Su “Anna Karenina” di Lev Nikolàevič Tolstoj

di Giorgio Riolo

Per insistere ancora su Tolstoj. E ben vengano altre polemiche se approfondiranno le questioni che riguardano l’opera e la biografia di questo scrittore,  il contesto storico in cui  operò,  le interpretazioni e la ricezione nel tempo dei suoi scritti. [E. A.]

Nei ciclo 2009-2010 abbiamo letto alcuni racconti esemplari del grande scrittore russo (La morte di Ivan Ilič, Padre Sergio, Il divino e l’umano) e l’immenso romanzo Guerra e pace. Nel ciclo 2014-2015 abbiamo letto i racconti I cosacchi, Tre morti, La cedola falsa, Dopo il ballo, Padrone e lavorante. Rimando all’ascolto delle registrazioni dei quattro incontri nel primo ciclo e alla registrazione del singolo incontro nel secondo ciclo (qui, qui e e per Anna Karenina qui).

Tolstoj (1828-1910) nasce aristocratico, è il conte Tolstoj. E come tale attraversa praticamente l’intera parabola della Russia zarista fino alle porte della rivoluzione d’Ottobre. Dalla vittoria su Napoleone e alla successiva rivolta decabrista (dicembre 1825) per una monarchia costituzionale, all’emergere dagli anni Quaranta di una generazione di pensatori, intellettuali, scrittori, critici letterari di grande valore morale e intellettuale. È l’intellettualità, in russo propriamente “intellighenzia”, una sorta di compensazione culturale e morale di una quasi impossibile rivoluzione moderna-borghese-capitalistica entro il quadro di una feroce autocrazia assolutistica e di uno speculare immobilismo della intera società russa. Società definita “semi-asiatica”, a causa della immensa inerzia del vasto mare russo costituito dalle campagne e dai contadini e da una inetta, immobile, parassitaria nobiltà di proprietari terrieri.

Allora il ruolo grande che la letteratura, in senso vasto, ampio, si incaricò di svolgere in quel contesto. La “letteratura” delle opere dei vari critici, filosofi, pensatori Belinskij, Cerniševskij, Pisarev, Dobroliubov ecc. Per non parlare del nume tutelare Herzen, costretto all’esilio europeo. La letteratura in senso stretto, da Puškin e Gogol, fino a Tolstoj, Dostoevskij, Turgenev, Gončarov, Lermontov, Cechov ecc., per citare i maggiori.

In Russia il ruolo sociale e politico dello scrittore fu riconosciuto, reale, agì nelle coscienze e nella realtà. Tolstoj ne fu consapevole e nell’ultima parte della sua vita, oltre a scrivere opere narrative, sempre di grande valore, scrisse, intervenne, assolse al compito di guida, di pensatore, di polemista, di pedagogo, di profeta.

Il conte Tolstoj legge precocemente Rousseau e vive a contatto con i suoi contadini (le sue “anime”) e con la natura e gli alberi di Jasnaja Poljana. Nel mentre deve frequentare la vita degli ambienti aristocratici, spesso rarefatta, “inautentica”, regolata dalle formali convenzioni sociali, dall’esteriorità, agisce in lui l’impulso interiore, fino alla consapevolezza aperta, che la vita vera, la vita autentica risieda nella semplicità, nell’essenzialità della vita contadina, nella natura stessa. È quello che gli si è palesato nel Caucaso (1851-1852), è quello che descrive prima nel racconto I cosacchi. E poi, come modello imperituro, in Guerra e pace, nel quale il conte Pierre Bezuchov  “vede” il semplice, autentico, “rotondo”, intero Platon Karataev, il mužik-soldato che fungerà da catalizzatore per la trasformazione-evoluzione definitiva di Pierre (e di Tolstoj stesso).

Il conte Tolstoj vuole farsi egli stesso mužik, il contadino povero russo, si veste da contadino, partecipa alla fienagione, vuole lavorare manualmente. È una terribile contraddizione, ma quale feconda contraddizione! Così Kostantin Levin in Anna Karenina.

