Dyane sei

una storia d’amore d’altri tempi

 di Angelo Australi

 Porca miseria, prigioniero ogni sera in questa confraternita di pazzi!

… Mai una volta che tutto scorra tranquillamente. Al lavoro non fai che nasconderti la vita, poi finisci la giornata in bellezza, … su questa strada del cazzo. Becco e bastonato. Ecco come torno all’ovile.

Sembrava che nei pensieri parlasse a se stesso mentalmente, ad alta voce.

Si trovava bloccato nel traffico perlomeno da mezz’ora, in una strada che quando chiudevano le fabbriche ingolfava abitualmente la viabilità di collegamento tra la zona industriale e il centro abitato. Spesso a causa di un incidente. Non era tanto il lavoro in sé che lo deprimeva, in fondo lo aveva deciso consapevolmente di fare quella vita, ma non riusciva ad accettare il fatto di sentirsi obbligato a buttar via del tempo ogni fine giornata con qualcosa che non dipendeva da lui.

In quella via di comunicazione desolata e dritta che percorreva ormai da due anni, la possibilità di imbattersi almeno in un tamponamento era una costante. Magari senza feriti gravi con le ossa rotte, sangue che sgocciola ovunque, la presenza del carroattrezzi che rimuove le auto, per montare una babilonia bastava cozzare lievemente l’auto a un pignolo che giravano le scatole più del solito.

Graziano non riusciva a scorgere il punto dove si era creato l’ingolfamento, ma quando un furbetto aveva provato a sorpassare la fila infilandosi nell’opposta corsia di marcia per rientrare più avanti cercando di farsi spazio fra le auto incolonnate, immediatamente era stato aggredito da un concerto di clacson suonati all’impazzata. Sul fatto che ci fosse stato almeno un tamponamento non c’era alcun dubbio, sentiva ben distinto il suono di un paio di sirene.

Nell’attesa si mise a pensare quello che si erano detti con Silvia al mattino, prima di recarsi al lavoro, quando le era parso di sentire il bambino muoversi nella pancia in maniera diversa dal solito.

Forse si sta preparando a uscire dalla sua casina

Quello di lei era stato un pensiero preoccupato, espresso cercando di sorridere.

Se vuoi resto a casa.

Non è necessario.

Non mi costa niente Silvia, telefono per fargli sapere che oggi non vado in cantiere.

Assolutamente no! … Vai, … vai pure.

Se non sei tranquilla telefonami.

Mi sento un po’ affaticata, non è niente di allarmante. Alla scadenza del quattro ottobre ci sono ancora due settimane.

Prima di uscire, baciandola per tranquillizzare il suo sorriso inquieto, le aveva sentito il respiro farsi affannoso. Neanche quella panciona che ormai la costringeva a spostarsi con gesti meccanici e rallentati appariva come negli altri giorni, Graziano se ne rese conto quando la carezzò per sentire i movimenti del bambino, sembrava più bassa del solito, più rilassata.

Ricostruiva il tutto fermo nell’ingorgo, in un tempo sospeso fra un’imprecazione e l’altra, e senza poter accendere una sigaretta, perché lei si arrabbiava se fumava in auto. Durante la gravidanza Silvia aveva cominciato a sentire con l’olfatto emotivamente, non riusciva a trattenere un certo disgusto e rimetteva inevitabilmente ogni volta; per esempio l’odore delle sigarette, perché le faceva venire la nausea, era capace di distinguerlo anche se lui aveva tenuto il finestrino aperto un bel po’ di tempo prima e dopo aver fumato.

A questo punto ogni momento è buono per partorire. Se si rompessero le acque mentre sono intrappolato in quest’infinita coda non ha modo di contattarmi. Sarebbe una bella fregatura.

Al cantiere edile dove lavorava da geometra c’era un telefono – nell’agenda di casa aveva memorizzato il numero di questo come degli altri luoghi dove si spostava a verificare lo stato di avanzamento dei lavori, ma bloccato in questo casino diventava tutto più complicato. Nel caso di un’urgenza la madre di Silvia abitava a meno di centro metri dalla loro casa, anche se non guidava poteva sempre telefonare al pronto soccorso e chiedere l’ambulanza. Però al momento del parto voleva esserci anche lui, ci teneva da morire. Ne avevano parlato tante volte, abbracciati come dei cuccioli fingevano di immaginare l’evento e sconfiggere l’ansia di quel sentirsi impreparati, di non sapere come ci si deve comportare quando sta per nascere un bambino.

Le ho promesso che avrei assistito al parto… Nascerà un maschio, o una femmina? Mia madre scommette che sarà una bambina, per lei Silvia in gravidanza è diventata ancora più bella. Io non ci faccio caso a queste credenze, basta che tutto vada per il meglio. A Silvia, … e al bambino, certo. Aspettiamo che nasca, perché ancora non riesco a vedermi nei panni di un padre. Non so come potrò fare a riuscirci, tra tutti gli amici sono il primo ad avere un figlio, nessuno mi darà dei consigli. Alcuni sono fidanzati con la stessa ragazza dalle superiori, però non si sono ancora sposati. Li ho battuti sullo sprint.

Questi pensieri occupavano la mente di Graziano, mentre subiva quella fastidiosa attesa a vari livelli emotivi. Pensò per un attimo a quel bambino che si muoveva nello spazio delimitato del ventre materno, galleggiando come in un’astronave senza forza di gravità.

Incidente a parte, la principale causa dell’imbottigliamento giornaliero erano i sei incroci regolati da semaforo. Nelle fabbriche di quella zona industriale lavoravano tremila persone, il flusso di auto che si riversava in paese ogni pomeriggio – tutto concentrato nella mezz’ora in cui gli operai uscivano – produceva lo stesso effetto della piena inarrestabile di un fiume che straripa con le piogge. Ogni santo giorno le auto finivano intrappolate in una coda che non aveva dell’umano. Dalle cinque e mezzo alle sei. E sempre se avevi la fortuna di non imbatterti nell’incidente, altrimenti alla colonna si sostituiva una serpentina capace di crescere in modo spropositato fino al casello dell’Autostrada del Sole, da dove rientrava chi andava a lavorare in città. In questo caso ci voleva la pazienza di un santo, perché la coda non si sarebbe smaltita prima delle otto, le nove di sera. La sorpresa di trovarsi coinvolti in un sinistro metteva tutti nel panico. Quella era l’unica strada di collegamento tra la nuova zona industriale e il centro abitato, una strada desolatamente dritta, senza marciapiedi, senza illuminazione, che riprendeva l’antica via di comunicazione con la città, trovare qui un incidente il più della volte comportava il blocco totale sulla viabilità di scorrimento in entrambe le corsie di marcia.

