Archivi tag: Gianfranco La Grassa

Stretti Perigliosi

di Paolo Di Marco

1- Qualche nota a partire dal dibattito Rovelli-Sofri

L’intervento di Rovelli sulla pagina FB di Sofri (qui) ha un tono molto pacato ed anche accorato, esprime concetti e riflessioni che potremmo dire di grande buonsenso e largamente condivisibili anche da chi ha sensibilità diverse.
D’altro tono la risposta di Sofri (qui),  assai elaborata, studiata ad arte direi. Continua la lettura di Stretti Perigliosi

Recupero di due ricordi di Franco Pisano

a cura di Ennio Abate

Il caso.  Una nuova amica di FB  ha  pubblicato sulla sua pagina una mia  poesia, che avevo dimenticato. La scrissi in occasione della morte di Franco Pisano sul vecchio blog Moltinpoesia (qui). Controllando l’assenza sull’attuale sito di Poliscritture  anche del ricordo  di Pisano scritto da Roberto Bugliani il 23 gennaio 2013,  ripubblico entrambi i testi. Per onorare ancora la figura di un militante dei nostri tragici anni ’70. [E. A.] Continua la lettura di Recupero di due ricordi di Franco Pisano

Gianfranco La Grassa

Gianfranco La Grassa prosegue, con quest’ultimo saggio, il suo percorso di revisione e innovazione teorica al fine di individuare e interpretare le principali direttrici sociali che operano nel mutamento della fase presente e che gettano nuova luce anche sul passato. Come diceva Marx: è sempre l’uomo la chiave per l’autonomia della scimmia e oggi, agli esiti a cui sono giunti avvenimenti e fenomeni sociali, risulta necessaria un’opera di palingenesi scientifica per orientarsi nel mondo in piena riconfigurazione.

La visione concettuale di La Grassa, pur riveniente dalla sua formazione marxista, è definitivamente uscita dalla prospettiva di Marx e si è incanalata nell’analisi di elementi politici e sociali che il pensatore tedesco non avrebbe mai potuto considerare fino in fondo, in quanto figlio di un’altra epoca – in cui parevano essere preponderanti altri fattori (vedi quello economico-produttivo) – ormai definitivamente tramontata.

Nel pensiero di La Grassa, è la Politica, intesa in senso ampio come serie di mosse strategiche per la supremazia che avvolge e penetra ogni sfera sociale, il principale motore della Storia. Quest’ultima è scontro acerrimo tra élite dominanti, in ambito economico-finanziario, politico-militare e ideologico-culturale. L’ordine è volutamente sparso e non gerarchico perché non ci sono punti di riferimento saldi, se non la Politica stessa così significata. La Politica, in questo ripensamento, è condizione unificante dell’intero spazio sociale, laddove per unificazione non si intende semplificazione ma espansione ed approfondimento di scenario, considerata la capillarità dei conflitti, visibili o meno (di solito quelli nascosti sono sempre più essenziali), che scuotono costantemente la vita sociale degli esseri umani.

In questo quadro concettuale in cui vengono a riprofilarsi i gangli primari delle varie formazioni sociali, o meglio la nostra lettura degli stessi, è lo scontro tra dominanti, per il potere e l’egemonia, quel che caratterizza meglio il mondo, e non, come invece si era troppo a lungo creduto, la lotta di classe tra “liberi e schiavi, patrizi e plebei, baroni e servi della gleba, membri delle corporazioni e garzoni, in breve, oppressori e oppressi”. Certamente anche le lotte di classe sussistono ancora ma il posto loro assegnato, “nella trasformazione rivoluzionaria o… nella comune rovina” sociale è stato derubricato. Non da La Grassa, ma dai fatti

Segnalazione


Gli scritti proposti in questo libro rappresentano un tentativo di aggiornare il dibattito intorno alla formazione sociale capitalistica (o dei nuovi capitalismi), partendo da Marx ma per giungere a comprendere le trasformazioni, in larga parte inesplorate, dei nostri tempi. Si tratta di fornire una teoria e una prassi, anche attraverso riflessioni e rivisitazioni storiche, che possano sostituire marxismo e comunismo del passato nella lotta contro i sempre più pericolosi predominanti odierni. Come evidenziato nell’introduzione al volume, ri-cominciare da Marx […] è sempre utile per indicare gli sbocchi non previsti dal suo pensiero, le sue ipotesi saltate per aria, e fondare, su rinnovate basi scientifiche, l’analisi della società in cui viviamo. Un lavoro che l’autore porta avanti da lungo tempo facendo storcere il naso a chi, per convinzioni personali, snobismo o convenienza, rifiuta il minimo disallineamento rispetto a quell’ortodossia marxista che La Grassa indica invece come uno dei maggiori ostacoli alla comprensione di un mondo in marcia verso il multipolarismo.

Guerra in Ucraina. Prese di posizione (6)

a cura di E. A.

