Anni ’70. Antiveltroniana

a cura di Ennio Abate

Anni ’70: passato che non passa. In questi giorni Walter Veltroni ha scritto sulla “violenza” di allora, partendo dal caso del giovane fascista Sergio Ramelli ferito a morte in un agguato tesogli da un gruppo di militanti di Avanguardia Operaia (qui). La sua tesi (” I morti di quegli anni non devono oggi essere rivendicati, scagliati, usati per protrarre l’odio. Il conflitto, in una democrazia, è vitale. Anche il più duro. Senza conflitto non c’è libertà. Ma l’odio è una patologia. E quegli anni sono stati un’epidemia di questo male. Non ci sono state morti giuste e ingiuste.”) ha suscitato risposte aspre e indignate (qui quella di Christian Raimo) ma anche consensi (qui quello di Mauro Piras su Le parole e le cose 2). Con tanti gravi problemi che già ci assillano c’è ancora bisogno di rispolverare memorie e storie? Sì. E visto che loro (Veltroni, Corriere della sera, Le parole e le cose 2) suonano le loro trombe, mi pare necessario suonare almeno le nostre campane. Riporto in Poliscritture gli appunti che ho lasciato finora nello spazio commenti di LPLC2 . [E. A.]

   
   APPUNTO 1

*
Forse il tempo del sangue…
(1958)
*
Forse il tempo del sangue ritornerà.
Uomini ci sono che debbono essere uccisi.
Padri che debbono essere derisi.
Luoghi da profanare bestemmie da proferire
incendi da fissare delitti da benedire.
Ma più c’è da tornare ad un’altra pazienza
alla feroce scienza degli oggetti alla coerenza
nei dilemmi che abbiamo creduto oltrepassare.
Al partito che bisogna prendere e fare.
Cercare i nostri eguali osare riconoscerli
lasciare che ci giudichino guidarli esser guidati
con loro volere il bene fare con loro il male
e il bene la realtà servire negare mutare.

   APPUNTO 2

*
Lo so bene. Anche chi (o forse: soprattutto chi) sfruttamento, sopruso, violenza, oppressione di classe subisce da sempre, replicherebbe che, meno storie, è orribile e mostruoso (e quasi sempre inutile) ammazzare il prossimo, foss’anche un nemico. Ma tale sacrosanta affermazione procede, non è inutile ricordarlo, da un insegnamento religioso prima che da uno «umanistico». Un insegnamento che ebbe ed ha una sua precisa e complessa sistemazione (sottratta o laterale al potere e al sapere «civile») dei rapporti fra colpa originaria, natura vulnerata, confessione, pentimento, assoluzione, redenzione, divina promessa. Nel cristiano, il raccapriccio per l’assassinio, ha o dovrebbe avere, un fondamento che la tradizione umanistica e illuministica (kantiana, per intenderci) ha ereditato, mal celandone tuttavia l’origine, che è nella trascendenza; onde ha subito un secolo di critiche, da Marx a Nietzsche e a Freud e oltre e fino a noi, che non possiamo fingere inesistite. Ebbene, chiedere ai dissociati di riconoscere che la democrazia è un valore assoluto non è molto diverso dal chiedere loro il «giuramento» proposto dal ministro della Giustizia o certe dichiarazioni o firme antiterroristiche che furono domandate o proposte qualche anno fa nell’ambito sindacale e di fabbrica. Con una differenza grandissima: che il cattolico collega coerentemente morale, religione e diritto e rimanda al Vangelo e alla dottrina della chiesa; mentre il comunista italiano di oggi si è preclusa la possibilità di rinviare non solo ai testi e ai metodi marxisti ma persino a tutta una arte della riflessione sullo stato e sulla violenza che è all’origine della borghesia. Su questi argomenti Hegel, Marx e Lenin avevano opinioni assai diverse da quelle di Locke, Stuart Mill o Bobbio o, diciamo, dai teorici del costituzionalismo liberale. Onde la posizione che si può inferire dall’atteggiamento politico dei comunisti in materia di legislazione speciale e di «dissociati» oscilla fra l’idea di «stato etico» o di «legalità socialista» (varianti dello stato confessionale) e quella di stato «di diritto», fondato su di un patto sociale, sul diritto scritto, le «carte», la forma giuridica. Oggi questa seconda tendenza può sembrare a molti indispensabile per uscire da posizioni che altrimenti – ci insegnano anche i peggiori nouveaux philosophes – ci dovrebbero portare difilato ai gulag. Ma credo di aver passato lo scorso trentennio, lo confesso senza pentimento, a imparare e insegnare partendo dal pensiero di Hegel, Marx, Lenin, Trockij, Gramsci, Mao, Lukàcs, Sartre, Adorno. Da costoro ho appreso che non si oltrepassano i criteri giuridici della società illuministico-borghese – con le sue guerre, ben peggiori dei gulag – senza una modificazione radicale dei rapporti di produzione e di proprietà. Tale modificazione induceva quelle introdotte nel processo penale, della Russia anni Venti, poi degenerate nella inquisizione ideologica stalinista: vi assumevano ruolo primario l’indagine sociale sull’imputato, la «legalità socialista», la confessione, l’autocritica. Non credo certo che per uscire dalla legalità borghese si debba ripercorrere necessariamente quel cammino. Ma quella direzione, sì. E se tali prospettive marxiste le consideriamo solo invecchiate, assurde, sporche di sangue e generatrici di intolleranza, di corruzione burocratica e di ospedali psichiatrici per dissidenti, benissimo, si torni allora allo stato di stretto «diritto»; ma vi si torni davvero, se mai è esistito, e ci si risparmino allora le leggi eccezionali, le «perdonanze» e i sermoni sul «bene comune»
*
(F. Fortini, Insistenze pp.223-224, Garzanti, Milano 1985)

   APPUNTO 3

   “Una memoria storica “condivisa” sarà possibile solo quando avremo riconosciuto queste colpe, smettendo di considerarci solo “brava gente” o, peggio ancora, vittime di presunte pulizie etniche. ” (XY in un post su Face book)

Samizdat:


E’, con tutto il rispetto, una pia illusione che si possa arrivare ad una “memoria condivisa” con un po’ di autocritica (anche sincera) o con un “lavaggio” della propria coscienza. Prima di tutto l’autocritica la fanno (quando la fanno!) al massimo i discendenti dei fascisti o dei nazisti o dei comunisti (staliniani) o degli sterminatori (cattolicissimi) degli indios o dei pellirosse o dei bombardatori con l’atomica di Hiroshima e Nagasaki. Mai (o quasi mai) gli autori diretti dei genocidi, delle stragi, degli stermini. E poi come si fa ad ottenere da queste “operazioni di coscienza” una vera “memoria condivisa”, se le cause che hanno prodotto (e producono!) stragi non sono rimosse? Non si scappa dall’aut aut che la storia impone agli uomini (anche di buon a volontà): “far torto o patirlo” diceva Manzoni, che se ne intendeva.

