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Iran, Intelligenza o Fumetti

di Paolo Di Marco
(sopra: la mappa, per ricordare la sua importanza strategica)

10- Iran

Usiamo Intelligenza anche nell’accezione anglosassone, ovvero comprensione mediante la raccolta di informazioni. (E si chiamano infatti Intelligence i servizi di spionaggio).
E le informazioni sono state proprio il fattore mancante a chi osservava, tanto da rendere dominante -e credibile- il fumetto che ci hanno spacciato.
Invece, e vedremo come, in breve sintesi: non c’è stata alcuna rivolta popolare, ma solo il secondo atto (dopo quello della guerra dei 12 giorni dell’estate) del tentativo di colpo di stato di Israele, dove il popolo iraniano è stato cospicuamente assente se non come vittima, duplice.
A Mearsheimer, Basile , Scott Ritter (già commissario ONU per il controllo degli armamenti, che l’FBI ha ‘sbancato’, portandogli via tutti i soldi dai conti!..per confermare che gli USA, come Israele, coi giornalisti giocano sporco) si è ora aggiunto Alastair Crooke (di Conflicts Forum a Beirut, già assistente del rappresentante estero della UE, ) che grazie ai suoi contatti ha fornito tutte le informazioni necessarie a completare il quadro.
Dalla permeabile frontiera occidentale dell’Iran (v. mappa) sono entrati da un lato i curdi addestrati dagli USA (non è la prima volta che questo popolo sfortunato si presta ad operazioni sporche: sono stati loro che Ataturk ha usato per la prima fase dello sterminio/genocidio degli Armeni..salvo diventare loro le vittime in una seconda fase), di cui 200 uccisi dai turchi al passaggio; dall’altro 3000 kosoviani (quelli che da esercito della mafia sono diventati il fronte di liberazione e poi il governo del Kosovo) addestrati in Albania; oltre agli agenti del Mossad e ai residui degli infiltrati della prima ondata dei 12 giorni.
Divisi in piccoli gruppi hanno applicato la stessa tattica (registrata dai colloqui su Starlink): prima andare nelle piazze e nelle zone dove ci fossero degli assembramenti (di qualunque tipo), prendere di mira una persona qualsiasi (civili e poliziotti) e assalirla brutalmente; mentre gli uomini pestavano le donne incitavano e filmavano; questo creava un assembramento maggiore ed incerto dalle reazioni imprevedibili. Se poi arrivava la polizia il gruppo sparava a caso uno o due colpi nella folla, cosicché la polizia (non sapendo da dove provenivano i colpi e dove fossero diretti, possibilmente anche a loro) era spinta a sparare a sua volta.
Questo è stato il fulcro e insieme la struttura di quelle che sono state chiamate rivolte popolari, il cui scopo non era tanto creare una rivolta quanto dimostrare agli USA che il regime non aveva più il controllo del paese: a questo scopo dopo gli interventi nelle piazze gli obiettivi sono diventati gli uffici civili: incendi negli ospedali e nelle stazioni di polizia, assalti ad uffici amministrativi.
I mercanti del bazaar e quelli che con loro avevano manifestato il primo giorno contro l’aumento dei prezzi (creato ad arte dai centri finanziari americani con la vendita allo scoperto di rial amplificando così l’effetto delle sanzioni USA prima e ONU poi, ma amplificato dal fallimento della Banca Ayandeh, fondata da Ali Ansari -prossimo all’ex presidente Ahmadinejad- che ha costruito il centro commerciale più grande del mondo, l’Iran Mall, con un prestito della sua stessa banca che non ha mai restituito -praticamente un’idrovora dei soldi altrui costruita a sbafo-. E questo è uno dei tanti esempi delle reti di corruzione e sperpero nate intorno al regime.) hanno poi partecipato invece alle manifestazioni imponenti contro i riottosi (i gruppi violenti organizzati): milioni di persone in tutto il paese.
Ma quello che ha fermato l’attacco è stato il blocco di Internet e soprattutto di Starlink: sequestrati 40000 telefoni satellitari (forniti da un vicino mediorientale) da cui venivano indicazioni e collegamenti, bloccate soprattutto le trasmissioni grazie a un sofisticato intervento elettronico (hackeraggio) fornito dai cinesi e perfezionato dai russi in Ucraina, i gruppi sono rimasti senza testa e vulnerabili – e anche le forze interne più organizzate come i filo Shah si sono dimostrate troppo inferiori alla bisogna.
Va anche ricordato che già alla fine della guerra dei 12 giorni l’Iran si era dimostrato assai temibile per Israele, con missili a lunga gittata capaci di colpire i bersagli con precisione impressionante (non erano mirati- non ancora- a distruggere ma a dare un’unica informazione: possiamo colpirvi al cuore); a cui va aggiunta la minaccia di blocco dello Stretto di Hormuz – ovvero il blocco del transito di tutto il petrolio del Golfo: Kuwait, Qatar, Emirati…; e anche che le basi americane nella zona sono tutte vulnerabili a questi missili.
Alla fine quindi per Trump le promesse avventate fattegli da Netanyahu a Capodanno sono risultate un bluff, ed ha fatto buon viso a cattivo gioco (ma salvando anche i propri militari da un bagno di sangue e Israele dalla distruzione di tutte le proprie infrastrutture). Si è salvato la faccia accontentandosi della ‘non impiccagione’ di qualche centinaio di riottosi. E l’Iran è tornato sempre più nell’orbita della Cina, che gli ha anche promesso un intervento finanziario così da far rialzare il valore del rial.
Con questo non è che la struttura arcaica del regime degli ayatollah, coi suoi livelli feudali di sfruttamento e di circoli di potere, ne venga rafforzata. O che la popolazione iraniana si senta meglio: ma forse ha dimostrato di preferire di portare lei -e nel caso rovesciare- le proprie croci che non vedersi addebitare da altri avvoltoi il costo della rimozione.
Se come si diceva nel secolo scorso il livello di diffusione della religione misura quanto un paese è ancora lontano dall’età della ragione, allora non sono solo gli iraniani a doversi lamentare, ché anzi in questo secolo la distanza si è ingigantita.

