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Romano Luperini e l’incompiutezza del Sessantotto

Su Romano Luperini (2)
Due ricordi e qualche spunto di ricerca

 

di Ennio Abate

Questa è la versione estesa dell’articolo che, con il medesimo titolo, è stato pubblicato  il 26 aprile 2026 su Sinistra Sindacale (qui).

Inizio questo scritto con due ricordi.
Primo ricordo. Gli ultimi decenni di vita di Romano Luperini sono stati segnati dalla malattia e da numerosi ricoveri per interventi chirurgici.[1] In questi passaggi da una clinica a un’altra, – così mi scrisse nel 2012 – «per combattere l’insonnia feroce», compose una manciata di versi – (per modestia li chiamò «versicoli») -, intitolandoli «Poesie. Reparto di oncologia». Di essa riporto questi:

Le stagioni

Dopo i rulli dei tuoni
nel trambusto del cambio turno, all’alba,
sui cornicioni scroscia la pioggia.
Da una clinica all’altra
ho sentito passare le stagioni
senza sentire sulla pelle l’aria,
la brezza della primavera, il solleone d’agosto.
Ora è l’autunno, e fosse solo suono e concetto,
non lama, non scalpello!

Il secondo ricordo è la testimonianza dell’ultima visita di Luperini  a Franco Fortini ammalatosi e poi deceduto nel 1994:

Tornavo dall’estero e dall’aeroporto di Milano mi sono fatto portare a casa sua in taxi. Sapevo della gravità della sua malattia, delle due operazioni che già aveva subito. Sulla porta mi abbracciò. Con gli anni era diventato assai meno rigido e duro, e addirittura si mostrava con me, nonostante qualche inevitabile urto, veramente affettuoso.
Mi apparve più magro e più bianco. Ma parlava come sempre, lucido e inarrestabile. Stavo per partire per il Canada e non sapevo se l’avrei mai più rivisto. Eppure ragionammo di cose da fare, di libri usciti, di articoli che avrebbe scritto per “Allegoria”. Richiesto, accennò alla propria malattia, ma con distacco e consapevolezza, evitando i particolari e qualsiasi indulgenza per aspetti che avrebbero potuto sembrare patetici. Pensai per un attimo al suo ribrezzo per la scompostezza e per la visceralità, e a quanto aveva dovuto ferirlo, anche dentro, nel buio dell’inconscio, quel tipo di male. Ma subito mi distrassi: la sua voce mi chiamava ad altro
.[2]

Se, come ha sottolineato Emanuele Zinato su Jacobin, «nell’ultimo ventennio del secolo [Luperini] si è trovato davanti alla vittoria del Capitale, che ha spazzato via i legami sociali e l’agire collettivo di tutto il ciclo di lotte del Novecento e che non ha risparmiato l’università e la scuola, rendendole sempre più servili e simili a un’azienda»,[3]  non dovrebbe stupire l’avere messo in primo piano due momenti che rimandano al dolore, alla fragilità della vita , alla necessità di «guardare in faccia il “biologico”, l’“irrazionale”, l’“inconscio” [per] dargli luogo nella nostra prospettiva [politica]». [4] Si tratta – diceva Franco Fortini  – di aspetti di «un ordine di verità, che non si risolve nell’ambito dell’ideologia politica del movimento operaio»;[5] e che Luperini ha sempre tenuti presenti: sia nei momenti più intensi della sua partecipazione alla vita politica e letteraria dell’Italia del secondo Novecento e ancor più  nella fase estrema della sua vita.

Militante[6] e studioso formatosi con Luigi Russo e Sebastiano Timpanaro, Luperini esordì con studi sulla narrativa di Verga («Pessimismo e verismo in Giovanni Verga», 1968), rompendo con lo storicismo progressivo della cultura di sinistra del dopoguerra.  Proseguì con ricerche d’impostazione marxista  sugli scrittori vociani e su Montale, Tozzi, Pirandello, Fortini e Svevo, ma sempre in aperto confronto con le correnti più significative del pensiero novecentesco, dallo strutturalismo alla psicoanalisi all’ermeneutica. Fu fondatore e direttore di riviste letterarie[7] e professore di Filologia e critica letteraria per quarant’anni all’Università di Siena.[8]  E, infine, a partire dal 2002, fu narratore.[9] 
A metà strada fra impegno politico e impegno su temi esistenziali e antropologici sta  «L’incontro e il caso» (2007),  una profonda analisi tematica dei testi dei grandi narratori europei tra Otto e Novecento; per Zinato «forse il suo lavoro più ardito» e, secondo me, punto di svolta nella sua produzione e preludio alla riscoperta, non a caso  in coincidenza con la crisi della funzione di critico letterario  come l’avevano praticata i suoi maestri e lui stesso, della sua vena narrativa.  Tanto che mi sento di dire che, come in questo libro complesso e originale Luperini ha teorizzato che   dopo il 1848 nella  letteratura borghese evapora l’esperienza e si privatizza il concetto di destino, qualcosa di simile  accade anche
per la sua scrittura. Con un avvitamento verso il  tragico di un  «composita solvantur»  di un’intera cultura ,che l’accosta ancora più ai suoi due  dichiarati e pur tra loro dissonanti maestri: Sebastiano Timpanaro e Franco Fortini.

 Nelle tappe di questo percorso fatto di opere e di scelte – dalla tesi su Verga alla partecipazione ai moti del Sessantotto, dalla carriera di docente universitario e critico letterario alla riemersione nella narrativa del lato esistenziale –  mi pare possibile  suggerire un filo unitario, che  mi pare distingua Romano Luperini dagli intellettuali “universali” della tradizione.  E l’ho colto proprio in un suo breve saggio del 1986, «La lotta mentale. Per un profilo di Franco Fortini», dove Luperini  coglieva nitidamente le differenze di fondo tra Fortini – poeta dell’inibizione, del controllo formale e del distanziamento critico –   e Pasolini – poeta dell’esibizione, della visceralità e dell’eccesso vitalistico.
Ebbene, a me pare che Luperini sia stato l’intellettuale che più si è dibattuto tra le due polarità o personalità , da lui così ben rappresentate.