   APPUNTO 4

VIOLENZA E NON VIOLENZA

Negli anni scorsi siamo stati non molti a chiederei e a chiedere di non accettare il rifiuto della memoria, che ci veniva rivolto e proposto dalla cultura dell’ultimo decennio. Ma la memoria non è ricordo di fatti, di episodi e neanche documentazione di clima, di temperie, di contesti come ho sentito ancora oggi da molti ripetere; memoria è soprattutto giudizio storico ed è giudizio storico quello che fa capire ciò che abbiamo davanti e non soltanto quello che abbiamo alle spalle. Quando sento i discorsi di molti che vorrebbero che si tornasse soprattutto a rammentare che cosa accadeva, e come le cose erano accadute dieci o quindici anni fa e quando ci si chiede di farlo perché possa illuminare meglio i giudizi dei giudici e perché aiuti a giudicare noi stessi, io, perché non dirlo, mi sento avvilito e spaventato e misuro la rovina che la cultura reazionaria ha provocato in questi anni intorno e dentro di noi.
Accettare di ricostruire i contesti psicologici e politici, certo si può e si deve, ma è un tipo di ricostruzione che oggi si desttaina alle aule dei tribunali per quelle che si chiamano, ad esempio, le circostanze aggravanti o attenuanti. Mi guardo bene dal negarne l’utilità o persino la necessità; ma questo vuol dire, in definitiva, accettare oggi il terreno scelto da chi detiene il potere cioè, nel nostro caso, il terreno giudiziario. Noi non possiamo, non dobbiamo, negarlo o respingerlo, ma dobbiamo conoscerne i limiti perché altro, ben altro, è il giudizio storico e politico che dobbiamo dare.
Analogamente, ascolto un po’ avvilito e un po’ spaventato molti giovani che accettano di porre le questioni e i giudizi in termini di moralità, o parlano di gradi dell’autodifesa, o di aggressione, o di risposta alla violenza, o di violenze di grado A, di grado B o di grado C, quasi che le differenze consistessero nella intensità con la quale viene vibrato un colpo sulla testa dell’avversario. È come se da dieci anni nessuno avesse più riflettuto seriamente sul luogo che la violenza occupa nella storia e nella vita umana. Quale è stato studiato e teorizzato dai maestri stessi della nostra cultura moderna, conservatori o rivoluzionari che fossero, da Machiavelli a Freud: è come se ormai fosse stata accettata l’idiota e inaccettabile equiparazione, di democrazia e di non violenza.
Ridotti a questo livello puerile di riflessione, incapaci di capire quali processi contraddittori, e perché non dirlo (usiamo una parola demonizzata) dialettici, passino fra comportamento etico, comportamento giuridico e comportamento politico; desiderosi solo di sottrarci alla tragicità dell’azione che sempre, anche quando non è violenta, comporta un rapporto di potere, di subordinazione, di manipolazione, in definitiva un rapporto di forza, noi ci consegniamo altrimenti prigionieri ai sofismi infami di chi il potere lo esercita davvero, di chi non fa violenza perché è violenza.
Torno a dire che non saremo capaci di giudizio storico fino a quando non avremo compiute alcune scelte fondamentali che non sono solo di programmi, ma di strumenti per realizzarli.
Nel periodo che va dal’ 63 al ’73 si erano determinate nel nostro paese le condizioni perché una gran parte degli italiani politicamente attivi uscisse dai termini politici stabiliti dalle organizzazioni sindacali e politiche della sinistra storica, dominanti già nel ventennio successivo alla fine della guerra. La classe politica dominante, quindi anche buona parte della classe politica della sinistra storica, ha combattuto quella realtà con tutti i mezzi, legali e illegali: dal terrorismo di stato allo sfruttamento di quello di altra origine, dalla provocazione ai normali metodi polizieschi italiani e imperiali e ai normali metodi politici. Ciò nonostante la spinta fu così forte da determinare alcune fondamentali vittorie civili e da accettare di confluire nel ’76 in un voto di fiducia delle giovani generazioni al maggiore partito della sinistra storica.
La risposta è stata per un verso il terrorismo senza disegno politico, la degenerazione intellettuale e morale, la diffusione del cinismo e della droga, la politica di unità nazionale, la legislazione speciale, le stragi, i poteri occulti. A questo punto, chi condivida anche solo per sommi capi questo schema non può accettare di limitare il discorso a questa o quella puntualizzazione storica. Capire indietro vuol dire capire avanti, avere dei reali progetti politici, avere la pazienza di spiegarli; mi rifiuto di rispondere a chi mi chieda di dare una valutazione morale di questo o di quel comportamento, perché l’esecrazione non è un giudizio né politico, né morale, è un atto di propaganda.
