Viene prima il genere o la specie?

di Elena Grammann

Il professore di matematica del ginnasio, che volentieri latinizzava, disse una volta che la definizione si fa per genus proximum et differentiam specificam. Ritrovammo più tardi il principio in Linné. È chiaro che in questi esempi ‘genere’ viene usato in un senso completamente diverso da quello a cui siamo stati abituati più di recente, che fa invece riferimento a un’opposizione interna alla specie – probabilmente originaria, dunque universale – legata all’opposizione del sesso o tendente a precisarla. In ogni caso il genere di Linné raggruppa sulla base di elementi comuni, mentre il genere come sopra inteso separa sulla base di opposizioni. Chiaro anche che la tassonomia di Linné è un esempio da manuale di pensiero maschile che fa a pezzi la cosa (anche letteralmente) e la ricompone in un astratto schema. È comunque di una certa utilità. Indica un sentiero nella selva delle analogie. Naturalmente se ne può scegliere un altro. Nessun sentiero affatto diventa complicato.

Concluso il cappello retorico possiamo abbandonare Linné al suo destino e concentrarci su specie e genere come orientativamente specificato. La domanda ora è: una femmina della specie homo sapiens è più simile a un maschio della sua stessa specie, o a una femmina di una specie diversa – magari, per non divagare troppo, limitandoci alla classe dei mammiferi?

La domanda è meno assurda o provocatoria di quanto sembri. Si chiede infatti se c’è – se ci può essere – qualcosa di comune fra uomo e donna. Qualcosa di comune che vada oltre la frattura che non ci si può nascondere. È pensabile che ci sia un ponte sopra questa faglia – un ponte non semplicemente pragmatico, ma che faccia riferimento a un elemento essenziale comune? Un elemento comune che non sia una subdola universalizzazione del maschile, di cui il femminile sarebbe una trascurabile variante non distintiva.

Il bacino indoeuropeo da cui proveniamo, e che semplicemente oscura la donna, ci aiuta poco; ma anche la tradizione monoteista nella quale stiamo da venti secoli è ambigua fin dall’inizio, se è vero che a una prima narrazione secondo la quale Dio creò l’essere umano “maschio e femmina”, se ne affianca subito un’altra nella quale Dio crea l’essere umano come maschio, e solo in un secondo tempo trae dalla sua costola la femmina “per essere d’aiuto al maschio”. Certo, “carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa” dice il maschio, e la distingue così dalla sequela di animali che gli era sfilata davanti in precedenza; ma il riferimento è sempre lui, e la femmina una variante derivata e non distintiva. La struttura maschilista delle chiese cristiane ha privilegiato, e in ambito cattolico e ortodosso ancora privilegia, questa seconda versione.

Saltiamo per decenza il serpente e la mela e veniamo al dopo-peccato originale, dove ci aspetta un’altra tegola: “Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà” (Gn 3,16).  Soggezione di fatto e, quel ch’è peggio, di diritto: come punizione per il peccato, oltre ai parti e alle gravidanze, la donna viene privata dell’in-sé e del per-sé e ridotta, fattivamente e concettualmente, a appendice dell’uomo[1].

Bisognerà aspettare Matteo 22,30: “Alla risurrezione infatti non si prende né moglie né marito, ma si è come angeli nel cielo”, per vedere qualcosa come un’essenza comune nell’autonomia. Acquisita però proprio a spese di quella “sessuazione” che fa lo specifico del maschile e del femminile.

Sembra che siamo finiti in un vicolo cieco. Ci conviene tornare indietro e ripartire.

Ripartiamo dalle suffragette. O da Olympe de Gouges, che voleva estendere i diritti dell’uomo e del cittadino alle donne e alle cittadine e finì ghigliottinata un giorno di novembre del 1793 per aver criticato i metodi del Terrore, e derisa per oltre un secolo e mezzo per aver sostenuto il diritto delle donne alla parità.

Almeno da un punto di vista istituzionale la battaglia dei diritti, se non proprio vinta, è a buon punto. Ma le femministe non sono le suffragette, non sono semplicemente donne “che non stanno al loro posto”. Al loro posto ci stanno eccome – ma hanno di questo posto un’idea in qualche modo inedita: non il femminile uguale/pari al maschile, che era un po’ il vecchio, ingenuo obiettivo; bensì il femminile diverso e migliore del maschile; alternativo al maschile per una migliore gestione del mondo.

Inconciliabili: se il maschile possiede, il femminile cura; se il maschile costruisce e distrugge, il femminile genera (c’è un po’ nel femminismo quest’idea della generazione come partenogenesi); se il maschile si impone e domina, il femminile si cancella e accoglie; se il maschile, per conoscere, disseziona e mortifica, il femminile ha dei fenomeni un’appercezione globale che li lascia intatti. Maschile e femminile si dividono il mondo: dualità irriconducibile a un’unità, crepa che lo divide da cima a fondo.

