Iran, Intelligenza o Fumetti

di Paolo Di Marco
(sopra: la mappa, per ricordare la sua importanza strategica)

10- Iran

Usiamo Intelligenza anche nell’accezione anglosassone, ovvero comprensione mediante la raccolta di informazioni. (E si chiamano infatti Intelligence i servizi di spionaggio).
E le informazioni sono state proprio il fattore mancante a chi osservava, tanto da rendere dominante -e credibile- il fumetto che ci hanno spacciato.
Invece, e vedremo come, in breve sintesi: non c’è stata alcuna rivolta popolare, ma solo il secondo atto (dopo quello della guerra dei 12 giorni dell’estate) del tentativo di colpo di stato di Israele, dove il popolo iraniano è stato cospicuamente assente se non come vittima, duplice.
A Mearsheimer, Basile , Scott Ritter (già commissario ONU per il controllo degli armamenti, che l’FBI ha ‘sbancato’, portandogli via tutti i soldi dai conti!..per confermare che gli USA, come Israele, coi giornalisti giocano sporco) si è ora aggiunto Alastair Crooke (di Conflicts Forum a Beirut, già assistente del rappresentante estero della UE, ) che grazie ai suoi contatti ha fornito tutte le informazioni necessarie a completare il quadro.
Dalla permeabile frontiera occidentale dell’Iran (v. mappa) sono entrati da un lato i curdi addestrati dagli USA (non è la prima volta che questo popolo sfortunato si presta ad operazioni sporche: sono stati loro che Ataturk ha usato per la prima fase dello sterminio/genocidio degli Armeni..salvo diventare loro le vittime in una seconda fase), di cui 200 uccisi dai turchi al passaggio; dall’altro 3000 kosoviani (quelli che da esercito della mafia sono diventati il fronte di liberazione e poi il governo del Kosovo) addestrati in Albania; oltre agli agenti del Mossad e ai residui degli infiltrati della prima ondata dei 12 giorni.
Divisi in piccoli gruppi hanno applicato la stessa tattica (registrata dai colloqui su Starlink): prima andare nelle piazze e nelle zone dove ci fossero degli assembramenti (di qualunque tipo), prendere di mira una persona qualsiasi (civili e poliziotti) e assalirla brutalmente; mentre gli uomini pestavano le donne incitavano e filmavano; questo creava un assembramento maggiore ed incerto dalle reazioni imprevedibili. Se poi arrivava la polizia il gruppo sparava a caso uno o due colpi nella folla, cosicché la polizia (non sapendo da dove provenivano i colpi e dove fossero diretti, possibilmente anche a loro) era spinta a sparare a sua volta.
Questo è stato il fulcro e insieme la struttura di quelle che sono state chiamate rivolte popolari, il cui scopo non era tanto creare una rivolta quanto dimostrare agli USA che il regime non aveva più il controllo del paese: a questo scopo dopo gli interventi nelle piazze gli obiettivi sono diventati gli uffici civili: incendi negli ospedali e nelle stazioni di polizia, assalti ad uffici amministrativi.
I mercanti del bazaar e quelli che con loro avevano manifestato il primo giorno contro l’aumento dei prezzi (creato ad arte dai centri finanziari americani con la vendita allo scoperto di rial amplificando così l’effetto delle sanzioni USA prima e ONU poi, ma amplificato dal fallimento della Banca Ayandeh, fondata da Ali Ansari -prossimo all’ex presidente Ahmadinejad- che ha costruito il centro commerciale più grande del mondo, l’Iran Mall, con un prestito della sua stessa banca che non ha mai restituito -praticamente un’idrovora dei soldi altrui costruita a sbafo-. E questo è uno dei tanti esempi delle reti di corruzione e sperpero nate intorno al regime.) hanno poi partecipato invece alle manifestazioni imponenti contro i riottosi (i gruppi violenti organizzati): milioni di persone in tutto il paese.
Ma quello che ha fermato l’attacco è stato il blocco di Internet e soprattutto di Starlink: sequestrati 40000 telefoni satellitari (forniti da un vicino mediorientale) da cui venivano indicazioni e collegamenti, bloccate soprattutto le trasmissioni grazie a un sofisticato intervento elettronico (hackeraggio) fornito dai cinesi e perfezionato dai russi in Ucraina, i gruppi sono rimasti senza testa e vulnerabili – e anche le forze interne più organizzate come i filo Shah si sono dimostrate troppo inferiori alla bisogna.
Va anche ricordato che già alla fine della guerra dei 12 giorni l’Iran si era dimostrato assai temibile per Israele, con missili a lunga gittata capaci di colpire i bersagli con precisione impressionante (non erano mirati- non ancora- a distruggere ma a dare un’unica informazione: possiamo colpirvi al cuore); a cui va aggiunta la minaccia di blocco dello Stretto di Hormuz – ovvero il blocco del transito di tutto il petrolio del Golfo: Kuwait, Qatar, Emirati…; e anche che le basi americane nella zona sono tutte vulnerabili a questi missili.
Alla fine quindi per Trump le promesse avventate fattegli da Netanyahu a Capodanno sono risultate un bluff, ed ha fatto buon viso a cattivo gioco (ma salvando anche i propri militari da un bagno di sangue e Israele dalla distruzione di tutte le proprie infrastrutture). Si è salvato la faccia accontentandosi della ‘non impiccagione’ di qualche centinaio di riottosi. E l’Iran è tornato sempre più nell’orbita della Cina, che gli ha anche promesso un intervento finanziario così da far rialzare il valore del rial.
Con questo non è che la struttura arcaica del regime degli ayatollah, coi suoi livelli feudali di sfruttamento e di circoli di potere, ne venga rafforzata. O che la popolazione iraniana si senta meglio: ma forse ha dimostrato di preferire di portare lei -e nel caso rovesciare- le proprie croci che non vedersi addebitare da altri avvoltoi il costo della rimozione.
Se come si diceva nel secolo scorso il livello di diffusione della religione misura quanto un paese è ancora lontano dall’età della ragione, allora non sono solo gli iraniani a doversi lamentare, ché anzi in questo secolo la distanza si è ingigantita.