In politica, differenziandosi da Fortini, ha tenuto  salda una  critica radicale al  terzinternazionalismo, difendendo anche nell’ultimo libro scritto assieme a Beppe Corlito, la spinta libertaria e utopica del Sessantotto.[10] In campo letterario si è mosso tra il rigoroso materialismo timpanariano e il marxismo critico di matrice adorniana e fortiniana, senza però ma trascurare – altro aspetto di  ricchezza e inquietudine della sua ricerca –  “lo spettro della psicanalisi».[11] Mentre nel campo dell’insegnamento ha individuato nella scuola un luogo di resistenza “gramsciana” alle – come si dice oggi –  “derive neoliberali” in vista di un  “ampliamento della democrazia”, con  un’ attenuazione della interrogazione in Luperini  ben presente sull’essere comunisti a favore di una interrogazione – più realistica o  più rassegnata? – sull’essere democratici.[12]

Nella vicenda biografica, politica e letteraria di Romano Luperini  sono presenti contraddizioni evidenti ma fertili: tra ricerca teorica e pratica politica, tra militanza e ruolo istituzionale, tra analisi critica e scrittura narrativa. Egli è stato certamente «il catalizzatore delle potenzialità altrui, il suscitatore di destini» (Pietro Cataldi, 12 aprile 2026), ma conservando una componente inquieta e tentata dal tragico,  corroborata  da una sintonia esistenziale e materialistica con la grande lezione di Verga (e Timpanaro) e in irrisolto contrasto con la sua partecipazione al ’68. Si può, dunque, parlare di una incompiutezza del Sessantotto che si riflette nel travaglio e nell’opera di Luperini, soprattutto se lo si confronta con Fortini e Timpanaro, i maestri da lui scelti? A me pare di sì. O almeno questa è la mia ipotesi che guida la mia riflessione  su

 

Note

[1] Andrea Cortellessa, commemorandolo, ha ricordato che «un’operazione alla carotide gli aveva deformato la bocca e rovinato la voce».(Il manifesto, 12. 4. 2026)

[2] https://www.poliscritture.it/2023/09/30/se-tu-vorrai-sapere 

[3] https://jacobinitalia.it/romano-luperini-l-eredita-di-un-maestro/

[4] F. Fortini, Un mezzo litro dopo «Sussurri e grida», in Disobbedienze I, pag. 51, manifestolibri, Roma 1997

[5] F. Fortini, idem, pag. 50

[6] Nel 1965 fondò a Pisa la rivista Nuovo impegno e  partecipò attivamente alla contestazione del 1968, finendo  per tre mesi in carcere nella primavera di quell’anno. Fu prima nel Potere operaio pisano con Adriano Sofri e Luciano Della Mea, poi nella Lega dei Comunisti, più tardi nella direzione del Quotidiano dei lavoratori e, dopo la fine dell’esperienza di Avanguardia Operaia nel 1976, fu dirigente di Democrazia proletaria.

[7] «L’ombra d’Argo» negli anni Sessanta, «Allegoria», che aveva come sottotitolo «per una teoria materialistica della letteratura» negli Ottanta, «Moderna» alla fine dei Novanta. Collaborò anche con «L’Immaginazione», edita a Lecce; e poi con «L’ospite Ingrato» del Centro Studi Franco Fortini di Siena.

[8] In questo campo vanno ricordate le sue opere:  Il Novecento (1981), L’allegoria del moderno (1990), La scrittura e l’interpretazione, in collaborazione con Pietro Cataldi (1999), Breviario di critica ( 2002),  Tramonto e resistenza della critica (2013).

[9] Con «I salici sono piante acquatiche», cui seguirono «L’età estrema» (2008), «L’uso della vita» (2013), «1968» (2014), «La rancura» (2016) e «L’ultima sillaba del verso» (2017).

[10] Romano Luperini e Beppe Corlito, Il Sessantotto e noi. Testimonianza a due voci, Castelvecchi, 2024

[11] Michele Ranchetti , Scritti diversi III , Edizioni di storia e letteratura, Roma 2000

[12] Si veda l’attività, iniziata, dal 2012, del blog «La letteratura e noi», da lui diretto. Ma mi permetto di rimandare anche alla mia  critica all’ultimo suo libro, «Il Sessantotto e noi» (2024), scritto assieme a Beppe Corlito (qui) ,  tanto più sofferta  perché non c’è stata più la possibilità di  confrontarmi direttamente con lui.

 

 

Su Romano Luperini (1)

di Ennio Abate

Ho seguito per decenni, assieme al lavoro di Fortini, quello di Romano Luperini. Sono stato abbonato quasi dall’inizio a due delle riviste da lui fondate e dirette: L’ombra d’Argo e Allegoria. E ho avuto  con lui anche scambi di mail intensi e fiduciosi tra 1997 e 2002 e poi vari momenti di collaborazione. Con la ripubblicazione di questo articolo del 2007, comparso in quell’anno sul vecchio sito di Poliscritture, ora non più accessibile, comincio un mio ripensamento della sua figura, partendo dai saggi o dalle opere sue che ho letto. E, per ora, senza alcuna preoccupazione di sistematicità o di completezza. [E. A.]

L’INCONTRO E IL CASO  di Romano Luperini (Laterza 2007)
Sotto il dominio del caso. Questo il destino dell’uomo occidentale?

Il tema dell’incontro con l’altro  – quasi sempre tra un uomo e una donna e spesso confinato nell’immaginario o scontro dissimulato – è al centro di questo libro.

Luperini ne studia la presenza e la funzione narrativa in undici opere, veri monumenti del grande romanzo borghese sviluppatosi nei «paesi industrializzati dell’Europa dell’Ovest» (p. 10) nel periodo che va dal primo Ottocento al 1922 circa, da lui definito «della piena modernità e della svolta modernista, contrassegnato dal fallimento della rivoluzione democratica del 1848» (p. 8). Solo rapidi cenni sono dedicati (per ora) al resto del Novecento, per cui il baricentro del saggio è, di fatto, dentro la storia europea che precede l’avvento dei fascismi. In ordine di trattazione troviamo capitoli riguardanti Manzoni, Flaubert, Maupassant, Svevo, Proust, Musil, Verga, Joyce, Pirandello, Tozzi e Kafka.

