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Le poesie in prosa di Franco Arminio

di Donato Salzarulo

L’ultimo libro di Franco Arminio si intitola «La grazia della fragilità» (Chiarelettere, 2025). È composto da 81 prose che occupano per lo più una pagina, distribuite in otto capitoli intitolati: 1) Biografia di un’inquietudine 2) Guarire è uscire fuori 3) L’agonia ciarliera 4) Se arriva una guerra 5) Ci salverà la poesia 6) Per un ritorno della teologia 7) Desiderio e rivoluzione 8) Il mistero di questi anni. Lessico di tutto rispetto, tra psicologia e filosofia, polemologia e storia, estetica e teologia, indicativo dei campi tematici in cui l’autore coraggiosamente si avventura, con esiti più o meno condivisibili.
A queste prose va aggiunta quella contenuta in una sorta di appendice finale, intitolata È tutto un fiorire. È l’unica a sé stante, stampata in corsivo, ad indicare il particolare rilievo che Arminio le attribuisce. Il quarto capitolo, in posizione centrale, ha soltanto tre pezzi in prosa, il resto è rappresentato da diciotto composizioni in versi.
Si tratta in definitiva di un’opera mista in cui prosa e poesia dialogano, si contagiano e si cimentano nel difficile compito di trovare delle risposte provvisorie, fragili, precarie a quella domanda sull’umano che accompagna il poeta fin dai suoi primi lavori:
«In fondo io faccio sempre la stessa cosa: faccio una domanda sull’umano, ma non la faccio alle figure presenti, la faccio alla radice comune, alla radice lontanissima da cui veniamo, la faccio alla radice della radice, all’ombra che si assottiglia nella luce assoluta e svanisce per sempre, come svanisce la vita e non la ritrovi più.» (pag. 18).
Questa domanda sull’umano viene formulata a partire dal proprio corpo e dal proprio paesaggio, dalla storia del Sé di un Io esposto ai colpi dei suoi simili, del caso e del tempo che passa, di un Io nato da una madre ansiosa e da un padre furioso, avaro di approvazione nei confronti del figlio, attento quasi esclusivamente alla clientela dell’osteria; un Io che fuori di casa fa «la scoperta amara di un paese dall’umore storto: nemico di tutti, dolce neppure nel sonno.» (pag. 11). Quest’Io scrive poesie da mezzo secolo e ha sviluppato una sorta di antropologia sulle relazioni interpersonali all’interno delle tribù dei visi pallidi occidentali, sia che vivano nei paesi appenninici, svuotati dalle emigrazioni, che nei luoghi affollati delle metropoli, intossicate e inquinate, ambedue votati alla religione del consumo e del denaro, denunciata da Pasolini nei primi anni Settanta, dal quale, per certi versi, l’Io mutua posture e stilemi.
L’autore traccia la biografia dell’inquietudine di quest’Io nel primo capitolo e sin dalla prima pagina ce lo presenta nel gesto che gli è più connaturato: scrivere ad oltranza. Delle prose ovviamente. Ma quali prose? Di che qualità?…
Ecco, se devo indicare un motivo per leggere questo libro, la mia risposta è: perché rappresenta uno degli esempi più virtuosi di una prosa che non ha nulla da invidiare alla poesia. Anzi, per certi versi, è migliore. L’autore ne è consapevole. Infatti, concludendo il suo primo pezzo («Scrivere a oltranza») e indicando un motivo comune con l’opera di Robert Walser, scrive «che, nel suo caso come nel mio, non conta l’oggetto della prosa, ma solo la prosa stessa» (pag. 4). Ciò significa che Arminio presta più attenzione alla qualità della scrittura, alla costruzione della frase, del periodo, che al contenuto o all’argomento affrontato nel testo. Esattamente questa era la definizione di “funzione poetica” della lingua da parte di Roman Jakobson. Non solo. Ma si capisce che per l’autore scrivere in versi, andare, a un certo punto, a capo, consuetudine ritenuta per la stragrande maggioranza il principale marcatore della poesia, è scelta che gli crea un qualche impaccio, tant’è che scrive: «Con la poesia è come se dovessi tradurre e mettere in forma un contenuto, con la prosa è tutto più naturale, non c’è modo di mettermi in mezzo, anche quando sembra che l’oggetto della scrittura sia io e invece è la scrittura che mi usa per venire al mondo e sa farlo meglio di quanto sappia farlo io.» (pag. 4). Perfetto.
Prosa”, “poesia” sono astrazioni. Ciò che conta è il funzionamento concreto di un testo. Arminio nasce poeta e, a mio parere, resterà tale per sempre. La sua prosa è poetica e, se scrivendo così, gli viene tutto più naturale, lo faccia senza porsi ulteriori problemi.
Perché sostengo che la sua prosa è poetica? Semplice, perché basta esaminare uno qualsiasi dei testi raccolti in questo libro per rendersi conto di avere a che fare con un linguaggio tutt’altro che descrittivo o argomentativo o narrativo. Si tratta per lo più di una scrittura evocativa, espressiva, emotiva concentrata sull’esperienza soggettiva dell’autore, una scrittura musicale, ricca di immagini, di metafore, di figure retoriche:
«Ieri sera quando sono andato a dormire sapevo benissimo che avrei avuto bisogno di prendermi delle gocce per spegnermi, per non stare dentro un sonno di carta velina, subito rotto dalle piccole, dalle infime spine che contiene il buio: nessuna ora del giorno è inerte, nessun silenzio.» (pag. 3).
Questo è il primo periodo del primo capoverso della prima pagina. L’Io che va a letto non si addormenta, ma si spegne come una lampada o una candela. Il sonno è di carta velina. Qualificarlo leggero sarebbe stato banale. Il buio contiene infime spine.
Un linguaggio così è chiaramente metaforico, poetico, evocativo. Inoltre la sua musicalità è assicurata dalla selva di figure di suono: assonanze, consonanze, allitterazioni («quanDO» «DOrmire»; «andaTO» «avuTO»; «velINa» «INfime» «spINe»), da rime interne («prendermi» / «spegnermi») e dalla ripetizione di parole: «Nessuna», «Nessun».
Potrei fare tanti altri esempi, ma basta quest’ultimo relativo alla scrittura:
«Scrivere è un gesto più antico, c’entra poco col comunicare, viene dalla muscolatura involontaria, viene dalle ossa, dal punto in cui le ossa dei vivi s’incrociano con le ossa dei morti, un punto in cui visibile e invisibile si corteggiano senza capirsi.» (pag. 3-4)
Qui si nuota fra allitterazioni, rime e ripetizioni di parole: tre volte le «ossa», due il «punto», due il verbo «viene». Ora, però, non è su questo che desidero attirare l’attenzione, ma su quello scrivere che «c’entra poco col comunicare». Poco, poco, ma c’entra. Ed Arminio ci tiene molto a questo comunicare. I suoi testi, infatti, sono sempre molto chiari. La sintassi è preferibilmente paratattica e scivola nei neuroni come d’estate in gola un bicchiere d’acqua fresca. «Le ossa dei vivi s’incrociano con le ossa dei morti», «il visibile e l’invisibile si corteggiano senza capirsi», ma noi capiamo cosa vogliono dire queste suggestioni, capiamo che tra il regno dei vivi e quello dei morti c’è intreccio e scambio.
Criticare il mondo del comunicare, nelle sue varie forme e nei suoi molteplici aspetti, mettere sotto esame «l’agonia ciarliera» in cui siamo immersi, non significa ritirarsi in un eremo o in una torre d’avorio. Arminio scrive ad oltranza, comunica abbondantemente, mentre passeggia per le strade svuotate e desolate di uno dei suoi tanti paesi amati, se necessario, consulta lo smartphone o scatta una foto. Come tutti noi è in parte traslocato nel mondo digitale. Questo per dire che i temi con cui l’autore si confronta sono quelli quotidiani, quelli con cui tutti abbiamo a che fare: la condizione di solitudine, le guerre che i potenti decidono per noi, l’amore che c’è e non c’è, la malattia, la fragilità, la morte.
Sotto questo profilo il libro è un’ottima rappresentazione di questa sorta di «società dell’inconsistenza» in cui viviamo, del nostro «isolamento corale».
Una delle parole chiavi del suo vocabolario è «intensità»:
«Non mi interessa sopravvivere, mi interessa tentare la vita, cercare il massimo di intensità. Voglio sentire la scapola sepolta, l’affanno della formica, il respiro del moribondo. Voglio sentire nel mio corpo un altro corpo, voglio sentire il respiro di tutto il mondo, non accontentarmi del rancio che passa la galera in cui ci siamo preclusi.» (pag. 14).
Tutti forse vorremmo qualcosa di simile, vorremmo il massimo di intensità nella vita, ma non tutti possiamo votarci interamente alla poesia e utilizzarla, come fa Arminio, «per provare a intensificare la realtà» (pag. 6). Non tutti possiamo usare «la scrittura per sovvertire il piano inclinato in cui scivolano le giornate» (pag. 9). Può capitarci di diventare come un’immagine fotografica, «definiti, schiacciati in una forma a cui possiamo solo opporre qualche brivido che vediamo solo noi.» (pag. 8). L’alienazione esiste. L’oppressione non è soltanto una parola. Anche lo sfruttamento esiste. Davvero le nostre coscienze possono essiccarsi e i nostri cuori rinsecchirsi. Può salvarci la poesia? Può salvarci la riflessione sulla grazia della fragilità? Sostanzialmente no. «La poesia / non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi.» Quasi certamente Arminio condivide questi versi di Fortini. Ciò non toglie che leggere quest’opera può aiutare a dare la sveglia alle nostre coscienze e può essere, per certi versi, sorgente di passione per i nostri cuori e di conoscenza per le nostre menti. Se oltre al famoso piacere della lettura, stimola la messa a fuoco di alcune domande radicali sulla nostra esistenza e sul nostro modo di viverla, il bersaglio può ritenersi sufficientemente raggiunto.

