La boccetta di Baudelaire

di Donato Salzarulo

Questo testo nasce da un’intensa corrispondenza intrattenuta con l’amico Adelelmo Ruggieri nella primavera del 2005. Da qui alcuni passaggi colloquiali e allusioni a precedenti comunicazioni. La comprensione, però, è assolutamente possibile e non compromessa. Vista la lunghezza devo soltanto fare appello alla pazienza di chi legge. Del resto, i temi in discussione hanno a che vedere col senso della morte, della vita, della poesia, dell’arte, ecc. Insomma, questioni tutt’altro che secondarie.

La poesia di Sylvia Plath[1]. Appena finisco di leggerla, me ne fa venire in mente un’altra. È “Le flacon” di Baudelaire, la boccetta di profumo. Non capisco il perché dell’associazione e vado a controllare. È la situazione forse che le accomuna. Sono due poesie che in parte parlano dal dopo-morte.

Quella di Plath è una specie di testamento, sono «ultime parole». Chi le scrive, comunque, immagina cosa accadrà o non accadrà al proprio corpo-anima dopo il suo morire.

Quando apriranno il sarcofago (lei non vuole una comune cassa), Plath già li vede: avranno facce pallide: «Adesso non sono nulla…Si domanderanno se io sia stata importante.»

La poetessa evidentemente immagina di appartenere alla corte di un faraone e che provvedano, se non ad esumarla, a visitarla degli archeologi-disseppellitori. O qualcosa di simile. Quelli che lei vorrebbe poter guardare, mentre si avvicinano al sarcofago, sono «dei primigeni», privi di padre e di madre e non infanti. «Now they are nothing», adesso non sono niente. E, tuttavia costoro, proprio come archeologi, si chiederanno e valuteranno lo status della defunta sulla base (anche) degli oggetti ritrovati accanto ai resti. E non troveranno i suoi respiri o il suo spirito; rimarrà, invece, «il fulgore di questi piccoli oggetti»: l’opaco scintillio di una pietra preziosa turchina, le casseruole di rame, i vasi di coccio che, durante il periodo del seppellimento, l’avranno consolata o fatto compagnia e di cui potrà sentire il «buon profumo» come di fiori notturni, che si augura le fioriscano intorno.

Dello spirituale non mi fido. Sguscia via come vapore
Nei sogni, per le fessure della bocca e degli occhi. Non posso
Fermarlo, né mai tornerà. Ma non così le cose

Non so se noi lettori di questa composizione siamo dei primigeni o se abbiamo qualcosa in comune col dolce viso di Ishtar[2]. Il fatto reale, concreto è che, in questo preciso momento, sotto i nostri occhi-mente non brilla lo scintillio della pietra preziosa turchina, delle casseruole o dei vasi di coccio appartenuti o meno alla Plath. Ci sono queste “ultime parole”, questi oggetti reali sonori attraverso cui si consuma «l’agonia del romanticismo».

Conserviamo, quindi, bene in mente questi versi, questa scena egiziana e questi pensieri, tornando con la nostra macchina del tempo dalla metà degli anni Sessanta del Novecento all’Ottocento. Per la precisione al 1857, data di pubblicazione di «Les fleurs du mal.»

Rileggo Le flacon. È un oggetto il protagonista di queste sette strofe, una boccetta di profumo. Cosa che immagino avrebbe attratto anche Plath.

Ecco il testo, nella traduzione di Luciana Frezza. È il XLVIII dell’opera:

Ci sono profumi forti per i quali diventa
porosa la materia. Sembra che penetrino il vetro.
Aprendo un cofanetto venuto dall’Oriente
la cui serratura stride e resiste gemendo,

o, in una casa deserta, qualche armadio pervaso
dall’acre odore degli anni, nero e polveroso,
puoi trovare una vecchia bottiglia impregnata
da cui se ne esce viva un’anima reincarnata.

Mille pensieri dormivano, crisalidi funebri,
fremendo inavvertiti nelle pesanti tenebre,
che spiegano l’ali e si librano multicolori,
azzurri, iridati di rosa, laminati d’oro.