A me è stato insegnato, e lo insegno, che la vita di ogni uomo, di ogni essere umano è un valore infinito perché è la mia medesima vita, e perché è un progetto, un futuro, una possibilità di tutti. E, nel medesimo tempo e non in contraddizione con questo, mi è stato insegnato, e lo dirò adesso con le parole di Lenin «che quando decine di milioni di uomini vengono mandati ad uccidersi sui campi di battaglia per sapere se questo o quel mercato debba appartenere ad un bandito francese o ad un bandito tedesco, può essere necessario sacrificare una generazione, e prima di ogni altro se stessi, nel tentativo di fermare quei massacri e di distruggere quei banditi».
Questa è la situazione tragica dell’ esistenza umana: essere uomini significa questo. Chi non vuoI vedere, chi vuole consolarsi credendo che il pane che mangia non è sottratto a chi muore di fame, in questo caso lo faccia pure. Nessuna violenza è giustificata, mai, ma ogni violenza può essere inevitabile; credo che quanto dico stia scritto anche nel cuore della tradizione cristiana. Il patto sociale che ci sottopone alla legge non fa che trasferire altrove, che scaricare altrove i conflitti che noi regoliamo secondo i fatti costituzionali e i codici. Li trasferisce altrove là dove la legge non è uguale per tutti perché è legge o di salario o di privilegio.
Se dunque cosi è, i nostri discorsi varranno solo se, oltre ad ,avere ragione, avremo la forza per farla valere; questa forza non sta nei muscoli né nelle armi, è la forza del progetto, dell’impegno e della milizia politica. Ora, un’altra generazione è venuta in questi anni, un’altra Europa prende sempre maggiore coscienza della distruzione delle ragioni elementari di vita che è stata e che viene compiuta dalla cultura della massificazione e insieme del privilegio, dalla disoccupazione, dalla insensatezza, dal permissivismo e dalla mercificazione. Un’altra generazione ancora giovane sta diventando adulta e presto vecchia e presto finita.
Si può supporre che in forme contraddittorie e cifrate questa nuova Europa ancora poco visibile stia prendendo volto. I nostri cani da guardia sanno bene quello che fanno, sanno che debbono prevenire, prevenire provocando, vogliono, – guardate la Germania e forse la Gran Bretagna – vogliono che il dissenso e la contestazione che si va generando oggi, si scopra e si consegni alle schedature, alle bastonature e ai ghetti. Noi non dobbiamo qui ed ora deplorare la violenza a parole e neanche accettare di farne qui e ora dibattito teorico o filosofico.
Oggi dobbiamo con durezza rifiutarci a qualsiasi comportamento violento perché la squadra dei provocatori vuole soltanto che il nostro linguaggio ripeta in modo monotono, «fascismo, antifascismo», quello dei padri, dei nonni e dei bisnonni. In Germania, cosi mi è occorso di leggere nei giorni scorsi, le perpetue e vistosamente adolescenziali dissidenze estremizzanti sono accuratamente schedate dalla polizia e qualcosa di simile mi risulta succede anche qui, fra noi. Però credo all’intelligenza e alla preveggenza dei nostri agenti di polizia, credo alle capacità tecniche degli strumenti di repressione nazionali, europei o sovranazionali; credo comunque che sia meglio per tutti sopravvalutarle.
Quando un paese ha tre milioni di disoccupati e una cosi manifesta volontà politica di farla finita con lo stato sociale, se pur è mai esistito, è lecito supporre che si possano determinare delle tensioni e delle frizioni. Ebbene, sino a quando non siamo in condizioni di avere organizzazione e progetto con senso tendenziale e disegno dell’avvenire, non ci si illuda che questo possa nascere da sé da qualche ginnastica che ripeta quello che è già fallito venti, quindici e dieci anni fa. Il mio consiglio quindi, valga quello che valga, è di una massima intransigenza con se stessi per quanto è della lettura del passato e della conoscenza del presente, come anche per quanto è della distruzione dell’illusione che le Costituzioni e i Parlamenti fondino convivenze armoniose e giuste che non sono mai esistite.
Ma nel medesimo tempo e proprio per le stesse ragioni, il mio intervento si conclude col rifiuto di abbandonare
ora e nell’immediato futuro il terreno della legalità repubblicana,    di cedere alla provocazione da qualunque parte venga.
La nostra morale non è quella di Renzo Tramaglino, è quella di chi ha nelle orecchie le urla degli innocenti torturati nei processi degli untori. Dunque noi non deprechiamo i tumulti, deprechiamo i tumulti inutili; ci sono forme di disobbedienza all’ingiustizia che noi dobbiamo imparare ad usare e a praticare non perché si sia, o almeno non perché io sia un non-violento per principio metafisico o religioso, ma proprio perché non vogliamo subire la violenza che è pronta a colpirci.
1985

