A testa in giù

Martedì 21 marzo 2017, alle ore 18, a “Casa Lodi”, via Cappellari 3 a Milano  verrà presentata “LUCI DI POSIZIONE. Poesie per il nuovo millennio. Antologia del Realismo Terminale a cura di Giuseppe Langella”, Mursia, Milano 2017. Saranno presenti: Guido Oldani, Giusy Càfari Panìco, Franco Dionesalvi, Valentina Neri, Marco Pellegrini e Giuseppe Langella.  L’idea del Realismo Terminale è  stata teorizzata nel 2010 da Guido Oldani.  E nel 2014  è stato elaborato e firmato da Guido Oldani, Giuseppe Langella ed Elena Salibra (altri autori poi si sono aggiunti)  il “manifesto breve” del movimento, che viene qui pubblicato con una breve scelta di poesie dei vari autori. Pur avendo fin da subito, nel 2012, espresso un mio parere critico sulle tesi di Oldani (qui), ritengo utile e doveroso un confronto approfondito con poeti e critici che hanno ancora il coraggio di *fare gruppo* e volgere lo sguardo della poesia verso una realtà non da playstation. [E. A.]

MANIFESTO BREVE DEL REALISMO TERMINALE

di Guido Oldani, Giusy Càfari Panìco, Franco Dionesalvi, Valentina Neri, Marco Pellegrini, Giuseppe Langella

La Terra è in piena pandemia abitativa: il genere umano si sta ammassando in immense megalopoli, le “città continue” di calviniana memoria, contenitori post-umani, senza storia e senza volto.

La natura è stata messa ai margini, inghiottita o addomesticata. Nessuna azione ne prevede più l’esistenza. Non sappiamo più accendere un fuoco, zappare l’orto, mungere una mucca. I cibi sono in scatola, il latte in polvere, i contatti virtuali, il mondo racchiuso in un piccolo schermo.  È il trionfo della vita artificiale.

Gli oggetti occupano tutto lo spazio abitabile, ci avvolgono come una camicia di forza. Essi ci sono diventati indispensabili. Senza di loro ci sentiremmo persi, non sapremmo più compiere il minimo atto. Perciò, affetti da una parossistica bulimia degli oggetti, ne facciamo incetta in maniera compulsiva. Da servi che erano, si sono trasformati nei nostri padroni; tanto che dominano anche il nostro immaginario.

L’invasione degli oggetti ha contribuito in maniera determinante a produrre l’estinzione dell’umanesimo. Ha generato dei mutamenti antropologici di portata epocale, alterando pesantemente le modalità di percezione del mondo, in quanto ogni nostra esperienza passa attraverso gli oggetti, è essenzialmente contatto con gli oggetti.

Di conseguenza, sono cambiati i nostri codici di riferimento, i parametri per la conoscenza del reale. In passato la pietra di paragone era, di norma, la natura, per cui si diceva: «ha gli occhi azzurri come il mare», «è forte come un toro», «corre come una lepre». Ora, invece, i modelli sono gli oggetti, onde «ha gli occhi di porcellana», «è forte come una ruspa scavatrice», «corre come una Ferrari». Il conio relativo è quello della “similitudine rovesciata”, mediante la quale il mondo può essere ridetto completamente daccapo.

La “similitudine rovesciata” è l’utensile per eccellenza del “realismo terminale”; il registro, la chiave di volta, è l’ironia. Ridiamo sull’orlo dell’abisso, non senza una residua speranza: che l’uomo, deriso, si ravveda. Vogliamo che, a forza di essere messo e tenuto a testa in giù, un po’ di sangue gli torni a irrorare il cervello. Perché la mente non sia solo una playstation.

GUIDO OLDANI

Oggigiorno

è stipato il mar mediterraneo
come una bagnarola col bucato,
salato, che a guardarlo mette sete.
intorno è totalmente di cemento
con i corpi infilati in tutti i buchi,
lumache senza guscio e con lo sfratto
che a vicenda sorbiscono le urine
con le cannucce della cocacola
se no, l’arsura è causa delle guerre
tra i popoli cui strangola la gola.

L’infezione

le balene che sembrano astronavi
volteggiano nell’acqua, come un cielo,
le stelle sono i granuli del sale.
salgono a respirare in superficie
e il gabbiano in discarica cresciuto,
le infetta nel beccarne al dorso il grasso,
così l’angelo della spazzatura
col suo candore uccide andando a spasso.

 

GIUSY CÀFARI PANÌCO

Nuova Auschwitz

Volevo essere una Barbie,
icona dell’umanità,
la più perfetta del reame
a cui sorridono gli specchi
osannando la mia beltà.
La pancia, imbottitura inutile
di quel grasso divano che io ero,
l’ho messa alla fame, sgonfiata.
Braccia e gambe quattro bastoni,
la faccia non è più come un pallone,
s’infossano gli zigomi nel viso
scolpiti da scalpelli di digiuno.
La bellezza rende liberi, credo,
e per questo lavoro al mio progetto,
incenerisco i grassi e perdo peso,
sotto la doccia constato ogni giorno
che son l’eletta, la perfetta Barbie,
in olocausto data, in sacrificio
per inseguir la linea snella.
Di questo morirò e chi mi ha ucciso
son moderni profeti della razza.

Barbie Klaus non era una ragazza.
La storia cambia forma, non gli sgarbi.

Discoteche

Di giorno fisso il sole ardente
come fossi nella doccia abbronzante,
indifferente alla sua intima
natura, a me troppo distante.
Nel buio liquirizia della notte
le stelle ritagliate dalla carta
dei cioccolatini non son per me
le dolci giuggiole dell’anima.
Preferisco cercarne altre
meno mute, più allegre, sfavillanti
nelle discoteche dove si s-balla
dentro albe di latte andato a male.
Come un download si scarica la vita,
mentre il senso le si atrofizza dentro.
Solo nella farina simil gesso
che respiro, fino all’ultimo me,
trovo il led, luce azzurra che mi splende.

 

FRANCO DIONESALVI

Domani

I prossimi saranno senza barba
glabre le spalle glabro il costato
saremo anche da adulti senza peli
che poi ci hanno protetto poco e nulla.
Niente più trapunture di rasoio
né per le donne strazi di cerette
e ce ne andremo lisci e levigati
con il ricevitore incorporato.