Ecco l’inebriante ricordo nell’aria turbata
volteggia: gli occhi si chiudono, l’anima vinta è afferrata
dalla Vertigine che le spinge a due mani
verso un abisso oscurato da miasmi umani,

l’abbatte sul ciglio di un abisso secolare,
in cui, profumato Lazzaro che lacera il sudario,
s’agita risvegliandosi il cadavere spettrale
d’un vecchio amore stantio, allettante e sepolcrale.

Così, quando sarò perso nella memoria degli uomini,
quando m’avranno in un angolo di un sinistro armadio
gettato via, vecchio flacone scordato, decrepito,
polveroso, sporco, abbietto, vischioso, incrinato,

io sarò la tua bara, leggiadra pestilenza!
il testimone della tua forza e virulenza,
caro veleno filtrato dagli angeli! liquore
che mi corrode, o vita e morte del mio cuore!

Testo stupendo. Da godere nella sua lingua originaria, per poter apprezzare materialità sonore, ritmiche, sintattiche che nessuna traduzione potrà mai restituire. Ma non è questo che, al momento, mi interessa.

Il movimento complessivo della composizione si può cogliere facilmente: le prime cinque strofe sceneggiano la scoperta di una vecchia boccetta di profumo; le ultime due rappresentano il secondo termine di un paragone, introdotto da «Così, quando…». Come dire? Baudelaire per cinque strofe ci tiene all’oscuro di dove vuole portarci, con la sesta e la settima ci chiarisce le idee. Almeno, così sembra.

I primi due versi enunciano una tesi fondamentale:

Il est de forts parfums pour qui toute matière
Est poreuse. On dirait qu’ils pénètrent le verre

Parafrasando e traducendo in prosa: vi sono dei profumi forti che impregnano e attraversano le materie più impermeabili. Si direbbe, addirittura, che penetrano il vetro. E allora?

Baudelaire è poeta e, quindi, parla per figure. Un profumo forte (contenuto) può attraversare una boccetta di vetro (contenente). Detto in altri termini, si è immersi in una dialettica del tipo: spirito-materia, anima-corpo, contenuto-forma, significato-significante. Baudelaire era un tenace oppositore delle culture dualistiche che scindono lo spirito dal corpo, l’intelletto dai sensi e così via.

Da questo punto di vista, la scelta del profumo non è casuale. L’odorato non è la vista. È un senso difficile da concettualizzare; difficile da tradurre in immagini o note musicali. Sull’importanza del profumo tornerà, tra gli altri, Proust. Del resto, anche Plath non sfugge al fascino del buon profumo dei fiori notturni.

Andando avanti, Baudelaire ci dice che la boccetta può essere rinvenuta in un “cofanetto” o in un “armadio”. Due luoghi oscuri e chiusi da molto tempo, tant’è che la serratura del cofanetto «stride e resiste gemendo», mentre l’armadio, «nero e polveroso» è pervaso «dall’acre odore degli anni».

A provocare queste aperture e ritrovamenti altro non può essere che un vivente, uomo o donna che sia. Ed ecco la sorpresa: la vecchia bottiglia, impregnata, manda il profumo senza essere aperta e «se n’esce viva un’anima reincarnata». Slittamento semantico: il contenuto della boccetta è un’anima-profumo, un’anima viva che si “reincarna” e passa attraverso un corpo rimasto intatto. Meraviglia sì, stupore; ma poi non tanto se persino la Plath che non si fida dello “spirituale” dice che «sguscia via come vapore». Una lunga tradizione ritiene che l’anima abbia uno stato gassoso: profumo, vapore, respiro, fiato, alito…Ebbene, quest’anima che ha ripreso carni cosa porta con sé? Mille pensieri, sostiene il poeta; mille pensieri che dormivano simili a «crisalidi funebri». Crisalide o larva o ninfa o pupa. Stadio dei Lepidotteri e di molti Coleotteri e Ditteri.