Ai lati della strada i campi una volta coltivati si erano trasformati nello squallore di terrapieni coperti di sterpi e di rovi che ormai aggredivano le poche piante da frutto e i filari delle viti, interrotti solo ogni tanto da alcuni ruderi che mantenevano la parvenza delle vecchie case coloniche e da scheletri di capannoni industriali in costruzione. In quei terreni dove il piano regolatore prevedeva l’ampliamento dell’area industriale, da alcuni anni si gettava di tutto. Pneumatici di ogni tipo distribuiti un po’ ovunque, scarti di laterizi e calcinacci frutto di qualche ristrutturazione, bidè, lavandini, vecchie stufe a legna, bombole del gas, residui provenienti dalla lavorazione del pellame, onduline di eternit sbriciolate nel trasporto in una miriade di minuscoli frammenti, stagne con ancora qualche residuo di sostanze nocive. Nessuno controllava, e visto che la zona dove costruire i nuovi fabbricati andava rialzata perché era ad alto rischio alluvionale, sotto il nuovo livello da raggiungere con il terreno si poteva nascondere di tutto.

Dopo una giornata faticosa era deprimente trovarsi a subire questa situazione così ingestibile. Già era un peso l’idea del lavoro, quel proseguire a singhiozzi sotto il caldo sole di settembre, quell’avanzare dieci metri e poi fermarsi di nuovo, a Graziano come minimo rubava un’ora del suo tempo libero. Poi con questa preoccupazione addosso di Silvia vicina a partorire, quel senso d’impotenza diventava davvero intollerabile. Si erano sposati perché lei era incinta, solo pochi mesi dopo essersi conosciuti in discoteca. Lui aveva ventiquattro anni, lei ventuno, ed era rimasta incinta una delle prime volte che avevano fatto l’amore, dopo un mese che oramai si frequentavano. Già al primo incontro, quel suo modo di fissarlo con gli occhi sorridenti lo aveva fatto sentire qualcosa di unico e insostituibile. Non aveva mai provato una sensazione così strana e forte allo stesso tempo, un qualcosa come la certezza di sentirsi un centro gravitazionale per il mondo intero. Di Silvia era proprio innamorato, gli sembrava di camminare con i piedi sospesi da terra, non lo disturbava il lavoro, il suo scopo nel fare le cose era trovare il modo di pensare a lei, di starle vicino il più possibile anche quando frequentava i suoi corsi di letteratura al Magistero, mentre lui ispezionava i cantieri con l’ingegnere e il proprietario della ditta edile. Prima della tesi le restavano da dare otto esami, dopo poteva fare i suoi concorsi per essere abilitata all’insegnamento. Nei suoi calcoli Silvia si augurava di perdere solo un paio di sezioni, naturalmente quella del prossimo autunno perché il bambino aveva appena un mese, e quella di febbraio. Contava di riprendere a studiare con gradualità, per farsi trovare pronta almeno con una materia agli esami che si davano nel mese di giugno. Quando decise d’informare la famiglia che aspettava un bambino, sua madre l’aveva trattata di tutti i titoli, giurando che da quella casa non sarebbe uscito più un soldo per farle proseguire gli studi, la sua bella università ora stava nel far bene la mamma. La madre di Silvia lanciava le sue minacce piangendo, mentre il padre era rimasto per tutto il tempo appoggiato allo stipite della porta del salotto, chiuso in un silenzio che esprimeva tutta la sua grande delusione, ogni tanto scuoteva la testa in segno di incredulità, ma non sapeva come argomentare quel sentimento di frustrazione che lo aveva invaso. Graziano era lì, accanto a Silvia, incerto se guardare negli occhi il futuro suocero o la suocera, soprattutto non riusciva a capire il senso di quella drammaticità, nella sua famiglia tutto si era svolto in un altro clima, sua madre addirittura sembrava felice all’idea di diventare presto nonna, suo padre gli aveva dato del cretino quattro o cinque volte, poi si era accodato alla sua felicita. Si erano sposati i primi di maggio, con una cerimonia abbastanza contenuta.

Nonostante le sue insistenze, c’era voluto un mese prima che lei accettasse di fare un giro nella sua auto. In discoteca si davano dei lunghi baci, niente di più, perché Silvia non riusciva a liberarsi dall’impressione di avere addosso gli occhi delle amiche. Se le metteva una mano tra le cosce, prima che la gonna le salisse troppo, lei lo fermava sempre con un bacio, mentre quando le chiedeva di provare ad appartarsi in un angolo lei sorrideva appena, lo prendeva per mano e tornavano sulla pista da ballo.

Ripensando a quei momenti così pieni di desiderio, finì per avere un’erezione.

Dai, …lasciati toccare.

Non qui, per piacere, … che ci sono le mie amiche.

Nel ricordo lei lo guardava in un modo che i suoi occhi neri sembravano schiarirsi e poi sciogliersi, per mettersi a brillare della stessa luce psichedelica che si muoveva al ritmo della musica.

Mi vuoi bene davvero?

Oddio Graziano, è stato bellissimo averti incontrato.

Perché allora non mi fai tenere la mano tra le tue cosce?

Perché qui in discoteca non mi sembra il caso, cerca di capire.

È una scusa.

Nient’affatto, io ti voglio tantissimo bene.

In quell’interminabile fila di auto, Graziano fissò lo sguardo su qualcosa di circolare che restava sospeso in aria. All’inizio immaginò che fosse un oggetto volante, il cielo era limpido, e la luce del sole arrivava obliquamente, ma osservando accuratamente quei giochi di luminosità capì che si trattava di una sfera penzolante dai cavi dell’alta tensione che attraversavano il fiume fissati a due tralicci. Il sole al tramonto, facendo brillare la sfera, la mimetizzava completamente con il suo stesso bagliore nel gioco dei riverberi.