La tesi dell’autore è precisa ed unitaria: in questi scrittori si coglie limpidamente il passaggio dalla narrazione alla descrizione (formula accolta da Lukács); e il tema dell’incontro (il particolare), agli inizi reale ed essenziale perché inserito «in un progetto o in una parabola» (l’universale), diventa sempre più momento inessenziale di «una esistenza ridotta a sperpero di atti minuti e casuali» (p. 8) che  si smaterializza o evaporata in epifanie o in allegorie.

Ad esempio, tanto sono «di necessità assoluta» (p. 13) gli incontri tra Lucia e l’Innominato nei Promessi sposi di Manzoni o, prima, di  Isacco e Rebecca nel libro biblico della Genesi (p. 12) o quelli (con Paolo e Francesca, con Farinata, con Ulisse)  della Commedia  di Dante, tanto non lo è più l’incontro in riva al mare di Leopold Bloom con Gerty MacDowell nell’Ulisse di Joyce, specie se confrontato con il faccia a faccia fra Ulisse e Nausicaa (p. 11) nell’ Odissea.

Si passa, dunque «dall’esperienza dell’incontro all’incontro come fine dell’esperienza» (p. 9), col risultato di «un distacco dalla realtà che porta con sé una impotenza alla significazione» (p. 22). E si tratta di un fenomeno generale, rintracciabile nel romanzo, nella novella e pure nella lirica: À une passante di Baudelaire è l’archetipo del «tema moderno dell’incontro con una donna portatrice di una inquietante seduzione erotica», al quale si rifanno a cavallo tra Otto e Novecento i romanzieri e gli scrittori di novelle (p. 25).

Questo processo – una parabola discendente -, che investe il tema dell’incontro, segnala per Luperini la nascita di una «nuova antropologia»: la «fiducia nella libertà e nella responsabilità dell’uomo, nella sua capacità di confrontarsi con l’altro» viene meno e il romanzo testimonia la nascita di un uomo «sempre più dipendente da pulsioni inconsce e dal potere del caso» (p. 11) e, perciò, incapace «di incontrarsi, di dialogare, di trasformare l’interlocutore e di poter conoscere e dominare il mondo» (p. 33). Per Luperini questo tipo di uomo è un esito storico, è il «destino dell’uomo occidentale».

Il saggio offre, dunque, un quadro sostanzialmente negativo e tragico della storia (europea). E anche se viene ribadito il rifiuto delle filosofie deterministiche e nichiliste e Luperini presenta questo processo come «una spirale che può ritornare su se stessa» e non un moto «unidirezionale e rettilineo» (p. 33), il vero emblema che domina il suo saggio è la figura kafkiana dello «spettatore impotente», considerata «ancora tragicamente attuale» (p. 34).

L’incontro e il caso è un ottimo esempio di  buona critica letteraria. Svolge, infatti, in modo chiaro un discorso complesso, compatto e d’ampio respiro; ed è rigoroso nelle argomentazioni, profondo e fine nell’applicazione degli strumenti storici, antropologici e psicanalitici all’analisi dei testi. Una rarità oggi.

Eppure, per salvaguardare i meriti di questo libro, credo che si debba metterne in discussione il suo cuore: la visione tragica, particolarmente affascinante e tentatrice in quest’inizio secolo, che continua a smantellare nella cronaca e nella storia ogni idea di Ragione, di Progresso, di Socialismo e di Comunismo.

Nessuna pretesa di contrapporgli una prospettiva “positiva”. Siamo, infatti, ancora tutti troppo prigionieri dei fallimenti storici del Novecento. Si tratta soltanto di affiancare al suo discorso critico che, pur «privo di garanzie», appare a prima vista quasi irrefutabile, delle obiezioni, che partono da una scommessa di segno leggermente diversa e si muovono in bilico tra alleanza e dissenso con la sua impostazione tragica:

1.
Non credo che si possa parlare di «destino» né di «uomo occidentale». La storia è andata com’è andata, ma c’entrano proprio gli uomini e non il destino. E tra gli uomini occidentali ci sono stati, e ci sono ancora oggi, gli spettatori impotenti (e spesso vittime) e i potenti e aggressori. Sarebbe bene non mescolarne le vicende in un’unica storia “occidentale”, quella dei vincitori, e proteggere la verità (o le piccole verità) di quelle dei vinti. Chiederei, insomma, un supplemento d’indagine sulla storia ferocemente conflittuale scaturita per l’ambivalenza della modernità, che qui Luperini dà invece per conclusa; e cercherei altre tracce piccolo borghesi o proletarie lasciate sia nei documenti ma anche in monumenti non canonici o esclusi dal grande canone europeo.
Ci sono stati, infatti, eventi e movimenti nella storia europea che sono andati in controtendenza rispetto ai fenomeni che inducono Luperini a parlare di «nuova antropologia» e di trionfo della «cultura della vita privata». Della rivoluzione borghese del 1848 qualcosa di fecondo rimase. E, se non per noi europei, per i popoli dagli europei poi colonizzati, che a valori della rivoluzione borghese si richiamarono per emanciparsi. Certo, dopo quel 1922, che è il termine del periodo esaminato da Luperini, abbiamo avuto i fascismi. Ma ci sono state anche le Resistenze e le lotte anticoloniali. E queste, anch’esse sconfitte o aggirate come la rivoluzione borghese del 1948 o le successive rivoluzioni socialiste, animano ancora oggi lotte solo in apparenza incomprensibili o estranee all’Europa.

2.
Non sono convinto che il modernismo costituisca davvero «uno spartiacque […] assai più decisivo e radicale di quello segnato dal cosiddetto postmoderno nella seconda metà del Novecento» (p. 319). Il postmoderno ha molte facce. Non è riducibile solo a quella ilare, ottimistica e cinica. In altri termini, non credo che si possa affermare che «il destino dell’uomo occidentale, quale era stato avviato un secolo prima dalla rivoluzione industriale, si [sia] deciso in quegli anni» (p. 319). Forse si sta decidendo ancora oggi.

