Archivi tag: plusvalore

Sionismo e Nazismo, brevi note

di Paolo Di Marco

Chi avesse per caso letto il libro di Tom Segev ‘Le septiéme million’* avrebbe notato che la nascita dello stato di Israele ha un percorso assai diverso dalla vulgata comune.
Gli ebrei tedeschi che i due comitati ebrei-uno in Germania ed uno nella Palestina occupata- riscattano trattando con Eichmann sono assai riluttanti all’esilio; insistono che loro sono totalmente d’accordo con Hitler e tutte le sue politiche -l’unica cosa che non capiscono è perchè devono essere proprio loro la vittima sacrificale. La maggior parte rifiuta il trasferimento. E l’ esilio forzato della minoranza che parte è rancoroso anche nei confronti del socialismo primitivo dei kibbutzim del sionismo originario. Che dal canto loro ripagheranno gli yekkes chiamandoli saponi.
D’altronde, sempre per uscire dalla vulgata corrente, il nazismo allora non era affatto visto come quel mostro che oggi ci viene descritto, anzi, e godeva molte simpatie nelle aristocrazie sia blasonate come l’allora re d’Inghilterra Edoardo VIII (poi costretto alle dimissioni da Churchill) che aveva trattato con Ribbentrop la divisione del mondo dopo la guerra sia borghesi come i fratelli Dulles e Prescott Bush che gestivano negli USA i capitali di gerarchi ed industriali tedeschi.
Le giustificazioni ideologico-morali della guerra sono mera propaganda favolistica costruita ex post.
E anche all’interno della Grande Germania la questione centrale è la gestione del potere, basata sulla stratificazione sociale: sotto la borghesia la piccola borghesia, sotto di questa la classe operaia divisa a strati: sopra gli operai tedeschi, sotto i cechi, sotto ancora polacchi….con un meccanismo di retribuzioni e condizioni tali che il nemico non era mai in alto, i padroni, ma quello più in basso che sgomitava per avere qualcosa di più -togliendolo a quello sopra. Un meccanismo classico di divisione, che per funzionare appieno aveva bisogno di un ‘tappo’ (come nelle ricorsioni), cioè di uno strato ultimo su cui riversare tutte le frustrazioni. E gli ebrei risolvono il problema della ricorsione: sono loro -per motivi sociali. religiosi e storici che non riprendiamo-il tappo ideale.
Ma gli ebrei stessi sono gli ultimi a vedere questo meccanismo. Anche quando trattano col tranquillo burocrate Eichmann le quote di emigrazione, sono il mezzo milione di ebrei tedeschi ad avere la precedenza; i milioni in Polonia e dintorni di ebrei e kazari convertiti (non sapremo mai quanti) là sono e restano.
Quando Piero del Giudice farà la sua tesi di laurea intervistando i reduci dai campi l’elemento comune che emerge è l’incapacità, anche decenni dopo, di capire cosa realmente fosse successo. Sarò solo ricorrendo a Marx e al plusvalore come percentuale della giornata lavorativa che si potrà attribuire ai campi la natura di estremizzazione di questo meccanismo (ricordiamo che nei campi si lavorava per Krupp, Messerschmitt, IGFarben…), quando la parte dedicata alla riproduzione del lavoratore diventa trascurabile e il plusvalore va quindi alle stelle. Che è anche un disvelamento plateale della natura disumanizzante della forza lavoro diventata merce.
Sarà solo nell’ultimo anno di guerra che questo meccanismo verrà eclissato dallo sterminio tout-court, ultima abissale esplosione delle frustrazioni della piccola borghesia proletarizzata.
Eclissato ma non annullato, chè i lavoratori specializzati-v.Primo Levi-verranno salvaguardati: non stranamente la stessa logica che orienterà gli inglesi quando nel Maggio ’44 il ministro degli esteri Anthony Eden rifiuterà la proposta nazista di scambio tra un milione di ebrei e 10.000 camion col motivo che in Palestina servivano solo lavoratori con abilità manuali e tecniche accertate..
Se all’inizio Israele è per gli inglesi un piccolo caposaldo del controllo del MedioOriente, la fine dell’impero inglese che inizia con la guerra lo trasforma progressivamente in portaerei del loro successore, l’impero americano; se dopo la fondazione dello Stato gli emigrati dai paesi mussulmani vengono collocati al gradino inferiore della società, è solo col crollo della cortina di ferro e l’arrivo dei nuovi immigrati dall’est che struttura sociale e funzione diventano un tutt’uno, con una somiglianza impressionante con la Germania post 34: i palestinesi sono i nuovi ebrei, il Nord Africa e Medio Oriente il nuovo LebensRaum.
Anche se, come tutte le portaerei, ha ancora bisogno dei rifornimenti d’OltreAtlantico.

Conviene sottolineare che come l’ideologia  nazista era l’involucro sovrastrutturale di una forma di controllo sociale**, e la persecuzione degli ebrei parte essenziale di quel meccanismo,  così il genocidio dei palestinesi è frutto diretto  del ruolo di Israele come avamposto dell’impero; in continuità coi metodi del dominio inglese in India e Bengala, colle efferatezze di Leopoldo (il re scelto dai Rotschild) in Congo e tanti altri. E che questa continuità passi anche da carnefice a vittima ci fa solo meglio intravedere la natura reale dei rapporti di produzione capitalistici.