A rigor di logica (atteggiamento maschile!) ci si dovrebbe, fra maschi e femmine, guardare in cagnesco e ringhiare contro. Si dovrebbe davvero. Se generalmente non lo facciamo, credo sia perché:

  • non è civile
  • la partenogenesi non funziona
  • ma soprattutto abbiamo l’oscura coscienza di appartenere alla stessa specie, che è l’uno al di là del due. Qualcosa che ci è comune prima e oltre la sessuazione, e che potrebbe essere, al di là di atteggiamenti culturalmente acquisiti, il buon uso della comune ragione.

Nota

[1] Una volta ho sentito un prete commentare questo passo. Ero curiosa di vedere come se la sarebbe cavata. È stato astuto: tanto di cappello. Ha detto più o meno così: Finché la donna non smetterà di voler sedurre l’uomo, finché continuerà a porre il suo più alto e ultimo scopo nel piacere all’uomo, gli sarà soggetta e sottomessa. Geniale. Fa male vedere come una grossa parte dell’universo femminile sfrutti le conquiste di libertà delle donne unicamente per ribadire la propria soggezione.

8 pensieri su “Viene prima il genere o la specie?

  1. Chiarezza per chiarezza.
    *”In ogni caso il genere di Linné raggruppa sulla base di elementi comuni, mentre il genere come sopra inteso separa sulla base di opposizioni”, al tempo di Linneo il senso da dare alla differenza sessuale non era neanche immaginabile, siamo all’epoca della separazione tra pubblico e privato di cui ha scritto Carole Pateman (Il contratto sessuale, Editori Riuniti, ed. originale 1988).
    * “La domanda ora è: una femmina della specie homo sapiens è più simile a un maschio della sua stessa specie, o a una femmina di una specie diversa” è una domanda sensata? in nome di gravidanza e allattamento le femmine umane – e solo loro!- sarebbero più simili alle altre mammifere che ai maschi: solo a quelli umani o anche ai leoni, ai topi e ai pipistrelli? Mi pare che ipotizzi una riducibilità, in questo modo, del femminile al biologico: mossa culturale tipicamente… maschile.
    * “È pensabile che ci sia un ponte sopra questa faglia – un ponte non semplicemente pragmatico, ma che faccia riferimento a un elemento essenziale comune? Un elemento comune che non sia una subdola universalizzazione del maschile, di cui il femminile sarebbe una trascurabile variante non distintiva”. C’é: è l’anima… (a dopo!)
    * “La struttura maschilista delle chiese cristiane ha privilegiato, e in ambito cattolico e ortodosso ancora privilegia, questa seconda versione” le teologhe anche ebree parlano di interpolazioni successive, quando una struttura patriarcale introduce questa versione della costola. Se oggi ancora si privilegia, dipenderà forse dallo stesso spirito patriarcale?
    *”Bisognerà aspettare Matteo 22,30: “Alla risurrezione infatti non si prende né moglie né marito, ma si è come angeli nel cielo”, per vedere qualcosa come un’essenza comune nell’autonomia. Acquisita però proprio a spese di quella “sessuazione” che fa lo specifico del maschile e del femminile”. Autonomia, come sopra, dell’anima, della persona, del soggetto… ancora rimando a dopo.
    * “non il femminile uguale/pari al maschile, che era un po’ il vecchio, ingenuo obiettivo; bensì il femminile diverso e migliore del maschile; alternativo al maschile per una migliore gestione del mondo.” Parità e superiorità, o semplice differenza? Perchè opposizione invece che uguaglianza nella differenza? ​
    (lI prete ripete -sono sicura che non la ha inventata lui- la posizione delle femministe che Potente ha sintetizzato. Più che geniale, è moralista: le donne vorranno piacere senz’altro, ma non per sedurre e farsi prendere in carico, ma per quei tratti di affetto e relazionalità che, innestati nella generazione -fisica- formano tessuto sociale.)
    *Infine: “Qualcosa che ci è comune prima e oltre la sessuazione, e che potrebbe essere, al di là di atteggiamenti culturalmente acquisiti, il buon uso della comune ragione”. Ecco qui: questa ragione non ha preso, alla maniera di Robespierre, il posto dell’anima?
    Le donne devono solo socialmente esistere, in complessi rapporti tra loro e con gli uomini. Non è semplice, è in divenire.

    1. Qualche precisazione:

      *Il riferimento a Linné non era storico, ma strutturale.

      *La domanda mirava a stabilire l’appartenenza alla specie e non, in primis, al genere. Non sono io che insisto sul biologico, siete voi (voi per dire).

      * Sulla seconda versione: non voglio mica incolpare il Padre Eterno, dico semplicemente che c’è ed è stata privilegiata – cioè quello che dite anche voi (voi per dire).

