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Ovunque e con ogni mezzo

Napoli-Biblioteca dei Girolamini

PASSEGGIATE IN LUOGHI INSOLITI (3)

di Angela Villa


Per anni, ogni volta che mi recavo al Teatro Elicantropo di Napoli, volgevo lo sguardo curioso verso il grande portone che si affaccia su via Duomo 114: l’ingresso dell’antica Biblioteca dei Girolamini. All’università avevo studiato che quelle sale custodiscono libri rari e antichi, Giambattista Vico era un assiduo frequentatore anche in veste di bibliotecario e catalogatore.

Non compro quasi mai libri, preferisco prenderli in prestito. Mi piace molto camminare tra gli scaffali alla ricerca del perfetto compagno di viaggio che ospiterò a casa per un mese. Per questo le biblioteche sono per me luoghi familiari; vedere quel grande portone sbarrato per anni, è stato come sapere che un caro amico è bloccato dall’altra parte del mondo, imprigionato e del tutto irraggiungibile.

La biblioteca dei Girolamini è rimasta chiusa a lungo per motivi di ristrutturazione e per vicende giudiziarie. Leggendo diversi articoli di stampa, ho scoperto che chi se ne doveva occupare e avere cura aveva invece, per lungo tempo, sottratto volumi rari, in particolare quelli con illustrazioni antiche, i più ricercati. Quando finalmente ho visto il portone aperto, mi sono precipitata a prenotare una visita, anche perché le giornate di apertura sono limitate e presto la struttura richiuderà per lavori di manutenzione.

Fondata alla fine del Cinquecento dai padri dell’Oratorio di San Filippo Neri, la Biblioteca dei Girolamini è tra le più antiche d’Italia. Nel tempo ha raccolto fondi librari di enorme valore, diventando un punto di riferimento per studiosi e intellettuali e attraversando secoli di storia culturale napoletana.

Fin dal 1586 fu aperta al pubblico con l’intento di diffondere la cultura. Nel 1727 i padri oratoriani, su consiglio di Vico, acquistarono la biblioteca di Giuseppe Valletta, che comprendeva una ricca collezione di testi giuridici, filosofici, religiosi e letterari del Seicento e del Settecento napoletano.

Le notizie su questa biblioteca non le troverete sui social: qui non c’è nessun panino con la mollica da assaggiare, nessun murale da fotografare, nessuno spritz da gustare… Oggi il centro storico è quasi soffocato dall’overtourism, un assalto continuo fatto di friggitrici sempre accese, pizzerie a ritmi serrati e tavolini selvaggi. Passeggiando in via dei Tribunali, mi è capitato persino di vedere lungo la strada, un tavolino apparecchiato per due con calici e tovaglioli chic, appoggiato a una colonna su cui era affisso un manifesto funebre: una cena con il caro estinto. Accade anche questo nell’affannosa ricerca di spazi da destinare al profitto facile tra negozietti ammassati di souvenir, gadget tutti identici e salumerie dove comprare finti prodotti locali. In questo marasma di luoghi di culto dedicati al denaro, l’antica biblioteca appare come un miraggio.

La guida mi accompagna nella Sala Vico. Volgendo lo sguardo in alto, si possono vedere libri che si arrampicano fino al soffitto decorato. Lungo le pareti si sviluppano due ordini di scaffali realizzati in legno pregiato, noce del beneventano, i libri sono inseriti con un duplice criterio: secondo il formato o la materia. Provo una grande commozione: aver atteso tanto tempo e finalmente vedere quello che i padri così amorevolmente avevano custodito per anni. Alcuni scaffali vuoti testimoniano i tristi eventi del passato, ma ora che una buona parte dei volumi è stata recuperata, non resta che godere di tanta meraviglia. In questo angolo di paradiso fatto di carta stampata, dove non si può fare swipe, tap, pizzico, screenshot o scroll, ci si riscopre, semplicemente, sospesi nel tempo.

