Attorno ai “silenzi” di Pio XII

Su «La misura del potere. Pio XII e i totalitarismi tra il 1932 e il 1948» di David Bidussa

di Ennio Abate

L’annuncio dell’uscita di questo libro l’ho visto a metà luglio 2020. Mi sono ricordato di alcuni  scritti di Michele Ranchetti sullo stesso argomento e ho lasciato sulla pagina FB di Bidussa una mia veloce impressione.[1] Ora che il libro l’ho letto sento di aggiungere le seguenti considerazioni:

1.

Si tratta di un buon libro di storia e, da lettore attento a certi temi storici del Novecento, gli riconosco molti meriti. E’ preciso e chiaro nel delineare  la figura di Pio XII e i presupposti del suo pontificato [2]; equilibrato  nell’interpretazione dei principali problemi di quel pontificato, tuttora oggetto di controversie tra gli storici[3]; scrupoloso nel fornire un’appendice documentaria consistente (ma su questo lascio  la parola agli specialisti); molto attento al peso dell’immaginario; e, infine, non è mai disinvolto nell’affrontare complicazioni e limiti del lavoro storico ben fatto.[4] Ma su tali aspetti già  in partenza non nutrivo dubbi.

2.

A rendermi, invece, da subito perplesso e  guardingo erano due cose: – una certa sottovalutazione o sospensione del giudizio sui risvolti politici della contrapposizione tra la cosiddetta  “leggenda nera” e quella “rosa” su Pio XII, che a me pare poco indagata; – l’utilizzo (enfatizzato nello stesso titolo) della logora e ambigua categoria dei ‘totalitarismi’. Mantengo alcune delle mie riserve anche dopo la lettura del libro; e provo ad argomentarle per punti.

 3.

Parto dal giudizio di Ranchetti sul pontificato di Pio XII, che – è bene precisarlo – mai  potrebbe rientrare nella cosiddetta  “leggenda nera”. Non mi pare che  il libro di Bidussa smentisca o attenui laseverità di quel giudizio di condanna. E, proprio per questo , mi pare un limite grosso che il testo di Ranchetti da me citato (o altri scritti sul medesimo tema a me sconosciuti) sia assente  da questa ricerca su Pio XII. Che il nome di un così importante storico della Chiesa come Ranchetti manchi[5] dalla stessa bibliografia che Bidussa ha posto a corredo del suo lavoro, mi pare come minimo strano. Ranchetti è morto nel 2008 ma i suoi libri restano.E del resto, nel saggio che ho citato e citerò ancora, affronta proprio i temi  toccati da Bidussa: la rivendicata  funzione di guida religiosa da parte della Chiesa; il suo tipo di universalismo, sulla base del quale essa non si vuole attore qualsiasi, sulle stesso piano cioè di altri attori politici o geopolitici; i suoi “silenzi” sulla eliminazione degli ebrei dalle società sottoposte ai regimi fascista e nazista.

4.

Sulle ragioni della persistente contrapposizione tra “leggenda nera” e “leggenda rosa” su Pio XII. Sì, m’interrogherei di più. Perché, infatti, persiste? Di cosa è  sintomo  il suo mancato superamento? Basta squalificarla perché – banalmente o propagadisticamente – è stata o è estremizzata? Non lo credo. Tanto più perché – ancora una volta –   è lo stesso Bidussa a ricordare quanti elementi di ambiguità e di non trasparenza ci siano tuttora nella stessa  gestione dei documenti che quel tragico conflitto  ha depositato (in parte) negli archivi.[6]E poi, proprio da un punto di vista storiografico, la persistenza di questa contesa  ha molto a che fare col problema – giustamente fondamentale per ogni storico, come sottolinea Bidussa – della continuità/ discontinuità tra un periodo e un altro di temi, questioni, atteggiamenti. Secondo me, la persistenza di questa contrapposizione segnala non solo un limite della storiografia, ma proprio  i rischi di una continuità con quel passato tragico. E, se non si  diraderà  la nebbia delle ambiguità – ancora dominante sia  negli atti di Pio XII e sia nei giudizi di  una parte o di buona parte degli storici sulla sua figura – il pur onesto e meritevole lavoro storiografico di Bidussa,  è destinato a restare “di contorno”, non decisivo. Sì, vengono frenati certi «giudizi caotici  per l’intervento dei mass media» (Miccoli)  o ribadite  piccole verità  quasi ovvie oscurate dalla chiacchiera dei mass media, ma i passi avanti  si fanno quando la verità si impone nella realtà prima ancora che negli studi. Non vorrei essere ingeneroso o pessimista ma temo che, così stando le cose in Italia (e fuori) nell’«uso pubblico della storia» continueranno, mal contrastate, a circolare soprattutto certe“leggende” (più o meno revisioniste).

4.1.

A  questo punto porrei anche una domanda. Assodato (per me) che non  si debba cedere né alla “leggenda nera” né a “quella rosa” e che una neutralità assoluta dello storico è a sua volta una “leggenda”,  non sarebbe bene che gli storici,  oltre che appellarsi alle regole auree del mestiere(i documenti ci sono o non ci sono; gli indizi  non sono mai prove, etc.), chiariscano però quali siano le loro ipotesi  di partenza su un tema? E qui torna in ballo la lettura del pontificato di Pio XII data da Ranchetti. Nella sua  netta e aperta condanna essa mi pare  più chiara (e, dunque, “falsificabile”) rispetto a certe cautele“specialistiche” anche – ripeto –  comprensibili o valide. Ho, infatti,  l’impressione (ma è solo un’impressione) che la posizione di Bidussa  rischi un arretramento rispetto alla ricostruzione e all’ interpretazione di Ranchetti. E specie su un punto.

4.2.

E, per chiarirlo, mi aggancio alla ottima domanda di Bidussa: che capacità ebbe la Chiesa di capire la trasformazione che avveniva in Germania nel 1933? (pag. 39). Uno storico delle idee deve, credo, prendere sul serio la pretesa universalistica della Chiesa (Verità per i credenti); e accertarsi come fu praticata o attuata in quel concreto periodo storico. Non può, cioè, limitarsi a misurare le azioni della Chiesa e del pontificato di Pio XII come se si trattasse di un semplice attore politico o geopolitico come gli altri[7]. Nel saggio di Ranchetti questo problema mi pare posto senza ambiguità o oscillazioni. Perché  – credo – egli ha presente non solo  la Chiesa-Istituzione, come (monoliticamente)  si autorappresentava  nelle encicliche dei Papi del tempo e delle sue gerarchie (Curia), ma  anche  i fermenti critici che la percorrevano di fronte a certe scelte fondamentali (Concordati con fascismo e nazismo, eliminazione degli  ebrei). Per dirla in breve: alle spalle del Ranchetti storico ci vedo le posizioni critiche  di Barth e Bonhoeffer[8], alle spalle del Bidussa storico quali posizioni ci sono?

4.3.

Non è che voglio rivedere il libro di Bidussa alla luce della visione religiosa di Ranchetti-Barth- Bonhoeffer ma, se la visione  da cui Bidussa legge questo periodo storico è “laica”, vorrei capire meglio di quale laicità si tratti. E, visto che  l’universalismo religioso della Chiesa cedette o non fu all’altezza dei tempi e, dunque –  per usare la stessa formula di Bidussa, se  la”misura del potere” presa da Pio XII non fu quella giusta –  chi allora riuscì a prenderla quella “misura” giusta?Bonhoeffer, no? Qualcun altro? O nessuno? Esclusi, cioè,  gli estremi della “leggenda” nera e rosa,  a quale  punto della linea che le  separa e contrappone si possono collocare  gli storici o gli intellettuali che trattano questo tema?

4.4.

Bidussa sostiene  che, quando si parla di Istituzioni, si deve tener conto della continuità più che della discontinuità. E  se si finisse per  privilegiare troppo questa (preconcetta, mi pare) continuità (dell’apparato della Chiesa, però!) sorvolando sulla discontinuità  (lo svelamento in quelle scelte precise e documentate di una rottura con la sua funzione universalistica)? Se, cioè, gli eventi traumatici (Concordati con fascismo e nazismo, sterminio degli ebrei) non venissero interrogati a fondo nel loro scandalo,[9]non si  finirebbe per metterli troppo facilmente tra parentesi (come fece Croce per il fascismo)?

4. 5.

Ne «Il cattolicesimo italiano del Novecento: un profilo»[10] ho trovato ulteriori considerazioni di Ranchetti, che rafforzano quanto riportato nel  primo brano che avevo pubblicato sulla pagina FB di Bidussa. E mi pare opportuno copiarle interamente in Appendice a questo mio intervento. E, però, voglio  riassumere e sottolineare subito due passaggi particolarmente che considero particolarmente incisivi. Ranchetti, dopo essersi chiesto se esistono altre fonti o  se l’esperienza di vita religiosa associata, i discorsi o le prediche dei parroci, le lettere pastorali permettevano di intravvedere  una «qualche forma di opposizione, o almeno di timida perplessità» di fronte al consenso e all’alleanza fra la «società perfetta» (la Chiesa) e il regime fascista,  mette a fuoco il  “punto dolente”, che aiuta a cogliere l’ambivalenza o la fumosità di molti discorsi su questa vicenda:

a.

«Si poteva essere minacciati dalla perdita della salvezza, da un lato, e messi in crisi da un’attuazione molto visibile di comportamento da parte di una chiesa che si accordava con il regime fascista e che nello stesso anno del catechismo si sarebbe affrettata a stipulare un concordato con Hitler da poco salito al potere. Scriveva Buonaiuti: “ Al cospetto di simile convergenza di programmi, che avrebbero dovuto essere in realtà tanto divergenti (si riferiva al Concordato del 1929 ma scriveva nel 1944) veniva fatto naturale di pensare che la Curia avvertisse d’istinto una funzionale correità e una fatale acquiescenza di fronte alle concezioni totalitarie dello Stato, e veniva fatto spontaneo di domandarsi se queste concezioni totalitarie  dello Stato non costituissero e non rappresentassero, in sostanza, un puro e semplice trasferimento in sede politica e statale, dei criteri e dei metodi, anch’essi totalitari, invalsi ormai da secoli nell’esercizio del magistero ecclesiastico”. La domanda era allora: è possibile un’opposizione “religiosa”?

(pag. 42-43)

b.

«Ma ad una struttura così rigidamente gerarchica, come la Chiesa Cattolica di allora, non si può ascrivere la tolleranza, in qualche caso, di elementi discordanti come valore caratterizzante : l’importante, quello che conta era ed è il vertice che decide e opera, ossia il Pontefice e la Curia a cui si devono le encicliche e i Concordati, i gravissimi “silenzi”, come si è soliti chiamarli, con bonaria indulgenza , le prese di posizione modeste e generiche, i consensi clamorosi, come durante la Guerra di Etiopia , la  benedizione dei gagliardetti, i richiami alla civiltà romana e cristiana che approdava sulle sponde dell’Africa. E inoltre, perché “interpretare”, come alcuni vorrebbero, i documenti del Magistero, reticenti e guardinghi , proprio con quella generosità, quel liberalismo esegetico che essi, espressione di un rigido centralismo dottrinale, hanno sempre accanitamente avversato?

( pag. 44)

4. 6.

Qui, secondo me, Ranchetti ha detto meglio quello su cui Bidussa un po’ esita:  il Concordato e l’ «alleanza mondana», cioè  la scelta che la Chiesa aveva fatto a favore di un “totalitarismo”,  precede la guerra e incrina irrimediabilmente la sua funzione universale. Dal suo punto di vista, che pur resta interno al cattolicesimo, Ranchetti coglie il nodo che Bidussa forse aggira:

«Riconoscere la possibile “verità” di altre confessioni religiose significa non solo porsi di nuovo il problema della verità e della ricerca di essa, che sembrava in un certo senso non più necessario, ma interrogarsi sull’errore nella e della Chiesa di Roma, cioè l’unica vera Chiesa. Significava anche porsi all’esterno di essa, strappandosi da un’appartenenza». (pag. 42)

4.7.

