Roberto Saviano, il Nobel e la «non fiction»

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di Marco Gaetani

L’8 Ottobre scorso l’Accademia di Svezia ha assegnato il premio Nobel 2015 per la Letteratura alla bielorussa Svetlana Aleksievic. Su «la Repubblica» di quattro giorni più tardi, lunedì 12 Ottobre, è apparso un lungo commento di Roberto Saviano alla notizia (l’articolo si trova alle pagine 44 e 45 del giornale, con un richiamo in prima). Può essere utile rileggere l’intervento1, nel tentativo di individuarvi alcune idee-forza alla base della concezione che Saviano detiene della letteratura. A interessare non è tanto, tuttavia, la “poetica” di un autore pure molto popolare come Saviano, quanto ciò che la presa di posizione pubblica di uno scrittore tanto esposto (in ogni senso) significa se si riflette sul significato e sul destino della parola letteraria, in se stessa considerata, nella società contemporanea.

Saviano non ha dubbi: esordisce affermando che il premio ad Aleksievic costituisce una vera «rivoluzione culturale»; perché finalmente «viene premiata la narrativa non fiction». Infatti per l’autore di Gomorra – che accoglie senza remore la posizione recentemente espressa sul «New Yorker» dal giornalista-scrittore statunitense Philip Gourevitch – tale forma letteraria è stata lungamente ostracizzata dal mercato e dagli estensori e custodi del «canone».

Che la scrittura non finzionale sia «una specie di paria» tra le forme (o i generi) della letteratura sembra tuttavia come minimo una forzatura. Questa opinione andrebbe argomentata e comprovata assai meglio di quanto Saviano non faccia nel suo articolo. Si vedrebbe in tal modo che le cose non stanno esattamente come l’autore campano le presenta (col supporto, oltre che del già citato Gourevitch, di Gay Talese).

Rapidamente possiamo dire – urgendo qui parlare soprattutto di altro – che basterebbero molti dei titoli e degli autori che Saviano elenca in conclusione del suo intervento come esempi di «grande scrittura documentaristica» (si veda oltre) a far comprendere che non propriamente di una conventio ad excludendum si è trattato, ma di oggettiva inadeguatezza del campione proposto – o di gran parte di esso, e comunque di analoghi esemplari – rispetto ad alcuni parametri fondamentali che definiscono per gli studiosi, tradizionalmente e pressoché concordemente, il campo del letterario. Nessuno ha mai ostracizzato un Giorgio Bocca come letterato; se Il provinciale – per riprendere uno degli esempi di Saviano – non è stato riconosciuto come opera letteraria significativa, magari da “canonizzare”, ciò è accaduto per ragioni precise, in gran parte intrinseche all’opera in questione; e non certo connesse (se non in minima parte, e “fisiologicamente”) a qualche tendenza socio-culturale dominante (meno che mai, comunque, alla malevola o miope decisione di superciliose élites intellettuali o a manovre di cosche mercantili). Ma Saviano (che, va da sé, si riconosce nella a suo dire negletta famiglia degli autori di letteratura non finzionale) è abituato a stare sulla difensiva. Assume volentieri la postura della vittima, s’iscrive d’ufficio a un gruppo perseguitato, anche se si tratta d’inventarselo. Fa parte del suo personaggio – oltre che, va detto, del suo reale destino di autore effettivamente minacciato.

Va inoltre osservato che parlare del conferimento (o meno) di un premio, e sia pure del Nobel, come di una «rivoluzione culturale» («una specie di terremoto», in quel «mondo anglofono» per Saviano incardinato su di un non meglio precisato «positivismo protestante») appare quanto meno esagerato, sintomo evidente del cedimento all’enfasi iperbolico-sensazionalistica propria di quel sistema mediatico senza il quale un intellettuale come Saviano semplicemente non esisterebbe – per quanto (come si vedrà tra poco) l’autore napoletano ostenti, dal suo punto di vista pour cause, di volersene distanziare. Tradisce anche, una simile presa di posizione rispetto all’assegnazione del premio svedese, la preconcetta assunzione del Nobel per la Letteratura come definitiva consacrazione di un autore e indiscutibile sigillo al valore di un’opera. Ma non è affatto così, e non ci si dilungherà su questo punto ripercorrendo il libro d’oro del premio. Neppure ci si soffermerà sul peculiare carattere ideologico di tale ipostatizzazione, o sulla valenza anche politica, in senso lato, assunta soprattutto nel secondo dopoguerra da questo riconoscimento. Neanche, infine, si vorrà qui tratteggiare l’idealtipo di un autore “da Nobel” (si rassicuri Saviano: potrà certo ambire, un giorno forse nemmeno troppo lontano, all’alloro scandinavo).

Interessa di più affrontare il problema «epistemologico» (così scrive Saviano; e da un laureato in Filosofia, com’egli è, si sarebbe voluta maggiore accuratezza lessicale). In particolare sarà utile soffermarsi sul tentativo, da parte dell’autore, di difendere il dominio della narrativa non finzionale in quanto «genere letterario che non ha come obiettivo la notizia, ma ha come fine il racconto della verità». Al contrario della «notizia», che sembrerebbe corrispondere al mero «fatto», la «narrativa non fiction» tenderebbe all’«affresco letterario» (per cui si veda oltre), e ciò lavorando «su una verità documentabile» affrontata «con la libertà della poesia». Trita vaghezza di formule apparentemente profonde ma che, se non spiegate, restano prive di significato – anche per i lettori di un quotidiano.

La letteratura non finzionale, continua Saviano, «non crea la cronaca, la usa». In essa il fatto non è semplicemente riprodotto (magari rendendolo macroscopico tramite «un gigantesco, e alla fine inutile, pantografo»); è invece filtrato attraverso la «riflessione letteraria, la riflessione umana, la cura delle parole». Sarebbe questo (a dire il vero un po’ generico, talora contraddittorio, costantemente superficiale) anche il «metodo» seguito dalla scrittrice ultima premiata a Stoccolma; nei cui libri dunque – come in tutti quelli ascrivibili al genere che Saviano predilige – alla mera «cronaca» si contrappone la «creazione». Ancora, parafrasando: chi scrive “non fiction” lascia ai cronisti i fatti, e tuttavia scava dentro di essi (ma anche «sopra» e «accanto»), li manipola (ma non falsifica!) facendovi affiorare «quello che non era visibile ma c’era», e che ha a che fare (anche) con la soggettività dello scrittore e dei suoi “personaggi”.

È appunto questo ciò che Saviano chiama il «metodo narrativo», una prassi attraverso la quale s’intende strappare al cronista il monopolio del «racconto del mondo» e di cui è parte indispensabile – sembra di capire – proprio l’idea di «affresco»: come ricostruzione di quel «contesto» che l’imperante criterio della notiziabilità mediatica tende a sfilacciare, parcellizzare, sgretolare.

Riepilogando sommariamente: il «racconto del mondo» è a ogni effetto letterario – anche se non finzionale – allorché il «metodo narrativo» conduca a una rappresentazione più ampia di quella puntiforme e dispersa della cronaca, restituendo al mondo raccontato l’organicità originaria; e quando produca una visione più profonda di tale mondo, perché arricchita da impressioni e pensieri soggettivi, e comunque da tutta una serie di valori “non misurabili” né “documentabili” (non ultimo quello della plurivocità “polifonica”). Posta in gioco dell’operazione, niente di meno che la «verità».