Entro poi nella Sala del Camino, detta così per il grande camino seicentesco collocato sulla parete. Originariamente la sala era utilizzata come luogo di ricreazione dei padri oratoriani. In questa sala ho avuto modo di vedere alcuni libri rari del Cinquecento in occasione della mostra “Rinascimento meridionale. La biblioteca di Andrea Matteo III Acquaviva”, un’esposizione che racconta l’amore di un condottiero per i manoscritti e i libri antichi. La mostra è allestita intorno alla figura di quest’uomo illuminato: un condottiero, ma anche un cultore di libri che nella sua vita si è occupato di far stampare copie di volumi antichi. Un percorso che evidenzia il grande amore di Andrea Matteo III per la cultura. Nel suo palazzo in via Atri fece costruire una tipografia per riprodurre opere di valore inestimabile come quelle di Plutarco e Strabone. La mostra, a cura di Antonella Cucciniello e Teresa D’Urso, ha come obiettivo quello di ripercorrere attraverso la figura del condottiero, il Rinascimento meridionale. È una collezione di testi rari accompagnata da un allestimento multimediale progettato e realizzato da Kaos Produzioni, dove è possibile vedere gufi che sorvolano un panorama immaginario e il condottiero che si spoglia della sua armatura per sedersi, sorridere e sfogliare un libro. Magari lo facessero i capi di Stato di oggi, così smaniosi di costruire potenti armi da guerra.

Se attraversate Spaccanapoli e i Decumani, fermatevi in questo luogo storico, per ricordare che, sotto il rumore e la fretta della Napoli di oggi, batte ancora un cuore antico, fatto di silenzio, di carta e di assoluto stupore.

Mentre esco e sento il portone richiudersi alle mie spalle, guardo via Duomo con occhi diversi. Quegli anni di attesa, dopotutto, sono svaniti in un attimo ma la bellezza ha uno strano potere, sa farsi aspettare una vita intera, per poi restarti dentro per sempre. Lasciate per un attimo i telefoni in tasca, dimenticate i percorsi turistici più battuti e concedetevi il lusso di perdervi quaggiù. In un mondo che corre troppo veloce, la Biblioteca dei Girolamini è la deviazione di cui tutti abbiamo bisogno per tornare a respirare un po’ di gioia.

Napoli, Biblioteca Girolamini, 8 luglio 2026




Il Fondo Raffaele De Luca

PASSEGGIATE IN LUOGHI INSOLITI (2)

 di Angela Villa

«Il canto è l’espressione musicale più spontanea e naturale, e il coro è la forma più immediata del fare musica insieme. In un coro ogni persona è sempre concentrata sulla relazione della propria voce con le altre. L’ascolto dell’altro è quindi alla base del canto corale e, in generale, del fare musica insieme. Imparare a cantare insieme significa imparare ad ascoltarsi l’un l’altro».
                                                                       Claudio Abbado

Esistono passeggiate che non si misurano in chilometri, ma in battute, ritmi e armonie. Luoghi insoliti che non troverete su nessuna mappa geografica, perché si sviluppano tra le cinque linee di un pentagramma.

È un caldo pomeriggio di giugno quando arriviamo. Con noi abbiamo borse cariche di cibi e bevande, pronte per il brindisi con chi vorrà fermarsi per condividere la fine di un viaggio. In una sacca a parte, abbiamo gli abiti di scena: le donne in lungo, gli uomini pantaloni e camicia, tutti nell’impeccabile rigore del nero. Ci cambiamo all’ultimo minuto, con sguardi d’intesa e complimenti sinceri. Nel coro, d’altronde, non esiste competizione: ci si sostiene. Cantare insieme è una forma pura di nutrimento, ci si ciba delle energie e del respiro dell’altro.

Arriviamo con largo anticipo perché c’è bisogno di provare ancora, un’ultima volta prima del concerto. La nostra passeggiata sta per snodarsi tra le note di Heinrich Schütz, gigante del Barocco tedesco. Ci addentriamo nelle armonie del Musikalische Exequien op. 7 SWV 279-281, composto nel 1635, l’opera è costituita da tre parti: il Concerto in forma di messa funebre, il Mottetto e infine il Cantico Simeone.

