Sedici poesie inedite da “Evasori sentimentali”

Marino Marini, scultura

di Franco Arminio

 

 

Del tuo corpo so ancora poco
e delle mani
e della via benedetta
che gira intorno all’ombelico.
Ti amerò per i poeti
che non ti hanno vista,
per i poeti veri
che erano al mondo
quando tu non c’eri.
Darò tutta la mia gentilezza
alle tue mani.
Se ti vedo
mi sgretolo,
sventolerò le mie ossa
come bandiere.

 

 

*
Togliti le mutande.
Ditelo a qualcuno
con la dolcezza
delle farfalle,
l’ostinazione delle formiche.
Offri la tua schiena
a un corteo di graffi,
la tua nuca a una barricata
di morsi.
Abbi cura che qualcuno
venga a molestare la tua noia,
la sua indifferenza.

 

 

*
Ti voglio abbracciare,
rotolare sulle tue braccia,
cadere per terra,
piangere con gioia,
cane commosso,
filo d’erba,
stella
che cambia posto
per dare al mondo un altro
cielo, chiaro anche di notte.

 

 

*
Ti voglio guardare
mentre hai gli occhi chiusi,
guardare il sole che ti passa
sulla fronte, le mani
che toccano la rosa sul tappeto,
e poi divampare in altri luoghi,
incollare le spalle alla parete,
sentire il tuo profumo mentre mordo
il pane della schiena,
Ti giri, guardo la tua bocca che si scuce.
Ora il tuo si è una sillaba assoluta,
la lingua arriva al sesso e gli fa luce.
Il seme è sui denti,
il mondo è immacolato e leggero.

 

*
Un viso, uno soltanto,
i denti come pesci,
il piccolo vulcano di una bocca
e poi tante nuvole negli occhi,
la pioggia senza destino,
il cane che attraversa la strada,
la vita che ora si fa
meravigliosamente imprevista, imprecisa,
il viso fiorito nel buio,
il ramo di un ciliegio,
e sei fuori dall’inganno
della paura, e pensi
a ogni uomo a ogni donna
dal balcone di quel viso,
e si fa giorno e il viso
lascia posto al cielo,
e facciamola una volta
la bella festa delle anime,
ognuno partorisce un poco di gioia
e la porta qui dove non c’è più
un tu e un io, ma un viso,
un viso per tutti, come un sole
che oltre a splendere
sorride.

 

 

*
Io avevo vent’anni e qualche mese,
ero dentro la tela dei miei nervi,
sputavo l’aria, non la respiravo.
Ricordo lo stupore del primo abbraccio,
ricordo le trecce e un giubbino giallo
che dava una bellissima forma ai fianchi,
ricordo la lotta tra le mie parole e il tuo silenzio.
Il paese era spaccato, c’erano ancora i muli
e c’erano le macchine, cadeva il vecchio
e il nuovo ci nasceva tra i denti.
D’inverno l’amore era nel freddo,
il container, la casa dei miei nonni,
perfino il garage dove chiudevo la macchina.
Manfredi e Livio non c’erano ancora,
la casa era ancora l’osteria.
Ora siamo in un altro tempo:
dal corpo al paese, alla comunità.
Ora posso dire che sono andato avanti
camminando dietro di te che stavi ferma.

 

*
Questo è tempo
degli evasori sentimentali.
L’amore è l’infinito
che si fa casa nel mondo.
Chi fugge
chi si nasconde
non è profondo.

 

*
Provo a pensare alla tua bocca socchiusa
al lampo assoluto
dei tuoi occhi.
Forse non c’era bisogno d’altro,
forse non era il caso di offrire
e ritirare il tuo amore con furia.
Bastava la tua bocca socchiusa
il lampo assoluto dei tuoi occhi.

 

 

*
L’amore è quando si partorisce uno spazio
grande come una pecora,
uno spazio da accarezzare.
L’amore è quando
due persone fanno una contrada.
uno è casa e l’altro è campo arato,
uno è pozzo e l’altro fontana,
uno è la finestra e l’altro il cane
che attraversa la strada.

 

*
Lei non cerca
non assaggia i cibi
che le portano.
Rimane appoggiata
sui più alti rami,
lontana dai bisbigli
e dalle mani.