Lungo la strada, nei fossati di scorrimento della acque piovane, l’erba era così alta da nascondere il fondo. C’erano sacchetti di plastica, bottiglie di vetro, lattine accartocciate, lanciate dai finestrini delle auto, pacchetti vuoti di sigarette e cartacce di tutti i colori che svolazzavano con un lieve alito di vento. Una parte di quei fogli variopinti proveniva dalle tre postazioni dove erano collocati i cassonetti dei rifiuti al servizio dell’area. Il venerdì pomeriggio tutte le fabbriche chiudevano facendo le pulizie dei locali, così a ridosso dei cassonetti si riversava una marea di sporcizia che nell’arco di poche ore finiva sparpagliata all’intorno come i coriandoli a carnevale. Escluso il mese di agosto che tutti chiudevano per ferie, questo capitava inevitabilmente ogni settimana.

Non è stato il caso…, pensava Graziano ridendo, lì fermo nel traffico, … in un certo senso fu Fausto a mettermi nella condizione di incontrare Silvia in discoteca.

Nei pressi del primo semaforo un gruppetto di persone sostava intorno ad un motorino adagiato per terra, mentre un vigile urbano regolava il traffico facendo scorrere alternativamente le auto nelle opposte direzioni e due carabinieri prendevano i rilevamenti nel tratto di strada interessato dall’incidente. C’era una macchina messa di traverso, con le ruote anteriori finite nel fosso di lato alla strada, e il motorino si trovava proprio al centro dell’incrocio, disteso sul selciato come un morto. Nel gruppetto di persone un uomo piuttosto alterato gridava delle ingiurie verso un giovane che lo stava guardando attonito, e un secondo vigile scriveva su di un taccuino le dichiarazioni di alcuni testimoni. Altre sei o sette persone erano intorno all’auto, aspettando la fine dei rilevamenti per alzarla di peso dal davanti e rimetterla in carreggiata, così che il traffico prendesse a scorrere almeno in modo più decente.

Da quella domenica di metà novembre oramai erano trascorsi undici mesi. In un pomeriggio abitudinario, come tanti altri ne aveva vissuti in precedenza, Graziano aveva incrociato Fausto appena uscito dal bar che stava di fianco al cinema Fulgor, mentre si stava dirigendo verso la Dyane sei color carta zucchero con l’intenzione di farsi un giro sulle strade di campagna, divertendosi a guidare la sua auto super molleggiata comprata di seconda mano, per pensare indisturbato a tutto quello che scorreva nella testa in mancanza di una donna. Al bar Brio s’incontrava ogni sera con gli amici, per poi andarsi a vedere un film tutti insieme, ed era il luogo preferito dal gruppo per darsi appuntamento anche la domenica pomeriggio, prima che la maggior parte di loro raggiungesse la fidanzata. Della dozzina di amici stretti, Graziano era tra quei pochi che ancora non avevano un legame costante, ma lo seccava restare in compagnia di chi rimaneva a giocare a carte per poi, verso una cert’ora, mettersi ad osservare il passaggio delle donne che andavano a ballare in discoteca; a lui che ormai lavorava, sembrava deprimente giocarsi quelle ore lanciando apprezzamenti allusivi verso le più belle e rivolgere battutacce di scherno a tutte e altre. Si sentiva uno stronzo ad usare questi modi da gradasso per avere successo con le donne, ora come ai tempi che ancora andava a scuola. Non voleva mettersi a discutere con i suoi amici di questi passatempi cretini, preferiva piuttosto sciuparsi la domenica pomeriggio chiuso in casa, nonostante il lavoro di un’intera settimana.

La situazione era cambiata con l’acquisto della Dyane sei. Nei suoi giri in auto, se capitava l’occasione di trovarne a ridosso di una strada praticabile, visitava un casolare di campagna disabitato, nella speranza di recuperare qualche mobile o qualche oggetto che suo padre poteva rivendere al mercatino dell’antiquariato di una città vicina a dove abitavano. Suo padre si chiamava Ovidio e di mestiere guidava il camion del comune che raccoglieva i rifiuti, frugando di continuo fuori e dentro i cassonetti, da un po’ di tempo aveva cominciato a crescergli questa passione per l’antiquariato, si era costruito un banco e ogni prima domenica del mese andava in città.  Partiva di sabato, nel primo pomeriggio, appena staccato dal lavoro, per dormire a pensione nella città dove si svolgeva la fiera. Per sua moglie che lo seguiva, ogni volta era come andare in villeggiatura.

Graziano non li accompagnava mai, ma da quando aveva preso l’auto, se in campagna trovava una casa colonica senza porte o infissi, sentiva proprio il bisogno di entrarci a curiosare, e se trovava qualcosa di interessante lo caricava sulla Dyane sei per portarlo a casa. Il garage ormai scoppiava di ogni sorta di oggetti, se non ci fosse stato il bancone da lavoro dove il padre ripuliva e aggiustava gli articoli da portare al mercatino, invece di un garage si poteva scambiare per una discarica. Pile di scatole piene di libri, mobili smontati addossati alle pareti, cassette stracolme di chiavi e di serrature gigantesche, vecchie radio, macchine da cucire, secchi, orci, cataste di cornici, portafotografie, buste di plastica con dentro degli abiti. Di tutto di più. A curiosare tra gli scatoloni dei libri, nel magazzino di suo padre ogni tanto era capitato Spartaco, uno degli amici a cui Graziano si sentiva più legato, e provava un certo appagamento se lui frugando in quel caos scopriva un libro interessante da leggere.

Erano viaggi non programmati, senza una precisa meta, fatti con la sua auto color verde mare immatricolata nel 1962. Avendo fatto pratica con l’auto di suo padre che aveva la leva dei comandi posizionata a fianco del posto di guida, ad inserire le marce con il cambio a cloche attaccato allo sterzo della Dyane sei, all’inizio si trovava in difficoltà, ma tutto si era risolto con l’abitudine dopo alcuni giorni di guida, e adesso gli piaceva da morire viaggiare senza una destinazione precisa, scorrazzare con quell’auto super molleggiata, dalla visuale rialzata, che quando prendeva una curva senza scalare e ridurre la velocità dava l’impressione di essere sul punto di cappottarsi. Quei suoi giri fuori paese della domenica pomeriggio lo portavano ad attraversare la campagna alla ricerca delle antiche strade in terra battuta, dove si lasciava alle spalle una lunga scia di polvere. Aveva la patente da pochi mesi, ma di queste case coloniche in rovina inserite in una campagna ancora coltivata a vigne e oliveti, a questo punto ne conosceva così tante che per trovarne di nuove era costretto ad allargare il perimetro dei suoi giri. Quando entrava in quelle case credeva di inseguire uno dei ricordi che gli raccontava sempre sua madre della sua infanzia contadina, e allora visitava i fienili, le stalle, le cantine, le porcilaie, i loggiati con il forno a legna incastonato nelle pareti più interne per non disperdere il calore da distribuire alle camere. Quando la rampa di scale sembrava sicura e praticabile, saliva ai piani superiori cercando di recuperare qualche oggetto.