11- Venezuela ancora

Se con l’Iran gli USA avrebbero inferto un duro colpo ai rifornimenti cinesi di petrolio, facendo un micidiale uno-due col Venezuela, qui invece non si sa ancora quello che sta succedendo.
Apparentemente la struttura del potere non è cambiata, vice di Maduro alla presidenza e ministro della difesa al suo posto.
Ma l’incontro della Rodriguez col capo della CIA e la cacciata della Intelligenza cubana sono segnali di un cambio di campo. Quanto opportunistico e quanto convinto (e quindi preparato da tempo) non è chiaro. La situazione d’altronde è fluida, dato che le aziende petrolifere hanno gentilmente rifiutato l’offerta da Trump del petrolio venezuelano: costa il 30% in più del prezzo di mercato…e poi è ancora in mano ai venezuelani, gli han detto. Quello che ha maggiormente spinto per l’intervento, Marco Rubio, (il cui principale finanziatore è Paul Singer, del fondo avvoltoio Elliiott) voleva anche la Machado, ma per ora è rimasto a bocca asciutta. Chi al momento è il maggior perdente è Cuba, che non ha più il suo fornitore ed è troppo vicina agli USA perchè la Cina si esponga.
Anche la richiesta delle banche cinesi del rientro dei prestiti (garantiti col petrolio) può essere una forma di pressione -interlocutoria quindi.                                                                                    Attendiamo informazioni attendibili.

Primarie democratiche. Proteste.