Saviano è manicheo quanto apodittico, ha sempre bisogno di un nemico, e che sia cattivo veramente. Qui questo nemico sembra essere non tanto l’establishment letterario quanto l’industria multimediale dell’informazione, dal cui desolante scenario l’autore di Gomorra propone di allontanarsi facendosi trascinare dalla «locomotiva della letteratura». Della quale letteratura – sia chiaro – partecipa a pieno titolo, per quanto disconosciuto dai più, il racconto (affresco, mosaico) dei fautori del «New Journalism» e della narrativa non finzionale. E poco importa se poi come esempi di questo genere ibrido tra romanzo e documentario, inchiesta giornalistica e racconto letterario, vengono allineati autori e opere tra loro diversissimi: oltre ai già menzionati Bocca, Gourevitch e Talese, ecco infatti Capote e Parise, Wolfe e Stajano, Rea e Bauer, Herr e Kapuscinsky. Tutti figli di Rodolfo Walsh, a quanto pare.

Il fatto è che mentre presenta quella che può essere considerata a tutti gli effetti come la sua poetica, sforzandosi infatti di enucleare (con molta nonchalance) un «metodo» di scrittura in cui riconosce anche il proprio peculiare modus operandi, Roberto Saviano persegue pure, più o meno consapevolmente, il tentativo di guadagnare una distinzione. Occupando infatti come scrittore una posizione socialmente mediana, oltre che effettivamente ibrida, tra letterati e giornalisti, dei primi egli respinge la proverbiale separatezza “castale”; ma, dal momento che aspira a entrare nel loro club esclusivo, è dai secondi che intende realmente prendere le distanze: dalla proletarizzazione (e dal discredito) cui vanno incontro nell’industria culturale contemporanea. Occulta in tal modo, Saviano, che anche la sua particolare forma di scrittura, e di presenza culturale, rientra nei processi di sempre più raffinata segmentazione del mercato. E tace di essere lui stesso dentro, e parte di (con le sue proprie opere e con il suo “personaggio”), un perpetuo infotainment: performer talentuoso in quel gigantesco e fluttuante macro/iper-testo mistificatorio cui per funzionare servono le vedettes, i Saviano, non meno che gli anonimi raccoglitori di fatti e i frettolosi redattori di «notizie». Tutti riconducibili, però, al rango servile di guitti e di addetti all’impostura, tanto di più quando accampano diritti e ipoteche su una «verità» che, al contrario, si guardano bene dal proferire.

«“Letteratura” è solo un termine di invenzione per indicare la scrittura». Saviano conclude il suo intervento facendo ancora una volta proprie le parole del suo omologo americano, Philip Gourevitch. Ma si può dissentire. Si può pensare – contro Gourevitch, contro Saviano – che possa anche non essere affatto così. Che non sia solo questione di farisaici steccati, di gratuiti fenomeni di discriminazione, di anacronistiche compartimentazioni castali. Né di contrapporre il nobile racconto al volgare fatto, l’affresco veritiero al mendace frammento, la libera creazione alla routine mercificante, la realtà alla non-realtà. Si può pensare, per esempio, che la parola letteraria sia invece una forma speciale assunta qualche volta, e non così di frequente, dalla scrittura. Un modo attraverso cui la tecnica si fa arte, per dirla con una specie di paradosso etimologico. “Arte” con riferimento a una scrittura non, semplicisticamente, più “curata” rispetto alla norma; ma “motivata”. Da un senso possibile da inaugurare (che è cosa ben diversa da un referente oggettivo da riscattare).

1 Così il Nobel della realtà rivoluziona la letteratura. L’articolo è stato pubblicato, oltre che nel sito web dell’autore (www.robertosaviano.com), in quello del quotidiano romano: all’indirizzo  http://www.repubblica.it/cultura/2015/10/12/news/nobel_aleksievic-124875631/ (ultimo controllo: 25 Novembre 2015).

Nota Questo intervento è in corso di stampa nella rivista “GenerAzioni”. Si ringrazia l’editore Milella di Lecce per averne consentito qui la pubblicazione.

32 pensieri su “Roberto Saviano, il Nobel e la «non fiction»

  1. Mi viene in mente che anche il regista, documentarista, Michael Moore si è preso un Oscar, oltre che la Palma d’oro a Cannes; forse anche perché i suoi film sono davvero ben fatti, anche dal punto di vista spettacolare, di intrattenimento, come si suol dire. Si ammette, cioè, che son fatti con arte cinematografica indiscutibile. Non capisco perché non si possa dire altrettanto di scrittori che mettono in la cronaca nel romanzo.
    A me sembra che Marco Gaetani perda l’occasione di porre in discussione i generi letterari, e finisca col cadere nella solita diffidenza che i letterati mettono in campo quando qualcuno riscuote un improvviso successo di pubblico. Si conferma che la popolarità, il successo, in letteratura non vengono mai perdonati, quasi che il pubblico, e con esso l’établissement , non possano che preferire la mediocrità. Con la stessa supponenza, in Italia, molti tra gli intellettuali ( per lo più poeti) hanno snobbato Ala Merini, piaccia o meno. Ma forse, al di là del valore intrinseco delle loro opere, quel che non viene perdonato agli autori di successo, come Saviano, è semplicemente l’eccesso di protagonismo: si mantiene cioè l’idea che l’autore debba mantenersi un passo dietro la propria opera… ma perché? forse per non invadere il campo d’azione della critica e dell’editoria che, unici al mondo, avrebbero il compito di tessere le fila del mercato? Cos’è questa mania di protagonismo degli autori? Che diamine, si sa che Van Gogh e Picasso son stati resi grandi dalla critica , non certo per loro stessi e il loro lavoro…
    Queste cose mi fanno arrabbiare: ai tempi di Michelangelo perfino il Papa doveva chiedere appuntamento per poterci parlare; non solo, Michelangelo non parlava mai per interposta persona. Ma dove siamo andati a finire?
    Comunque, per tornare ai generi: se proprio vogliamo tenerli in vita, al romanzo, a al romanzo storico, possiamo benissimo accostare, o inventarci, il romanzo documentaristico ( perché definire un genere con la negazione no- fiction?). Se d’accordo saremmo a cavallo, e potremmo goderci l’opera in santa pace. Tra l’altro si potrebbe creare una reazione a catena che cambierebbe alcuni criteri della valutazione. Ad esempio: si parla di stile quando ci si riferisce alla narrativa, ma non ancora di stile per la poesia…

    1. Purtroppo, questo pezzo non va al nodo centrale della critica da muovere a (pseudo)intellettuali del calibro savianesco in questione, tuttavia, voglio sperare per te, Lucio, per l’ onesta intellettuale che ti starà sicuramente a cuore, che tu , con la stessa metrica adottata nel tuo intervento, metta sullo stesso piano anche tutti gli altri, Fabio Volo compresi. In caso contrario, la spoccchia che denunceresti di intellettuali di non successo contro (pseudo) intellettuali di successo, sarebbe anche tua.

      1. Dai, non siate sempre così estremisti. Ho portato ad esempio Michael Moore, non il cinepanettone. Che io sappia, da che esiste la stampa, letteratura di quart’ordine ce n’è sempre stata. Al supermercato, Saviano se la deve vedere con i libri di Volo ( in questi giorni anche con il nuovo libro di Bobo Vieri! ). Povero Saviano, finire così, accanto allo zucchero raffinato – che non tutti sanno, fa malissimo -. Mai letto per intero, ma ne acquistai uno, tempo fa, alla rivendita dell’ufficio postale. Notai subito che, invece di fare sermoni sulla mafia, Saviano metteva nomi, cognomi e indirizzo dei malavitosi, con relativi fatti e misfatti. Un lavoro accurato, spietato direi. Coraggioso. Poi, più di tanto non so, quando ho voglia di scherzare dico che la mafia andrebbe legalizzata, più o meno come si fa da sempre, in Parlamento.