Anno nuovo

Sparami il tuo led in mezzo agli occhi,
voglio sentire i tuoi diodi nei capelli,
al sussurro delle tue app mi voglio inebriare,
voglio godere la sagoma del viso
punteggiata nelle tue decostruzioni.
E
che importa se all’ora dei twettii
ti brucerà un vuoto di corrente.

 

VALENTINA NERI

Terremoto

Guardami!
Come mi hai ridotta.
La mia testa è disorientata
come un navigatore guasto.
Il mio passo è claudicante
come il carrello di una vecchia Olivetti.
I miei occhi sono chiusi come cerniere rotte.
I miei capelli sbriciolano intonaco.
La mia bocca sembra un cassetto fuori guida
e il mio naso il becco di una caffettiera.
Sei stato tu ad avermi diroccata.
E pensare che mi volevi bella!
Ma io ti amo comunque
per quello che sei stato:
un cataclisma, un terremoto, un agguato!

Il tritacarne

Dilaniarsi l’anima coi tuoi baci taglienti
arresa alla tua bocca.
Ho scoperto che il tuo corpo
è come il profilo di una lama:
mi ferisce nell’esserci.
E che sto bene solo nella gabbia
di questo tuo sadico volermi.
Scorrono lente e timide, le lacrime mie
dolci, il tanto che basta
per cerchiarmi gli occhi di rimmel
cosicché s’intuisca, da questo futile dettaglio,
l’inquietezza strana che mi dà lo stillicidio
dello starti accanto.
Oppure mi si confonda con una bambola
presa a pugni sul cuore.
Il tuo abbraccio è come un tritacarne
che mi triturerà, per saziarti del mio corpo
ridotto in brandelli.
Eppure sei tu, l’unico spazio di libertà possibile
lo spazio reale della mia fantasia.
Per questo mi strofino sul tuo corpo affilato
incurante del sangue in cui annego.
E resto, finché tu resti
col collo infilato nel cappio delle tue mani.

 

MARCO PELLEGRINI

E frullatori e fili e componenti

L’amore è come un tablet che s’accende
e cerca traduzioni in mille lingue,
colpi di fulmine nella corrente,
che brucia e spegne fili e componenti,

per fare a pezzi e poi ricostruire
l’esistente e i sogni e il mondo e il niente.
E un metro senza senso che si perde.

Stil Novo Rovesciato

Tanto gentile e tanto onesta pare,
la donna mia nel centro commerciale,
illuminata come uno scaffale:

in casa ha mille e cento detersivi
che sbiancano la luce del mattino
che è quasi uguale a questa sua illusione

di oggetti che riempiono lo sguardo
di lei, di me, di quasi tutto il mondo,
di questo ingombro plastico e profondo.

 

GIUSEPPE LANGELLA

C-ottimisti

Ragionieri, stagiste, calciatori,
modelle, segretarie, tute blu,
lavoratori stagionali in nero,
siamo come padelle in mano a un cuoco,
che devono vedersela col fuoco,
congegni a molla cui dare la carica.
Pezzi di ricambio, o al massimo bijoux,
quando, pile esauste, non serviremo
più, ci smaltiranno in una discarica.

Brace, brace!

Brace, brace, che Dio ci aiuti!
Una bomba, la brexit: call of duty.
L’Europa coi motori in avaria
consuma la sua ennesima agonia
su un’altalena infida d’exit poll.
Le borse in picchiata, l’economia
in panne, in fumo i risparmi, perduti
anche i sogni… Game over,
baby, game over: l’urna
è il flipper delle plebi.

Brace, brace, et lux perpetua luceat eis.

NOTIZIE SUGLI AUTORI

Guido Oldani nasce nel 1947 a Melegnano (Milano), la Marignan della Battaglia dei Giganti (1515). Coltiva la discordanza culturale, pubblicando nella rivista scientifica «Acta Anatomica» e collaborando con il Politecnico di Milano, presso l’insegnamento di Tecnica della comunicazione. Suoi testi compaiono su numerose riviste, tra cui «Alfabeta», «Paragone», «Kamen». È del 1985 la sua raccolta Stilnostro, prefata da Giovanni Raboni, dove colloca la realtà nella cornice atemporale di gerundi e participi passati. Nel 2000 partecipa al convegno Varcar frontiere, a Losanna, in cui attacca l’insufficiente espressione della realtà degli attriti di popoli, religioni, oggetti, nella poesia. Ripete l’operazione l’anno successivo alla Statale di Milano, al convegno Scritture e realtà. Intanto pubblica la raccolta Sapone nel numero 17 di «Kamen» (2001), dove fa comparire la sua realtà centripeta. Collabora a quotidiani come «Avvenire», «La Stampa» e «Affari Italiani», a trasmissioni RAI, adattando testi per il teatro. Nel 2007 esce, per LietoColle, La betoniera, tradotta in russo. Nel 2008 pubblica Il cielo di lardo, nella collana «Argani», che dirige per l’editore Mursia. Sempre per Mursia nel 2010 esce Il Realismo Terminale, visione della poesia e del mondo, subito tradotto negli Stati Uniti, negli «Annali di Italianistica». Fra le antologie in cui compare, ricordiamo Il pensiero dominante (a cura di F. Loi e D. Rondoni, Garzanti 2001), Antologia di poeti contemporanei (a cura di D. Marcheschi, Mursia 2016), Poesia d’oggi (a cura di P. Febbraro, Elliot 2016). Nel 2014, al Salone del libro di Torino, con Langella e Salibra, presenta il Manifesto breve del Realismo Terminale.

Giusy Càfari Panìco è nata a Piacenza il 9 marzo 1968. È direttrice artistica del Piccolo Museo della Poesia «Incolmabili Fenditure». Ha pubblicato tre libri di poesie: Come la luna di giorno come la luna di notte (Lir 2008), Moto a luogo (Lir 2010), Dalle radici al cielo (Pegasus Edition 2015); e uno in prosa: Maschile Singolare (Lir 2013). È presente nell’antologia Novecento non più (La Vita Felice 2016). Ha ottenuto diversi riconoscimenti letterari, tra cui il premio della giuria di Scrivere Donna 2012, presieduto da Maria Luisa Spaziani. Autrice di testi teatrali e sceneggiature, è giurata del Premio Letterario Internazionale di Cattolica e ha partecipato al Festivaletteratura di Mantova 2008. Vincitrice di una tappa di Volo Rapido 2008, organizzato da Porsche, finalista al Mystfest 2011, è tra i più votati di Racconti nella Rete 2011, inserita nell’omonima antologia edita da Nottetempo. Suoi racconti sono contenuti in Serial Chillers (Maglio Editore 2012), 365 Storie d’Amore e Il Magazzino dei Mondi 3 (Delos Books 2012 e 2016) e Cover (Giuio Perrone 2016).