      * A dopo (ultimissimo punto)

      * ” Perchè opposizione invece che uguaglianza nella differenza? ” Sei tu che dici che le donne sono migliori – se questa non è superiorità, dimmi tu cos’è.

      * “le donne vorranno piacere senz’altro, ma non per sedurre e farsi prendere in carico, ma per quei tratti di affetto e relazionalità che, innestati nella generazione -fisica- formano tessuto sociale” Ne dubito molto.

      *Infine: cosa c’entra Robespierre? Perché dovrebbe rappresentare la ragione (il buon uso della)? Kant di critiche ne ha scritte tre, non una. E non perché era un grafomane.

      Ma soprattutto: definisci ‘anima’.

  2. Prima ci fu il culto della dea ragione, poi Robespierre introdusse quello dell’essere supremo.
    Ho scritto di donne “singolarmente spesso superiori agli uomini, perché … “, non tutte, quindi.
    Su genere e specie: a quale specie diversa potrebbe somigliare una femmina sapiens? Ce ne sono altre di specie, oltre ai sapiens?
    L’anima sì che è un prodotto storico, come faccio a definirla? Quello che mi pare certo è che la “ragione” in alcuni casi pretende di sostituirla, in altri almeno di spazzarla via, ma nella seconda critica Kant fatica per liberarsene, e rinuncia a parecchio.
    Il deismo comunque sopravvive, persino con il Terrore. Ancoraggi simbolici, che sostituiscono quelli vecchi, trascendenti. Definisci tu, la ragione.

    1. Francamente, e senza polemica, non vedo cosa c’entri il culto della dea ragione. Oltre ad essere una contraddizione nei termini, è pure un culto, quindi nulla di ragionevole.
      Mi era sembrato di capire, ma evidentemente ho capito male, che tu considerassi il femminile migliore del maschile, ad esempio nella gestione delle società umane.
      Non si tratta di assomigliare a una specie diversa, ma di appartenere al genere femminile, trasversale alle specie (il mio, ripeto, era un discorso per assurdo).
      Se non ti è possibile definire anima in generale, definisci il senso in cui tu usi il termine.
      In linea di massima non ho niente contro il deismo, anche perché il logos, il senso, è la radice della ragione.
      Tento una definizione di ragione: la ragione è quella cosa che non crede niente sulla parola. E’ quella cosa che permette di discutere (che io e te usiamo per discutere). E’ quella cosa che cerca di andare in fondo ai simboli e di vederci chiaro nelle analogie. E se a un certo punto incontra il mistero, può scegliere se accettarlo o no. In questo senso è sinonimo di libertà. E’ anche quella cosa che discute e, per quanto può, calcola le conseguenze delle sue scelte. In questo senso è responsabilità. E appartiene in ugual misura agli uomini e alle donne. La possibilità della ragione appartiene alla specie.

  3. Non so proprio cosa è l’anima. La scintilla divina che ci viene data nell’opera della creazione e che ripete la nostra partecipazione a dio? Potrebbe essere, ma bisognerebbe anche essere sicuri della creazione e sicuri di dio, e tutto il resto.
    Mi piacerebbe, in fondo… E’ confortevole. Si legge troppo Dante, in una età in cui si è influenzabili.
    Tu lo chiami mistero e fai della ragione la possibilità di una scelta e quindi il segno di essere liberi.
    Non mi pare la strada migliore per capire la religione. Se è mistero in nome di che cosa si sceglie? Sarebbe come tirare la moneta.
    Se devo orientarmi piuttosto mi rivolgo alle sante e alle mistiche, che avevano una certezza: non di scegliere ma di essere scelte. Non volevano, spesso, ma dovevano arrendersi. Anche questa è Ragione. Nel senso che è più forte del soggetto. Altrimenti, la ragione di cui hai scritto è illuminante cioè critica, è linguaggio e quindi comunicazione, è operativa quindi permette di scegliere e progettare.
    Tuttavia credo che, proprio perchè è linguaggio e scelte, la ragione mia non sarebbe sempre uguale a quella di un arabo o di un cinese.
    Ho letto sul Corriere delle belle frasi di Albert Bourla, amministratore delegato di Pfizer. Ebreo di Salonicco, collabora con scienziati turchi musulmani che stanno in Germania. “Il fatto di essere un immigrato penso sia la caratteristica più importante di tutte. In Pfizer abbiamo vissuto in 8 città diverse di 5 Paesi. Questo ha dato a me e ai miei figli il regalo più bello: essere esposto a culture diverse. […] Sono stato eletto amministratore delegato di questa azienda da un consiglio di amministrazione che conosceva le mie umili origini da un piccolo Paese. Sapevano che parlo con il mio accento pesante e che in inglese sparo qua e là parole sbagliate. Eppure mi hanno scelto come amministratore delegato di una delle più grandi corporation. Quando mi hanno dato la notizia, sapete cosa ho detto a loro? ‘Only in America'”.
    Dici che sia un bell’esempio di Ragione trionfante? Ma… only in America, nel nostro mondo bianco occidentale e imperialista.