La prima parte di questo concerto speciale ha preso vita tra le mura della Civica Scuola di Musica “Luigi Piseri” di Brugherio. Un momento voluto per ricordare il Maestro Raffaele Deluca, prematuramente scomparso a dicembre 2025. Si delineerà una nuova sinergia artistico-didattica tra la scuola e il Coro San Bartolomeo. Un progetto fortemente sostenuto dai componenti del coro e dal Maestro Roberto Gambaro, Direttore della Fondazione e Coordinatore Didattico-Artistico della Civica Scuola di Musica. A guidare il coro in questa delicata transizione, la bacchetta di Giulia Ponti.

Ad eccezione di chi, come me, si è aggiunto di recente, i membri del coro condividono un lunghissimo percorso di studio. Molti sono stati i viaggi di approfondimento intrapresi per respirare la grande tradizione di musica sacra e liturgica europea: da Lipsia a Eisenach, da Roma a San Gallo. Tra i progetti più toccanti spicca la serie di concerti dedicati alla musica corale nei campi di internamento dell’Italia fascista, culminata nel 2019 con le esibizioni al Santuario della Beata Vergine del Rosario a Ornago e al prestigioso centro culturale LAC di Lugano. Senza dimenticare l’emozionante e faticoso privilegio vissuto durante la Settimana Santa del 2018, quando il coro ha cantato in lingua latina e araba in tutte le quattordici celebrazioni, tra Messe e Vespri, presso la Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme. Un coro con una lunga storia alle spalle. Per questo motivo dopo la morte del Maestro si è deciso di andare avanti comunque, per portare a termine il progetto in cui Raffaele Deluca aveva riversato tanta cura e attenzione.

L’evento, non è stato solo memoria, ma futuro. L’intento era quello di celebrare anche la nascita del Fondo Deluca e l’avvio del Progetto Corale Condiviso, che inserisce ufficialmente il coro nell’offerta formativa della Scuola Piseri, con il prezioso supporto artistico del docente Valter Borin direttore d’orchestra, compositore, tenore, un artista poliedrico.

Il Fondo Deluca, custodisce circa 4.000 unità raccolte a partire dal 2006. Questo imponente patrimonio bibliografico e discografico, ora finalmente accessibile a studenti, coristi e studiosi, è uno scrigno che conserva le partiture del coro, donazioni moderne di istituzioni storiche come il Conservatorio e il Duomo di Milano o l’Accademia Filarmonica di Bologna, i testi musicali del musicologo Francesco Degrada, la biblioteca personale del giudice Renato Caccamo, i libri di carriera del mezzosoprano Bianca Berini e circa 2.000 spartiti della Musicografica Lombarda di Brugherio, storica stamperia per conto di Casa Ricordi.

Al termine dell’esecuzione, il silenzio viene rotto da applausi commossi. Un abbraccio musicale alla maestra Giulia Ponti, che con pazienza e molta competenza si è presa cura di tutti noi anime un po’ sperdute e avvilite per la perdita improvvisa. È stato difficile e faticoso portare avanti il progetto del Maestro, ma era un atto dovuto, l’ultimo sincero omaggio a un uomo che ha creduto profondamente nel suo coro e nella bellezza della musica.

«Che cosa è rimasto, alla fine?» mi chiedo, mentre mi cambio velocemente e mi libero soprattutto delle scarpe col tacco: una scelta quasi obbligata con l’abito nero, specie se non si vanta una grande altezza. Mentre ritrovo il contatto con il pavimento, ah che bellezza, mi torna in mente una frase che ripeteva spesso il Maestro: il coro è come una grande architettura musicale, dove ognuno ha una funzione precisa, ma è solo insieme che si prende davvero forma. Ed è esattamente questo ciò che resta: l’ascolto, il respiro condiviso e il battito profondo e alcuni passaggi musicali che ho fatto fatica a memorizzare e che improvvisamente risuonano con chiarezza dentro, proprio ora che il concerto è concluso. La musica non è finita, ha solo cambiato casa, continuando a cantare dentro.

Brugherio, Fondazione Luigi Piseri, 26 giugno 2026

* Cliccare sul link per vedere la locandina dell’evento pres_nuove_coll_ S.Bartolomeo

Concerto a Villa Mirabello

PASSEGGIATE IN LUOGHI INSOLITI (1)

di Angela Villa

Vado non vado, vado, non vado?