Segev ci ricorda che quando in Germania vennero promulgate le leggi razziali vi fu un grande dibattito- in tutto il movimento sionista ed anche in Palestina- che vedeva contrapposte due posizioni: prendere atto della situazione ed emigrare, oppure creare un movimento che con azioni di propaganda e boicottaggio difendesse i diritti degli ebrei sul suolo tedesco. Prevalse (forse inevitabilmente) la prima, rafforzando così il sionismo, che a poco a poco impose l’idea che il nuovo Israele era la patria di tutti gli ebrei del mondo. Ma così facendo infilando tutto l’ebraismo in un sacco senza via d’uscita.
Oggi sembra che i pochi ebrei umanamenti pensanti rimasti stiano riconsiderando questa scelta, non solo ripudiando il sionismo ma anche rivalutando un concetto quasi dimenticato con l’avvento degli Stati-nazione: che l’umanità non ha bisogno di frontiere, nazioni, (razze anche, ma queste già sappiamo che non esistono proprio), anzi ne può fare tranquillamente a meno; sono solo catene che si aggiungono a quelle sociali e di classe, e insieme a queste vanno distrutte.


*Tom Segev, Ha-milyon ha-shevii, Keter, Jerusalem 1991

**Ricordiamo come una recente ricerca ha evidenziato un elemento che rafforza quello che diceva Hannah Arendt sulla banalità del male: le SS,le camicie brune, più tardi i corpi speciali della repressione argentina dopo il golpe erano ‘dei cretini’ : ovvero persone sostanzialmente stupide ed incapaci, che entravano nei corpi speciali perchè solo lì riuscivano ad avere condizioni migliori ed avanzamenti di carriera. Ma se allarghiamo il discorso agli strati sociali, tutto il sistema si reggeva -come accennato- sulla stratificazione ; non c’era bisogno di essere ‘moralmente cattivi’: bastava che questa scelta se la accollassero in pochi; agli altri, per sopravvivere o stare meglio, bastava andare avanti come al solito. Il meccanismo a strati garantiva che per vedere il nemico si guardasse sempre solo più in basso.

Il giardino dell’Eden

uscire dal tempo, 2

di Paolo Di Marco

1                  il plusvalore

Possiamo leggere la storia degli ultimi secoli come una progressiva espropriazione del proprio tempo, trasformato in tempo di lavoro collettivo controllato dal capitale.
Marx è l’ultimo economista che si occupa dell’origine del profitto (tema centrale dell’economia classica sino a Ricardo), e la sua analisi parte dalla giornata di lavoro, il cui tempo viene diviso in due parti:
una in cui il lavoratore lavora per sé, l’altra per il padrone. Questa seconda dà origine al profitto. Continua la lettura di Il giardino dell’Eden

SEGNALAZIONE: “Navigazione a vista” di G. La Grassa

portolano map1_Paolo_Forlani_earlier_map

di Paul Robert Spadoni

Qui di seguito pubblico un’accurata presentazione del nuovo libro di Gianfranco La Grassa, “Navigazione a vista”,  a cura di Paul Robert Spadoni. Le tesi dello studioso di una vita dell’opera di Marx  sono arrivate a conclusioni drastiche per quanti nel marxismo si sono formati o ne sono stati influenzati. E anche tra chi gli riconosce onesta e rigore intellettuale non mancano perplessità e sconcerto. Sullo stesso sito CONFLITTI E STRATEGIE, ispirato alle idee di La Grassa, si leggono  ad esempio queste parole sintomatiche di un assiduo commentatore: “Alla fine mi domando sempre: ma “dove va a parare” il discorso di La Grassa? Cosa ci offre di nuovo per il futuro? Non si è realizzata la previsione marxiana della formazione del rivoluzionario “operaio collettivo”? va bene! La classe borghese è scomparsa sostituita da una più anonima classe di “funzionari del capitale”? va bene anche questo! Dobbiamo abbandonare anche l’idea della classe operaia come “soggetto rivoluzionario”? Va bene! Dobbiamo abbandonare l’idea del comunismo? …mbè qui la cosa si complica e riesce meno facile da accettare specie in un periodo (come quello attuale) in cui il capitalismo (dei funzionari del capitale) mostra con sempre maggiore evidenza la sua incapacità di risolvere i problemi … intendo per la GENERALITA’ delle persone, non certo per i ristretti gruppi dominanti.” (gm:dicembre 29, 2014 at 1:44 am). A me pare giusto non fare orecchie da mercanti a un discorso scientifico e impegnarsi a conoscerlo e a discuterlo a fondo ( il che richiede studio e fatica!). Per accettarne o rifiutarne l’amaro realismo. Sulla base però di “altre ragioni” più valide (se siamo in grado di trovarne). Non per un attaccamento fideistico e passivo a un passato glorioso ma inerte. [E. A.]
Continua la lettura di SEGNALAZIONE: “Navigazione a vista” di G. La Grassa