I mille pensieri, dunque, dormivano il sonno delle larve, un sonno dolce, fremente: «Frémissant doucement dans les lourdes ténèbres». «Fremendo inavvertiti nelle pesanti tenebre», traduce Luciana Frezza. Il “dolcemente” diventa così quasi “inavvertitamente” e le tenebre nerissime diventano pesanti come quelle di una tomba

Non appena l’anima si ravviva con la luce, i pensieri-crisalidi escono dal loro stato larvale e/o tombale e si trasformano in insetti (mosche?… Farfalle?… Mosche-farfalle?…) che aprono le loro ali e si librano in aria, colorati e pieni di vita: «Teintés d’azur, glacés de rose, lamés d’or.» Tre sintagmi con participio passato: tinti d’azzurro, iridati di rosa, laminati d’oro. Nel campo semantico il significato oscilla: dalla leggerezza del volo alla rigidità del laminato. Non è detto che qui Baudelaire pensi soltanto al colore degli insetti. Tinti d’azzurro possono essere quadri, gioielli i laminati d’oro.

Ma ricapitoliamo la serie d’identità-metamorfosi: profumo forte-anima viva- mille pensieri-crisalidi mute in fermento-insetti artistici volteggianti…manca qualcosa? Sì, il ricordo inebriante, «le souvenir enivrant». Quante volte un profumo porta con sé un preciso ricordo? Chi non ne ha fatto l’esperienza?… Alla morte di mio padre ereditai, fra l’altro, i suoi fazzoletti. Per un lungo periodo ogni volta che li aprivo risentivo il sudore della sua pelle. Era lo stesso che da bambino ricevevo dal suo collo quando mi prendeva sulle spalle per portarmi al di là dell’Ofanto. E il profumo delle robinie? E il sambuco? E l’humus del bosco?…

Gli occhi si chiudono, «les yeux se ferment». Quali occhi? Di chi? Del profumo-anima viva o di chi lo ritrova nel cofanetto o nell’armadio? Per Baudelaire la risposta è la Vertigine. Proprio la Vertigine, quella con la maiuscola, quella che personifica e dà il proprio nome all’incontro fra un essere vivente e un profumo-anima-pensieri-crisalidi-insetti-ricordo. Incontro vertiginoso che avviene o si dà in «un luogo sconosciuto compreso tra la morte e la vita, tra l’inanimato e l’animato, tra l’odorato, il pensiero e la vista, tra la forma e il contenuto, tra il soggetto e l’oggetto, tra l’anima del flacone e l’anima di colui che la trova.» [3]Traduco parole di Mario Richter tratte dalla sua “lettura integrale” dell’opera baudelairiana, al quale, in questa mia rilettura, sono particolarmente debitore.

Quindi non la sostituzione del tradizionale dualismo (cristiano-borghese) “spirito-corpo”, con un altro dualismo “corpo-cose”, stando alla lettura che il mio amico[4] fa della poesia di Plath. Ma lotta antidualistica, battaglia per aprirsi la strada su un territorio ignoto, verso un luogo sconosciuto, che sta “tra”, nella relazione.

Ma torniamo al ricordo inebriante che volteggia nell’aria turbata della quarta strofa. Cosa ricorda questa anima vinta dalla Vertigine, mentre viene spinta da questa allegorica persona «verso un abisso oscurato da miasmi umani»? Esattamente questo ricorda: l’abisso rappresentato dall’apertura di una tomba, l’abisso secolare sul cui bordo si ferma. Nel sepolcro s’agita un corpo morto, un «profumato Lazzaro che lacera il sudario» e si risveglia, risvegliando, al tempo stesso, il «cadavere spettrale / d’un vecchio amore stantio, allettante e sepolcrale.»

Chi sia Lazzaro lo sappiamo tutti. La sua resurrezione è raccontata nel Vangelo di Giovanni. Essa prefigura la resurrezione di Cristo. Resurrezione integrale, di corpo ed anima. E perché mai Baudelaire la tira in ballo? È forse un cristiano? Neanche per sogno.

L’amore che fa risorgere Lazzaro è spettrale, è un amore stantio, anche se consolante e allettante. È un amore fondato sul culto del cadavere e risponde ad un bisogno di conservazione e immortalità individuale.

