Il giardino dell’Eden

uscire dal tempo, 2

di Paolo Di Marco

1                  il plusvalore

Possiamo leggere la storia degli ultimi secoli come una progressiva espropriazione del proprio tempo, trasformato in tempo di lavoro collettivo controllato dal capitale.
Marx è l’ultimo economista che si occupa dell’origine del profitto (tema centrale dell’economia classica sino a Ricardo), e la sua analisi parte dalla giornata di lavoro, il cui tempo viene diviso in due parti:
una in cui il lavoratore lavora per sé, l’altra per il padrone. Questa seconda dà origine al profitto.
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Il capitalista investe del denaro D per ottenere dell’altro denaro D’, che includa un guadagno                  D -> D’,          D’D=R (profitto),        (R/D == saggio profitto)

come nasce R: nel processo produttivo abbiamo: cc: capitale costante (macchinari, stabilimenti), cv: capitale variabile (gli operai); sv: il surplus prodotto solo da cv (quello prodotto nel tempo ‘del padrone’); quindi: il capitalista trasforma il denaro D in mezzi di produzione, cc e cv e ne ottiene un prodotto p (che contiene il pluslavoro sv) che trasforma sul mercato in nuovo denaro D’: cc+cv+sv= p (prodotto) R=sv e, chiamando r il saggio:

r= sv/(cc+cv)

introduciamo due grandezze: il saggio di sfruttamento e, cioé il rapporto sv/cv, che ci dice quanta parte della giornata lavorativa l’operaio lavora per se e quanta per il padrone e la composizione organica del capitale, o, il rapporto cc/cv, che dice quanto macchinario usa una fabbrica in proporzione agli operai;allora possiamo riscrivere, dividendo sopra e sotto per cv:

r= e/(o+1)

che ci dice che il saggio del profitto é direttamente proporzionale al saggio di sfruttamento e inversamente proporzionale alla composizione organica. Di qui nasce la famosa legge sulla caduta tendenziale del saggio del profitto: infatti il numeratore é limitato (meno di tanto per sé l’operaio non può lavorare) mentre il denominatore tende a crescere continuamente: quindi il risultato finale col tempo diminuirà.

Prima osservazione:-I campi di lavoro poi di sterminio sono un caso esemplare della tendenza a violare questa legge riducendo fino a 0 il tempo lavorato per la propria sussistenza. Ma non sono il primo caso: ricordiamo che nelle fabbriche tessili inglesi le operaie lavoravano 16 ore al giorno e dormivano in fabbrica, dove venivano ulteriormente abusate dai capi. A seconda dei luoghi e dei tempi lavoro schiavistico e lavoro salariato hanno poche differenze, almeno fino alla metà dell’800.

Seconda osservazione: La legge del profitto così come espressa non è in realtà valida se non indicativamente: vi è infatti l’utilizzo di due unità di misura diverse, valori e prezzi, di cui Marx presuppone una semplice convertibilità che invece non esiste. Gli unici tentativi efficaci di conversione (basati sul prendere in considerazione il percorso del valore per cicli successivi /Sraffa, Pala/) non consentono però di mantenere le equazioni e le leggi invariate, se non in modo qualitativo.(i)

Terza osservazione:Il livello di astrazione del discorso marxiano a questo proposito è logicamente necessario ma anche emendabile: ad esempio rammentando che il tempo di lavoro che l’operaio fornisce non è semplicemente il suo diretto ma anche quello che lo rende possibile, quindi quello di moglie e famigliari che non sono assunti ma sono parte necessaria dell’erogazione. Non è solo perché vanno a fare i picchetti che le donne sono ‘il sale della terra’.