(Da F. Fortini, in “Democrazia Proletaria”, ottobre 1985; poi in “Non solo oggi. Cinquantanove voci”, pagg. 301- 305, Editori Riuniti, Roma 1991)

   APPUNTO 5


Violenza e violenza

È successa una cosa brutta, anzi bruttissima, roba da diecimila potenziali dannati in un giudizio universale.
Già lo sapevo, del fattaccio. Non sapevo però che ci riguardasse direttamente. E non so ancora che saremo citati, da una memoria selettiva e digitale, quasi esclusivamente per questo.
Un po’ come per le Brigate Rosse, delle quali sostenevamo all’inizio nelle piazze che avessero sede in questura e fossero figlie di Freda e Ventura. Salvo poi riconoscere che con le altre formazioni armate di cosiddetti combattenti per il comunismo sono sortite dallo stesso movimento e hanno contribuito in modo significativo ad affossarlo. Prestando inoltre il fianco a chi vorrà storicamente confondere un intero decennio di amori, amicizie e lotte alla luce soprattutto del sole, con l’incattivimento successivo, col piombo.
Ciò non toglie che Sergio Ramelli nel 1975 in Via Paladini lo abbiamo ucciso per davvero noi. L’ho scoperto soltanto un mese fa, quando hanno arrestato a sorpresa e con clamore alcuni compagni della nostra organizzazione di allora. E adesso, sabato 12 ottobre 1985, vado nuovamente a un convegno per capire.
Che c’è da capire? L’indagine è chiarissima: un magistrato in carriera, con un passato da contestatore nelle file dei socialisti libertari, ritrova fra i pentiti di Prima Linea una sua vecchia conoscenza; hanno parecchio da raccontarsi e il pentito, che dopo averci gridato contro nel ’77 in Piazza del Duomo “Via, via, la nuova polizia!” ha proseguito con un’arma da fuoco sino in Via De Amicis ammazzando propriamente l’agente Antonio Custra, a proposito del delitto Ramelli, rimasto insoluto, indirizza l’ex compagno di attivismo giovanile, diventato giudice istruttore, verso noialtri; tre pentiti ulteriori, bergamaschi, confermano, e uno di loro restringe il campo alla sezione milanese di Città Studi (glielo aveva confidato una morosa); un medico, anch’egli in carriera, precisa che i colpevoli vanno cercati nella cellula degli studenti, per l’appunto, di Medicina; almeno la metà degli arrestati, ormai professionisti, mariti, padri, presunti uomini fatti, è rea confessa. Dunque non c’entra la Banda Bellini, che certe voci e leggende metropolitane sembravano coinvolgere. C’entrano dieci militanti nostri, sì, appena l’uno per mille. Ma il resto, cioè il grosso degli iscritti, non è forse corresponsabile? Ma io?
Mi viene il dubbio: hanno esagerato nella circostanza a colpire, o tutte le altre volte è andata miracolosamente bene (“bene” perché non c’è scappato il morto, “miracolosamente” perché i neofascisti a Milano li abbiamo combattuti alquanto)? Un dubbio atroce e comunque sia quello di Ramelli è un omicidio concreto e non posso umanamente non dispiacermi, comunque sia lui è morto dalla parte sbagliata. Oh, non ho mica scordato le bombe, le stragi, le impunità, i tentati golpe, il calcio dei fucili nei fianchi e gli spari addosso, le coltellate, i tanti di sinistra soppressi e fra questi gli intimi amici perduti, il cuore in gola ogni qualvolta passavo per Corso Monforte diretto al centro con la E (la futura linea 54) e avvistavo i camerati sanbabilini della Giovane Italia che avrebbero potuto individuare sull’autobus il mio eskimo e la mia sciarpa rossa! In divisa o meno non l’ho dimenticato, il fascismo, e so chi l’ha iniziata, la violenza.
Sono al convegno. La familiare Sala della Provincia in Via Corridoni è piena zeppa. Non lasceremo che processino una generazione.
Introduce un eccellente Mario Capanna, da mo’ affrancatosi dal Movimento Studentesco. E sul palco dove si alternano gli oratori compare la grande scritta “1968-1976 le vere ragioni” e più in piccolo “La politica, le speranze, la ricerca del nuovo, le trasformazioni, la reazione del potere, gli errori, le lezioni per il futuro”. Per la giornalista dell’Unità e di Repubblica Miriam Mafai non avremmo alcuna attenuante e dovremmo recitare in massa l’Atto di dolore. Il poeta e marxista Franco Fortini invece ci assolve, sorridendo di chi sulla violenza fa della generica morale come se il quotidiano piatto di pastasciutta sopra le nostre tavole non fosse stato sottratto alle popolazioni che muoiono di fame altrove nel pianeta. Ad Adriano Sofri, leader in quegli anni di Lotta Continua, presto un’attenzione particolare. Lo seguo fin da un lontano pomeriggio estivo a Parma, dove per solidarietà ero andato ad ascoltare un suo appassionante comizio in ricordo del ventenne di LC Mario Lupo, assassinato dagli squadristi locali. Dice oggi Sofri: – Abbiamo fatto cose giuste, ma ci siamo macchiati di misfatti –. Invertendo l’ordine della frase, condivido: – Ci siamo macchiati di misfatti, ma abbiamo fatto cose giuste –. Potrei d’altronde averne mille, di dubbi, non certo sull’esito involontario dell’azione contro Sergio Ramelli. E c’è violenza e violenza…
Intanto può bastarmi. Quanto a impegno e partecipazione, sono scoppiato da un pezzo. Rincontro nella sala Piede, concordiamo di non attendere la conclusione degli interventi, andiamo a prendere la 54 in Largo Augusto.
La fermata è di fronte ai portici dell’Hotel President. In duecento, tra poliziotti e carabinieri, vigilano d’intorno sul nostro raduno. Sarebbero stati un tempo un po’ pochini, riempiono in ogni caso al momento l’area pressoché intera. Sono le otto di sera e c’è fiacca. Nemmeno io e Piede ci turbiamo o li scomponiamo. Nessun altro è in giro. Notiamo, tra loro, un’improvvisa concitazione. Sentiamo la chiamata di un’autoradio. Sentiamo dalla non distante Via Larga sopraggiungere un veicolo a gran velocità. Vediamo il responsabile del presidio, in borghese, disporre le forze dell’ordine a ventaglio. Chiudono lo stretto sbocco di Via Durini e lasciano aperta l’invitante entrata di Via Verziere. Vi puntano le armi. Sembra una scena da Blues Brothers. E per evitare eventuali pallottole vaganti noi due ci ripariamo dietro le colonne squadrate dalla parte del President. Il presunto delinquente in fuga e intercettato abbocca, svolta per sua sfortuna dal Verziere verso Largo Augusto, va incontro all’imprevedibile sbarramento. Dev’essere un pilota esperto e guida una macchina bianca, sportiva, assai potente. Riesce a decelerare senza sbandare e a bloccarsi a un secondo e a un metro dal disastro. Rimane immobile nell’abitacolo, ostenta le braccia e le mani sollevate. Gli si accosta, pistola in pugno, il responsabile di piazza in borghese. Quest’ultimo è di età media, non alto, ha una faccia normale. Saprei tuttavia riconoscerlo e circolarlo con un pennarello se me lo mostrassero in una fotografia, un domani, in mezzo a tanta gente. L’omino, probabilmente un commissario, avvia una breve trattativa. Dice al tipo al volante che se non opporrà resistenza non gli verrà procurato alcun male. Il tipo annuisce, libera la chiusura della portiera, rialza braccia e mani lentamente. L’omino lo strappa fuori dalla macchina, con il calcio della rivoltella gli spacca i denti che ha davanti, lo cede ai sottoposti. Non ci stupiamo e neanche commentiamo. Ci spostiamo in Corso di Porta Vittoria per rientrare con la 60, io a casa, Piede al bar.