 Dopo aver visitato l’interno di una colonica e girato per l’aia, prima di rientrare al paese, ormai senza più avere un pensiero in testa, scrutando il paesaggio a Graziano sembrava che in quelle colline ondulate ogni quadrato di cielo finisse per premere in giù la terra, mentre la luce del sole che lo abbagliava disperdeva il contorno di ogni confine lungo il profilo dei boschi che segnavano la linea più alta dei monti. Pensandoci adesso, quello che aveva provato in quei momenti gli sembrava perfino assurdo, allora immaginava di essere circondato da un forte senso di nullità, il vuoto mentale che lo assaliva procurava una reazione del fisico piena di formicolii, come se dentro avesse un sentimento di rabbia inappagata, dalla quale era giusto mantenere una certa distanza. Mentalmente era una sorta di evasione che nascondeva il desiderio di trovarsi una ragazza fissa come la maggior parte dei suoi amici. Aveva finito il servizio militare ormai da un paio d’anni, i capelli stavano allungando, fra poco si sarebbe visto allo specchio com’era prima di partire, ma ancora non c’era una donna per scoprire insieme un’alternativa di mondo che gli riempisse la vita, e questo gli mancava enormemente. Anche se cercava di non pensarci, vivere al paese lo sentiva come uno stare in prigione.

Superato il primo semaforo il traffico scorreva un po’ meglio, anche se ancora era tutto un fermarsi e ripartire alcune auto cominciavano a deviare in strade secondarie. I semafori si erano messi tutti a lampeggiare sull’arancione, perché al centro dell’incrocio c’era un vigile urbano che ordinava i flussi di scorrimento nei due sensi e delle auto che si immettevano sulla statale dalle vie traverse.

Conoscendo Silvia era diventato tutto quanto più dolce, semplice da accettare. Nel parlare con lei si era istaurato un rapporto confidenziale, simpatico. Si sentivano leggeri come l’aria. Sembravano due menti che pensavano a tutto in sintonia. Grazie a lei il paese qualche volta poteva trasformarsi in uno spazio pieno di occasioni dalle possibilità illimitate. Facevano sesso nei sedili posteriori della Dyane sei, dopo aver girato senza meta per la campagna si fermavano in uno spiazzo sterrato situato sul retro di una colonica che aveva scelto lei la prima volta. Graziano parcheggiava l’auto sotto un pergolato di uva di pampadurre addossato al muro della casa, dove riuscivano a mimetizzarsi del tutto perché la strada era coperta da un’alta macchia di more selvatiche e da alcune viti che ormai si arrampicavano spontaneamente con i loro tralci intorno alla sagoma di un gigantesco fico e su alcune piante di agrifoglio. Dietro il pergolato nascosto del tutto, un prato che declinava verso il basso finiva per incrociare la valle in un susseguirsi di poggi. Nel punto più basso dell’avvallamento, quando il sole tramontava finiva per rilasciare la sua luce in una sequenza infinita di sfumature che, grazie al ribollire degli sbalzi climatici, s’integravano all’evaporazione che nasceva dalla terra. Nonostante fosse gennaio, dopo aver fatto l’amore restavano a guardare la quiete che suscitava in loro il paesaggio. Affascinati dal silenzio che li circondava, ogni loro sguardo o gesto diventavano qualcosa di seducente che non avrebbero mai voluto abbandonare. E poi c’erano gli occhi di Silvia che ogni volta che lui diceva qualcosa, lo guardavano in un modo così intenso che sembravano in grado di sciogliere la materia. Non c’era malizia, era il suo modo naturale di guardarlo dopo aver fatto l’amore.

Prima di essere sposati avevano fatto sesso solo in questo luogo per loro magico e appartato. Volendola dire fino in fondo, Silvia era rimasta incinta quasi certamente la volta che si era riscossa mentre lui, al momento dell’orgasmo stava estraendo il pene per non venirle dentro. Lui le stava sopra, mezzo nudo, e quando lei aprì gli occhi cercando di condividere per un istante la sua eccitazione, sopra le loro teste apparvero le strane acrobazie di un ratto gigantesco che si spostava sui tralci del pergolato di pampadurre. Il finestrino era aperto a metà, per impedire al loro fiato di appannare i vetri nell’eccitazione del momento. Il ratto si muoveva impacciato su quei tralci secchi che sembravano i fili di una ragnatela, dove si dondolava cercando di mantenere bilanciato il corpo. Silvia aveva lanciato un grido di sorpresa e stretto le gambe istintivamente sui fianchi di Graziano proprio nel momento in cui lui aveva l’orgasmo.  Non era venuto dentro di lei, aveva osservato lo sperma schizzare fuori come una liberazione, bagnarle il ventre intorno all’ombelico, ma per almeno un frangente di secondo si era distratto, quando aveva sentito le sue gambe stringerlo nervosamente, mentre lanciava quel grido di sorpresa. Era stato il gesto di un attimo dove si smarrisce ogni controllo, dove il cervello svuotato di ogni pensiero, si abbandona all’indefinibile formicolio del piacere.