Bollettino elezioni americane (3)


di Raffaella Ferraiolo Depero

Alle primarie democratiche nel Michigan, circa un democratico su otto ha votato “uncommitted”[non schierato] per protesta contro le politiche dell’amministrazione Biden nei confronti di Israele e la guerra a Gaza.
Inorriditi dal rifiuto di Biden di smettere di finanziare il massacro di Netanyahu a Gaza con i soldi dei nostri contribuenti – un’azione che potrebbe riportare Trump alla presidenza – migliaia chiedono un cessate il fuoco immediato, tra cui il sindacato statale degli insegnanti, la United Auto Workers, il National, Il sindacato degli infermieri e il sindacato degli assistenti di volo, più molti altri, hanno votato “Uncommitted” per aiutare a salvare Biden da se stesso… e salvare il resto di noi da una presidenza Trump 2.0.
Come ha scritto venerdì Michelle Goldberg sul NYTimes, “Biden rischia di perdere il Michigan e, con esso, l’intera elezione”.
Oltre alle proteste degli studenti nei colleges americani, moltissimi chiedono il Cessate il Fuoco in tutta l’America e nello stato in cui vivo, NY.
Cito ad esempio l’evento di oggi.
Oltre 40 gruppi provenienti da tutta New York, incluso Jewish Voice for Peace,
JVP-NYC, hanno sponsorizzando una veglia per il Cessate il Fuoco presso il municipio, oggi, mercoledì 28 febbraio. Chiederemo a più membri del Consiglio Comunale di aggiungere pubblicamente i loro nomi alla richiesta di un cessate il fuoco immediato a Gaza.
Le attività della giornata inizieranno alle ore 10, sul lato Broadway del Municipio, con una conferenza stampa, a cui
tutti sono invitati a partecipare. Dopodiché ci sposteremo sul lato del municipio del ponte di Brooklyn per una veglia che durerà fino alle 10 del mattino successivo. Durante la veglia leggeremo i nomi dei palestinesi uccisi a Gaza, intervallati da presentazioni culturali.
Esatto… per 24 ore saremo al municipio per esortare coloro che ci rappresentano a unirsi alla maggior parte dei newyorkesi nella richiesta di un cessate il fuoco immediato!

 

 




 

Un’intervista a Rashid Khalidi

Composita solvantur . Letture e riflessioni sul conflitto Israele-palestinesi (4)

a cura di Ennio Abate

L’intervista, di cui – saltando le domande – riporto 25 miei stralci che ritengo significativi per i temi trattati, è intitolata: “Una situazione disperata che diventa sempre più disperata” ​. E’ comparda il 1 novembre 2023 sul blog FRAMMENTI VOCALI IN MO (qui), dove potete leggerla interamente purtroppo in una traduzione approssimativa. Khalidi espone le sue riflessioni (pessimistiche) sulla storia del conflitto israelo-palestinese e porta molti dati trascurati o ignorati dai media. Tratta il tema della Imprevedibilità dell’attacco di Hamas del 7 ottobre ma lo ritiene ben comprensibile alla luce delle scelte del governo israeliano (e in particolare di Netanyahu), che in questi ultimi decenni hanno visto un aumento del numero dei palestinesi uccisi in Cisgiordania, delle incursioni dei coloni, dei tentativi di organizzare il culto ebraico nell’Haram al-Sharif, intorno alla Moschea Aqsa. La sua tesi è cristallina: è avanzato a grandi passi un processo di pulizia etnica insopportabile per il popolo palestinese già provato da una lunga occupazione. Altrettanto chiaro gli appare l’intento da parte dello Stato di Israele, appoggiata dai paesi occidentali (in primis gli USA) e da alcuni paesi arabi (coi rispettivi media al seguito), di seppellire  per sempre “un orizzonte politico per i palestinesi” e di cancellare così la “questione palestinese”.  Khalidi non tace sulla crisi di Fatah e sulla corruzione  e assenza di strategia da parte di Abu Mazen e dell’Autorità Palestinese di Ramallah. Insiste pure sull’odio verso essa di molti palestinesi e sulla popolarità  che ha ottenuto Hamas in tutto il mondo arabo  dopo l’attacco del 7 ottobre. A suo parere, dopo l’Ucraina, anche gli eventi di Gaza delle ultime settimane accrescono il divario culturale tra gli occidentali, che si pensano ancora padroni del mondo e gli altri Paesi (Russia, India, Cina, Indonesia, Pakistan, Bangladesh, Brasile) che non li riconoscono più come tali. Infine, giudica il sionismo storico un progetto coloniale “arrivato troppo tardi” (Tony Judt) e anacronistico, ma non senza effetti reali che rendono al momento irresolubile la questione  di come si possa avere “uno stato ebraico a maggioranza sovrana in un paese a maggioranza araba”. E, pessimisticamente fa notare che: 1. anche i tanto applauditi accordi di Oslo (1993) voluti da Rabin in realtà prevedevano uno “Stato palestinese […] meno che sovrano; […]un frammento di un frammento della Palestina storica” ;  2.  le due soluzioni (Due popoli, due Stati; Uno Stato, due popoli), di cui si continua a discutere attualmente, sono sempre più impossibili, specie dopo tanto sangue versato e che ”continuerà ad essere versato”. Continua la lettura di Un’intervista a Rashid Khalidi