25 Novembre 2025

 

 

 

 

Franco Arminio: «Caraluce. Atlante dei paesi invisibili»

di Donato Salzarulo

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Chiacchiere e sproporzioni

E una poesia sui 12mila morti a Gaza per mano israeliana (o soltanto per i 1400 morti israeliani per mano di Hamas) chi la scrive?
E quelli che sgomitano per commentare l’ennesimo femminicidio quanti commenti hanno fatto dal 7 ottobre ad oggi sul genocidio di Netanyau a Gaza?

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Angelica De Gianni: «Tra (me E me). Un dialogo interiore»

di Donato Salzarulo

1.- Non conosco Angelica De Gianni. In quarta di copertina leggo che è nata a Bisaccia (quindi, è mia compaesana) ed insegna materie letterarie. Ha studiato a Napoli presso l’Università Federico II e, dopo la laurea in Filologia classica, ha conseguito il Dottorato di Ricerca in Papirologia. Durante questo percorso ha lavorato un anno in Baviera, presso l’Università di Würzburg. Ottimo.

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Distruzione creatrice al Sud?

 

Nota 1. La distruzione creativa, anche nota come burrasca di Schumpeter, è un concetto delle scienze economiche associato dagli anni cinquanta all’economista austriaco Joseph Schumpeter, che l’ha derivato dal lavoro di Karl Marx rendendola popolare come teoria dell’economia dell’innovazione e del ciclo economico.

Nota 2.  Per  un riepilogo sulle questioni trattate dal libro di Agostino Pelullo si possono  rileggere le Notizie dal paese del 2020 di Donato Salzarulo che trovate su Poliscritture: 1 , 2, 3, 4.

 

Complesso monumentale di Santa Maria della Neve

NOTE DI FINE ESTATE (2)

di Donato Salzarulo

Sono arrivato a Bisaccia l’otto luglio, verso mezzogiorno. Nel pomeriggio parto con Agostino per Montella. Franco Arminio, amico da oltre quarant’anni, presenterà «Lettera a chi non c’era. Parole dalle terre mosse», il suo ultimo libro. Lo farà nel Complesso monumentale di Santa Maria della Neve, un luogo in cui non sono mai stato. Vado volentieri a dare un’occhiata. Sarà un’occasione anche per salutarlo. Lo so impegnato a tempo pieno per tutto il mese di luglio e agosto, nella promozione dell’opera…Un’opera che conosco.
Prima che l’otto giugno venisse pubblicata, Franco ha continuato a inviarmi in posta elettronica le varie bozze. Non che abbia messo mano. Cambia le pagine a un ritmo vertiginoso. Ma so di cosa parla e come è distribuita la materia. La prima poesia, che ho letto decine di volte, è dedicata a suo padre, zio Luigi, una persona che ricordo benissimo:

Il Grillo d’Oro
sta sul lato morto della strada,
è l’ultima casa aperta
sulla destra di via Mancini.
Il luogo è antico
e c’è ancora un’aria
che tiene caldo il cibo:
mio padre cura ogni tavolo
come se fosse un nido,
riempie il piatto, gli dà peso.
Io sono il figlio che scrive,
la mia pietanza non si vede,
lo smalto è leso.
Io recrimino sul mondo
sempre più sfinito e astratto.
Mio padre non pensa al mondo
ma solamente al piatto. 

La sintassi della poesia è scorrevole e semplice. Pochissime le subordinate (due relative e una modale). Il lessico è quello quotidiano. I versi, quasi tutti piani, eccetto l’ottavo (“mio padre cura ogni tavolo”), hanno un’oscillazione metrica che va da un minimo di cinque sillabe (versi: 1, 5, 13) ad un massimo di dieci (verso 2). La maggioranza si attesta sulla misura media dell’ottonario (versi: 3, 8, 11, 14, 15, 16); tre sono novenari (versi: 4, 10, 12), tre settenari (versi: 7, 9, 17) e uno è senario (verso 6). La musicalità è assicurata prevalentemente dalle allitterazioni, da alcune ripetizioni di parole (“piatto” e “mondo”) e da alcune rime (peso / leso, astratto / piatto).
Arminio risulta attento alla lingua, ma non insegue (e non ha mai inseguito) esperimenti neo-avanguardistici né pensa (o ha mai pensato) che una poesia possa risolversi tutta sul piano dei significanti linguistici o degli istituti tradizionali (metrica, rime, ecc.). Si tiene lontano tanto dal linguaggio oscuro, ermetico quanto da quello manieristico. Il suo tono è gnomico, osservativo, riflessivo. Recrimina “sul mondo /sempre più sfinito e astratto”, ma ha bisogno di quel mondo. Ha bisogno di nutrirsi di “terracarne” o di “terre mosse”.
In questa poesia la divisione del lavoro tra padre ristoratore e figlio scrittore appare pacifica, scontata: il primo si muove in un’atmosfera calda, cura ogni tavolo “come se fosse un nido” (immagine di sapore pascoliano) e pensa solo al piatto (ossia al lavoro e a servire i clienti); il secondo scrive, ma la sua “pietanza non si vede”. Come non si vede?…In quest’ultimi mesi è il poeta che vende libri di poesia più degli altri. Diciamo che, al tempo della stesura di questa poesia – parecchi anni fa – la sua attività non era giudicata granché. A cominciare forse dai familiari. (Penso alla poesia di Palazzeschi sul poeta che si diverte…). Il suo splendore è metaforicamente danneggiato. Perciò è inquieto, s’affligge, si cruccia per l’andamento del mondo “sempre più sfinito e astratto”. Due aggettivi che richiederebbero una lunga analisi.
Il Grillo d’Oro è il nome del ristorante gestito da zio Luigi. Attualmente continua l’attività paterna Vito, il primo figlio. Il ristorante non si trova più sul “lato morto” della strada di Via Mancini – “lato morto” perché secondo il Piano di ricostruzione post-terremoto dell’Ottanta, doveva essere abbattuto. – Il ristorante oggi si trova in Piazza Convento. “Lato morto”, però, rimane un sintagma efficace: non solo perché nella poesia si oppone all’aria calda (di vita) che caratterizzava l’osteria e zio Luigi, ma perché Via Mancini, pur non essendo stata abbattuta, grazie ad una variante provvidenziale dell’amministrazione dell’ex sindaco Frullone, continua ad avere, comunque, molte porte chiuse. Tutto il paese ha ormai un “lato morto”. O forse più lati.

Ora hanno un respiro rassegnato
questi paesi.
Non sono più luoghi del sangue,
non ci sono più alberi e angoli segreti,
e non c’è più una morte che sia solenne,
sembrano morire come foglie,
come semplici conseguenze
di un affanno.