Franco Dionesalvi è nato nel 1956 a Cosenza. Ha trascorso gli anni universitari a Firenze, dove si è laureato in Giurisprudenza. È poi tornato a vivere in Calabria, ma viaggiando parecchio, da Bali all’India. Ha svolto molti lavori, ma tutti per brevi periodi. Vincitore di concorso nelle scuole, ha insegnato per un anno, e poi ha lasciato. È stato quindi drammaturgo, assessore alla cultura della sua città, consulente culturale di varie amministrazioni, docente a contratto all’università, giornalista. Nel frattempo ha conseguito la seconda laurea in Scienze dell’educazione, e il dottorato di ricerca in Sociologia. Attualmente scrive poesie ed è in cerca di un nuovo lavoro. Ha pubblicato il romanzo La maledizione della conoscenza (Manni 1999), tre raccolte di racconti, il saggio Diritto alla cultura e politiche culturali (Coessenza 2008); e poi le raccolte di poesia La fragola e il pianoforte (Marra 1986), L’esistenza dei piccoli animali (Edizioni del Leone 1994), Torno subito (Orizzonti Meridionali 2000), Via delle nuvole (Heliodor 2006), The valley of thought (Gradiva Publications 2016). Diverse riviste hanno pubblicato suoi versi, fra cui «Alfabeta».

Valentina Neri è nata a Cagliari nel 1973, città in cui vive e lavora nel settore sociale. Laureata in Storia dell’Arte e nota organizzatrice di eventi, per l’associazione il Grimorio delle Arti ha ideato la manifestazione “Per Certi Versi”, dando spazio alle diverse tendenze della poesia italiana contemporanea. La sua esperienza poetica prende avvio nel 2008 grazie a Guido Oldani, che la inserisce come voce nuova nel festival “Traghetti di poesia”. Per Arkadia, nel 2013, ha pubblicato il romanzo d’esordio Le donne di Balthus, presentato a Roma da Maria Luisa Spaziani. Nel 2015 ha pubblicato, sempre con Arkadia, la raccolta Voli inversi, con prefazione di Davide Rondoni. L’ultima raccolta poetica, edita da La Vita Felice nel 2016, s’intitola Folliame e porta la prefazione di Claudio Damiani. Con la poesia L’Ascensore è presente nell’antologia Novecento non più, edita da La vita felice.

Marco Pellegrini, nato a Milano il 21 luglio 1963, è docente d’italiano presso l’ITSOS “Albe Steiner” di Milano. Con Hemingway condivide la data natale. Ma non ama la caccia. E beve con più moderazione. Esordisce con il romanzo Il Veleno di Capri (Edl 2007), seguito dalla raccolta di racconti Lo Schifo e la Bestia (2008). Prima di pubblicare il suo primo romanzo di genere, Bella zio (Rizzoli 2013), ha recapitato in bicicletta decine (forse centinaia) di manoscritti, sperando di farsi notare. Incontra la poesia giovanissimo, firmando innumerevoli canzoni d’autore. In un’altra vita è stato musicista e compositore, ha vissuto a Los Angeles, frequentato night club e sale d’incisione.

Giuseppe Langella è nato a Loreto (Ancona) nel 1952 e vive a Milano. Insegna Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università Cattolica e dirige il Centro di ricerca “Letteratura e cultura dell’Italia unita”. Come poeta ha esordito con Giorno e notte. Piccolo cantico d’amore (San Marco dei Giustiniani 2003). Con Il moto perpetuo (Aragno 2008) ha vinto, fra l’altro, il Premio Metauro. Nel 2013 ha dato alle stampe, nella “Lyra” di Interlinea, La bottega dei cammei. 39 profili di donna dalla A alla Z, Premio Casentino. Nel 2015, sempre per Interlinea, nella collana “Passio”, ha pubblicato il Reliquiario della grande tribolazione, ispirato al calvario della Grande Guerra, Premio Alpi Apuane. Suoi testi poetici sono comparsi in diverse riviste, tra cui «Poesia», «Incroci», «Soglie», «PoliScritture», «Euterpe», nonché in siti dedicati, in antologie tematiche e in rassegne di festival di poesia. A Ponte di Legno, “paese della poesia”, gli è stato dedicato un totem con incisa una sua lirica. Con Guido Oldani è tra i fondatori del Realismo Terminale.

 

14 pensieri su “A testa in giù

  1. …sono poesie che per arrivare a smascherare verità crude ricorrono a strumenti potenti come il paradosso, rovesciano le situazioni attraverso fantasie estreme…Descrivono, sembra, l’inferno artificioso e meccanico degli oggetti che ormai hanno preso il sopravvento sull’essere umano, che pure li ha ideati. Uomini che, quasi per la legge del contrappasso, vanno gradualmente trasformandosi in alieni o demoni impotenti, come sembra dirci la inquietante poesia di Franco Dionesalvi: “Domani”, dove si inscena la trasformazione degli uomini, da scimmioni pelosi che furono, in esseri del tutto glabri, ma: “…ce ne andremo lisci e levigati/ con il ricevitore incorporato”. In ogni poesia dei vari autori si legge uno sdegno feroce rivolto alla distruzione di un mondo artificioso e sovrabbondante che ormai non ha più nulla di naturale, ma non si cede al rammarico, si provoca piuttosto, si morde. Un’estrema difesa contro la carica degli oggetti?…Non si vuol cedere all’eccidio o al suicidio dorato di massa. Quindi la poesia avrebbe una funzione battagliera?