  2. Dicembre 2006

    Di recente l’Osservatorio sulla Camorra è stato ricostituito a Napoli. L’iniziativa è stata promossa dal “Corriere del Mezzogiorno”, cioè dal “Corriere della Sera”, il che la dice tutta sul ruolo che questo Osservatorio svolgerà nel sistema della disinformazione.
    Non è un caso che l’Osservatorio si ricostituisca sull’onda del successo di pubblico del libro “Gomorra” di roberto saviano. Il mito da infondere e coltivare nell’opinione pubblica è infatti quello della camorra imprenditrice, altrimenti detta “sistema”. La tesi di Saviano consiste nell’affermare il carattere “avanzato” della Camorra rispetto alla Mafia. Mentre quest’ultima si attarderebbe nel ruolo di “Antistato”, la Camorra vedrebbe se stessa essenzialmente in ruolo affaristico ed imprenditoriale.

    In realtà l’equazione tra Mafia e Antistato non ha alcun fondamento storico ed è nata in funzione propagandistica negli anni ’80, quando occorreva accreditare l’idea di un legame ideologico tra Mafia e terrorismo, in quanto entrambi ostili allo Stato. Ad hoc è stato creato anche un “terrorismo mafioso” che ha manifestato la sua credibilità quando si è scelto come bersaglio nientemeno che Maurizio Costanzo.

    In questa circostanza, ancora una volta, l’area d’opinione della sinistra si è rivelata vulnerabile e manipolabile. Il libro di Saviano è stato accolto trionfalmente senza alcun senso critico, allo stesso modo in cui è stata accettata senza riserve la notizia delle presunte minacce camorristiche allo scrittore. Internet è stata invasa da centinaia di messaggi di solidarietà a Saviano, e soltanto in rari casi si è notata la logica richiesta di precisare e circostanziare in cosa consistessero tali minacce, che di fatto hanno determinato un’eccezionale promozione del libro.

    L’abile mistificazione di Saviano consiste nel presentare come novità quella che è un’ovvietà. Ogni criminale organizzato tende a vedere se stesso come un uomo d’affari, e la cosa ha un fondamento, allo stesso modo in cui ogni uomo d’affari, in definitiva, è un criminale. Durante il proibizionismo in America, il più grosso trafficante d’alcol non fu Al Capone, ma un uomo d’affari “regolare”, Joseph Kennedy, il padre di John e Bob.

    I confini tra affarismo, criminalità e colonialismo commerciale non sono affatto definiti, e probabilmente tali confini non ci sono.

    (…)
    Il colonialismo americano è invece a carattere commerciale, consiste nel trasformarti a forza in un cliente, quindi crea instabilità. Non è molto diverso da ciò che si vede nei film western, a patto di saperli leggere. Arrivano le eroiche giacche blu a costruire il forte e dietro di loro c’è l’agente del governo “corrotto”, che invece di proteggere gli Indiani gli vende whisky adulterato e fucili.

    A Napoli il “forte” è la base NATO, gli Indiani sono i Napoletani, mentre il whisky adulterato oggi consiste in eroina afgana e cocaina colombiana, ma, più o meno, il quadro è quello.

    Il binomio “whisky e fucili” ovvero droga e armi, fu anche alla base del successo del colonialismo britannico verso la Cina, costretta nell’800 con due “Guerre dell’Oppio”, ad aprire il suo mercato all’oppio che gli Inglesi facevano coltivare in India. La Cina andò incontro ad un processo di dissoluzione sociale, non solo per i milioni di drogati, ma anche perché il Paese si spaccò in aree di influenza, controllate da bande criminali che realizzavano i loro profitti con la distribuzione di oppio e si facevano guerra comprando le armi britanniche.
    (…)
    Anche se su scala diversa, ciò somiglia a quanto accade oggi a Napoli, eppure quasi nessuno sembra accorgersene. A Napoli si è stabilito da decenni un politologo inglese, Percy Allum, che si è occupato dell’analisi del “Potere a Napoli”, diventando una sorta di guru per l’opinione di sinistra. Allum ha affermato una volta di essersi un po’ napoletanizzato e di aver ceduto all’ideologia del “tengo famiglia”. Sarà per il bene della sua famiglia che, in quarant’anni di studio del Potere a Napoli, Allum non si è mai accorto del Potere su Napoli, cioè della occupazione militare che la città subisce. Possibile che questa occupazione non abbia alcuna influenza sulle vicende del Potere locale?

    I Gava, i De Mita e i Bassolino vengono circondati perciò dello stesso alone mitologico che irradia dai camorristi: sono sì degli eroi negativi, ma comunque eroi, in quanto rappresentano se stessi e solo se stessi nella saga della lotta per il Potere in città.
    L’equivoco del cosiddetto “imperialismo americano” è anche alla base della mitica lobby ebraica che costringerebbe i poveri Stati Uniti ad appoggiare Israele. In una logica imperiale infatti non avrebbe nessun senso l’appoggio degli Stati Uniti all’aggressività di Israele, ma in una logica di colonialismo commerciale ce l’ha, eccome. È proprio grazie alla minaccia israeliana che gli Stati Uniti possono vendere armi ai Paesi arabi dell’area. Tra i clienti degli USA ci sono l’Arabia Saudita, l’Egitto, ma ci sono stati anche l’Iraq di Saddam Hussein e persino la Siria. La destabilizzazione è funzionale al colonialismo commerciale, che può vendere armi ed impedire la nascita di economie stabili in grado di fare concorrenza.

    (…)
    In questo contesto di colonialismo commerciale, anche il mito razzistico napoletano e il mito razzistico ebraico sono oggetti di vendita nel campo d’affari della comunicazione.
    (…)
    L’occupazione statunitense dell’Italia, sotto l’etichetta NATO, procede a passo accelerato: non soltanto sono previsti il raddoppio della base vicino Vicenza ed il rafforzamento del molo militare americano di Livorno, ma sono già avviate nuove basi a Taranto ed a Solbiate Olona, vicino Milano.
    Si aggiunga che il territorio italiano, da Nord a Sud, è disseminato di basi americane, piccole o grandi.
    Chi paga tutto questo? Secondo le regole del colonialismo, l’occupazione è finanziata dallo stesso Paese occupato, ma solo in minima parte ciò avviene in modo ufficiale, attraverso tasse. A spiegare l’arcano soccorre il dato secondo cui i contaneir che sbarcano al porto della base NATO di Napoli, sono circa cinquemila all’anno. Ufficialmente contengono “materiale militare”, ma sotto questa sigla passa ogni genere di merce clandestina che invade il mercato europeo, soprattutto droga e armi, ma non solo.
    Questa non può essere ritenuta una verità nascosta, ma solo una verità emarginata, dato che risulta dalla lettura incrociata degli stessi dati ufficiali. Anche se però questa verità venisse in primo piano, ciò verrebbe subito riassorbito dalla propaganda colonialistica: roberto saviano – o chi per lui – pubblicherebbe un altro best-seller per dimostrare che è stata l’onnipotente Camorra a riuscire ad infiltrare e corrompere persino la base NATO di Bagnoli, e troverebbe un’opinione pubblica disposta a credergli, dato che il pregiudizio razziale non si fa smuovere da nessuna evidenza. Persino la propaganda – o, per meglio dire, la guerra psicologica – viene pagata perciò dalle sue vittime, che devono comprare libri da leggere o da regalare a Natale.