Questa linea evolutiva lo porterà alla cosiddetta “conversione religiosa” a quella definitiva visione di un cristianesimo evangelico plebeo, da Sermone della Montagna o Discorso delle Beatitudini del Vangelo stesso. Rousseau e il Vangelo. Ovvero una religione della vita, una spiritualità profonda che lo porterà alla critica radicale della modernità, del capitalismo, delle fabbriche, delle città in nome della vita autentica e vera delle campagne, con il soggetto-contadino quale agente storico della possibile rigenerazione della civiltà, occidentale in primo luogo.

Questa utopia, roussoviana e contadina, aveva agito in Russia. Così come il grande movimento sociale e politico del populismo russo (i narodniki) nella seconda metà dell’Ottocento aveva cercato di farne la leva della trasformazione rivoluzionaria. Tolstoj non comprese pertanto la leva operaia, socialdemocratica e marxista, poi bolscevica, di tale trasformazione. Anche a misura del solido, riflettuto pacifismo che lo ispirava. E anche dall’assunto che la rivoluzione industriale e il capitalismo, da cui classe operaia e suoi movimenti scaturivano, era all’origine del male, dell’inquinamento, della distruzione della natura, dell’inautentico della civiltà moderna.

La felicità creativa, la forza narrativa, il piacere immenso del racconto, la letteratura come realtà, ma di una realtà depurata dall’accidentalità e della ingannevole e “facile” superficie, la letteratura che aspira a rispecchiare la vita nella sua totalità espressiva, di fatti, di pensieri, di sentimenti, di emozioni, insomma il grande respiro epico del realismo, rimarranno costanti, vivi, in tutte le fasi della vita di Tolstoj. Anche quando, dopo la cosiddetta conversione, giungerà perfino a rinnegare l’arte come aspetto superfluo, inautentico, nella vita e nella storia. Continuerà tuttavia a scrivere importantissimi racconti e romanzi brevi, oltre a Resurrezione, il romanzo concepito come “romanzo a tesi”, come “dimostrazione” della deboscia dei proprietari terrieri e della loro possibile salvezza solo come conversione al Vangelo (Nechljudov), e delle sofferenze dei subalterni (Katiuscia Maslova, ma anche i rivoluzionari deportati in Siberia) e che nondimeno conserverà l’ampio e complesso respiro narrativo dei grandi romanzi suoi anteriori, Guerra e pace e Anna Karenina.

Anna Karenina. Dopo l’epopea, il piglio epico del grande romanzo Guerra e pace, nel quale il mondo della storia si fonde meravigliosamente con il mondo umano delle famiglie della nobiltà russa, delle grandi personalità Pierre Bezuchov, Andrej Bolkonskij, Nataša Rostova, Nikolaj, Marja ecc., un romanzo d’ambiente, un “romanzo di società”. Il più grande romanzo di società della letteratura europea, così in vario modo Dostoevskij e Thomas Mann. Ma non semplicemente di romanzo famigliare si tratta. Vediamo.

La moglie di Tolstoj, Sonja (Sofja Bers), così annota nel 1870 nel suo diario “Ieri sera egli mi ha detto di aver immaginato un tipo di donna dell’alta società, ma che si è perduta. Ha detto che il suo compito era di rendere questa donna degna soltanto di pietà e non colpevole”. Nel 1872 Tolstoj vede il cadavere di una donna dell’alta società suicidatasi, gettandosi sotto un treno. Nel 1873 legge un romanzo incompiuto di Puškin. Dal 1873 al 1877 scrive il romanzo, con la solita sequela di rifacimenti, di revisioni, correzioni ecc.

