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Per Pierino Manni

di Romano Luperini

Ho conosciuto Pierino nel 1980, quando ho vinto la cattedra di ordinario all’università e mi sono trovato sbalestrato in quella di Lecce. 17 ore di treno e altrettante al ritorno tutte le settimane, salvo accorgermi poi che ero uno dei pochi ordinari a insegnare e i più se ne stavano tranquillamente a casa facendo lavorare gli assistenti al loro posto. In due anni per esempio non ho avuto mai modo di conoscere il titolare dell’insegnamento di Letteratura italiana che pure veniva da Roma e non da Siena come il sottoscritto. D’altronde la disorganizzazione era totale e la Facoltà di Lettere dell’università di Lecce allora era piuttosto un luogo dove esibire un potere locale che una istituzione addetta alla istruzione superiore. Ricordo lo stupore dei colleghi e dei segretari quando chiesi una macchina da scrivere nel mio ufficio per lavorare. Cercai di rimediare organizzando un libero seminario di letteratura contemporanea a cui potevano partecipare tutti gli interessati, anche se non erano studenti universitari. Così conobbi Annagrazia Doria e poi il marito, Pierino. Entrambi insegnanti, avevano deciso di svolgere la loro funzione all’interno del carcere minorile di Lecce, in modo da unire impegno civile e culturale (costante intreccio del loro modo di intendere la vita). Diventammo amici. Cenavo spesso da loro che mi allettavano comprando i dolci più squisiti della città che poi io e il loro figlio, allora all’incirca dodicenne, divoravamo con grande diletto. Poi cominciai ad andare a dormire a casa loro, usufruendo della loro generosità e ospitalità.

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Il tarlo di Genova. Commento

Tabea Nineo, disegno 1987
da SAMIZDAT COLOGNOM foglio semiclandestino per l’esodo
Numero 3 aprile-settembre 2001

di Ennio Abate

Genova 18 anni dopo. Ripubblico quanto scrissi – isolato allora come oggi – su una rivistina fotocopiata che distribuivo a mano agli amici. I problemi qui accennati sono gli stessi che ho appena ridiscusso in questi giorni qui e qui. [E. A.]

1.

Cosa sentivo e pensavo prima dei fatti di Genova?

Prima: ero curioso e attento alla galassia “antiglobalizzazione”, ma ne sono rimasto distante per varie ragioni. Non condivido la sua enfasi ottimistica sui diritti umani. Ero scettico verso la scelta del “dialogo alla pari” continuamente cercato con i rappresentanti del governo. Mi sento estraneo alla sua ideologia: un pacifismo così assolutizzato, profondamente dominato dall’impostazione della Chiesa cattolica – un nuovo Super-ego “non-militante”, molto oratoriale (Rete Lilliput) o neopopulista (la rivista Carta), ben espresso nelle sbrigative tesi di Marco Revelli nel suo Oltre il Novecento.

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