    (…)
    Alcuni esponenti di Rifondazione e dei Comunisti Italiani hanno rilevato la “irresponsabilità” di Berlusconi nell’affrontare la cosiddetta emergenza rifiuti a Napoli, accusandolo di criminalizzare un intero popolo. È una denuncia vera ma parziale, perché Berlusconi ha cominciato a criminalizzare l’intero popolo napoletano da almeno due anni attraverso la casa editrice di cui è ufficialmente il padrone, la Mondadori, che ha prodotto allo scopo un best-seller distribuito in milioni di copie, il celebratissimo “Gomorra” di roberto saviano. Non si può non notare, però, che la celebrazione di “Gomorra” è stata operata soprattutto dalla sinistra cosiddetta “radicale”, tanto che l’ex presidente della Camera Bertinotti, per un certo periodo, ha fatto praticamente coppia fissa con roberto saviano in una serie di manifestazioni pubbliche. Qui si può anche constatare a che punto sia giunta nelle menti della sinistra la dissociazione tra teoria e pratica, tanto che ora ci si sorprende che a premesse razzistiche corrispondano delle conseguenze fasciste.
    Altrettanto sorprendente è che ci si sorprenda che oggi sia il committente di Saviano, cioè Berlusconi, a raccogliere i frutti politici di una propaganda che ha teso a far credere che l’intera popolazione napoletana sia, in vari modi, complice della camorra.

    (da COMIDAD http://www.comidad.org/dblog/cerca.asp?cosa=roberto+saviano&Cerca.x=34&Cerca.y=8&Cerca=Cerca)

  3. Ro@
    com’è che non trovo qui il tuo ultimo commento, su mafia e camorra? Comunque grazie, l’idea che ci si possa inventare una mafia d’alto bordo, imprenditoriale, per lasciare la delinquenza a quell’altra, ha senso. Pensare che il boss puntava alla presidenza della Repubblica… faccenda complessa, quella di Napolitano. Pare realismo alla Philip Dick (la svastica sul sole), sennonché…

    Nota di E.A.
    Avevo rimosso provvisoriamente l’ultimo commento di ro chiedendole di indicare con precisione il link dei brani da lei proposti.

  4. Nota di E.A.
    Per un errore tecnico questo commento era finito stamattina sotto il post “Vienimi in sogno spesso, amico mio, aiutami” e risultava incompleto. Lo ripubblico ora.

    Ci dobbiamo rassegnare dunque a Saviano, al suo tipo di successo e apprezzare questo tipo di “letteratura” per non apparire rosi dall’invidia? Mai. Se una critica mi sentirei di muovere a Gaetani è semmai questa: egli critica la letteratura di Saviano in nome della letteratura “nobile” o “vera”, ma non più in nome di una critica che investa assieme letteratura alta ( una volta si diceva ‘borghese’) e letteratura bassa (di massa).
    Sto leggendo in questi giorni l’«Introduzione a “Minima moralia” di Theodor W. Adorno» di Renato Solmi (qui) riedita da Quodlibet di Macerata in questo 2015; e non posso fare a meno di dargli direttamente la parola, sottoscrivendola ancora in pieno, malgrado la sua sia oramai una *voce dell’oltretomba*, alla quale a stento e a tratti si riesce ad ascoltare.
    Una volta la *critica* era *critica della cultura e dell’arte* in nome di qualcos’altro (che aveva il nome di socialismo o comunismo). Oggi quest’altro non esiste più. Ma possiamo accontentarci della *difesa della cultura e dell’arte* come ultime consolazioni di fronte al dominio capitalistico che le ha sottomesse?
    Ecco il brano di Solmi:

    «Parlare di cultura – scrive Adorno – è sem-
    pre stato contro la cultura». Le grandi opere del pas-
    sato, quando sono veramente tali, contengono un
    appello, una promessa: il loro valore «non consiste
    nell’armonia realizzata, nella problematica unità di
    forma e contenuto, interno ed esterno, individuo
    e società, ma nei tratti in cui affiora la discrepanza,
    nel necessario fallimento dell’ appassionata tensio-
    ne verso l’identità». Raccogliere e neutralizzare nel
    pantheon culturale, in una biblioteca o in un museo
    immaginario, le creazioni dell’arte e del pensiero, si-
    gnifica toglier loro la punta, tradirle nell’atto in cui si
    finge di riconoscerle. In questo senso, *de gustibus est
    disputandum*, ed ogni opera d’arte tende alla morte di
    tutte le altre. Il concetto di stile è ambivalente: da un
    lato, rappresenta l’intransigenza necessaria «contro
    l’espressione caotica della sofferenza», il momento
    indispensabile del controllo di sé: questo distacco,
    questa negazione della compassione immediata, è –
    come aveva capito Nietzsche – la *condicio sine qua
    non* di ogni vera comprensione. In questo senso, lo
    stile è una mediazione necessaria. D’altro lato, lo stile
    riflette – in tutte le sue forme -la struttura di volta in
    volta data della violenza, del dominio di classe, e, in
    quanto riproduce l’equilibrio sociale, manca alla pro-
    . messa della vera conciliazione. I nostri marxisti sono
    troppo propensi a credere, coi liberali, nell’innocen-
    za dell’arte, e Thomas Mann ha tutto da insegnare
    ai nuovi teorici della letteratura sovietica, che risco-
    prono la validità universale della forma, o ai nostri
    cornunisti-crociani. Il loro rispetto per l’arte in quan-
    to tale non è mai stato condiviso dai grandi artisti,
    e il caso di Tolstoj non è un’eccezione, ma un’espe-
    rienza-limite esemplare. E l’arte non è sospetta per
    questo o quel contenuto (come vorrebbero i marxi-
    sti ingenui, che assegnano l’apologia al contenuto di
    classe, e si sforzano di salvare la neutralità della for-
    ma), ma è apologetica nel suo principio formale: e si
    riscatta solo nella tensione dialettica che la sospinge
    verso il fallimento. Guai se le riesce di neutralizzare il
    contenuto, di assorbirlo nella propria immanenza. Il
    rigore dello stile si giustifica solo nell’intenzione che
    lo trascende. L’arte si mantiene al proprio livello solo
    in quanto si mette continuamente i bastoni tra le ruo-
    te, e lo scoppio della bolla di sapone, il sacrificio della
    bellezza, è la prova della sua verità. In generale: oc-
    corre diffidare di ogni «umanismo». Lo schema pro-
    gressivo-reazionario si presta ad applicazioni errate o
    superficiali, ma è essenziale alla concezione marxista.
    E così per quanto riguarda il problema dell’eredità.
    Ciò non significa che si debba prendere «quello che
    ci serve», come vorrebbe la perversione pragmati-
    stica del marxismo. Quello che dobbiamo cercare è
    forse proprio ciò che, sul momento, non ci serve, che
    ci mette in difficoltà. Ma la prospettiva della selezio-
    ne e, soprattutto, dell’interpretazione, muta radical-
    mente. Non è vero che l’arte «realistica» (nel senso
    più stretto della parola) sia sempre stata progressiva.
    C’è un realismo gretto e meschino, caratteristico, per
    esempio, di buona parte della letteratura italiana, che
    è sempre stato il complice e l’agente dello stato di
    cose. Adorno mette in guardia contro la commedia.
    La commedia, come la satira, ha stretto, fin dai tempi
    di Aristofane, alleanza coi più forti, e solo in tempi
    più recenti è passata, di tanto in tanto, dalla parte de-
    gli oppressi, «specialmente quando, in realtà, essi non
    erano già più tali». A differenza della tragedia, essa
    non è mai in grado di sollevarsi sui principi e sui va-
    lori presupposti come ovvi dall’ideologia dominante.
    Essa descrive la differenza tra ideologia e realtà, ed
    ha sempre dalla sua parte «il collettivo di quelli che.
    ridono». (“Ridi con chi ride”, ripete il coro dei capi-
    talisti nella «Santa Giovanna» di Brecht). Pessimismo
    oggettivo e ironia soggettiva (la riserva formale della
    superiorità dell’io) si condizionano a vicenda. Ma chi
    ride di se stesso – il soggetto di sé come oggetto, lo
    spirito di sé come natura, la libertà di sé come ne-
    cessità – è già d’accordo con tutto ciò che mette in
    berlina. La commedia ha rinunciato a priori alla spe-
    ranza, che la tragedia salva nello spettacolo della sua
    distruzione.