    1. Precisamente. Noi vogliamo che la poesia torni ad avere una funzione civile, nobilmente politica. Nella mia introduzione all’antologia del Realismo terminale, di cui “PoliScritture” ha gentilmente ospitato questa anteprima, ho scritto fra l’altro: “Chiudersi nella propria torre d’avorio, in un moto orgoglioso di ripulsa del gran brago del mondo, da Mallarmé in avanti è stata la grande tentazione del poeta moderno. Estraniarsi dalla realtà in cui abbiamo avuto in sorte di vivere equivale a una resa incondizionata, a una rinuncia in partenza, in nome di una purezza infeconda, a esercitare una qualsiasi funzione civile. Baudelaire, con la sua celebre ‘perdita d’aureola’, aveva suggerito, in verità, un’altra direzione. […] Se aspiriamo a una testimonianza che arpioni la storia e incida sui processi antropologici e sui costumi sociali, dobbiamo inevitabilmente alzare il tiro e diventare gli specchi ustorii del mondo in cui viviamo”. Grazie, Annamaria, per il tuo commento.

  2. “Gli oggetti occupano tutto lo spazio abitabile, ci avvolgono come una camicia di forza. Essi ci sono diventati indispensabili. Senza di loro ci sentiremmo persi, non sapremmo più compiere il minimo atto. Perciò, affetti da una parossistica bulimia degli oggetti, ne facciamo incetta in maniera compulsiva. Da servi che erano, si sono trasformati nei nostri padroni; tanto che dominano anche il nostro immaginario.

    L’invasione degli oggetti ha contribuito in maniera determinante a produrre l’estinzione dell’umanesimo. ” (Manifesto breve del Realismo Terminale)

    Beh, andiamoci piano con questa “carica degli oggetti” (Locatelli). Avevo già obiettato nella mia nota del 2010 (vedi link indicato) che sarebbe meglio parlare di ‘merci’ (parola che non viene mai usata in questo Manifesto), invece che di ‘oggetti’. E mi chiedo seriamente ancora oggi (2017) «come farebbero gli oggetti a «signoreggiarci» se non ci fossero dei nostri simili, in posizioni economiche e politiche e militari più vantaggiose delle nostre, ad imporre, come ben si vede […] una iniqua distribuzione dei redditi (e delle risorse disponibili per produrre quei beni o prodotti o merci». Dunque, se con Marx ( eh, purtroppo ci vuole ancora lui per ragionare anche sugli “oggetti”!), abbiamo capito che « il capitale è un rapporto sociale», potremmo renderci conto anche che « se non fossimo sottomessi a questi rapporti sociali di dominio, se non ci fossero questi “signori” (una volta si chiamavano padroni) che ce li impongono, è certo che gli oggetti o le cose – di per sé, da soli – non riuscirebbero a signoreggiare nemmeno uno schiavo che bramasse davvero di restare schiavo».

  3. …sì, sono d’accordo con Ennio Abate: in queste poesie del “Realismo terminale” si puntano i riflettori sugli effetti devastanti della massiccia circolazione delle merci, meno sulla loro manipolazione da parte, per esempio, delle multinazionali e e della propaganda a favore del consumismo, cioè del capitale …ovvero rimane per lo più sottintesa. Nelle poesie di Giuseppe Langella si manifesta più apertamente la manipolazione di cui siamo oggetto, tra gli oggetti, per esempio nella poesia “C-ottimisti” nei versi : “…siamo come padelle in mano a un cuoco/ che devono vedersela col fuoco,/ congegni a molle a cui dare la carica…” oppure in “Brace, brace”: “…Game over, / baby, game over: l’urna è il flipper delle plebi”…

    1. Mi pare che, ancora una volta, Annamaria abbia fatto centro, quando osserva che nelle poesie dei Realisti terminali il giudizio politico (che è in primo luogo analisi delle cause strutturali, cioè economiche, di certi fenomeni) “rimane per lo più sottinteso”. In effetti, il movente ideologico non viene mai esplicitato del tutto, nemmeno nei miei due testi, dove pure fa capolino. Ma forse alla poesia si deve chiedere solo un rispecchiamento critico della realtà. Vogliamo parlare, in questo senso, di funzione pre-politica? Il suo compito precipuo ci pare debba essere quello di suscitare nei “dormienti” una coscienza inquieta, in modo da avviare un processo virtuoso di conoscenza e redenzione del mondo. Ironia, insomma, e maieutica: alla maniera di Socrate.

  4. Continua la saga della poesia pop di Guido Oldani. Poesie degne di Face book, perché abbastanza apocalittiche da non poter essere prese sul serio. Si cerca di afferrare il linguaggio nascosto nei selfie, chissà perché pensando che ve ne sia uno. Ne va dell’autenticità dell’autore, se si specchia nel finto dichiarato, che nemmeno il padrenostro saprebbe acconciare ad arte. Ma poi, cos’è questa guerra agli oggetti (definire oggetti: merci di consumo?), se ne son piene anche le poesie? Allora chiamiamole COSE, perché gli oggetti del consumismo hanno rotto (in definitiva qualcosa di buono la crisi ha prodotto) ma le cose restano indispensabili al poeta: per affrancarlo, perché le cose sono portatrici di ricordi e stabilità ( presenza del reale) altrimenti si volerebbe e dio solo sa dove potrebbe arrivare il palloncino di ogni poeta. Mettiamola così, che il “Realismo terminale” poteva andar bene fino a vent’anni fa, prima della crisi: oggi non è rimasto più niente (del futuro) in cui sperare. Siamo andati oltre il senso della contemporaneità, intesa come nostra epoca; al di fuori della storia narrabile, nel mentre infinito di un’agonia dove, a parer mio, non è rimasto nulla da salvare. Quel che era terminale vent’anni fa, ora è terminato. Mi spiace per chi non se ne fosse ancora accorto. E i valori non possono più essere il fuoco, il lento germogliare di un fiore ecc. i contadini di una volta sapevano a malapena far di conto (ma è proverbiale che ci ha sempre saputo fare), oggi son diplomati in agraria, sanno organizzarsi in moderne aziende; difficile che si torni indietro. Cerchiamo di capire il nuovo, quando c’è, e impariamo a soppesarlo; ma per farlo servono nuovi criteri, che spesso vanno oltre i nostri bisogni. La scienza che avrebbe sottomesso la natura (salvo quando ci scrolla di dosso un terremoto) è la stessa che potrebbe porvi lentamente rimedio. Del resto a nessuno verrebbe in mente di tornare alle palafitte.
    Mi scuso con i poeti per questo giudizio tranchant, poesia è sempre da difendere ma proprio perché poeti abbiamo importanti responsabilità; a partire dal linguaggio che usiamo – e riconosciamo a Oldani la maestria – ma appiattirsi, se pure con disgusto, sul mercificato è quanto meno operazione ingenua.

