di una qualche attualità

di Paolo Di Marco

Ne L’alba di tutto Graeber ci racconta come per tutta la storia antica l’uomo non fosse né buono né cattivo  né pacifico né violento; semplicemente si adattava, sceglieva come la gran parte della vita sulla Terra il cammino minimo;  era potenzialmente proteiforme.

Ma a un certo punto è rimasto incastrato in una forma sociale perversa competitiva intrinsecamente distruttiva.

E qualcuno potrebbe pensare che questa possa divenire anche forma individuale dominante evocata da lune malate artatamente costruite.

Altri possono,  sulla scia di Davide di Dinant e Spinoza,  vedere la coscienza come ente assai più largo dell’io e della mente e sentirne la malattia come eco del dolore che la terra nella sua interezza subisce.

Quale che sia,  entrambe sono echeggiate dai miti   o dai mostri ambivalenti che li riassumono.

Anche se questa canzone nasce prima della fine del secolo, quando ancora non ne vedevamo la pervasività e,  nonostante gli avvertimenti conradiani di Apocalypse Now,     non ne sentivamo l’orrore.

da Turquoise

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