Chi ama in questo modo ha un cuore tenero, è incapace di accettare la legge della “grande Natura”, il Niente vasto e nero che ci attende. Soprattutto non ama «il ricordo di quelle epoche nude» immaginate da Baudelaire nei due testi di Corrispondenze. Penso, in particolare, al V:

Amo il ricordo di quelle epoche nude
quando piaceva a Febo indorare le statue.
Allora l’uomo e la donna nella loro agilità
godevano senza menzogna e senza ansietà,
e, il cielo affettuoso carezzando loro la schiena,
provavano la salute della loro nobile macchina.
Cibele allora, fertile in prodotti generosi,
non trovava i suoi figli un peso troppo gravoso,
ma, lupa dal cuore turgido di tenerezze comuni,
abbeverava il mondo con le mammelle brune.
L’uomo, armonioso e forte, poteva ben essere
fiero delle bellezze che lo nominavano re;
frutti puri da oltraggi, vergini d’ogni guasto,
che attiravano i morsi con la carne liscia e compatta!

Insomma, altre epoche. Epoche nude e pagane, con uomini incorrotti, armoniosi e forti, capaci di godere senza menzogna e ansietà. Età dell’oro o mito. Siamo ancora a M.me De Stael, al paganesimo e cristianesimo che si sono divisi il dominio della letteratura.

Ma torniamo al nostro flacon. Nelle prime cinque strofe, riassumendo, il poeta racconta una vicenda che può capitare ad ognuno di noi: partiti dal ritrovamento di una boccetta di forte profumo ci ritroviamo sul ciglio di un abisso sepolcrale in cui dovremmo credere all’amore stantio della resurrezione del corpo-anima. Un’ipocrisia vertiginosa.

Ma non dimentichiamo che questo è il primo termine di paragone. Il secondo è aperto dal verso: «Così, quando sarò perso nella memoria degli uomini» e si sviluppa fino all’ultima strofa. La proposizione principale s’incontra all’inizio della settima strofa: «io sarò la tua bara…»

Io, chi? Io, «vecchio flacone». Il poeta parla in prima persona e si riferisce, allo stesso tempo, all’Io dell’uomo destinato a morire e all’Io della sua opera poetica, di cui questo flacon, per caso ritrovato e letto, è un esemplare. Unità indubbia di una situazione costituzionalmente doppia: un corpo-mente finito in una tomba e destinato per legge di Natura a non risorgere e un’opera, un contenuto-forma, una boccetta di profumo abbandonata, dimenticata e forse ritrovata in qualche luogo oscuro (cofanetto, armadio, biblioteca – ricordi Borges? «una biblioteca è una specie di grotta magica piena di uomini morti»). La prospettiva è tutt’altro che allettante. E, infatti, nelle ultime due strofe si avverte una pronuncia concitata, un tono di voce nervoso, rabbioso, irato, ribelle. Esplodono gli aggettivi (ben sette!: scordato, decrepito, polveroso, sporco, abbietto, vischioso, incrinato) e si ripetono le esclamazioni:

«Je serai ton cercueil, aimable pestilence!
Le témoin de ta force et de ta virulence,
Cher poison préparé par les anges ! Liqueur
Qui me ronge, o la vie et la mort de mon cœur !»
 

Io sarò la tua bara…Il testimone della tua forza e virulenza. Tua, di chi? Ha tratti femminili questo Tu. È il profumo-anima contenuto nel poeta-vecchio flacone, l’amabile pestilenza, il caro veleno, il liquore che corrode. È ciò che resta di chi muore. Nello stesso tempo, vita e morte del cuore del poeta.

Il problema che pone Baudelaire in questo testo appare chiaro: è quello della memoria, del ricordo; la corrispondenza d’amorosi sensi, la foscoliana religione delle illusioni.

Il poeta francese cerca di capire ciò che può essere conservato in questi particolari oggetti chiamati poesie (e, in generale, opere d’arte). Molto. Però, potrebbe essere conservato poco o nulla se i contenuti-profumi (anima-mille pensieri, ecc.) che esse emanano non siano particolarmente forti, pregnanti, capaci di andare oltre la boccetta-forma. E, comunque, la scoperta di questi profumi-anime avviene per caso, non sempre frequentando le necropoli ufficiali dei canoni scolastici o proposti dai codici culturali prevalenti. Può capitare di ravvivare mille pensieri dormienti, aprendo un cofanetto venuto da Oriente o un sinistro armadio di una casa deserta. La vertigine dell’incontro, il luogo e il tempo non sono definiti dai calendari ufficiali. 

