Scioperare fa male, anzi è il male!*

The Industrial Workers of the World in the US

DIALOGANDO CON IL TONTO (11)

di Giulio Toffoli

Il Tonto mi guarda e ride: “L’hai sentita l’ultima boutade del ministro Graziano del Rio, uno dei cooptati della ammucchiata di Renzi? In altri tempi lo avremmo definito un democristiano di destra, ma ora la storia, che in Italia ha il vezzo di essere da sempre caratterizzata da un pervicace trasformismo, lo ha fatto un pezzo grosso del PD”.
“Mi scuserai – cerco di difendermi per la mia ignoranza – ma non ho sentito nulla. Che ha detto di significativo. Mi è sempre sembrato una figura scialba, se non altro senza la protervia di un Poletti …”
“Beh oggi si è strappato le vesti affermando, parola più parola meno, che bisogna rendere più difficile proclamare gli scioperi. Una minoranza di lavoratori non può tenere in ostaggio la maggioranza dei cittadini. E’ insomma necessario stabilire dei limiti per i sindacati che non rappresentano almeno la metà dei lavoratori”.
“Ma che bello, – mi viene spontaneo dire – come non ricordare i giorni gloriosi della cosiddetta «maggioranza silenziosa» che chiedeva di sbaraccare i sindacati. Considerato che nessun sindacato rappresenta in nessun settore la maggioranza dei lavoratori, mi sembra che così abbiano trovato la quadratura dl cerchio. Del Rio ha trovato il modo per liberare questo nostro povero paese da una delle reliquie di una oramai quasi dimenticata democrazia. Non ce l’hanno fatta con il referendum, riprendono il lavoro su un altro settore … Ma che bravi”.

“Volevo però ripeterti parola per parola la dichiarazione di un giurista che fra l’altro è stato consulente per il governo quando fu emanata la legge 146 del 1990 destinata a regolamentare lo sciopero nei servizi pubblici essenziali. Si tratta di Piergiovanni Alleva che ha dichiarato: «La legge era basata sul concetto di persuasione morale, le indicazioni non erano di tipo cogente; dopo la commissione è passata da azione morale a diventare un tribunale degli scioperi, sempre più capzioso, sempre più unilaterale, che ha un solo scopo: quello di impedire al sindacalismo autonomo di farsi strada; sarò un po’ duro, ma è così. Lo sciopero di oggi è stato uno sciopero che anche Giuseppe Santoro Passarelli, Presidente della commissione, ha dovuto dire, perché è persona onesta tutto sommato, “beh non ci posso fare niente; è uno sciopero legittimo. O si cambia la legge o è così”. In verità questa è una legge che già limita parecchio il diritto di sciopero proprio per rispetto di altri diritti costituzionali. Loro vorrebbero semplicemente che gli scioperi non si facessero, e sa perché vorrebbero che questi scioperi non si facessero? Sono la smentita di un certo tipo di politica sindacale. Danno fastidio questi scioperi perché sono scioperi di protesta dei cosiddetti sindacati minori, ma che minori non sono più». Fin qui il giurista”.

“Bisogna dire che è stato chiaro. Lo sciopero è quello dei mezzi pubblici di ieri, ora ricordo. Vabbé, sembra essere un specie di destino, fra le limitazioni legate alla regolamentazione dei servizi pubblici essenziali, quelle basate sulle norme di autoregolamentazione accettate dai sindacati e altri mille cavilli, ormai scioperare è azione quasi eroica. D’altronde, grazie ai governi di centrosinistra la contrattazione nazionale fra un poco verrà messa in soffitta. Allora non rimarrà che attendere le regalie del governo.
Personaggi come Del Rio mi fanno tanto pensare a cultori di antichi modelli, quelli che erano in voga nel mai completamente dimenticato Ventennio.
Per fortuna che è rimasto qualcuno a ricordare che almeno per ora c’è ancora la Costituzione repubblicana e almeno teoricamente sopravvive il diritto di sciopero. Ma sarò cattivo profeta, questo è un terreno su cui i nostri giovani arrembanti si faranno presto sentire …”.

*L’intervista a Piergiovanni Alleva è stata trasmessa nell’edizione mattutina del Radio Giornale di Radio Popolare- Milano del 17 giugno 2017