L’articolo di Alberto Negri, L’Europa torna il Continente selvaggio, pubblicato il 25 febbraio 2022 su “il manifesto” (qui)  coglie bene alcuni punti decisivi degli eventi in corso:

1. L’ambigua vittoria di Putin.

È una vittoria ma solo nel breve periodo. (E anzi forse si sta rivelando controproducente). Essa potrebbe essere pagata ad un costo molto alto dalla Russia. Perché  quando Putin parla di «denazificazione» dell’Ucraina sembra di tornare al 1945, ad una Europa «sepolta sotto le macerie del più devastante conflitto della storia». Si tratta, dunque, di un regresso al Novecento dai cui orrori molti credevano di essere usciti definitivamente. Putin, invadendo l’Ucraina,  ci ha fatto «rientrare nel secolo dei massacri europei, visto che quelli più recenti, nella ex Jugoslavia, li aveva[mo] dimenticati».

2. La conferma dell’indebolimento della politica imperiale degli USA di Biden.

«Dopo il disastro del ritiro nell’agosto scorso dall’Afghanistan, [Biden] incassa uno schiaffo sonoro da Mosca. Prima i talebani, adesso i russi». E «in termini più ampi di geopolitica vede Mosca scivolare sempre di più nelle braccia di Pechino, che mantiene comunque una linea prudente: la Cina, maggiore partner commerciale di Kiev, non ha riconosciuto l’annessione russa della Crimea e nonostante i grandi accordi economici e sul gas con Putin invita «le parti a esercitare moderazione e a evitare che la situazione vada fuori controllo». Inoltre, la Turchia, «membro della Nato», che ha espresso il suo appoggio all’integrità territoriale dell’Ucraina, resta saldamente «legata alla Russia di Putin da cui riceve la maggior parte del gas, con cui ha in costruzione centrali nucleari e dalla quale ha persino acquistato le batterie anti-missile S-400».

3. Ridimensionamento politico e militare dell’Europa.

Alberto Negri sottolinea la rottura tra Russia ed Europa: « la Russia si allontana dall’Europa in una deriva tragica per gli europei e per gli stessi cittadini russi»; ma anche il fatto che «la Germania conta nulla e rischia di perdere la centralità che aveva con Merkel»; la teatralità del presidente francese («Macron è un gesticolatore») e la sudditanza opaca degli altri statisti europei («gli altri non esistono, se non quelli dell’Est, in prima linea come i polacchi»). L’evidenza di questa subordinazione degli europei Negri la  ravvisava – ricordare che l’articolo è del 25 febbraio – nelle  misure «paralizzanti» annunciate dagli Usa (e negli ultimi giorni ormai scandalosamente confermate [1]), che «investono il sistema finanziario» e colpiranno anche «il settore energetico». E prevedeva tempi duri: «L’Italia e l’Europa importano oltre il 40% dei loro consumi di gas dalla Russia e il 25% del petrolio, in pratica la guerra di Putin contro l’Ucraina finora l’abbiamo finanziata anche noi. Così siamo al punto che non ci restano altre alternative che sopportare le conseguenze di un conflitto che arriva diritto dentro le nostre case colpendo il portafoglio e le speranze di pace».

[1] 27 febbraio 2022

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Al volo. Afghanistan (1-6)

Scrap-book da Facebook

a cura di Ennio Abate

1. Damiano Aliprandi

Hanno fatto la guerra, sconfitto apparentemente i talebani, ma senza ragionare a lungo termine. Per essere pragmatici, la sola soluzione per l’Afghanistan era di lavorare con le tribù e i leader provinciali per creare una reazione ai talebani. Invece hanno creato un esercito nazionale del tutto innaturale, talmente innaturale che è evaporato all’istante appena i talebani hanno fatto “Buh”! E ora gli occidentali scappano , per gli Usa non vale più la pena rimanere lì. Trionfa il cinismo. Ma essere cinici davanti a queste donne, penso a quelle giovani che sono nate in questo ventennio, ci vuole davvero uno stomaco forte.

(Damiano Aliprandi, commento a
Lanfranco Caminitihttps://www.facebook.com/lanfranco…/posts/3143256582576179)

2. Roberto Buffagni

E’ andata male – che sia andata male lo prova il fatto che non vi sono né vi saranno basi americane in Afghanistan – per le ragioni che Andrea [Zhock] riassume e probabilmente anche per quelle che spingono invece te a dire che “gli americani non hanno perso”, ossia perché evidentemente il “complesso militare industriale” americano non ha testa, non ha un centro direttivo strategico coerente come lo ebbe l’Impero britannico, ma agisce in modo acefalo secondo imperativi endogeni, cristallizzazioni di interessi e spinte istituzionali che i centri direttivi strategici imperiali non riescono a influenzare e guidare in modo sufficiente. Perché le cose stiano così non lo so. Forse perché il ceto dirigente USA non si raccoglie più intorno a una egemonia WASP e anglofila, molto coesa, come un tempo. Fatto sta che le cose stanno così, e che quindi gli americani hanno perso ( = se non raggiungi l’obiettivo strategico della guerra hai perso). Sono settant’anni che gli USA non vincono una guerra.