Così poneva i problemi Ranchetti. Come li pone oggi Bidussa? Egli si chiede: cosa poteva fare il Papa di fronte a fascismo, comunismo e nazismo – i “totalitarismi” del Novecento – (pag. 13), tutti nemici irriducibili  perché si presentavano come  concorrenti della Chiesa. Forse, però, non approfondisce perché il nemico più irriducibile  fu indicato proprio  nel comunismo. Per cui solo nei suoi confronti non c’era «nessun compromesso nessuna possibilità di recuperarlo nessun punto di mediazione per cui è lecito allearsi anche con il fascismo o il nazismo e si appoggia anche la politica espansionistica del Giappone in Cina». Non c’era davvero altra scelta? Eppure, quando la legge sui non ariani estromise dai pubblici uffici gli ebrei in Germania, il luterano Dietrich Bonhoeffer tenne una coraggiosa conferenza «La chiesa di fronte al problema degli ebrei», nella quale, pur riconoscendo allo Stato il diritto di decidere dal punto di vista legislativo sulla questione ebraica, sostenne che la Chiesa avesse un obbligo incondizionato nei confronti delle vittime dell’ordine sociale, anche se esse non appartenevano alla comunità cristiana.

E poi c’era o no questo pericolo comunista nelle forme prospettate da Pio XII? Cosa indica quella sua insistenza più che ossessiva? Solo il comunismo era ateo  e irriducibilmente materialista? Il nazismo e la stessa democrazia statunitense non erano regimi concorrenti tra loro ma sotto vari aspetti anch’essi materialisti?[11]

5.

Totalitarismi.  Qui sarò brevissimo. La mia obiezione, abbastanza condivisa anche da molti storici,  è semplice: è il termine ‘totalitarismi’ che non va e s’è troppo logorato. Mentre Bidussa mi pare lo dia per acquisito; e lo usi senza più avvertimenti o precauzioni. E, invece, esso suscita dubbi crescenti; e andrebbe  usato, quantomeno,  in modo problematico. Come fece rilevare lo storico Enzo Traverso ne «Il totalitarismo», una riflessione accurata sul concetto pubblicato nel 2002 da Bruno Mondadori:

 «Questo itinerario intellettuale è sufficiente a illustrare il carattere polimorfo, malleabile, elastico e, in definitiva, ambiguo, del totalitarismo. Integrato in seno alla dottrina del fascismo italiano, che ne ha dato un’elaborazione teorica coerente, esso era respinto dai due regimi ai quali è più spesso applicato: l’URSS e la Germania nazista. Tutti lo hanno usato –esuli antifascisti italiani e tedeschi, comunisti antistalinisti, liberali, ex comunisti diventati anticomunisti, dissidenti est-europei in esilio, marxisti e antimarxisti, rivoluzionari e conservatori, ideologi della guerra fredda e pacifisti- attribuendogli ciascuno significati diversi a seconda delle congiunture, delle circostanze e delle sensibilità. In poche parole, “totalitarismo” è un termine camaleontico, usato volentieri in funzione polemica. Alla stregue di altre categorie della teoria politica, esso riguarda innanzitutto una tipologia del potere, ma raramente è riuscito a trovare delle applicazioni feconde in altri campi delle scienza sociali. Gli storici e i sociologi non possono ignorarlo, ma non possono neppure fare a meno di usarlo con grandi precauzioni. Ora che si potrebbe iniziare a ripensarlo da un punto di vista retrospettivo, è probabile che si riveli largamente insufficiente a decifrare gli enigmi di un secolo così spesso posto sotto il suo segno.

Il destino paradossale di questo concetto è forse quello di essere allo stesso tempo insostituibile e inutilizzabile. Insostituibile per la teoria politica, confrontata alla novità radicale di regimi tesi all’annientamento della politica; inutilizzabile dalla storiografia, che cerca di ricostruire e analizzare degli eventi concreti. Franz Neumann lo aveva caratterizzato come “idealtipo”, vale a dire, secondo la definizione weberiana classica, come un modello astratto irreperibile nella realtà empirica allo stato puro. In quanto idealtipo, esso ricorda più gli incubi descritti da Orwell in 1984-con il suo Ministero della Verità, il suo Big Brother e la sua Neolingua- che la realtà dei fascismi o dello stalinismo. Detto in termini hegelo-marxisti, il totalitarismo è un’idea astratta, la realtà storica una totalità concreta. Bisogna forse concludere che una muraglia cinese separa il concetto dalla realtà? Benché quest’ultima sia sempre più ricca e complessa delle idee che cercano di catturarla, non possiamo fare a meno di concetti capaci di definirla per via di approssimazioni e generalizzazioni. Se gli storici del fascismo, del nazismo e del comunismo non saranno mai soddisfatti del termine, preferendogli altri strumenti analitici più adatti a cogliere le specificità di questi regimi, la nostra coscienza storica ha bisogno di punti di riferimento. […] L’idea di totalitarismo è stata troppo spesso strumentalizzata, ma rimane indispensabile per mantenere aperto, nel secolo che nasce, un orizzonte di libertà. Certo occorre evitare di trasformarla in uno schermo che potrebbe nascondere le altre minacce di quest’epoca “globalitaria”, in cui l’omologazione dei comportamenti e del pensiero non è imposta con la forza ma indotta dalla reificazione mercantile dei rapporti sociali, in cui l’autorità assoluta non è più un Big Brother ma l’economia con le sue leggi “incoercibili”, in cui non è più la conquista dei territori ma quella dei mercati a suscitare l’appetito dei potenti.»

( Enzo Traverso, Il totalitarismo,  pagg. 182-187, Paravia Bruno Mondadori, Milano  2002)

APPENDICE

Da Michele Ranchetti, Il cattolicesimo italiano del Novecento: un profilo pagg. 42 – 49, in “Scritti diversi II”, Edizioni di storia e letteratura, Roma 1999

«Si poteva essere minacciati dalla perdita della salvezza, da un lato, e messi in crisi da un’attuazione molto visibile di comportamento da parte di una chiesa che si accordava con il regime fascista e che nello stesso anno del catechismo si sarebbe affrettata a stipulare un concordato con Hitler da poco salito al potere.

Scriveva Buonaiuti: “ Al cospetto di simile convergenza di programmi, che avrebbero dovuto essere in realtà tanto divergenti (si riferiva al Concordato del 1929 ma scriveva nel 1944) veniva fatto naturale di pensare che la Curia avvertisse d’istinto una funzionale correità e una fatale acquiescenza di fronte alle concezioni totalitarie dello Stato, e veniva fatto spontaneo di domandarsi se queste concezioni totalitarie  dello Stato non costituissero e non rappresentassero, in sostanza, un puro e semplice trasferimento in sede politica e statale, dei criteri e dei metodi, anch’essi totalitari, invalsi ormai da secoli nell’esercizio del magistero ecclesiastico”. La domanda era allora: è possibile un’opposizione “religiosa”?

XIV

Naturalmente ci si può chiedere se l’accanito riferirsi alle dichiarazioni del Magistero e a documenti ufficiali come il catechismo cattolico non costituisca un limite grave per capire e ricordare, se non sarebbe necessario altre fonti o l’esperienza stessa di vita religiosa associata, i discorsi o le prediche di parroci, le lettere pastorali, per vedere se il consenso e l’alleanza  fra la “società perfetta” e il regime fascista fossero così saldi, se il clero stesse tutto dalla parte della Chiesa di Roma nelle sue manifestazioni più autorevoli e nei comportamenti suggeriti, se si desse cioè qualche forma di opposizione, o almeno di timida perplessità. Inoltre ci si può chiedere se, ancora una volta, i documenti non fossero da interpretarsi, almeno quelli non emanati dal Pontefice, come le encicliche, o da autorità molto prossime al soglio papale. Certo vi sono innumerevoli altre fonti, come certamente ci sono moltissimi esempi di comportamenti e di persuasioni diverse, nel clero e nei laicato cattolico di questi anni, dal consenso e dall’alleanza. Ma ad una struttura così rigidamente gerarchica, come la Chiesa Cattolica di allora, non si può ascrivere la tolleranza, in qualche caso, di elementi discordanti come valore caratterizzante: l’importante, quello che conta era ed è il vertice che decide e opera, ossia il Pontefice e la Curia a cui si devono le encicliche e i Concordati, i gravissimi “silenzi”, come si è soliti chiamarli, con bonaria indulgenza, le prese di posizione modeste e generiche, i consensi clamorosi, come durante la guerra di Etiopia, la benedizione dei gagliardetti, i richiami alla civiltà romana e cristiana che approdava sulle sponde dell’Africa. E inoltre, perché “interpretare”, come alcuni vorrebbero, i documenti del Magistero, reticenti e guardinghi, proprio con quella generosità, quel liberalismo esegetico che essi, espressione di un rigido centralismo dottrinale, hanno sempre accanitamente avversato?

Le due encicliche del 1937, 4 e 19 marzo, non mutano certo la prospettiva: nazionalsocialismo e comunismo ateo sono condannati a breve distanza di giorni, ma è una condanna “dottrinale” generica e in relazione alla confessione di fede, che consente di individuare gli errori “religiosi” dei due regimi totalitari. Era prevista una terza enciclica diretta contro il fascismo. Giovanni XXIII ne pubblicherà alcuni brani, ma la grande attesa verso i contenuti di condanna è rimasta delusa. Mai una parola chiara, un dato di fatto, un’accusa precisa. Il regime nazista già nel 1937 e a cominciare dagli stessi mesi del 1933 in cui era stato stipulato il Concordato aveva iniziato la costruzione dei campi di concentramento, la campagna razziale che sarebbe sfociata necessariamente nello sterminio di milioni di ebrei, minoranze etniche, zingari, dissidenti  era già in corso. Non occorreva ricevere una testimonianza ufficiale ancora più precisa per insorgere. Che cosa  si aspettava? O forse solo le violazioni dei diritti della Chiesa o le persone dei cattolici interessavano la Chiesa di Roma? Gli Ebrei erano oggetto di una campagna di discriminazione non tanto violenta quanto certa anche in Italia. Occorreva che il loro numero crescesse, che venisse minacciata la città di Roma come sede della Cristianità perché il Pontefice pronunciasse una scomunica? E il paragrafo ariano che escludeva dalla carriera ecclesiastica i preti di provenienza ebraica, era anch’esso giustificato? E su che base? Sulla prudenza? Quale era il numero minimo di vittime perché si potesse passare dalla prudenza all’accusa?

«Allora, nell’estate del 1933, la Chiesa tedesca alla quale appartenevo come membro e insegnante, si trovò nel peggior pericolo per la sua dottrina e per il suo ordinamento; era minacciata di venire coinvolta in una nuova eresia, stranamente mescolata di cristianesimo e germanesimo, e di cadere sotto il dominio dei cosiddetti “cristiani-tedeschi”; pericolo derivati dai successi del nazismo e dal potere di suggestione delle sue idee» scrive Barth nel 1938. Si ricorderà che i cristiano-tedeschi, appoggiati in un primo tempo dal partito nazionalsocialista, volevano la realizzazione nazionale della Riforma, l’interdizione del culto e della confessione a tutti i cristiani che non appartengono alla razza tedesca e la degiudaizzazione del Vangelo e della Chiesa. Continua Barth: «Che cos’era e che cos’è in gioco? Semplicemente, il mantenere saldamente e in modo completamente nuovo la comprensione e la pratica di questa verità: che Dio sovrasta ogni Dio, che la Chiesa ha nel Volk e nella società, in ogni circostanza e di contro allo Stato, un compito, una fondazione e un ordinamento propri e specifici, stabiliti per essa nella Sacra Scrittura. Sebbene anche oggi molti della chiesa confessante non lo vedono e non lo riconoscono, era inevitabile che questa verità della libertà della Chiesa, malgrado le pretese del nazismo, venisse a prendere il senso di una decisione non soltanto “religiosa”, o di prudenza ecclesiastica, ma anche ipso facto di una decisione politica: cioè rivolta contro quello Stato che, in quanto totalitario, non può riconoscere nessun compito, fondazione o ordinamento all’infuori dei suoi, nè altro Dio all’infuori di se stesso; e che quindi, nella misura in cui si afferma, deve assumersi il compito di opprimere la Chiesa cristiana e di cancellare ogni umano diritto e libertà» (Autobiografia, 1938). Barth e Bonhoeffer, che parteciperà ad una congiura contro Hitler, preparato ad ucciderlo, avevano capito che il regime nazionalsocialista aveva la pretesa di essere una specie di nuova rivelazione di Dio in Germania. Ci si doveva opporre ad esso come Chiesa e come singoli esponenti dell’umanità minacciata, si doveva passare dall’azione religiosa all’azione politica senza appunto contraddizione. Anche Bonhoeffer comporrà un nuovo catechismo, per corrispondere “nel presente religioso” alle Confessioni di fede del luteranesimo; Barth stenderà i brevissimi paragrafi della Confessione di Barmen, un elenco di principi, elementari e inviolabili e in totale “contraddizione” con la propaganda e la prassi hitleriana e anche, naturalmente, con le professioni di fede dei cristiano-tedeschi che si limitavano ad asserire che il regime hitleriano era previsto e giustificato dai catechismi riformati. In realtà vi era anche qualcosa di più.