3.
Fondamentale mi pare la domanda, che – suppongo – molti lettori de L’incontro e il caso si sono fatti e che Luperini stesso riprende nelle conclusioni del libro: «E dopo?» (cioè dopo il 1922).
Se essa, però, non fosse un punto di partenza per nuovi interrogativi, il suo saggio resterebbe un riepilogo – serio, senza sbavature o concessioni – della cultura borghese europea e una sorta di nobile testamento della sua tragica fine.
Paradossalmente e contro le false evidenze costruite dal revisionismo storico, mi arrischio a dire che il senso tragico di questo libro potrebbe essere corretto con la continuazione della ricerca su quel resto del Novecento per ora non trattato e che, a prima vista, si presenta come una notte buia dopo il languido ottocentesco tramonto borghese.

4.
Metterei anche in discussione la scelta della tipologia di incontro con l’altro qui studiata. Gli incontri o i mancati incontri trattati dai grandi romanzieri borghesi avvengono, in effetti, tutti nella sfera privata.
Nessun dubbio che essi, pur lasciandola sullo sfondo, parlano – metaforicamente o per metonimia – anche della condizione storica del loro tempo e di una condizione umana in generale; o che, essendo le loro opere degli indiscussi monumenti e non meri documenti, il critico della letteratura debba privilegiarle e studiarle con apposita strumentazione.
Resta però un fatto: l’orrore storico, quello vissuto dai molti, non è la stessa cosa dell’orrore, che i romanzieri borghesi hanno letto individualisticamente e presentato in modi obliqui e allusivi.
Il monumento (il grande romanzo), per quanto esteticamente eccezionale, non sostituisce (e non esaurisce) le verità che possono trovarsi nella realtà (e, in parte, nei documenti che ci restano). Spesso poi nei documenti ci può essere un certo tipo di altro, che nei monumenti non è rientrato o non può rientrare. Anzi, talvolta, lo stesso splendore delle grandi opere può agevolare la messa tra parentesi dell’«orrore storico» e distrarre dalla sua non semplice indagine e comprensione.
Né vanno dimenticate le rimozioni operate dagli stessi grandi scrittori. C’è sempre da sospettare (una volta lo si faceva!) della connivenza e complementarità tra «cultura della vita privata»  e cultura della vita pubblica. La loro attenzione alla vita privata, soverchiante e unilaterale, è anche accettazione, sopportazione (di fatto) dell’«orrore» su cui si regge  quella pubblica borghese. Un critico non può trascurarlo. Ed allora – mi dico, sapendo di scandalizzare qualcuno – è assurdo ipotizzare che, prendendo le distanze dalla vita pubblica o venendone emarginati, si riduce anche il valore estetico delle loro opere e non solo quello documentario, a cui l’arte – si sa – non è strettamente obbligata?

5.
Questa ipotesi ha un senso. A meno di non sostenere che la grandezza estetica delle opere debba chiudere la bocca a noi tutti. Oppure, che la loro grandezza nasca proprio dall’accettazione dell’orizzonte privato come destino. O ancora, che l’insistenza di altri scrittori – lo stesso Luperini offre gli esempi di Levi e Fenoglio, ma per il Novecento numerose potrebbero essere le aggiunte, credo…- nel confrontarsi direttamente con la storia e a trattare l’incontro con i molti, invece che l’incontro con la donna, – e, perciò, ad intendere l’altro in tutta la sua complessità sociale e storica – si svilupperebbe solo in straordinari periodi storici (la Seconda guerra mondiale, la Resistenza) e abbia avuto una resa estetica meno “monumentale” e, tutto sommato, secondaria.

6.
Mi si potrebbe accusare di fondare il mio ragionamento “antitragico” più sull’orrore storico che sulla bellezza artistica. Ma in realtà chiedo solo di guardare meglio, senza trovare alibi né nei monumenti né nei documenti, nell’ oscura realtà di quello che, per convenzione, diciamo «orrore storico».

7.
Non ho le competenze per dire che, esaminando il tema dell’incontro su altri testi dello stesso periodo studiato da Luperini o sui testi del periodo successivo al 1922 (che so, dei futuristi, dei surrealisti, delle avanguardie, del neorealismo), la lettura del “destino” dell’uomo occidentale da lui proposta possa vacillare.
Credo, però, che in tutto il lungo Novecento, sia possibile interrogare vari scrittori che hanno rifiutato la rigida divisione tra privato e pubblico e hanno fatto emergere una possibile dimensione comune, dove privato e pubblico non siano separati o del tutto contrapposti, ma appaiano quantomeno contigui e più fluidamente intrecciati che nel grande romanzo borghese.

8.
Un’ultima obiezione riguarda il residuo di marxismo ancora operante in questo libro. Credo che per L’incontro e il caso si debba parlare di un crescente peso nella ricerca di Luperini della componente psicanalitica e antropologica (Cfr. i riferimenti a C. Taylor, a Freud, ad Orlando) rispetto alla lezione marxiana, più in primo piano nella sua precedente produzione e che qui pare circoscritta ad alcuni autori (Adorno, Lukács, Benjamin), con un evidente ridimensionamento degli apporti marxiani più sociologici e una (sorprendente per me) assenza (di fatto) di Fortini, pur suo maestro riconosciuto.
Le citazioni dell’ultimo Lukács («L’unica ontologia accettabile […] è quella dell’essere sociale» (p. 34) o di Adorno («esiste civiltà solo dove si può essere diversi senza paura» (p. 35) e la rielaborazione che Luperini è andato svolgendo, sulla scorta di Benjamin, negli ultimi decenni sul «discorso allegorico», gli permettono ancora  di parlare del letterario «per parlare di altro» (p. 36). Ma questo altro, a cui allegoricamente si accenna, sta sul «vuoto». E sul vuoto non si costruisce. Da qui il senso di una mancanza, che potrebbe far scivolare la sua nobile e seria visione tragica verso il “tragicismo”. Dall’allegoria vuota dobbiamo uscire. Questa è la vera scommessa per tutti.

