«Non posso, maestra. Sono troppo “preso” dal corsivo.»

Consiglio di ascolto
Il Coro a bocca chiusa della Madama Butterfly è il trionfo di una melodia fatta solo di respiro.

https://www.youtube.com/watch?v=nbQDY0i7_88&list=RDnbQDY0i7_88&start_radio=1

 

 

Silenzio di turno

di Angela Villa

Gli angoli di periferia, sanno riservare sorprese preziose. È quanto accaduto nella Sala Teatro dell’Istituto Comprensivo Viale Lombardia di Cologno Monzese, uno spazio che insieme alla Biblioteca Toti, si conferma presidio culturale vivace, capace di ospitare concerti jazz, spettacoli teatrali e letture musicali, danze popolari. Prima dell’evento un’iniziativa di beneficenza: la vendita all’asta di vestiti realizzati dai ragazzi e dalle ragazze dell’Istituto nel laboratorio di sartoria “Per filo e per segno”.

In occasione della Giornata Mondiale del Teatro, l’Istituto ha aperto le porte a un evento di riflessione: la lettura dinamica di “Silenzio di turno”, testo scritto e diretto da Raffaella Di Franco. Raffaella Di Franco è una regista, attrice e drammaturga con oltre vent’anni di esperienza nella formazione teatrale. Presidente di AttoriAMO ETS, si è formata tra Teatri Possibili, la Scuola Mohole e con maestri dell’Actors Studio come Dominique De Fazio.

Il suo lavoro si distingue per un approccio completo alla scena (regia, corpo, voce e scenografia) e per un forte impegno civile, realizzando progetti di teatro sociale e civile. Con il suo gruppo, ha inoltre ricevuto il premio come miglior spettacolo al festival delle scuole di teatro “Area7” con “Madame Bovary c’est moi” (regia di Elisa Lepore); è inoltre una cantante esperta in musica polifonica.

La lettura dinamica, caratterizzata da una scrittura fluida e incisiva, si presenta come un viaggio tra i “nuovi schiavi”. Ambientata in una torrefazione, l’opera racconta la quotidianità di un gruppo di operaie e del loro misterioso caporeparto. Non è una messa in scena della violenza ostentata, ma un racconto fatto di parole, silenzi carichi di tensione e sguardi.

Lo spettacolo indaga sull’oblio e la rimozione come responsabilità collettiva, su ciò che scegliamo deliberatamente di non vedere o non interrompere. Le attrici e l’attore, sono riuscite a dare corpo alle emozioni di donne sospese tra il passato delle fabbriche e la realtà attuale dei nuovi schiavi, lavoratori sfruttati per pochi euro l’ora.

L’evento si è inserito nel solco delle celebrazioni della 64esima Giornata Mondiale del Teatro, istituita dall’ITI-UNESCO nel 1962. Quest’anno, il prestigioso compito di redigere il Messaggio Internazionale è spettato a Willem Dafoe, attore di fama mondiale e attuale Direttore del Settore Teatro della Biennale di Venezia, Willem Dafoe

Nelle sue parole, Dafoe ha sottolineato l’urgenza sociale dell’arte:

    «In un mondo sempre più divisivo e autoritario, la nostra sfida è evitare che il teatro diventi una mera impresa commerciale o un arido custode di tradizioni. Dobbiamo promuoverne la forza di connettere popoli e comunità, interrogandoci su dove stiamo andando.»

Al termine della rappresentazione, la preside dell’Istituto, Eleonora Galli, ha ribadito l’importanza fondamentale della narrazione contemporanea nei piccoli territori. In contesti spesso dimenticati, la cultura non è solo intrattenimento, ma uno strumento essenziale per generare dialogo e cittadinanza attiva. Fare cultura in periferia non è solo organizzare un evento; è un atto di resistenza. È creare legami ponti tra mondi che altrimenti non si parlerebbero mai.

“Silenzio di turno” ha dimostrato che il teatro, anche fuori dai grandi circuiti, resta il luogo di incontro per specchiarsi, capirsi e parlare.

Quando le luci della Biblioteca Toti si sono spente, negli occhi dei presenti è rimasto un riflesso diverso. Portare il teatro tra le mura di una scuola, raccontando le vicende di operaie di una torrefazione immaginaria, significa prendere atto delle tante realtà invisibili dei nostri quartieri. Significa dire: la tua storia è importante per la comunità, merita di essere raccontata e ascoltata qui, a due passi da casa tua.