    [da Renato Solmi, «Introduzione a “Minima moralia” di
    Theodor W. Adorno», pp. 52-55, Quodlibet, Macerata 2015]

    Dove sta per me la potenza di questa riflessione, per certi versi datata nei riferimenti contingenti (ad es. alla polemica tra marxisti e «comunisti-crociani»: l’«Introduzione» venne scritta da Solmi nel 1954) ma insuperata , ovviamente per chi non si vuole rassegnare all’odierno *degrado capitalistico della cultura* e non sopporta l’attuale «pantheon culturale» (nel quale, ad es., Saviano ha il suo piccolo trono “di sinistra”)?
    Nei seguenti passaggi:

    1. «Le grandi opere del passato, quando sono veramente tali, contengono un appello, una promessa» (di «felicità»), qualcosa insomma di più di una conferma che il mondo esiste e in fondo va bene o progredisce malgrado qualche difetto;

    2. Lo *stile* (inteso come forma contro il caos, «distacco», «controllo di sé») è necessario, ma allo stesso tempo non è fatto *neutro*, perché porta il segno del dominio (di classe) e in un certo senso il poeta e l’artista che sceglie uno stile, riafferma anche questo dominio nel campo dell’arte o della poesia;

    3. Non va concessa all’arte (o alla poesia) nessuna «innocenza»; non bisogna avere nei suoi confronti un atteggiamento di «rispetto» ma un *positivo* atteggiamento di «sospetto»; ( e qui l’importante precisazione che questo sospetto non va rivolto soltanto al «contenuto» ( per cui dei “buoni” contenuti – amore, pace, sensibilità alle questioni sociali – farebbero una buona arte) ma alla forma stessa, che è di per sé «apologetica» del mondo esistente ( e in un certo senso “reazionaria”); e perciò il poeta (o l’artista) dovrebbe essere il primo a mettere «i bastoni tra le ruote», a “fare il difficile” innanzitutto con la sua stessa attività poetica o artistica ( invece di andare a caccia di plausi e incoraggiamenti facili);

    4. L’indicazione che anche un certo realismo «gretto e meschino» (ancora dominante nella letteratura italiana degli anni Cinquanta, ma anche oggi e Saviano qui c’entra…) è «complice…dello stato di cose»;

    5. la preferenza, a proposito dei generi, per la tragedia invece che per la commedia, motivata da una precisa ragione: «La commedia ha rinunciato a priori alla speranza, che la tragedia salva nello spettacolo della sua distruzione».

  5. Trovo al punto due un controsenso che non so sbrogliare: perché mai, lo stile (compendio di forma e contenuto) dovrebbe essere inteso come segno di dominio, piuttosto che libertà? Se non è l’adozione di uno stile comune, di moda, è una scelta personale, confacente con la personalità dell’autore… quindi, non è prova della sua libertà?
    Ho accennato allo stile, per la poesia, in quanto definisce qualcosa che può manifestarsi in molti aspetti. Lo disse Céline, che non riusciva a leggere romanzi che non avessero la chiara impronta di uno stile personale. Autori senza uno stile proprio. Perché una definizione tanto generica, pregna di possibilità, dovrebbe spaventare qualcuno?

  6. @ Mayoor

    Capisco la tua difficoltà. Deriva dal collocarti esclusivamente sul piano letterario (formale ed estetico).
    Qui vedi facilmente (e fai l’esempio di Céline) la distanza tra un romanziere «senza uno stile proprio» e uno che invece raggiunge « uno stile personale». Lo stesso si potrebbe dire parlando di poesia. Ma, appunto, così restiamo nell’ambito del letterario e del poetico (o dell’artistico), dove il valore di un’opera viene individuato esclusivamente in base alla sua bassa o alta qualità estetica (del suo grado basso, mediocre, alto di formalizzazione).
    Questo è il modo più diffuso ancora oggi di parlare di letteraratura, d’alrte e poesia ( ad es. su L’Ombra delle Parole su cui tu spesso lasci commenti).
    Invece in questo brano di Renato Solmi, che riprende Adorno (letto da un’ottica che richiama anche la lettura da me spesso richiamata che ne fece Fortini, tra l’altro in contatto in quegli anni con Solmi) la critica investe proprio la letteratura e lo stile e mette in discussione entrambe: insistenza sulla non neutralità della forma o stile perché porta il segno del dominio di classe (concetto del tutto irrilevante per chi si occupa di poesia e arte solo da un punto di vista estetico); atteggiamento di “sospetto” verso la poesia e l’arte da parte degli stessi poeti (influenzati dal marxismo) che la praticano. Questa critica è possibile solo a chi scruta letteratura e stile *dall’esterno del campo letterario*. Grazie appunto ad un punto di vista “altro”, ad una “visione del mondo” marxista. Che è assente, come ho detto, nella critica di Gaetani a Saviano ma anche nel tuo modo di commentare poesia, arte o letteratura. Ed è invece ancora presente, attraverso la mediazione di Fortini, nel mio discorso (pur problematicamente attento alle “revisioni” di Marx o dei vari e contrastanti (tra loro) discorsi post-marxisti di Preve, La Grassa, Finelli, Negri, per citare quelli che sono riuscito di più a seguire in questi anni).

    1. Ma io non nutro alcun sospetto aprioristico verso i poeti influenzati dal marxismo, anzi, è più probabile che mi insospettisca per lo sfarfallio che immancabilmente riscontro nei versi di chi si perde troppo con le parole, o a misurare la profondità di una pozzanghera, o a guardarsi l’ombelico.
      Penso che la realtà, come la verità, sia un atto di fede come ogni altro: giunti ad un certo livello di comprensione, lì ci si ferma: perché è vero che la realtà inconfutabile. Ma se manifesta è taciturna, quindi andrebbe interpretata; i marxisti usano il metro della storia, che è misura collettiva; misura individuale è la psicanalisi, ma sempre storia è: due metodi che usano lo stesso principio. Principio che a me non basta, perché chi interpreta deve essere cosciente di interpretare; pare a me che oggi la sfida sia quella mettersi in gioco, non soltanto di porsi come numero di classe o di genere, nello schieramento. Tirarsene fuori è necessità di dialogo e confronto; gentile o scorbutico che sia, lo stile (forma ed estetica) dà segno che stai cercando di infrangere il silenzio della convenienza e dell’uniformità. Mentre il protagonismo, probabilmente è una forma di pazzia: Gengis Khan, Hitler… Saviano? Forse è presente in tutti noi. Starci attenti, è quel che separa il pazzo dalla persona consapevole.