Ritornando al libro. Dopo la pubblicazione, mi è capitato di leggere delle recensioni. Quella di Roberta Scorranese sul Corriere della Sera del 17 giugno: «”Terre mosse”. Il sottotitolo ha la ricercatezza poetica di uno abituato a usare le parole, ma questo non inganni: la raccolta di scritti (in poesia e in prosa) non è un elenco di reportage dalle terre terremotate. Terre mosse è da intendersi in un senso più ampio: terre mutanti, in continuo movimento, terre che potrebbero non esserci più da un momento all’altro. Cancellate da sismi, alluvioni, frane, abbandoni, incuria. Ecco perché Arminio, da quel 1980, ha cominciato a visitare paesi, fondando il nucleo di una poetica precisa, in equilibrio fra elegia del paesaggio e ritratti umani.»
Quella di Filippo La Porta su Il Riformista del 2 luglio: «Il libro di Arminio si rivela infine come un esercizio spirituale laico, la proposta di una “filosofia”, di una postura di fronte al terremoto, al tremore. Per i terremoti non ci sono cure né vere spiegazioni, e certo non dipendono da noi: “La stessa cosa accade nel profondo di noi stessi, non possiamo entrare e uscire a piacimento dalla nostra inquietudine”. Che significa? Significa imparare che la vita non può essere immunizzata o assicurata, che quasi niente è sotto il nostro controllo (come ci promette la tecnologia), che il futuro non esiste e perciò si riempie di ogni nostra fantasia (la virtù teologale della speranza, per quanto umanamente comprensibile, secondo Pasolini genera alienazione dal presente). Si delinea qui l’abbozzo di una filosofia antica, segnatamente stoica: “il destino conduce chi lo asseconda, trascina chi vi si oppone” (Seneca). Il messaggio non è però solo di rassegnazione: bisogna “tremare” e al tempo stesso usare il tremore. Accettare la finitezza umana – sarebbe insensato opporvisi! -, la fondamentale impotenza, la nostra “infermità”, ma costruire attraverso l’infermità un senso dell’esistere e una solidarietà di tutti gli esseri umani di fronte al nemico comune (si veda la “Ginestra” leopardiana).»
Arminio stoico?… E pensare che nel mese di maggio, quando ho sfogliato il pamphlet di Walter Siti «Contro l’impegno», nelle due paginette e mezza a lui dedicate, ho letto che, malgrado la sua farmacia poetica, restava un “nichilista riluttante”… Ah, questi critici!…Se lo conosco bene, tra la prima e la seconda etichetta, Franco, preferisce la seconda.
In macchina, mio cugino mi racconta che si è ritrovato in posta elettronica pure lui il file del libro in bozza e che ha corretto scrupolosamente gli eventuali errori di stampa. Ha così potuto leggerlo attentamente e per quest’incontro tradurrà in inglese qualche poesia. Canterà anche…
Ascoltarli sarà per me un vero piacere. Non ho voglia di scrivere niente. Non sono mai stato un critico letterario o uno scrittore in servizio permanente effettivo. Dopo il viaggio mattutino, mi rilasserò e potrò continuare a produrre il vuoto nella mente.

«Ancora non lo sai
- sibila nel frastuono delle volte
la sibilla, quella
che sempre più ha voglia di morire –
non lo sospetti ancora
che di tutti i colori il più forte
il più indelebile
è il colore del vuoto?»

Siamo arrivati. Scaccio i versi di Sereni dai neuroni e, nel frattempo, Agostino parcheggia la macchina in una radura non molto ampia, vicino al Complesso monumentale. Non è stato facile arrivarci. Nonostante avessimo cliccato luogo e via sulla mappa del cellulare, sbagliavamo l’ultima parte di strada in salita. Attenzione alle merde di vacca! Ce ne sono parecchie intorno a noi.
Breve tratto a piedi, in leggera discesa, tra alberi di castagne e finalmente la vista del Complesso. Davvero bello e incantevole. Lo sguardo spazia su una vasta vallata. Sotto il monte si vedono i tetti dell’agglomerato urbano di Montella.
Saluto calorosamente Franco ed altri amici. Dopo un po’ gli organizzatori ci propongono di visitare la mostra di Enrico Mazzone. Mentre ammiriamo le opere dell’artista, alle quali accennerò più avanti, buttiamo l’occhio anche sugli ambienti che attraversiamo: il chiostro, i lavatoi, le cucine, il forno per il pane, il refettorio, i dipinti murali…Tutto il complesso comprende il Castello Angioino, la Chiesa di Santa Maria della neve e l’ex Monastero francescano. Noi siamo riusciti a visitare soltanto quest’ultimo. L’incontro deve cominciare…