  5. “Non sappiamo più accendere un fuoco, zappare l’orto, mungere una mucca. I cibi sono in scatola, il latte in polvere, i contatti virtuali, il mondo racchiuso in un piccolo schermo. È il trionfo della vita artificiale.”
    Queste parole, che sottintendono un giudizio, in realtà non fanno altro che prendere atto dello stato delle cose. La qualità della vita di noi tutti non dipende dal latte in polvere o dal cibo in scatola, così fosse basterebbe farne a meno; l’industria dei veleni potrebbe fallire o riconvertirsi nella farmaceutica. Per contrastare la spinta al consumismo, se di questo si tratta, basterebbe darsi da fare per incoraggiare un cambio di mentalità. I poeti operano in questa direzione, l’han sempre fatto anche se inascoltati. Agli amici del Realismo terminale vorrei dire che si stanno attardando sulle posizioni che furono del vecchio Courbet, dove al posto delle mucche ci sono abitati e il frullii di telefonini. Quel realismo è giunto al termine forse perché le immagini televisive si sono ormai assestate nella nostra memoria. E’ un cambio ontologico, non un semplice errore di sistema.

  6. …è difficile smascherare i progetti perversi di chi ci inculca pensieri, immagini, comportamenti, come fossimo capi marchiati di mandrie obbedienti, ma se ancora resta un piccolo spazio nelle menti, la parola d’ordine dovrebbe essere eliminare, non nei lager le persone, ma gli oggetti di nostra (o loro) invenzione…Tuttavia per fare una distinzione:
    gli oggetti li usi e getti,
    se sono troppi e non ricicli mangiano i vivi,
    le cose se sono care
    le conservi e/o le fai girare…

  7. Ci sono certi oggetti su cui non si deve fare ironia: le armi. Altri oggetti sono essi stessi la similitudine rovesciata: quelli riciclati e quelli fatti da sè. Non oggetti singoli ma pezzetti di mondo cosalizzati sono: le news, i talk-show, l’infotainment.

  8. Quello che lascia perplessi nel manifesto, dal mio punto di vista, è che la situazione “reale” descritta e condannata sembra non avere una genesi storica e politica. Sembra quasi che viviamo una situazione determinata da una strana e avversa evoluzione naturale e non da scelte politiche e economiche: lo sfruttamento di altre persone, dei lavoratori, delle risorse naturali. In questo senso non comprendo bene neanche la funzione del poeta. Davvero scrivere versi su questi temi assolverebbe ad una funzione “generale”? O forse non si dovrebbe rovesciare l’ordine dei fattori? partire dall’impegno politico per dare un fondamento alla poesia espressione di esperienza e non di semplice osservazione e analisi.

  9. APPUNTI

    1.
    È vero che molti di noi, qui in Italia, non sanno più «accendere un fuoco, zappare l’orto, mungere una mucca», ma molti altri, in tante regioni del mondo, sanno farlo e continuano a farlo. Perché rammaricarci di questo? Non sappiamo fare tante altre cose che i nostri antenati facevano bene ma ne facciamo bene altre. La divisione del lavoro esiste da secoli ma di per sé non è stata sempre e soltanto un danno. E questo vale anche per i cibi in scatola o il latte in polvere. Siamo in milioni a doverci sfamare e le tecniche di conservazione del cibo aiutano (in teoria) a farlo. Non è, dunque, la Tecnica in sé il Male.

    2.
    La TV ha mille difetti, ma non mi pare che sia riuscita a cancellare il mondo. Che oggi non è affatto «racchiuso in un piccolo schermo». Questo lo possono credere milioni di telespettatori nelle lunghe ore che passano davanti allo schermo, ma poi fanno anche altro. E del resto il mondo non è stato mai del tutto racchiuso né nei geroglifici, né nella parola orale né in quella scritta. Sappiamo i limiti degli strumenti ( i linguaggi) che abbiamo imparato nei secoli ad usare per esplorare il mondo e rappresentarcelo. Ma ne possiamo fare un uso critico e più consapevole. Non è che, per la loro limitatezza, rinunciamo a parlare o a scrivere (e cioè ad esplorarlo, rappresentarlo, tentare di pensarlo il “mondo” o la “realtà”).

    3.
    La vita cosiddetta artificiale, fin dai tempi della pietra scheggiata o levigata, s’è sempre intrecciata in modo inestricabile con quella cosiddetta naturale. In proporzioni diverse, certamente, nei vari secoli e nelle varie regioni del pianeta. E del resto l’opposizione naturale/artificiale è da una parte comunemente usata e dall’altra estremamente problematica. «La diga costruita dai castori, la ragnatela tessuta dal ragno, l’alveare, o il nido degli uccelli sono considerati generalmente oggetti naturali, mentre la diga costruita dall’uomo, la stoffa che questi tesse, il cesto che intreccia sono considerati oggetti artificiali […]In che consiste il criterio di tale distinzione? Può avere un carattere oggettivo?» si chiede Stefan Amsterdamski, autore della voce «Naturale/artificiale» della Enciclopedia Einaudi 9, 1980. E alla fine di una lunga e interessantissima trattazione conclude problematicamente: «Da un punto di vista genetico […] tutto ciò che esiste può essere considerato naturale. La questione viene risolta di volta in volta sulla base del modello normativo di vita sociale approvato. Analogamente, quando si definisce “naturale” una certa istituzione, sia questa la poligamia o la monogamia, la monarchia o la democrazia, si sottintende con ciò che ogni attività volta contro di essa è un attentato all’ordine naturale. Se tale definizione le viene invece negata, se ne desume che essa potrebbe non esistere o essere sostituita da un’altra, o che forse dovrebbe essere addirittura abbattuta. E poiché di nuovo non è possibile indicare un criterio che distingua il naturale dall’artificiale, non esiste istituzione che non possa essere legittimata o sconfessata definendola naturale oppure negandole questo attributo, e ciò indipendentemente da ciò che si sa o si giudica della sua genesi, indipendentemente perfino dal fatto che essa si sia formata spontaneamente, senza il progetto di alcuno oppure sia frutto di un’attività finalizzata» (pag. 810)