Perché la cultura non è un privilegio da consumare solo nei templi del centro città, è un diritto che si respira dove la vita è più faticosa, dove la solitudine si fa sentire, dove il futuro sembra, a volte, un orizzonte insignificante. Fare cultura in periferia significa accendere un fuoco che riscalda chi è rimasto fuori, dimostrando che anche nell’angolo più nascosto di una città può nascere una bellezza, quella vera, quella che appartiene a tutti, nessuno escluso.

Sala Teatro Toti, Istituto Comprensivo Viale Lombardia,  Cologno Monzese 27 marzo 2026

Thomas Mann e l’eros di Michelangelo

Le sorgenti erotiche dell’arte

di Franco Toscani

Qual è la fonte della produzione artistica? Per avvicinarci a una risposta, partiamo da un breve e folgorante scritto di Thomas Mann, Die Erotik Michelangelo’s (L’eros di Michelangelo), pubblicato per la prima volta nel 1950 sulla rivista zurighese “Du” e poi accolto in Altes und Neues (Cose vecchie e nuove,1953). Si tratta di una recensione alle poesie di Michelangelo Buonarroti, pubblicate a Celerina (Svizzera) nel 1950 in un’edizione bilingue, italo-tedesca, a cura di Hans Mühlestein; è un libro la cui passionalità erotica scuote profondamente Mann, che proprio in quei giorni del luglio 1950, quando lo legge, è investito dalla disperata passione senile (lo scrittore ha allora 75 anni) per un giovane di cui si era invaghito in un albergo a Zürich.

Come testimoniano i Diari 1949-1950, tornano dunque, a distanza di quasi quarant’anni, gli sconvolgimenti interiori e i turbamenti sessuali vissuti sulla pelle da Ascenbach in Morte a Venezia (1912). Torna un erotismo indomito, la perdizione in due begli occhi giovanili, la sensualità della malattia d’amore e, insieme a tutto ciò, la rinuncia amorosa, la sublimazione nella scrittura, il rinvio al nesso ineludibile tra amore e creazione, il movimento e sconvolgimento platonico interpretante la perdizione nel bello come tensione allo spirito e al divino.

Il libro michelangiolesco curato da Mühlestein commuove lo scrittore tedesco per la “sconvolgente schiettezza” e la “potenza sentimentale spesso disperata”, per le confessioni e gli sfoghi della grande anima italiana che si dibatte tra bellezza e amarezza, amore e dolore, speranza e disillusione, delizia e tormento, desiderio e miseria. Alla base delle poesie di Michelangelo vi è una incredibile “ricchezza di passione, segno di una gigantesca e tormentata vitalità” .

Mann s’interroga sulla sorgente della malinconia dell’artista: “Da che cosa deriva la costante malinconia di un creatore cui il cielo ha concesso una sovrumana potenza artistica? Credo che la chiave di questo mistero sia una sensualità straordinaria e opprimente, che insieme, però, anela di continuo alla purezza, allo spirito, al divino, e interpreta sempre sé stessa come un’aspirazione trascendente”.

Nelle sue poesie, che si estendono per decenni e che sono quasi tutte canti d’amore, Michelangelo arde sempre d’amore e continua ad essere affascinato, anche in età molto avanzata, dai bei visi: “Il desiderio che lo spinge è l’amore, un innamoramento senza fine, lungo quanto la sua vita, volto alla figura umana, alla bellezza vivente, al fascino che emana dall’uomo: una tenace forza d’amore, una disposizione al beato tormento di essa, quali si ritrovano in altre vigorose nature dotate di sensibilità e di resistenza sensuale, ad esempio in Goethe e in Tolstoj”.

Michelangelo esalta nelle sue liriche la grazia della beatitudine, il fascino di un bel volto, degli occhi, dello sguardo che, secondo la modalità tipica dell’eros platonico, “porta con sé fin dall’inizio qualcosa di spirituale, di sensibilmente sovrasensibile”, che sulla terra si chiama amore e che si innalza verso la luce celeste. È un amore nobile, che “eleva lo spirito al cielo, il terrestre al divino”; è un amore che, come in Morte a Venezia, fa anche morire per il bello. Quella di Michelangelo è una poesia che non si stanca di indicarci l’enorme felicità che la bellezza ci dona e l’enorme dolore che essa ci infligge.