 

Nel buio anche tu come il (nostro) comunismo

( – )
Da oggi il nostro direttore Romano Luperini non è più con noi.
Il nostro dolore è profondo.
Il nostro pensiero va immediatamente ai suoi cari, cui ci stringiamo. Maestro, compagno di strada, amico, in questi anni Romano Luperini ha guidato il nostro blog e la nostra piccola comunità con autorevolezza sempre discreta. Il bilancio di quanto abbia lasciato al mondo della critica letteraria e a quello della scuola italiana sarà enorme. Vi contribuiremo anche noi, quando il tempo del lutto e del silenzio sarà passato.
Grazie per tutto quello che hai fatto e rappresentato per noi.

Addio Romano.

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Apprendo da LA LETTERATURA E NOI la notizia della morte di Romano Luperini. Non scriverò un necrologio. Non dirò del mio rapporto con lui. Fratello amaro e  sempre più a distanza, lo piango e lo onoro continuando a dissentire. Come ho fatto di recente dopo la lettura de IL SESSANTOTTO E NOI (qui). Come feci nel 1999 dopo quella del suo ” Essere comunisti oggi” (Vedi  Appendice e Nota mia qui sotto). [E. A.]

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APPENDICE

Romano Luperini (1999)

OGGI

  1. Una serie di parole (“comunità”, “fraternità”, “uguaglianza”) stanno scomparendodall’uso a vantaggio di altre, opposte (“competizione”, “potere”, “differenza”). Tutt’al più possono essere proferite solo con pudore e quasi con vergogna, oin falsetto. Fra queste, la parola “comunismo”.
  1. Il Novecento si è aperto nella coscienza della relativitào della falsità dei valori universali. Dopo Marx, anche Nietzsche e Freud ne hanno mostrato il carattere parziale e strumentale. Le avanguardie primonovecentesche – politiche e artistiche – sono partite da qui. Anche nel primo Lenin o nel giovane Gramsci l’aspetto critico-negativo è nettamente prevalente su quello ri-costruttivo. Ma, a partire dagli anni Venti, sia la rivoluzione che la reazione hanno avuto bisogno di nuovi valori assoluti. Del pensiero di Marx è stata ripresa non la carica critica ma l’ottimismo progettuale, mentre dallo storicismo e dal positivismo è stata recuperata l’idea di un progresso lineare. L’errore di Marx, enfatizzato dai teorici della III Internazionale, è stato di credere che l’uomo possa uscire dai propri condizionamenti biologici e temporali per tendere a un progresso senza limiti in nome del quale sacrificare il particolare. L’assolutezza astratta dell’universale, identificato nel partitoe nella scienzadel proletariato in esso incarnata, è stata eretta contro la concretezza del particolare, dell’uomo qui e ora. La Verità esisteva di nuovo, ed era garantita dal senso della storia, quale era compreso e indicato dal partito. Si è dimenticato che il comunismo intende solo gestire, in modo comunitario e a livello planetario, la conoscenza dei limiti della condizione umana, della sua materiale particolarità.
  1. Fra anni Venti e anni Sessanta il comunismo è diventato valore assoluto, tanto più astratto e irreale quanto più distante dalla realtà della sua presunta attualizzazione nei diversi modelli “socialisti” di capitalismo di stato. Il comunismo è stato in questo periodo l’utopia di milioni di militanti e la “falsa coscienza” di Stati nazionali, che in suo nome erano autoritari all’interno e imperialisti all’esterno. Quando la distanza fra ideologia e realtà è esplosa drammaticamente, il cosiddetto comunismo realizzato è crollato di colpo, travolgendo non solo la realtà, ma il valore concettuale del termine. Il comunismo è stato sentito come una retorica. E la parola “comunismo” è diventata impronunciabile, come la parola “amore” dopo le Telenovelas.Ma la crisi del comunismo ha coinciso di fatto con quella di ogni valore possibile. La fine del comunismo ha comportato l’annientamento di ogni futuro e l’idea di un eterno presente da cui sarebbe impossibile e assurdo, perché controproducente, cercare di uscire. Non solo è venuto meno l’assoluto o l’universale; è tramontata anche qualsiasi prospettiva capace di unire le particolarità, di superare la mera volontà di potenza e l’egoismo disfrenato dei singoli e di dare senso alla vita. La caduta di ogni alternativa ha posto l’uomo di fronte alla nuda realtà del capitale, alla sua sostanziale amoralità e indifferenza etica. Il neoliberalismo, che mira a distruggere, in nome del mercato, tutte le solidarietà sociali e, con esse, qualsiasi entità collettiva e comunitaria (dallo Stato alla famiglia, dalla scuola pubblica alla vita di paese o di quartiere), è l’ideologia del postcomunismo. Ma essa non può neppure spiegare ai giovani perché non si debbono gettare i sassi dal cavalcavia.
  1. Alla fine del Novecento siano tornati dunquealla stessa situazione dell’inizio del secolo, con in più la coscienza dei terribili errori commessi. Di nuovo il problema è: come fondare, dopo la caduta dell’assoluto e dell’universale, valori laici e relativi e tuttavia capaci di unificare il genere umano? Come dare senso e significato alla vita? La religione cattolica – che ha così larga presa sui giovani in Italia e in Francia -, ma anche le varie sette religiose e l’enorme diffusione del pensiero magico in tutto l’Occidente (dai predicatori televisivi americani ai maghi e agli indovini di paese in Italia) costituiscono una risposta all’essenza di significati dilagata nell’epoca del postcomunismo. Ma ripristinando assolutezze dogmatiche e irrazionalismi alimentari dallo stesso carattere magico e allucinatorio della società dello spettacolo e della televisione. Non si può dare senso alla vita se non ricostituendone una prospettiva di futuro e di trasformazione; se non ritornando a riflettere sulle ragioni prime dei valori, sul loro carattere pragmatico, parziale e caduco ma necessario, sul riferimento che essi comunque postulano all’unità del genere umano – e sulla distanza attuale (moderna e postmoderna) fra termini e cose, fra linguaggio e realtà, che esige di tornare alle origini stesse delle parole, da “amore” a “comunismo”. la prima rivoluzione, qui in Occidente, o sarà culturale, o non sarà. Comunismo ha la stessa etimologia di “comunità” o di “comune”. Forse è da qui che bisogna ripartire. Non dai libri, neppure da quelli della tradizione del marxismo, ma dalle radici: quelle delle parole e quelle dell’essere in quanto essere sociale. Forse solo così è possibile rispondere alla domanda “Che cos’è il comunismo?” .