11- Venezuela ancora

Se con l’Iran gli USA avrebbero inferto un duro colpo ai rifornimenti cinesi di petrolio, facendo un micidiale uno-due col Venezuela, qui invece non si sa ancora quello che sta succedendo.
Apparentemente la struttura del potere non è cambiata, vice di Maduro alla presidenza e ministro della difesa al suo posto.
Ma l’incontro della Rodriguez col capo della CIA e la cacciata della Intelligenza cubana sono segnali di un cambio di campo. Quanto opportunistico e quanto convinto (e quindi preparato da tempo) non è chiaro. La situazione d’altronde è fluida, dato che le aziende petrolifere hanno gentilmente rifiutato l’offerta da Trump del petrolio venezuelano: costa il 30% in più del prezzo di mercato…e poi è ancora in mano ai venezuelani, gli han detto. Quello che ha maggiormente spinto per l’intervento, Marco Rubio, (il cui principale finanziatore è Paul Singer, del fondo avvoltoio Elliiott) voleva anche la Machado, ma per ora è rimasto a bocca asciutta. Chi al momento è il maggior perdente è Cuba, che non ha più il suo fornitore ed è troppo vicina agli USA perchè la Cina si esponga.
Anche la richiesta delle banche cinesi del rientro dei prestiti (garantiti col petrolio) può essere una forma di pressione -interlocutoria quindi.                                                                                    Attendiamo informazioni attendibili.

10 pensieri su “Iran, Intelligenza o Fumetti

  1. Sull’Iran va aggiunto che uno degli elementi che han fatto esplodere la crisi è stato il fallimento della Banca Ayandeh, fondata da Ali Ansari -prossimo all’ex presidente Ahmadinejad- che ha costruito il centro commerciale più grande del mondo, l’Iran Mall, con un prestito della sua stessa banca che non ha mai restituito (praticamente un’idrovora dei soldi altrui costruita a sbafo). E questo è uno dei tanti esempi delle reti di corruzione e sperpero nate intorno al regime.