Che Heidegger potesse aderire nel 1933 al partito nazista divenendo, sia pur per un anno, Rettore dell’Università di Friburgo e fosse stato in stretto contatto con Bultmann a Marburg e avesse fornito strumenti filosofici a supporto della concezione bultmanniana della teologia della demitizzazione, che Barth avesse costruito con Bultmann e altri la teologia dialettica, che Sein und Zeit e ilRömebrief siano stati pubblicati a pochissima distanza di anni; infine che Carl Schmitt fosse di stretta osservanza cattolica (e non solo di provenienza cattolica come Heidegger): tutto questo, come vedeva già in quegli anni Cantimori, non poteva non corrispondere a un nodo comune di idee, di “religione” forse, una cesura forse radicale con il liberalismo teologico. Ma era anche la premessa di una crisi che investiva le Chiese nella loro “naturalità” temporale per ricondurle al sacro, al divino, all’inconoscibile, al mistero, con un’operazione parallela a quella che si svolgeva, sotto i loro occhi, nel terrore nazista per gli uni, nello “stato di eccezione” per gli altri.

XV

Di questa crisi radicale non c’è traccia nei documenti pontifici: un fatto che non si può attribuire a superficialità, incoscienza storica o malafede. Il nuovo pontefice, eletto nel marzo 1939, qui sibinomenimposuit Pio XII, veniva ritenuto responsabile, in qualità di nunzio in Germania, della stipulazione del Concordato del 1933 e di un atteggiamento favorevole alla Germania. E’ il pontefice cui vanno attribuite le responsabilità maggiori del comportamento della Chiesa cattolica durante la Seconda Guerra Mondiale, il pontefice dei “silenzi” e degli interventi moderati e prudenti. La documentazione relativa, pur cresciuta negli anni, sulle ragioni di questi silenzi e sulle attività della Santa Sede in favore delle popolazioni colpite, dei fuoriusciti, degli ebrei non è valsa a chiarire a sufficienza il perché, a offrire una giustificazione, a esonerare il pontificato da un’accusa morale gravissima. In questi anni, l’assenza della Chiesa sembra essere una tremenda verità. In ogni caso, la credibilità della Chiesa, per usare un’espressione volutamente sociologica, è risultata estremamente ridotta. Parole come quelle di Barth, scelte come quelle di Bonhoeffer, non sono state pronunciate, non si sono verificate nel cattolicesimo di quegli anni a caratterizzare (a parte il comportamento, talvolta eroico, di singoli) la volontà e la coscienza religiosa del Magistero. Non è emersa nessuna consapevolezza che si trattasse di una tragedia che poteva essere interrogata religiosamente, che poneva davvero in discussione l’etica cristiana, l’esistenza di Dio, la “benignità” delle forze del bene, le forme del contrasto stesso tra Bene e Male, la Chiesa stessa come organismo vivente. Com’è possibile riconoscere qualcuna di queste interrogazione nei pronunciamenti del pontefice?

Il 29 Giugno 1943 Pio XII emanava l’enciclica MysticiCorporis, sulla Chiesa come corpo mistico. Non è una nuova definizione della Chiesa (non si dà nella storia della Chiesa una vera e propria definizione di Chiesa) ma è una serie di riprese e di precisazioni dottrinali sull’essenza della Chiesa come corpo mistico, con una insistenza particolare sull’aspetto di organismo vivente, il cui capo è Cristo. In una certa sequela di precisazione che si potrebbero anche definire approssimazioni ad una migliore e più piena intelligenza della Chiesa, l’enciclica si colloca in un “processo” della concezione soprattutto giuridica (presente in particolare nel Concilio Vaticano I) della societasperfecta, basata su un confronto con le società umane, verso la successiva concezione (che figurerà nel Concilio Vaticano II) di Chiesa come popolo di Dio. In piena guerra, la ripresa di un’ecclesiologia, che, per tutte le sue scansioni erudite, sembrava tuttavia ribadire, oltre la natura “spirituale”, non visibile della Chiesa, la certezza della non appartenenza alla chiesa di coloro che non riconoscevano il magistero cattolico, e quindi non si sarebbero salvati, poteva anche essere indicativa di una differenza ribadita anche nell’ordine della distruzione e della persecuzione, un confine tra i cristiani e gli altri per cui la Chiesa, pur ampliata nella sua dimensione “invisibile” e sciolta da una concezione comparativa con altri organismi, è pur sempre una parte cui si può accedere e dalla quale si è respinti. Pare quindi promuovere una concezione “economica” della storia della salvezza anche laddove la distruzione visibile sembrava suggerire la necessità di abbandonare qualsiasi forma di discriminazione “religiosa”.

Nello stesso anno 1943, Pio XII, con l’enciclica Divino Afflante Spiritu ribadiva l’interpretazione della Scrittura come compito del magistero e faceva riferimento ad un “interprete cattolico” come a colui cui spetta di comprendere e di aumentare il patrimonio di verità contenuto nei Testi Sacri, soggetti, ed era questo un riconoscimento particolarmente esplicito delle ricerche dovute a storici ed esegeti non cattolici, alle caratteristiche linguistiche, geografiche, dei tempi, dei luoghi e delle culture in cui era avvenuta la loro redazione da parte dell’agiografo. In questa enciclica si faceva anche riferimento alla guerra e alla necessità di ricondurre tutti gli uomini a Cristo, “misericor-diosissimo redentore nostro”.

Hiroshima e Nagasaki non provocano un’interrogazione o un commento sulla possibile distruzione dell’umanità da parte di sé stessa: la fine del mondo è decisione di Dio e non degli uomini e non sembra che nessuna riflessione religiosa e nessuna certezza sulla provvidenza divina siano state turbate dal rischio di una fine provocata da chi ne aveva la capacità concreta: i discorsi sulla fine del mondo e sulle conseguenze di una minaccia atomica per la coscienza civile e per l’equilibrio sociale, per la stessa persuasione all’esistenza divenuta ora cosi precaria, la prospettiva della distruzione di un futuro in cui civiltà e storia avrebbero trovato conferme o smentite, lo stesso significato di un presente che non ha prosecuzione di sé nella progenie, negli atti: tutto questo non sembra avere particolare rilevanza per la chiesa ufficiale. 

Note


[1]  «Rientrerà forse nella «leggenda nera» ma i giudizi severissimi presenti in questo brano di un cattolico come Michele Ranchetti non so se saranno tanto facilmente smentiti dalle nuove ricerche di Bidussa o di altri valenti storici». Avevo anche copiato uno stralcio di un saggio di Ranchetti, «uno dei maggiori storici della Chiesa e delle religioni» come ricorda la voce su di lui in Wikipedia (https://it.wikipedia.org/wiki/Michele_Ranchetti):

“La prova offerta dal Magistero cattolico durante gli anni della guerra è forse l’esempio più tragico della fine del cristianesimo nei suoi vertici rappresentativi che la chiesa cattolica si è costruita. La letteratura su quegli anni parla di silenzi del pontefice: è una ben misera definizione per un crimine che evidentemente non si esaurisce nella reticenza alla parola da parte di un prelato di curia ossessionato dalla paura del comunismo ma si estende al ceto sacerdotale, alla chiesa nel suo insieme e nei suoi singoli membri e anche a quel laicato cattolico che dal silenzio o dal fascismo dei suoi superiori religiosi traeva esempio aberrante. La crisi della cultura religiosa si faceva anche sentire così, nella incapacità di riconoscere gli errori, nella mancanza di qualsiasi prospettiva escatologica in cui iscrivere il presente e il recente passato di orrore per trovarne un senso interrogando la storia che è sempre stata dall’inizio dei tempi atto e luogo di Dio. Ma dopo la guerra e il rapido ripristino dei Patti Lateranensi e quindi nuovamente rassicurati dal Concordato fascista, gli uomini del Magistero non hanno ritenuto necessario ripensare la propria storia e giudicare la propria responsabilità religiosa e civile, per cercare di comprendere come mai si sia potuto dare quasi trentanni una chiesa fascista cattolica apostolica romana, che ha impartito ai suoi figli un’educazione fascista, che ha indicato nel fascismo una verità civile, la giusta forma del vivere civile, che ha fatto dell’obbedienza alle autorità fasciste una logica conseguenza dell’obbedienza alle autorità religiose, che ha benedetto la guerra coloniale e la guerra franchista, che è sempre stata dalla parte del potere.”

(da Michele Ranchetti, INTELLETTUALI E CHIESA CATTOLICA: TESI, in “Scritti diversi II”, pag. 265, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1999)

[2]Bidussa indica i due presupposti principali di quel pontificato: – no all’iperspiritualismo, ma religione come azione produttrice di effetti sulla società; – Chiesa come istituzione morale universale slegata sia da una nazione che dagli  organismi sovranazionali (pag. 20).

[3]Ci sono storici che  hanno condannato i “silenzi” di Pio XII ed altri che li hanno  interpretato in modi favorevoli. Bidussa riporta, ad esempio, la posizione di monsignor Tardini (1939) matrice di tali posizioni: la Chiesa ha taciuto non per disinteresse o sostegno alle violenze ma per non compromettere la sua azione “lenta e a lungo incerta” a favore della pace. Bidussa sottolinea pure che  quei “silenzi” si collegano anche al tema dell’antigiudaismo,  che avrà un enorme peso nella situazione che si creerà in Palestina dopo la Seconda Guerra mondiale (pag. 15).

[4] Mi ha colpito un suo giudizio: «un documento è un indizio non una prova».

[5] Se non sbaglio. Ho letto dall’edizione in epub e ho difficoltà a verificarlo.

[6]Bidussa ricorda l’impresa editoriale (1965- 1981) avviata dopo l’elezione di Paolo VI, che raccoglie  i documenti della Santa Sede nel periodo della Seconda mondiale (p.21) e dice apertamente che  essa non ha sciolto i dubbi, anzi ha accresciuto l’astio o bloccato i contatti tra Vaticano e ebrei (p.23). Riporta pure il giudizio più che critico dello storico  Giovanni Miccoli del 1999 (alla vigilia del Giubileo del 2000) e la notizia della chiusuracon un nulla di fatto, nel 1999, della Commissione per i rapporti con l’ebraismo  e dello scontro tra storici ebrei e  storici cattolici sulla desecretazione di altri documenti (p. 25).

[7] E questa richiesta per me vale anche di fronte alla storia del socialismo/comunismo. Se dici di voler fare il socialismo, non mi può poi contrabbandare quello “reale”, che è venuto fuori dalle vicende della storia tra Otto e Novecento in Urss o nei paesi dell’Est, per socialismo. Allo stesso modo, se la dottrina della Chiesa era/è improntata all’universalismo, che poi viene negato dalla scelta pratica o pragmatica di  privilegiare uno dei contendenti (uno dei “totalitarismi”), qualcosa non funziona:  o nella dottrina o nella funzione spirituale che  la Chiesa pretende di avere.

[8]Rimando a Michele Ranchetti, Non c’è più religione, Garzanti, Milano 2003 e a Dietrich Bonhoeffer, Resistenza e resa, Edizioni paoline, Torino 1988. Questa «diagnosi epocale», che Ranchetti fa sua, è riassunta da Eberhard Bethge, nel saggio introduttivo a «Resistenza e resa». Egli insiste sulla concezione di Bonhoeffer  di un Dio non più  concepito « in conformità ai desideri umani» (pag. 18) o come “tappabuchi”, di cui si ha bisogno magari sul letto di morte (pag. 16) ma di una immagine diversa di Dio «liberata dalla veste religiosa» e che «non si manifesta nell’onnipotenza dell’Essere sommo, ma nella debolezza di Gesù Cristo» (pag. 17).