Prendo posto nello spazio all’aperto in cui Franco parlerà. Prima, però, a mo’ di introduzione c’è l’esecuzione di alcuni brani musicali da parte di un gruppo di musicisti. Si tratta di Diego De Simone, Vincenzo Natale e Gerardo Pizza. È la prima volta che li sento. Mi sembrano abbastanza bravi…Ascolto in religioso silenzio.
È il momento del mio amico. Su come conduce ed anima questi incontri ho già scritto su Poliscritture. (“Ad Avigliano con Franco Arminio”, qui). Siccome il canovaccio è, più o meno lo stesso, ho poco da aggiungere.
Siamo in uno dei luoghi più belli del mondo, dice e condivido. Tutti hanno diritto a un attimo di bene… E se la poesia riesce a donarlo, perché no?… Quando nessun essere umano ti cerca, abbraccia un albero. Sia nel senso più comune e banale che il rapporto con la natura può rinfrancare e rigenerare lo spirito, ma anche in quello più radicale del porre fine al nostro divorzio dalla natura: «Forse una buona cosa da fare è abituarci a pensare che le cose che accadono alle piante o agli animali hanno la stessa importanza delle cose che accadono agli umani. […]. La differenza tra umano e non umano non ha più senso.»
Sono tornati i miracoli: il tiglio di Bisaccia in piazza Convento, che sembrava destinato alla morte, si è ripreso. È importante stare in un luogo che si ama…
Non rimuoviamo il fondo religioso che c’è in ognuno di noi, ecc. ecc.
Voglio bene al mio amico, ma quando assume il tono profetico o da guru, preferisco tapparmi le orecchie.
Ascolto, invece, con molta attenzione le traduzioni in inglese che Agostino fa di due poesie tratte dal libro. Le riporto non soltanto per l’attenzione alla musica di un’altra lingua, ma perché sono tanti i bisaccesi (e non solo) in giro per il mondo.

Venticinque anni dopo il terremoto
dei morti sarà rimasto poco
dei vivi ancora meno.
 
Twenty-five years after the earthquake
of the dead little will have remained.
Of the living ones even less
 
Tu non eri qui quando il paese
aveva tutte le sue case aperte:
ogni vicolo era vivo
come una piazza,
il paese sapeva di sudore
e di terra,
galline sui ciottoli e uccelli
sui rami,
il sonno freddo dell’alba
sul dorso dei muli,
i padri di quarant’anni
che sembravano vecchi.
C’era una volta la desolazione
della miseria.
Ora c’è la miseria
della desolazione.
 
You were not here in the village
when all its houses were peopled:
any alley alive
like a city square,
the village smelled of sweat
and soil,
hens on the pebbles
and birds on the trees
the cold rest of the dawn
on the mules’ back
fathers in their forties
looking much older.
Once upon a time it was the desolation of misery.
Now the misery of desolatio.

Dopo aver tradotto le poesie, Agostino canta – molto bene, devo dire – una bellissima canzone di qualche decennio fa. La canta in italiano e poi anche in inglese. È quella che fa:

Sola me ne vo per la città
Passo tra la folla che non sa
Che non vede il mio dolore
Cercando te
Sognando te
Che più non ho

La serata termina con gli applausi entusiasti di tutti. Una mezz’ora se ne va tra complimenti e saluti agli amici. Alla fine, io e mio cugino andiamo a mettere qualcosa sotto i denti in una trattoria dalle parti di Lioni. L’unica che troviamo ancora aperta.