Israele, palestinesi, Gaza. Cinque articoli di Pierluigi Fagan

Composita solvantur . Letture e riflessioni sul conflitto Israele-palestinesi (3)

a cura di Ennio Abate

Segnalo (riasssumendo o  riportandone stralci)  quattro  interessanti e coerenti articoli di Pierluigi Fagan sul conflitto  che vede di nuovo Gaza tragicamente al centro  del caos mondiale. Gli eventi sono misurati da un’ottica freddamente geopolitica  guidata dal pensiero della complessità.  Continua la lettura di Israele, palestinesi, Gaza. Cinque articoli di Pierluigi Fagan

Riordinadiario del 10 ottobre 2023

Dopo la catastrofe di Sergio Franzoi

di Samizdat

1.
Scorrono i discorsi: netanyahu è l’uomo
della simpatia spudorata verso trump e putin,
verso la cina e orban, ha portato
israele a una crisi senza precedenti
di consenso con l’america di biden
e indegnamente non si è schierato subito
a fianco dell’ucraina. Continua la lettura di Riordinadiario del 10 ottobre 2023

Gli sciacalli e i profittatori dello scontro di civiltà

paris 2015

di Giorgio Riolo

È il momento della retorica ributtante, del fiume di parole, del circo mediatico scatenato e senza freni, dei manipolatori di professione. I dominanti imperiali sono all’opera. Stregoni, non più apprendisti da molto tempo ormai, suscitatori, creatori e finanziatori di mostri, che qualche volta si rivoltano e non sono più controllabili a piacimento, per scatenare guerre “umanitarie”, “per la democrazia”, “per portare la libertà”. In Afghanistan, in Iraq, in Siria, in Libia, ovunque. Dominanti assassini per il controllo del petrolio, del gas, delle materie prime, per il controllo geopolitico di aree strategiche del pianeta. Continua la lettura di Gli sciacalli e i profittatori dello scontro di civiltà

SCRAP – BOOK DAL WEB: Gerusalemme ancora…

Gerusalemme1

Tre spunti  per non distrarsi dal caos del mondo

1. Attacco a una sinagoga, Israele scatena la caccia al palestinese
(dahttp://contropiano.org/internazionale/item/27594-attacco-a-una-sinagoga-israele-scatena-la-caccia-al-palestinese) • Martedì, 18 Novembre 2014 12:00 • Redazione Contropiano

Per ora è di 4 israeliani – tre dei quali anche cittadini statunitensi, uno era un esponente del partito sionista religioso “Shas” – uccisi e altri 8 gravemente feriti il bilancio dell’attacco compiuto questa mattina intorno alle 7 in una sinagoga di Har Nof, un sobborgo di Gerusalemme abitato in prevalenza da ebrei ortodossi. I due attentatori, Ghassan e Odai Abu Jamal, residenti nel quartiere palestinese di Jabal al Mubaker, hanno fatto irruzione all’interno della sinagoga ed hanno aperto il fuoco contro i presenti usando anche coltelli ed un’ascia. Entrambi gli assalitori sono stati immediatamente uccisi dalla polizia. Continua la lettura di SCRAP – BOOK DAL WEB: Gerusalemme ancora…