[9] Ci tengo ad insistere con l’analogia, ponendo la stessa domanda di fronte ad eventi della storia del socialismo/comunismo. Mettiamo: di fronte a  Kronstadt per Lenin o di fronte alle “purghe” per Stalin.

[10] In Michele Ranchetti, «Scritti diversi II. Chiesa cattolica ed esperienza religiosa»,  pagg. 9 -70, Edizioni di Storia e letteratura, Roma 1999

[11]Bidussa non approfondisce questo punto, mentre grande peso ha giustamente  nel suo libro la riflessione sull’antisemitismo di buona parte della Chiesa e degli “europei”. Egli sottolinea che nel discorso di Pio XII del  1° giugno 1946 manca anche un qualsiasi cenno al ripensamento dei rapporti con i paesi del terzo mondo, come manca una visione rinnovata dell’idea di “cristianità”.  Lo stesso rilievo ha anche il problema di come riassorbire a guerra conclusa gli ebrei nelle diverse società europee e di come la Chiesa  si relazionò allo Stato di Israele.

16 pensieri su “Attorno ai “silenzi” di Pio XII

  1. In merito a questo tema ho già scritto e ribadisco le mie posizioni. Ma vorrei aggiungere ancora qualcosa sulla base di questi stralci pubblicati da E.A. Su quanto scrive Monsignor Tardini e cioè che “la Chiesa ha taciuto non per disinteresse o sostegno alle violenze ma per non compromettere la sua azione ‘lenta e a lungo incerta’ a favore della pace” (3). C’è sicuramente del vero in queste parole, ma secondo me dietro il linguaggio diplomatico si cela una verità nascosta. E cioè che questa azione, se spinta verso le logiche conseguenze, avrebbe condotto sulla via del martirio (che appartiene alla tradizione cristiana del passato e del presente). Nel contesto di guerra e sangue in cui matura questa vicenda la Chiesa pagò lo scotto di un’impasse fra la missione religiosa e il potere temporale che la trova connivente col nazi-fascismo. Al di là dei documenti ufficiali e delle Encicliche studiate in queste pagine, che timidamente rivelano questa contraddizione, resto tuttavia convinto che quella di Pio XII fu una scelta di prudenza che salvò tante vite. Lo dimostra la persecuzione subìta da quella parte della Chiesa Cristiana Tedesca che si oppose al Nazismo e che ebbe in Dietrich Bonhoeffer ( giustiziato nel campo di concentramento di Flossenburg, Germania il 9 aprile 1945) uno dei grandi protagonisti, unitamente alla stessa persecuzione subìta dai Testimoni di Geova.
    Il potere religioso e quello politico, nella storia, sono sempre andati a braccetto sostenendosi a vicenda. Ma credo che, oggigiorno, ci sia sofferenza da parte di tanti sacerdoti nei confronti dello Stato del Vaticano (specialmente dopo le vicende delle speculazioni finanziarie del Cardinale Marcinkus e associati). Coi sacerdoti io ci parlo, e alcuni me lo dichiarano apertamente, altri lo pensano e non lo dicono o non si esprimono. La scelta di Papa Francesco di ritirarsi a vivere a Santa Marta (dove si sente più sicuro), simbolicamente potrebbe significare anche questo.
    Ma ritornando al tema di partenza, vorrei dare il giusto peso alla scelta del martirio e della Croce che attuò il teologo Bonhoeffer assieme ad altri cristiani; mi sono sempre sentito solidale nei suoi confronti e a lui fraternamenta vicino. L’eroismo di questo grande pensatore credente (che seppe evidenziare i valori universali del cristianesimo, portando avanti con fede ‘il credo nel principio della fratellanza universale cristiana’) non ha prezzo. La sua lettura del Vangelo, concentrata con particolare interesse e attenzione sul cap. V di Matteo ‘Il discorso della montagna’, evidenzia come la dottrina ivi contenuta non soffra di limiti spazio-temporali, e come l’essenza di un cristianesimo depurato da scorie storiche e teologiche sia la via maestra che conduce alla fede. Ciascuno vive i grandi misteri della vita a modo suo, e così deve essere; ma ci sono ‘esempi’, sotto ogni latitudine e realtà di pensiero, che spirano santità o, se preferite, umana elezione.

  2. 1. “quella di Pio XII fu una scelta di prudenza che salvò tante vite”;
    2. “vorrei dare il giusto peso alla scelta del martirio e della Croce che attuò il teologo Bonhoeffer assieme ad altri cristiani” (Casati)

    Credo che il dilemma sia proprio qui: aut aut oppure et et? Nel primo caso si è andati verso il martirio ma l’universalismo cristiano non è stato tradito. Nel secondo si sono, sì o forse, salvate “tante vite” e il “guscio” della Chiesa (potere temporale+ egemonia politica) è stato conservato, ma l’universalismo cristiano è evaporato.

    P.s.
    Ho voluto ricordare (sia pur nelle note) che un dilemma simile si è posto per il comunismo : “[9] Ci tengo ad insistere con l’analogia, ponendo la stessa domanda di fronte ad eventi della storia del socialismo/comunismo. Mettiamo: di fronte a Kronstadt per Lenin o di fronte alle “purghe” per Stalin.”

  3. Il mio intervento l’ho scritto apposta perché si evidenziasse questa contraddizione: l’eroismo da una parte e il calcolo politico-umanitario dall’altra; ma va contestualizzata. Ho anche detto che lo Stato del Vaticano (quello del Papa Re: ‘In Nomine Papae Regis’) sia vissuto come una palla al piede da tanti cristiani. Sicuramente nelle intenzioni di Cristo non c’era quella della fondazione di uno Stato. L’universalismo è un’astrazione che viene resa viva e reale ad opera dei singoli credenti.
    Non mi spingo oltre, e ringrazio E. A. del quale ammiro l’aspirazione alla ricerca della verità, da laico sensibile e intelligente e, a suo modo, idealista.

  4. …mi chiedo soltanto dove fosse Pio XI quando nell’ottobre del 1943 la ghestapo rastrello’ il ghetto di Roma, deportando ad Auschwitz oltre milleduecento ebrei: con il suo silenzio ha salvato davvero molte vite umane? O riteneva queste vittime sacrificabili? E davvero i nazisti non si aspettavano alcuna opposizione se proprio nella sua città operarono indisturbati, nel silenzio più assordante…”La misura del potere” da parte della massima autorità religiosa cattolica fa certo comodo alla dismisura di altri poteri, che ebbero campo libero se non un velato appoggio…Franco Casati, che peraltro stimo molto, ma a volte si contraddice, ha parlato di Pio XI come di un principe della chiesa anche per il suo stile, la sua eleganza..Per associazione, questa nota mi ha ricordato un film di F. Fellini, ambientato proprio nel periodo del pontificato di Pio XI, immediatamente prima dello scoppio della guerra: “Roma” dove vengono presentati dei quadretti d’ambiente, quasi folcloristici, della capitale, colti dall’occhio estraneo di un turista e, tra gli altri, spiccava la sfilata di alta moda di ecclesiastici, tra porpore, merletti e ori…ben lontani dagli esempi del Vangelo

  5. SEGNALAZIONE

    Quotidiano del Sud, 24 maggio 2020.
    Se ne è andato il “grande accusatore” di Pio XII
    QUESTO «VICARIO» NON S’HA DA FARE
    Francesco G. Forte
    (https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=1251746588506909&id=100010147394419)

    Stralcio:

    Der Stellvertreter. Ein christliches Trauerspiel (Il vicario. Una tragedia cristiana) mette in scena il tentativo fallito di un giovane gesuita, Riccardo Fontana, della Segreteria di Stato vaticana, precipitatosi a Roma per ottenere da Pio XII la denuncia della Shoah, dopo essere venuto a conoscenza dei campi di sterminio da un ufficiale medico delle SS, Kurt Gernstein, storicamente esistito (finirà suicida in carcere a Parigi nel 1945), a sua volta sconvolto dalla scoperta dell’uso nei lager dello Zyklon B, sostanza chimica che avrebbe dovuto liberare i campi dai parassiti e era invece usata per gasare gli internati. Papa Pacelli rigetta le istanze del sacerdote ammonendolo sulla necessità di conservare una Germania forte contro l’Urss e il suo espansionismo. Una scelta dettata dal prevalere delle ragioni dell’alleanza di potere tra Santa Sede e Terzo Reich su quelle, impersonate dal gesuita, dell’etica cristiana. Alla fine, Fontana si apporrà sul petto la stella di Davide e si unirà ad un gruppo di deportati.
    Hochhuth pose mano all’opera durante un breve soggiorno a Roma nel 1959. Dopo la pubblicazione, Il Vicario ebbe la prima rappresentazione alla Freie Volsbuhne di Berlino, con la regia del “grande vecchio” Erwin Piscator, il 20 gennaio 1963. Il successo fu immediato. La questione dei “silenzi di Pio XII”, non era affatto nuova, ma rilanciata in forma di spettacolo si allargò in un ampio e acceso dibattito, cui poté partecipare gran parte dell’opinione pubblica. Né bisogna dimenticare che da qualche mese aveva preso il via il Concilio e che non s’era ancora rasserenata la discussione sulla dichiarazione Nostra aetate, la cui prima parte era stata completata due anni prima da Giovanni XXIII. In essa si definiva il rapporto della Chiesa con le altre religioni: rispetto per i musulmani e cura del vincolo cristiano-ebraico.
    Del 27 gennaio è una edizione viennese; a Broadway l’opera è presentata il 26 febbraio, con il titolo The Deputy e regia di Herman Shumlin; seguono Parigi (tra gli interpreti, Michel Piccoli) e Londra, regista Peter Brook. A New York, la «prima», al Brooks Atkinson Theater, fu accolta da neonazisti americani – camicia bruna e bracciale con svastica – e da organizzazioni cattoliche. Entrambi i gruppi di dimostranti recavano cartelli di protesta; per i primi, spiccava: «Basta con la menzogna dei sei milioni di ebrei sterminati»; per i secondi, «Hochhuth anti-Cristo». Ma poi, clamore e fortuna arrisero alla pièce per le grandi emozioni che suscitò nella vasta comunità ebraica locale.
    III
    In Italia l’opera suscitò grande scalpore. Il testo, pubblicato da Feltrinelli, con prefazione di Carlo Bo, avrebbe dovuto essere messo in scena per la prima volta nel febbraio 1965, in una versione adattata da Carlo Cecchi, con la regia di Gian Maria Volonté, direttore della compagnia “Teatro scelto”. Si era, in verità, preparati al peggio. Dopo aver cercato, inutilmente a causa di ostilità di varia natura, una sala teatrale adeguata, ci si era adattati in uno spazio ricavato dal sotterraneo della sconsacrata chiesa degli Esploratori, in via Belsiana: scranni degradanti verso una scena composta da due ambienti comunicanti. Una pedana di legno sotto un arcoscenico in muratura imbiancata. Una strana atmosfera conventuale. Nessuna ricerca esteriore di sapore scandalistico, no ammiccamenti naturalistici, una regia interessata ad evidenziare la coscienza migliore del cattolicesimo (il giovane Fontana). I tagli operati da Cecchi consentivano che venisse in evidenza la sola essenza ideologica. Gli attori recitavano anche le didascalie del testo originale e presentavano i personaggi che stavano per interpretare. I costumi di militari, civili, religiosi erano appena abbozzati e la scenografia si limitava a panche lungo le nudi pareti. Di gran livello, gli interventi musicali di Vittorio Gelmetti.
    Per tutelarsi contro eventuali provocazioni dei pubblici poteri si era stabilito di offrire lo spettacolo ai soci del Circolo Culturale “Letture Nuove”. Una prova generale, anche anteprima per i critici, venne fissata per sabato 13 febbraio. Presenti, tra gli altri, Roberto De Monticelli, Renzo Tian, Raul Radice, Nicola Chiaromonte, Ghigo De Chiara, Sandro De Feo, Aggeo Savioli, i corrispondenti del New York Times, dell’Observer e del Times londinesi – e intellettuali come Moravia, Ercole Patti, Levi, Bruno Zevi, la Maraini, Mario Alicata, l’editore Feltrinelli.
    Se non ché, appena iniziata la prova, fissata per le 22, entrarono alcuni poliziotti e trascinarono via gli spettatori; altri si sistemarono all’ingresso proibendo l’entrata ai ritardatari. La via fu bloccata da sette camionette, due camion, un cellulare, un autoradio: uno schieramento esagerato per l’episodio ma utile a frenare l’affluenza di giovani e meno giovani, artisti e gente comune accorrenti dalle strade adiacenti – delle Carrozze, Babbuino, Condotti -. Del resto, il sospetto di una azione di polizia politicamente declinata era stato agevolato sia da anticipazioni e delazioni soft da parte di quotidiani come “Il Messaggero” (aveva ritenuto opportuno avvertire i suoi lettori che le prove si stavano svolgendo in un clima di grande segretezza!), sia dal minaccioso titolo del “Secolo d’Italia” di venerdì 12: «Questo Vicario non s’ha da fare!». Ma, già nel marzo dell’anno prima c’era stato un furioso attacco del filo-fascista “Il Tempo” alla lettura di alcuni brani dell’opera da parte di Volonté nel corso di un convegno-dibattito sul suo autore.
    Secondo il questore l’intervento era motivato della mancanza del permesso di agibilità del piccolo teatro. Permesso, in verità, non necessario per il carattere privato della serata. Mezz’ora dopo lo scontro era in atto: si levarono le grida di “Ver-go-gna”, “Assassini”, “Fascisti”, per poi passare ai cori e ai canti partigiani che ottennero come risposta cariche e violenza. Non pochi – il giornalista Leoncarlo Settimelli, lo stesso editore, giovani attori – vennero condotti al commissariato di Campo Marzio e denunciati per resistenza alla forza pubblica. La compagnia decise di non lasciare la sala. Nei giorni immediatamente successivi nove circoli culturali in città misero a disposizione i loro spazi almeno per letture del dramma. Intanto, da ogni dove giungevano attestati di stima e solidarietà: da Silone a Guido Calogero, da Pratolini a Squarzina, Mario Soldati, Sanguineti, Aristarco, Pestalozzi, Giorgio Bocca, Dario Fo, Franca Rame. A Napoli un incontro affollato e vivace fu organizzato dalla rivista cattolica «Il tetto» e dal periodico «Cronache meridionali». Ci si riunì giovedì 17 e gli uomini di teatro impegnati nelle sale cittadine (Enriquez e la Moriconi, Edmonda Aldini, Umberto Orsini, Aldo Giuffrè, la Gravina), lì presenti, firmarono un gran bel documento di vicinanza ai colleghi romani. Da Broadway arrivò anche un assegno per la compagnia. Eduardo così chiudeva la sua lettera al regista: «Il mio messaggio non è provvisorio: esso vuole essere un contributo concreto alla battaglia permanente per la libertà della cultura e dell’arte». Il grande uomo di teatro era in quei giorni a Cagliari con L’Arte della commedia, dove (curiosa circostanza) assume rilievo il confronto tra un attore e un (ottusa) prefetto sulla libertà di espressione e sul dovere dell’artista di approfondire la verità!
    IV
    Non v’è dubbio che le conseguenze della mancata recita de Il Vicario si rivelarono, poi, abbastanza favorevoli per la ridefinizione dei rapporti tra Stato e Chiesa in Italia. A partire dalle interrogazioni parlamentari dell’aprile 1965 e dalle discussioni vibranti, nel corso delle quali si contrapposero due visioni: quella democristiana, per la quale (Taviani) non si sarebbe dovuto offendere con quella rappresentazione il carattere sacro della città di Roma, anche per non far rinascere “lo storico steccato” sulla questione religiosa (Zaccagnini). I comunisti, al contrario, ammonivano sui limiti che, per quanto riguarda il riconoscimento della sovranità dello stato Vaticano, erano stati posti all’interpretazione dell’art. 7 dei Patti, essendo chiara l’intenzione di non trasformare in norma costituzionale gli articoli del Concordato. Per quanto riguarda la dimensione sacra della città di Roma, beh, si trattava di formulazione peregrina, non essendosi la Chiesa riferita a questo carattere ai tempi delle leggi razziali e della deportazione degli ebrei romani. In più si violavano apertamente almeno due articoli della Costituzione: il 33 relativo alla libertà delle manifestazioni artistiche e culturali e il 21 sulla libertà di espressione.
    La novità vera venne, tuttavia, dall’attenzione che Paolo VI dedicò da quel momento alla vicenda. Per difendere la memoria di Pio XII promosse, infatti, la pubblicazione degli Actes et documents du saint Siège relatifs à la deuxième guerre mondiale. Usciti tra il 1965 e il 1981, hanno rappresentato, fino alla più recente apertura degli archivi vaticani voluta da Francesco, un punto di riferimento per gli studiosi. Rilievo va dato anche al fatto che diatribe e polemiche innescate da Il Vicario hanno dato il via ad una stagione storiografica, ricca di notevoli risultati. Infine, è proprio da quell’episodio che si partì per giungere agli accordi di Palazzo Madama dell’84 per la revisione del Concordato.