 

*
Ti bacio in silenzio.
Tu resti ferma.
Ti tengo la faccia tra le mani.
Tu dici grazie.
Ti bacio lo sterno.
Tu respiri di più.
Ti metto le mani sui fianchi.
Tu sorridi e i fianchi si fanno più grandi.
Ti abbraccio tutta.
Tu diventi più piccola.
Ti tocco le mani.
Tu le apri tutte come un gatto,
Ti bacio il collo.
Tu lo allunghi, e il collo diventa profumato.
Ti stendo e mi metto sopra di te.
Tu chiudi gli occhi, annusi l’aria:
ora in questa stanza
ci sono tutte le rose del mondo.

 

*
Ti chiamavo da una terra lontana,
era una telefonata da niente
e invece mi sono lentamente
sgretolato sotto le tue sillabe
e l’isola in cui ero rinchiuso si è dissolta
sotto le onde della voce.
Adesso non posso scrivere, adesso aspetto
che mi chiami: ho la punta del cuore
che mi trema come una lama,
la punta delle mani senza sangue.
Ho buttato i pantaloni per terra
come si butta per terra un giornale,
resterò nudo fino a quando
non vieni a baciarmi con la tua voce.
Resto qui, ti aspetto,
voglio che mi vedi così, inerme,
scomposto, voglio che mi lecchi
la punta del cuore, voglio sentirti
con la mano che gira sul ventre.
Prendi la mano
che non ha mai toccato nulla,
prendila senza sapere se è la mia o la tua,
vieni a prendermi senza indugi,
vieni a prenderti, sei qui
tra le mie braccia.

 

*
La vena calda del tuo collo
e tu che dici
chiavami
mentre oscillo in te paurosamente:
sono una cosa a metà
tra l’oceano e il verme.

 

*
Restano i luoghi
e il corpo, nient’altro.
Allora se tu fossi qui
io potrei ripararmi nel tuo corpo
e tu nel mio.
Io posso darti solo gli occhi,
la parte più avventurosa del mio corpo.
Il resto è paura,
è questo vento che sale da sotto
e mi fa sentire
il vano batticuore della terra.

 

*
Una donna ci dev’essere
non so per cosa
ma una donna ci dev’essere
come ci sono le formiche
come ci sono le nuvole,
ci dev’essere una donna
che sia aria e dio
e carne aperta.

 

*
Fare l’amore
è la furia cieca della solitudine
e la dolcezza della comunione,
è il succhiare ingordo,
è allungarsi e accogliere,
è un gesto che ha sempre una sua irruenza
perché torna verso la nascita
e si avvicina alla morte,
non è stare in mezzo alla vita
come quando si sta davanti al bar
a chiacchierare.
L’amore non c’entra nulla
con l’anima, è uno sputo, un morso
un cieco leccare l’osso, la mano
il bosco.

 

Arminio, Franco.


– Poeta, scrittore e regista italiano (n. Bisaccia 1960). Autodefinitosi ‘paesologo’, ha 
raccontato i piccoli paesi d’Italia descrivendo con estremo realismo la situazione soprattutto del Mezzogiorno d’Italia. Animatore di battaglie civili, collabora con diverse testate locali e nazionali e ha realizzato anche vari documentari. Dopo il racconto erotico L’universo alle undici del mattino, è del 2003 Viaggio nel cratere in cui A. racconta l’Irpinia di oggi e la zona del ‘cratere’, quella colpita dal grande terremoto del 1980, riuscendo a coniugare uno stile narrativo straordinario all’impegno civile e all’indagine psicologica. Negli ultimi anni ha pubblicato molti libri, con notevole successo di critica e crescente apprezzamento dei lettori. Tra gli ultimi: Vento forte tra Lacedonia e Candela (2008, Premio Stephen Dedalus per la sezione Altre scritture), Nevica e ho le prove. Cronache dal paese della cicuta (2009), Cartoline dai morti (2010), Terracarne (2011), Geografia commossa dell’Italia interna (2013). Ha pubblicato numerose raccolte di versi tra cui Le vacche erano vacche e gli uomini farfalle (2011), Stato in luogo (2012)Poesie d’amore e di terra (2017) e Resteranno i canti (2018).