Abitando in periferia, uscire di casa, utilizzando i mezzi pubblici, è sempre una scelta un po’ combattuta. La notifica del meteo è chiara: bollino rosso. “Si consiglia di non uscire nelle ore più calde, in particolare anziani e bambini”. Stando all’anagrafe, sarei ufficialmente catalogata nella categoria “anziani”. Io, però, mi ritengo decisamente arzilla. D’altronde, come dice mia madre (che ha una veneranda età): “La vecchiaia non si risolve, si accetta e ci si organizza per viverla al meglio!” Prendo uno zainetto, una borraccia di acqua fresca, un ombrellino parasole che fa subito diva d’altri tempi, ed esco. Ho controllato bene, un’ora e venti di percorso con autobus e metropolitana considerando anche il cambio fra linea verde e linea gialla.

Si va in scena, modalità attivata: turista con mappe digitali pronte per l’uso, così direbbero i miei alunni.

L’associazione Art & Music Insieme, impegnata nella diffusione della musica lirica e classica in luoghi periferici, ha organizzato un evento nel suggestivo cortile di Villa Mirabello: “Armonie in Villa”. L’arrivo è stato senza intoppi: il percorso era giusto e sono riuscita anche a non perdermi nei quindici minuti di strada a piedi per raggiungere la destinazione. Nel sito della Fondazione Villa Mirabello è possibile leggere tutte le informazioni sulla storia della dimora. Mi seggo in un angolo all’ombra circondata da fiorellini di campo e leggo:

«Scelta nei primi anni del Quattrocento dai Visconti come residenza estiva e sede di caccia, la proprietà passò a Giovanni Mirabello, che acquistandola da Filippo Maria Visconti, le diede il nome con cui è conosciuta ancora oggi. Con il passare del tempo la struttura cambiò diversi proprietari, finendo tra le mani di importanti casate come i Portinari, i Landriani, i Marino e i Serbelloni.»

Una curiosità storica lega la villa al motto “SEMPRE EL DOVERE”, ancora oggi ben leggibile sulla parete di una delle sale. Pare che l’iscrizione faccia riferimento all’ordine degli Umiliati, una realtà religiosa che faceva del lavoro quotidiano il proprio cardine spirituale. Sono rimasta molto colpita dalla frase, per una come me, cresciuta a pane e senso del dovere radicato, quella scritta non è solo un reperto storico: mi parla proprio direttamente. Ma oggi non sono qui per dovere, penso, continuo quindi a leggere le informazioni, amo le dimore che hanno secoli di storie alle spalle, chissà quali segreti, quali sofferenze o momenti di gioie, amori furtivi e lagrimosi. Sono con la fantasia in un’altra epoca.

«Nei secoli successivi la villa cadde in decadenza perché i proprietari sfruttarono la dimora per usi agricoli, trascurandola al punto da farla finire nel completo abbandono. La svolta arrivò all’inizio del Novecento grazie all’interessamento della Società Anonima Quartiere Industriale Nord Milano, che realizzò i primi restauri. Nel 1919 la proprietà fu infine acquistata dall’Opera Pia Casa di Lavoro e Patronato per i ciechi di guerra, la Villa, fu ampliata e riadattata per ospitare e dare supporto ai giovani ipovedenti e ciechi reduci dal fronte della prima guerra mondiale. Oggi questa vocazione solidale e culturale continua a vivere grazie alla Fondazione Villa Mirabello ETS, che cura la struttura promuovendo l’inclusione sociale e l’assistenza formativa per bambini e giovani con disabilità complesse, e gestendo al contempo i numerosi eventi culturali e musicali.»

Davvero un esempio di gestione virtuosa. Ho un po’ di tempo, il concerto inizierà in ritardo rispetto all’orario stabilito, per problemi tecnici. Mi guardo intorno, un pubblico eterogeneo di ogni età. C’è una coppia accanto a me che ispira tenerezza: abbracciati, mani incrociate, l’amore vince ogni bollino rosso, si stanno organizzando per capire dove possono vedersi prossimamente: ad un concerto, ad una mostra, ad una conferenza? Faccio il tifo per loro ma non voglio disturbare e vado a vedere la mostra allestita in una sala della villa. Sono esposte le opere del maestro Marra. Mani intrecciate, grandi volti, figure in bianco e nero, c’è molta umanità nelle sue tele, mi sembra di capire, ma non sono esperta di arte. Quello che ho percepito è un grande bisogno di bellezza contro ogni disumanizzazione.