    4.
    E poi non vedo questo assoluto «trionfo» della vita artificiale. Sì dà per compiuto qualcosa che non lo è affatto. La contrapposizione frontale e assoluta tra naturale e artificiale perciò non la condivido. Chi la sostiene fa riferimento a un disagio reale. Perché è indubbio che di fronte all’incessante e caotico mutamento da cui sono state investite le società umane dalla rivoluzione industriale in poi non si può essere tranquilli e speranzosi. Ma, trascurando o sorvolando – come si fa nel Manifesto del Realismo Terminale – sulle sue cause (per me storiche), il pensiero e il discorso pubblico (anche quello poetico) vengono incanalati in quello che a me pare un vicolo cieco: il ritorno ad un passato mitico o età dell’oro o “stato di natura” (buono o migliore di quel che è stato poi il processo storico seguito). Ma sappiamo (già Leopardi lo sapeva) che questo ritorno è impossibile.

    5.
    Scrive ancora Stefan Amsterdamski: «Tutte le concezioni di un “ritorno alla natura” sono state e sono tutt’oggi critiche della civiltà, che, creando nuovi bisogni, “snatura l’uomo” e media attraverso i suoi prodotti i rapporti di questo con la natura e gli altri uomini. Ma è noto anche che per nessuna di tali concezioni, a cominciare da Rousseau per finire al neoromanticismo contemporaneo, l’ideale dei rapporti umani con l’ambiente non è né può essere costituito da rapporti non mediati in generale dai prodotti coscienti dell’attività umana, da “artefatti”» (p.810) Non voglio sbeffeggiare questa nostalgia dell’”uomo naturale”, ma mi pare chiaro che chi va in questa direzione è mosso da valori ( dà un giudizio di valore) diverso dai miei.

    6.
    Non sono gli oggetti che da “servi” (cioè strumenti) si sono trasformati in nostri padroni. Non c’è nessuna «invasione degli oggetti». Ho già detto a sufficienza nell’intervento del 2010 e riprecisato nel commento precedente. Aggiungo che ad alimentare questa visione è la tradizione filosofica dell’heideggerismo, che ha prevalso in Italia e che viene accettata come ovvia anche nelle recensioni che ho letto sul Realismo Terminale”. Ad esempio in quella di Maurizio Soldini:

    «Tutto è artificiale e questa artificialità abitata da oggetti la ritroviamo per antonomasia raccolta e osannata nel centro commerciale, che ritengo essere diventato il tempio di quello che Oldani definisce oggettismo terminale. Lì dove gli oggetti, heideggerianamente parlando, sono i prodotti della tecnica, che si continua a imporre e a cercare di sostituirsi all’uomo, scambiando i ruoli di oggetto e soggetto, lì dove la stessa tecnica sta ormai terminando di fagocitare il soggetto umano» (http://www.larecherche.it/testo.asp?Tabella=Recensioni&Id=468).

    7.
    Heidegger è un pilastro della filosofia de Novecento. Ma devo dichiarare la mia diffidenza. E non solo per ragioni politiche ben note, ma soprattutto perché la sua filosofia lusinga troppo i poeti. Perché affida proprio a loro il Compito Pastorale di cercare una possibile via d’uscita dalla crisi in cui ci ha precipitato lo sviluppo storico. Sentite, infatti, come prosegue Soldini:

    « Lì dove potremmo trovare, però, una possibile via d’uscita e una qualche verità di senso quale è riposta nell’arte e in particolare nella parola poetica, fonte di salvezza dello stesso essere, parola di cui l’uomo si deve fare pastore e curarne tutti gli aspetti a ché non sia travolto e stravolto dalla tecnica e dai suoi oggetti, proprio come oggi sta avvenendo e come denuncia lucidamente anche Oldani. Parola che oggi più che mai, così come viene veicolata nel linguaggio soprattutto virtuale e pertanto non parlato degli sms e delle e-mail, ha bisogno di essere curata. Una parola diventata muta, che non suona più, che non si muove più tra inspirium ed espirium. Una lingua fatta di parole morte, esangui, che andrebbero fatte rinascere a nuova vita. Problema estetico e nello stesso tempo etico. Che chiama alla responsabilità chiunque, ma in particolare chi scrive e chi parla soprattutto come poeta.».

    Lapidariamente e brechtianamente per ora mi limito a dire: guai ai popoli che hanno bisogno di questo tipo di poeti…

    8.
    Scrive ancora Soldini nella sua recensione:
    « Insomma il realismo terminale è un passaggio epocale col quale anche la poesia non può non fare i conti. E il canone è dettato dai dinamismi oggetto-soggetto, in cui l’uomo subisce l’imposizione e, secondo me, l’impostura dell’oggetto. E in questa impostura bisognerà lavorare di fino, con le unghie, ma se capita anche con ironia, per cercare di smascherare la trappola. Nel rovesciamento globale di oggetto-soggetto, nell’era post-human, dove non si sa più quanto ci sia rimasto dell’uomo (biologicamente parlando) e ancor più dell’umano, quanto ci sia rimasto di naturale rispetto all’artificiale, anche del paesaggio, che dire del silenzio della cultura attuale a tale proposito? E che dire della poesia, che pare faccia finta di nulla e di non accorgersi dei cambiamenti epocali intercorsi?».

    D’accordo sulla necessità che la poesia non faccia finta di nulla. E perciò ho chiesto ai lettori di Poliscritture di fare i conti con questo Manifesto di un gruppo di poeti e di critici. Però ho molti dubbi che si possa o si debba puntare sull’ironia. Il riso è, in certe situazioni, positivo se prepara qualcosa, non se s’accontenta di stare «sull’orlo del’abisso» o aspettare che «l’uomo deriso, si ravveda». Tra l’altro non vorrei correre il rischio di deridere anche chi è in difficoltà e ha bisogno di una mano o di trovare alleati nella sua lotta per sopravvivere o farsi riconoscere come umano.
    (Vedi la nostra recente discussione sui migranti: http://www.poliscritture.it/2016/12/28/noi-e-loro-nello-specchio-di-facebook-verso-la-fine-del-2016/. Ma anche quella su poeti e guerra: http://www.poliscritture.it/2017/02/22/i-poeti-in-tempo-di-guerra-non-pensano-abbastanza/) contro altri che lo vogliono respingere e costringere alla condizione sub-umana ( e non *post-human*).
    A costoro l’ironia (una ironia – la nostra – quasi sempre all’ombra del potere che li scaccia) giova fino ad un certo punto o nulla.