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II ESSERE COMUNISTI

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  1. Essere comunisti significa che esiste un’unica ontologia:quella dell’essere sociale. Non ci si salva da soli; l’essere umano o è sociale o non è.
  1. Il comunismo è la risposta a un bisogno di significatoche sia capace di unire e non dividere gli uomini. Il comunismo è dunque un valore, prima (assai prima) di essere un programma politico o economico. Oggi si tratta anzitutto di conoscere o di riconoscere tale valore.
  1. Il comunismo è un valore;come tale, non è dimostrabile. Scegliere il comunismo non è scegliere una certezza, ma una possibilità. Si tratta di una scelta a rischio, non garantita da nulla. Basata solo un’ipotesi razionale (l’ontologia dell’essere sociale) e su una necessità etica (è meglio ciò che unisce di ciò che divide).
  1. Il comunismo è consapevole dei limiti della specie umananell’universo, dei limiti di ogni valore e dunque anche di se stesso. Ma, se non sappiamo in assoluto cosa è il Bene, sappiamo tuttavia cosa è il meglio. In ogni circostanza è dato sapere ciò che libera e ciò che opprime.
  1. Il comunismo non si identifica oggi nel progetto di una organizzazione sociale ed economica. Qualsiasi definizione in tal senso appare allo stato attuale soltanto scolastica, dunque inutile. Il comunismo è un percorso, una tendenza, un movimento di liberazione. E’ tutto ciò che si muove per abolire lo stato presente delle cose (Marx). La lotta per il comunismo è il comunismo. “Essere comunisti significa essere in cammino” (Fortini).
  1. Essere comunisti significa credere che l’eguaglianza e la fratellanza degli uomini siano preferibili al dominio di una piccola parte sulla grande massa dell’umanità. Ciò comporta l’esigenza di rimuovere le cause materiali e politiche che sprofondano nella miseria, nella fame, nella non-libertà milioni di uomini. Essere comunisti significa assumere una prospettiva planetaria riguardante la specie umana nel suo complesso. Il pensatore o l’uomo politico che resti nella prospettiva di una nazione o dell’Occidente è solo un provinciale che collabora a un sopruso. Essere comunisti significa che non devono esserci più albanesi. Finche ci sarà un albanese (o un extracomunitario da respingere alle frontiere), ci sarà un comunista perché ci sarà bisogno di comunismo.
  1. Essere comunisti in Occidente significa sapere che,anche in Occidente, anche in Italia, vi sono gruppi di individui dotati di diseguali facoltà di gestire la propria vita, e cioè di gradi diversi di libertà economica, politica e culturale, e che tale diseguaglianza è un disvalore da combattere. Ma significa anche sapere di far parte di una società che condanna al genocidio intere popolazioni e quindi di essere responsabili della fame e della morte di milioni di persone. Essere comunisti significa perciò respingere la parte di noi stessi che, attivamente o passivamente, collabora all’affondamento degli albanesi.

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III Il COMUNISMO OGGI

  1. Il capitalismo celebra vittorioso la fine del secolo e del millennio.Non ha più ostacoli ne frontiere. E tuttavia fra i funzionari del capitale non c’è entusiasmo (come c’era per esempio, alla fine dell’Ottocento), ma malinconia, tristezza, assenza di prospettive ideali. Quando esisteva il nemico al di là della cortina di ferro, il capitalismo si autogiustificava con una serie di valori (non importa se strumentali) di cui oggi non ha più bisogno. Oggi, ridotto a una trama di nudi interessi, ha un unico valore che però non solo rende lecito ogni disvalore, ma lo fonda: il mercato, l’interesse dei singoli o dei piccoli gruppi di concorrenza reciproca. Di qui il trionfo incontrastato dell’ideologia liberista, ma senza più le illusioni e le prospettive ottimistiche di Adam Smith: è sotto gli occhi di tutti, ormai, che l’egoismo privato (o di piccoli gruppi o anche di alcune nazioni) non produce affatto il benessere generalizzato di tutti.
  1. In tale situazione il vero punto debole del capitalismoè la sua assoluta mancanza di legittimazione. Il capitalismo mondiale non è in grado di dare senso alla parola “comunità” o “società” può solo disgregare qualsiasi solidarietà, qualsiasi vincolo collettivo e pubblico. Non può dare risposta all’essere in quanto essere sociale.
  1. Qualsiasi identità si sta scolorando e perdendo:quella delle nazioni, delle classi, delle culture.Ogni comunità si spappola. Al posto della società di massa, la solitudine multipla ed eguale degli individui; al posto dei luoghi, i non-luoghi dove tutti s’incontrano e nessuno si conosce; al posto dell’esperienza vissuta, quella virtuale; al posto della democrazia, l’obbedienza “spontanea” e immateriale al comando televisivo e massmediologico. Manca un centro ideale, un riconoscimento collettivo, un valore unificante. In questa situazione rinascono i fondamentalismi, le sette, la valorizzazione delle etnie, delle tribù e dei localismi spesso ricreati artificialmente: la ricerca di un’identità nel passato dato che non è più possibile sperarla nel futuro.
  1. Riproporre la prospettiva del comunismo significa attaccare il capitale là dove rivela il massimo di debolezza: la sua incapacità di autolegittimazione, il suo sostanziale nichilismo; significa riproporre la ricerca del senso della vita contro l’insignificanza. Contro quanti dicono che il comunismo è finito, si può tranquillamente rispondere che il suo cammino coincide con quello stesso dell’umanità. Certo, ogni specie – anche quella umana – può estinguersi. Il comunismo non è dunque inevitabile. Ma, se il bisogno di senso qualifica la vita dell’uomo, il bisogno di comunismo continuerà ad accompagnarla.