(Stralcio da Luca Visentini, “Sognavamo cavalli selvaggi”, http://www.poliscritture.it/2018/04/05/da-sognavamo-cavalli-selvaggi/ )

   APPUNTO 6

Ma voi senza parlare
Mi rispondete: «Non ricordi
quel ragazzo sfregiato
la sera dell’undici marzo 1971
che correva gridando
“Cercate di capire
questa sera ci ammazzano
cercate di
capire!”
La gente alle finestre
applaudiva la polizia
e urlava: “Ammazzateli tutti!”
Non ti ricordi?»
Si, mi ricordo.
*
(da Franco Fortini, Italia 1977-1993, in “Composita solvantur”, Einaudi, Torino 1994)

   APPUNTO 7


Avanguardia Operaia e anni ‘70

Il romanzo di Visentini, per quel che ne so, è una delle pochissime testimonianze di carattere letterario  venute finora da ex militanti di Avanguardia Operaia. Un’altra, di cui sono venuto a conoscenza di recente, è quella di Claudio Cereda. Perché così poche? Mi ha sempre colpito la scarsa o mancata rielaborazione pubblica dell’esperienza di Avanguardia Operaia, specie se si fa il confronto con le memorie,  i romanzi, le storie (Ricordo la «Storia di Lotta Continua» di Luigi Bobbio) di militanti di altre organizzazioni politiche.  So che sono state avviate  anche raccolte di storie di vita.[7] La ricerca storiografica è  pur andata avanti  (coi lavori di Giovanni De Luna, Paul Ginsborg, Guido Crainz),  magari in modi che a me paiono sfasati rispetto alle raccolte di storie di vita e alle testimonianze individuali, anche letterarie (o  cinematografiche: Bellocchio, Giordana, ecc.), per cui i risultati poco s’incrociano o s’integrano. E ho l’impressione che tuttora  manchi una cornice storica  abbastanza chiara entro la quale una singola vicenda autobiografica o un bilancio soggettivo possa collocarsi,  riducendo i punti oscuri o incerti.  (E non parlo – sia chiaro – di  memoria condivisa, che non c’è e non so quanto mai  ci potrà essere, come dimostrano, per la Resistenza le ricorrenti polemiche ad ogni  25 aprile e per gli anni ’70 quelle sulle apparizioni televisive di ex lottarmatisti.[8]  Ma resta per me la domanda: perché  quelli di Avanguardia Operaia hanno, finora almeno, taciuto o scritto così poco? Non conosco  le ragioni di una tale autocensura e evito in questa occasione ogni illazione.  Posso soltanto  pensare al fatto che nella discussione pubblica  gli eventi accaduti negli anni ‘70 restano tuttora un terreno minato e rischioso.

[7]  Mi è capitato di leggere in questi giorni un documento di Stefania Voli per una ricerca storica sui militanti extraparlamentari  nell’Italia degli anni Settanta e in particolare quelli di Lotta Continua: http://www.sissco.it/download/attivita/Voli.pdf

[8] Penso a quella recente che ha coinvolto Barbara Balzerani,  di cui si è occupato un saggio di una giovane storica, Ilenia Rossini: http://storieinmovimento.org/2018/03/24/paragidma-vittimario-balzerani-2018/

(Da E. A. Appunti su “Sognavamo cavalli selvaggi” di Luca Visentini, http://www.poliscritture.it/2018/04/05/da-sognavamo-cavalli-selvaggi/ )

   APPUNTO 8


Nodi irrisolti

Ed, infatti, tanto per  far capire ai più giovani quanti nodi irrisolti ci sono in quegli anni Settanta, basta ricordare che sono gli anni della «strategia della tensione» e poi del «compromesso storico» e,  nel 1978,  dell «affaire Moro», che vide DC e PCI rifiutare le trattative per la liberazione dello statista democristiano, mentre il PSI, che dal ’76 era guidato da Bettino Craxi, si mostrò più “flessibile”.  E poi nel  1980 ci fu la  sconfitta della CGIL alla Fiat sancita dalla “marcia dei 40.000 quadri”, dopo un inefficace sciopero di 35 giorni. La lotta politica, che allora si svolse, fu più complessa di quanto appaia o si sappia, proprio  perché su quegli anni è prevalso  «complessivamente un atteggiamento di nascondimento della realtà»,  come in un suo saggio scrisse Gianfranco La Grassa.[9] E nel frattempo si ebbe  nel 1989 il crollo dell’Urss e «la sconfitta del “socialismo”. Le nostre revisioni personali o storiche degli anni Settanta (e più in generale della storia novecentesca  dell’Italia del dopoguerra), dunque, sono particolarmente difficili.  Senza dimenticare che parliamo –  e la cosa non è secondaria – da sconfitti.  Se la Resistenza ebbe almeno i suoi Istituti storici[10] e, pur con ambiguità,  un suo riconoscimento, questo non è stato possibile per  i movimenti degli anni Settanta. Ecco perché, a mio parere,  Visentini di quegli anni è costretto a  salvare soprattutto il sogno comunitario e rivoluzionario giovanile;  e a fermarsi – non credo solo perché lì si chiude la sua militanza –  al 1977 , scrivendo pagine secondo me abbastanza dilaniate su alcuni scontri tra Avanguardia Operaia e l’Autonomia; e senza affrontare il resto, e cioè il nodo del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro.

[9] Cfr. Una mia recensione di un saggio di questo autore qui: http://www.poliscritture.it/vecchio_sito/index.php?option=com_content&view=article&id=203:anticipazioni-poliscritture-n8-ennio-abate-gli-anni-settanta-nel-lpanorama-storicor-di-g-la-grass&catid=1:fare-polis&Itemid=13

[10]  Ad es.l’ Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia.