2      il dominio del profitto

La legge del profitto vede un antagonismo semplice e diretto tra padrone e lavoratore rispetto all’uso del tempo. E nello stesso momento individua come soggetto principe della lotta di classe i lavoratori della fabbrica che di questo antagonismo sono i diretti protagonisti (ii). Ma la coincidenza tra collocazione materiale e coscienza di classe che caratterizza la classe operaia è di breve durata e di limitata universalità, anche se a sprazzi riprende, si allarga.
A lungo si è trascinato il dibattito sull’imperialismo e il capitale finanziario rispetto al problema se nella circolazione si produca valore, a lungo si è parlato di aristocrazie operaie di varia fatta che si ritagliano fette maggiori della giornata lavorativa.
Ma nell’epoca attuale molte ambiguità si sono dissolte: da un lato il mero rapporto quantitativo tra capitale finanziario e capitale industriale (tra 100 e 1000/1) mostra come non si possa più parlare dell’industria se non come una delle tante branche della riproduzione del capitale. Dall’altro in tutto il mondo rimangono pochissime isole escluse dal ciclo del capitale (tribù indigene isolate in riserve e simili), sia per la produzione diretta e indiretta, sia per la circolazione, sia per tutte le attività accessorie al ciclo riproduttivo; il lavoro dipendente è sempre più una sola delle tante forme del dominio sul tempo e dell’estrazione di pluslavoro.
L’omogeneizzazione mondiale nella frenesia della ricerca del profitto e della continua rincorsa ad allargarne i confini anche da parte dei lavoratori (iii) insieme ad una ‘morale’ appiattita su di esso è ormai luogo comune di una sociologia che ha smesso di stupirsi.  Ma se non ci sono più limiti al capitale non ci sono neanche più limiti a chi ha diritto di chiamarsi soggetto rivoluzionario.
Tutto il tempo ci è stato sottratto, anche quello che una volta si chiamava libero.
Tuttavia contemporaneamente si è avverato quello che nei Grundrisse, nel famoso ‘frammento sulle macchine’ citato dai Quaderni Rossi, diceva Marx: “il furto del tempo di lavoro altrui su cui poggia la ricchezza odierna si presenta come una base miserabile rispetto a questa nuova base (lo sviluppo dell’individuo sociale) che è stata creata dalla grande industria” (Grundrisse, p 401).
Qualunque misura ragionevole assumiamo (iv) il tempo necessario per soddisfare i nostri bisogni è una piccola parte del nostro tempo di lavoro effettivo.
Il che implica che oggi una ipotetica rivoluzione comunista non dovrebbe passare dalle forche caudine del socialismo ‘da ognuno secondo le sue capacità, ad ognuno secondo il suo lavoro’ con tutte le costrizioni del caso, inclusi i vincoli internazionali di concorrenza/repressione. Ma sarebbe possibile saltare anche oltre il comunismo del ‘da ognuno secondo le proprie capacità, ad ognuno secondo i suoi bisogni’ per arrivare ad uno stato di lavoro come attività volontaria. Una riconquista totale del proprio tempo.
È tragicamente ironico che questa possibilità coincida con un’epoca in cui l’ingordigia del profitto e della sua logica (v) ci stanno portando ad una fase di catastrofe irreversibile.
Ma noi speriamo che ce la caviamo e facciamo lo stesso un po’ di altri conti.

3    il giardino dell’Eden  (Ju/’hoansi)

A differenza di quello che ci hanno raccontato a scuola nell’intento di esaltare l’invincibile cammino del progresso(vi) (v), per 300.000 anni l’homo sapiens (vii) è vissuto contento e felice raccogliendo frutti e cacciando, senza bisogno di faticare. Nessuno lavorava più di 15 ore la settimana, nessuno possedeva più degli altri, con un egualitarismo feroce sostenuto dal diritto di richiesta.(viii). Suzman sintetizza così una lunga ricerca antropologica che parte dai reperti conosciuti e le ipotesi costruite su questa base e va a misurarle sulle tribù di cacciatori/raccoglitori ancora intatte, in particolare i Ju/‘Hoansi del Botswana.
L’espansione lenta e progressiva su tutta la terra è stata il frutto di un percorso lento e sempre in equilibrio, sia all’interno della tribù sia all’esterno e nel rapporto con la terra. Anche l’arrivo tra i quattro fiumi che circondavano quello che poi fu chiamato Eden non cambiò queste abitudini. Ogni giorno si raccoglieva e/o cacciava, non c’era bisogno di pensare al futuro. Il concetto stesso di tempo non esisteva.
Il punto di svolta, iniziato in vari luoghi quasi contemporaneamente nell’arco degli ultimi 20.000 anni, è stato l’agricoltura.(ix) Con questa l’investimento nella semina per aspettare il raccolto ha introdotto il tempo, e poco a poco sono arrivate le disuguaglianze, l’accumulazione di ricchezza e potere in poche mani.
Il surplus dell’agricoltura ha permesso molte cose, gente che poteva oziare per comandare o per osservare le stelle. E col surplus anche i borghi e la borghesia. E il capitalismo.
Se ora facciamo un volo fino ai nostri giorni passiamo vicino a casa Keynes: tra le due guerre l’economista che aveva già visto nelle riparazioni di guerra le radici della seconda guerra mondiale aveva maturato un sogno: che lo sviluppo delle forze produttive, spinte dall’investimento statale, avrebbero permesso la liberazione dal lavoro, almeno per buona parte. Tornando, quasi per fatalità, a quel limite di 15 ore la settimana che aveva già caratterizzato il nostro Eden.
Allora pareva visionario, oggi, facendo bene i conti, appare del tutto ragionevole. Togliendo tutte le spese superflue indotte ossessivamente dall’esterno, togliendo il lavoro superfluo indotto anche dal nostro interno ma eterodiretto, il tempo necessario a soddisfare tutti i nostri bisogni, e non solo quelli essenziali, viene calcolato a 15 ore settimanali per ciascuno.(x)