  7. Il punto sullo stile scontenta anche me, ma non credo perchè io mi collochi *esclusivamente* sul piano letterario, formale ed estetico.
    Affermazioni come questa di Solmi “D’altro lato, lo stile riflette – in tutte le sue forme -la struttura di volta in volta data della violenza, del dominio di classe, e, in quanto riproduce l’equilibrio sociale, manca alla promessa della vera conciliazione”, o queste di Abate “non neutralità della forma o stile perché porta il segno del dominio di classe … questa critica è possibile solo a chi scruta letteratura e stile *dall’esterno del campo letterario*” entrano troppo poco nell’argomento dello stile. Infatti se a ‘stile’ o ‘forma’ o ‘letteratura’ sostituiamo ‘lingua’ il discorso ha identica coerenza. E quindi diminuita potenza.
    Violenza dominio di classe e equilibrio sociale sono nella lingua che usiamo, a livelli elaborati o quotidiani, così nelle forme visive nelle formule discorsive nelle modalità di rapporto… e non si finisce di rintracciare il peso delle varie codificazioni in cui ci esprimiamo. E’ quindi ovvio, e poco significativo per lo stile, dire che, lo stile, anche lui.
    Invece occorre rivolgersi, artisti e critici, proprio allo stile, affrontare, lì, il possibile ‘scrutare dall’esterno’ il proprio campo. Scontando il dato di fatto che quell’esterno non è più un luogo identificato -la visione del mondo marxista- ma

  8. Personalmente, e non dico cosa nuova perché lo abbiamo già visto nelle nostre scaramucce :-), non ho e non voglio avere un “approccio” ideologizzato o catalogabile nel regno degli strumenti marxisti ( di critica letteraria, o storica, o sociale etc), eppure gli interventi di Lucio mi fanno innoridire, perchè? credo per un problema di contraddizione in termini. Faccio un esempio, prendendo spunto da un luogo di critica poetica citato da Ennio. Nell’ombra delle parole , sicuramente importante per la formazione di una lettrice come me, è presente una grande offerta di letture e di strumenti “artistici” tuttavia, pur presente un grande “lamento” (di qualità, come anche in Poliscritture) si fa un gran parlare di ceto medio mediatico ambiguo, di mutazione dei gusti , dunque degli stili, molto molto contradditorio rispetto a quello offerto da Ennio. Posso non condividere quest’ultimo quando affida in modo ossessivo ( devo rendere, spero Ennio mi perdoni il suono estremo) ogni strumento alle vecchie tradizioni di critica letteraria al suo adorato Fortini, ma lo ritengo assolutamente onesto intellettualmente rispetto a Linguaglossa. Perchè?
    Perchè non cade in contraddizioni spicciole che, vista la vasta competenza di Linguaglossa, ci si aspetta come qualità intellettuale anche da lui. Dove a una lettrice ignorante come me, stride il tutto? Sulla disarmonia degli ingredienti, perchè dando una valenza maggiore a un componente (è come il discorso dei piedi rispetto alla testa) , vedi ad esempio lo stile messo in gioco in questo post per l’espediente Saviano, questo ingrediente cannibalizza tutti gli altri, compresi gli approcci di critica sul potere (per me) o marxista per Ennio etc etc che infatti verrebbero puntualmente respinti in quanto elementi estranei all’ingrediente “stile”(*). Dunque non si fa altro che lo stesso gioco, paro paro, di chi domina i gusti con lo stile del mitico ceto medio mediatico e , allora, come si può, poi, in altri contesti lamentarsene? E ti viene da chiederti sì, a questo punto, punto che è ben diverso da quello contestato nell’intervento di Lucio, se i critici o i poeti fuori dai grandi circuiti editoriali di sistema , non siano alla fin della fiera, semplicemente identici agli altri in termini di logiche di potere.

    (*)
    peraltro nel caso specifico in questione, ergo il personaggio savianesco da cui siamo partiti, il presunto stile è solo un linguaggio markettaro, che Lucio dovrebbe ben conoscere e rigettare al mittente visto che dovrebbe aver ben sviscerato i processi di marketing per certi consumi (compresi quelli pseudo letteari). Lo stile o presunto tale è solo un format interscambiabile , valido o accattivante tanto che in una trasmissione (tivvù, con tanto di edizioni speciali, par condicio in parallele produzioni berlusconiane debenedettiane) quanto nell’altra, tradizionale, sempre in par condicio ma in carta stampata, rilegata a mezzo identica proprietà fininvest, o a fogli in falsa alternanza piddì di largo fighetti re-pub(bl)ica)

  9. Certo che anche tu, Ro, quando scrivi, usi uno stile davvero personale … con ciò saresti una markettara pronta per mediaset? Confondendo lo stile con la modaiola furberia, finisce che facciamo torto ai pregi dell’individualità ( senza ismo, per piacere). Comunque, quel che a me interessava dire è che lo Stile non viene spesso tirato in ballo quando si parla di poesia, piuttosto di linguaggio ( alto basso); mentre, se ci fermassimo genericamente allo Stile, forse parleremmo anche di personalità… di conseguenza, penso, molti altri termini si umanizzerebbero.

    1. hai tirato in ballo tu lo stile, Lucio, o no? Io parlo chiaro, forse troppo chiaro per chi invece ama altri giri e giretti. Qui non si può parlare con mucche a pois, qui si parla di cose pane al pane , vino al vino. … quindi, se lo stile appartiene all’estetica, quanto peso deve avere, rispetto a tutti gli altri ingredienti, perché si possa dire che siamo di fronte a un autore, con l A maiuscola o minuscola che sia, anzichè a un semplice ” prodotto ” ?

      Tu, non io nè altri, hai tirato in ballo per Saviano un suo successo causa la sua presunta originalità, che invece è solo format, dunque fiction, infatti non ci siamo ancora soffermati sull’assist” feroce”, che questi tipi d’ingaggi e ingranaggi ( di gusti, stili e contenuti), quale Saviano è, forniscono ogni volta a uno dei tanti strumenti del padrone, quale è il ricco banchetto dei premi nobel, con cui continuare a promuovere un certo tipo di contenuti imperiali contro i soliti cattivoni che guarda caso sono sempre gli stessi.

  10. Ho difeso Saviano senza entrare nel merito di quanto va sostenendo, seguendo il sentiero proposto da Gaetani. Ho parlato di Michael Moore e ho rivendicato il fatto che certi giudizi mancano di elasticità sui generi. Fin qui, per me, è stato relativamente facile. Cristiana risponde che il parlare di stile non basta a formulare il giudizio scomunicante di muoversi nel segno del dominio di classe ( Ennio). Ro sposta l’attenzione sui ‘veri’ interessi in campo… in un attimo ti ritrovi imbottigliato, condannato a restare per sempre nella foresta di Sherwood, perché se ne esci ti spareranno amici e nemici! Se ne ricava che tutto ciò che viene pubblicamente rappresentato è fiction, e quel che resta nell’ombra è reale. Fosse così, il reale sarebbe inamovibile; eppure sappiamo che non è vero, che ti devi aspettare di tutto perché nulla finisce finché ti riguarda; che anche se non l’hai dentro, l’hai comunque addosso. In forma e contenuto. Spiace, ho bisogno di parole nuove: la parola ideologia prese il posto della speranza, e a conti fatti sembra essere fatta della stessa sostanza ( ma incattivita). Ecco perché la forma ha la sua importanza, perché cambia e bisogna scommetterci, ogni volta da capo.

    1. forse, Mayoor, ho sostenuto che il “giudizio scomunicante” sul dominio di classe, va affrontato proprio dentro lo stile…

      1. dentro, sì. Non con stile: se no qui apriticielo! 🙂
        vedi che le parole contano anche per quel che sono? Altrimenti, tutto ‘sto gran contenuto, come lo metti in moto?

  11. PRECISAZIONI

    1.
    « Ma io non nutro alcun sospetto aprioristico verso i poeti influenzati dal marxismo» (Mayoor)
    Tu no. Sono i poeti «influenzati dal marxismo» che lo nutrono. Non in modo aprioristico, ma in base a una riflessione che non separa poesia (o letteratura o arte) dal sistema sociale (storico). E per me è un punto alto raggiunto dalla riflessione (filosofica e storica) sulla poesia. Questa visione può anche non bastare o oggi mostrare falle nelle sue fondamenta (Cfr. pensiero “post-marxista”) ma bisogna pur chiarire con quali altri strumenti teorici si parla di poesia (o letteratura o arte). Solo allora è possibile un confronto fertile.