Quella domenica pomeriggio di metà novembre, Fausto lo aveva fermato semplicemente per avere notizie di Spartaco. Graziano era uscito dal bar prima di molti suoi amici che ancora aspettavano l’ora di trovarsi con la ragazza e quell’incontro, da una banale conversazione alla fine si era protratto per oltre un’ora. Dopo il diploma uno zio muratore aveva fatto assumere Graziano come aiuto geometra presso la ditta edile per la quale lavorava, così, senza neppure pensarci o chiedere il parere dei suoi genitori, con il suo primo stipendio si era comprato quell’auto sgangherata che nei momenti liberi aveva sempre sotto il culo. Con Fausto non si conoscevano bene, era di un’altra generazione, poteva liberarsi di lui con un ciao, un’alzata di mano, ma alla fine si era incuriosito a sentirgli raccontare del viaggio in America fatto con la fidanzata. Un’esperienza di un anno intero, durante la quale, oltre a visitare molte regioni, nello stato di New York si era fermato anche nella cittadina rurale di Bethel, dove cinque anni prima si era celebrato il festival di Woodstock. Fausto sperava di incontrare Spartaco al bar, proprio per fargli vedere tutta la serie di foto scattate in quella località, specialmente le immagini delle mitiche colline disposte a forma di anfiteatro che avevano ospitato mezzo milione di giovani, e poi ascoltarsi insieme alcuni dischi dei musicisti che ci avevano suonato, in particolare il long play dove Richie Havens cantava dal vivo una versione lunghissima di Freedom, che al paese solo Spartaco aveva.

Fausto non faceva parte del suo giro ristretto di amicizie, era nato nel 1948, aveva quattro anni più di lui, sei più di Spartaco. Nonostante la differenza generazionale, in passato capitava spesso di incontrarli mentre passeggiavano sotto i portici della piazza, o seduti a parlare sui gradini della banca. Per curiosità a volte si era fermato a sentire cosa dicevano di così interessante. Parlavano ad ore intere di libri, di musica e di fotografia, un po’ passeggiando sotto il loggiato, ma per lo più seduti su quei gradini in pietra serena, con la schiena appoggiata alle inferriate polverose della banca sempre illuminata anche di notte. Con la sua laurea in fisica applicata, in matematica Fausto era un mezzo genio e Spartaco, pur lavorando in una fabbrica di lampadari, non si sa con quale marchingegno della fantasia riuscisse a farlo parlare anche delle più strane e complesse teorie sulla composizione del vuoto nello spazio che sostiene l’universo.

In quel periodo Spartaco stava facendo il militare, era partito a giugno, e questo Fausto non poteva saperlo, visto che mancava da quando aveva seguito la sua ragazza in America. Lei, finito il soggiorno di studio in Italia, doveva rientrare per dare la tesi di laurea. Era stato via circa un anno. Graziano gli disse che la cartolina di presentarsi alla leva a Spartaco era arrivata proprio a ridosso della partenza, e Spartaco era partito un lunedì mattina alla fine di giugno, in preda a una crisi esistenziale che sembrava dare di matto. Per assicurarsi che prendesse il treno, tutti gli amici lo accompagnarono insieme alla stazione, perché temevano che le raccomandazioni fatte il giorno prima non avessero raggiunto lo scopo di farlo desistere dal non presentarsi in caserma. Spartaco sapeva di essere stato reso idoneo alla visita di leva, ma proprio non credeva possibile che il preavviso di partire potesse avere dei tempi tanto brevi, così non aveva neppure la possibilità di chiudere certe faccende ancora in sospeso che lo interessavano particolarmente, soprattutto ricucire il suo rapporto con Ambra, visto che negli ultimi tempi non avevano fatto altro che litigare su tutto.

Quel chiacchierare con Fausto aveva fatto perdere le poche ore di luce disponibili in un pomeriggio autunnale, così arrivate le quattro, non sapendo come passare il tempo, Graziano si era deciso ad andare in discoteca. Non aveva voglia di restare al bar, in compagnia dei quattro giocatori compulsivi di carte seduti al tavolo, mentre i bambini, nell’intervallo tra il primo ed il secondo tempo del film, si ammassavano chiassosi a comprare gomme da masticare o patatine fritte.

Visto da fuori il bar Brio sembrava un buco stretto e lungo dove, oltre al bancone, a malapena c’era spazio per due tavolini rotondi e qualche sedia sparpagliata, la spalliera appoggiata alla parete dirimpetto al bancone pieno di luci e di specchi che moltiplicavano le bottiglie dei liquori, dove in alto era collocato un televisore gigantesco, tenuto sospeso nel vuoto da due enormi staffe in ferro. Il bar Brio era soltanto un buco, ma si trovava appena fuori il centro storico, nel punto cruciale di una circonvallazione che costeggiava un lato della cinta muraria costruita nel Trecento, a difesa di un antico mercatale che esisteva già al tempo degli etruschi.

A Fausto devo offrigli una cena in qualche ristorante di lusso, altro che storie! Se non c’era lui non avrei mai incrociato lo sguardo di Silvia in discoteca. Una cena almeno da cinque portate, a base di pesce.

Si erano appena conosciuti, ma nei momenti che lei sorrideva, fissando i suoi occhi aveva sentito la realtà riempirsi subito di segnali e di tracce per un qualcosa di bello che sarebbe potuto accadere tra di loro. Prima di quel giorno lui in discoteca non ci aveva ancora messo piede, si sentiva troppo diverso dai giovani che si davano un sacco di arie perché ascoltavano la musica ballabile di Neil Diamond, i Bee Gees, Berry White, dei Cugini di Campagna e di Drupi, lui nei gusti musicali era stato influenzato dal fricchettone rivoluzionario di Spartaco che gli proponeva l’ascolto di alcuni cantautori come Francesco De Gregori e Fabrizio De André, o il rock elettronico di gruppi come i Van der Graaf Generator. In realtà, quando andava a trovarlo, Graziano non digeriva proprio tutta la musica che lui lo obbligava ad ascoltare – il jazz lo disturbava proprio, anche il folk-rock in un certo senso, dopo un po’ lo stancava, perché quasi tutte le canzoni sembravano somigliarsi, ma il suo amico comprava diversi dischi ogni mese, c’era sempre qualche novità che poi finiva per incontrare i suoi gusti.

Alle quattro, nonostante il pomeriggio di sole, stava già facendo buio, non era il caso di mettersi alla guida per le strade di campagna, dei suoi amici al bar non restava più nessuno, così si era inventato quella cosa di andare in discoteca.