Mann valorizza pure i pensieri sull’arte di Michelangelo, arte che è strettamente collegata e trova la sua scaturigine nell’amore e nel senso della bellezza; arte che è consolatrice nel garantire gloria imperitura alle opere dell’artista; così, il disegno che Michelangelo ha fatto di uno dei suoi amori, Vittoria Colonna, ci fa comprendere la spiritualità dell’eros michelangiolesco, spiritualità “radicata in una sensualità fortissima”. I versi di questo titano testimoniano anche della durezza e miseria della sua vecchiaia, ci rammentano come amaramente si conclude la nostra esistenza, ma furono sempre l’amore, l’entusiasmo erotico, il desiderio e l’attrazione della bellezza la molla, la fonte ispiratrice della sua attività artistica. Michelangelo ha conosciuto e incarnato nella sua stessa vita l’intima unione tra la passione amorosa, la dedizione alla bellezza e la creazione artistica. Così, insistendo sulle sorgenti erotiche dell’arte, Mann conclude il suo saggio su Die Erotik Michelangelo’s.

 

 

 

 

L come Legno

di Angela Villa

L come Legno (“con legno”). È una dicitura raffinata che invita i violinisti a non usare i crini dell’arco, ma la parte in legno per percuotere le corde. Il risultato produce un suono secco, sinistro, quasi spettrale. Berlioz lo usò nel movimento finale della sua “Sinfonie Fantastique” per descrivere un sabba di streghe. “Songe d’une nuit du sabbat (Traum einer Sabbatnacht)”

 La fila. È uno dei problemi pratici di ogni insegnante. In fila accade di tutto, è il vero buco nero della didattica. È quel momento drammatico in cui ogni insegnante vede la propria autorità sgretolarsi contro le leggi della fisica e dell’anarchia, innanzitutto si comincia con una sorta di lotta per il capofila: una posizione ambita che nelle fantasie dei bambini conferisce un potere divino. Nel tempo pieno, la fila è ovunque, otto ore di scuola arricchiscono il bagaglio delle diverse tipologie di fila: per andare nelle aule laboratorio; per la mensa (la più pericolosa, perché mossa dalla fame atavica); per andare in giardino durante l’intervallo (la più ambita chi arriva prima è libero di correre sulla discesa che conduce al prato); per l’uscita (la liberazione dei prigionieri).

Ci sono, inoltre, varianti geometriche della fila: fila indiana, uno dietro l’altro, la più odiata dai bambini, per due, per tre… per ordine di altezza o la più pericolosa: “liberi tutti, fate un po’ come vi pare”, che non è una scelta pedagogica, ma un invito formale al rischio.

Quest’ultima tipologia è sempre sconsigliata. Si rischia di creare il valzer delle coppie che si formano, si sformano e qualche volta scoppiano…si comincia a litigare per chi dà la mano alla più simpatica della classe, alla più bella, alla più corteggiata oppure a quello che ha le carte migliori, perché in fila avviene di tutto, anche gli scambi di carte “Pokemon”.

Una volta durante l’uscita, una mia collega riportò una lussazione della spalla, perché si trovò, suo malgrado, in uno di questi scambi che finì male, per separare i litigiosi inciampò in una delle stringhe dello zaino. L’utopia dell’insegnante che consiste nel lasciare agli alunni la libertà di scegliersi i compagni in fila a volte funziona, altre volte no…a me sembra un bel regalo, al termina di una lunga giornata scolastica, uscire con chi si vuole, per poter raccontare ciò che si vuole, in quel breve percorso dalla classe al cancello. Un tragitto che, tra ingorghi nell’atrio, classi che tagliano la strada e genitori in ritardo, può durare quanto una traversata oceanica. Però purtroppo non sempre è possibile lasciare liberi i bambini perché arrivano le gomitate, le spinte di zaino col carrello a mo’ di Curling, ultima trovata per chi ha visto le Olimpiadi e i litigi per chi è più avanti di tre centimetri; quindi spesso opto per la fila peggiore, quella stabilita dall’insegnante. L’utopia muore e scatta la “Modalità Covid”:

«Allora, ascoltatemi bene, per oggi faremo la fila per uno, ben distanziati, finché non sarete in grado di gestire il tempo in fila e renderlo migliore.»

Silenzio tombale e gioia di vivere azzerata. Aspetto tempi migliori per renderli autonomi.

Venerdì scorso i miei due alunni ipercinetici, quelli che non hanno solo l’argento vivo addosso, ma lo vendono anche, perché possiedono l’intero sistema periodico degli elementi in perenne ebollizione, mi hanno fatto una promessa solenne che avrebbe commosso pure i sassi:

“Maestra ti promettiamo che non ci prendiamo a mazzate in fila.”