5 pensieri su “Scioperare fa male, anzi è il male!*

  1. Mi dispiace per Toffoli e per il Tonto, ma ci siamo ridotti a fare una battaglia nemmeno difensiva ma di retroguardia nell’attesa che arrivino i nostri (?). Siamo asserragliati dietro gli scalcagnati carri messi in cerchio (magari sventolando la bandiera “Non sparate sulla Croce Rossa”!) per difenderci dagli attacchi degli Indiani. Che, in questo caso, non sono i Pellerossa di westerniana memoria, ma coloro che hanno ‘fatto gli indiani’, lasciando marcire tutto quanto e che intenderebbero proseguire in questo lugubre appiattimento, facendo di ogni erba un fascio.
    Mio padre diceva: “Chi semina vento, raccoglie tempesta”.
    Ora, non voglio rifugiarmi in rimembranze atte soltanto a far finta di avere ancora delle memorie da spendere!
    Molti di coloro che hanno ormai una non più verde età e sono passati attraverso vari tipi di lotte, sindacali e non, credo possano capire, se lo vogliono, lo sdegno per lo scempio compiuto e l’abbassamento culturale al quale siamo esposti!
    Ricordo le discussioni negli anni a cavallo tra il ’60 e il ’70, in quel di S. Candido, Val Pusteria, luogo di ritrovo estivo dell’intellighenzia romana e milanese di sinistra, deserto dal turismo di massa a seguito del clima terroristico in cui viveva in quegli anni (dal 1966 in poi) l’Alto Adige. Discussioni con Bruno Trentin, allora segretario generale della FIOM, non con “bau bau, micio micio”.
    La metto giù così, a spanne. Lui immaginava uno scenario basato sul fatto che, poiché i lavoratori sono TUTTI sfruttati, allo stesso identico modo, bisognava garantire a TUTTI lo stesso trattamento, uguaglianza a gogò (e non certo verso l’alto!), e che anche le confederazioni, sia pure storcendo il naso, dovevano adeguarsi a ciò e smetterla con le loro divisioni che avrebbero favorito”soltanto il padronato”. Progetto poi portato avanti da Luciano Lama, fautore dell’Unità sindacale CISL e UIL, anche se questa strategia non fu sempre coronata da successo (“cacciata di Lama” all’Università di Roma nel 1977).
    Io, a quei tempi giovanetta e inespertissima, volevo dire la mia e cioè che, memore anche di quell’annacquamento che fu la Resistenza che si trasformò in una, sia pur legittima, ma generica, lotta contro l’oppressore, si rischiava di perdere tutta la forza specifica e propulsiva di un pensiero altro che avrebbe dovuto portare avanti una idea di cambiamento. Ma il mio compagno di allora mi imponeva brutalmente il silenzio, come potevo avere l’ardire di confutare il segretario della FIOM? Già aveva dovuto, il mio compagno, ricevere lo smacco del rifiuto da parte della sezione provinciale del PCI a darmi la tessera del partito perché i mallevadori ai quali lui mi aveva presentato avevano scosso la testa, ero guastata da troppe letture classiche e poco incline ad accettare le Regole del Partito. Io pensavo che aiutare i lavoratori a sviluppare un pensiero critico – che non si limitasse ad essere meramente oppositivo (abbasso il padrone schiavista!), o di spicciola tutela del posto di lavoro (e oggi vediamo quale fine ignominiosa ha fatto quella tutela!) -, potesse essere utile non tanto per risolvere una situazione presente e immediata, ma per costruire qualche cosa di altro!

    Solo che sono passati gli anni e, nel frattempo, abbiamo assistito ad una trasformazione tale che facciamo sempre più fatica a raccapezzarci e a capire se, quando stiamo parlando e utilizziamo la solita terminologia (ad esempio, quella riportata da quest’ultimo lavoro di Toffoli), questa corrisponda veramente a ciò che è presente ‘fuori’ e non rappresenti soltanto solo ciò che è dentro la nostra mente.

    R.S.

  2. Forse ho le allucinazioni, ma mi sembra che oggi ci sia movimento, per i conflitti tra Usa e Ue, per l’attivismo russo in Medioriente, nel crescente astensionismo e/o conflitto politico da noi e in Francia, con Corbyn in Gran Bretagna. La situazione è molto tesa, e, o perciò, la gente non è più opacizzata, “asserragliati dietro gli scalcagnati carri messi in cerchio (magari sventolando la bandiera “Non sparate sulla Croce Rossa”!)”. E poi il neoliberismo ha mostrato la corda.
    Si noti che la reazione allo sciopero dei mezzi pubblici viene dopo il successo dello sciopero. Forse, come disse a sproposito la May, quando è troppo è troppo.

  3. *Forse ho le allucinazioni, ma mi sembra che oggi ci sia movimento* e che *la gente non è più opacizzata* (Cristiana).

    No, Cristiana, non hai le allucinazioni. I tuoi sensori recepiscono correttamente questi elementi dinamici.
    Io volevo esprimere un altro sentire. Che sono stufa di questi ‘movimenti’, dei vari ‘en marche’ (sia pure con le contestazioni che abbiamo visto attraverso l’astensionismo alla ultima chiamata ai seggi per Macron!). Nello stesso tempo dico: “Ben venga tutto questo. Mi fa piacere… piuttosto della palude!”. Ma ciò non corrisponde che a qualche cosa di ‘acefalo, senza un pensiero che gli fa da sostegno: il vanto di Macron riportato da tutta una pletora osannante è che in quattro e quattr’otto ha messo su un movimento vincente senza il supporto di un Partito! E io non credo che un pensiero possa essere ‘partorito’ da un movimento. Vorrei un’analisi che ancora, purtroppo, non c’è. Non mi è sufficiente dire che *il neoliberismo ha mostrato la corda*: chi sostiene l’Europa non applica forse, gratta gratta, politiche neoliberiste?