Entrare in discoteca la prima volta gli aveva suscitato una forte sensazione di estraneità. Le luci tremolanti che seguivano il ritmo della musica cambiavano colore in modo frenetico, mentre una massa informe di teste si muoveva saltellando sull’enorme pista da ballo dando l’impressione di essere sostanze aeree. Alla fine aveva fissato il fisico snello di Silvia per alcuni minuti, in attesa di poterle vedere il volto.  Quando lei si era girata per parlare ad un’amica che stava alla sua sinistra, Graziano si trovò davanti un sorriso così spontaneo che creava una perfetta simmetria con degli occhi neri, l’allegria si trasmetteva ai lunghi capelli scuri e l’immagine d’insieme vibrava, spariva e ricompariva a tratti, fibrillando con le luci che assecondavano il ritmo della musica. I loro sguardi finirono per incrociarsi più di una volta e lui si avvicinò istintivamente per chiederle di ballare. Dopo il primo gruppo di canzoni tutte scatenate, in attesa del nuovo giro rimasero a conversare in mezzo alla pista, ogni tanto sorridevano e si toccavano sui bracci con una carezza. E continuarono così, parlando e ballando, fino all’ora in cui il locale chiudeva. Al momento dei saluti, mentre le sue amiche la stavano aspettando raggruppate nei pressi del guardaroba, Silvia aveva confessato che, per essere la prima volta, in discoteca si era davvero divertita. La domenica successiva sarebbe senz’altro tornata. Graziano le aveva confermato che ci sarebbe stato anche lui. Dentro di sé desiderava che restasse ancora un po’, voleva fare una passeggiata, prolungare il piacere di ascoltare il suono della sua voce, di sentirsi disarmato quando i suoi occhi lo fissavano, forse provare a darle un bacio, ma c’erano le sue amiche e riuscì a trovare solo il coraggio di stringerle la mano.

La domenica successiva si era trovato davanti alla discoteca un bel po’ in anticipo rispetto all’apertura, con l’intenzione di aspettare l’arrivo di Silvia, prima di entrare. Ci aveva pensato tutta la settimana, fantasticando il momento in cui si sarebbero di nuovo incontrati, immaginando che si baciavano, che andavano un po’ in giro con la sua Dyane sei, prima di fare all’amore.

Si erano incontrati in discoteca per quattro domeniche. Ormai per le strade del paese già si respirava aria natalizia e lui sentiva quell’eccitazione come un impulso rabbioso, perché ancora non riusciva a capire se Silvia provasse per lui qualcosa di profondo, o magari era solo una compagnia per ballare, darsi dei baci di sfuggita. Chissà cosa raccontava poi alle amiche, quando se ne uscivano in gruppo alla chiusura della discoteca? Andando verso casa era in pieno subbuglio perché si sentiva sopraffatto dai dubbi, l’angoscia gli stringeva lo stomaco, mentre il cazzo gli stava per scoppiare dalla voglia che aveva di fare sesso con lei. Quand’erano in discoteca Graziano insisteva per convincerla a farsi un giro in auto, ma lei, nonostante le promesse, rimandava sempre alla settimana successiva.

Fermo in coda nei pressi del quarto semaforo ricordava tutto questo, sorridendo sul fatto che prima di riuscire a farci l’amore, stando a solo baciarsi in quella confusione aveva delle erezioni pazzesche che all’uscita gli causavano un insopportabile dolore testicolare placabile solo in casa dove poteva finalmente masturbarsi, immaginando di essere con lei. La sua mente conteneva una miriade di quei momenti. Tutti accartocciati insieme. Alcuni belli, altri pieni di tensione, come quando avevano litigato, l’ultima volta che erano stati in discoteca.

Ballammo un’ora, poi due. Lei la volta prima aveva promesso che avremmo fatto un giro in auto, ma ancora continuavamo a ballare. Ogni tanto ci fermavamo a riprender fiato, così mi dava allegramente un bacio sulla bocca. Si accostava con tutto il corpo e le sentivo premere il seno sul torace. Poi però cominciava di nuovo a saltellare al ritmo della musica. Quando mi baciava le suggerivo continuamente di andare alla Dyane sei e lei mi chiedeva di restare ancora un po’. Io allora aspettavo, e lei ogni due o tre balli mi baciava, lì in mezzo alla pista, in un punto dove le sue amiche non potevano vederci. Stavo fondendo il cervello, a forza di supplicarla di farci un giro.

Aspettiamo ti prego, un altro poco.

Dio buono Silvia, che senso ha dopo quattro settimane?

Ancora un altro poco.

Ho voglia di vederti nuda, di fare l’amore sul serio.

Io ti voglio bene, devi solo darmi il tempo di convincermi che sia la cosa giusta.

Ci amiamo, non è così?

Sì…, credo di sì. Ma ancora non mi sento pronta per fare quella cosa che mi stai chiedendo.

Mi fai sentire un registratore che chiede sempre la stessa cosa, e a forza di dirlo si stanno finendo le pile.

Per piacere, non fare lo stronzo.

Allora non capisci che ne ho un bisogno matto.

Ci verrò sulla tua Dyane sei, non temere.  È quello a cui anch’io penso, … se lo vuoi sapere. Quasi ogni ora del giorno.

Però finisci sempre per rimandarlo, questo momento al quale pensi così tanto intensamente.

Perché rendi tutto più complicato, mi fai sentire una merda.

Perché, non è vero?

Vaffanculo, Graziano… Sei proprio strano.

Lo vuoi capire che mi sto spallando, sì o no?

Accidenti a te, sei più scemo di quello che pensassi.

Prima di allontanarsi, Graziano alzò il braccio per mandarla a quel paese.

Aspetta, dove stai andando?

Non lo so…o forse sì: a cercare il paradiso…

Uscito dalla discoteca era entrato in macchina, dove restò a fumare una sigaretta dietro l’altra fino a quando la gente non cominciava ad uscire. Guardava ogni tanto verso le luci azzurre dell’ingresso sperando di scorgerla insieme alle amiche, ma niente. Per dispetto il tempo sembrava dilatarsi, trasformare i muniti in ore. Si era subito pentito di averle detto quelle cose. Certo che poteva aspettare, perché già il suo modo di guardarlo e di sorridere riempiva di senso la vita. Porca miseria, era quello il paradiso! Quasi stava per piangere, perché non ne poteva più di pensare a come si era comportato. Silvia ti amo, parlava con un filo di voce, come se lei ci fosse. Ti amo, ti amo, … ti amo. Sperando almeno di riuscire a scorgerla per andarle incontro, anche se gli sarebbe costato una gran fatica fermarla mentre era con le amiche. Mettersi lì a dare spiegazioni lo avrebbe fatto comunque, a costo di apparire ridicolo. Però non riusciva a vederla, forse era uscita nel momento che tutti si allontanavano in una calca di allegri scalmanati. Alla fine pianse davvero, e quando la tensione si sciolse accese il motore dell’auto per tornare a casa, senza nemmeno averla vista da lontano.