 

NOTA MIA

Su di essi tu insisti anche in un documento intitolato Essere comunisti oggi . Il comunismo vi viene presentato come un valore e coincide in particolare con il valore della comunità. Tanti anche qui i miei dubbi. Telegraficamente in questa sede:

– Trovo troppo sbrigativo il giudizio sul “comunismo storico” ridotto a «valore assoluto», «utopia», «”falsa coscienza” di Stati nazionali»;

– In cosa si differenzierebbe il valore comunismo dagli altri valori? Sulla base di cosa (esperienza? concetto? soggettività del sentire?) gli uomini dovrebbero  ritenere che «è meglio ciò che unisce da ciò che divide»? In base ad un’ontologia? E allora non si ricadrebbe in una forma di assolutismo? Se il comunismo non è valore dimostrabile, in base a cosa può rendersi visibile? Non è più una certezza. Va bene. Ma perché è possibile?

– Questo comunismo valore «non si identifica con un progetto». Perché non ce ne sono di credibili oggi? Perché qualsiasi progetto sarebbe deleterio? Ma come non preoccuparsi del fatto che ad «abolire lo stato presente delle cose (Marx)» ci pensano più spesso  i processi di ristrutturazione capitalistica (le rivoluzioni dall’alto) che i processi di rivoluzioni dal basso. Non mi pare incoraggiante o consolante se oggi essere comunisti significhiSIGNIFICASSE  genericamente «essere in cammino» o «credere» («che l’eguaglianza e la fratellanza degli uomini siano preferibili al dominio di una piccola parte sulla grande massa dell’umanità ») o «preferire».  Su questo, a livello di idee e di auspici o desiderio, ci siamo come minimo dai tempi di Cristo (in teoria). E «l’esigenza di rimuovere le cause materiali e politiche, ecc….» restaRESTEREBBE ideale nobile, ma in aria, anche dopo Marx.

Il comunismo era stato pensato  non solo come prosecuzione ideale, ma inveramento umano reale del cristianesimo (alla Bloch). Tu lo vuoi ripensare solo nei  confini (limitati) dei valori «laici e relativi»? Ma il carattere «pragmatico, parziale e caduco ma necessario» dei valori non lo riconoscono anche i liberali?

-.Il capitalismo è solo disgregazione, è solo nichilismo? Davvero manca di ogni legittimazione? Di fronte a chi? Chi può chiedergli conto dei bombardamenti sull’Irak, delle dimenticanze sull’Algeria?

– «La ricerca del senso della vita» non equivale automaticamente a bisogno di comunismo o di senso comunista (Tanti,  proprio perché hanno introiettato il senso del limite o dei valori laici, lo trovano in professioni e consumi ben poco comunisti).

– Come mai  una parte di noi stessi collabora così facilmente ad affondare gli albanesi? Perché, allora, mettere tra parentesi l’aspetto critico negativo (presente in Marx, Nietzsche, Freud) che ancora cerca di scavare in queste oscurità? Perché la critica negativa dovrebbe coincidere con il nichilismo?

– Nei ««limiti della condizione umana» rientrano o no anche i rapporti capitalistici? La differenza fra comunismo e capitalismo si ridurrebbe alla gestione comunitaria o egoistica dei limiti della condizione umana?

– Unire gli uomini? Ma per che cosa?

– E infine: non vedo nessun collegamento fra questa idea di comunismo comunitario e il lavoro.

 

Compianto sul Sessantotto

Su “Il Sessantotto e noi” di Romano Luperini e Beppe Corlito

di Ennio Abate

«Nessun maggior dolore 
che ricordarsi del tempo felice 
ne la miseria

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Un commento a Luperini-Corlito, Il Sessantotto e noi

di Ennio Abate

Non ho letto il libro di Luperini e Corlito ma avevo letto (e mi sono riletto ora) l’introduzione apparsa su LA LETTERATURA E NOI (qui) e solo su questa intervengo per esporre alcune perplessità:
1. Va bene la testimonianza, la voglia di lasciare ”una sorta di testamento rivolto al futuro”. Ma parlare del ‘68 come di “uno spartiacque per cui nulla di quanto esisteva prima è potuto essere uguale, dopo” mi pare un’affermazione smentita dalla storia che, appunto, è venuta dopo e che ci ha lasciato con le ossa rotte. Spartiacque sarà stato su molte cose, ma come negare il persistere e anzi il prevalere poi di elementi di continuità (o di restaurazione) con la situazione pre ’68, se gli stessi autori della testimonianza temono ora di “dover morire fascisti o postfascisti”?
2. “Nessuno può dimenticare la propria gioventù”. e “questo anno ha lasciato un’impronta indelebile” in chi ha fatto o preparato il ‘68 – una minoranza preziosa ma, va detto, presto messa fuori gioco. Ma qual è il giudizio storico? Perché di questo c’è bisogno, specie a tanti decenni di distanza e se ci si lamenta che ben pochi sono gli studi degli storici sul ‘68. Se no, si rischia di dare troppa importanza alle proprie impressioni (“Ci sembrò allora che tutto il mondo fosse giovane“).
3. Nei tentativi di organizzare i desideri e i bisogni emersi nel ‘68-’69 si confrontarono posizioni vagamente luxemburghiane e posizioni leniniste o a volte “miste”; e abbiamo visto il fallimento di entrambe. Non capisco, allora, come mai e perché l’ipotesi della «lunga marcia attraverso le istituzioni» di Rudi Dutschke, (di taglio luxemburghiano) possa essere indicata come “l’unica ipotesi di rivoluzione possibile nelle società capitalistiche complesse”. Ma anche la stessa “progressiva conquista delle “casematte borghesi” teorizzata da Gramsci e strettamente connessa al suo concetto di egemonia”, qui evocata, è ipotesi praticata (dal PCI) e ha avuto risultati – negativi, credo io.
4. In mancanza di una analisi del capitalismo o dei capitalismi odierni e di un progetto politico capace di contrastarlo/li, che serve ribadire che “ il nostro obiettivo era e rimane una società di uguali”, mentre vediamo le diseguaglianze crescere a dismisura e non esistono forze capaci quantomeno di arginarle?
5. Anche rimandare la palla al futuro e ad altri (“La riflessione sul Sessantotto si potrà riaprire solo quando qualche movimento politico ne riprenderà la lezione e l’eredità, ne criticherà e supererà i limiti”), mi pare atteggiamento vago. Il futuro qui da noi in Occidente è compromesso o cancellato. La repressione è anch’essa senza argini. Colpisce lavoratori, studenti, giovani, immigrati ed ha in altre parti del mondo le dimensioni del massacro se non di peggio.
Può darsi – ripeto – che nel libro ci siano analisi e ragionamenti più convincenti e per ora sospendo il giudizio, ma non volevo tacere i miei dubbi.