    So che è un problema tutto mio e come tale me lo gratto! Uscire dall’asserragliamento e essere fatti fuori dal nemico, lo metti in conto, ma essere impallinati dal fuoco amico.. non è piacevole!

    R.S.

    1. Dal fuoco dell’amico mi guardi Iddio, ché nelle fitte nebbie (solo nemiche?) si deve orientarsi in proprio. Ieri Euronomade pubblica uno scritto di Toni Negri preparato per il convegno sui populismi del 16-18 giugno a Roma, e integrato dopo la discussione. http://www.euronomade.info/?p=9434
      Il populismo del moderno “è più un segnale della crisi che un suo consistente superamento. E’ più un problema che la sua soluzione.” Negri ripropone il soggetto moltitudine: “Ogni strategia politica e sociale è dei movimenti e non può essere espropriata. […] Dentro la mancanza di unità dell”insieme di singolarità’ della moltitudine (ché così la si vede dal basso mentre dall’alto era vista come soggetto frammentato) vive piuttosto il desiderio di formare un’ontologia plurale e cooperativa di coalizioni politiche. Molti movimenti parlano ormai in termini di interrelazionalità, di connessioni variabili e potenti di rivendicazioni, di lotte e di istituzioni: così si organizza la nuova potenza della moltitudine.”
      Vana quindi ogni politica e della rappresentanza e della leadership, ma anche ogni riproposizione di lotte sul lavoro perché è “un lavoro che coordina nell’unità popolare ricchi e poveri, padroni e sfruttati, comandanti e comandati. Le regole di questo lavoro sono, né più né meno, le regole del capitalismo, del vivere nel rapporto di capitale.”
      Costanzo Preve intervistato nel 2010 da Fusaro disse che Toni Negri incorpora in un economicismo kautskiano una antropologia deleuziana-guattariana, quella secondo la quale il mondo è già comunista ma non sa di esserlo, cioè congiunge il massimo di determinismo economicistico e il massimo di soggettivismo anarchico, e crede sia questa la base del suo successo. https://www.youtube.com/watch?v=v4j41lmuJ74
      Infatti anche questa conclusione del testo di Negri mi sembra fondata su una necessità interna che è già rovesciamento realizzato del capitalismo, e un appello soggettivistico *all”insieme di singolarità della moltitudine*”: “Nelle teorie della sovranità si pongono qualificazioni della sua natura in riferimento alle tre funzioni del ‘prendere’, del ‘dividere’ e del ‘produrre’. Ora, nel tempo che ci si presenta, noi proponiamo contro il populismo, nel ‘prendere’ l’esercizio orizzontale della potenza della moltitudine contro la verticale sovrana; nel ‘dividere’, l’articolazione del comune contro l’ipostasi ‘popolo’; e nel ‘produrre’, l’imprenditorialità della moltitudine e il ‘rifiuto del lavoro’ organizzato dal capitale.”
      Il populismo fa un largo uso dell’idea di egemonia, e quindi di analisi e di alleanze, il comune e la moltitudine sono anch’esse idee, ma i riferimenti sono fuochi fatui che si dislocano e non hanno durate affidabili. La vecchia politica novecentesca si aggiorna, anche in senso populista, sia a destra che a sinistra, ma non va in pensione.

  4. …intorno allo sciopero penso che, oltre ad essere uno strumento boicottato dall’interno, spesso manchi un sentimento di solidarietà diffuso, che sappia comprendere i problemi di ogni categoria di lavoratori: può succedere che un ferroviere sostenga lo sciopero della sua categoria, con l’astensione dal lavoro, ma poi se l’insegnante di suo figlio sciopera e lui non sa dove “parcheggiarlo” allora inveisce contro “la scarsa coscienza” dei lavoratori della scuola, che non tengono conto dei disagi creati ai genitori…Questa carenza può spiegarsi, credo, con la massificazione delle moltitudini promossa dalla propaganda al servizio del potere finanziario politico e militare, che ci vuole individualisti, cinici e edonisti (felici no davvero)…I movimenti cercano di cucire insieme singolarità ribelli al sistema, non hanno l’organizzazione dei partiti, ma sfuggono anche alla corruzione che spesso travolge quest’ultimi…Quelli di sinistra purtroppo molte volte si perdono per strada, mentre quelli di destra arrivano a darsi una struttura paramilitare molto minacciosa…

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