Quel che è certo è che nelle opere non vivono uomini o donne, ma cadaveri. La realtà culturale e storica è tragica, atroce, orribile; è un abisso secolare di miasmi umani, di cari veleni, di leggiadre pestilenze, di liquori corrosivi. È drammatico, ma è così. Le opere insincere, le poesie che negano questa realtà e sono concepite soltanto per piacere all’ipocrita lettore (mio fratello, mio simile) o, peggio, al successo e al denaro hanno apparentemente vita facile, ma non sfuggiranno al destino cadaverico. Il loro profumo è più propriamente un fetore della cultura dualistica e cristiano-borghese. Sono sottomesse, penserebbe Baudelaire, al dio dell’Utile. Non è il caso, naturalmente di Sylvia Plath.

«Scrivere è vita in capsule. Lo scrittore deve sentire ogni gonfiore graffiato fino al dolore in modo da conoscere le vere componenti di queste capsule.»

Mi pare che fosse Anne Sexton a dirlo. Ed io sono d’accordo con lei.

APPENDICE

LAST WORDS

«I do not want a plain box, I want a sarcophagus
With tigery stripes, and a face on it
Round as the moon, to stare up.
I want to be looking at them when they come
Picking among the dumb minerals, the roots.
I see them already-the pale, star-distance faces.
Now they are nothing, they are not even babies.
I imagine them without fathers or mothers, like the first gods.
They will wonder if I was important.
I should sugar and preserve my days like fruit!
My mirror is cloudingover –
A few more breaths, and it will reflect nothing at all.
The flowers and faces whiten to a sheet.
 
I do not trust the spirit. It escapes like steam
In dreams, trough mouth-hole or eye-hole. I can’t stop it.
One day it won’t come back. Things aren’t like that.
They stay, their little particular lusters
Warmed by much handling. They almost purr.
When the soles of my feet grow cold.
The blue eye of my turquoise will comfort me.
Let me have my copper cooking pots, let my rouge pots
Bloom about me like night flowers, with a good smell.
They will roll me up in bandages, they will store my heart
Under my feet in a neat parcel.
 
            ULTIME PAROLE
 
Non voglio una semplice casa, voglio un sarcofago
con strisce di tigre, e una faccia rivolta in su,
tonda come la luna, con gli occhi spalancati.
Voglio poterli guardare quando arriveranno
a frugare tra minerali muti, le radici.
Già li vedo, pallidi visi siderali.
Adesso non sono niente, non sono nemmeno neonati.
Li immagino senza padre né madre, come i primi dèi.
Si chiederanno se fui importante.
Dovrei zuccherare e conservare i miei giorni come frutta!
Il mio specchio si appanna –
pochi altri respiri, e non rifletterà più nulla.
I fiori e i visi sbiancano in un lenzuolo.
 
Non mi fido dello spirito. Sfugge come vapore
Nei sogni, attraverso il pertugio della bocca o degli occhi.
                Non riesco a trattenerlo.
Un giorno non tornerà. Gli oggetti sono diversi.
Rimangono, hanno un piccolo lustro tutto loro
riscaldato dal lungo uso e strofinio. Quasi fanno le fusa.
Quando le piante dei miei piedi saranno fredde
mi conforterà l’occhio azzurro della mia turchese.
Lasciatemi i miei rami di cucina, lasciate che i vasi di belletto
mi sboccino intorno come fiori notturni, odorosi.
Mi avvolgeranno nelle bende, riporranno il mio cuore
ai miei piedi dentro un pacchettino.

(trad. di Anna Ravano in «I capolavori di Sylvia Plath», Mondadori, 2004, pag. 211)
 
 

[1] La poesia è Last Words. Il testo completo si può leggere in appendice.

[2] Dea mesopotamica corrispondente ad Astante dea fenicio-cananea dell’amore, della fecondità e della guerra. In Egitto era identificata con Iside e Hathor, in Grecia con Afrodite.