  2. SEGNALAZIONE

    Dalla pagina FB di Maurizio Acerbo ( Rifondazione Comunista)
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    [Pubblico la traduzione di un’analisi del noto studioso statunitense di relazioni internazionali sui recenti avvenimenti in Iran. Quanto scrive non inficia la nostra solidarietà con le forze democratiche iraniane ma conferma la nostra denuncia delle manovre di governi fascisti di USA e Israele]

    Il Tag Team fallisce in Iran
    di John J. Mearsheimer
    20 gennaio

    I media mainstream occidentali sono determinati a dipingere le proteste in Iran come una questione strettamente interna. Secondo questa interpretazione, il popolo iraniano si sarebbe ribellato spontaneamente al proprio governo perché ridotto alla disperazione dalla corruzione e dalla cattiva gestione dell’economia da parte dei propri leader, nonché dalle loro politiche oppressive. Praticamente tutti i manifestanti in questa storia erano pacifici, ma le loro proteste sono state represse con la violenza dal governo. Le forze esterne hanno avuto poco a che fare con le proteste.
    Questa interpretazione di ciò che è accaduto in Iran è errata e contraddetta da numerose prove. Con questo non si vuole negare che ci fossero molti manifestanti pacifici che nutrivano legittime rimostranze nei confronti del governo, ma questa è solo una parte della storia.
    In realtà, ciò che è accaduto in Iran è un tentativo da parte della coalizione israelo-americana di rovesciare il governo di Teheran e smembrare l’Iran, proprio come gli Stati Uniti, la Turchia e Israele hanno fatto con la Siria. Il copione in Iran è uno che abbiamo già visto in passato. Si basa su quattro elementi.
    In primo luogo, gli Stati Uniti lavorano da tempo per distruggere l’economia iraniana con le sanzioni. Infatti, il presidente Trump ha raddoppiato questi sforzi dopo essere entrato alla Casa Bianca lo scorso gennaio (2025).
    Il suo obiettivo era quello di esercitare la “massima pressione” sull’economia iraniana, e così ha fatto. Non c’è dubbio che i leader iraniani abbiano gestito male la loro economia sotto certi aspetti, ma le sanzioni occidentali hanno causato danni ben più gravi dell’inettitudine del governo. L’obiettivo finale delle sanzioni, ovviamente, è quello di infliggere così tanta sofferenza e punizione al popolo iraniano da spingerlo a ribellarsi e rovesciare il proprio governo.
    In secondo luogo, alla fine di dicembre 2025 il tag team si è messo al lavoro per fomentare e sostenere violente proteste che avrebbero provocato una risposta violenta da parte del governo, nella speranza di innescare una spirale di violenza che il governo non sarebbe stato in grado di controllare. Per essere più precisi, ci sono prove evidenti che agenti del Mossad erano sul campo in Iran e sicuramente c’erano agenti della CIA che lavoravano al loro fianco. Hanno lavorato a stretto contatto con gli agitatori locali – i rivoltosi che erano determinati a distruggere e assassinare – per trasformare le proteste pacifiche in proteste violente, che avrebbero poi portato il governo a ricorrere alla violenza. Ci sono abbondanti riprese video degli agitatori all’opera.
    Inoltre, il team ha inviato molte migliaia di terminali Starlink in Iran prima dell’inizio delle proteste. Se il governo avesse chiuso Internet e il sistema telefonico, come previsto, i terminali Starlink avrebbero permesso ai manifestanti di comunicare tra loro e con le forze esterne che li aiutavano.
    Non sorprende che Trump abbia incoraggiato i manifestanti, affermando il 13 gennaio 2026: «Patrioti iraniani, CONTINUATE A PROTESTARE – PRENDETE IL CONTROLLO DELLE VOSTRE ISTITUZIONI!!!… L’AIUTO È IN ARRIVO». Il primo direttore della CIA di Trump, Mike Pompeo, ha dichiarato il 2 gennaio 2026: «Buon anno a tutti gli iraniani che sono scesi in piazza. E anche a tutti gli agenti del Mossad che camminano al loro fianco». E proprio mentre le proteste stavano iniziando alla fine di dicembre 2025, il Mossad ha inviato un messaggio in farsi agli iraniani dicendo: «Scendete tutti insieme in strada. È giunto il momento. Siamo con voi. Non solo a distanza e a parole. Siamo con voi sul campo».
    In terzo luogo, i media occidentali hanno assecondato il tag team e hanno diffuso la notizia che le proteste erano principalmente una risposta alle politiche di un governo malvagio a Teheran, non a causa di interferenze esterne. Inoltre, le proteste erano pacifiche ed è stato il governo ad avviare la violenza. Naturalmente, Israele e Stati Uniti sono stati dipinti come i buoni. Questa propaganda non era solo volta a conquistare il sostegno dell’Occidente alle proteste, ma anche a influenzare gli eventi all’interno dell’Iran, alimentando la narrativa secondo cui il regime era estremamente brutale, ma i manifestanti erano destinati a rovesciare il governo.