Anna è moglie del grigio alto burocrate Karenin. Il quale si attiene alle convenzioni sociali, alle forme esteriori, tipiche del suo ambiente. Anna è intelligente e ambisce a qualcos’altro. È il solito umanissimo principio dello “Etwas fehlt”, “manca qualcosa”, all’origine dei cambiamenti, individuali e collettivi. All’origine del “principio speranza”, della “utopia”, nella vita personale e nella vita collettiva. In Anna è il vagheggiamento di una vita migliore, più piena, in senso erotico-amoroso, in senso pienamente affettivo, sentimentale. È il principio dell’innamoramento di un’altra persona, nella figura del bello, aitante, gioviale, uomo di mondo Vronskij. Nel possidente, nel proprietario terriero Kostantin Levin, l’altra grande figura nel romanzo nel quale lo stesso Tolstoj si specchia, è l’attrazione per la vita dei suoi contadini, è il presentimento, temuto in Levin, ma reso vivo, anche a misura della presenza, della vicenda, delle parole e della morte del fratello Nikolaj, del necessario cambiamento sociale e collettivo. Del rivolgimento della società russa.

Anna è intelligente, autentica, passionale, non fa “come così fan tutte” (e tutti gli uomini). Non può mentire e tenere nascosta la sua relazione. E così paga di persona tutte le conseguenze, fino al suicidio. Il treno e la morte come soluzione. A causa della solitudine e a causa dell’ipocrisia di una società che respinge una donna adultera. Che non ha voluto mentire, a se stessa e agli altri. Tolstoj si innamorerà della sua creatura. Così come in altro contesto farà Gustave Flaubert con la sua eroina. “Madame Bovary c’est moi!”.

I Karenin, gli Oblonskij, Vronskij ecc. tutti romanzi famigliari di proprietari terrieri e comunque della burocrazia, dell’alta società. Kitty e Kostantin Levin mostrano un’altra possibile via.

Kitty, mossa all’inizio da ideali poetici, romantici, passionali per Vronskij, alla fine si rivela la bella figura del principio femminile della vita reale, concreta, autentica, anche banale, accanto a Levin. All’insicuro, sempre riflessivo, sempre pronto a mettersi in discussione Kostantin (molto simile in ciò a Pierre Bezuchov). Sempre alla ricerca di un senso nella vita. Il nobile che è attratto dalla vita autentica dei suoi contadini e delle sue contadine. Che si pone i problemi della giustizia, della giusta ripartizione del prodotto del lavoro, di come trattare gli operai e i contadini. E che si immerge per ciò in contraddizioni, in infelicità.

Alla fine è la religione autentica, interiormente vissuta, non esteriore, ad appagarlo in questa ricerca. Trova nel Vangelo la via. “Lode a te, o Signore, che lo hai nascosto ai sapienti e l’hai rivelato ai semplici e ai fanciulli”. E allora il semplice amore per Kitty, per il figlio, per la vita famigliare, per la conduzione della sua proprietà.

Il piglio profetico di Tolstoj aveva esercitato grande attrazione e grande influenza. Comprese che la rivoluzione era inevitabile, ma la sua non-violenza, la sua utopia contadina, la necessità preliminare di un rivolgimento interiore, morale, antropologico, respingevano il tipo di lotta inquadrata nei partiti e nel movimento rivoluzionario organizzato.

Alla sua morte milioni di persone confluirono a Jasnaja Poljana per rendere omaggio alla sua tomba. Il tolstojsmo sopravvisse e continua ancora oggi la sua influenza nei vari ambienti del pacifismo, dell’ambientalismo, del vegetarismo. La sua opera letteraria è eredità e nutrimento per la sensibilità e il pensiero di generazioni e generazioni di umanità in ogni angolo del mondo.

Lenin lo stimò molto per la sua implacabile critica delle istituzioni su cui si reggeva il potere nella Russia zarista e per aver reso in letteratura, per la prima volta in modo completo e vero, il contadino, il contadino russo. Anche se la sua utopia contadina e roussoviana, dice Lenin, gli impedì di considerare il proletariato, la classe operaia di fabbrica, come capace di costruire e dirigere il nuovo mondo che egli purtuttavia auspicava.

Con le parole di un altro grande, Viktor Škloskij, “Un dolore immenso, l’indignazione e la lucidità del profeta si manifestarono nella forza delle opere di Tolstoj. Gli insegnavano il buonsenso, ma fu tra coloro che distrussero il tempio del vecchio mondo”.