LA MOSTRA DI ENRICO MAZZONE

«Nigredo, Albedo e Rubedo. Magnum Opus: omaggio a Dante». Questo il titolo della mostra.
Pur avendola guardata in fretta e superficialmente, voglio accennarvi. Enrico Mazzone è un’artista giovane, nato a Torino nel 1982, e il suo omaggio a Dante ha tratti di sicura originalità. Non ha illustrato la Divina Commedia come hanno fatto diversi grandi artisti; un’illustrazione che era ovviamente anche un’interpretazione. Ha dipinto una sua Divina Commedia ispirandosi all’illustre fiorentino. Questa sua Grande Opera – 97 metri di lunghezza, 4 di larghezza, 6 mila matite consumate, 5 anni di lavoro – rappresenta una metamorfosi, un percorso spirituale che gli consente di passare da Nigredo a Rubedo attraverso Albedo…Un po’ come Dante che viaggia dall’Inferno al Paradiso attraverso il Purgatorio.
La sua poetica è abbastanza “ermetica, criptica e sibillina” – sono parole sue  -; il suo enorme lavoro, tuttavia, suggestiona, suscita meraviglia e volontà di capire di più. Sia chiaro, non sono riuscito a dedicare ad ogni pannello esposto più di trenta secondi. Ma mi sono permesso di scattare qualche foto delle tavole e me le sono guardate e riguardate con calma.
All’inizio ci sono frammenti di rocce granitiche incise: il profilo di un volto, due mani congiunte per pregare, i molti raggi di una stella…È così rappresentato il contatto con la materia prima e la voglia di trasformarla. Questa è Nigredo.
Poi vi sono le tavole di Albedo, per lo più gremite di figure disegnate a matita: vi sono figure realistiche, altre mitologiche, fantastiche, oniriche, folcloriche. Sono tavole che stupiscono per la pienezza, densità e vitalità delle scene rappresentate. Insieme a queste ci sono diverse tavole che l’artista contrassegna col titolo “Postilla”. Sono dipinte a colori e rappresentano personaggi del poema dantesco (ad esempio, Minosse), ma non sempre. Davvero Mazzone ha voluto personalizzare molto il suo percorso di lettura, assimilazione e trasformazione del poema.
Infine, Rubedo, che non abbiamo potuto vedere perché era esposto nella Chiesa, dove noi non siamo andati. Sia perché stava iniziando l’incontro con Arminio, sia perché – se non ho capito male – era chiusa.
Io, però, ho fatto in tempo a fotografare un pannello in cui Mazzone, imitando i versi danteschi, cerca di dare un senso al tutto.
Lo trascrivo qui:

«NIGREDO, ALBEDO E RUBEDO

Ho scritto infine dei versi, per aiutare l’osservatore a svincolarsi dalle convenzioni dalla cifra stilistica dantesca e dare più spazio alla sua personale interpretazione.
Compaiono dipinti in rosso sangue le battute iniziali:

Per versi oscuri e affini or prova ancora
A ripropor la selva e il suo disagio
Arbitrio
affine all’utile del plagio
Fondato sulla inutile Paura

Lo sguardo assente invidia la calata
dei Denti e invoglia a guisa di Plutone
Non era certo facile al vantaggio
Portare avanti e ferma una opinione

Così mi son celato in sette anni
lontano dalla casa dei miei Numi
Amati per i sempreverdi affanni
Nei miei confronti (che interpreto oggi acumi)

O Disio, avvezzo al fascino del Fato
Mai non sentito di cotanto sprezzo
Con sol Due Denti al vacuo e umil palato
Ritorno in fretta umano “Io non mi spezzo”.

I versi evidenziati [in grassetto], sono realmente stati dipinti con sangue di renna (importato dalla Finlandia in vasi protetti e sigillati a norma) per dare i connotati del color porpora (rubedo) e per simboleggiare la sofferenza del parto che dà alla luce la procreazione.

Una nuova realtà nasce.»

Al di là della metrica che in qualche punto zoppica, sono versi con una loro energia che si vogliono programmaticamente “oscuri e affini” a quelli dell’illustre fiorentino. Ha senso oggi riproporre “la selva e il suo disagio”? Il poetante avverte un certo “arbitrio”; ma è un “Arbitrio affine all’utile del plagio”. L’aggettivo “affine” ritorna e “l’utile del plagio” (della Commedia ovviamente) è “fondato sull’inutile Paura”. Nel gioco oppositivo dell’utile/inutile, par di capire che chi verseggia abbia provato una Paura (personificata) come quella dantesca nelle prime terzine dell’Inferno.
Più avanti accenna al fatto che “portare avanti e ferma un’opinione” non gli è stato facile né vantaggioso, perciò è stato costretto a celarsi per sette anni “lontano dalla casa dei miei Numi” (non solo i domestici Lari torinesi, ma anche autori di riferimento come Dante). Ho l’impressione che in questi versi il poetante alluda ai suoi viaggi per le città del Nord Europa: Oslo, Laavrik, Carlsberg, Berlino, Reykjavik, Rauma…(leggo nella sua biografia). Destino, ormai, più o meno comune, a molti nostri giovani. Che dire?…Ben tornato a Montella e in Italia.
“O Disio, avvezzo al fascino del Fato”…Purtroppo il Fato vuole che il mio incontro con queste opere si svolga in concomitanza con quello di Arminio. Penso che questo gigantesco lavoro meriti sicuramente più attenzione e approfondimenti. Spero che il Fato mi riservi un altro momento più propizio. Il “Disio” di arricchire la mia conoscenza dell’opera di Mazzone c’è ed è vivo.