    In quarto luogo, l’esercito statunitense (e forse anche quello israeliano) era pronto ad attaccare l’Iran una volta che le proteste avessero raggiunto una massa critica, ponendo fine al regime e creando il caos in Iran nella speranza di dividere il Paese.
    Ma la strategia è fallita, soprattutto perché il governo iraniano è riuscito a sedare le proteste in modo rapido e deciso. Un elemento chiave del successo del governo è stato il blocco di Starlink, che ha reso estremamente difficile per i manifestanti comunicare tra loro e con il mondo esterno. Una volta che ciò è avvenuto, le proteste erano destinate al fallimento e sia il primo ministro Netanyahu che Trump hanno capito che il tag team non poteva usare la forza militare per dare il colpo di grazia. Il regime iraniano era sopravvissuto.
    In breve, la campagna di cambio di regime del tag team è fallita. Israele e Stati Uniti hanno perso questo round contro l’Iran. Naturalmente, è improbabile che i risultati vengano descritti in questo modo dai media israeliani o occidentali.
    Questi recenti eventi hanno rilevanza per la guerra dei 12 giorni tra l’Iran e il tag team che ha avuto luogo dal 13 al 24 giugno 2025. Quel conflitto è solitamente descritto in Occidente come una grande vittoria per Israele e gli Stati Uniti. Tuttavia, questa non è una descrizione accurata dell’esito di quel conflitto precedente. Era Israele più dell’Iran a voler porre fine alla guerra dei 12 giorni, perché Israele stava esaurendo le sue scorte di missili difensivi, mentre l’Iran stava diventando sempre più abile nell’uso delle sue grandi scorte di missili balistici e da crociera per colpire Israele. In realtà, alcuni sostennero all’epoca che l’Iran non avrebbe dovuto accettare il cessate il fuoco, perché stava prendendo il sopravvento su Israele. A mio avviso, questo risultato non sembra una vittoria israeliana.
    A questo proposito, dalle notizie riportate dai media occidentali e dallo stesso Israele risulta evidente che Netanyahu abbia chiesto a Trump di non bombardare l’Iran la scorsa settimana (14 gennaio 2026) perché temeva che Israele non disponesse di forze sufficienti per difendersi da un contrattacco iraniano. In altre parole, Israele è esposto oggi ai missili iraniani tanto quanto lo era quando i combattimenti cessarono il 24 giugno 2025. Questa è un’ulteriore prova del fatto che Israele non ha trionfato sull’Iran nella guerra dei 12 giorni né nel recente tentativo di cambio di regime.
    Un’ultima considerazione sulla guerra dei 12 giorni. Si potrebbe sostenere che, sebbene Israele abbia avuto la peggio nel suo scontro diretto con l’Iran, l’attacco statunitense alle strutture nucleari iraniane del 22 giugno 2025 è stato un successo clamoroso, che ha portato alla vittoria entrambi i membri della squadra. Trump, dopotutto, ha affermato che l’esercito statunitense ha “completamente e totalmente distrutto” gli impianti nucleari iraniani. La Defense Intelligence Agency (DIA) ha dissentito poco dopo l’attacco, valutando che esso non aveva distrutto il programma nucleare iraniano, ma lo aveva solo ritardato di pochi mesi. Trump e i suoi alleati hanno respinto la valutazione della DIA e quella è stata l’ultima notizia che abbiamo ricevuto da quell’organizzazione di intelligence sugli effetti dell’attacco statunitense.
    Trovo curioso che non vi siano praticamente informazioni significative nei registri pubblici su ciò che l’attacco statunitense del 22 giugno 2025 ha causato alle infrastrutture nucleari iraniane, in particolare agli impianti di arricchimento dell’uranio, nonché ai 400 chilogrammi di uranio che l’Iran aveva arricchito al 60%. Verrebbe da pensare che, se tutto fosse stato distrutto, come sostiene il presidente, il tag team lo pubblicizzerebbe e sosterrebbe le sue affermazioni con almeno alcuni dati. Inoltre, ci si chiede perché il tag team sia così ansioso di attaccare nuovamente l’Iran se nella guerra dei 12 giorni è stata ottenuta una vittoria schiacciante. Ci si interroga anche su cosa stia facendo l’Iran in questi giorni in termini di sviluppo o riparazione dei suoi impianti di arricchimento nucleare. Si tratta di questioni particolarmente importanti perché ciò che la coppia ha fatto all’Iran – e probabilmente continuerà a fare – fornisce ai leader iraniani un potente incentivo ad acquisire un deterrente nucleare.
    La conclusione è duplice: 1) la coppia non è riuscita a rovesciare il regime in Iran, anche se sicuramente non ha rinunciato a questo obiettivo; e 2) ci sono buone ragioni per pensare che Israele e Stati Uniti non abbiano vinto la guerra dei 12 giorni.