(da http://www.treccani.it/enciclopedia/franco-arminio/)

Un pensiero su “Sedici poesie inedite da “Evasori sentimentali”

  1. Sono coinvolta da un fare poesia che intende stare presso al corpo, e individuare un dire che non si separa, che non perde la radice inoltrandosi nel letterario. Queste poesie di Franco Arminio mi offrono l’occasione per sfogliare gli strati culturali e ideologici con cui la lingua riveste il corpo. Cerco, per cominciare, in Arminio quel grado zero di scrittura in cui si può quasi dire che sia il corpo che parla dei suoi moti interni, come in Saffo “la lingua mi s’affloscia, subito/un fuoco mi corre leggero sotto la pelle,/con gli occhi non vedo più niente,/le orecchie rimbombano,/un velo di sudore mi ricopre”.
    L’argomento si collega alla pulsione (Trieb) di Freud in cui è dato il legame animale-umano. Arminio tra le 17 poesie lo evoca in un verso /cane commosso/ (che diventa però subito un vegetale /filo d’erba/ e sublima in aneliti: stella cielo notte).
    Più vicini al corpo nel senso di passione sono le mancanze, quindi il dialogo, e la rimemorazione nel dialogo interiore, il corpo rimasto solo si vive come disarticolato, tremore, scioglimento: “adesso aspetto/che mi chiami: ho la punta del cuore/che mi trema come una lama,/la punta delle mani senza sangue… voglio che mi vedi così, inerme,/scomposto“.

    Rapporto di corpo con corpo apre il mondo. Lo raccontano 3 poesie di cui segno l’inizio “ti voglio guardare”, “un viso, uno soltanto,” (che è quasi una ritraduzione della “Quiete dopo la tempesta”) e “io avevo vent’anni e qualche mese”.
    Ma il mondo è linguaggio, ed ecco che sui morsi dell’accoppiamento intervengono altri significati (“mentre mordo/il pane della schiena”), addirittura la poesia finisce in un parallelo procedere ora su una metafisica “sillaba assoluta” ora sul realismo del “seme è sui denti”.
    Non solo linguaggio ma anche intenzione, progetto, e anche ideologia -nel senso di una programmatica e volontaria riproposizione dell’intero senso del mondo- una ulteriore veste che ricopre e significa perfino la sostanza dell’amore fisico. Anche io vivo da vent’anni in un piccolissimo paese dell’appennino abruzzese, e ho cura delle regole che servono per mantenere in vita la comunità e il territorio. L’amore tra i due sessi è un passpartout per quella vita in cui si inanellano corpo paese comunità.
    “Ora siamo in un altro tempo:
    dal corpo al paese, alla comunità.
    Ora posso dire che sono andato avanti
    camminando dietro di te che stavi ferma.”
    La terna corpo paese comunità è infatti programma e scelta.

    La poesia “evasori sentimentali” appare come un manifesto.
    Questo è tempo
    degli evasori sentimentali.
    L’amore è l’infinito
    che si fa casa nel mondo.
    Chi fugge
    chi si nasconde
    non è profondo.
    E’ un’accusa ai mondialisti, ideologhi di un mondo che è casa solo perchè l’amore infinito -attributo- diventa amore identificato con un indeterminato Infinito, quello del progresso, del capitalismo, dell’illimitato e del nulla. (E’ la lettura che preferisco fare, ma il testo offre anche quella contraria). Da cui evade l’amore, espropriato, che cerca casa senza nascondersi.

    Le successive poesie, tra quelle presentate testimoniano la presenza di una donna, una donna reale “uno è pozzo e l’altro fontana,/uno è la finestra e l’altro il cane/che attraversa la strada.”
    Non si affronta più solo la lingua del corpo, ma la lingua di un rapporto tra corpi nella differenza sessuale, e quanto a traduzione in linguaggio l’assenza gioca di nuovo un ruolo essenziale. La lontananza è quasi terremoto:
    Allora se tu fossi qui
    io potrei ripararmi nel tuo corpo
    e tu nel mio.

    Il resto è paura,
    è questo vento che sale da sotto
    e mi fa sentire
    il vano batticuore della terra.

    Di quella donna il linguaggio può però dire solo che è “i corpi sono l’essere qui, la presenza; non soggetti perciò a rappresentazione” (Angela Putino, I corpi di mezzo, Ombrecorte, 2011).
    Una donna ci dev’essere
    non so per cosa
    ma una donna ci dev’essere
    come ci sono le formiche
    come ci sono le nuvole,
    ci dev’essere una donna

    L’amore indicibile è coscienza corporale “La vena calda del tuo collo … mentre oscillo in te paurosamente”, e non è “stare in mezzo alla vita” come “davanti al bar a chiacchierare”, l’amore lo *fanno* i corpi, e insieme fanno nascere la concettualità del nascere e morire.
    Quindi si può rivestire il rapporto fisico amoroso di ampia visionarietà tradizionale:
    ci dev’essere una donna
    che sia aria e dio
    e carne aperta.
    “Che sia”, prescrittivo. Aria da respirare nel venire al mondo; differenza sessuale come dono di dio per la generazione; carne aperta per la nascita.

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