    2.
    @ Fischer. Se capisco bene, le posizioni di Solmi o mie a te paiono troppo esterne all’«argomento dello stile». Ma di solito ogni critica appare sempre esterna all’oggetto criticato. ( Anche se esso fosse la ‘lingua’, che è poi la materia prima su cui interviene lo stile). Non capisco cosa intendi per « diminuita potenza» e mi risultano oscure queste due frasi: « E’ quindi ovvio, e poco significativo per lo stile, dire che, lo stile, anche lui.» [?] ; « Scontando il dato di fatto che quell’esterno non è più un luogo identificato -la visione del mondo marxista- ma» [?]

    3.
    « non ho e non voglio avere un “approccio” ideologizzato o catalogabile nel regno degli strumenti marxisti» (ro)
    Benissimo, basta dire quali sono gli strumenti che invece hai o vuoi. Preciso che io non “adoro” Fortini né mi “affido in modo ossessivo” a lui, ma lo studio e uso le cose che mi paiono condivisibili. Sono tante, è vero. Ma chi ha buoni argomenti per criticarle si faccia avanti e li prenderò in considerazione.

    4.
    Ancora @ Mayoor. Perché parlare di mio « giudizio scomunicante»? E mi pare sbagliato pure dire che qualcuno/a ti vuole «imbottigliato, condannato a restare per sempre nella foresta di Sherwood». Stiamo solo tentando di confrontarci partendo da posizioni diverse e per molti versi contrapposte. Facciamolo bene.

    1. * “ma”, senza seguito: non c’e’ un luogo esterno identificato, come era la visione del mondo marxista, da cui scrutare letteratura e stile
      * potenza opposta a estensione: se un discorso vale per ampie categorie sarà meno pregnante per un tema soltanto
      * …”dire che lo stile, anche lui” porta in sé violenza e dominio sociale…

  12. Più che “esterne” le critiche mi paiono generali, vanno bene per quasi tutto nel campo dell’espressione, quindi entrano poco nel tema “stile”, per esempio nella battaglia che l’autore fa con i propri strumenti e intenzioni.

  13. Vedo che anche a voi, il Natale, non vi fa un baffo. Scommetto che non avete nemmeno scritto la tradizionale poesia. Io sì, ma parla d’altro.
    Nel farvi gli auguri ve ne mando un verso (una fetta):

    (…)
    Molto dipende dalla cartolina, ve le ricordate? quei cartoncini
    su cui scrivevamo i saluti, data e luogo ma con lo scoglio,
    oppure con le cime dell’Adamello. Ecco, l’importante
    è che sia tutto vero, inconfutabile. La verità sarà la prova
    che si viveva in un sogno.

    Ciao, Buon Natale!

  14. Beh visto che Lucio, ci ricorda certi paesaggi a cartoncino, rifaccio anch’io i miei auguri 🙂 . Detto questo, rispondo a Ennio che avedo maturato, per mia natura (sono nata così), un’allergia a un’unica chiave di lettura, pur essendo la mia preferita, non posso adottare solo la chiave di lettura marxista, di conseguenza è così per riferimenti ad autori, esponenti maggiori o minori etc etc di questa o quella dottrina, accademia, scuola . Per la scuola marxista in termini di critica letteraria, mi è sembrato sempre più eccessivo, come peraltro per altri templi o chiese, il rito del risveglio delle coscienze , nonchè per l’azione, di certa militanza. Se, sul piano spirituale, è il bambino, il figlio, il cristo, la figura a cui sono più legata, in termini di nutrimento di questa sua anima in me, non può dissentarmi un unico capitale di un certo tipo di scuola e di chiesa. Così è, o stessa cosa vale e anche di più per ciò che Lucio , ai miei occhi, ha bisogno di rimuovere . I tentativi di conoscere passaggi e trappole, perchè e per come di una certa foresta horror, di questa realtà, che è la storia dell’uomo sul pianeta, compresi i suoi alberi di plastica che fannno pure i narratori della stessa(vedi saviano e molti altri come), non posso affrontarli con uno ma anche quattro soli vangeli, pur forti o Fortini, o materialisti storici. Infine, sempre per sintesi estrema, visti gli esiti del passato e il peggioramento delle condizioni presenti , sempre della stessa foresta, trovo inutile contrapporsi ancora , come già avvenuto. Se ha vinto una sola ideologia (neanche quella capitalista, ma quella iperliberticida di un certo mercato del tutto truccato), non si potrà sconfiggere con una sola idea o una sola ideologia, o un solo autore, appartenenti a tutte le altre che , per realismo storico e non solo, sono costrette all’esilio.

    1. @ ro

      Ripeto: quando insisto nei miei commenti su certe posizioni marxiste di Fortini, non faccio il “piazzista” né propongo «un’unica chiave di lettura», ma la *mia*.
      Tu, come commentatrice, non sei obbligata a usare questa chiave di lettura. Usa pure la tua o le tue. Ma, affinché la discussione possa essere efficace (=chiarire meglio le posizioni che si confrontano), ciascuno/a dovrebbe assumersi la responsabilità di indicare cosa non gli va bene in quella *precisa* affermazione di Tizio o Caio e spiegare perché. Indipendentemente dal fatto che Tizio o Caio sia marxista, nazista, imperialista o non so che. Non ci si può fermare all’”etichetta” sulla botte. Bisogna assaggiare e pronunciarsi sul vino che contiene.

  15. …e sì, Mayoor, era come se a natale circolasse una parola d’ordine collettiva: “Largo ai sogni!”, che fossero veri o fasulli, trapiantati o spontanei, dalla natura che conforta e offre vie di fuga, dall’infanzia o dalla giovinezza che le tue cartoline mi hanno ricordato…insomma qualcosa di fresco, una pausa forse, una fetta di torta alle mele, come la tua poesia… e poi? Una valanga di messagi consumistici, il buio del mediterraneo, il tramestio delle marce, il sibilo dei proiettili…

  16. SEGNALAZIONE

    Problemi simili a quelli posti in questi discussione da Mayoor in maniera “estemporanea” sono affrontati in modi più “specialistici” in questo commento di Jacopo D’Alessio a un saggio più che impegnativo di Daniele Balicco (che non ho ancora letto):