    1. Non dovrebbe essere turbato dagli approfondimenti doverosi degli storici se ha la coscienza (cristiana) a posto.

  6. Giulio Andreotti, reso astuto da più di mezzo secolo di militanza democristiana, sosteneva che a pensare male non si sbaglia mai. Così mi sono detto, constatando l’accanimento ideologico di certi intellettuali di sinistra verso ‘i silenzi’ di Pio XII…vuoi vedere che queste persone, che avrebbero preteso l’eroismo e il martirio di un Papa difensore dei cristiani, lo fanno per scaricarsi la coscienza dai crimini che il potere comunista ha perpetrato e continua a perpetrare nel corso della storia? Questi, che hanno venerato e tuttora venerano, come una specie di santo (lo so bene, perché coi comunisti ci parlo), un certo Stalin (‘baffone’), artefice della morte di milioni di persone, suoi connazionali e compatrioti, e alleato di Hitler finché gli è servito, così come venerano altri santi minori? Che sia, il loro, uno stratagemma per distrarre l’attenzione da questi ‘Grandi’ della storia?
    Mi piace anche ricordare, a chi lo dimentica troppo facilmente, che in Italia una delle concause più determinanti dell’affermazione del fascismo è stata proprio la minaccia di una rivoluzione comunista, seriamente concretizzatasi dopo il famoso ‘Biennio rosso’, che comportò l’occupazione delle fabbriche del Nord.
    E’ doveroso prendere in esame i protagonisti e gli eventi della storia (come incalza Ennio Abate), ma quando li si guarda, per favore, lo si faccia ‘a schermo intero’. E quando guardate la TV, commentate pure le vicende attuali di Hong Kong, che è tuttora oggetto delle ‘attenzioni’ di una potenza comunista. Proviamo a smentire questi fatti…
    Tornando al discorso di partenza, voglio dire che a priori non prendo le parti di nessuno, ma che provo soltanto a stabilire una certa ‘scala di valori’ per quanto attiene alle ‘colpe’, riflettendo pure sul fatto, incontestabile, che non è certo di Pio XII, al posto di Hitler o di Mussolini, la responsabilità della persecuzione degli ebrei, come vorrebbe infine insinuare qualcuno in modo subdolo. Per difendere il suo gregge dal comunismo egli scelse gli alleati sbagliati, questo sì! Quei lupi che, nel caso, avrebbero sbranato i suoi agnelli.
    A recriminare contro il Papa avrebbero più voce in capitolo gli ebrei, che sono state le vittime della Shoah (piuttosto degli intellettuali di sinistra), e vittime pure del comunismo, in Russia (rileggere Isaak Babel’ non sarebbe tempo perso, per capire il senso della ‘prassi’; così come, a questo scopo, scrittori come Aleksander Solzenicyn o Boris Pasternak).
    In una recente trasmissione RAI sul tema di Pio XII lo storico ebreo Paolo Mieli, documentato e obiettivo, ha dichiarato che il Pontefice avrebbe potuto “fare qualcosa di più” in difesa degli ebrei, ma non si è spinto a dire che avrebbe dovuto fronteggiare il nazi-fascismo a viso aperto. Anche dal suo punto di vista la questione va ‘contestualizzata’ (ho già parlato, precedentemente di ‘impasse’ da parte dello Stato del Vaticano e di compromesso ‘politico-umanitario’).
    Non mi esprimerò più su questo argomento, avendolo già fatto ripetutamente in questo sito, qualsiasi possano essere e di qualsivolgia persona i commenti su queste brevi e sicuramente lacunose riflessioni storiche. Le energie di cui ancora dispongo le riservo per una valutazione del presente e sull’incerto futuro che ci aspetta.

    1. Conosco da circa mezzo secolo Franco Casati, insegnante di materie letterarie nelle nelle nostre Scuole e autore di titoli di narrativa che ho presentato nel Veronese. Casati – va detto – non scrive per essere, ma perché vuole spesso interpretare questa nostra temperie storica ardua. Nel testo ” Attorno ai “silenzi” di Pio XII” ha espresso con coraggio, condivisibile o meno, quanto intus et in cute, avverte. Sulla vicenda complessa che ha coinvolto Pio XII si è scritto parecchio e si scriverà ancora. Conclusivi invero gli ultimi 4 righi del suo testo.

  7. Visto che sono stati sollevati problemi non da poco, anche se Franco Casati non volesse più intervenire, mi sento in dovere di replicare e precisare:
    1.
    Accanimento ideologico contro Pio XII. Chi stavolta pensa male, come suggeriva di fare il leader democristiano Andreotti, si sbaglierebbe. Almeno per quanto su Poliscritture è stato pubblicato sui problemi storici più controversi da vari autori e da me in particolare. Non c’è nessun «accanimento ideologico di certi intellettuali di sinistra verso ‘i silenzi’ di Pio XII» nella mia riflessione sul libro di Bidussa. Anche perché ho fatto riferimento alle posizioni di Michele Ranchetti, storico della Chiesa cattolica, e di Bonhoeffer, pastore luterano. Non so se questi due autori rientrino nella categoria-mucchio “intellettuali di sinistra”. Ma so che essi, da cristiani, più che pretendere « l’eroismo e il martirio di un Papa difensore dei cristiani» hanno posto alla Chiesa e al suo Capo un problema interno alla dottrina cristiana, fondamentale e ineludibile: può la Chiesa cedere sul suo universalismo? Ranchetti ha dato la sua risposta che io ho così riassunto: « il Concordato e l’ «alleanza mondana», cioè la scelta che la Chiesa aveva fatto a favore di un “totalitarismo”, precede la guerra e incrina irrimediabilmente la sua funzione universale». Si può essere d’accordo o in disaccordo. Basta motivare le ragioni del proprio atteggiamento. Ricerca storiografica e discussioni collaterali continuano, indipendentemente dall’ “accanimento” di questo o di quello.

    2.
    Ranchetti e Bonhoeffer. Mi parrebbe fuori luogo e impensabile che Ranchetti o Bonhoeffer possano essere considerati dei rozzi propagandisti che avrebbero polemizzato su PioXII « per scaricarsi la coscienza dai crimini che il potere comunista ha perpetrato e continua a perpetrare nel corso della storia». Sarebbe un cortocircuito del pensiero inaccettabile. Il primo è stato uno studioso cattolico che ha parlato dall’interno della dottrina cattolica e il secondo dall’interno di quella luterana. Da cristiani, dunque. E il tema sollevato (ha ceduto o no il Papato di Pio XII sull’universalismo) è pienamente legittimo e centrale per un cristiano. Ogni ragionamento – che riguardasse «una certa ‘scala di valori’ per quanto attiene alle ‘colpe’» e dimostrasse che «non è certo di Pio XII, al posto di Hitler o di Mussolini, la responsabilità della persecuzione degli ebrei» o che , come fa Paolo Mieli, che pilatescamente ha dichiarato che Pio XII « avrebbe potuto “fare qualcosa di più” in difesa degli ebrei, ma non si è spinto a dire che avrebbe dovuto fronteggiare il nazi-fascismo a viso aperto» – eluderebbe la questione dell’universalismo spirituale della Chiesa posta da Ranchetti e Bonhoeffer. E finirebbe per valutare Pio XII come un semplice capo di Stato tra altri capi di Stato invece che come Capo spirituale della Chiesa. È questo il nodo. Se sei un Capo spirituale religioso sarai misurato su questa funzione. Se sei un Capo di un movimento socialista/comunista sarai misurato su questa funzione.