BIBLIOGRAFIA MINIMA – LEV N. TOLSTOJ – ANNA KARENINA

Retroterra storico

Storia contemporanea della Russia in un buon manuale di storia per le scuole superiori. Si indica in primo luogo:

Bontempelli-Bruni, Storia e coscienza storica, Trevisini Editore, Milano (in tre volumi, quindi le parti contenute nel terzo, dalla rivoluzione decabrista al populismo russo e ai movimenti rivoluzionari di fine Ottocento e di inizio Novecento, socialdemocratici e poi menscevismo, bolscevismo ecc.

Una bella monografia sulla Russia è quella di Valentin Gitermann, Storia della Russia, La Nuova Italia.

Monografia e saggi su Tolstoj

Arnold Hauser, Storia sociale dell’arte, Einaudi (nel vol. IV, le parti dedicate ai russi e a Tolstoj in particolare). Opera classica e da tenersi in casa, ora ristampata.

György Lukács, Saggi sul realismo, Einaudi (le parti dedicate a Tolstoj), Viktor Šklovskij, Tolstoj, Il Saggiatore, Michail Bachtin, Tolstoj, Il Mulino.

Infine, due brevi saggi di Thomas Mann, Anna Karenina e Tolstoj nel centenario della nascita. Sono pubblicati nella raccolta di saggi di Thomas Mann, nei Meridiani Mondadori, dal titolo Nobiltà dello spirito  (saggi, discorsi, interventi ecc., molto importanti).

Edizioni italiane di Anna Karenina

In primo luogo la classica, bella, traduzione di Leone Ginsburg presso Einaudi (con prefazione di Natalia Ginsburg) e poi ripresa nella Bur Rizzoli. Notevole anche quella di Pietro Zveteremich presso Garzanti (con importante introduzione di Serena Vitale).

3 pensieri su “Su “Anna Karenina” di Lev Nikolàevič Tolstoj

  1. Apprezzo e condivido nella sostanza questo intervento sintetico sulla vita sul pensiero e sull’opera di Tolstoj. Lo trovo chiaro e veritiero, valorizzato dalla sua esplicita funzione divulgativa. Tutti devono avere il diritto e il piacere di leggere le opere della letteratura, gli scrittori si rivolgono alle persone, e più lettori riescono a coinvolgere più si sentono gratificati e realizzati. Situazioni di nicchia esisteranno sempre, con buona pace di chi scrive e di chi legge, così come una produzione e una valutazione rapportata al grado di cultura.
    A consegnare ai posteri il pensiero e il valore dello scrittore restano le opere, sono queste che fanno fede, nel tempo, non sono gli ‘ismi’. Il tolstojsmo nulla toglie al valore dell’opera di Tolstoj, così come il dannunzianesimo nulla toglie al valore dell’opera letteraria del D’ Annunzio (con buona pace dei suoi detrattori ideologizzati). Per dirla al limite, Rimbaud vendeva armi, ma questo non inficia il valore della sua poesia, né per altri aver fatto uso di droghe. E ancora meno la loro appartenenza politica: un solo esempio nel campo della pittura, tanto per allargare l’orizzonte culturale. Mario Sironi è stato il sostenitore, il cantore del fascismo (accompagnò Mussolini in fuga fino a Dongo). Il valore della sua pittura, a distanza di anni, non solo resta intatto, nonostante la sua ideologia fascista, ma è andato via via crescendo. Mentre invece il valore delle opere di quanti si sono appoggiati alla politica solo per affermarsi viene inesorabilmente ridimensionato dal tempo (una famosa battuta di Ennio Flaiano: “siccome non sono abbastanza artista mi sono iscritto al partito comunista!).

  2. Ho seguito il corso ed è sempre stata una esperienza emozionante e ricca di suggestioni. Partire e ripartire dai classici significa dare dei fondamenti seri alla propria formazione, che non ha mai fine.

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