Durante la settimana faceva le cose come se si fosse perso in qualche meandro che non aveva uscite. In quei giorni al lavoro sembrava mentalmente imbranato, sbagliò dei calcoli in modo madornale, tanto che l’ingegnere si mise a urlare come un matto, minacciando di licenziarlo se fosse accaduto di nuovo, con l’umiliazione di avere intorno alcuni muratori che stavano aspettando le nuove disposizioni per continuare il lavoro. Non usciva neanche la sera a trovare gli amici che s’incontravano al bar Brio, prima di andare a vedere un qualsiasi film fosse in programmazione. Stava fisso alla finestra della sua camera, osservando il nulla che passava dalla strada, mentre i genitori guardavano la Tv. A volte suo padre scendeva in garage per fare il punto sugli oggetti da mettere in vendita al prossimo mercatino dell’antiquariato, e quando chiedeva di fargli compagnia lui gli andava dietro come un cucciolo, senza riuscire a capire il senso di quello che stava dicendo. Una settimana delle più deprimenti che avesse mai vissuto, perché pensava continuamente a lei, la immaginava passare in strada sotto casa sua, alla stazione dove prendeva il treno per seguire i corsi universitari della sua facoltà, e poi la vedeva in discoteca quando stavano ballando, mentre lei si avvicinava per baciarlo e lui le palpava il seno, mentre lo guardava con i suoi occhi maledettamente belli. Dio che bischerata aveva fatto!

Nilo Australi, figura di donna, acquerello

La domenica successiva, all’ora di pranzo, quando stava uscendo dalla doccia sentì sua madre parlare con qualcuno dandole del lei, poi, con l’espressione un po’ meravigliata, gli andò incontro dicendo sottovoce che una certa Silvia chiedeva di lui al telefono. Presa la cornetta, Graziano rimase silenzioso per un attimo, in attesa di sentire la sua voce.

Te la senti oggi pomeriggio di venire al cinema, invece di andare in discoteca?

Ciao Silvia, scusami tanto per…

Un amica dell’università è venuta a trovarmi per vedere insieme Chinatown di Roman Polanski. Però finito il film la dobbiamo riaccompagnare a casa con la tua auto. È arrivata stamani in l’autobus, e quando le ho promesso che avrei trovato qualcuno che la riportava a casa, pensavo proprio a te.

Si, … va bene. A quale spettacolo vuoi andare?

Al primo, se non ti dispiace. Quello che inizia alle tre.

Probabilmente ci sarà una gran confusione di ragazzini.

Ci prenderemo la confusione allora.

D’accordo, vi aspetto davanti al bar Brio.

Ciao …

Ciao …

Quel film lo aveva già visto la sera prima, insieme a Marco e Luigi, era uscito per la prima volta dopo una settimana con il pretesto che altrimenti i suoi genitori lo avrebbero tartassato di domande per la stranezza di un sabato sera trascorso in casa. Non aveva capito granché sulla trama del film, c’era un detective ingaggiato da una signora per investigare sull’infedeltà del marito, ma poi l’indagine finiva per rivelare che la causa di alcune morti era in un drammatico incesto.

Silvia si era seduta tra lui e Paola, un’amica che non gli era mai capitato di notare tra quelle con cui lei andava in discoteca. Nella sala la caciara dei ragazzini non rallentò neppure dopo che il film era iniziato da un quarto d’ora, vedevano la torcia elettrica di uno del personale di servizio puntata verso il pavimento per non disturbare gli spettatori, che si muoveva lungo i lati per individuare i gruppi più chiassosi ai quali puntava la luce in faccia intimando di fare silenzio.

A un certo punto Silvia gli fa:

Ti stai annoiando?

No, affatto. Solo che mi sento uno schifo.

Lui parlava con un filo di voce, ma anche lei, avvicinando la bocca il più possibile al suo orecchio. Sussurrava appena le parole, per non far distinguere altro che un bisbiglio all’amica.

Allora, non ti sta piacendo?

Sì, moltissimo.

Non sembrerebbe.

Non dirlo in giro, però l’ho già visto ieri sera insieme ad alcuni amici.

Perché sei tornato allora?

Per farmi perdonare, dopo che mi hai chiamato.

Sei un cretino, ecco cosa sei.

Un cretino che non ha mai successo con le donne.

Veramente solo un cretino, … che mi fa impazzire.

Lei allora avvicinò la spalla alla sua, per cercare un contatto più intimo.

Paola abitava in una specie di viareggina situata ai margini di un borgo di poche case, isolato in mezzo alla campagna. Durante il viaggio lei e Silvia avevano conversato sul film e anche un po’ dei prossimi esami all’università, di un paio che dovevano dare il prossimo febbraio e che preparavano insieme ogni giorno, alla biblioteca della facoltà. Graziano si concentrava nella guida, voltandosi ogni tanto verso Silvia che era al suo fianco, e tenendo di continuo l’occhio sulla sua amica nello specchietto retrovisore. In quel gruppo di case già alle cinque di pomeriggio fuori non c’era anima viva, solo un cane che bighellonava e finiva a urinare sotto l’unico lampione della luce.

Dopo che Silvia aveva salutato Paola, Graziano fece inversione di marcia per tornare verso il paese.  Nel tragitto dell’andata lui aveva parlato solo con qualche frase di convenienza, ma adesso rimaneva silenzioso. Sballottati in quella macchina super molleggiata ogni tanto si mettevano a ridere, ma poi ritornava il silenzio. Fuori ormai era arrivata la notte e non si vedeva che nel raggio di luce dei fari della sua auto. A un certo punto Silvia gli chiese di accostare, e lui obbedì senza fare commenti. Si girarono nello stesso istante per guardarsi e sorridere. Poco più avanti i fari della macchina illuminavano una strada sterrata che sembrava nascondersi dietro una macchia di more selvatiche e qualche albero rivestito da qualcosa che sembrava una gigantesca ombra. Alzando un po’ lo sguardo s’intravedeva il tetto di una casa lanciato verso il buio più intenso che nasceva oltre, nello spazio indefinibile della notte. Silvia suggerì di entrare in quella strada sterrata, adesso lo stava guardando con il suo inconfondibile e dolce modo di sorridere.