    3.
    Accanimento ideologico di altri. Se non Ranchetti e Bonhoeffer, ci sono però altre persone « che avrebbero preteso l’eroismo e il martirio di un Papa difensore dei cristiani [e lo farebbero] per scaricarsi la coscienza dai crimini che il potere comunista ha perpetrato e continua a perpetrare». Può darsi. Ma cosa c’entrano costoro con Poliscritture o con la mia riflessione sul libro di Bidussa? Tanto più che sulla stessa storia del comunismo le posizioni da me espresse in numerosi articoli e in particolare su quelli dedicati alla voce ‘Comunismo’ di Fortini sono cristalline e non possono essere confuse con le posizioni di quelli che «hanno venerato e tuttora venerano, come una specie di santo […], un certo Stalin». Anche su episodi tragici e controversi di quella storia ho scritto cose chiare, che si possono rileggere:
    http://www.poliscritture.it/2018/08/26/trockij-kronstadt-e-la-violenza-politica/;
    http://www.poliscritture.it/2017/08/29/appunti-politici-fortini-il-comunismo-e-solzenicyn/
    Questo per dire che qui, su Poliscritture, nessuno usa stratagemmi per distrarre l’attenzione da certi “Grandi” della storia. E si cerca di riflettere proprio a “schermo intero”.

    4.
    Riflessione storica a “schermo intero”. Non è certo facile. E su molte vicende attuali ( e non solo su quanto succede a Hong Kong, ma in Siria, Libia, Yemen, nel mar Mediterraneo, a Gaza, ecc.) tutti siamo in affanno o boccheggiamo. E io sento come un limite e con disagio proprio il non riuscire a prendere «le parti di nessuno». Però sul passato su cui ho studiato e meditato no. E mi sento di contrastare decisamente l’opinione di chi – lo fa qui Franco Casati – sostiene che «in Italia una delle concause più determinanti dell’affermazione del fascismo è stata proprio la minaccia di una rivoluzione comunista, seriamente concretizzatasi dopo il famoso ‘Biennio rosso’, che comportò l’occupazione delle fabbriche del Nord.». No, l’occupazione delle fabbriche a Torino nel cosiddetto “biennio rosso” non fu una semplice imitazione ideologica della Rivoluzione russa del 1917, una moda, un capriccio, un estremismo. La causa profonda di quegli eventi sta innanzitutto nel disastro reale delle condizioni di vita per le classi lavoratrici derivato dalla Prima Guerra mondiale, che non fu certo promossa dagli operai. E che le proteste per il carovita e poi il cosiddetto “sciopero della multa”, lo “sciopero delle lancette” e l’occupazione delle fabbriche furono tentativi di riposte a quel disastro. E purtroppo non furono sostenuti né dai sindacati né dal PSI di allora. Certo, ci furono minoranze che sul modello dei soviet posero la questione del potere in fabbrica (Gramsci, il gruppo de L’Ordine Nuovo) ma, appunto, restarono minoranze e vennero ostacolate, isolate e boicottate dallo stesso Partito socialista. Quindi «la minaccia di una rivoluzione comunista» non si concretizzò affatto. Ci fu durante il “biennio rosso” un certa paura della borghesia per una rivoluzione. Ma una cosa fu la percezione, altra la realtà. Più della paura contò il calcolo e poi la scelta della classe dirigente liberale di usare i neonati fasci di combattimento per addomesticare ancor più i partiti di massa di allora (socialisti e cattolici popolari). Le cose andarono diversamente. Il “mostro” fascista fu partorito dal grembo liberale, non certo dalla paura della rivoluzione proletaria.

  8. …in quegli anni terribili che andarono dall’ascesa del fascismo in Italia e del nazismo in Germania, sino a quelli della guerra fortemente voluta dalle dittature in atto per un piano di egemonia forse planetaria, un Capo spirituale che si fregia di un privilegio di infallibilità (solo sui dogmi religiosi, non sulle misere vicende umane?) avrebbe dovuto almeno pronunciarsi apertamente contro…Non so se cosi’ facendo Pio XII abbia salvato molti cristiani, ma sicuramente i suoi silenzi hanno seminato molti dubbi nelle coscienze che , per fortuna, molti cristiani superarono prendendo decisioni coraggiose e rischiose…Inoltre quell'”assenza” di voce autorevole non giovo’ all’immagine stessa del mondo cristiano, davanti ai popoli di altre confessioni religiose…Certo che i problemi che ci assillano oggi, o addirittura devastano come i nubifragi, sono di portata enorme e non procrastinabili, tuttavia per capirne le cause siamo costretti a guardare al passato, oltre che al futuro, per rivedere i nostri errori…anche quelli dettati, in certe situazioni, dalla stessa “misura”