    9.
    La critica di Mayoor al Realismo terminale. Coglie una contraddizione: « cos’è questa guerra agli oggetti (definire oggetti: merci di consumo?), se ne son piene anche le poesie?». Come a dire: li volete combattere, ma ne è fin troppo pieno il vostro immaginario. A cui aggiungerei, una domanda: ma che conoscenza abbiamo di queste tecnologie o nuove tecnologie che ci ”invaderebbero”?
    Comunque, non credo che « il “Realismo terminale” poteva andar bene fino a vent’anni fa, prima della crisi» e ora sia “superato”. Credo che questa reazione “romantica” alla crisi abbia una sua ragion d’essere, esprime inquietudini profonde. Da interrogare e criticare.

  10. Direi, velocemente, anche a titolo di provocazione, perché non si riesce mai ad essere abbastanza radicali se non provocando anche se stessi:
    1) Le terre, i minerali, le acque, le piante, gli animali non scrivono poesie. L’uomo, da un certo momento in poi della sua “evoluzione”, le scrive. Quale artificio più artificioso di questo? La poesia è un manufatto, molto più artificiale di una seggiola o di un tavolo, manufatti più semplici e primitivi. La poesia richiede sofisticati strumenti, tradizioni tecniche raffinatesi in millenni di lavoro, conoscenze culturali assai recenti nella storia “naturale” dell’uomo. Dunque, la poesia, più di molti altri oggetti artificiali, è un oggetto artificiale per eccellenza. E quando si piega ai manifesti programmatici, diventa anche oggetto immesso intenzionalmente in un mercato, normalmente ed economicamente povero, perché il proprio oggetto poetico valga di più, cresca di prezzo e di prestigio, e così cresca di prezzo e di prestigio e di carriera l’autore di quell’oggetto. Ho sempre considerato i manifesti, di ogni tipo, oggetti di propaganda per valorizzare un prodotto, sia nei suoi aspetti ideologici sia in quelli commerciali. Per esibirli ed esibirsi, insomma. Se il capitalismo non è innocente, se il mercato non è innocente, di certo non sono innocenti i poeti e chiunque produca oggetti per il mercato. Dico “oggetti”, e non “merci”, perché non tutti gli oggetti assumono il valore e la veste di merce, ma tutti sono però inseriti nel mercato, che comprende anche le relazioni interpersonali di domanda e offerta non strettamente legate a funzioni economiche.

    2) L’unico criterio con cui giudicare una poesia, come qualunque altro oggetto artificiale prodotto dall’uomo, rimane pertanto quello solito: mi piace o non mi piace? mi è utile o non mi è utile? è bello o non è bello? è necessario o non è necessario? mi fa crescere o no? mi trasforma in meglio o no? ecc. ecc. Giudizio in cui l’estetica si mescola all’etica e all’interesse cognitivo, ciò che è strettamente soggettivo al rapporto oggettivo con il mondo in cui viviamo, e così via.
    Non c’è manifesto che possa fare di un cattivo poeta un buon artefice di poesie. E un buon poeta non ha bisogno di manifesti, per esprimersi in poesia. Casomai ne ha bisogno per esprimere altre cose: ad esempio le sue tendenze culturali, le sue preferenze politiche, le sue elucubrazioni sul mondo ecc. Tutto cose che stanno dentro, anche dentro, la poesia, ma come ospiti occasionali, non come l’elemento essenziale, se mai ce ne fosse uno, di elementi essenziali nella poesia.
    Inoltre, ogni manifesto, a suo modo, tende a porre dei confini all’interno dei quali si forma, necessariamente, un’arcadia, un poetare arcadico, un poetare che si dà regole che derivano dallo statuto di un mondo arcadico. Che si chiami Arcadia o che si chiami Gruppo ’63 o che si chiami in altro modo, il confine limitativo dell’arcadia è sempre ben presente, come segno identitario di inclusione e di esclusione che riduce il pressoché infinito mondo poetico a un insieme a numero chiuso.

    3) Su Heidegger, la parola e la poesia. Se si crede che Dio ha creato l’universo, e che Dio trascende l’universo, e che l’universo è una sua creatura, allora tutto ciò che è nell’universo, in quanto distinto dal suo creatore, è un ente artificiale, perché prodotto dal divino artificio della creazione. Le stelle come i telefoni cellulari sono oggetti artificiali, oggetti mondani (nel senso teologico e ontologico), oggetti distribuiti nelle gradazioni dell’artificialità, perché ci sono oggetti di prima generazione che producono, costruiscono, oggetti di seconda generazione che producono oggetti di terza generazione ecc. Tutto artificiale perché distinto da Dio e insieme tutto naturale perché tutto prodotto secondo regole, possibilità, linee di produzione che hanno la loro radice e giustificazione nella “natura” prima, intesa come primo oggetto creato da Dio.
    In questa ipotesi, la parola poetica rifiuta gli oggetti, le tecniche, le produzioni artificiali, nel tentativo di risalire all’ente creatore, a Dio, di capirne le riposte intenzioni, di dialogare con lui. È un po’ come se il tavolino scrivesse poesie per cercare un dialogo con il falegname che l’ha costruito. E sicuramente ci riesce, perché la parola poetica è capace di costruire Dio stesso. Ma non si tratterebbe del Dio creatore, bensì del Dio creato dalla parola. Dunque, di un Dio oggetto artificiale.
    Se si rifiuta l’ipotesi di un Dio creatore e si accoglie quella della natura come ente primo, vestita e investita di tutte le qualità di Dio stesso (più o meno), allora tutto è natura e, insieme, tutto è natura divina, divinizzante, divinizzata. E la poesia contro la tecnologia svolge il ruolo di ricerca dei segni originari, delle essenze da cui si è sviluppato tutto il naturale/artificiale partendo dalla ipotetica natura prima (dalla Natura / Dio). Questa ricerca non può che essere una regressione, sia in senso linguistico, sia in ogni altro senso, perché va alla ricerca di ciò che c’era prima e prima ancora e prima prima in assoluto rispetto a quegli oggetti che si criticano e si rifiutano. Ricerca di grande valore cognitivo in alcuni campi, ma fallimentare e distorcente in altri e sempre regressiva nelle sue applicazioni sociali. Fino al ridicolo, per quanto spesso propinato come opera di alta critica sociologica o politica o letteraria e via discorrendo. Un solo esempio: critichiamo il consumismo? Bene. Ma se il consumismo ci opprime, ci libera anche da tante altre cose. Allora, si tratta di trovare un equilibrio, personale, interpersonale, sociale, economico. La critica, di per sé, è inutile e falsa e ipocrita. Che significa criticare il consumismo? Vedo critici che vanno in auto di loro proprietà, che hanno uno o due televisori, uno o due cellulari, dieci vestiti nell’armadio e via discorrendo. Questi critici sono davvero critici? O non si tratta piuttosto di ipocrita posa accademica? O li usi, gli oggetti, o non li usi. Se li usi, non puoi criticarli, e tanto meno vagheggiare un’arcadica mitologica natura priva di quegli oggetti.