    26 dicembre 2015 a 12:26

    Mi sembra un saggio che stia facendo seriamente i conti anche sulla scelta stilistica più adatta per affrontare la realtà del mondo che abbiamo ereditato dalle ultime evoluzioni tecnologico-produttive: quella definita come, appunto, micro-elettronica.
    Ovvero, l’autore stesso si è posto il cocente problema di come poter parlare ancora di una percezione dell’esistenza (così come dell’estetitco) nel momento in cui prevale l’unica linea temporale sincronica e intensificata del capitale, che riesce a pervadere ogni aspetto della nostra vita quotidiana.
    Torna quindi il problema già noto alla teoria letteraria, che non si limita soltanto a scovare il contenuto ed investigarlo (che cosa è e cosa comporta l’epoca della micro-elettronica?), ma qual è la forma estetica che sia all’altezza di una sua descrizione, e che sia in grado di argomentarla. Per i critici si tratta di questioni cicliche, che cambiano di volta in volta nelle soluzioni formali, e che rimangono sempre attuali.
    “Negli anni dell’emergere del capitalismo come forza sistemica, il campo dell’estetica inizia a mostrare dei sintomi interessanti di trasformazione che riguardano precisamente il funzionamento della verosimiglianza come meccanismo di potere in grado di selezionare, dalla realtà, CIO’ che deve essere narrato e COME deve esserlo”
    E’ dal Romanticismo infatti che si inizia a parlare anche del COME si debbano affrontare i vari generi letterari, quale stile sia il più adatto a svolgerne uno anziché un altro. Per rimanere in tema, anche se cambiando genere, un esempio molto efficace e semplice che mostra questo sconvolgimento è quello del Bildungsroman e del romanzo storico, che, di epoca in epoca, come sappiamo, degenera, si rovescia, si riduce, si appiattisce, poi scompare, quindi ritorna…Così che attualmente abbiamo anche soluzioni formali del Novel coesistenti.
    Perciò, quando, recuperando anche Harvey, si afferma che lo spazio\tempo delle nuove tecnologie sia stato compresso, sovrapposto, e intensificato, al punto di disinnescare quella distanza temporale imprescindibile, che serve a formulare un cambiamento qualitativo della vita, in base a delle esperienze (iniziatiche) significative, che stile possiamo utilizzare per testimoniare tale perdita, e offrire, allo stesso tempo, già nella forma, un tentativo di soluzione al problema?
    In questo caso specifico, finisce che si debba farei i conti con quel surrealismo di massa, di cui parlava Fortini. Che probabilmente si sia costretti a fare proprio?
    A farlo proprio nel contenuto, nella misura in cui le immagini del mondo circostante si manifestano come in un’esplosione continua che le propaga in modo irrazionale. Ma, allo stesso tempo, se ne rifiuta lo schema in quanto vengono tenute insieme con una forma cristallina, ordinata, e (al suo interno) logica, mediante uno stile snello, che non esalta l’oscurità di quella sovrabbondanza ma, viceversa, cerca di farvi luce.
    La disparità delle circostanze, delle questioni, degli esempi, delle epoche da prendere in considerazione, sono infatti molteplici, così che lo sforzo di Balicco di coagularle in un discorso coerente assume le sembianze di un’impresa titianica…
    Ad un caos, che è in realtà il risultato di questa intensificazione esasperata di nuovi modi di produzione, si è costretti a rispondere con un altrettanto intenso eclettismo trasversale e multi-disciplinare, dovendo ricorrere, quasi, ad una bulimia delle fonti, degli autori, e dei modelli teorici, che siano in grado di razionalizzare il gomitolo intricato per metterne in evidenza la componente traumatica accuratamente rimossa.
    Il rischio di fare indigestione c’è. Ma probabilmente è una delle maniere più consone proprie della forma-saggio per districarsi in questo marasma. Quest’ultima è d’altronde simile al genere poetico, capace di condensare le immagini disparate attraverso spesso l’allusione e la condensazione.

    (da http://www.leparoleelecose.it/?p=21488&cpage=1#comment-318064)

    * Nota. Il saggio di Balicco si legge per intero qui:
    http://ojs.unica.it/index.php/between/article/viewFile/1810/1726

    1. Bulimia per la saggistica, ma dagli artisti ci si aspetta la sintesi, magari personale, delle proprie scelte; non il percorso fatto ma quello che si sta facendo. Forse più condensazione che allusione, più esito che programmazione. Con questo non voglio dire che si tratti di disimpegno (critico, scientifico), intendo dire che soltanto che la costruzione di un linguaggio che sappia esprimere la condensazione del prodotto, in armonia con le micro tecnologie e il conseguente cambiamento del lavoro ( e dell’esistenza?), andrebbe lasciato a chi sa programmare le macchine del linguaggio. Dal che si capisce subito che la novità non sta tutta nell’informatica, ma che ci si deve aspettare anche molto dalla grammatica, dalle scienze cognitive come dalla fisica e dalla chimica. In altre parole: si lavori pure sul mezzo, ma non ci si dimentichi che conta il benessere e la liberazione dalla sofferenza. Le parole nuove nascono da combinazioni semantiche non allusive, né ricordate o fatte proprie da un io lirico, seppur provvisorio, tali per cui si riveli un bisogno reale, autentico, non solo mediato da intellettualismo. Scrittura viva finché si può. Tenendo presente che la poesia, in assenza di rumori e immagini, non è altro che infinita didascalia.

  17. SEGNALAZIONE

    E mai dimenticare come su pongono i problemi di fiction/non fiction, di contenuto e forma e di stile in altri paesi. Ad es. in Iran.

    stralcio:

    Basterebbe osservare la trasformazione dei murales che decorano Tehran che da celebrazioni dei martiri diventano sempre più astratti e surreali (senza contare che mesi fa la municipalità della città ha deciso di esporre ovunque sul territorio urbano riproduzioni di opere d’arte moderne e contemporanee).

    Una battuta, molto diffusa a Tehran, riportata da Antonello Sacchetti, profondo conoscitore dell’Iran e responsabile del blog Diruz, afferma che «anche i murales sono diventati moderati». Paradossalmente, ma non tanto, a frenare tali aperture, è proprio Khamanei che in recente tweet ha sottolineato che «le infiltrazioni economiche e della sicurezza sono meno importanti di quelle mentali, culturali e politiche».
    Dunque il caso di Keywan Karimi rientrerebbe in una classica logica di aperture controllate e negate al tempo stesso, dove la reazione antimoderata preme per ricordare, attraverso la repressione, la propria centralità nella società iraniana. Raggiunto poco ore prima di mettere piede in tribunale, Karimi è pessimista: «Non credo che ci sarà un cambiamento nella decisione del tribunale. Ci stiamo concentrando per provare a fermare l’esecuzione della sentenza come è avvenuto nel caso di Jafar Panahi. Ottenere gli arresti domiciliari. Il mio avvocato ha preparato una linea di difesa ma non credo funzionerà. Il mio film aveva tutte le autorizzazioni e mi hanno condannato lo stesso. Ho solo una cosa da dire in mia difesa: ’la storia ci giudicherà. Quindi fate attenzione: perché in futuro avanzerò a testa alta’. Il giudice di domani è l’assistente di quello che mi ha condannato a sei anni di galera. Pensa che nell’accusa c’è scritto che vivo in Germania. Gli ho portato il passaporto in tribunale, ma non mi hanno ascoltato. Il mio avvocato ha scritto una difesa di quattro pagine, ma non l’hanno nemmeno letta. Un vero incubo kafkiano».

    (da http://ilmanifesto.info/i-graffiti-proibiti-di-tehran/)

    1. Per favore, non dimentichiamo lo stato di emergenza costituzionalizzato da Hollande, o Guantanamo mai cancellato da Obama. Il potere militare (gli armamenti raffinati dell’industria bellica) lo troviamo in giardino, non c’è bisogno del lontano Iran per temerlo. Ripeto: de nobis fabula narratur.

    2. Mi soffermo al punto dei murales più astratti per osservare che, per riconoscere un’opera d’arte – quindi anche una poesia – da tutto il resto, può bastare l’intercalare di qualcosa che non ti aspetti, ma ancor di più se ci trovi qualcosa che non capisci. Mi pare che il secondo aspetto derivi dal novecento, dall’interpretazione distorta ed esasperata dell’astrattismo, dove l’intellettualismo si compiace per certe componenti che, in definitiva, sarebbero meramente decorative.

  18. …essendo sempre alla ricerca di un plausibile per quanto parziale significato dell’esistenza, non solo mia, sono portata , nella lettura come nella scrittura, ad attribuire il primato al contenuto piuttosto che alla forma…Una ricerca di briciole di verità che mi sfuggono in continuazione, visto anche il caos dei tempi moderni, dove il sistema economico e le tecnologie alleate mescolano, sovrappongono, confondono i dati spazio-temporali e la mente fatica a selezionare, mantenere la barra di un percorso che dovrebbe essere motivato, come M. Gaetani dice per la scrittura…E come se prima un vento forsennato abbia sollevato polvere e fatto volare carte, pensieri e sentimenti, per ogni dove…ed ora si aggiunge il rumoreggiare delle armi…

  19. La cronaca nel romanzo?
    Il massimo l’ha raggiunto Zola nel suo ” Germinale”. Raggiungere una così perfetta scrittura di quel tipo , è difficilissimo.

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