(Da E. A. Appunti su “Sognavamo cavalli selvaggi” di Luca Visentini, http://www.poliscritture.it/2018/04/05/da-sognavamo-cavalli-selvaggi/ )

   APPUNTO 9

Il guerrigliero urbano

Torniamo al  punto di vista del narratore. Che è, come Visentini stesso dichiara, quello del «guerrigliero».[11] Parla qui il compagno che ha avuto pratica  nel servizio d’ordine  di Avanguardia Operaia e che ha vissuto direttamente e più da vicino di me episodi anche tragici.[12] In questi passaggi del romanzo la distanza dell’io biografico  dalla voce narrante  diventa minima. Non so se, nello scrivere il suo romanzo, Visentini abbia usato consapevolmente dei  filtri letterari o abbia guardato ai western o alla narrativa di Fenoglio.  Forte mi pare soprattutto la traccia lasciata in lui dalle esperienze  pratiche, fatte di incontri e di idee assorbite   soprattutto in quegli incontri,  più che dai libri.  E si capisce che conosce le regole che guidano chi nei momenti dell’azione può trovarsi in pericolo.[13] Si tratta di una consapevolezza che non era così  ben presente a molti di noi,  militanti impegnati  soprattutto nelle discussioni o nella propaganda; e che spesso degli assalti della polizia o delle aggressioni fasciste avevamo solo un’eco indiretta. Visentini affronta con sincerità e senza compiacimenti questa zona più opaca  ma necessaria della militanza di quegli anni. Si tratta di un’attività ingrata, che ho sempre difeso contro chi, dopo la sconfitta politica, l’ha demonizzata o esorcizzata, indicandola addirittura come una delle cause di essa. Parlando con amici e amiche di quei tempi, molti  dicevano che il tema della violenza l’avevano sempre “saltato”.  Eppure si militava in Avanguardia Operaia, un gruppo politico allora «extraparlamentare» e che dichiarava di voler costruire un’organizzazione comunista (e mi pare di ricordare che in qualche documento apparve anche l’aggettivo «combattente»). Com’era possibile rimuovere questo aspetto della militanza E con tutto quello che succedeva allora nelle strade e in piazza  durante le manifestazioni a Milano e in Italia? Meravigliarsi della presenza nelle manifestazioni dei servizi d’ordine, per me, ancora oggi, è come chiedersi perché si apre l’ombrello, quando piove. Pioveva o non pioveva in quegli anni?

[11] Scrive a pag. 156: « Tuo malgrado, sei diventato un guerrigliero urbano.»).

[12] A proposito della “caccia ai comunisti” da parte dei neofascisti ricorda a pag. 133: « Giravano sulle automobili. S’imbatterono presto nel gruppetto di compagni che stava rientrando da una riunione del comitato. Un ragazzo e una ragazza si accorsero in tempo del pericolo e riuscirono a scappare. In tre vennero intrappolati. I nove non conoscevano i tre, bastò la sciarpa rossa di Gaetano. Scesi dalle macchine, lo picchiarono. E una volta che fu a terra, all’angolo di Via Goldoni con Via Uberti, infierirono. Cominciò Gilberto Cavallini  a piantargli il coltello nel corpo già privo di sensi, gridando: – Sporco comunista! –. Poi l’arma passò di mano in mano, così che ogni squadrista potesse conficcarla.»

[13] Cfr.  pag. 64:« I nostri responsabili avanzano per trattare con i dirigenti delle forze dell’ordine. Ritornano prestissimo. Non hanno potuto accettare che consegnassimo gli striscioni e le bandiere, che ci facessimo perquisire. Ci dicono: – Su i caschi! In pochi secondi, in più di mille copriamo anche naso e bocca con i fazzoletti.».
Oppure pag. 101:  «Di notte, quando sul tardi mi recavo da solo a piedi nello Scannatoio per andare a dormire, portavo con me Rolf. Non si sapeva mai, dati i tempi. E Rolf era un formidabile dissuasore nei confronti della malavita e degli eventuali agguati fascisti».

(Da E. A. Appunti su “Sognavamo cavalli selvaggi” di Luca Visentini, http://www.poliscritture.it/2018/04/05/da-sognavamo-cavalli-selvaggi/ )

   APPUNTO 10

Gruppi dirigenti e servizi d’ordine

Altra questione è stabilire il grado di controllo politico da parte dei dirigenti sui servizi d’ordine. E anche  all’obiezione che mi  è stata fatta: «Sapevano i nostri dirigenti che ci stavano usando?», mi è sempre parsa convincente rispondere che l’uso finalizzato di uomini (e donne) da parte di altri/e (i dirigenti, appunto) è previsto  in una concezione comunista ed è un dato ineliminabile (o forse eliminabile, in teoria, solo alla fine di un lungo e faticoso processo). Come sapeva bene Franco Fortini, che senza addolcimenti lo ribadì ancora nel 1989 nella voce «Comunismo»: « Il comunismo in cammino comporta che uomini siano usati come mezzi per un fine che nulla garantisce invece che, come oggi avviene, per un fine che non è mai la loro vita».[14] Quindi, soltanto due domande complementari erano da porsi allora (e oggi) nel ripensare questo aspetto della militanza: i dirigenti ci usarono bene?  e noi, i diretti, li usammo bene?

Non credo che questi problemi  possano oggi essere considerati risolti per qualsiasi movimento di protesta o di rivendicazione. Non lo erano sicuramente in quegli anni, quando l’attività politica, specie delle organizzazioni sorte alla sinistra del PCI, aveva raggiunto un radicamento sociale e una potenza politica e culturale notevole.  E quelle  nostre esperienze erano continuamente oggetto di minacce ed agguati fascisti  o di provocazioni poliziesche. E potevano sopravvivere solo imparando a contenere l’ansia e le tensioni continue anche nella normale vita quotidiana.[15]  E perciò il giudizio  che Visentini trae dalla  sua esperienza mi pare ancora oggi del tutto condivisibile: « Alla violenza ti costringono. La violenza, la impari. Difendersi è difficile, mentre le stai prendendo hai già perso e cerchi solamente di limitare i danni. Passi alla prevenzione, al contrattacco, con l’esperienza. E qui rischi di nuovo, se non sai quando fermarti. Potresti entrare nell’abominevole spirale. La prima volta che colpisci qualcuno o qualcosa scuoti te stesso » (pag. 156). E il suo discorso è privo di qualsiasi astratta o estetizzante elogio della violenza: « Senza lo scontro di classe in atto saresti pacifista, oltre che tendenzialmente pacifico.» (pag. 157).
E dunque ritorno al discorso della cappa, del couvert  baudelairiano. Non Visentini, ma altri e  persino alcuni (pochissimi) di Avanguardia Operaia «nell’abominevole spirale»  ci finirono. E anche su questo egli non tace: «Ciò non toglie che Sergio Ramelli nel 1975 in Via Paladini lo abbiamo ucciso per davvero noi» (pag. 216).  A questo punto del romanzo, secondo me, Visentini tocca una questione tuttora difficile da esaminare fino in fondo. E, pur rispettando il suo punto di vista,  io vorrei affrontarla con una domanda apparentemente scandalosa : cosa avevamo in comune noi di Avanguardia Operaia e delle altre formazioni extraparlamentari (ma la domanda varrebbe anche per una parte del PCI d’allora) che  ci avvicinava e allo steso tempo ci distanziava e contrapponeva duramente  all’Autonomia, ai lottarmatisti e ai brigatisti rossi?