    4) Per chiudere, un piccolo omaggio a Guy Deborde, del cui libro “Società dello spettacolo” ricorre il 50° anniversario dalla prima edizione (1967). Critico ben più radicale della società degli oggetti, dei consumi, dell’alienazione, ha fallito per due motivi: il primo perché ha contrapposto alla società da lui rifiutata una diversa società che è risultata poco appetibile ai suoi lettori (a parte il libro capolavoro, leggete le altre sue cose e guardate i suoi film: una noia infinita!). Il secondo perché lui stesso, sopraffatto da ciò di cui teorizzava il rifiuto, non ha trovato altro modo per uscire dal drammatico conflitto se non suicidandosi. E chi si suicida raramente riesce a convincere gli altri delle sue buone ragioni.
    Ma fra le molte cose interessanti e profetiche che ci ha lasciato, c’è questa: gli spettatori «non trovano quello che desiderano ma desiderano quello che trovano». L’uomo alienato è infelice perché non riesce a trovare ciò che desidera. Un passo avanti nell’alienazione e arriveremo a desiderare ciò che troviamo. Anche l’alienazione, allora, come nel romanzo distopico di Aldous Huxley “Il mondo nuovo”, non sarà più percepita come tale, bensì come appagamento e felicità. In fondo, l’alienazione, che cos’è se non un oggetto artificiale prodotto dalla vita artificiale dell’uomo? E che cos’è la felicità se non un analogo oggetto? E qual è la differenza se non una valutazione spesso solo soggettiva?
    Un antropologo, parlando di una rara (e ora scomparsa) popolazione capace di vivere in nudità fra i ghiacci, scrisse che queste persone avevano sviluppato una capacità “naturale”, intrinseca alla propria natura biologica, di adattarsi al freddo, analoga a ciò che altre persone, costruendo vestiti, avevano sviluppato in modo “artificiale”, “culturale”, estrinseca alla natura biologica. Tuttavia, entrambe le capacità erano forme di adattamento e di relazione con l’ambiente in cui vivevano. Forme alternative. Impossibile, in assoluto, dire quale forma di adattamento fosse la migliore. Limitiamoci a constatare che la fabbricazione di vestiti è stata, biologicamente, evolutivamente e culturalmente, la forma vincente. L’artificio produttore di oggetti ha vinto sulla natura produttrice di adattamenti “naturali”.

    1. Condivido molti punti del commento di Luciano Aguzzi. Obietterei però qualcosa a proposito della sua troppo drastica svalutazione dei manifesti di poetica. Possono avere delle pretese innovative esagerate; oppure, al di là delle dichiarazioni inclusive, finire per far prevalere le dinamiche del gruppo “chiuso” (Fachinelli docebat:http://moltinpoesia.blogspot.it/2011/11/ennio-abate-riflessione-di-un.html#more). Eppure a me pare positivo che un gruppo di poeti e critici dicano apertamente quali sono le loro tendenze culturali e magari le loro preferenze politiche o le loro teorie sul mondo e sulla poesia. Non parlerei subito di elucubrazioni. Semmai, verificherei la solidità di quelle idee o teorie e che rapporto c’è tra esse e le poesie prodotte. Del resto anche il poeta singolo una poetica se la forma e anche lui, non solo quelli che fanno gruppo, può elucubrare a vuoto.

      1. «Del resto anche il poeta singolo una poetica se la forma e anche lui, non solo quelli che fanno gruppo, può elucubrare a vuoto» [E.A.]
        Giusto. Condivido l’obiezione, che non è in contrasto con quanto da me sostenuto. E preciso:
        1) Se il manifesto dice: «Questa è la mia /la nostra poesia; queste le nostre intenzioni», mi va bene.
        2) Ma se dice: «Questa è /deve essere la poesia; queste devono essere le intenzioni dei poeti», non mi va bene.
        Ogni poetica può essere valida se convive, senza pretese egemoni, con tutte le altre poetiche presenti. Se pretende di cancellarle, non va bene.
        Quando il Gruppo ’63 ha teorizzato la sua linea ha presentato anche proposte interessanti; quando ha criticato per partito preso ottimi scrittori non conformi alle proprie pretese, ha agito da gruppo di potere, da confine e da freno, da gruppo regressivo e repressivo, svolgendo una funzione negativa e depressiva rispetto alla buona letteratura.
        È questa pretesa egemone, a danno di chi la pensa diversamente, che è il male sempre sottinteso e spesso esplicito di ogni manifesto.
        Le poetiche vanno approvate o criticate nei loro prodotti, non nelle loro teorizzazioni. Ma se la teorizzazione è anche esclusione del diverso, ciò è in sé un elemento negativo, indipendentemente dalla qualità delle poesie che i teorizzatori producono.
        (Naturalmente, le teorizzazioni possono essere criticate e rifiutate anche se non pretendono nessuna egemonia, ma da un altro punto di vista: quello ideologico, filosofico, politico se coinvolgono la politica. Ma questo è un altro discorso che ci porta fuori dalla valutazione estetica e poetica in senso più proprio e che riguarda ogni “elaborato culturale”, di qualunque fonte e natura).

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