  9. Questo dibattito nato dal libro di Bidussa si sta dilungando (e ripetendo) dopo essere passato da un primo post (prima della lettura del libro) a questo secondo (con richiami a tanti altri) in cui Ennio Abate recensisce il libro. Nemmeno questa volta il dibattito è rimasto circoscritto al libro ma è dilagato sul tema più generale e generico del «silenzio di Pio XII», posto male fin dall’inizio, cioè fin dagli anni Cinquanta quando, in controtendenza, si cominciò sia in ambienti ebraici sia laici di sinistra a criticare papa Pacelli per la mancata denuncia pubblica dei massacri nazisti. Poi, dal 1963, con l’opera teatrale di Rolf Hochhuth (simpatizzante comunista), la polemica diventò una specie di accanita guerra e un nodo centrale e non più abbandonato sia della polemica ideologica sia della storiografia.
    Ma la polemica è male impostata perché, ovviamente, non vi è ma stato un “silenzio” da parte della Chiesa e da parte di Pio XI prima e Pio XII dopo. In realtà non si critica il silenzio ma il modo in cui la Chiesa ha parlato e agito, che è altra cosa e non una semplice differenza nominale. Usare il termine “silenzio” ha dato alla critica una carica polemica ideologica che ne ha distorto l’analisi storiografica. Da questo punto di vista il libro di Bidussa dice cose interessanti, sebbene non del tutto nuovo e senza evitare certi equivoci e reticenze “storiografiche”.
    Non intendo riprendere tutto il dibattito né rispondere punto per punto a nessuno, ma toccare tre aspetti, due generali e il terzo relativo al mio giudizio complessivo sul libro di Bidussa che ho letto per intero qualche settimana fa.
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    1) Il primo aspetto generale riguarda il punto, da me già trattato in precedenti commenti al primo post, della fondamentale differenza di giudizio che si ha se stiamo giudicando la Chiesa cattolica in quanto “religione universale” o in quanto organizzazione e istituzione (e anche Stato, per quanto limitato e di supporto all’istituzione religiosa). Insomma, differenza di fondo se parliamo del papa come rappresentante e capo di una dottrina religiosa o del papa come capo di una istituzione di potere con tutte le esigenze proprie di una istituzione potente.
    Questo equivoco permea continuamente il discorso politico e storiografico e rende poco lucida l’analisi e poco appropriati i giudizi che ne conseguono.
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    2) Questo equivoco lo ritrovo anche nella formulazione di Ennio Abate, che qui uso a titolo di esemplificazione. Abate scrive: «Michele Ranchetti, […] e Bonhoeffer, […] hanno posto alla Chiesa e al suo Capo un problema interno alla dottrina cristiana, fondamentale e ineludibile: può la Chiesa cedere sul suo universalismo?».
    Sciogliere tutti gli equivoci contenuti in questa affermazione richiederebbe un intero trattato sulla differenza fra il dover essere ideologico e la realtà storica. Innanzitutto, com’è possibile porre un problema interno alla dottrina cristiana al capo della Chiesa come istituzione e organizzazione di potere? Che rapporto c’è fra la dottrina cristiana e la Chiesa come organizzazione? E in secondo luogo, cosa vuol dire chiedersi se la Chiesa può cedere sul suo universalismo?
    Tornando proprio ai principi elementari dei meccanismi sociologici del comportamento delle organizzazioni di qualunque tipo, devo dire che le due questioni nascono da una, a mio parere, estrema ingenuità che confonde la realtà con il desiderio. È per me ovvio che la “dottrina cristiana” sta alla Chiesa come organizzazione di potere (cioè, concretamente, come un insieme di persone e di risorse materiali che coinvolgono enormi interessi individuali, di gruppo, di ceto, di apparati ecc. a livelli diversi, nazionali e internazionali) come ideologia giustificativa, ma che i comportamenti reali non sono dettati dalla dottrina ma dagli interessi dell’organizzazione. Non è la dottrina a determinare gli interessi della Chiesa come organizzazione ma, viceversa, sono gli interessi di questa a determinare la dottrina (e tutta la storia interpretativa, evolutiva, creativa, di aggiornamento ecc. della dottrina, così mutevole nel tempo).
    Ranchetti, Bonhoeffer e tanti altri possono, come individui, parlare a nome della loro interpretazione della dottrina e possono anche, come in tanti hanno fatto negli anni 1943-1945 (e in tutti i secoli e anni, compreso questo 2020), scegliere la fedeltà alla dottrina cristiana fino al martirio. Ma la Chiesa come organizzazione non può farlo, perché il martirio non è mai nel dna delle organizzazioni e perché non sarebbe nemmeno saggio e prudente farlo, visto che ciò che un’organizzazione deve salvare non è la purezza dottrinale ma la sopravvivenza al meglio dell’organizzazione stessa. Solo un errato moralismo, errato perché basato su presupposti psicologici e sociologici irrealisti, può dimenticare che ogni organizzazione difende innanzitutto se stessa, vista in buona o malafede come strumento necessario per difendere anche la dottrina di cui si dice portatrice e alla quale, almeno a parole, si ispira.
    E qui veniamo a un aspetto di questa dottrina, al suo presunto carattere universalistico. Non solo la Chiesa può cedere al suo universalismo, ma vi cede ogni giorno, ieri come oggi, perché non esiste, se non come giustificazione ideologica, un suo universalismo. Molti Stati, partiti, religioni e filosofie hanno preteso di porsi come qualcosa di universale, come valore universale. Ma a ben guardare ciò è sempre stato un espediente ideologico e propagandistico regolarmente smentito dal comportamento reale. L’universalismo è sempre stato un elemento ideologico giustificativo di un reale comportamento di tipo espansivo e imperialistico, si fosse trattato di imperialismo di conquista di territori e di mercati o solo di supremazia religiosa e culturale.
    L’universalismo tende a negare una realtà di fatto: non esistono eguaglianze possibili di valore universale. Il mondo presenta una ricchissima articolazione di differenze, una prodigiosa capacità creativa di differenze a tutti i livelli, dalla natura del pianeta Terra ai suoi milioni di fili biologici diversi che l’abitano e anche all’interno della sola specie homo le differenze sono maggiori delle eguaglianze ed è la differenza, non l’uguaglianza, a rendere ricco sia il pianeta sia la società umana. L’unico valore veramente universale a cui si dovrebbe aspirare è il rispetto delle differenze, non la loro soppressione.
    L’universalismo è un concetto utopistico che, a ogni tentativo di realizzarlo, ha portato solo alla distopia dell’«universalismo reale», cioè a rapporti di potere di tipo imperialistico. Da Alessandro Magno al comunismo e alla “democrazia occidentale” le pretese universalistiche hanno sempre messo a ferro e a fuoco le città e i popoli che non si sottomettevano al loro volere.
    L’universalismo cristiano (o islamico ecc.) non fa differenza. Il suo lato meramente utopistico è l’affermazione dell’eguaglianza di tutti come figli dello stesso Dio; il suo lato distopico è la continua complicità dell’organizzazione religiosa nella gestione del potere secondo linee ben diverse che non hanno mai rinunciato alle guerre, alle conquiste, alle conversioni religiose forzate e così via. Ancora oggi, in cui certi limiti del passato sembrano superati, si notano in ciò che le chiese dicono, Cattolica, Protestante, Islamica ecc., contraddizioni palesi fra un preteso universalismo e una reale condotta di difesa di valori che hanno specifiche radici storiche e che non sono proprio per niente universali.
    Il singolo individuo, o il piccolo gruppo, possono parlare in nome della loro fede religiosa e universalistica e scegliere la testimonianza e l’eventuale martirio, ma nessuna Chiesa può farlo perché non è così che funzionano le cose di questo mondo. E questa frase, che può sembrare una battuta, significa che le radici del comportamento delle grandi organizzazioni e la loro morale sono diverse da quelle dei singoli individui. La “Ragion di Stato” non è solo un concetto luciferino e di doppiezza del potere, ha in sé anche una verità sociologica insopprimibile relativa al comportamento delle grandi organizzazioni e una verità etica che differenzia la responsabilità del singolo da quella dell’organizzazione. Per il singolo, scegliere il martirio per testimoniare fedeltà alla propria coscienza e alla propria fede, può essere un atto eroico. Ma se lo fa uno Stato o una grande organizzazione non sarebbe un atto eroico, ma un venir meno alla propria responsabilità e al proprio dovere e un rendersi responsabile delle conseguenze negative. Non si tratta di “doppiezza morale”, ma di diversità etica e di responsabilità. È un conto essere responsabili solo di se stessi e un altro esserlo di milioni di persone.
    Quindi ogni pretesa di singoli “veri cristiani” che il papa si comporti da “vero cristiano” è una pretesa senza senso dottrinale, senza senso etico, senza senso pratico. Il papa non può che comportarsi da papa e non sempre, anzi quasi mai, potrà essere, in quanto papa, un “vero cristiano”.
    E poi, a dirla tutta, la stessa espressione “vero cristiano” ha scarso significato, perché la dottrina cristiana si è differenziata moltissimo nell’arco di duemila anni e nella sua diffusione in cinque continenti. Ogni pretesa di individuare un “cristianesimo universale” è una pretesa di parte che contraddice se stessa.
    *
    3) Il libro di David Bidussa «La misura del potere. Pio XII e i totalitarismo tra il 1932 e il 1948», mi pare complessivamente un buon libro, equilibrato nei giudizi e attento nell’analisi. Non è una ricerca accademica ma nemmeno divulgativa, direi, per certi aspetti, “militante”, da studioso che riflette sulla storia più che da ricercatore storiografico in senso stretto.
    Ci sono due elementi preliminari che danno un “certo tono” a questo libro, condizionandone il modo di costruirlo. Il primo è una spiccata sensibilità per il problema ebraico. Non so se Bidussa sia di origini ebraiche, ma il libro, e altre cose che di lui ho letto, lo lasciano credere. In ogni caso la sua sensibilità appare collocata «all’interno», e non all’esterno, del mondo ebraico. Il secondo elemento è che il libro non tratta l’argomento enunciato dal sottotitolo, perché il rapporto fra Pio XII e i totalitarismi rimane sullo sfondo e raramente emerge in primo piano. Il vero argomento del libro è il rapporto fra la Chiesa cattolica e la “questione ebraica” e quindi è tutto sbilanciato nel rapporto con il solo totalitarismo nazista, con pochi accenni al totalitarismo comunista.
    Fatta questa constatazione di fatto che non vuole essere né di critica né di elogio, non mi pare che il libro denunci e critichi il “silenzio” di Pio XII. Piuttosto riporta, come è giusto fare, l’azione di Pio XII all’interno di un periodo storico più ampio e soprattutto all’interno del comportamento storico della Chiesa. La critica di Bidussa, pertanto, più che sul “silenzio”, si concentra e documenta il comportamento conservatore della Chiesa e il suo tradizionale antigiudaismo. Sono le scelte che la Chiesa fa già da molto prima, ad esempio il concordato del 1929 con il fascismo e la chiusura dell’esperienza del Partito popolare, che determinano la cautela, prudente e sapiente ma entro quella politica di conservazione e di antigiudaismo, con cui la Chiesa (ma è meglio dire il Papato come suo organo istituzionale specifico) si comporta negli anni 1941-1945.
    Questo esame critico a più largo raggio della politica del papato non nasconde che quel tipo di difesa del mondo cattolico è anche motivato da una valutazione di minor pericolosità, per esso, del fascismo e del nazismo rispetto al comunismo. Ma su ciò l’analisi e il giudizio di Bidussa non vanno fino in fondo e non ci dicono se il papato avesse o no ragione. A mio parere aveva ragione perché la storia del Novecento, a parte tutte le polemiche che ormai avevano quasi un secolo di vita a livello dottrinario, dimostra che effettivamente, per la sopravvivenza della Chiesa cattolica e della fede cattolica, il comunismo era un pericolo di gran lunga maggiore rispetto al fascismo, con il quale si era arrivati a un accordo, e il nazismo, con il quale si sperava di arrivare a un accordo meno instabile di quello già raggiunto con il concordato del 1933.
    Fra parentesi, come mia digressione, devo dire che non ho mai capito il furore anticattolico del comunismo bolscevico, non solo in Russia e in tutti i Paesi “russificati”, ma persino nei brevi periodi rivoluzionari in Germania e in Ungheria e nei tragici anni della guerra civile in Spagna. Qui, mentre la lotta era in corso e le possibilità di vittoria delle sinistre molto incerte, i comunisti si dedicarono a un massacro sistematico di cattolici che, secondo le diverse valutazioni, ha fatto fra i sette mila e i venti mila morti. Fra gli uccisi certi, con nome e cognome, vi sono 13 vescovi, oltre quattro mila sacerdoti e oltre 2.600 religiosi. Ma vi sono anche donne e bambini, famiglie intere di umile condizione massacrate perché cattoliche. Tutto ciò ha indubbiamente contribuito a spostare una parte dei ceti medi e contadini da posizioni di neutralità o di simpatia verso le sinistre a posizioni di appoggio dei nazionalisti franchisti, quindi alla sconfitta delle sinistre. Un fenomeno analogo si ripeté nel corso della guerra. Mentre nei territori occupati dai nazisti, ad esempio in Polonia, il cattolicesimo poteva sopravvivere sia pure in condizioni ristrette e difficili, nei territori occupati dai sovietici la condizione dei cattolici si faceva immediatamente molto più difficile e i vescovi e sacerdoti uccisi erano in numero maggiore.
    Tornando a Bidussa, pur senza trarre tutte le conseguenze possibili dal suo discorso, egli mette in luce la difficile condizione della Chiesa e la convinzione che il suo nemico principale fosse il comunismo e non il nazismo. Anzi, la convinzione, almeno per qualche tempo, che il nazismo potesse essere utilizzato in funzione anticomunista.
    È naturale che quella Chiesa, con quei precedenti storici, con quella realtà presente, con quel dilemma chiuso nella morsa fra comunismo e nazismo, e un comunismo che, alleato con il liberalismo anticattolico occidentale (nell’alleanza militare dell’Urss con Francia, Inghilterra, Usa), minacciava la totale distruzione del cattolicesimo, non poteva prendere una netta posizione contro il nazismo e contro il massacro degli ebrei. Era in corso anche un massacro di cristiani cattolici che la Chiesa doveva difendere.
    Inoltre, una presa di posizione più netta contro il nazismo avrebbe messo in pericolo la sopravvivenza stessa dell’organizzazione della Chiesa, non solo in Germania per le prevedibili ritorsioni naziste, ma anche in Italia, Francia e Spagna, dove forti componenti del mondo cattolico erano politicamente schierate per il fascismo, il nazismo e il franchismo e non avrebbero seguito il papa se questi si fosse pronunciato con una condanna politica. La situazione richiedeva pertanto una cautela eccezionale.
    Ciò che Bidussa rimprovera veramente alla Chiesa non è, dunque, il silenzio, ma due cose: la sua tradizione conservatrice e antigiudaica e l’incapacità, di fronte alla situazione del tutto nuova degli anni dopo il 1932, di pensare, di concepire una linea nuova, di far fronte alle nuove esigenze e quindi di parlare con un nuovo linguaggio e una nuova visione. In sostanza – dico io – gli rimprovera di non avere anticipato di vent’anni lo spirito conciliare di Giovanni XXIII.
    Ma Bidussa, come tanti altri, non dice poi in concreto che cosa, quella Chiesa con quella storia alle spalle e con quella situazione presente, potesse davvero fare e con quali conseguenze. E se queste conseguenze fossero state più o meno accettabili della storia che abbiamo effettivamente avuto.
    A mio parere, pretendere che Pio XII si fosse comportato diversamente significa pretendere che la Chiesa cattolica dovesse, improvvisamente, distaccarsi dalla sua tradizione e dalla sua realtà e correre il rischio di un martirio forse rinnovatore e benefico per il futuro, ma forse anche disastroso sia al presente e sia al futuro della Chiesa come organizzazione e come potenza.

  10. I commenti di Luciano Aguzzi sono sempre di ampio respiro e pieni di stimoli critici. In questo suo ultimo ci sono tre punti che non mi quadrano e li riassumo così: 1. Il rifiuto di riconoscere la legittimità e il valore etico-politico ( e dunque non solo etico) della posizione di Ranchetti e Bonhoeffer ; 2. la riduzione del martirio o della messa in gioco della propria vita a fatto quasi personale e privato; 3. la giustificazione della scelta di Pio XII e della Chiesa cattolica come apparato, che mi pare – tra l’altro – inconciliabile con la posizione anarchico libertaria tanto spesso dichiarata da Aguzzi.

    Sul primo punto.

    Per me la posizione di Ranchetti e Bonhoeffer ha piena legittimità sul piano etico e politico. (Posso aggiungere, per evitare di estremizzare: quantomeno va valutata sulle stesso piano di quella dei difensori di Pio XII e della “ragion di Stato” della Chiesa). Il problema del compito spirituale della Chiesa nei termini in cui fu posto da Ranchetti e da Bonhoeffer (che nel mio scritto ho ripreso, sottolineando più volte che parlavano da credenti ) non va sminuito o squalificato definendolo, ad esempio, un “equivoco”. Anche se la critica di Bonhoeffer non ha avuto successo per me è importante quanto quella di un Lutero alla Chiesa del suo tempo o di altri dissidenti o “eretici”. Nella storia, che ha il fiato lungo, valgono anche le idee e gli atti coerenti dei vinti e non solo le posizioni dei vincitori.

    Che si possa poi avere un altro punto di vista – scientifico o ateo o materialista – contrapposto a quello di Ranchetti e Bonhoeffer non ci piove. Ma non vedo perché giudicare l’altra posizione – come fa Aguzzi – frutto di «estrema ingenuità» (dandole, implicitamente, dell’ inferiore, del puerile).
    Tra l’altro, la sua posizione “assolutizzante” , se fosse articolata in programma politico, potrebbe portare ancora proprio a quell’accanimento cieco contro gli altri, che egli rimprovera – da una parte giustamente, dall’altra troppo genericamente e unilateralmente – soltanto ai comunisti : «non ho mai capito il furore anticattolico del comunismo bolscevico, non solo in Russia e in tutti i Paesi “russificati”, ma persino nei brevi periodi rivoluzionari in Germania e in Ungheria e nei tragici anni della guerra civile in Spagna».

    [A questo punto, però, mi tocca precisare un’altra cosa. So che, così parlando, sembro uno che equipara la posizione dei credenti (come Ranchetti e Bonhoeffer) e quella dei non credenti, adattandosi ad un pluralismo generico e quasi indifferente oggi in gran voga (“io non pesto i piedi a te e tu a me”). Non è così.
    Riflettendo sulla storia del Novecento ho preso atto di una serie di cose:
    – la persistenza dei fenomeni di religiosità in tantissimi comportamenti umani e dell’imponente “ritorno della religione” (o delle religioni);
    – l’insufficienza della critica scientifica di un Marx o di un Lenin alla religione;
    – il fallimento delle esperienze sovietiche e terzinternazionaliste, che pensavano ottimisticamente al socialismo come ad una possibilità di superare nella realtà anche il ruolo di tipo conservatore o reazionario che quasi sempre le religioni hanno avuto nella storia umana;
    – gli strascichi velenosi lasciati da molte di quelle esperienze, condotte con una cecità ideologica a volte ottusa e ammantandosi purtroppo di ideologie illuministiche e marxiste deformate ( specie in epoca stalinista ).
    Aguzzi , dunque, fa bene a denunciare « il furore anticattolico del comunismo bolscevico, non solo in Russia e in tutti i Paesi “russificati”, ma persino nei brevi periodi rivoluzionari in Germania e in Ungheria e nei tragici anni della guerra civile in Spagna». Ma io non voglio dimenticare che le posizioni di un Lenin non erano fanatiche ( Cfr. https://www.homolaicus.com/teorici/lenin/lenin_religione.htm) . E mi guarderei dal giustificare la Chiesa di Pio XII come fa lui.
    Se il socialismo non è stato realizzato e la religione ha mantenuto o ripreso uno spazio che nemmeno la ragione critica è riuscita a sottrarle, se – come ho scritto altre volte – non c’è comunismo e non c’è più religione (nel senso pensato da Ranchetti), ci sono però le «buone rovine» dell’una e dell’altra storia da far valere. Senza nostalgie e confusioni. Ed è quello che ho cercato di fare anche in questa riflessione sul libro di Bidussa.]