I problemi tecnici si risolvono, Antonio Mazzei, responsabile organizzativo e amministrativo dell’associazione Art & Music Insieme, introduce il concerto presentando la dottoressa Luciana Borgi. La critica d’arte illustra la suggestiva struttura dello spazio, caratterizzato da un loggiato con colonne su cui si affacciano finestre ogivali, il tutto protetto da un solido mastio. Al centro del cortile si trova la fontana del “Mangia Bagai”, copia dell’originale visconteo; l’area è impreziosita da mattoni rossi che creano una cassa di risonanza naturale, ideale per gli eventi musicali. Le mura storiche della villa hanno piacevolmente risuonato grazie alle voci calde e suadenti del baritono Valerio Sgargi e della stessa Ekaterina Adamova. Brani classici e brani tratti dal repertorio più recente, eseguiti con espressione e vivacità: arie da musical, celebri canzoni internazionali e grandi successi di Frank Sinatra, Queen, Alessandro Safina e Andrea Bocelli. L’intermezzo poetico di Anna Vicent e dell’attore Andrea Piovan ha arricchito la performance.

Al termine del concerto, attivo nuovamente il navigatore per una visita rapida al quartiere Maggiolina, ho scoperto un vero e proprio museo a cielo aperto. In particolare il mio sguardo è stato catturato dalle celebri “case igloo”, abitazioni a pianta circolare progettate nel secondo dopoguerra dall’architetto Mario Cavallè, che convivono in un contrasto armonioso con eleganti ville in stile Liberty.

Questo percorso, ha reso la giornata speciale, confermando come Milano, sia pure in tutte le sue contraddizioni legate alle ultime vicende sull’edilizia, sappia custodire, appena fuori dalle rotte più conosciute, tesori rari di bellezza, storia e solidarietà. Alla fine, è valsa la pena di sfidare il bollino rosso: l’arzilla turista, armata di ombrellino e borraccia, torna a casa in periferia, decisamente stanca, ma con la certezza che, a volte, per fare anche un piccolo viaggio, basta solo vincere la pigrizia, chiudere la porta di casa e salire su un autobus.

Ovviamente bisogna saper coordinare tutti gli orari…

 

Milano, Villa Mirabello, 21 giugno 2026

2025 Fuga dalla città

di Angela Villa

Gioia di cantare come te, torrente[…]
gioia d’essere nata
soltanto in un mattino di sole
tra le viole
di un pascolo…
[…]*

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Il cervello del mondo

Fantastica in esercizio

di Filippo Nibbi

  • Chi gliè?… Ferlinghetti o me?

<< Nel mezzo del cammin di nostra vita

M’ imbattei con me stesso

E non ho capito niente>>… Continua la lettura di Il cervello del mondo

Pertini e la volontaria di Milano

di Paolo Saggese

40 anni fa il terremoto in Irpinia. « Nella serata del 23 novembre 1980 un sisma di magnitudo 6.9 devasta l’Irpinia e provoca quasi 3000 vittime». Grazie al legame che Donato Salzarulo  ha mantenuto col suo paese, Bisaccia di Avellino, numerose sono su Poliscritture le testimonianze di quel che accade in quelle zone del Sud. Questa di Paolo Saggese  rende umanamente bene il clima di  afflato popolare  simboleggiato in quell’occasione dal presidente della Repubblica Sandro Pertini. Il confronto implicito col presente dominato dalla pandemia e noi chiusi in casa è umiliante.  «La sera, davanti al fuoco, mangiando salsicce, si parlava di tutto, soprattutto di futuro», ricorda Saggese.  Cosa oggi impossibile. [E. A.]

Ognuno di noi ha sedimentate nella memoria alcune immagini indelebili, che hanno fatto la storia della nostra Nazione. Alcuni di questi fotogrammi hanno per protagonista il Presidente Sandro Pertini, in particolare due immagini, una di gioia spontanea, l’altra di dolore.