  3. Errata Corrige: un tipo ha cambiato uno dei soggetti dell’invasione esterna: non kosovari ma MEK (mujahiddin) addestrati dai kosovari…

  4. SEGNALAZIONE

    Christian Raimo (Pagina FB)

    È vero che non ci rendiamo conto della portata della strage in Iran avvenuta nei giorni passati. Più di 30mila morti in due giorni sono una strage che esubera qualunque conteggio storico su eventi che sono di repressione e non di guerra.
    Babyn Yar, uno dei più grandi massacri della storia, ebbe, in due giorni, 31mila vittime. Il libro di Littell che lo racconta, Un luogo scomodo, ne rintraccia ancora oggi la difficoltà della ricostruzione di quell’evento a distanza di ottanta anni. Le stragi in Ruanda non arrivarono a questi numeri giornalieri. Ma qui c’è ancora altro, è un regime che non uccide un altro popolo, ma il suo stesso popolo. Per immaginare la portata di questo massacro dobbiamo pensare alla dittatura argentina, che fece 30mila vittime desaparecidos in sette anni.
    L’8 e il 9 gennaio 2026 diventeranno una data da commemorare, mentre noi oggi ancora non la mettiamo a fuoco.

        1. l’origine dei ‘30000 morti’ è una ‘giornalista’ del Guradian, indiana che non parla farsi, e che prima si occupava di moda..poi improvvisamente è arrivata al Guardian come esperta di Iran; per sua ammissione la conta dei morti l’ha fatta semplicemente moltiplicando per 11 i dati ufficiali; tutte le altre fonti che girano sono emanazioni CIA/USAID, oltre ai centri di esuli iraniani negli USA, filo Shah e pagati da ‘filantropi’ americani.

  5. È in arrivo un nuovo attacco Isramericano: stavolta (fonti Scott Ritter e Alastair Crooke) le forze esterne sono Azeri e Beluchi (sempre addestrati CIA), che vanno a rimpiazzare curdi e Muk uccisi nel primo attacco -che secondo Ritter e servito a ‘scuotere il ramo’ cioè a far scoprire gli agenti della repressione che diventano così il nuovo bersaglio…a meno che gli USA, prima o dopo, non attacchino direttamente, col rischio però di una pesante ritorsione missilistica dall’Iran.

  6. SEGNALAZIONE

    Qualcosa si sta rompendo in Iran, ma non come vorrebbe la narrazione mediatica
    5 Febbraio 2026

    Siyavash Shahabi sia-shahabi.bsky.social

    Parlerò con voce sincera, perché sono le voci sincere a sopravvivere quando il rumore si placa. Parlerò senza slogan o striscioni, senza il peso dell’ideologia tra noi e la verità. Non perché le idee non contano, ma perché contano così tanto da meritare onestà.

    Qualcosa sta cambiando in Iran, ma non nel modo che la televisione preferisce raccontare. Non con una colonna sonora pulita, non con eroi che risplendono nel buio, non con cattivi che spiegano tutto in modo conveniente. Ciò che sta cambiando è più silenzioso e più pesante. Vive nei corpi. Vive nelle mattine esauste e nelle notti insonni. Vive nella lunga camminata verso casa quando le strade si sono svuotate.

    Alla gente piace chiedersi se questa sia una rivoluzione. Altri si chiedono se sia un sabotaggio straniero. Queste domande sono confortanti perché sono familiari. Danno alla mente qualcosa di definito a cui aggrapparsi. Ma la familiarità è diversa dalla verità. E il conforto è spesso nemico della comprensione.

    Quello a cui stiamo assistendo non è una storia che inizia con l’ideologia. Inizia con la sopravvivenza. Con salari che non bastano più a comprare da mangiare. Con prezzi che aumentano più velocemente di quanto si riesca a respirare. Con l’elettricità che viene a mancare, l’acqua che ha un sapore strano e l’aria che brucia i polmoni. Con il lavoro che scompare portandosi via la dignità. La politica è arrivata dopo, come spesso accade, quando il corpo aveva già preso la sua decisione.