    Sul secondo e terzo punto.

    Pertanto ho valutato positivamente e considero pensiero liberatorio dal punto di vista etico e politico, anche per dei laici, le critiche che Ranchetti e Bonhoeffer hanno mosso, dall’interno della dottrina religiosa, ad un’autorità spirituale che ha accettato il compromesso col nazismo, cioè con un potere deleterio per le sorti del genere umano. (Come – insisto con l’analogia – fecero nel campo socialista e comunista i critici della “Chiesa Rossa” contro Stalin in primis).

    Aguzzi invece sostiene il contrario: «Questo esame critico a più largo raggio della politica del papato non nasconde che quel tipo di difesa del mondo cattolico è anche motivato da una valutazione di minor pericolosità, per esso, del fascismo e del nazismo rispetto al comunismo. Ma su ciò l’analisi e il giudizio di Bidussa non vanno fino in fondo e non ci dicono se il papato avesse o no ragione. A mio parere aveva ragione perché la storia del Novecento, a parte tutte le polemiche che ormai avevano quasi un secolo di vita a livello dottrinario, dimostra che effettivamente, per la sopravvivenza della Chiesa cattolica e della fede cattolica, il comunismo era un pericolo di gran lunga maggiore rispetto al fascismo, con il quale si era arrivati a un accordo, e il nazismo, con il quale si sperava di arrivare a un accordo meno instabile di quello già raggiunto con il concordato del 1933».

    E perché « il comunismo era un pericolo di gran lunga maggiore rispetto al fascismo »? È una domanda che Luciano non si pone. A me invece l’ incapacità o non volontà del pontificato di Pio XII di sottrarsi all’abbraccio col nazismo non mi pare possa essere in alcun modo giustificata. Tanto meno con l’argomento di Aguzzi: «il martirio non è mai nel dna delle organizzazioni e perché non sarebbe nemmeno saggio e prudente farlo, visto che ciò che un’organizzazione deve salvare non è la purezza dottrinale ma la sopravvivenza al meglio dell’organizzazione stessa».

    Aguzzi non si accorge che la sua affermazione («un’organizzazione deve salvare non è la purezza dottrinale ma la sopravvivenza al meglio dell’organizzazione stessa»), con cui qui giustifica l’operato del pontificato di Pio XII, potrebbe valere per qualsiasi tipo di Stato: anche per quello di Stalin, anche per quello di Hitler. Né che il fanatismo comunista (ma io direi soprattutto stalinista), che lui così aspramente denuncia, in fondo faceva quello che facevano i nazisti con gli ebrei (sia pur con minore efficienza e razionalità strumentale e altre differenze non trascurabili). E che, dunque, il pontificato di Pio XII, facendo il “compromesso storico” con il regime di Hitler per evitare – sostenevano i suoi cardinali ( e Aguzzi) – un pericolo peggiore (il comunismo), salvava sì la Chiesa come apparato di potere, ma a costo dell’abbandono proprio del principio dell’universalismo religioso cattolico e schiacciando al suo interno le voci della “Chiesa povera”, più aperta alle istanze dei sottomessi o degli esclusi dal Potere. E di queste Aguzzi proprio non si cura .

    Non fu tanto o solo per paura del “martirio” che si ebbe l’abbraccio (Concordato) tra Chiesa cattolica e nazismo e fascismo. Ci fu, invece, una consonanza di fondo tra l’apparato della Chiesa dei Signori e il Potere politico dei Signori più affine. Come aveva ben intuito Buonaiuti citato da Ranchetti [1]. E, secondo me, andrebbero approfondite di più proprio queste ragioni di ostilità della Chiesa al comunismo. Perché i comunismo , come sostiene Aguzzi, era il nemico principale della religione? E non lo era altrettanto il nazismo? E forse non esistevano convergenze possibili tra istanze comuniste e istanze secolari della Chiesa povera? Sarebbe bene approfondire questo aspetto, invece di presentare la Chiesa Cattolica come essa si autorappresenta, cioè come un monolite con alla testa il Papa.

    Scrivendo: «Quindi ogni pretesa di singoli “veri cristiani” che il papa si comporti da “vero cristiano” è una pretesa senza senso dottrinale, senza senso etico, senza senso pratico. Il papa non può che comportarsi da papa e non sempre, anzi quasi mai, potrà essere, in quanto papa, un “vero cristiano”» , Aguzzi commette per me due errori:
    1. stabilisce una separazione netta, anzi una contrapposizione che pare del tutto insuperabile, tra comportamento e modo di pensare del singolo e modo di pensare e agire di un’organizzazione collettiva (chiesa, partito, Stato). Da cui discende che l’organizzazione vince sempre contro gli individui e, di conseguenza, “ha sempre ragione” contro individui;
    2. rinuncia così ad ogni idea di possibile, feconda, dialettica tra “io” e “noi” ( tema che abbiamo sfiorato in un altro post su Facebook) e ad ogni ipotesi di cambiamento (o rivoluzione).

    Ogni ipotesi di cambiamento o di rivoluzione comporta sempre molti rischi per quanti intendano promuoverlo. Il martirio o la morte vanno messi in conto, evitando ogni loro estetizzazione. E dobbiamo pur chiederci perché oggi questi aspetti siano stati del tutto espunti dal nostro modo di pensare e dal dibattito politico. E quali conseguenze ci sono state con la loro rimozione o esorcizzazione.
    Ridurre il martirio (o la lotta che mette in gioco anche il proprio corpo e la propria vita) a fatto privato è espungere, dunque, dalla riflessione il tema della violenza e della morte. E a me pare che, così facendo, inevitabilmente si finisca per accettare se non plaudire alla ragion di Stato e alla immutabilità del Potere Statale. Finendo per tacere che tali Stati hanno fatto ben due guerre mondiali sacrificando la vita di milioni di persone. Se così funzionano le cose del mondo e bisogna accettare questo funzionamento, c’e da rabbrividire.
    Certo « ogni organizzazione difende innanzitutto se stessa» (e lo fa di solito anche ogni individuo) – la Chiesa come il Partito o lo Stato – ma non è che, scegliendo in determinati momenti di crisi quella difesa di se stessa, a farne le spese sono solo alcuni individui o minoranze riottose. E non è che « ogni organizzazione [che] difende innanzitutto se stessa» riesca poi davvero nell’impresa. La Chiesa dopo Pio XII non è più quella di prima. L’Urss del 1917 non c’è più dopo la morte di Lenin.

    E anche a voler tenere in considerazione che le dottrine che si richiamano all’universalismo ricorrano- come dice Aguzzi – a «un espediente ideologico e propagandistico regolarmente smentito dal comportamento reale», per cui «l’universalismo [sarebbe] sempre stato un elemento ideologico giustificativo di un reale comportamento di tipo espansivo e imperialistico, si fosse trattato di imperialismo di conquista di territori e di mercati o solo di supremazia religiosa e culturale», bisogna pur dire che, se tra dottrina e comportamento la scissione diventa enorme, anche un’organizzazione che ha difeso se stessa rischia il fallimento e l’implosione. Le due guerre mondiale cosa dimostrano? L’impero austriaco è finito malgrado avesse difeso strenuamente la sua “organizzazione”. E l’Urss? E il PCI?

    P.s.
    Altre obiezioni sono forse secondarie e ricalcano cose che ho già detto ma voglio annotarle lo stesso:

    1. Non mi pare che il tema del libro di Bidussa sia stato eluso o che il dibattito sia stato «posto male fin dall’inizio, cioè fin dagli anni Cinquanta». Il tema del comportamento del pontificato di Pio XII è centrale nel libro e vide e vede opinioni contrapposte. Non si può squalificare una critica solo perché nata « in ambienti ebraici sia laici di sinistra». . E poi quale sarebbe stato o sarebbe, invece, il modo corretto di parlarne? Quello che giustifica il comportamento di Pio XII? Ma è una delle posizione che si confrontano e non si capisce perché l’altra debba essere svalutata, diminuita.
    Se « la polemica diventò una specie di accanita guerra e un nodo centrale e non più abbandonato sia della polemica ideologica sia della storiografia», invece di rammaricarsene o scandalizzarsene, varrebbe la pena di capire il perché siamo di fronte a una memoria tuttora non condivisa. Come per altri temi ( il fascismo, ad es). Non è che «usare il termine “silenzio” ha dato alla critica una carica polemica ideologica che ne ha distorto l’analisi storiografica ». Quel termine rimanda comunque al «modo in cui la Chiesa ha parlato e agito» in quegli anni, che è oggetto di controversia.

    2. «Fatta questa constatazione di fatto che non vuole essere né di critica né di elogio, non mi pare che il libro denunci e critichi il “silenzio” di Pio XII. Piuttosto riporta, come è giusto fare, l’azione di Pio XII all’interno di un periodo storico più ampio e soprattutto all’interno del comportamento storico della Chiesa. La critica di Bidussa, pertanto, più che sul “silenzio”, si concentra e documenta il comportamento conservatore della Chiesa e il suo tradizionale antigiudaismo».
    E documentare il suo tradizionale antigiudiaismo non sarebbe una polemica anche col “silenzio” di Pio XII?

    Nota

    [1]
    Scriveva Buonaiuti: “ Al cospetto di simile convergenza di programmi, che avrebbero dovuto essere in realtà tanto divergenti (si riferiva al Concordato del 1929 ma scriveva nel 1944) veniva fatto naturale di pensare che la Curia avvertisse d’istinto una funzionale correità e una fatale acquiescenza di fronte alle concezioni totalitarie dello Stato, e veniva fatto spontaneo di domandarsi se queste concezioni totalitarie dello Stato non costituissero e non rappresentassero, in sostanza, un puro e semplice trasferimento in sede politica e statale, dei criteri e dei metodi, anch’essi totalitari, invalsi ormai da secoli nell’esercizio del magistero ecclesiastico”

  11. Ancora uno spunto in continuità con la critica alla Chiesa di Ranchetti e Bonhoeffer…

    SEGNALAZIONE
    Ivan Illich: celebrare la consapevolezza – di Massimo Cappitti
    https://www.altraparolarivista.it/2020/09/10/ivan-illich-celebrare-la-consapevolezza-di-massimo-cappitti/

    Stralcio:

    In particolare, non verrà mai meno il progetto di tenere insieme la critica della modernità capitalistica, del potere anonimo e pervasivo della burocrazia, da un lato, e, dall’altro, l’indifferibile esigenza di una radicale riforma della Chiesa, della quale peraltro non volle mai smettere di essere sacerdote. L’entusiasmo seguito al concilio non era bastato a dissipare le incertezze circa il futuro della Chiesa: troppo legata alle classi dirigenti, la Chiesa aveva dimenticato le sofferenze delle Chiese povere, limitandosi a intrattenere con loro un rapporto filantropico. Illich denuncia la burocratizzazione crescente dell’apparato ecclesiastico. Esso è, infatti, «la più grande burocrazia non governativa del mondo», gestita secondo criteri manageriali, soggetta alla tirannia dell’utile e all’egemonia della sfera economica. Eppure «proprio la meccanica regolarità del suo funzionamento getta discreto sulla Chiesa». Nasce, cioè, il sospetto che «essa abbia perso attinenza al Vangelo e al mondo». L’istituzione ecclesiastica, dunque, è espressione del «pervertimento del cristianesimo», più volte evocato dall’autore. Il messaggio del Cristo è stato tradito, poiché la Chiesa si è sottratta alla «chiamata di Dio e alle attese dell’uomo contemporaneo». Se davvero vuole nuovamente corrispondere alla sua vocazione originaria, deve avviare un cambiamento che implica «più di un sia pur drastico emendamento o una riforma intesa ad aggiornarla». Ciò che diffusamente viene percepita, dunque, è la crisi irreversibile dell’apparato e la conseguente necessità di tornare alla «povertà evangelica di Cristo». Il crollo della «sacra volta» e, come diremmo noi, dei fondamenti è definitivo ma, osserva Illich, occorre, «in spirito di profonda letizia», accogliere la scomparsa della burocrazia istituzionale.

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