Graziano si avvicinò allo sterrato mettendo la freccia per svoltare a sinistra, anche se lì intorno non c’era anima viva. Poi iniziò a ridere di gusto, per quell’inutile premura.

 

Questo racconto è opera di fantasia, ogni riferimento a fatti e persone è puramente casuale.

 gennaio-febbraio 2021

16 pensieri su “Dyane sei

  1. C’è la spinta e il gusto della narrazione, in un realismo contenuto, di un’epoca datata; con un linguaggio mirato ad adattarsi a una realtà quotidiana di giovanili esperienze. Qualche sprazzo poetico in relazione al paesaggio e alla natura, a volte anche una introspezione psicologica e sentimentale. La trama e la narrazione appaiono orchestrate senza dubbi e incertezze, in un percorso a ritroso. La tensione narrativa è altalenante, ma l’attenzione del lettore non viene mai meno. La Dyane sei si fa protagonista attiva (per me era stata la R5), compagna e complice di vita per tanti giovani di un’epoca che andava aprendosi a uno spensierato benessere.

    1. In quanto a cambio a Cloche non mi sono fatto mancare che la Citroen 2 cavalli, 3 anni di Dyane sei, undici di Renault 4.
      Grazie per la lettura

  2. Piacevole racconto, ho trovato molti punti in comune con luoghi e storie a me accadute, ovviamente differenti, ma unite da comuni osservazioni. Te ne sono grato, quasi coetaneo.

    1. Bene per i punti in comune tra le storie, questa, anche se inventata, speravo riuscisse a rendere il clima giovanile di quegli anni senza cascare nella nostalgia.
      Grazie per la lettura

  3. …si’, la storia rende bene il clima giovanile di quegli anni, carico di passioni, di entusiasmi alternanti, di scelte fulminee, quando facilmente si dichiarava “Ti amo” oppure “Ma tu mi ami?” dopo brevi conoscenze, scelte assolute, fatte per la vita…eppure viste con il senno di poi sembrano piu’ difese estreme davanti a segnali tutt’altro che rassicuranti per il futuro. La campagna abbandonata o semi abbandonata con ruderi sparsi di cascine , casolari…margini di strade provinciali diventati luoghi di discariche pubbliche, capannoni di attività abbandonate…Eppura il ciclo vitale faticosamente sembra continuare : esistenze che si stanno per affacciare nuove, altre che hanno lasciato la loro traccia in montagne di rifiuti, altre abbandonate da recuperare…Il racconto è sospeso nell’attesa da parte del protagonista di una vita che sta per decollare, quella del suo primo figlio,ma qualcosa frena e l’immagini di un motorino rovesciato sull’asfalto non è una buona premonizione…Come quella palla indistinta che sorvola l fiume: un grumo di ansia minaccioso?…C’è quel che resta di un paesaggio, di una storia d’ amore di una volta, di un vecchio modello di macchina, di un finto benessere…Grazie Angelo Australi…è scritto molto bene

    1. Cara Annamaria Locatelli,
      credo che chi come me è nato negli anni Cinquanta, sia il frutto di una generazione che ha vissuto l’infanzia nel vecchio mondo uscito dalla seconda guerra mondiale che poi, da adulto non è più stato in grado di ritrovare. Niente nostalgia però, solo una constatazione di fatto.
      Grazie per la lettura

  4. È scritto davvero bene. È pregnante e coinvolgente. Riesce a descrivere sapientemente, evitando da un lato la sciatteria e dall’altro l’ossessione descrittiva di tanta narrativa contemporanea. Si legge tutto di un fiato. È scorrevole ma allo stesso tempo preciso. Vi è narrato un legame sentimentale, senza mai scadere nel sentimentalismo o nella retorica. Trovo che sia molto genuino e che l’autore scriva col cuore in mano: ciò è una rarità tra tanta impersonalità nella scrittura odierna. Ci vogliono talento e perseveranza per approdare a questi risultati. Complimenti!

  5. Un bel racconto, nel tuo stile inconfondibile e con i tuoi inconfondibili personaggi che, con una scrittura moderna e classica al contempo, sa resuscitare paesaggi e memorie di un tempo recente eppur inequivocabilmente passato, ma che noi, nati dal 50 in poi, abbiamo vissuto in prima persona e bene è scolpito nella nostra memoria. Una storia d’amore giovanile, tenera e appassionata come si conviene a quell’età, percorre però tutto questo paesaggio (quello della tua terra e della tua infanzia-adolescenza-giovinezza soprattutto) e vi si intreccia senza sbavature né sdolcinature, conferendo al racconto umanità e spessore. Bella ricostruzione, ma, anche se volevi rimanere “alla giusta distanza” dal tuo racconto una punta di nostalgia affiora…

  6. Cara Annalisa,
    questo piccolo mondo sta in un lenzuolo di terra, che però sento pieno di esperienze da condividere attraverso la scrittura. Nello specifico credo che negli anni Settanta sia la chiave di lettura per tanti dei problemi ancora irrisolti dalla nostra società, anche se adesso sembra che la pandemia stia spazzando via tutto.
    Grazie

  7. Caro Angelo,
    nella ricerca del legame fra presente e passato, hai toccato corde sensibili del nostro sentire. Soprattutto facendo scorrere il tempo di una generazione che ha davvero attraversato un tumultuoso guado di emozioni. Bella è l’attesa del primo bacio, del primo contatto fisico per poi sentirsi finalmente “grandi”, come arrivati a un traguardo della vita che è anche una nuova partenza.
    Grazie per averci regalato tutto questo.
    Un abbraccio.
    Lucia

  8. Grazie Lucia,
    nella scrittura si va avanti a piccoli passi, cercando di allargare l’orizzonte al proprio punto di vista. Anche se il mondo che tento di raccontare è piccolo, spero ci sia un modo per renderlo universale.

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