E io, con il coraggio dei martiri e la fede dei sognatori, ho dato loro fiducia. Li ho messi in testa alla fila, sembravano quasi angelici. Per un istante, il silenzio è sceso nel corridoio. Ma è durato quanto il respiro di un leggero vento prima della tempesta. All’improvviso, un inciampo, uno zaino troppo ingombrante che urta un piede, ed ecco che la Sinfonia Fantastica ha avuto inizio. Il ritmo è cambiato: non più una marcia ordinata. Ho sentito distintamente il suono “Col Legno”: non erano però gli archi dell’orchestra, ma il rumore secco dei loro righelli di plastica che sbattevano a mo’ di sciabole. In quel caos di rotelle e righelli, e lamentele degli altri compagni che mi dicevano:

“Maestra, perché li hai messi insieme…”

Ho capito che Berlioz aveva ragione: il soprannaturale non sta nelle streghe o nei fantasmi dei boschi, il vero soprannaturale è la forza centrifuga di chi cerca la libertà…

Allora li ho riportati in classe ho detto:

«Ricominciamo tutto da capo, secondo me ce la potete fare a mantenere la promessa».

Perché il vero segreto di un insegnante è questo: continuare a credere nei propri alunni, anche quando sembrano appena usciti dal sabba di Berlioz.

 

Berlioz: Symphonie fantastique ∙ hr-Sinfonieorchester ∙ Alain Altinoglu

https://youtu.be/sdYRYbjCcJg?si=pGqoEXNR5VIAKxaJ

I come INTERMEZZO

di Angela Villa

Intermezzo: brani per l’orchestra, all’origine eseguiti tra un momento musicale e l’altro. Successivamente divenuti brani strumentali, collocati nel mezzo di una scena.

La catena di montaggio dei festoni natalizi ovverossia lo squadrone suicida delle decorazioni

A Natale, le classi si trasformano in un delirio decorativo. Tutti gli intervalli vengono dimenticati. C’è chi fa merenda con una frenesia degna di un criceto iperattivo, perché deve riprendere le decorazioni e chi, come noi insegnanti, preferisce rischiare la vita per la gloria del glitter.

Ebbene sì, vince l’arrampicata.

È tutto un fermento di Babbi Natale sospesi con fili rossi luccicanti, Befane appese alle porte che sorridono con quell’aria di “ne ho viste anche troppe”, e stelle che indicano una strada… probabilmente verso il pronto soccorso.

La mia collega ed io, siamo maestre-acrobate, eroine silenziose. Prima i banchi, che non sono mai stati pensati per reggere due adulti con problemi di equilibrio, poi la scala. Ci arrampichiamo sui banchi, come se fossimo in un campo base himalayano. Poi passiamo alla scala, un trabiccolo instabile che ci porta in orbita verso il soffitto, vibra come un telefono in modalità silenziosa.

Un monumento al rischio e alla precarietà.

Certo cerco sempre di non farlo durante l’orario di servizio, è pericoloso!

Se cado, rovino il Babbo Natale di cartone che ci è costato tre giorni di sonno e, cosa più grave, sarò costretta ad assentarmi rompendo le scatole a tutti: alla referente di plesso in primis che deve cercare la sostituzione…

Io vorrei farlo fuori dall’orario di servizio, ma inevitabilmente vengo presa dall’euforia peggio dei bambini.

– lo appendiamo subito maestra? Così vediamo come sta.

E c’è sempre la bambina che, con l’innocenza dei sei anni, si offre di aiutare:

-Posso aiutarvi maestre?

– Grazie, tesoro. Mantieni ferma la scala con la forza della tua fede in Babbo Natale.

Non dovrei scrivere queste cose. La legge sulla sicurezza (che evidentemente abbiamo firmato con inchiostro simpatico permanente) proibisce tutto ciò.

Le maestre non devono scalare nulla, specialmente durante l’orario di servizio con i bambini in classe.

-Vi fate male e in più, avete una certa età. Ci ammonisce il preside. Il nostro sguardo ha un duplice odio primo perché porta sfiga, secondo perché ci ha dato delle “vecchie”. Lui non ha letto il libro che prossimanamente pubblicherò, autonomamente ovviamente: “Le maestre non invecchiano mai. Ci pensano i bambini a mantenerle giovani”

Ovviamente non coglie e continua imperterrito

-Fate le maestre, non le restauratrici del Settecento o le operaie edili. Per queste cose ci sono le commesse! Ha un occhio bionico per i disastri.