Sappiamo che un altro mondo è non solo auspicabile ma materialmente possibile. Senza socialistiche sofferenze di mezzo.
Sappiamo che l’abbiamo già vissuto.
Non resta altro che trovare dei percorsi che rendano possibile far sì che questa memoria magari un po’ diversa, più ricca forse, ci appartenga di nuovo.
Ma sappiamo già qual è il punto culminante: ‘Il giorno che tutti restarono a casa, e su tutti gli schermi del mondo comparve un meme col giardino dell’Eden e una sola parola: Eden!’ (xi)

Probabilmente non  sarà così semplice, ma l’importante è sapere che è possibile.

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NOTE

i-v. P. Di Marco, Scientificità dell’economia e teoria del valore di Marx, in ‘Requisiti per un sistema economico accettabile’, a cura De Finetti, F. Angeli, ‘72

ii- v. P. Di Marco, La formazione della classe operaia, in Teoria, prassi e realtà sociale nel movimento operaio 1830-1929, Sapere, 1970

iii-pensiamo al teatro o alla letteratura assunti in televisione e diventati strumento di profitto

iv-James Suzman / Work, A Deep History from the Stone Age to the Age of Robots./Penguin 2021. Ci sono tre diverse edizioni inglesi, di cui le prime due tradotte in italiano (Lavoro….). La differenza probabilmente è solo di approfondimento, per cui anche l’edizione italiana dovrebbe essere abbastanza completa.

v-Si parla della buona volontà di un filone di capitalisti impegnati a dare un indirizzo verde all’economia per scongiurare il riscaldamento globale. Fra questi anche il presidente del fondo che controlla 1/3 del capitale mondiale, BlackRock. Purtroppo sono favole: BlackRock raccoglie fondi e risparmi di centinaia di banche e milioni di persone; se prende una decisione di investimento che ne riduce il rendimento atteso con cui questi enti e persone vivono e lavorano ogni giorno, il tempo che ci mettono a rovesciare il direttore si può contare nell’ordine dei minuti. E dato che le aziende più inquinanti come Exxon&co fanno parte dell’indice S&P100, che se diminuisce porta con sé tutti gli altri titoli, BlackRock e parenti hanno le mani legate. Ammesso e non concesso che non facciano solo scena

vi-già ne ‘Gli alberi non crescono fino al cielo’ James Gould ci aveva messo in guardia dalla fallacia di considerare che l’ultimo prodotto dell’evoluzione, l’uomo, fosse anche il migliore

vii- v.4

viii- Oggi chiediamo per favore a qualcuno di darci del tabacco da masticare; e se acconsente gli siamo debitori. Allora se qualcuno aveva tabacco da masticare che tu non avevi era tuo diritto che te lo desse. Con un processo a catena che impediva ogni accumulazione singola, anche nell’abilità: il cacciatore più abile o fortunato veniva dileggiato e spesso la preda distribuita non da lui ma da chi aveva costruito la freccia. Così che nessuno si montasse la testa e accumulasse privilegi.

ix-potremmo dire che la famosa mela non era importante per la conoscenza quanto per i semi

x-v.4, i conti sono fatti da una serie di economisti ivi citati; ma conti analoghi li aveva fatti anche chi scrive, con risultati anche più radicali.

xi- Sarebbe la conclusione di una ‘guerra dei meme’ che va avanti implacabile da molti anni, condotta sotterraneamente da giovani smanettoni rigorosamente divisi tra destra e sinistra (A. Lolli, La guerra dei meme, fenomenologia di uno scherzo infinito’, Effequ, 2020).

 