Visentini insiste legittimamente sul carattere esclusivamente difensivo che avevano i servizi d’ordine e quello di Avanguardia Operaia in particolare. E va ricordato che tale carattere difensivo era coerente con l’analisi politica della nostra organizzazione, che rifiutava come deliranti le ipotesi di quanti parlavano di una situazione rivoluzionaria o prerivoluzionaria. Ma se  poi tutti hanno dovuto riconoscere, come scrive Visentini, che «le altre formazioni armate di cosiddetti combattenti per il comunismo sono sortite dallo stesso movimento e hanno contribuito in modo significativo ad affossarlo» (pag. 216), proprio perché il peggio è accaduto e non si è stati in grado di evitarlo, la rimozione e la sottovalutazione da parte di Avanguardia Operaia e di tutta la “nuova sinistra” di quel che si preparava da parte dei lottarmatisti a me  appaiono  ancora oggi limiti gravissimi. Contribuirono, come minimo, anch’esse allo  stritolamento  delle nostre militanze nello scontro  tra lottarmatismo e Stato. Proprio perché leninisti e convinti che nei conflitti sociali la violenza sia inevitabile, il fatto di non essere riusciti a impedirla nelle forme “pazze” che assunse, fu una tragedia.  Per dirla con una metafora semplice,  è come se noi fossimo saliti su un treno, sapendo  che ad un certo punto del suo percorso dovesse entrare in una galleria buia e piena di rischi; e, proprio allora, ci fossimo addormentati  e fatti sottrarre la guida di quel treno, dai “pazzi” appunto. Almeno per noi che vivemmo quella tragedia interrogarla non è neppure oggi un esercizio accademico. Luca Visentini conclude il suo romanzo rivendicando una sorta di realistica e disperata impotenza: «Con obiettività, avremmo perso ugualmente, con le nostre analisi ancora parziali e sopravvalutate avremmo procurato chissà quali disastri se fossimo andati al potere, con tanti errori e diverse responsabilità stavamo nondimeno dalla parte giusta». Io –  è qui forse l’unico punto di dissenso – ricordo quel che scrisse  Fortini nel 1985: «Se il terrorismo è stato vinto, i suoi vincitori non hanno convinto».[16] Quest’affermazione riguardava anche noi di Avanguardia Operaia.  E scuoto perciò la testa, limitandomi a dire che no, non fummo «dalla parte giusta», anche se non so dire quale lo  fosse allora. O come si poteva fare a difendere «un intero decennio di amori, amicizie e lotte alla luce soprattutto del sole» dall’«incattivimento successivo». (pag. 216).

[14] Cfr. F. Fortini, Comunismo, in «Extrema ratio» pag 99 – 101, Garzanti, Milano 1990.

[15]  Cfr. pag. 217: « Oh, non ho mica scordato le bombe, le stragi, le impunità, i tentati golpe, il calcio dei fucili nei fianchi e gli spari addosso, le coltellate, i tanti di sinistra soppressi e fra questi gli intimi amici perduti, il cuore in gola ogni qualvolta passavo per Corso Monforte diretto al centro con la E (la futura linea 54) e avvistavo i camerati sanbabilini della Giovane Italia che avrebbero potuto individuare sull’autobus il mio eskimo e la mia sciarpa rossa!»

[16] F. Fortini, Quindici anni da ripensare, in «Insistenze», pag. 219, Garzanti, Milano 1985.

(Da E. A. Appunti su “Sognavamo cavalli selvaggi” di Luca Visentini, http://www.poliscritture.it/2018/04/05/da-sognavamo-cavalli-selvaggi/ )