-Io ho fatto l’operaia – mi dice la commessa, fermatasi per fare da base umana alla scala – lavoravo alla catena di montaggio. Dovevo inserire i ghiaccioli nelle scatole. La prima volta ho bloccato l’intera linea di produzione. Non è un bel lavoro, la scuola è molto meglio.

Penso la stessa cosa. Qui, almeno, la vita è un reality show a basso costo.

Il preside passa di nuovo. Ci vede ancora lì, in bilico. Non dice niente, ma il giorno dopo arriva una circolare che sembra scritta da un avvocato in preda a un delirio di onnipotenza.

È il suo modo per tutelare sé stesso e dormire tranquillo. O, come ho interpretato io: godetevi l’inferno del rischio, ma sappiate che non è colpa mia se vi schiantate. Ci sono situazioni da cui non si può uscire. Sono come la colla vinilica sui vestiti.

Babbo Natale è uno scherzo

Non abbiamo imparato a leggere tra le righe. La circolare è carta straccia per noi. La ignoriamo con la sublime arroganza del personale scolastico di una certa età. Continuiamo imperterrite il nostro lavoro decorativo. Quella piccola confusione è il nostro momento Zen. Nascono conversazioni che sono come i lampi di bellezza. Sembriamo due ippopotami danzanti in tutù e ce la facciamo benissimo ad arrivare all’ultimo piolo della scala. Quel piccolo caos che si crea mentre appendiamo i festoni è una di quelle situazioni che non scambieremmo con nulla.

-Maestra, Alessandro dice che Babbo Natale è solo uno scherzo. Diglielo tu che esiste! È vero che esiste?

-Certo! — rispondo convintissima. – Secondo te io stavo arrampicata qua sopra solo per uno scherzo?

Ho guadagnato la cima: scotch in bocca, un Babbo Natale di feltro appiccicato alla fronte e puntine in tasca. Dopo aver appeso l’ennesimo Babbo (la collega di arte e immagine, quest’anno deve aver avuto un’ossessione), scendo e chiamo Alessandro, che ha gli occhi sgranati e l’aria di un detective tradito.

-Perché non credi a Babbo Natale?

-Me l’ha detto la mamma. Io ci credo, ma lei dice che sono tutte cretinate, che sono grande e devo crescere. Io gliel’ho detto che esiste, ma lei continua a dire di no! Diglielo tu! — Piange.

Ha sei anni. È lecito credere a Babbo Natale, ancora per un po’ o almeno fino al dottorato.

-Non preoccuparti. Parlerò con la mamma. Forse è solo triste, perciò ti dice così. Comunque Babbo Natale esiste.

-Davvero? Non mi sembra molto convinto. Allora incalzo

-Sì… io l’ho visto.

-E com’è?

-E’ speciale. Ha una certa età come me ed è molto agile.

-Ma no maestra Babbo Natale è maschio, tu sei come la Befana

-Piccolo, torna a giocare, la maestra ti vuole tanto bene comunque…

Riprendo ad arrampicarmi. Mentre lui va a giocare sereno.

Ho deviato una crisi esistenziale con una bella bugia. La mia missione è compiuta.

I suoi genitori vivono separati ma nella stessa casa. Litigano per questioni futili, come chi ha usato l’ultimo rotolo di carta igienica, coinvolgendo il bambino. Se c’è stata una discussione la sera prima, me ne accorgo subito: al mattino Alessandro arriva con gli occhi spenti e guarda fuori dalla finestra come se stesse aspettando l’elicottero per la fuga.

Chiediamo un colloquio con la madre.

-Posso venire solo durante l’intervallo. Va bene. Cerchiamo a una collega che possa sostituirci per dieci minuti. La madre ci spiega che si sta separando dal marito, non ha un lavoro, non ha soldi e non sa dove andare. Vengono da culture diverse e non riescono più a trovare un punto di incontro, discutono continuamente.

-Almeno cercate di non farlo davanti al bambino.

Ci guarda senza parole. Ci sono situazioni da cui non si può uscire.

-E lasci che creda a Babbo Natale ancora per un po’. Farà bene a lui e…. anche a Lei.

Ci salutiamo la mamma mi sembra più serena.

Fare la maestra è anche questo: un’agenzia di riparazioni emotive 24/7.

Riprendo l’arrampicata sulla scala instabile con molta attenzione, perché il vero intermezzo da temere non è tra due momenti musicali, ma tra te e un Babbo Natale che sta cadendo in testa a un bambino.

Intermezzo di Mascagni (dirige Il Maestro Muti)

https://youtu.be/3EaEUCQ04Ec?si=hJcYKKnpBImmo–Y