Anna Maria De Pietro. In morte

E quella rosa d'inverno come mi ricorda le mie Rose conquistate!
Rose di Praga fra la neve imminente rose di Keplero e di pietra!
Annamaria è un Vesuvio di rose! Rose di lava vesuviana!
Lingue di lava di rose! Rose che vincono tutte le battaglie!
Dialetto rossolavico di rose rosse e invernali e non so che dire altro
Rose dei crocicchi, dei trivi, rose sfogliate e invogliate, rose - su tutto!
                                                     (Antonio Sagredo)

Su Poliscritture: Intervista  di E. A.  a Annamaria De Pietro del 19 maggio 2015 (qui)

6 pensieri su “Anna Maria De Pietro. In morte

  1. Grazie signora Locatelli Am.

    … peccato che ci sia un solo commento per AnnaMaria D. P. : la grandezza di questa poetessa resta inaccessibile e ci si deve avvicinare con molta cautela alla Sua poesia. Poesia coltissima eppure così leggera e aerea, per palati raffinati, che sono privi di rancore e di presunzione, come una certa…
    La Merini, la Spaziani e altre poetesse e loro discendenze devono cedere il passo alla De Pietro che dotata di estremo talento è riuscita, p.e., coi suoi “Rettangoli…” a darci un esempio esemplare di come affontare una miriade di temi svariatissimi con stile elevato e raffinato. Dotatissima si eleva spiccando su molti poeti/poetesse italiani, europee e mondiali: sembra eccessivo? Non lo è. Quando questo sarà accertato io non ci sarò.
    Metto accanto a lla De Pietro soltanto altre due grandi poetesse: Helle Busacca e Maria Rosaria Madonna così da formare una triade difficilmente superabile, anzi impossibile a superare!
    Aspetto davvero con curiosità commenti (a parte la Locatelli) dalla Fischer e altra di cui non ricordo ora il nome; e anche da Mannacio e altro/i che stimo.
    Ricordo che la De Pietro scriveva com alta perizia poesie in dialetto napoletano: un miracolo davvero, poichè questo dialetto si affacciò in Lei d’un tratto, tanto che restò lei stessa sbalordita. Quando ci incontravamo, nella mia campagna, non facevo altro per ammirazione che parlarne (i suoi versi “napoletani”, stupendi e ne fa fede la strofa su citata) e prova vo invidia perchè non sono affatto capace di scrivere in nessun dialetto (la stessa invidia in buona fede intendo per Carmelo Bene che ci provò alla fine della sua vita riuscendo con brillanti risultati, in vari dialetti).
    Dunque ripeto questa poesia della De Pietro è una pietra miliare nella storia della poesia italiana, e i suoi sentimenti, i suoi temi ecc. sono molto vicini alla sensibilità della sublime AMO (AnnaMara Ortese)…
    ….noto per curiosità come la freaquenza di questi due nomi legati “ANNAMARIA” porti molto fortuna alle poetesse…

    Non sopporto che sia morta… due giorni prima ci parlammo per telefono lungamente, soffriva per il suo compagno che se ne era andato da poco tempo… era sola con il gatto di famiglia che s’erano portati dietro dalla villa salentina, ma era pieni di progetti…
    che si sia lasciata andare?

    a . s.

  2. Io stamattina mi sono riletto l’intervista che feci ad Anna Maria De Pietro nel lontano 2015. Da allora non avemmo più scambi. Non so perché. Mi sono segnato queste sue parole. Anche qui non so perché, ma – unico omaggio che mi sento di rendere alla sua (per me rimasta misteriosa) figura – ci penserò:

    1.
    Ciò detto, non posso non aggiungere tuttavia che, nonostante questi amori francesi, la cultura che più mi sento consonante, quasi familiare, abitante nella mia stessa casa, è quella inglese
    2.
    nella scrittura delle glosse, di seguito, a valanga, sentii fortemente una libertà assoluta: Dico quello che mi pare, prossimo o distante che sia dalla lettera della quartina relativa, seguendo come un gatto che segue una mosca ogni filo d’aria, ogni associazione, ogni ricordo, ogni pensiero, ogni paradosso; e se il lettore non riuscirà a cogliere il nesso, e molto spesso non ci riuscirà, non ha la minima importanza. Forse, se è vero che nel mio procedere scrittorio c’è dell’aristocratico, forse sta più in questo che nella forma e nel lessico tanto legati alla tradizione. Ma, se proprio dobbiamo insistere nella categoria dell’aristocratico, potrei dire che è un aristocratico “familiare”, spontaneo, accogliente. In altri termini, non lo faccio apposta; mi viene così.
    3.
    parlo di quartina come quasi aforisma, aggiungerei quasi brandina di Procuste dove in poco spazio, e contato, bisogna farci stare tutto.
    4.
    Ma poi, come si è detto, a distanza di anni arriveranno le glosse, un buon numero delle quali scritte col gatto in braccio (e queste sono cose delle quali la musa tiene conto fortemente), e allora al diavolo la chiarezza, al diavolo il risparmio, e pure al diavolo la sintesi e l’ellissi e il naso dritto
    5.
    cerco sinceramente di non prendermi sul serio, a botte di termini tecnici e citazioni e cultismi di pensiero “professionistico” (il gergo intellettuale); io dico che non ho fatto il seminario: a un certo punto mi sono messa a scrivere, e l’ho fatto, sul mio onore di gentiluomo, secondo una mia indefettibile spontaneità. Si chiama “poetica”, va bene, e chiamiamola così, ma io forse preferisco chiamarla pratica, laboratorio, officina: unici attrezzi un quaderno e una bic. Ti giuro che in quello che sto dicendo non c’è neppure un briciolo di civetteria al finto ribasso. E’ proprio così.
    ho sempre avuto l’impressione di avere il compito di fare appunto un inventario del mondo, fino al limite puramente logico di una esaustività completa.
    6.
    una totalità, un’immanenza che non pone la scrittura come qualcosa di altro, successivo, secondo, rispetto ai dati di partenza (la cosiddetta “realtà”), ma, in qualche maniera, come una sua sostituzione, o intima e organica metamorfosi, che, nello stesso tempo, è e non è quello da cui si parte (come nella fossilizzazione, come nella transustanziazione delle specie eucaristiche). Io so, essendo assolutamente estranea a qualsivoglia tipo di oppiaceo, che il mondo c’è prima che qualcuno ne scriva, ma, essendo mia esigenza primaria delimitare i campi, sono convinta che l’atto della scrittura, applicando i suoi codici, le sue forme, istituisce in statuto totalizzante un mondo, il mondo, che è appunto quello della scrittura.
    7.
    La scrittura è feroce; impone al mondo il suo patrimonio genetico, ne fa altra cosa, ne fa questa cosa, ma, d’altra parte, sa benissimo che tutto ciò non è che carta, e che, mentre la bic corre sulla pagina, subito, qui, a meno della distanza di questo corridoio, si continua a vivere, si continua a morire. E la poesia non salva la vita.
    8.
    Non mi pare «riduttivo parlare di un ‘cosmo personale’», perché non ravviso una differenza fra il «cosmo», quello grande, macro per dirlo alla maniera colta, e il, o un, «cosmo personale», il nominato micro. Unico e uno è il cosmo in cui viviamo, assiepato di immaginari e voci e sussurri e grida: di volta in volta ne tagliamo una fetta, ora di qua, ora di là, ma sempre in diagonale, dicevo prima, perché ne vengono di più.
    9.
    libertà è anche e senza dubbio, e qui sì c’è del programmatico, l’affrancamento dall’usurato linguaggio dell’uso, il linguaggio imposto dai manipolatori del linguaggio, da chi inculca un linguaggio che non sceglie niente, che non proclama significati umani, e usato da chi lo usa passivamente, quanto più possibile omologato, indigente, ripetuto all’infinito in sequenze brevi e formulari, sempre uguali, mute. E (Ma) non dimentichiamo che il linguaggio poetico, comunque, infrange ogni nesso logico, causa ed effetto, non contraddizione, terzo escluso, tutti gli altri. Sa lui cosa deve dire, e come dirlo.
    10.
    Non penso che una scelta linguistica che si prefigga una maggiore aderenza al “reale”, una resa dirò descrittiva, chiarificante, per ciò stesso ottenga un maggiore accosto al “reale”medesimo. Penso infatti che fra lo scritto e il “reale” (che puntigliosamente chiudo fra virgolette perché non si permetta di tracimare) esista istitutivamente una distanza incolmabile. Perché sono due cose diverse; perché, come ci dicevano le nostre brave maestre, non si possono sommare le mele con le pere. Quindi anche una scrittura che utilizzi un linguaggio attuale, dimesso, non culto e prezioso, non potrà mai tracimare in senso inverso dall’esterno all’interno delle sullodate virgolette, che sono paratia stagna e irrefragabile. La scrittura è, sempre, qualunque linguaggio utilizzi, un’astrazione rispetto ai suoi punti di partenza, congiunturali, fermi.
    11.
    L’attenzione agli oggetti. Mi piace guardare, e niente, per quanto piccolo, per quanto modesto, è indegno di essere guardato. Aspettando l’autobus conto le stecche della ringhiera di un balcone di fronte e i fiori sul vestito di una signora, per non parlare della classificazione delle targhe delle automobili a) parcheggiate, b) in transito (non si confondano i due gruppi). Gli oggetti possono essere visti singolarmente, come doni, o torte in mezzo a un tavolo, e possono essere inseriti in un inventario, secondo l’uno o l’altro criterio di catalogazione

  3. Confesso che non conoscevo questa poetessa, così profonda, originale e delicatamente espressiva. Mi piace che abbia ricordato la mia città con l’appellativo ‘la bella Verona’. La ricondurrò, idealmente, attraverso le sue strade.

  4. Una sentita partecipazione al cordoglio per la scomparsa di Anna Maria De Pietro.
    La sua poesia rimane a testimonianza di un esito testuale di indubbia raffinatezza.

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