    1. Cara Cristiana,
      sono allergica ai santi e ai mistici, e ancor più alle sante e alle mistiche. Se ci penso, da quando ero piccola a venire in su ho desiderato essere diverse cose, ma mai una santa. Neanche quando andavo a messa e vespro, ascoltavo attentamente le letture e accettavo i misteri che non capivo. L’idea della santità mi terrorizzava già allora. L’annullamento mistico non mi attira. Mi piace il qui e ora. Mi piace il mondo. Io sono io. Ci tengo. Non mi è rimasto gran che altro. Quando crepo, creperò come io. Se Gli vado bene, gliene sarò molto grata. Altrimenti dovrà fare il suo Regno dei Cieli senza di me. E voglio vedere come fa. Che ci sia un mistero mi è chiaro, non sono mica Odifreddi. Mi dà fastidio che lo si metta all’inizio del discorso e non alla fine. Non so se hai fatto caso, ma preti e suore cominciano sempre con il mistero. E comunque se è un mistero è un mistero, mi dà fastidio che lo si voglia organizzare e pianificare. Jacques Maritain, filosofo di riferimento di Paolo VI, fa delle bellissime e circostanziate descrizioni della vita dopo la Resurrezione: come sarà il nostro corpo (nel fior degli anni – e perché? se penso a quanto ero cretina nel fior degli anni), non ci saranno né piante né animali ma ne conserveremo il ricordo, ecc. Si direbbe che c’è già stato. Ed è un filosofo del Novecento, mica del Medioevo.

      Sulla ragione: credo invece che, scavando un po’ da entrambe le parti, la ragione dei cinesi sia esattamente uguale alla nostra. Quello che si oppone alla ragione non è la diversa cultura, ma restare abbarbicati alla cultura (cinese o medievale o illuministica in senso storico…). E naturalmente la fede cieca, vedi islam o ebraismo o cattolicesimo tradizionale. Diceva recentemente un rabbino impegnato in un dialogo interreligioso che i precetti della torah debbono essere osservati anche se non si capisce che senso hanno. Questo è, per me, l’incompatibile con la ragione.
      E credo che il nostro mondo occidentale sia qualcosa di più e di meglio che solo bianco e imperialista. Hai mai riflettuto sul fatto che siamo l’unica cultura che fa apertamente, convintamente e liberamente autocritica?

      1. Ti rispondo di botto: sarà, sarebbe, che siamo autocritici (e… autocritiche soprattutto) perché siamo/eravamo dominanti? Ahi, se così fosse. Ed è possibile, storicamente, che sia già accaduto: l’età alessandrina. Parecchi secoli, a cavallo del cristianesimo.

        1. Mah, non vorrei che ce la tirassimo troppo con l’essere/essere stati dominanti. Non è che abbiamo dominato sempre e ovunque.
          La battaglia di Lepanto (1571) fu la prima significativa vittoria occidentale contro l’espansionismo turco. Fu psicologicamente importante, ma non lo fermò. L’impero ottomano continuò tranquillamente a espandersi (a dominare) a spese dell’Europa almeno fino alla battaglia di Vienna (1683). I turchi si espandevano in Europa, noi (i paesi atlantici) ci espandevamo oltre oceano. Cioè: ci espandevamo e dominavamo entrambi.
          Nel 1582 Montaigne dà alle stampe i Saggi, che conobbero un successo immenso ed ebbero e hanno ancora numerosissime ristampe. I Saggi sono una monumentale opera di esame, comparazione e critica degli atteggiamenti umani – ovviamente occidentali. Con acute, illuminate e illuminanti osservazioni molto critiche sull’atteggiamento occidentale nei confronti dei cosiddetti selvaggi. Un modello di relativismo.
          Nel 1721 Montesquieu pubblica le Lettere persiane, romanzo epistolare che ebbe grandissimo successo e numerosissime ristampe ecc., in cui, col ricorso a un punto di vista esterno, estraneo e estraniante, fa la medesima operazione.
          Io non so se in quegli anni (di espansione e dominio) nell’impero ottomano siano stati scritti libri paragonabili. Ne dubito. Ma quand’anche un malcapitato autore li avesse scritti, ci sono pochi dubbi che sarebbe stato all’istante impalato e il suo libro bruciato.
          L’autocritica non è solo un fatto di essere/essere stati dominanti. C’è dell’altro. Questo altro è, secondo me, la specificità occidentale e le sue radici greche e latine. Che non butterei a mare assieme all’imperialismo.

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