Su “Il professore come intellettuale” (1998)

RIORDINADIARIO 1999. Stralci da una lettera a Romano Luperini

di Ennio Abate

Il 24 gennaio 1999 scrissi una lunga lettera a Romano Luperini sul suo libro Il professore come intellettuale. In essa mettevo in evidenza il processo di scollamento tra intellettuali universitari e intellettuali massa. Gli rimproveravo di accogliere “il processo “riformatore” di Luigi Berlinguer guardando le cose della scuola dal punto di vista degli appartenenti a una “corporazione buona”. Dicevo che: “i “nuovi” progetti e i “grandiosi” problemi “epocali” trattati da Ministro, Saggi, Esperti, ecc. si [andavano] ancora una volta scaricando sulle spalle di insegnanti e studenti costretti a marciare a testa bassa, ingolfati in assillanti “vecchi” e “nuovi” problemi quotidiani”. Notavo che, mentre Fortini aveva suggerito “una energica riduzione dell’insegnamento delle patrie lettere” e scriveva: “ Non so che cosa si aspetti a farla finita, ma sul serio, con Dante […] il silenzio e ‘ignoranza vera sono sempre preferibili alla pratica corrente del “tutto e male”, ossia dell’ignoranza falsa” (Insistenze, pag. 114) e Remo Ceserani e Lidia De Federicis aveva lanciato sul mercato Il Materiale e l’immaginario, anche lui, Luperini, pur con altro taglio, pubblicava un manuale La scrittura e l’interpretazione di dimensioni altrettanto gigantesche. Riletta oggi, di fronte al disastro della scuola italiana, mi sento di difendere ancora la mia inquietudine di allora niente affatto settaria (ma soltanto solitaria). Ne pubblico oggi alcuni stralci.

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Ritratto di Romano Luperini da giovane

di Giuseppe Muraca

Questo ritratto fa parte di un testo più ampio scritto nel 2011 e ora rivisto, che riguarda l’attività e l’opera dello studioso lucchese Continua la lettura di Ritratto di Romano Luperini da giovane

“Reversibilità”: due forme di trascendenza della vita privata

di Donato Salzarulo

Reversibilità
 
Anassagora giunse ad Atene
che aveva da poco passati i trent’anni.
Era amico d’Euripide e Pericle.
Parlava di meteore e arcobaleni.
Ne resta memoria nei libri.
 
Si ascolti però quel che ora va detto.
Anche la grandissima Unione Sovietica e la Cina
esistono, o l’Africa; e le radio
ogni notte ne parlano. Ma per noi, per
noi che poco da vivere ci resta,
che cosa sono l’Asia immensa, il tuono
dei popoli e i meravigliosi nomi
degli eventi, se non figure, simboli
dei desideri immutabili, dolorosi? Eppure
- si ascolti ancora – i desideri immutabili
dolorosi che mordono il cuore nei sonni
e del poco da vivere che resta
fanno strazio felice, che cosa sono
se non figure, simboli, voci,
dei popoli che mutano e si inseguono,
degli uomini che furono e che in noi
son fin d’ora? E così vive ancora,
 
parlando con Euripide e con Pericle
di arcobaleni e meteore, il filosofo
sparito e una sera d’estate
ansioso fra capre e capanne di schiavi
entra ad Atene Anassagora.
 
(da Franco Fortini “Poesie inedite” Einaudi, 1997)
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“Se tu vorrai sapere…”

 TESTIMONIANZE PER FRANCO FORTINI  dicembre 1996 COLOGNO MONZESE

Ieri ho messo in ordine nel mio PC la cartella ‘Nei dintorni di Franco Fortini’ datando in ordine cronologico  appunti e interventi che ho accumulato dal 1978 ad oggi.  Li rileggerò e ripenserò  alle ragioni più o meno consapevoli di questa mia lunga  fedeltà alla  sua  figura e alla sua opera, malgrado il mutamento che hanno subìto nella percezione pubblica in questo lungo tempo trascorso dalla sua morte nel 1994. Per ora ripubblico  il contenuto di  un libretto cartaceo di 73 pagine oggi introvabile. Lo costruii assieme ad amici dell’Associazione Culturale Ipsilon di Cologno Monzese e riuscimmo a pubblicarlo nel 1996. Può essere scaricato e spulciato con calma usando il pulsante ‘Dowload  PDF’ ( a destra in alto). [E. A.] Continua la lettura di “Se tu vorrai sapere…”

Non bastano gli ultimi mohicani nella scuola

di Ennio Abate

L‘affetto e la grandissima stima che ho per Romano Luperini non mi impediscono ancora oggi – in tempi politicamente  così bui –  di esprimere  un mio fraterno dissenso (o almeno la mia perplessità) per la sua – purtroppo insufficiente  presa posizione [Vedi APPENDICE). I buoi sono già scappati dalla stalla (della scuola italiana) e il pensiero critico è stato espulso non solo dall’università ma dalla società italiana. Non basta la lodevole resistenza da ultimi mohicani nella scuola.
È una critica che espressi (vanamente in verità e non per colpa sua) in una lettera che gli scrissi nel lontano aprile 1998 dopo aver letto il suo  “Il professore come intellettuale “. Continua la lettura di Non bastano gli ultimi mohicani nella scuola