3 pensieri su “Anni ’70. Antiveltroniana

  1. ANTIVELTRONIANA/APPUNTO 11
    *
    Violenza/ non violenza. Botta e risposta su Facebook tra due ex militanti di Avanguardia Operaia (30 aprile 2019)
    *
    XY
    Spero di non suscitare irritati commenti. Il 29 aprile è, da sempre, una brutta giornata. Venne ucciso Sergio Ramelli, non fu un errore, fu un orrore, anche se involontario. La vita di un giovane è stata cancellata, per sempre. Dobbiamo, innanzitutto noi del 68 ,quelli delle lotte per i diritti e la libertà, prenderne atto. Questa tragedia non può essere rimossa. Non per guardare indietro, ma avanti. Per non rubare il futuro alle nuove generazioni. Ancora ieri è stato gridato lo slogan: ” Camerata basco nero il tuo posto è al cimitero”. Non mi piaceva allora, ancor meno oggi. Voglio dirlo chiaro e netto: dobbiamo fare i conti con la violenza, che ci fu in quegli anni. Di una minoranza certo, non dei lavoratori e dei più, ma ci fu. Va condannata. Semplice: va condannata. Anche alcuni slogan erano violenti, non vanno ripetuti. Sono altro da noi. La cultura della violenza e le parole generano gli atti violenti. L’ avversario politico non va “mandato al cimitero”. C’è la morte in questo slogan, niente di eroico. Noi non siamo per “viva la morte”, ma per “viva la vita”. Siamo gli allievi e gli eredi dei giovani e delle giovani che scrissero “Le lettere dei condannati a morte della resistenza” Scrivevano di amore, di affetto strugente per i genitori, la madre, il padre, di amicizie profonde e di società giusta. Scrivevano di libertà, che allora significò abbattere il muro del fascismo.
    Ma anche per una seconda ragione, più attuale, il 29 aprile è una tetra giornata. I fascisti non commemorano la memoria di un giovane, ma rilanciano i cupi miti del nazifascismo, che furono la prigione o l’ assassinio degli avversari politici, la torture, la deportazione degli ebrei verso i campi di sterminio, i soprusi e le vilenza quotidiane. Per la Milano antifascista, per il rispetto di chi sacrificò la vita per la nostra libertà non è accettabile. Indigna le nostre coscienze. Le Istituzioni il 29 dovrebbero promuovere “la giornata contro la violenza, in memoria di tutte le vittime, perché non accada mai più” e null’altro che quella dovrebbe vedere la nostra città. Mai più manifestazioni fasciste. Non propongo la “conciliazione”, per nulla. L’amnistia ci fu allora. Non c’è una via di mezzo, ove ciascuno ha un poco di ragione. C’è chi ha combattuto per la libertà e la Costituzione, dalla parte giusta e quelli che sono stati la vergogna (feroce e volgare) d’ Italia e ancora lo sono. I morti non sono tutti eguali, non lo furono in vita, non lo sono nella memoria. Ciascuno ricordi i suoi, nessuna riconciliazione. Noi ricordiamo i nostri: i partigiani e quanti si opposero al fascismo. Ci hanno lasciato in eredità un Italia libera, spetta a noi trasmetterla libera e gentile alle nuove generazioni.
    *
    Ennio Abate
    Spero che il mio commento non sia quello di un “irritato”. Ma devo ripetere che una cosa è condannare ( e anche censurare) uno slogan truculento (” Camerata basco nero il tuo posto è al cimitero”) che – d’accordo – si avvicina troppo pericolosamente alla cultura fascista del “viva la morte”. Altra cosa, però, esorcizzare o condannare la violenza in sé.

    La violenza negli anni ‘70 fu «di una minoranza certo, non dei lavoratori e dei più». E non fu di una minoranza anche quella esercitata durante la Resistenza, di cui vogliamo essere « gli allievi e gli eredi»? Mica quei giovani scrissero soltanto lettere struggenti. Presero o no le armi?

    Quindi, il problema – insisto – non è la condanna della violenza in sé, alla quale in certe circostanze storiche furono costretti i nostri padri e. in misura incomparabilmente minore, noi e i nostri compagni negli anni ’70, ma quello della violenza non necessaria, evitabile, sbagliata, come quella che esercitarono quei nostri compagni di AO quando – orrore sì – eliminarono da accecati il giovanissimo Ramelli. (In tempi in cui io ed altri, insegnanti di AO negli Itis di periferia come me, coi giovani fascistelli che avevamo in classe discutevamo).

    Prima di liquidare la questione della violenza, rileggetevi per favore il capitolo 7, La violenza, pagg. 413 – 514, di «Una guerra civile» di Claudio Pavone.

    P.s. 1
    E poi, caro XY, trovo la proposta («Le Istituzioni il 29 dovrebbero promuovere “la giornata contro la violenza, in memoria di tutte le vittime, perché non accada mai più») inconciliabile con l’altra che affacci subito dopo (« Ciascuno ricordi i suoi, nessuna riconciliazione»). O l’una o l’altra. Si è *costretti* alla seconda perché la prima non è praticabile e resta purtroppo solo un auspicio. Il problema della *memoria divisa * non si è ancora risolto.
    P.s. 2

    Ho citato il libro di Pavone per indicare un testo modello, che ben approfondisce la questione della violenza *nella Resistenza* e potrebbe aiutarci a riflettere su quella *oggi* esistente o che *potrebbe scatenarsi”, se si creassero certe situazioni. Ho anzi precisato che quella che fummo costretti ad esercitare noi (Avanguardia Operaia ed altri gruppi) negli anni ’70 fu « in misura incomparabilmente minore». Quindi nessuna assimilazione o comparazione del ’68-’69 alla Resistenza.

    Rispetto la attuale scelta non violenta di XY, ma non mi va la sua sottovalutazione e deformazione della cosiddetta (da lui) “cultura della violenza”. Perciò, alla sua domanda: «La cultura della violenza, gli slogan truculenti non hanno forse contribuito alla loro [dei compagni uccisori di Ramelli] terribile decisione?» risponderei: sì e no.
    Non è, infatti, automatico che chi è sottoposto o assorba discorsi o immagini di violenza ( e oggi l’immaginario collettivo ne è saturo) automaticamente passi ad atti violenti o sia nelle condizioni per esercitarla.

    Non mi pare poi corretto presentare una “cultura della violenza” compatta e omogenea. Come non vale parlare di una “cultura della non violenza”, altrettanto compatta e omogenea. Entrambi gli orientamenti culturali sono pieni di sfumature e di delimitazioni non trascurabili, che cercano di dar conto della complessità e degli intrecci dei conflitti reali. E, in tal senso, ancora il capitolo 7° del libro di Pavone offre una ricca e documentata casistica storica, soffermandosi su violenza resistenziale e violenza fascista (pag. 415), autodisciplina e organizzazione della violenza (pag. 449), rappresaglie e contro rappresaglie (pag. 475) ecc.

    Da questa proposta di analisi storica della questione non discende nessun sciocco invito a «indossare un maglione in piena estate visto che l’aveva già fatto il papà lo scorso inverno». Non si deve però dimenticare con troppa disinvoltura che le forme giuste di lotta possono essere, a seconda delle circostanze, violente o non violente; e devono essere politicamente ragionate.
    Il problema è aperto e pone al singolo e alla collettività grandi questioni morali. Non a caso il sottotitolo del libro di Pavone è «saggio storico sulla moralità della Resistenza». Perché chiuderlo in modi astratti e unilaterali?

    E, dunque, è bene tener presente che, se «la guerra contro Hitler, il nazismo e il fascismo fu necessaria e giusta», anche certe azioni contro le aggressioni fasciste e poliziesche negli anni ’70 furono altrettanto necessarie e giuste. E potrebbero tornare ad essere necessarie e giuste. È anche bene che le istituzioni nate per difendere i «valori democratici» lo facciano. Ma se non li difendessero o non fossero più in grado di difenderli?

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