[3] Mario Richter, «Baudelaire. Les Fleurs du Mal. Lecture intégrale», Édition Slatkine, Genève, 2001, pag. 461

[4] L’amico è Adelelmo Ruggieri

 

6 pensieri su “La boccetta di Baudelaire

  1. Vasetti di fard, o una boccetta di (ambiguo) profumo? Eternità come quasi-incoscienza, protetta da oggetti familiari che vegliano col saggio distacco delle cose; o ridestarsi repentino e paralizzante di “miasmi umani”- non al suono della tromba ma all’inaspettato riaffiorare di un “flacon”? Ridestarsi abbastanza orrido delle passioni che fanno le nostre identità e che magari, all’aria aperta e sotto il cielo del presente, si dissimulano; ma quando si sollevi la lastra tombale del passato si agitano come vecchi spettri, come Lazzaro che straccia il suo sudario. Com’è però, questo Lazzaro che risorge? L’ottima traduzione di Luciana Frezza dice “profumato Lazzaro che lacera il sudario”, ma il francese “odorant” può riferirsi al buono come anche al cattivo odore, e il Vangelo dice: “già manda cattivo odore, poiché è di quattro giorni”. Ciò che risorge per la forza evocativa del decrepito e ostinato profumo non sono che passioni “irrancidite”, e secondo la suggestiva interpretazione di Salzarulo la più rancida di tutte: la passione di perpetuarsi.
    Meglio allora affidarsi al modesto baluginio delle modeste cose, al “piccolo lustro tutto loro”, che gli viene “dal lungo uso e strofinio”. E lasciare che il nostro cuore rimanga, ben impacchettato, ai nostri piedi.

  2. Ringrazio Elena Grammann per il suo preciso commento. Mentre questo mio scritto del 2005 (un “adolescente”, quindi) veniva pubblicato, su Tuttolibri ho letto che Giuseppe Montesano ha pubblicato recentemente un tomo di 1296 pagine intitolato «Baudelaire è vivo. I Fiori del Male tradotti e raccontati». Quando si dice il caso. Non riuscivo a crederci: milleduecentonovantasei pagine!…Montesano confessa di aver trascorso, dio mio!, notti e notti sulle pagine di questo poeta: «Avevo la sensazione che mi sfuggisse qualcosa di essenziale, che viveva in quelle poesie ma che affiorava con difficoltà. Ma intanto le parole di Baudelaire agivano: “Amante delle amanti, madre dei ricordi…Ci siamo detti cose che non possono morire…Tu conosci la carezza che fa rivivere i morti…Le parole resuscitano rivestite di carne ed ossa”. E agiva la magia liberatoria del mundus muliebris, il mondo femminile che lui evocava come il regno in cui infanzia e poesia si uniscono: agiva la musica di carezze estenuanti, di passanti dallo sguardo tempestoso e di sensi risvegliati in ogni luogo del corpo e della mente. E agiva lo Spleen che sentivo addosso come un coperchio, e le apparizioni di cospiratori, di straccivendoli e di ubriachi che sognavano di dettare leggi ai potenti, e il Gesù esaltato perché aveva frustato i mercanti ma poi condannato perché si era arreso: “San Pietro ha rinnegato Gesù…ha fatto bene”» (Tuttolibri, 3 aprile 2021, pag. VI). Non invidio Montesano – io ho trascorso le mie notti per lo più dormendo – , ma bisogna ammettere che certi morti – uomini o donne che siano – sanno tenere legati certi vivi ai loro pensieri e alle loro parole in modo speciale. Quasi miracoloso. Incredibile. Non so se gli oggetti riescono a fare lo stesso.

    1. No, non credo che riescano. Gli oggetti sono per soggetti (vivi o morti) più quieti, più disposti a rinunciare a una parte della propria individuazione. Senz’altro meno passionali.

    2. “ma bisogna ammettere che certi morti – uomini o donne che siano – sanno tenere legati certi vivi ai loro pensieri e alle loro parole in modo speciale. ” (Donato Salzarulo)

      Io ribalterei. Non sono “certi morti” che tengono legati “certi vivi” a certi
      “loro pensieri e alle loro parole” che troviamo nei libri (nella letteratura). Sono soprattutto bisogni particolari e spesso oscuri – quali? bel problema! – a spingere i lettori – spesso casualmente o per suggestioni abbastanza esterne – a incontrare certi libri e a trovare proprio in quelli e soprattutto in determinati momenti sintonie o “illuminazioni”. Tant’è vero che un incontro – mettiamo con Baudelaire – è stato assorbente e decisivo per alcuni ma può essere del tutto superficiale o per nulla attraente per altri.

  3. Gentile Lisa, la traduzione completa di Last Words la trova alla fine dell’articolo, in appendice.

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