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Il tempo in Proust

di Gianfranco La Grassa

E’ intuitivo il fatto che la linea di scorrimento temporale avviene sempre in un unico senso, è irreversibile. Come si dice, la freccia del tempo è sem­pre rivolta in avanti; gli avvenimenti si snodano sempre dal passato verso il presente, dal presente verso il futuro, e mai in direzione contraria. Come di­ceva Era­clito, non ci si bagna due volte nello stesso fiume (cioè nella stessa acqua di quel dato fiume), poiché quest’acqua, proprio come il tempo, non può mai scorrere a ritroso, dalla foce alla sorgente. Continua la lettura di Il tempo in Proust

133 anni fa

di Paolo Di Marco

Nel 1887, per nutrire le truppe che invadevano l’Eritrea, l’Italia portò buoi dall’India; insieme ad essi arrivò anche il virus della peste bovina. Dieci anni dopo il 90% dei bovini dell’Africa, immunologicamente vergini, erano morti, insieme alla gran parte degli altriungulati; nonostante il tentativo degli inglesi di fermare il virus coi fucili e il filo spinato. Un terzo degli Etiopi e due terzi dei Masai morirono di fame; mancando gli animali da pascolo il terreno venne invaso da cespugli spinosi, pessimi per i bovini ma ottimi per le zanzare tse tse e i loro tripanosomi; la malattia del sonno si diffuse a dismisura tra uomini ed animali.[1] Continua la lettura di 133 anni fa

Penrose, buchi neri e viaggi nel tempo…e il prossimo Nobel italiano

di Paolo Di Marco

Il Nobel a Roger Penrose è strameritato..ma anche anomalo; in primo luogo perché Penrose è Fisico-matematico geniale, ma non ha un unico contributo ‘straordinario’: l’esistenza dei buchi neri era stata predetta da Schwarzschild già nel 1916, un anno dopo la pubblicazione di Einstein, e Penrose rafforza e generalizza nel ’65 ma non è lo scopritore. D’altro canto Penrose è un teorico a tutto campo, che dà contributi fondamentali in molti campi, ma quasi sempre come battitore libero, che segue strade solitarie e poco frequentate dagli altri, che a volte scoprono e usano i suoi risultati trent’anni dopo. E non ha paura di proporre ipotesi ardite (i suoi cicli cosmologici di ‘Cycles in time’ ad esempio) su cui il resto della comunità resta in perplesso ma rispettoso silenzio.  Ed esce volentieri dai confini strettamente fisici per proporre teorie della coscienza (i microtubuli con entanglement delle ultime pagine di ‘The Road to Reality’ o ‘La mente nuova dell’imperatore’).

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Per Pierino Manni

di Romano Luperini

Ho conosciuto Pierino nel 1980, quando ho vinto la cattedra di ordinario all’università e mi sono trovato sbalestrato in quella di Lecce. 17 ore di treno e altrettante al ritorno tutte le settimane, salvo accorgermi poi che ero uno dei pochi ordinari a insegnare e i più se ne stavano tranquillamente a casa facendo lavorare gli assistenti al loro posto. In due anni per esempio non ho avuto mai modo di conoscere il titolare dell’insegnamento di Letteratura italiana che pure veniva da Roma e non da Siena come il sottoscritto. D’altronde la disorganizzazione era totale e la Facoltà di Lettere dell’università di Lecce allora era piuttosto un luogo dove esibire un potere locale che una istituzione addetta alla istruzione superiore. Ricordo lo stupore dei colleghi e dei segretari quando chiesi una macchina da scrivere nel mio ufficio per lavorare. Cercai di rimediare organizzando un libero seminario di letteratura contemporanea a cui potevano partecipare tutti gli interessati, anche se non erano studenti universitari. Così conobbi Annagrazia Doria e poi il marito, Pierino. Entrambi insegnanti, avevano deciso di svolgere la loro funzione all’interno del carcere minorile di Lecce, in modo da unire impegno civile e culturale (costante intreccio del loro modo di intendere la vita). Diventammo amici. Cenavo spesso da loro che mi allettavano comprando i dolci più squisiti della città che poi io e il loro figlio, allora all’incirca dodicenne, divoravamo con grande diletto. Poi cominciai ad andare a dormire a casa loro, usufruendo della loro generosità e ospitalità.

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