(da https://www.facebook.com/roberto.buffagni.35…)

3. Stefano Azzarà

Più realista del re e incapace di apprendere, la Sinistra Imperiale italiana – indifferente alla tragedia di un popolo ritenuto incapace di intendere e di volere – invoca gli Stati Uniti affinché proseguano l’occupazione e la spoliazione dell’Afghanistan, in nome della democrazia liberale occidentale e richiamandosi oscenamente a Gino Strada.
Anche alcuni di coloro che 20 anni fa si erano opposti alla guerra sembrano ormai completamente vinti e conquistati dall’ideologia dirittumanista.

4. Ennio Abate

* La bomba cade
la bomba cade l’afghano
muore
il mercante d’armi brinda il papa prega
il terrorista si prepara il pacifista manifesta
il poeta scrive versi ispirati
alla bomba che cade
all’afghano che muore
al mercante d’armi che brinda
al papa che prega
al terrorista che si prepara
al pacifista che manifesta
contro la bomba che cade
sempre su un altro: afghano, irakeno, kosovaro, ceceno, etc.
che muore
che non brinda che non manifesta che non scrive versi
che lontano, lontano
riceve solo la bomba della nostra intelligenza.
Dicembre 2007

P.s. 2021
Ahi noi, neppure più “il pacifista manifesta”…
5. Brunello Mantelli
L’analogia Kabul 2021 – Saigon 1975 mette l’accento su chi si ritira (gli USA), mentre l’analogia Kabul 2021 – Phnom Penh 1975 mette l’accento su chi entra (Khmer Rossi 1975, Taliban 2021). IN entrambi i casi, ed al di là dei lessici usati dagli uni e dagli altri, si tratta di eserciti formati da contadini che si rovesciano sulle città, sottomendole e puntando a distruggerle in quanto simbolo della negatività, di ciò che si contrappone a valori altri di cui essi si fanno portatori.
Che poi un paese come l’Afghanistan, ancorché arretrato, possa sopravvivere senza città centro di commercio, senza borghesia del bazar, senza – in particolare – donne inserite in pieno nel tessuto sociale e produttivo (ancorché oppresse, diseguali, costrette a conciarsi come spaventapasseri) è ovviamente opinabile.
Di donne istruite ed attivamente inserite non può fare a meno l’Iran (sebbene governato da una clerocrazia maschile e maschilista), non possono fare a meno gli Emirati del golfo (quantunque governati da emiri degni di un’operetta viennese del XIX secolo), ne può per ora (!) fare a meno la sola Arabia Saudita, che compra la subalternità delle donne saudite con i privilegi che può loro garantire grazie e al petrolio, e allo sfruttamento di una massa di iloti senza diritti fatti venire dagli altri più poveri paesi musulmani.(DA https://www.facebook.com/brunello…/posts/4791260787568841)

6. Gianfranco La Grassa

Credo che non stiano accadendo al momento cose terribili in Afghanistan. Vedremo se i talebani manterranno o meno quanto detto. Ma ciò non dipende affatto da un loro novello spirito “aperto”, ma da quello che non sappiamo circa i motivi del ritiro americano, di qualche accordo che sicuramente c’è stato ben al di là di quello ufficiale di pura facciata (e quindi non mantenuto con la piena consapevolezza dei dirigenti USA), ecc. ecc. Staremo a vedere. Gli USA hanno dovuto comunque accettare di farci una qualche figuraccia.

(DA https://www.facebook.com/gianfran…/posts/10220214549944012)

Gli anni Settanta nel «panorama storico» di Gianfranco La Grassa

Articolo uscito sul n.8 cartaceo di POLISCRITTURE (dicembre 2011) scaricabile qui

di Ennio Abate

Tempo fa un giovane storico mi confidò che, a suo parere, molti colleghi più anziani di lui erano rimasti fissati (questo il termine usato) agli anni Settanta. Non gli dissi che anch’io, senza essere storico, torno spesso su quegli anni; e, anzi, ho tentato invano di indurre amici, che come me da lì politicamente e culturalmente vengono, a rifletterci assieme. La damnatio memoriae non cede. Ogni tanto, però, scopro con piacere  che qualcuno non li liquida come «i peggiori della nostra vita»[1] e ci torna su quegli anni in modi non banali. È il caso di Raffaele Donnarumma, che in un saggio dedicato al «terrorismo nella narrativa italiana»,[2] si attesta sulla posizione moderata di chi «combatte da anni per impedire l’equiparazione tra gli anni Settanta e gli anni di piombo»[3] e così sintetizza il trapasso da un’epoca a un’altra avvenuto allora: 

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