Il futuro dell’osso

 Una riflessione a partire dal libro di  Carmine Nardone e altri

E che notizie arrivano dal Sud, dalla Terra del rimorso? Per il momento queste…[E. A.]

di   Agostino Pelullo

Non è stata per me una sorpresa la ricchezza delle analisi e delle proposte contenute nell’ultima pubblicazione, in ordine di tempo, da parte dell’Associazione Futuridea: conosco da decenni la meritoria attività di questa e degli animatori della struttura, in primis il prof. Carmine Nardone. Ho letto, perciò, tutto d’un fiato e in anteprima il pregevole libro Il futuro dell’osso tra vecchi e nuovi dualismi (Appennino e nuova dimensione dello sviluppo) edito col coordinamento di Nardone e Roberto Costanzo e per la cura dei team di Futuridea, Management House Italia e Ce.Do.M. (Centro di Documentazione sulle nuove Migrazioni) dell’Università di Salerno. Vi ho trovato conferme alle suggestioni e ai propositi che da tempo anch’io, nella mia modesta storia di amministratore del mio Comune e di collaborazione ad iniziative di sviluppo locale in Alta Irpinia, ho cercato di porre in essere. Continua la lettura di Il futuro dell’osso

Lingua di fumo

di Franco Arminio

Franco Arminio non ha bisogno di presentazione. I suoi libri di poesia hanno un successo che, di solito, altri autori possono soltanto sognare. Il che si presta sicuramente a diventare fonte di discussione anche critica, ma non può essere negato o rimosso. Il suo ultimo libro s’intitola «La cura dello sguardo» (Bompiani, 2020). Domenica 22 novembre un suo testo straordinario ha accompagnato lo Speciale TG1 con le drammatiche immagini del terremoto irpino del 23 novembre 1980. Uno Speciale che invito a vedere e rivedere all’indirizzo di RaiPlay. Con i versi “un po’ sbilenchi” di questa composizione prova, a suo modo, a fare poesia su Ciriaco De Mita, un personaggio politico che gli irpini conoscono bene. (D.S.) Continua la lettura di Lingua di fumo

Notizie dal paese (3)

Bisaccia, Una loggetta piena di ailanti in corso Garibaldi

                                              

di Donato Salzarulo

La pianta più diffusa nel centro storico è l’ailanto, detta anche “albero del paradiso”. Ma è un’illusione. Di paradiso, neppure l’ombra. Quando invade una strada e spunta rigogliosa sulla facciata di una casa o sulla parete di un palazzo, è segno che uomini e donne hanno abbandonato quei luoghi e quelle abitazioni. Vivono altrove.

Continua la lettura di Notizie dal paese (3)

Notizie dal paese (2)

Bisaccia, Salita Scalelle

di Donato Salzarulo

La notizia è questa: il pomeriggio di lunedì 27 luglio, Giuseppe Provenzano, Ministro per il Sud e la coesione sociale, accompagnato da Franco Arminio, poeta e paesologo, suo consulente, girava informalmente per strade e vicoli di Bisaccia vecchia. Ero appena tornato da Castelbaronia e gli sono stato un po’ dietro. L’ho visto salire per un breve tratto delle Scalelle, poi ritornare e infilarsi in Via Forno Giardino. È entrato nello studio d’arte di Pietrantonio Arminio, ha fatto una foto-ricordo con gli iscritti al PD, si è fermato a parlare con una famigliola napoletana venuta in vacanza qui ed è sceso per via Cittadella…

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