    Una persona giovane non si sveglia con il desiderio di rovesciare un sistema. Si sveglia con il desiderio di un futuro. Quando quel futuro manca da troppo tempo, l’assenza diventa insopportabile. E l’assenza, come la fame, esige risposte.

    Ecco perché le strade si sono riempite così rapidamente. Non perché tutti fossero improvvisamente d’accordo su cosa dovesse succedere dopo, ma perché tutti sapevano che così non poteva continuare. Le comunità rurali, le città di confine, i quartieri dimenticati: i luoghi che hanno vissuto una crisi silenziosa per anni hanno riconosciuto immediatamente il momento. Ci vivevano già dentro. I cambi di budget non hanno inventato la loro sofferenza. L’hanno confermata.

    Non è stato un sogno condiviso a unire le persone, ma un rifiuto condiviso. Questo è importante e mette a disagio molti osservatori. Ci piacciono i movimenti con una piattaforma programmatica, manifesti e un futuro ben definito. Ma la storia non sempre aspetta le nostre preferenze. A volte le persone si muovono insieme semplicemente perché è diventato impossibile rimanere fermi.

    Iran, “il massacro dei manifestanti non bloccherà il cammino verso la libertà”
    Lo Stato ha risposto nel modo in cui ha imparato a rispondere. All’inizio con piccole ammissioni: errori economici, cattiva gestione, la promessa di sistemare le cose in seguito. Poi, quando quelle parole sono crollate sotto il loro stesso peso, il potere è andato dove va sempre in queste situazioni: verso gli uomini con le armi, le uniformi e l’impunità.

    Ciò che è seguito non è stata confusione, ma chiarezza. I blackout di Internet non sono malintesi. Sparare sulla folla non è un errore politico. Fare irruzione negli ospedali non è una risposta dettata dal panico. Sono decisioni. Mostrano, molto chiaramente, come uno Stato concepisce il rapporto con le persone su cui esercita il potere.

    Allo stesso tempo, il mondo esterno ha fornito un comodo specchio. Ci sono state le minacce degli Stati Uniti e le dichiarazioni di Israele. Il vecchio linguaggio della guerra è tornato, impaziente e familiare. Questo non ha creato la rivolta, ma ha avvolto la repressione in una bandiera. Ha permesso di ribattezzare “difesa” l’uccidere. E quando uccidere ha un nome che suona rispettabile, diventa più facile farlo di nuovo.

    Per l’Iran i giorni più neri: migliaia di morti nelle proteste e incognite come macigni sul suo futuro
    Questo non significa che il regime stia per cadere. Il potere, specialmente quello armato, non svanisce perché è ingiusto. L’apparato di sicurezza è capillare ed esperto. Sa come aspettare. Sa come logorare una società senza distruggersi.

    Il pericolo non è un crollo improvviso, ma qualcosa di più lento e crudele. Una stretta dall’alto. O una lunga stagione di instabilità in cui le persone sanguinano senza ottenere la libertà, in cui l’emergenza diventa normale e in cui la speranza viene rimandata ancora e ancora fino a quando non sa più come esprimersi.

    Quando la speranza collettiva crolla, l’immaginazione non scompare, ma si riduce e diventa pressante. Cerca il salvataggio invece della giustizia, aggrappandosi a qualsiasi simbolo prometta forza, anche se quel simbolo non ha nulla a che vedere con la liberazione.

    È così che i nomi cominciano a circolare. Non come programmi, non come piani, ma come grida. Quando qualcuno grida un nome come “lo Scià” o “Trump”, non sta necessariamente descrivendo una visione politica. Molto spesso sta descrivendo la stanchezza. Sta dicendo, nell’unico linguaggio che gli è rimasto, “Fate finire tutto questo”.

    Non è nostalgia. È soffocamento. E le persone soffocate non scrivono progetti per il futuro. Cercano aria.

    Allo stesso tempo, un’altra serie di numeri continua a crescere silenziosamente, lontano dalle telecamere: tassi di suicidio, depressione, la sensazione di essere in trappola. Queste cifre sono spesso trattate come una storia a parte, viste come questioni mediche o private. È un errore. Stanno nella stessa storia delle proteste.

    Lo stesso giovane che corre verso il pericolo in strada poi torna a casa. Lo stesso corpo che resiste ai colpi dei manganelli crolla su un letto. Quando Internet viene interrotto, quando gli amici scompaiono, quando il domani sembra esattamente uguale all’oggi, ma peggiore, la caduta può essere rovinosa. Può finire nel silenzio, nelle urla o nella morte.