5 pensieri su “Il giardino dell’Eden

  1. Brillante, ma sul giardino dell’Eden rimango scettica. E’ la solita utopia, proiettata nel passato anziché nel futuro (rückgewandte Utopie). Età dell’oro, decadenza progressiva dell’uomo e del mondo – secondo me indicano semplicemente l’oscura consapevolezza che nell’essere umano c’è qualcosa che non va: peccato originale, o coscienza come errore evolutivo, secondo i gusti.
    Sono d’accordo con te che siamo arrivati a una specie di capolinea e che urge un cambiamento e una regolata, ma alle situazioni edeniche del passato credo poco. Perché se questi cacciatori-raccoglitori stavano così bene, perché a un certo punto avrebbero dovuto cominciare a dannarsi l’anima con l’agricoltura? E certo saranno esistite società tribali tranquille e pacifiche, ma ne sono esistite altre, documentate, alla cui cultura apparteneva un’innegabile ferocia, diversa dalla nostra se vuoi, ma non meno feroce.
    E sulle ore di lavoro e tempo libero – io non sono ferrata in matematica, ma se si considera che in queste società tribali la durata media della vita era sui trent’anni, il divario nel totale delle ore di tempo libero di un’intera vita si riduce.
    Altro punto critico quello dei bisogni: “il tempo necessario a soddisfare tutti i nostri bisogni, e non solo quelli essenziali, viene calcolato a 15 ore settimanali per ciascuno.”(P.D.M.) Ma i bisogni – soprattutto quelli non essenziali – sono un fatto culturale, quindi relativo. Come fai a calcolarli? Non credo di essere un’edonista, e anzi di mio auspicherei una riduzione dei bisogni non essenziali. Ma come si fa a decidere quale bisogno non essenziale è poi in realtà essenziale o non lo è? E soprattutto, chi lo decide?
    Questi sono alcuni dubbi. Su molte cose sono d’accordo con te. La prima parte ho fatto un po’ fatica ma vedo il problema. Rimango però scettica rispetto a soluzioni che non tengono conto della ferocia e della spinta alla sopraffazione insite nella natura umana (temo infatti che qualcosa del genere esista, indipendentemente dai rapporti di produzione) – e forse nel mondo com’è: tutto fuorché edenico.

  2. Quello che mi piace di quello studio antropologico è che falsifica tutte le teorie ottocentesche e moderne su cui si basa gran parte della teoria ed ideologia economica: la ‘naturale’ ed irriducibile natura egoistica dell’uomo, la sua natura predatoria nei confronti degli altri uomini e dell’ambiente. Almeno per 300.000 anni questo non appare fosse vero, o perlomeno era tenuto a freno molto bene. Ferocia? Non so, ma c’è un altro elemento ‘materialistico’ di uno studio recente che collega il cannibalismo alla carenza in quel territorio di proteine animali.
    Per le 15 ore gli studi sono di una serie di economisti, prevalentemente neokeynesiani, e tengono in conto tutto. Ovviamente dal punto di vista personale è elastico, l’importante è che tutto quello di cui c’è bisogno lo puoi fare per libera scelta.
    Per le 15 dell’antichità: anche se la vita media era 30 anni quello che conta non è certo il totale, ma la percentuale del tuo tempo.
    Per quello che so l’agricoltura nasce per caso: a Çatal Hüjuk in Turchia dove ai piedi del vulcano avvenivano scambi tra fornitori di selce e gli altri sembra che i semi usati come moneta di scambio abbiano poi fruttificato dando origine all’attività permanente. Poi il surplus che genera ha fatto gola..e ha rotto gli equilibri.
    Mi piace il carattere materialista di questo sguardo sulla cultura che anche se non esaustivo dà solidi elementi.
    Non penso ad età dell’oro rinnovellate, siamo troppo diversi. Mi piace però poter gettare un meme che ha origini lontane.

  3. Che siano rigorosamente divisi tra dx e sin dice alcune cose: che sono smanettoni chiusi in casa; che chi non ha il pc o lo smartphone lavorerà più di 15 ore la settimana, come prima; che l’Eden è differenziato secondo le opinioni (per qualcuno vuol dire far lavorare gli altri); che, soprattutto, a molti piacerebbe poter lavorare almeno 15 ore la settimana – pagate! Tutto comunque si riporta agli smanettoni, come il nuovo Soggetto rivoluzionario, rigorosamente di dx e di sin.
    (Essendo io vecchietta e pensionata, solo per lavare, curare la gatta, pulire la casa, preparare il cibo… e commentare, magari mi bastassero 15 ore la settimana!)

  4. Scienza, filosofia: vicinanze, distanze…

    SEGNALAZIONE

    HABERMAS: ANCHE UNA STORIA DELLA FILOSOFIA
    di Leonardo Ceppa
    http://www.leparoleelecose.it/?p=42110

    Stralci:

    1.
    La filosofia è una scienza, ma non una scienza come tutte le altre: è una scienza sui generis. Le scienze normali restringono, specializzandolo, il loro campo di azione, la filosofia invece lo allarga. E lo allarga in maniera tanta smisurata da trascinarvi dentro occhio, oculare, e tutti gli strumenti del ricercatore. L’osservatore diventa un mago stregone. Lo scienziato della modernità è il novello Faust. Laddove, dice Habermas, la scienza specialistica lavora “nel dire sempre di più su sempre di meno” (p. 12), la filosofia mantiene tutta la sua faustiana (o hegeliana) presunzione della totalità, tanto da far dipendere il destino dello scienziato (e dell’uomo) dal modificarsi del suo sapere. Sapere del mondo e autocoscienza dell’uomo restano legati insieme dall’uso che l’uomo impara a fare delle sue conoscenze. In questo senso Habermas non separa la “scienza” dall’effetto di “rischiaramento” ch’essa produce. Dal XVIII secolo in poi, Wissenschaft e Aufklärung, scienza e presa di coscienza vanno di conserva, tenute insieme da quel trattino grammaticale (miracoloso nella sintesi tedesca), che lega Selbst– e Weltverständnis in una medesima emissione di fiato.

    C’è anche qualcosa di cruciale che il sapere filosofico condivide con le scienze “normali” della nostra epoca: la tendenza alla specializzazione e alla divisione del lavoro. E’ una tendenza inevitabile, feconda, persino desiderabile, la quale tuttavia, nella versione positivistica della filosofia, minaccia di trascinar via (o far dimenticare) quel trattino miracoloso che lega il sapere del mondo sia al destino dell’uomo sia al destino di Dio. Ma perché, agli occhi di Habermas, questo pericolo del positivismo resta una minaccia reale per la filosofia contemporanea? Perché in realtà quest’ultima – per non perdere di vista il rapporto alla totalità – si trova oggi a fronteggiare una preoccupante e smisurata crescita di complessità: moltiplicandosi e arricchendosi il sapere del mondo, la struttura economica della società, le tecniche d’intervento sul corpo e sulla psiche. Con convinzione Habermas ripete la diagnosi di Marx: gli uomini rischiano di diventare le appendici organiche di una scienza e di una tecnica vampiresche, la cui organizzazione umana (il sapere umanistico del cosmo e dell’uomo) diventa sempre più inabbracciabile e inafferrabile (unüberschaubar, p. 12).

    Di qui la tentazione (ecco la polemica di Habermas contro il positivismo filosofico) di arrendersi, di rinunciare all’impulso illuministico che ancora animava Kant e Faust, di abbandonare l’impresa umanistica di “dare forma” a sé stessi nella configurazione del mondo (il tema del Gestalten, ricco di risonanze). Allora del progetto moderno resterebbero in piedi soltanto le gloriose rovine. E al filosofo contemporaneo non resterebbe che ripiegare in un atteggiamento di ellenistico disincanto. Un fatalismo dal sapore classicistico verso cui Habermas ha sempre manifestato un orrore palese.

    2.
    Questo spiega da ultimo la soverchiante responsabilità che Habermas accolla a quel ramo di filosofia postmetafisica (il ramo kantiano dei 360-gradi, non quello humeano dello sbaraccamento specialistico) che accetta di dialogare – sullo stesso piano – intra moenia coi filosofi ed extra moenia coi teologi. Trattando proprio di quelle questioni che vengono pudicamente evitate dai laicisti rigorosi (chiusi a riccio in quelle specializzazioni “che dicono sempre di più su sempre di meno”). Alla fine Habermas non esita a formulare una tesi coraggiosa di questa portata: “Al di là dei suoi aspetti palesemente postmetafisici, la questione che la filosofia deve sentirsi in grado di affrontare ed elaborare si decide oggi sulla rinnovata eredità del lascito religioso. Anche se questo è problema che riguarda soltanto uno dei rami in cui si è scisso il pensiero postmetafisico” (p. 15 corsivo mio,).

    Sembrava infatti che il problema religioso, dopo la moderna scissione tra fede e ragione, dovesse sciogliersi come chiedeva Hume, per via pacifica e senza clamore, passando per la via naturalistica ed empiristica delle considerazioni antropologiche di empiristi e utilitaristi. Invece, scrive Habermas, vediamo con sorpresa scatenarsi nella Sinistra hegeliana una furiosa polemica antireligiosa contro le confessioni del protestantesimo borghese e contro l’assimilazione hegeliana della religione nell’automovimento idealistico dello Spirito. Autori come Feuerbach, Marx e Kierkegaard (ma possiamo anche includere Nietzsche) combattono le consolazioni della religione chiesastica con spirito ardentemente anticlericale. E c’è molto di paradossale, sembra aggiungere Habermas, in questo “anticlericalismo religioso” evocante quelle tracce kantiane di ragion pratica, autonomia e libertà-della-ragione, che paiono disperse lungo la storia di una insopprimibile e irriducibile “emancipazione umana” che rifiuta di sciogliersi in fatalismo stoico.

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