    Non si tratta di fallimenti personali. Sono fatti politici scritti sulla carne umana.

    Ecco perché l’ossessione per i leader è così distruttiva. L’Iran è un coro, spesso dissonante, a volte contraddittorio, sempre vitale. Insistere sul fatto che questa società “ha bisogno di un leader” significa fraintendere il motivo per cui la gente è scesa in piazza. Lo ha fatto per affermare la propria esistenza, non per farsi rappresentare da un altro volto.

    Ridurre questa complessità a un finto duello tra Khamenei e Pahlavi sostituisce la politica reale con una caricatura. E le caricature sono utili, perché rendono più facile accettare la violenza.

    La stessa logica si applica alle storie sul Mossad e sulla CIA. Questi racconti servono due padroni contemporaneamente. Lusingano il regime descrivendolo come il centro di un dramma mondiale e lusingano le potenze straniere facendole passare per onnipotenti. Ma soprattutto, cancellano l’autodeterminazione degli iraniani.

    Se fossero stati i servizi segreti stranieri a controllare gli eventi, sarebbe impossibile spiegare le uccisioni di massa in centinaia di città. Se tali reti esistessero davvero, uno Stato di sicurezza che tiene sotto controllo insegnanti e lavoratori con tanta meticolosa attenzione per i dettagli avrebbe arrestato almeno uno di questi presunti agenti con largo anticipo.

    Un racconto di questo tipo crolla alla minima pressione, eppure sopravvive perché è utile. Una volta che i manifestanti vengono ribattezzati “agenti stranieri”, le loro morti smettono di sollevare interrogativi. La violenza diventa logica, la memoria diventa pericolosa.

    Non è una novità. La Repubblica Islamica ha usato lo stesso linguaggio alla fine degli anni ’80 per giustificare le esecuzioni di massa. Le parole hanno preparato il terreno. I corpi hanno seguito.

    Ciò che rende questo momento particolarmente doloroso è l’ulteriore livello di ipocrisia. Lo stesso regime e i suoi sostenitori che hanno passato anni a denunciare le narrazioni israeliane e americane sugli “scudi umani” ora citano avidamente i media israeliani e i politici statunitensi quando ciò agevola la repressione interna. La verità, in questa economia, è qualcosa da affittare.

    Contro tutto questo si erge un fatto semplice e fragile: le persone continuano a rivendicare la propria umanità, anche quando hanno paura o sono confuse. Questa insistenza non è un programma, ma è un inizio.

    Merita protezione, non semplificazione. Merita critica, non cancellazione. Merita un futuro che possa finalmente darsi un nome.

    Fino ad allora, le strade continueranno a parlare con molte voci, alcune chiare, altre spezzate. E il compito, per chiunque affermi di avere a cuore la libertà, è quello di ascoltare queste voci abbastanza a lungo da sentire ciò che stanno davvero dicendo.

    Traduzione dall’originale in inglese a cura di Valigia Blu.

    ( da https://www.valigiablu.it/iran-proteste-2026-narrazione-mediatica/?fbclid=IwY2xjawP39xNleHRuA2FlbQIxMQBzcnRjBmFwcF9pZBAyMjIwMzkxNzg4MjAwODkyAAEeE_4W7roBe5_yzyGqr2E5BpXPSCHO6ZWclyLOhTzN_616IwB-ywetl4cIVGk_aem__aTnStvQUjKkp-IL4NOzHw)

  7. Ho letto, e sono andato a vedere l’origine; e ancora sono incerto.
    Il contenitore, Valigia Blu, ha un piglio da controinformazione, con opinioni che si inseriscono nel filone critico condiviso a sinistra. Ma ha anche delle stonature, i particolare su Russia ed Ucraina, con fonti palesemente tendenziose.
    Sull’Iran l’intervento (ma la fonte è oscura) potrebbe anche essere veritiero, e il tono certamente è alto. Tuttavia, come dice sempre su Valigia Blu l’analisi della manifestazione di Torino, chi è in una parte della piazza può anche non capire cosa succede dall’altro. E io ritengo che le fonti che ho citato sugli interventi esterni e la dinamica delle piazze siano credibili.
    Ma le due cose possono anche stare insieme, chè certamente la situazione del popolo in Iran non è rosea.

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